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sabato 31 gennaio 2015

La "macelleria messicana" di Genova aiuta a far carriera. Caldarozzi a Finmeccanica


La notizia è di quelle che chiariscono senza se e senza ma come funziona il legame tra apparati repressivi e industria militare. Non solo in Italia, naturalmente. Quel che in ogni altro mestiere diventa una limitazione invalidante - una condanna definitiva per aver firmato, quindi "coperto" e avallato, verbali falsi che dovevano giustificare l'irruzione nella scuola Diaz di Genova, nel 2001 - nel caso di Finmeccanica diventa un punto di merito.

Finmeccanica è un'azienda statale, quotata in borsa ma con una golden share saldamente nelle mani del Tesoro, perché controlla tutta la produzione industriale dedicata alla guerra (dalle navi ai sistemi di puntamento). L'accusa di aver falsificato atti pubblici, per di più di polizia, evidentemente è un dato rassicurante sulle capacità manageriali  degli individui che vengono chiamati a ricoprire funzioni importanti.

Non è difficile immaginare che l'attuale presidente di Finmeccanica, ed ex capo della polizia a Genova 2001, abbia avuto una certa influenza nell'"assunzione" di Gilberto Caldarozzi. E che l'attuale amministratore delegato - Mauro Moretti, ex a.d. delle Ferrovie al tempo della strage di Viareggio, nonché ex segretario della Filt Cgil - non abbia avuto nulla da eccepire.

L'articolo di Fiorenza Sarzanini sul Corriere della sera di oggi:

Ha finito di scontare la pena nel giugno scorso. E in attesa del reintegro in polizia, ha ottenuto un contratto di consulenza con Finmeccanica per occuparsi del settore della sicurezza. Gilberto Caldarozzi, l’ex capo del Servizio centrale operativo, condannato a tre anni e otto mesi di reclusione nel processo per l’irruzione alla scuola Diaz durante il G8 di Genova del 2001, lavora per la holding specializzata in sistemi di difesa guidata da Mauro Moretti da un paio di settimane. Ha raggiunto l’attuale presidente dell’Ente, Gianni De Gennaro, all’epoca capo della polizia, del quale Caldarozzi era certamente uno dei collaboratori più stretti.

Diventato famoso per aver catturato tra gli altri il boss mafioso Bernardo Provenzano, l’alto funzionario è stato riconosciuto colpevole di falso per aver firmato i verbali che attestavano il sequestro delle bottiglie molotov all’interno della Diaz durante il blitz nella notte tra il 20 e il 21 luglio di quattordici anni fa. E per questo, oltre alla condanna, interdetto per cinque anni dai pubblici uffici. Dopo la sentenza definitiva pronunciata dalla Cassazione, i giudici del tribunale del Riesame di Genova gli avevano negato l’affidamento in prova ai servizi sociali. Decisione poi ribadita dalla Suprema Corte.

Gli otto mesi di pena (il resto era coperto dall’indulto) li ha scontati agli arresti domiciliari con il permesso di lavorare presso l’ufficio sicurezza di un istituto di credito e svolgere attività di volontariato in un’associazione antiracket. Nessun commento viene dai diretti interessati, l’unica indiscrezione filtrata da Finmeccanica è che si tratta di una consulenza con contratto a tempo determinato. Una limitazione che probabilmente non basterà per evitare le polemiche.

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Dopo le condanne, la lotta continua. Reportage dalla Valsusa

A vederli in assemblea, così numerosi e partecipi, quasi non si direbbe che il giorno prima la procura di Torino abbia scritto la pagina più nera dell’intera storia giudiziaria del movimento NoTav. 47 condannati a pene complessive di 140 anni di carcere e circa 150.000 euro di somme dovute in provvisionali, risarcimenti e spese legali a favore delle parti civili: ai ministeri, alla società italo francese LTF, ai poliziotti feriti; ai sindacati di polizia che ora grazie a questo pesante precedente potranno, con un colpo di spugna, cancellare anni di infamie e veleni riversati sui morti di malapolizia e sulle loro famiglie. Per non parlare dei centinaia, migliaia di candelotti lacrimogeni con cui hanno gasato non solo i manifestanti no tav ma praticamente tutta la popolazione della Valle di Susa durante le manifestazioni diventate oggetto di indagine.

Pochi spiccioli del resto, poco più di seimila euro, una cifra simbolica dovuta probabilmente per danni di immagine o morali, si capirà leggendo le motivazioni. Un gruzzoletto niente male che i segretari e i portavoce sindacali potranno d’ora in poi sventolare come avvertimento in faccia a tutti gli antagonisti che vorranno riscaldare le piazze, ai querelati o a coloro che aspirano a diventarlo a mezzo stampa o semplicemente esprimendo una opinione contraria ad una certa congenita rozzezza fascista.



Uno dei segreti del movimento NoTav è proprio in quella sala cinematografica di Bussoleno, ieri gremita di valsusini di ogni età e provenienza. Ieri si celebrava la prima assemblea dopo la maxisentenza, dopo poco meno di ventiquattro ore di incredulità e rabbia, durante le quali nei bar, nelle osterie umide e fumose e nei comitati non si è parlato d’altro. Robuste dosi di barbera e cucina piemontese d’altura per riscaldarsi e riflettere febbrilmente sul significato del dispositivo letto dal giudice, analizzare a fondo ogni singola condanna, capire cosa sia successo, smaltire l’indignazione: la Valle è fatta così, si cura velocemente le ferite, anche le più profonde. E lo fa attraverso ogni possibile forma di condivisione e confronto, in una perfetta armonia tra individualismi, che non mancano, e collettività.

Gli avvocati, gli attivisti più caldi e quelli più moderati, i cittadini e gli amministratori si siedono insieme a studiare le contromisure, le mosse successive di quella che ormai è sempre più una guerra tra due parti della società in irriducibile conflitto ideologico e materiale. La sentenza in tal senso è stata chiara, nella sua spietatezza; è un filo spinato tra due modi diversi di stare al mondo: giustizialismo da codice Rocco da una parte, in difesa di loschi interessi lobbistici; armonia e rispetto per l’ambiente, difesa dei beni comuni e della cosa pubblica, sentire collettivo, dall’altra.

La sentenza ha chiarito nero su bianco su quali posizioni si attestino i poteri in gioco nei lavori della Torino-Lione. Posizioni sottoscritte dalle aule giudiziarie, senza alcun dubbio. Posizioni di poteri che vivono in simbiosi (o parassitismo) tra loro, orientati verso lo stesso obiettivo: schiacciare come mosche i NoTav, pescando nel mucchio, relativizzando e svuotando di senso i pilastri di qualsiasi processo, bazzecole come le “prove” o gli “indizi” o le “testimonianze attendibili”, glorificando a oltranza il Sacro Verbo delle forze dell’ordine, a partire dall’intuizione che la partita principale si gioca sul campo dell’ordine pubblico, distorcendo leggi e costituzione in nome della malapolizia più becera. Succede in Valle, succede e succederà ovunque, in un continuo crescendo.

I tanti giornalisti, scrittori e registi che arrivano da fuori a osservare questi “alieni” che fanno cose impensabili altrove come lottare uniti e senza cedimenti né scissioni interne, prendere decisioni collettive in assemblee che finiscono alle due di notte con nessuno dei partecipanti che pensi di alzarsi e andarsene, condividono sempre la stessa sensazione: in Val di Susa si scrive il futuro. Il futuro della partecipazione attiva alle questioni pubbliche, il futuro del conflitto sociale, le future strade del dissenso e della lotta senza mediazioni né deleghe, il futuro della resistenza all’oppressione politica, economica e istituzionale, quest’ultima perfetta triangolazione alla base dei miliardari interessi nati intorno all’Alta Velocità.

È incredibile come nel volgere di una manciata di ore il disorientamento e il senso di sconfitta iniziali, cose naturali quando un giudice per un’ora elenca solo condanne a carico dei tuoi amici, dei tuoi congiunti, dei tuoi figli, dei tuoi compagni, il sentimento muti in qualcosa che oscilla tra il disprezzo verso una sentenza chiaramente vendicativa e il vero e proprio ridimensionamento dell’accaduto. Non è una cosa da poco, è un processo psicologico condiviso collettivamente, funziona da antidoto alla disgregazione, ed è un altro ingrediente segreto di questo straordinario movimento di resistenza. I momenti di crisi così come i grandi momenti di esaltazione sono un dato psicologico di massa, per il movimento NoTav: “si parte e si torna insieme” è uno dei motti del movimento, si vince e si perde insieme, si condividono condanne e assoluzioni, si dividono spese legali e multe, si comprano collettivamente terreni per rendere quasi impossibili gli espropri. Insieme, giovani e anziani, padri e figli, si risponde alle cariche della polizia. Insieme, e solo insieme si può rendere impossibile la vita a chi progetta di chiudere il cerchio della devastazione di una valle già irreversibilmente sfregiata, caricando costi incalcolabili non solo sulla comunità locale ma sull’intera nazione.



Solo un percorso di lotta inteso in tal senso può arginare l’avanzata della criminalità e degli interessi più o meno illeciti che periodicamente si affacciano intorno al cantiere, nonostante la stessa procura di Torino si sia affannata a precisare che “il rischio ‘ndrangheta nei cantieri dalla Torino-Lione è assai lontano”, che suona più o meno come la famosa boutade di Maroni, il quale sostenne in tv da Fazio che “la mafia al nord non esiste”. L’operazione San Michele in Val di Susa, lo abbiamo visto in autunno, racconta tutta un’altra storia.

Sbaglia chi pensa che si tratti di una lotta territoriale, mirata a tutelare due vigne, due pascoli e una malga da trasformare in agriturismo. Sbaglia chi pensa che l’intera vicenda abbia a che fare solo con un treno e degli scavi nelle montagne. La posta in gioco è molto più alta. Questa lotta ha a che fare con la difesa di beni collettivi, messi a repentaglio da interessi privati, da politici e imprenditori che fanno gruppo sulla base di antiche amicizie e alleanze, comprovate e conosciute. Un filo rosso di interessi rapaci che parte dal PD piemontese e arriva fino alle cooperative rosse, e che non disdegna di concedere briciole a qualche imprenditore locale purché sbrighi il lavoro sporco. Con un formidabile ombrello a coprire il tutto: gli accordi tra i Ministeri dei Trasporti di Italia e Francia, periodicamente rinnovati e comunque sempre utili ad attingere alle casse statali ed europee, gonfiando preventivi e propagandando un futuro di sviluppo e prosperità per l’Europa intera. Un futuro che esiste solo nelle teste di chi questa linea la progetta e la difende dall’alto di inattaccabili posizioni istituzionali.

Contro questo e molto altro i NoTav lottano da 25 anni, pagando prezzi salatissimi sul piano prima di tutto personale. L’aspetto più complesso di quanto accade in Valsusa è proprio questo: riguarda quei momenti nei quali la lotta in difesa dei beni collettivi trasfigura in lotta per la difesa dei diritti personali. I due aspetti si confondono continuamente, ogni volta in cui il potere giudiziario esercita la propria forza oppressiva. Deve destare allarme che l’unica vera enclave italiana in lotta subisca colpi così duri nell’indifferenza e nel disprezzo, se non nella aperta ostilità del resto d'Italia, dell’opinione pubblica e persino di talune aree “antagoniste”. Colpi durissimi che restringono progressivamente la libertà di pensiero, di opinione e il diritto al dissenso. Perché l’equazione è ovvia, lo è per i valsusini come per chiunque altro: se eccedi i confini della protesta “legittima” e “democratica” vai a processo e ti fai male. La differenza è che in Valsusa lo stato d’eccezione fa meno paura che altrove, ma va chiaramente dilagando a pieno regime ovunque si configuri un contesto di lotta. L’allarme dell’autoritarismo suona con insistenza da troppo tempo, ma pochi sembrano accorgersene.

Si è detto della capacità dei NoTav di dare alle cose la giusta importanza, di ridimensionarle. Così dopo aver smaltito lo shock per la maxisentenza di condanna si passa alle risate tra compagni, stilando magari la classifica di chi ha preso più anni e di chi deve pagare più soldi. È l’occasione per ricollocare i pm Rinaudo e Padalino, veri artefici del capolavoro inquisitorio, al giusto posto nell’immaginario collettivo: non più due pm con l’elmetto, ma due pm qualunque, e nemmeno dei più blasonati della procura di Torino a quanto risulta, che hanno speso tempo e risorse “intellettive” a combattere un nemico invincibile, che si fa beffe di una condanna sì pesante, ma dai significati tutto sommato banali, prevedibili. C’era da aspettarsela una bordata di stato, pensata per punire due giornate di lotta fondamentali per la vita del movimento, i giorni della Maddalena. C’era da aspettarsela questa mazzata, riflette l’assemblea, ma l’obbligo è non piangersi addosso, guardare oltre: al prossimo corteo per esempio, previsto per il 21. I NoTav votano per dove farla: Torino o Val di Susa. Vince Torino, si sfilerà sotto i palazzi del potere Fassiniano e Chiampariniano, si sfioreranno i corridoi di quel PD torbido e tricefalo che in Piemonte lavora a pieno regime.


I NoTav convivono da sempre con questa soffocante oppressione. Sono ormai passate due generazioni, e ci sono giovani minorenni che hanno respirato lotta sin dalla nascita. I NoTav la tollerano e la metabolizzano, la trasformano in rabbia e poi nuovamente in lotta. Chi invece osservi da fuori o partecipi da dentro ai vari livelli del conflitto sociale, chi abbia a cuore le sorti delle lotte in corso non solo in Valsusa ma su tutto il territorio nazionale, dovrebbe temere una restrizione dei diritti di tale portata, più sfacciata in Valle che altrove. Dovrebbe temere per esempio il fatto che Erri de Luca, piaccia o meno ciò che pensa o scrive, si ritrovi a processo per aver espresso un concetto sacrosanto, come il diritto al sabotaggio quale metodo di lotta. Dovrebbe temere le abissali differenze di trattamento sanzionatorio tra chi brucia un compressore e chi uccide, calpestandolo e manganellandolo, un ragazzino ferrarese di 18 anni: terrorismo per i primi con un anno di carcere preventivo, eccesso colposo in omicidio colposo per i secondi, poliziotti ancora in servizio. Dovrebbe temere la militarizzazione permanente del territorio, messa in piedi per proteggere un cantiere dalle legittime proteste di chi non lo vuole. Dovrebbe temere il trattamento riservato ai tecnici indipendenti messi da parte perché da anni dicono che il progetto Torino-Lione (è successo anche per le altre linee AV) è sballato, mentre i tecnici compiacenti assumono incarichi statali, come la direzione di un Osservatorio. Dovrebbe temere la disinvoltura con cui la procura di Torino ignori sistematicamente l’uso della violenza poliziesca ogni volta che se ne presenti l’occasione.

Ogni diritto negato o acquisito in quella piccola striscia di terra al confine con la Francia, che pochi avvoltoi vorrebbero trasformare in megacorridoio europeo, anticipa i diritti che verranno negati o acquisiti ovunque. Se è vero che la Valle è stato ed è un laboratorio sociale e politico, ciò vale anche per giudici, poliziotti, magistrati, questori e sgherri di stato assortiti. Soprattutto quelli particolarmente creativi, se non spregiudicati.

(Foto di Adriano Chiarelli)

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venerdì 30 gennaio 2015

Il Nazareno è morto? No, ma sta proprio male


Forse conviene passare alla moviola gli ultimissimi giorni per capire cosa è successo e dove stiamo andando. Già dai primi giorni della settimana scorsa, Renzi aveva detto che avrebbe fatto un nome secco e solo sabato. Questa ostinazione nel tenere segreto il nome non dipendeva da una qualche passione per il trhiller, ma, molto più semplicemente dal fatto che il nome non c’era, perché mancava l’accordo con Berlusconi. E Renzi l’accordo lo voleva solo su quell’asse.

Il Cavaliere, come si sa, fra i suoi molto nobili obiettivi ne ha soprattutto due: salvare il suo impero personale ed avere la Grazia. Ciò premesso, pur di ottenerli voterebbe anche per Giuseppe Stalin. L‘incidente del voto sulla legge elettorale (quando i suoi voti sono stati determinanti, compensando la ribellione dei 29 senatori della sinistra Pd) lo avevano gasato al punto che qualcuno dei suoi si era spinto a parlare di una nuova maggioranza organica. Di qui la proposta spavalda di Giuliano Amato (che si immaginava, a torto o a ragione, più “grazioso”). Berlusconi si sentiva in una botte di ferro, anche perché il suo candidato godeva anche di diverse simpatie nel Pd, a cominciare da quella di Massimo D’Alema. Ma Renzi, Amato non voleva vederlo neanche in fotografia: troppo forte, spigoloso, troppo esperto giurista. Con un Presidente così, Renzi si sarebbe consegnato mani e piedi al trio Amato-Berlusconi-D’Alema. Per cui niente da fare. E faceva circolare i nomi  (senza mai farli apertamente) di Padoan e Mattarella.

Il primo serviva a strizzare l’occhio a D’Alema per tirarlo dalla parte sua, il secondo a minacciare un accordo con la sinistra interna al Pd e fare esattamente quello che sta succedendo. Ma, beninteso, questo era, con ogni probabilità, solo un bluff: solo un nome funzionale allo scambio, da far cadere insieme a quello di Amato, per tirare fuori il classico nome scialbo di una qualche nullità da mettere lì, per permettergli di fare quello che vuole a Palazzo Chigi.

Renzi, da questo punto di vista, si predisponeva ad un braccio di ferro con Berlusconi, lungo  tutte le prime tre votazioni, sicuro, intanto, dell’isolamento che rendeva innocua la sinistra del suo partito. Se anche avessero votato scheda bianca o Prodi, si sarebbe trattato di un centinaio o poco più, al massimo 150 voti con Sel: troppo poco per avere qualsiasi effetto.  Ovviamente, si dava per scontato che il M5s si sarebbe tenuto fuori della partita, per cui, al quarto turno il gioco sarebbe riuscito.

A scombinare il suo gioco, arrivava, come fulmine a ciel sereno, la lettera di Grillo e Casaleggio ai parlamentari Pd, alla quale rispondevano in cinque (i civatiani più, e questo è molto importante, Zanda e Monac che sono i parlamentari personalmente più vicini a Prodi, segno che il Professore avrebbe potuto anche accettare di entrare in gioco). Ed i “grillini” varavano la consultazione on line sul nome di Prodi ed altri 9 scelti dall’assemblea del gruppo parlamentare. A questo punto, i renziani, pur ostentando molta indifferenza (in questi giorni ero a Roma per lavoro ed ho incontrato parecchi amici anche in Parlamento ed anche del Pd), erano molto nervosi. Una eventuale convergenza del M5s con la sinistra Pd e Sel su Prodi, cambiava radicalmente lo scenario: avrebbe raggiunto fra i 250 ed i 300 voti già nei primi tre turni di votazione e questo avrebbe messo nei pasticci Renzi, che avrebbe dovuto spiegare perché, pur avendo la concreta possibilità di eleggere Prodi e far a meno dei voti “azzurri”, sceglieva invece l’accordo a tutti i costi con il Cavaliere. Per di più rischiando che anche Lega e fittiani riversassero i voti su Prodi, con un risultato molto incerto al fotofinish. Situazione davvero difficile e rischiosa.

Di qui la decisione di non aspettare più sabato, ma fare il nome già prima della prima votazione e scegliere davvero Mattarella, perché l'unico a poter distogliere la minoranza dall’“insano” gioco con il M5s. I bersaniani ci sono stati (ammazzando così la candidatura Prodi che, invece è stata sostenuta lealmente sino alla fine da Civati, dimostratosi la persona più coerente e coraggiosa del Pd). A quel punto una serie di risultati a ricaduta: Prodi si sfilava, rendendosi conto che non c’erano più le condizioni per una sua candidatura; Berlusconi non poteva che continuare a dire no attaccandosi a “San Franco Tiratore”, nella speranza che una bocciatura di Mattarella possa riaprire i giochi; Renzi, per premunirsi da scherzi dei “quirinabili” delusi avvertiva che, se non passa Mattarella, non ci sono candidati di ricambio del Pd e si va direttamente ad un tecnico o un istituzionale (ad esempio Grasso).

Berlusconi è nell’angolo e deve affrontare una rivolta interna che va molto oltre il solito Fitto.

Realisticamente Mattarella ce la fa se non al quarto, al quinto scrutinio.

Il Nazareno è morto? Forse no, ma è in coma profondo con tutto quel che ne consegue.

Per la verità, l’esito non è affatto negativo e Mattarella è una persona rispettabilissima e, per certi versi, migliore anche di Prodi. Forse è troppo signore e non ha la rudezza che sarebbe necessaria con un inquilino di Palazzo Chigi come Renzi. In secondo luogo è un giudice costituzionale e saggezza vorrebbe che i giudici costituzionali, finito il mandato, restassero al di fuori di tutto, perché diversamente potrebbe nascere la tentazione di usare quel prestigioso scranno per altri approdi ed, a quel punto, l’indipendenza della Corte andrebbe a farsi benedire. Certo: Mattarella non ha operato pensando a questo esito, ma ora stiamo facendo passare un brutto precedente.

Per il resto è un candidato sicuramente migliore rispetto a quello che potrebbe offrire questo Parlamento: Veltroni? Pinotti? Franceschini? Fassino? Addirittura… Grasso? Non ne parliamo.

Dunque, il M5s ottiene una discreta vittoria, anche se diversa da quella  progettata:

1. ha stanato Renzi costringendolo a fare il nome prima dell’inizio delle votazioni;

2. ha costretto Renzi a scegliere una persona decente;

3. quindi ha sbarrato la strada ad Amato, Veltroni, Grasso ecc.;

4. ha incrinato seriamente il patto del Nazareno.

Direi che non è poco, anche se è mancato l’obiettivo di mettere in crisi Renzi (duole ammetterlo, ma l’uomo è furbo, spregiudicato, sleale e, pertanto, difficile da abbattere).

Tutto questo significa che il M5s si sta sporcando le mani e sta diventando come gli altri? Assolutamente no: solo che ha scoperto che non c’è solo la lotta greco romana, c’è anche il judo e, per fare la guerra, non c’è solo lo scontro frontale ma anche la guerriglia, con rapide ed improvvise incursioni.

Come si vede, non era un favore al Pd, ma un’azione di guerriglia. D’ora in poi sarà bene adattarsi all’idea di un M5s meno prevedibile del passato...

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La cronaca la trovo confusionaria, l'analisi in controtendenza rispetto a quanto sciorinato dallo stesso Giannuli solo qualche giorno fa.
Sarà che al venerdì la lucidità l'ho bella che spesa altrove...

Il nuovo governo greco. Intervista a Joseph Halevi

In questi giorni sono usciti molti articoli sul nuovo governo greco e in particolare su alcuni suoi componenti. La maggior parte di questi articoli si è concentrata su aspetti di costume e non sulla sostanza, ossia su quali politiche economiche potrà mettere in atto la nuova compagine governativa.

Abbiamo quindi intervistato Joseph Halevi, professore di economia presso l'Università di Sydney, che ben conosce Yanis Varoufakis, neo ministro delle finanze in Grecia, di cui è amico e con cui ha anche scritto un libro (insieme a Nicholas Theocarakis): “Modern Political Economy: making sense of the post-2008 world” (Routledge).

Noi Restiamo: ci dai un giudizio sul risultato delle recenti elezioni in Grecia?

Joseph Halevi: il mio giudizio è essenzialmente positivo. C'è ovviamente un problema dovuto al fatto che Syriza ha delle posizioni molto eterogenee. Però voglio dire che l'esigenza che nasceva dalla crisi del Pasok ovviamente ha trovato sbocco in Syriza. Non poteva trovare sbocco nel KKE (partito comunista greco), impossibile. Per scegliere il partito comunista greco bisognava essere ideologicamente strutturati, e la popolazione che usciva dalla crisi del Pasok non lo era. Quindi il mio giudizio è sostanzialmente positivo, anche se a me Syriza non piace moltissimo.

NR: ha dei limiti come impostazione del partito, ricorda un po' SEL per certi punti di vista.

JH: sì, anche se ovviamente in modo più serio. La componente centrale, quella che l’ha fondata seriamente, sono i comunisti del partito comunista dell’interno, che erano gli euro-comunisti, che si sono scissi dal KKE teoricamente dopo l’intervento sovietico in Cecoslovacchia. Il KKE, comunque, negli ultimi 40/50 anni, non ha mai modificato la sua analisi sul sistema capitalistico, che è sempre quella sovietica: capitalismo monopolistico etc. Poi, sull’Unione Sovietica loro hanno riflettuto, e sono arrivati alla conclusione, basta andare sul loro sito per leggerlo, che l’Unione Sovietica è caduta perché hanno cercato di affrontare i problemi per via capitalistica. Se invece fossero rimasti all’interno dello schema socialista, non ci sarebbe stata questa crisi, questo crollo. Un approccio estremamente schematico: non analizza il perché il partito comunista sovietico sia andato in quella direzione, né un sacco di altri aspetti. Quindi anche se tendenzialmente hanno la mia simpatia, allo stesso tempo sono di un settarismo totale.

NR: Il problema principale di Syriza adesso è che, pur essendo partiti subito con una serie di proposte anche abbastanza interessanti, come l’aumento del salario minimo o il ripristino di una serie di condizioni di vita a livelli precedenti le imposizioni della Troika, si trovano in una posizione molto delicata per via del fardello del debito. Secondo te quanto spazio di manovra c’è per il nuovo governo greco?

JH: Nessuno. E lo sanno. Quindi dovranno andare allo scontro. E lì si vedrà come agirà Syriza, al cui interno c'è la componente eurocomunista e non solo, c'è anche gente che ha lasciato il KKE successivamente. Questa componente è più possibilista sul debito, nel senso che sono per accettare dei compromessi invece che andare alla rottura. Questo potrebbe provocare problemi interni seri a Syriza.

NR: quando tu dici andare allo scontro cosa intendi?

JH: per scontro intendo la linea di Yanis Varoufakis. Quella è giustissima. Ossia fare default ma restando nell'eurozona.

NR: Quindi secondo Varoufakis è possibile fare default rimanendo nell'Eurozona?

JH: Certo, non paghi e basta. Mica devi uscire, nessuno ti obbliga ad uscire e loro non ti possono cacciare. Questo non lo capiscono coloro che parlano di “Grexit”, e nemmeno i Tedeschi che dicono: ah allora te ne vai. Nessuno può cacciare la Grecia, nessuno può cacciare nessun paese dalla zona euro. Quindi Yanis dice: va bene, se loro non vogliono accettare dei compromessi noi dichiariamo il default stando nella zona euro, vediamo un po' che succede. L'ha scritto anche sul suo blog, spesso.

NR: Visto che lo abbiamo citato, in conclusione due battute sul nuovo governo. Tu conosci bene Varoufakis, con cui hai anche scritto un libro, ma ci sono anche altre figure interessanti, ad esempio Rania Antonopoulos dovrebbe occuparsi di lavoro.

JH: Sì, questo è un governo molto moderno, gente che veramente conosce il mondo, e non conosce il mondo dei banchieri. Tra l'altro la Grecia è molto meno provinciale dell'Italia, poiché in Grecia anche la borghesia è emigrata, non soltanto il popolo (diciamo il popolo delle isole, i contadini semi-analfabeti) degli anni Cinquanta. In Italia la borghesia è sempre stata stanziale: solo adesso la gente di origine middle-class si muove, emigra. La borghesia italiana è stata stanziale al massimo, provincialissima, magari perché ricca, sicura di sé; mentre in Grecia no, la borghesia parla molte lingue, nei dipartimenti delle facoltà universitarie greche c'è gente che si è formata in Francia, Inghilterra, Stati Uniti, Germania, e anche in Russia. E' gente che ha viaggiato vivendo in altri paesi, non vivendo da persone importanti – diciamo non come i Giavazzi, che vanno al MIT – ma dovendo cercare lavoro, vivendo veramente in altri paesi.

Però il punto centrale, la persona cruciale lì è proprio Yanis Varoufakis. Yanis ha sviluppato questo “algoritmo”: è inutile che gli andiamo a dire che usciamo dall'euro - che, secondo Yanis, potrebbe essere un ulteriore disastro - è inutile andare a chiedere di fare politiche keynesiane, tanto in Europa non ci sentono da questo orecchio.

Bisogna partire da questo presupposto per fare delle proposte: una sulla questione della mutualizzazione di una parte del debito, la quota prevista da Maastricht, come più volte ha detto. L'altra sul fatto che si debbano attivare tutte quelle istituzioni che in Europa sono preposte alla spesa, come la Banca Europea degli investimenti. La devono sganciare dal fatto che ogni volta che la banca europea degli investimenti fa una spesa viene addebitata ad uno stato. E' letta come spesa pubblica.

Quindi questa è la sua idea: noi facciamo questa proposta, se si rifiutano sta a loro sostenere le conseguenze (ossia un default della Grecia).

NR: la maggior parte degli articoli usciti in questi giorni su Varoufakis hanno molto calcato la mano sull’aspetto, come dire, della personalità e della figura. Il “Manifesto” l'ha definito con entusiasmo un economista marxista. A noi francamente più che marxista Varoufakis sembra un keynesiano di sinistra, se vogliamo.

JH: Ma lui non è da questo punto di vista una persona semplice, non è accademicamente marxista, è - a mio avviso - strategicamente più leninista che marxista, perché sotto molti aspetti ha una concezione propria del giocare sui rapporti di forza. E di trovare i limiti degli avversari, da questo punto di vista ha molto assorbito la teoria dei giochi.

Yanis viene da una famiglia resistenziale, il padre ha fatto anni di prigione, era già formato politicamente quando si è trasferito in Gran Bretagna. La Grecia è un paese come l'Italia, dove marxista significa essere militante, non puoi fare il marxista accademico e basta.

Marxista è un sistema di idee che hai, poi fai altre cose, puoi anche fare il geometra.

Varoufakis ha fatto l'economista, studiando la teoria dei giochi. Gli piaceva, perché prevedeva la possibilità del conflitto. Poi è arrivato ad una visione critica, e qui il suo contributo è molto importante. Ha una critica della teoria dei giochi che è tanto forte quanto la critica sraffiana alla teoria neoclassica. Inoltre lui è andato avanti epistemologicamente, al di là della caccia all'errore, che è insufficiente e anche sterile. Lui è andato alla radice, ossia ha fatto una critica dell’economia individualistica.

Da questo punto di vista è molto più importante di quanto si creda. E lasciatemi dire che trovo veramente molto provinciale, piccolo-borghese che la maggior parte dei quotidiani italiani si sia concentrata su aspetti esteriori come il fatto che Varoufakis non porti la cravatta.

Anche la sua collaborazione con la Valve corporation è stata derubricata come consulenza ad una società che produce videogiochi. In realtà questa azienda si occupa di vendita di beni virtuali, Yanis era stato assunto per collaborare alla creazione di firewall che impedissero la nascita di bolle finanziarie virtuali, e questa esperienza gli ha dato una conoscenza di sistemi di moneta virtuale, su cui ha anche scritto, come “bitcoin” che gente come Visco o Padoan non potrà mai avere.

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Perù - Proteste popolari, il parlamento ritira la controriforma sul lavoro giovanile

A volte – sono poche, purtroppo – ci capita di riportare qualche notizia positiva. Come quella che viene dal Perù dove, grazie alla massicce e determinate proteste di piazza delle scorse settimane (chi l’ha detto che lottare non serve a niente?) il Congresso di Lima ha deciso di ritirare la contestatissima legge sul lavoro giovanile promossa dal governo del presidente Ollanta Humala.

Con 91 voti a favore – su 114 presenti – l’aula ha approvato nei giorni scorsi la cancellazione della normativa nota come ‘legge Pulpìn’ che, fra l’altro, avrebbe consentito alle imprese di assumere giovani fra i 18 e i 24 anni senza la necessità di garantire loro il sussidio di disoccupazione, compensi extra, o scatti di anzianità e con ferie ridotte a 15 giorni l’anno a fronte dei 30 previsti dalla normativa precedente. L’esecutivo la difendeva giustificandola con la necessità “di combattere il lavoro nero e informale” ma secondo un sondaggio pubblicato durante lo scorso fine-settimana, ben il 72% dei peruviani si opponeva alla nuova normativa giudicandola penalizzante per i giovani. Solo l’8% del campione definiva positiva la cosiddetta “Ley Pulpin”.

La legge era stata approvata il 16 dicembre scorso ma le dure proteste di piazza hanno costretto Humala a riproporla al vaglio del Parlamento convocato in sessione straordinaria. I deputati del partito Gana Perú, lo schieramento politico di Humala, sono rimasti praticamente i soli a voler mantenere la legge, paventando il rischio di perdere 650 milioni di soles (circa 190 milioni di euro), destinati alla formazione dei giovani. In un sorprendente messaggio al paese, Humala, che pure difendeva la validità della normativa, ha chiamato in Parlamento i 130 legislatori affinché discutessero eventuali proposte di modifica nel tentativo di placare i contestatori.

Ma dopo cinque ore di aspro dibattito la stragrande maggioranza dei deputati hanno deciso di derogare la “Ley Laboral Juvenil” contro la quale in poco più di un mese sindacati, organizzazioni studentesche e realtà politiche della sinistra hanno realizzato una vasta e capillare mobilitazione, culminata in ben cinque marce di protesta e in scontri con le forze di sicurezza. Anche lo stesso 26 gennaio, giorno del dibattito parlamentare, migliaia di giovani si erano dati appuntamento nel centro della capitale peruviana Lima per vigilare sul comportamento dei deputati ed eventualmente inscenare una ennesima marcia inizialmente prevista per il 28 di gennaio.

Nonostante la importante e indiscutibile vittoria, la maggior parte delle organizzazioni giovanili e popolari promotrici dell’opposizione alla Ley Laboral Juvenil hanno annunciato che continueranno a mobilitarsi contro un sistema economico in cui l’estrema diffusione del lavoro nero, la disoccupazione giovanile elevatissima e l’abbandono scolastico, molto diffuso sopratutto nelle zone rurali, rimangono un problema centrale.

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Truppe ucraine allo sbando, il battaglione Ajdar in rivolta

Al momento di scrivere è fermo a 12 il numero di morti, oggi, per l'ennesimo bombardamento di un quartiere civile di Donetsk da parte delle artiglierie di Kiev. Sotto i colpi governativi, ancora una volta, un tram e alcune auto che si trovavano nelle vicinanze. Altri colpi sull'edificio di un supermarket. Nei giorni scorsi si erano con­tati almeno 20 morti e 123 feriti tra la popo­la­zione di varie città; il numero più alto di morti, 13, a Sta­kha­nov, anche in questo caso a causa dei bom­bar­da­menti governativi.

Questo, mentre è saltato l'incontro del cosiddetto Gruppo di contatto, previsto per oggi a Minsk. Dopo che il Ministero degli esteri bielorusso aveva comunicato alle delegazioni delle Repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk (DNR e LNR) che la rappresentanza di Kiev non sarebbe giunta in Bielorussia, il plenipotenziario della DNR, Denis Pushilin ha annunciato la partenza da Minsk anche dei rappresentanti delle milizie. Da parte sua, il rappresentante della LNR, Vladislav Dejnego, ha detto che i governi delle due Repubbliche hanno concordato un nuovo documento per una soluzione pacifica nel Donbass. Pushilin ha dichiarato che le Repubbliche sono pronte al dialogo, se riceveranno invito ufficiale da parte della Russia o dell'Osce. Pushilin e Dejnego, mentre hanno ribadito la disponibilità ai colloqui di pace, vedono una delle cause dell'offensiva militare di Kiev scatenata nelle ultime settimane proprio nell'incapacità ucraina a condurre trattative e nelle azioni belliche dei battaglioni punitivi. I due plenipotenziari hanno detto che le milizie sono pronte a fissare la linea di non contatto tra le parti in conflitto, partendo dalle attuali posizioni, fissando il ritiro a debita distanza delle rispettive artiglierie pesanti, secondo il memorandum di Minsk. Il Ministero degli esteri ucraino avrebbe motivato il proprio rifiuto di recarsi a Minsk col fatto che gli odierni delegati delle Repubbliche non erano gli stessi del precedente incontro.

Ma è più probabile che a tenere Kiev lontana dalle trattative sia la situazione al fronte, non certo positiva per l'esercito ucraino. Secondo le dichiarazioni delle milizie, queste, assumendo il controllo dei centri di Uglegorsk e Mikhailovka, avrebbero completato proprio oggi l'accerchiamento di circa 10mila soldati governativi la cui avanzata aveva dato luogo, nei giorni scorsi, a un pericoloso (per Kiev) saliente nell'area di Debaltsevo. Come c’era da aspettarsi – anche se il capo della DNR Aleksandr Zakharcenko ha annunciato che, ancora per un po' di ore, rimarrà aperto un corridoio attraverso cui i soldati ucraini possono ritirarsi – la sacca è stata completamente chiusa ed è prevedibile che una parte delle truppe governative cada prigioniero delle milizie. Zakharcenko ha affermato che i prigionieri, se deporranno le armi, verranno comunque immediatamente rimessi in libertà. Il governo di Kiev invece nega l’accerchiamento dei suoi uomini nella sacca e ribadisce il controllo governativo su Debaltsevo.

Che la situazione dell'esercito ucraino, comunque, non sia delle più positive, lo testimoniano le sempre più massicce defezioni di interi reparti, oltre alle fughe dal paese di uomini in età di mobilitazione, che cercano così di sottrarsi alla chiamata. Sembra che la mobilitazione decretata da Kiev a gennaio non abbia dato i risultati attesi e non è facile dire come andrà per le altre due ondate di richiamati previste per aprile e giugno. Oltre agli espatrii verso la Russia – per gli abitanti delle regioni orientali dell'Ucraina – oppure verso Moldavia, Romania, Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca; oltre i comitati delle madri che apertamente si frappongono tra i reparti di reclutamento e i propri figli e mariti; oltre ai Consigli municipali che votano il rifiuto alla mobilitazione di propri cittadini; oltre gli incendi dei punti di reclutamento, una delle ultime risorse sembra sia quella di “acquistare” la qualifica di addetti a qualche culto religioso, per sottrarsi alla mobilitazione. Gli strali governativi contro la “vigliaccheria” dei cittadini ucraini non possono nascondere la realtà di una popolazione sempre più stanca del conflitto; di reparti militari sempre più demotivati, anche per l'evidente incapacità dei comandi che, spesso, mandano allo sbaraglio le nuove reclute.

Kiev fa sempre più ricorso – secondo le testimonianze di alcuni soldati ucraini arresisi alle milizie – ai cosiddetti “reparti di sbarramento” che, pena la fucilazione, minacciano i propri soldati per evitare che si ritirino o disertino. Ma, evidentemente, anche tra i battaglioni “volontari”, tanto sbandierati dai media nostrani che dimenticano di citarne metodi brutali e insegne naziste, le cose non sembrano andare tanto bene. Nei giorni scorsi è circolata la notizia secondo cui alcuni battaglioni, forse a corto di mercenari stranieri – della cui presenza sempre più apertamente si forniscono prove, anche su canali informativi non certo filorussi – avrebbero iniziato a reclutare addirittura ragazzi sedicenni.

I battaglioni “volontari”, oltre che i metodi terroristici e stragisti nei confronti della popolazione civile del Donbass, stanno usando i propri reparti anche per opporsi ai piani governativi che prevedono un qualche loro inquadramento nei ranghi dell'esercito. Nelle scorse settimane il battaglione “Azov” aveva minacciato – le lotte interne alla giunta golpista non escludono soluzioni del tipo “notte dei lunghi coltelli”, allorché le SS hitleriane sterminarono in una notte le SA di Röhm, ormai scomode – insurrezioni in varie città dell'Ucraina occidentale, a partire dalla capitale, per imporre al governo scelte militari più drastiche e più in linea con le pretese dei propri oligarchi finanziatori. Oggi è toccato al battaglione d'assalto “Ajdar” – i cui portavoce in parlamento sono i deputati del Partito radicale e noto per le azioni terroristiche nel Donbass – inscenare una furiosa dimostrazione a Kiev, di fronte al Ministero della difesa, contro lo scioglimento e la riconversione dei propri reparti. I dimostranti, terminata nel primo pomeriggio la protesta, ne hanno annunciata una più consistente per lunedì prossimo.

Non tutto sembra filare liscio per Kiev nemmeno sul fronte internazionale. E' presumibile che ciò non influisca affatto sulle forniture di armamenti che, comunque, transitano per i canali e i paesi dell'est e del nord Europa più diversi. Ma proprio oggi il governo di Kiev ha ricevuto un netto rifiuto da parte Nato alla risoluzione adottata appena due giorni fa dalla Rada ucraina con cui si qualificavano le Repubbliche DNR e LNR quali “organizzazioni terroristiche”. L'impossibilità per la Nato di aderire a tale risoluzione è stata annunciata oggi dallo stesso Segretario generale dell'Alleanza atlantica Jens Stoltenberg. Il che, naturalmente, non ha impedito allo stesso Stoltenberg di invitare la Russia a cessare ogni sostegno alle milizie.

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Quando muore un criminale…

"Re Abdullah con Dick Cheney e George H.W. Bush, Agosto 2005" photo by David Bohrer – Wikimedia
Non auguro mai la morte a qualcuno. Chiunque sia. Credo anche che il  rispetto sia dovuto ai morti quale siano stati i loro meriti e le loro colpe in vita. Ma detto questo, se domani uno dei tanti boss della mafia muore in carcere o in latitanza, dobbiamo tutti andare a camminare dietro la bara piangendo e dicendo a chi ci vuole ascoltare che quello steso davanti era una brava persona? Credo proprio di no. E invece è quello a cui abbiamo assistito a livello planetario nei giorni scorsi.

In questi giorni è morto il re dell’Arabia Saudita, Abdallah ben Abdelaziz al-Saud. Membro della dinastia al-Saud, figlio di re Abdelaziz Ibn Saud, il fondatore, grazie ai servizi britannici, dell’Arabia Saudita, stato inventato di sana pianta mettendo insieme due province dell’ex impero ottomano, il Najd e il Hejaz, per servire i piani di divisione del mondo dei maggiori imperi coloniali di allora (e anche di adesso).

È stato il principe ereditario e regnante de facto dal 1995 al 2005 a causa dello stato di salute dell’allora re Fahd, il suo fratellastro, per salire poi ufficialmente sul trono all’età di 71 anni dopo la morte di quest’ultimo. Con un patrimonio personale stimato in 18,5 miliardi dollari è classificato nella 3° posizione dei re più ricchi. Ma è sicuramente alla testa di un clan di circa 25.000 persone che insieme controllano la più grossa fortuna del mondo.

Un clan che gestisce il paese come una proprietà privata. In effetti l’Arabia Saudita è l’unico paese al mondo che porta ufficialmente il nome di una famiglia. Questo clan fu scelto dagli inglesi perché legato ad una rigida tradizione conservatrice e ad una lettura ottusa dei dettami dell’islam: il Wahhabismo, che è un movimento politico-religioso fondato nel XVIII secolo da Muhammad ibn Abd al-Wahhab sulla base di una visione puritana e rigorista della tradizione musulmana che va contro la maggior parte delle altre dottrine dell’Islam e sopratutto va contro ogni forma di religiosità popolare e allo stesso tempo contro ogni pensiero razionale o innovazione. L’ideale quando si vuole mantenere un popolo arretrato e ignorante. Non a caso gli inglesi misero da parte le grandi famiglie del Hejaz che stavano cercando di andare verso forme di modernizzazione della loro società per scegliere i beduini del deserto del Hejaz e tra questi la famiglia più conservatrice e più arretrata di tutte.

Bisogna pur dire che in un clan così vasto e così ricco qualcuno di intelligente e di aperto c’è stato e ci sono stati anche timidi tentativi di cambio di direzione ma che sono stati repressi anche con la morte, quando era necessario per mantenere la linea dura.

Da quando è al potere, il clan ha mantenuto il paese sotto una cappa di piombo. La loro polizia religiosa gira in continuazione per far rispettare gli spietati dettami della loro pseudo morale religiosa, che obbliga le classi inferiori a vivere in un inferno dove ogni espressione di amore o di sessualità è repressa quando poi loro vanno in giro per il mondo a spendere i loro miliardi in divertimento, alcool, droghe, sesso, gioco d’azzardo e altri vizi.

Nel paese più ricco del pianeta le differenze sociali sono estreme. Nessuno muore di fame ma le classi più povere sono giusto giusto al livello della sopravvivenza. Persistono varie forme di schiavitù di fatto e gli immigrati in modo particolare sono trattati come pura merce che si usa e poi si butta via, senza nessun diritto, nessun rispetto. Le donne sono recluse. Non possono uscire liberamente, non possono guidare, non possono intrattenere rapporti sociali con maschi estranei alla propria famiglia. Chi esce dalle regole imposte dal regime, viene frustato nel migliore dei casi, nel peggiore può essere decapitato o lapidato pubblicamente.

È il caso, ad esempio, del blogger 31enne, Raif Badawi, condannato a 10 anni di carcere, a pagare una multa di 270 mila dollari, e in più a 1000 frustate (che in queste settimana le vengono somministrate al ritmo di 50 frustate ogni venerdì pomeriggio dopo la preghiera di mezzogiorno) tutto questo per aver osato criticare il regime sul suo blog.

In questi casi il silenzio dei milioni di “#jesuischarlie” diventa assordante come una cannonata. Dove sono le fiaccolate, dove sono le interrogazioni parlamentari, le prese di posizione delle istituzioni, i ritratti srotolati lungo la facciata dei comuni, come è stato giustamente il caso quando era il regime iraniano o sudanese a condannare qualcuno o qualcuna? Dove sono questi innamorati della democrazia e della libertà di espressione?

Ma peggio di quello che fa la famiglia Ibn Saud in Arabia c’è solo quello che fanno in giro per il mondo, da mezzo secolo in qua. Miliardi spesi per diffondere la loro ideologia arretrata, le loro idee storte della vita e della società. Tonnellate di libri, cassette video, dvd, cd, cassette audio distribuite gratuitamente attraverso il mondo. Scuole aperte in molti paesi poveri, nei quartieri più disagiati, in Asia e in Africa. Borse studio per i migliori di queste scuole nelle università del regno, per produrre sempre più imam oscurantisti e moltiplicatori delle loro idee malate. Ecco come in luoghi in cui 20 anni fa ancora molte donne di famiglie musulmane continuavano ad andare a seno nudo come tutte le altre, oggi sono arrivati i burqa ed è arrivato il Boko Haram!

Ma oltre la diffusione della sola cultura dell’integralismo, il regno saudita e i suoi vicini degli emirati del golfo hanno creato e finanziato migliaia di gruppi armati di fanatici in giro per il mondo, sfruttando il malessere vero di popolazioni oppresse per spingerli verso una radicalizzazione non in nome della loro oppressione ma in nome della loro diversità religiosa: dalla Cecenia alla Bosnia, dalle Filippine allo Xinjiang; dall’Algeria alla Nigeria.

Tutto questo però non viene mai nominato quando si parla di scontro di civiltà, di guerra al terrore. Il presidente François Hollande, una settimana dopo la marcia pseudo-repubblicana di Parigi, ha reso omaggio al re Abdullah salutando “la memoria di un uomo di Stato il cui lavoro ha profondamente segnato la storia del suo paese e la cui visione di una pace giusta e duratura in Medio Oriente resta più valida che mai.” Visione di una pace giusta e duratura!!!

Perché si fa la guerra al terrore ma nello stesso tempo si va a braccetto con i capi terroristi? Perché si entra nello scontro di civiltà per difendere la libertà e si è allo stesso tempo alleati strategici del principale sponsor dell’oscurantismo di cui è accusato l’altro campo?

Molti dicono che dopo tutto, l’Arabia è un paese sovrano e ha il diritto di avere una propria politica estera. Anche diversa da quella dei suoi alleati. Ma la verità è che le monarchie del golfo possono permettersi di avere le politiche che hanno perché hanno le spalle coperte. Ci ricordiamo tutti di come Saddam Hussein impiegò 24 ore per ridurre in polvere l’esercito del Kuwait. Se non fu per l’intervento di molte nazioni saggiamente allineate dietro ai padroni del mondo post guerra fredda, il Kuwait oggi non esisterebbe più e sarebbe semplicemente una delle province della repubblica (dittatoriale sì, ma) laica irachena. É per la fine che fece Saddam che oggi l’Arabia Saudita e il minuscolo Qatar possono permettersi di entrare a mettere mani nella politica interna della Libia, della Tunisia, dell’Egitto, dello Yemen e soprattutto della Siria. È perché hanno le spalle coperte dalla pesante presenza militare della Nato e di Israele nella regione che i paesi del golfo, in testa l’Arabia Saudita possono pesare con l’iniezione di soldi, armi e mercenari, nelle politiche interne di vari paesi del mondo. Non c’entra niente la sovranità. C’entra un piano comune di gestione della regione e del mondo. Una gestione sotto il segno degli affari sporchi e della guerra infinita, fine a se stessa. Semplicemente perché i signori della guerra da una parte e l’altra ne traggono ampiamente beneficio. Perché le famiglie ricche alla testa di più della metà delle risorse di questo pianeta non hanno né nazionalità, né colore, né religione, e quando uccidono (o fanno uccidere da un terrorista o da un soldato) non è per religione, non è per civiltà, e l’unico valore che difendono è quello dei loro conti nei paradisi fiscali.

E allora io dico che il rispetto lo dobbiamo a ogni defunto, ricco o povero, sultano o figlio del ghetto. Ma nessuno mi venga a cantare le lodi del criminale morto. Perché chi va a piangere al funerale di un criminale, chi ne canta le lodi sono solo i suoi compari: i criminali!

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Jelpke (Die Linke) “Sosteniamo Pkk e Pyd, per la democrazia di base e uno sviluppo non capitalista”

Ulla Jelpke era fra i dieci parlamentari Die Linke che nello scorso novembre sventolarono nel Bundestag la bandiera del Partito Kurdo dei Lavoratori. Il gruppo protestava contro la revoca dell’immunità parlamentare alla collega Nicole Gohlke che chiedeva d’abolizione della messa al bando del Pkk, una misura in vigore in Germania dal 1993. Abbiamo raggiunto la deputata Jelpke a Berlino.

Onorevole, perché avete deciso di solidarizzare col Pkk?

Nei molti viaggi svolti fra la Turchia orientale e la Siria settentrionale ho conosciuto il Pkk e il suo partito fratello Pyd, impegnati in un’originale prospettiva di emancipazione in Medio Oriente che va oltre i movimenti classici di liberazione nazionale. Anche in Germania, il Pkk è la forza dominante fra le kurde e i kurdi politicizzati. Inoltre, in quanto esperta di politica interna, dovevo occuparmi dell’ostracismo politico che il Pkk subisce nei nostri Land e solidarizzare con gli attivisti perseguitati per quel divieto.

E’ una scelta dell’intero gruppo parlamentare Die Linke o di alcuni di voi?

Ora dell’intero gruppo. A lungo solo un manipolo di deputati, che sono stati osservatori durante le elezioni nei territori kurdi della Turchia o che hanno molti residenti kurdi nella loro circoscrizione, s’interessava al tema. Altri deputati Die Linke lo evitavano perché temevano d’essere assimilati ai “terroristi”. Il quadro è cambiato dopo che, nell’estate 2014, il Pkk nel nord dell’Iraq ha salvato la vita di decine di migliaia di yazidi e cristiani soggetti agli attacchi dello Stato Islamico e dopo che le milizie kurde hanno opposto un’accanita resistenza a Kobanê. A quel punto tutti i parlamentari Die Linke hanno deciso di presentare la richiesta di abolizione del divieto del Pkk al Bundestag e d’invitare il governo federale a rimuovere questo partito dall’elenco delle organizzazioni considerate terroriste dall’Ue.

Cosa pensate delle liste di proscrizione stilate da Stati Uniti e Unione Europea?

Die Linke ha sempre rifiutato questi elenchi che considera estranei ai principi del diritto internazionale. Ci impegniamo per l’abolizione degli elenchi indipendentemente da come valutiamo i gruppi citati. Sono sicura che anche quei nostri deputati che in passato si mostravano scettici sul Pkk e sui i suoi metodi non lo consideravano un organismo terrorista. Die Linke e, precedentemente, il Pds, si sono sempre battuti per i diritti dei kurdi e una soluzione politica della loro questione.

In Europa molti hanno espresso solidarietà a Kobanȇ e ai kurdi con manifestazioni e missioni, ma nella sinistra europea non ci sono partiti che hanno compiuto una scelta simile alla vostra. L’internazionalismo è scomparso?

Non proprio. La Sinistra Europea in quanto federazione di numerosi partiti, socialisti e comunisti, ha deciso di fare una campagna contro la presenza del Pkk nell’elenco delle organizzazioni terroristiche. Anche altri membri della Sinistra Europea, come i comunisti francesi, sono stati molto attivi solidarizzando col movimento di liberazione kurdo. In Germania gruppi della sinistra extraparlamentare s’interessano al Kurdistan; raccolgono anche denaro per armi destinate alle Unità di difesa popolare e di Difesa delle donne del Rojava. Non credo che l’internazionalismo sia scomparso, penso che viviamo un ritorno di solidarietà e Rojava ne è un esempio. Ricordo il 1° novembre 2014, quando si è giunti a manifestazioni mondiali per Kobanê. Dobbiamo considerare che in altri Paesi europei – forse con l’eccezione della Francia – non è in atto una persecuzione tanto dura del Pkk e del movimento di liberazione kurdo come in Germania.

Ancora sull’internazionalismo: in due nazioni dalla grande tradizione di sinistra – Italia e Francia – la carenza d’un intervento ufficiale ha motivi organizzativi o c’è una perdita di valori solidali nella leadership e fra i militanti?

In entrambi i Paesi esistono gruppi solidali con le lotte di lavoratori, con gli sfruttati e i popoli oppressi. Non parlerei di mancanza d’internazionalismo. Naturalmente ancora quindici anni fa i comunisti italiani erano molto più attivi nella solidarietà al Kurdistan. Per un certo tempo, durante la sua fuga, Abdullah Öcalan ha soggiornato in Italia attirando l’attenzione sul problema kurdo. La questione principale mi sembra il declino e la frammentazione dei comunisti italiani. Negli ultimi tempi la sinistra italiana s’è occupata anzitutto di sé stessa. Per un internazionalismo efficace è necessaria una certa influenza e una forza nel proprio Paese, altrimenti quell’impegno resta un gesto simbolico pieno di buone intenzioni, ma senza efficacia.

Una solidarietà attiva esiste fra i kurdi, però solo l’assedio di Kobanȇ ha condotto i peshmerga a difendere quella città. Cosa pensate del governo Barzani e del ruolo del Kurdistan iracheno nella più grande questione kurda?

Barzani persegue un progetto politico del tutto diverso dal Pkk e dal Pyd. Il suo obiettivo è uno Stato nazionale kurdo nel nord iracheno. Dubito che un simile Kurdistan indipendente darà ai suoi abitanti più sicurezza e più libertà. Già oggi la regione autonoma kurda è uno Stato mafioso governato alla maniera feudale da due o tre partiti, dove regnano corruzione e nepotismo, dove le forze di sicurezza sparano sui dimostranti che contestano il regime, dove i giornalisti critici vengono assassinati e le violenze e gli assassini sulle donne sono enormemente aumentati. Economicamente la regione kurda in Iraq è totalmente dipendente da Ankara, possiamo parlare perfino di un protettorato turco. Il margine d’azione di Barzani è stretto e si aggiunge una debolezza militare. Davanti all’attacco dell’Is ai territori kurdi, in particolare nella regione degli Yazidi, Sengal, i peshmerga sono fuggiti. Evidentemente costoro, poco più che mercenari mal pagati, non avevano il morale per combattere, a differenza dei volontari del Pkk e del Ypg che non sono intervenuti solo per proteggere gli yazidi, ma l’intera regione autonoma kurda. Mentre la reputazione di Barzani, del suo Partito democratico del Kurdistan e dei peshmerga sono finite in sofferenza, il prestigio del Pkk è molto aumentato fra la gente e gli ambienti politici kurdo-iracheni. Dopo che la maggioranza del parlamento iracheno s’è dichiarata favorevole al riconoscimento dei cantoni del Rojava, soggetti finora a un embargo anche da parte del governo di Barzani, questi è stato costretto a spedire a Kobanê gruppi di peshmerga con armi pesanti. Se Barzani rinunciasse al suo atteggiamento negativo nei confronti del Rojava si compirebbe un passo in avanti. Tuttavia non si tratta di lotte per la leadership fra Barzani e Öcalan o lotte di partito fra Kdp, Pkk e Pyd. In ballo ci sono visioni politiche e modalità di sistema. A differenza del Kdp, il Pkk e il Pyd mirano a soluzioni di democrazia di base non nazionaliste, puntano a collegare tutti i gruppi di popolazione che vivono nella regione, considerano centrali i diritti delle donne e tentano di intraprendere un percorso di sviluppo non capitalista.



Abbiamo sotto gli occhi un altro “internazionalismo”, quello dei giovani islamici d’Europa che diventano jihadisti. L’Islam fondamentalista può offrire un modello di società più avvincente del mondo globalizzato?

La sinistra in Europa deve accettare di confrontarsi con un’emarginazione sociale frutto dell’immigrazione musulmana, se non lo fa si chiude una porta in faccia. Questa sinistra non sta offrendo una prospettiva alla massa dei giovani migranti. In Germania, Francia, Italia è, con poche eccezioni, indigena e bianca. I jihadisti s’inseriscono in questa breccia. Per loro non fa differenza se si è di origine tedesca o migranti, neri o bianchi, o a quale religione si è appartenuti in precedenza. Sono decisive l’accettazione delle convinzioni jihadiste e la disponibilità a lottare per esse. Inoltre l’estremismo islamico sembra in grado di offrire soluzioni semplici perfino a problemi primari come l’istruzione, la ricerca di posti di lavoro, il rapporto coi genitori riguardo a una visione religiosa e spirituale.

Il progetto federalista di Öcalan ha possibilità di realizzarsi? Come può essere aiutato dalla politica internazionalista?

Questo progetto ha maggiori possibilità di successo dell’idea d’un Grande Kurdistan unito e indipendente sognato ancora da alcuni kurdi. La scorsa estate, nel Rojava, ho sperimentato io stessa quanto l’idea di auto amministrazione con uguali diritti entusiasmi le persone – kurdi, arabi, assiri/aramei – che vogliono costruire una nuova società. Ma a Kobanê abbiamo anche sperimentato la vulnerabilità di questo modello. Senza l’intervento dei peshmerga con le armi pesanti e senza gli attacchi aerei Usa Kobanê sarebbe caduta. Lo dico malvolentieri, ma è la realtà. Il futuro dirà quanto sarà alto il prezzo politico da pagare per il processo di emancipazione. Possiamo sostenere praticamente Rojava e il movimento dei comuni kurdi nella Turchia orientale con aiuti in denaro e materiali. Facendo conoscere a livello internazionale l’esempio che lì viene dato. Facendo affluire per un certo tempo in quelle aree, in nome dell’internazionalismo, medici e ingegneri che collaborino a costruire progetti autonomi. E naturalmente nei nostri Paesi dobbiamo opporci all’invio dall’Europa di armi ai nemici di questo modello sociale: Turchia e Arabia Saudita.

La doppiezza della linea di Erdoğan e delle petro-monarchie attorno al jihadismo è evidente, ma gli interessi economici condurranno le nazioni occidentali ad abbandonare a se stessa la questione kurda?

Forse, però potrebbe accadere anche il contrario. Proprio per interessi economici e per aver accesso alle gigantesche risorse di petrolio e gas nel nord dell’Iraq kurdo, i Paesi occidentali tendono a inserirsi nella regione. Se la Germania fornisce armi ai peshmerga, non è certo per combattere l’Is. Se questa fosse l’intenzione le darebbe soprattutto a Pkk e Ypg che combattono con successo lo Stato Islamico, non ai peshmerga che inizialmente davanti ai jiahadisti si sono ritirati. Con simili equipaggiamenti la Repubblica Federale vuole comprare i favori di Barzani per partecipare in futuro al business dell’energia. Per la Turchia è esatto dire che gli interessi economici vengono prima dei diritti umani, non possiamo farci illusioni. Una Turchia stabile che ha risolto in modo democratico la sua questione kurda, anche grazie all’imprevedibile politica di Erdoğan, attira gli investimenti stranieri più d’un Paese sull’orlo della guerra.

Quale ruolo viene ad assumere la Germania nell’attuale crisi geopolitica in Medio Oriente e nell’Europa dell’est? Angela Merkel sarà come Helmut Kohl per l’ex Jugoslavia?

Il governo tedesco intende introdursi in Medio Oriente. Ma, a differenza delle ex potenze coloniali francese, britannica e degli Usa, il suo impegno militare nella regione è ancora relativamente piccolo, seppure ci sono batterie di Patriot in Turchia e la Marina federale è davanti al Libano. La Germania manda consiglieri militari nel Kurdistan iracheno. L’obiettivo è avere un ruolo molto più attivo nell’area per non essere tagliati fuori dalla nuova ripartizione del mondo. Tutto ciò vale anche per l’Ucraina, dove la Germania appoggia unilateralmente, secondo gli interessi statunitensi, il governo di Kiev, sostenuto notoriamente anche da fascisti. Dall’altra parte la Merkel tenta un riequilibrio con Putin, perché l’economia tedesca dipende in parte dalla Russia. A differenza della Jugoslavia, nella cui distruzione la Germania diretta da Kohl e Genscher aveva un ruolo preminente, in Europa orientale il governo federale è costretto a cercare una via di mezzo fra la sua subordinazione politica agli Usa, anche in ambito Nato, e gli interessi della propria economia.

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Ringraziamo la deputata Ulla Jelpke per l’intervista. Giustinianio Rossi e Jürgen Stottko per la traduzione dal tedesco

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L'euro e l'Europa non convincono più

Ci deve pure essere un motivo concreto, niente affatto ideologico, se il deplorato "euroscetticismo" prende tanto piede da far vincere le elezioni a una forza popolare che pone come obiettivo l'eliminare l'influenza della Troika dalle politiche economiche per il proprio paese (la Grecia) o se in altri paesi guadagnano posizioni movimenti apertamente xenofobi, razzisti, fascisti.

Il motivo è secondo noi chiarissimo: così non si riesce più a vivere.

Il perché e le possibili soluzioni ovviamente divergono fino alla contrapposizione fisica (con i fascisti non si parla, ribadiamo), ma negare il dato di fatto e lambiccarsi in complicate pippe mentali su come conciliare opposizione all'austerità e difesa dell'Unione Europea è un esercizio pericoloso. Oltre che una manifestazione di stupidità.

Vediamo cosa scrive oggi l'Eurispes nel suo rapporto:
Quattro italiani su 10 (40,1%) pensano che sarebbe meglio uscire dall'Euro; a inizio 2014 la quota di delusi dalla moneta unica si attestava al 25,7%. Il 55,5% degli euroscettici è convinto che l'Italia debba uscire dall'euro perché sarebbe la moneta unica il motivo principale dell'indebolimento della nostra economia.
Si può natturalmente discutere se questa diagnosi sia esatta (non lo è), se sia troppo semplificatrice dei problemi che abbiamo davanti come paese (lo è), se fornisca o meno una via d'uscita illusoria (è ilusione allo stato puro)... Ma è il dato reale - quindi un punto fermo di qualsiasi analisi e prognosi politica - di cui dobbiamo prendere atto. Com'è noto noi preferiamo parlare di "rottura dell'Unione Europea", di denuncia e invalidazione dei trattati sottoscritti da Maastricht in poi (salvaguardando Schengen e la libera circolazione delle persone), compreso ovviamente quello sulla moneta unica (che andrebbe altrettanto ovviamente sostituita con una o altre monete internazionali tra paesi economicamente "compatibili"  oppure da "unità di conto" per gli scambi commerciali; niente "ritorno alla lira", insomma). Ma tra quello che a noi sembrerebbe sensato e quel che si può fare ci sta la realtà. Che comprende anche la (mutevole) opinione popolare. E ricordiamo sempre che "non si governa contro il popolo". Massima che a Bruxelles o a Francoforte devono aver decisamente dimenticato inaugurando le politiche di austeità.

Capiamo perfettamente - da atei assoluti - che cresca la popolarità di un papa che critica di continuo le diseguaglianze create dalla ricerca spasmodica del profitto, l'ingordigia dei ricchi e le sofferenze dei poveri. Se i consensi sul suo operato arrivano addirittura all'89,6% vuol dire che nessun altro - sulla scena pubblica - copre questo spazio in modo convincente.

Capiamo anche perché quasi la metà degli italiani (il 45,4%) si trasferirebbe all'estero, se potesse. E infatti consideriamo importante, come controtendenza che può e deve svilupparsi, l'esperienza del nascente movimento giovanile "Noi restiamo"; perché non si può regalare un paese così agli speculatori che ne farebbero una gigantesca disneyland in salsa di centurione. 

Sapevamo già, prima che ce lo quantificasse l'Eurispes, che la nostra gente - "il mondo di sotto" - fa sempre più fatica a curarsi. Il 46,7% italiani paga a rate le spese mediche; il 24,3% in più rispetto all'anno prima!

Conosciamo la paura dei lavoratori di perdere il posto e di non poter dunque più mantenere la famiglia, far studiare i figli, dare loro una prospettiva di vita migliore di quel che hanno avuto loro. Sono ormai il 65% del totale di coloro che hanno almeno "la fortuna" di averlo, un lavoro.  Il 28% di chi lavora è costretto a ricorrere all'aiuto di genitori e parenti.

Alla radice di tutti questi comportamenti c'è il brutale dato economico: il 71,5% italiani ha visto diminuire il proprio potere d'acquisto. L'orizzonte diventa nero, le speranze svaniscono.

Uscire dall'euro da soli è folle, certo. Rompere tutti insieme la gabbia dell'Unione Europea, costruendo una comunità solidale e paritaria di Stati è l'unica possibilità reale. Difficile, certo. Come togliersi di dosso il capitalismo...

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L’arsenale di Hezbollah frena la rappresaglia di Netanyahu

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Mercoledì era così vicino il baratro di una nuova offensiva israeliana in Libano. Invece il governo Netanyahu ha scelto, almeno per ora, di non lanciare la sua rappresaglia all’attacco compiuto da Hezbollah lungo la frontiera – due soldati israeliani uccisi e sette feriti – che a sua volta era una risposta per il raid aereo israeliano che a metà gennaio avevo ucciso nella Siria meridionale 12 persone, tra le quali alti ufficiali del movimento sciita e un importante generale iraniano. Cosa abbia indotto il premier israeliano a frenare dopo aver promesso una punizione severa non solo a Hezbollah ma anche a Siria e Iran, è oggetto di discussione.

In casa israeliana si tende a privilegiare la versione che sia stato proprio il movimento sciita a gettare acqua sul fuoco facendo sapere di non volere una escalation. Il ministro della difesa Moshe Yaalon afferma di aver ricevuto un messaggio dai caschi blu dell’Onu in Libano (Unifil) secondo i quali Hezbollah non sarebbe interessato a ulteriori fiammate di guerra. Il premier Netanyahu intanto ripete il suo mantra: «L’Iran è responsabile dell’attacco contro di noi... sta cercando di raggiungere un accordo, tramite le grandi potenze che lo lascerebbe in grado di sviluppare armi nucleari. Noi ci opponiamo con forza a questo accordo». Parole simili a quelle che con ogni probabilità ripeterà a marzo davanti al Congresso Usa, invitato dallo Speaker John Boehner aggirando la Casa Bianca, sperando che l’apparizione in terra americana lo aiuti a vincere le elezioni israeliane del 17 marzo.

Secondo gli analisti vicini alla destra e al governo, l’agguato compiuto da Hezbollah due giorni fa sarebbe irrilevante. Israele, spiegano, attaccando a metà gennaio in Siria e uccidendo sei ufficiali di Hezbollah e il generale iraniano, avrebbe riaffermato il suo potere di deterrenza. Tra questi c’è Eytan Gilboa, del Centro studi strategici Besa di Tel Aviv. «Tehran nella Siria meridionale vuole creare, assieme a Hezbollah, una infrastruttura militare capace di tenere sotto pressione Israele. Abbiamo messo in chiaro che non lo accetteremo», diceva ieri ripetendo la posizione espressa da Netanyahu. Gilboa esclude che la mancata rappresaglia israeliana contro il Libano sia frutto di un potere di deterrenza del movimento sciita. «Hezbollah ha molti missili e razzi ma sa che non può usarli perché andrebbe a scapito dell’intero Libano. Israele ha più volte avvertito il governo di Beirut che in caso di attacchi dal territorio libanese, il Libano sarà ridotto in macerie».

Una teoria che convince solo in parte perchè Hezbollah due giorni fa ha attaccato dal Libano, sfidando la minaccia israeliana di una ritorsione devastante. Nei quartieri meridionali di Beirut, roccaforte del movimento sciita, continuano i festeggiamenti per l’attacco compiuto sul confine e nei prossimi giorni il leader di Hezbollah pronuncerà un discorso di vittoria. Il quotidiano libanese as Safir ha scritto che telegrammi e messaggi di congratulazioni per Hezbollah sono arrivati da tutto il mondo arabo ed islamico. Da Tehran il viceministro degli esteri, Hossein Amir Abdollahian, ha parlato di «legittimo diritto di autodifesa» dopo il raid israeliano del 18 gennaio scorso.


A frenare Netanyahu è stato senza alcun dubbio anche l’arsenale di Hezbollah, che include, ha detto più volte Nasrallah, missili capaci di colpire ogni punto di Israele. Forse il leader sciita esagera le capacità strategiche del suo movimento ma non tanto. Per Netanyahu dare il via a una escalation militare significherebbe esporre anche Israele e non solo per il Libano a conseguenze gravi. Sullo sfondo ci sono le elezioni. Il leader della destra è indicato dai sondaggi come il primo ministro preferito dagli israeliani ma il suo partito, il Likud, è al secondo posto, costretto ad inseguire “Blocco Sionista”, la lista unita dei laburisti di Isaac Herzog e dell’ex ministra centrista Tzipi Livni. Può consolarsi con il crollo del suo rivale di estrema destra e ministro degli esteri Lieberman, dato dai sondaggi al minimo storico, che rischia di non superare la soglia di sbarramento.

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Ieri ho avuto modo di ascoltare "una persona informata sui fatti" secondo cui lo stato di perenne belligeranza esterna è costantemente ricercato da Israele, in quanto la mancanza di un nemico esterno farebbe in breve implodere una società priva di una base culturale capace di aggregarla davvero. Mi sa che ci ha preso alla grande.

Jihadisti all’attacco nel Sinai. Uccisi una trentina di soldati e poliziotti

L’Egitto è tornato bruscamente a fare i conti con la sua zona di vulnerabilità: il Sinai.

Sarebbero una trentina i soldati e i poliziotti uccisi in una ondata di attacchi coordinati con colpi di mortaio e autobomba nel Sinai settentrionale. L'attacco è stato rivendicato dal gruppo Ansar Beït al-Maqdess, affiliato allo Stato islamico.

Ad essere colpita è stata di nuovo la cittadina di Sheikh Zuwaid, dove risultano essere stati centrati una decina di obiettivi, oltre alle località di Arish e della parte egiziana di Rafah, al confine con la striscia di Gaza palestinese. Sono stati colpiti anche una base militare, il vicino quartier generale della polizia e un complesso residenziale per i soldati. Nel mirino anche posti di blocco, la redazione di un giornale governativo e un museo.

Appare verosimile che, nella complessa operazione militare, sia coinvolto 'Ansar Bait al-Maqdis', principale gruppo jihadista egiziano basato nella penisola del Sinai e da poco ribattezzatisi "Stato del Sinai" nel quadro di una sorta di confluenza con l'Isis annunciata in novembre.

L'instabilità nel Sinai ormai appare come un dato strutturale della situazione egiziana nonostante la forte militarizzazione della penisola e il regime militare di Al Sisi.

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Basta un Colle, e Lassie torna a casa

Se dobbiamo dar retta alle dichiarazioni ufficiali, il “patto del Nazareno” si sarebbe rotto, ridotto, azzoppato, sepolto. La corsa al Quirinale, con Sergio Mattarella candidato ufficiale (ma solo dalla quarta votazione), avrebbe dunque segnato la fine dell'asse privilegiato che ha fin qui retto l'attacco portato a Renzi alla Costituzione materiale (col jobs act, la delegittimazione del sindacato, ecc) e formale (lo svuotamento del Senato, la riforma elettorale super-porcellum, il premierato assolutista che ne deriva, ecc).

Qualche perplessità davanti a questa notizia ci sembra inevitabile. Non stiamo parlando di uno dei tanti accordicchi di giornata che costellano la politica di palazzo, ma appunto dell'unica maggioranza vera esistente in Parlamento, per quanto articolata tra una maggioranza di governo ufficiale (col solo Alfano e frattaglie varie) e una “per le riforme”. Sappiamo tutti che, di fronte ai passaggi più rischiosi, la seconda ha fatto tranquillamente da argine ai possibili inciampi di un premier specializzato nel farsi nemici.

Ora l'incanto si sarebbe rotto intorno al nome di un vecchio democristiano silenzioso, peraltro uno dei pochi che abbia almeno una volta dimostrato concretamente – dimettendosi da ministro, oltre 20 anni fa – di non esser disposto a mettere le istituzioni al servizio del Caimano. Difficile dunque, a prima vista, affermare che sarà lui il presidente della Repubblica che cancella con la grazia l'incandidabilità di Berlusconi in conseguenza di una sentenza definitiva. Ma mai dire mai, con i democristiani... Sarebbe anche nella posizione dell'insospettabile che prende una decisione “sofferta” per “puro scrupolo”, per “l'interesse della patria in un momento difficile” e via formulando frasi ad hoc.

Le cronache a là Repubblica ci raccontano insomma di un Renzi che si sarebbe improvvisamente liberato dai vincoli di reciproca convenienza con l'uomo di Mediaset, mettendolo all'angolo o rifilandogli un'inattesa fregatura.

Nulla ci viene detto sulle ragioni della rottura tra i due mentitori seriali. Ma, appunto, ci dobbiamo ricordare che si tratta di due professionisti dell'inganno.

Non ci siamo mai appassionati per i toni alla Dinasty con cui ci viene raccontata la politica di palazzo. E consigliamo sempre di non credere a quanto ci viene sventolato sotto il naso. Sappiamo bene, infatti, che siamo noi del “mondo di sotto” il torello da far fesso.

In attesa di sviluppi che non possiamo prevedere (la scelta di un singolo uomo che faccia da garante davanti all'Unione Europea, e da “buon padre premuroso” agli occhi del popolino, ha troppe variabili casuali per poter esser calcolata da chi, come noi, è fuori dai giochi), possiamo constatare che “la svolta” renziana ha cancellato in pochi minuti ogni minaccia di scissione del Pd, azzerato l'entusiasmo dei vendoliani per il “terremoto Tsipras”, ricondotto all'ovile un branco sparso di personaggi che da mesi storcevano il naso nel ritrovarsi – dopo un quarto di secolo buttato a far girotondi e “agende rosse” – “guidati da Verdini”. Ossia nelle mani della più recente evoluzione della P2 o come si chiama adesso.

Se qualcuno si stupisce della rapidità di questa conversione – neanche quattro giorni sono passati dai festeggiamenti sotto il palco di Atene, dai toni hollywoodiani di "the human factor", ai sorrisetti compiaciuti per essere di nuovo “dentro i giochi” di Roma – non ha ancora capito con chi ha a che fare. E neanche la differenza tra questi rottami della ex “sinistra radicale” e quanto sta avvenendo in Grecia e in Spagna.

Negli altri due paesi mediterranei è cresciuto un movimento di rifiuto delle politiche della Troika capace di unificare nel merito soggetti sociali, sindacali, frammenti politici. Un movimento che ha fatto della rottura con i socialdemocratici storici (Pasok in Grecia, Pse in Spagna) il passaggio indispensabile per unire la resistenza sociale all'austerità. In nessuna elezione Syriza o Podemos si sono presentati insieme agli equivalenti italiani del Pd (e non importa se in versione bersaniana o renziana; i governi Prodi-D'Alema Bersani-Treu hanno provocato disastri sociali incalcolabili, hanno preparato la strada all'attacco finale ora condotto da Renzi). Non sarebbero mai diventati terminali credibili dell'incazzatura popolare se avessero “amministrato” le politiche lacrime-e-sangue insieme ai fedelissimi di Bruxelles.

L'esatto contrario di quanto è avvenuto in Italia, con Sel e Rifondazione e Pdci sempre in anticamera del Pd a pietire un accordo elettoralistico che garantisse loro qualche poltrona e un po' di finanziamento pubblico. Renzi li aveva infine cacciati dalla porta, obbligandoli ad atteggiarsi da “oppositori”.

Abbiamo definito sia Syryza sia Podemos movimenti “riformisti dei bisogni”, ovvero espressione di strati sociali che sentono sulla propria pelle il bisogno immediato di un'altra politica economica, pur non avendo – o rifiutando esplicitamente – una qualsiasi visione complessiva della trasformazione sociale. Ma questo livello di coscienza politica è stato prodotto dalla realtà della crisi, non dalla decadenza di vecchie visioni socialdemocratiche e/o riformiste. Fossimo in Sudamerica, insomma, farebbero probabilmente parte dell'arco di forze che collaborano nel dar vita all'Alba, quel “mercato comune solidale” e senza moneta unica che si è affrancato dall'egemonia statunitense e prova ad allentare la stretta del capitale multinazionale.

Movimenti non comunisti né rivoluzionari, insomma, ma espressione conflittuale – spesso anche confusa e confusionaria – di una necessità di rottura col presente del capitalismo in crisi. Non però deprimenti “contenitori” pensati per aggregare caporali senza esercito, abituati a svendere il programma politico-sociale con qualche poltrona individuale (Bertinotti, in questo mestiere, ha fatto davvero scuola, imprintando un'intera leva di “dirigenti della sinistra”).

Dai movimenti reali c'è sempre qualcosa da imparare, pezzi di strada da sperimentare, battaglie comuni da fare. Dalla corte dei miracoli fuori alla porta di Renzi o Bersani, invece, non c'è che da pretendere una cosa: sparite.

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Verso un asse Atene-Mosca? No a nuove sanzioni a Mosca, l’Ue proroga quelle già decise

E’ stata una riunione più movimentata del previsto quella che ieri hanno tenuto a Bruxelles i ministri degli Esteri dei Ventotto paesi aderenti all’Unione Europea: all’ordine del giorno c’era la decisione di una nuova ondata di sanzioni da comminare alla Russia che avrebbero dovuto aggiungersi a quelle già pesantissime imposte finora.

Ma la decisione di indurire lo scontro con Mosca, data per scontata all’inizio della settimana, alla fine non ha prevalso. Uno smacco per la responsabile europea alla politica estera, Federica Mogherini, che aveva annunciato la “decisione unanime” da parte dei membri dell’Ue rispetto al varo di nuove sanzioni provocando la reazione dell’appena insediato governo ellenico scaturito dalla vittoria di Syriza alle elezioni di domenica.

I portavoce del governo Tsipras avevano fatto subito notare che la decisione non era affatto unanime visto che nessuno aveva consultato Atene. Poi, qualche ora dopo, il ministro ellenico delle Finanze, Yanis Varoufakis, aveva affermato che il suo governo non aveva protestato contro la decisione in se stessa, ma contro la procedura di silenzio-assenso usata per adottarla. Così come la Mogherini, anche il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, ha dato per scontata l'approvazione di Atene senza neanche fare una telefonata al nuovo premier in pectore.

Solo un problema di orgoglio nazionale e di metodo, dunque? Non sembra proprio, visto che una delle prime dichiarazioni diffuse dall’esecutivo di Atene recitava: “La Grecia non dà il suo consenso” al comunicato del Consiglio europeo in cui l’organo comunitario chiedeva ai ministri dei singoli stati “di valutare la situazione e di considerare ogni azione appropriata, in particolare riguardo a ulteriori misure restrittive”.

Alla fine alla riunione di ieri, la linea di imporre nuove sanzioni nei confronti dell’economia russa comunque non è passata. Nuove sanzioni avrebbero richiesto l’accordo unanime di tutti e 28 i rappresentanti degli stati membri, e piuttosto che rischiare che Atene opponesse il veto evidentemente si è deciso di rinunciare.

I partner hanno comunque convenuto sulla proroga di altri sei mesi delle misure già varate nell’ultimo anno, che hanno avuto non solo un effetto negativo sull’economia russa ma anche un effetto boomerang su alcuni importanti settori produttivi di alcuni dei paesi europei le cui esportazioni verso Mosca sono state bloccate o ridotte.

"Credo sia importante che il Consiglio si sia concluso in modo unitario, e non era scontato visto che c'erano legittime posizioni diversificate" ha affermato il ministro degli Esteri italiano, Paolo Gentiloni, rivendicando in qualche modo la scelta in controtendenza rispetto agli annunci e alle attese della vigilia. "L'Italia - ha spiegato Gentiloni - avrebbe considerato prematuro prendere decisioni circa nuove sanzioni in altri settori economici, e quindi prendiamo atto con soddisfazione delle conclusioni del Consiglio” che ha deciso la proroga fino a settembre delle sanzioni già decise a marzo del 2014. C'è stata poi "la decisione di affidare ai servizi della Commissione europea una proposta di inserire nuovi individui nella lista" delle misure restrittive, proposta che sarà discussa nel prossimo Consiglio degli esteri il 9 febbraio.

Commentando la situazione nel Donbass l’inquilino della Farnesina ha affermato che "Il senso delle conclusioni unitarie del Consiglio è la condanna molto forte delle iniziative aggressive dei separatisti, con l'invito fermo alla Russia a esercitare la sua influenza sui separatisti, a non sostenerli e a rispettare i Protocolli di Minsk". C'è poi la "segnalazione del fatto che di fronte a un eventuale ulteriore aggravarsi della situazione l'Ue è pronta ad adottare eventuali altre iniziative". Sul terreno, ha ricordato Gentiloni, "c'è stato l'aggravarsi della situazione in alcune aree delle regioni orientali dell'Ucraina, con gravissimi episodi come il bombardamento a Mariupol che ha fatto più di 30 vittime civili. La situazione resta molto tesa in alcune aree, e ci sono state anche dichiarazioni molto allarmanti, soprattutto da parte del presidente della cosiddetta 'Repubblica autonoma di Donetsk', Aleksandr Zakharcenko, sull'intenzione di conquistare Mariupol e creare un corridoio di terra fra Donetsk e la stessa Mariupol".

Nessun riferimento, negli interventi di Gentiloni, alle vittime dei bombardamenti ucraini sulle città del Donbass o delle stragi che hanno falciato decine di civili inermi a Donetsk nelle ultime settimane. Solo una riconferma del proprio giudizio unilaterale sulla crisi scoppiata in Ucraina dopo il sostegno Ue e Nato al golpe nazionalista e antirusso andato in scena a Kiev nel febbraio dell’anno scorso. “L'Europa continuerà a stare dalla parte dell'Ucraina, e lo ha confermato in modo chiarissimo anche chiedendo al governo ucraino di andare avanti col programma di riforme", ha concluso l’esponente del PD.

Al di là delle affermazioni concilianti e rassicuranti di Gentiloni, già prima del cambio di governo ad Atene le differenze di valutazione tra i diversi partner europei sulla guerra commerciale in atto con Mosca non erano unanimi. Ed ora la diversa posizione del governo Tsipras rispetto al prono Samaras potrebbe ulteriormente cambiare gli equilibri interni al fronte europeo facilitando gli 'aperturisti'.

Il ministro degli Esteri greco, Nikos Kotzias, si è espresso più volte in passato contro le sanzioni alla Russia, definendo l'Unione Europea “un impero idiosincratico sotto il dominio della Germania“. E dopo il giuramento Kotzias ha annunciato pubblicamente che Atene non avrebbe sostenuto la decisione di spiccare altre sanzioni contro Mosca dopo che lunedì il neo premier Alexis Tsipras aveva ricevuto l'ambasciatore russo Andrei Maslov.

Cambio di rotta confermato alla riunione di giovedì a Bruxelles dopo la quale il ministro degli Esteri di Atene ha cantato vittoria affermando che «è stata scelta la strada del dialogo» con Mosca e che quindi Atene non ha dovuto opporre il veto. Una posizione interlocutoria, per ora, quella scelta da Tsipras, che però non è sfuggita a Mosca che si è detta disponibile a fornire aiuti finanziari alla Grecia. Una apertura virtuale, finora, per stessa ammissione del ministro delle Finanze russo Anton Siluanov, secondo il quale in merito non è giunta ancora alcuna richiesta ufficiale. D’altronde l’economia russa, a causa delle sanzioni ma soprattutto del crollo del prezzo degli idrocarburi, non è certo florida. Ma per rompere il crescente isolamento da parte di Ue e Nato, Mosca potrebbe decidere di stringere legami più stretti con la Grecia, tradizionale partner in nome della comune fede ortodossa e del sostegno russo all’indipendenza di Atene contro il dominio ottomano. La Grecia non ha ancora avanzato alcuna richiesta, ha precisato il ministro russo in una intervista alla Cnbc, ma «se lo facesse lo prenderemmo sicuramente in considerazione».

Ora negli ambienti dominanti europei – e non solo – in molti si chiedono fino a dove possa spingersi il nuovo esecutivo ellenico in fatto di rapporti con la Russia. Già a maggio – dopo il golpe a Kiev, l’annessione della Crimea alla Russia e l’inizio dello scontro duro con la Ue – il segretario di Syriza si recò a Mosca per incontrare alcuni esponenti dell’esecutivo russo, con i quali discusse di possibili piani di cooperazione dopo una eventuale vittoria elettorale. Poco prima del viaggio a Mosca, Tsipras si era già distinto dal coro europeo affermando che «uno degli errori prin­ci­pali della poli­tica estera con­dotta dall’Unione Euro­pea è stato quello di aver espresso soste­gno al nuovo governo ucraino, che ha al suo interno forze neo­fa­sci­ste. Il ruolo della Rus­sia non è stato certo posi­tivo e in accordo con il diritto inter­na­zio­nale, ma l’Europa deve cer­care ora una solu­zione di pace e cooperazione». Poi, a settembre, gli europarlamentari di Syriza a Strasburgo avevano votato contro l’Accordo di Associazione tra Ucraina e Bruxelles.

Il nuovo ministro della Difesa e leader dei Greci Indipendenti, Panos Kammenos, ha un atteggiamento assai più entusiastico rispetto ai colleghi di Syriza nei confronti della Russia. Il 15 gennaio scorso è volato a Mosca per incontrare il capo della commissione Esteri della Duma, Aleksei Pushkov, assicurando ai colleghi russi che “Anel è pronta a creare un ampio gruppo di forze politiche dei paesi dell’Europa meridionale, le cui economie sono state danneggiate dalle sanzioni Ue contro la Russia”.

La decisione del governo Tsipras in merito a nuove sanzioni contro la Russia sembra abbia ricevuto il plauso non solo da parte della destra nazionalista di Panos Kammenos ma anche dei neonazisti di Alba Dorata, secondo i quali gli interessi geopolitici greci sono contrari alle sanzioni alla Russia. E anche i comunisti del KKE, che lo riconoscano o meno, non sono certo scontenti per la mossa del governo Tsipras.

D’altronde i contadini greci a causa del blocco delle esportazioni di olio d’oliva e frutta verso la Russia hanno già perso mezzo miliardo di euro.

Probabilmente quanto scrive Foreign Policy – «Putin è il grande vincitore delle elezioni greche» – è frutto di una campagna allarmistica in cui si sono lanciati numerosi media ellenici e internazionali. Vedremo nelle prossime settimane e nei prossimi mesi se e quanto Syriza vorrà e saprà cambiare la politica estera dei suoi predecessori.

Se fino al 2013 Tsipras sosteneva la necessità di uscire dalla Nato e la chiusura della base navale statunitense sull’isola di Creta, man mano che diventava più concreta la possibilità di una vittoria elettorale le posizioni di Syriza si sono ammorbidite. In piena campagna elettorale, il 14 gennaio scorso, anche molti militanti del partito hanno sobbalzato sulla sedia quando il loro leader ha chiarito che non intende rompere con la Nato, in quanto «non nell’interesse del paese», e che la Grecia rispetterà gli accordi internazionali con l’Alleanza Atlantica e con l’Unione Europea.

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Inizio a pensare che Tsipras non la racconti giusta a nessuno. I tempi - stretti - s'incaricheranno di mostrare se il suo è il piglio da statista o mediocre sprovveduto.

Il triste tramonto di un modello: il welfare svedese tra precarizzazione e lotte

Il testo che segue racconta l’esperienza vincente di lotta delle infermiere e degli infermieri che in varie città della Svezia si sono organizzati contro la riforma dei contratti del 2013. Peggiorando le condizioni di lavoro e salariali e mettendo così a repentaglio la salute dei pazienti, questa riforma è il segno che la precarizzazione si fa strada anche in uno dei paesi che, nell’immaginario politico collettivo, continua a essere rappresentato come uno dei più avanzati sistemi di welfare al mondo. Gli autori del testo fanno parte del collettivo che ha raccolto l’appello delle infermiere, Allt åt Alla (letteralmente «tutto per tutti»). Allt åt Alla fa parte del Coordinamento Internazionale di Blockupy e questo testo rappresenta un primo contributo al dibattito sullo sciopero sociale e transnazionale a partire dal workshop tenutosi a Francoforte durante il Blockupy festival.

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Il 23 gennaio 2013 più di 30 infermiere (donne, ma anche uomini) dell’unità «terapia intensiva per bambini» di Lund (BIVA) si sono licenziate collettivamente per protestare contro le restrizioni introdotte nei loro contratti. Sono rimaste unite quando il vento ha soffiato contro, travolte dalla solidarietà proveniente anche dall’esterno, tutto attraverso la loro lotta. Due mesi dopo, hanno vinto. Region Skåne  [l’organizzazione responsabile della salute pubblica nella regione di Skåne] è stata costretta a recedere, e loro hanno potuto mantenere i vecchi contratti. La resistenza paga.

Da subito, Allt åt alla ha creato una pagina Facebook per chiunque volesse esprimere il proprio sostegno per la loro campagna. In pochi giorni la pagina ha raccolto migliaia di follower, e si è sviluppato rapidamente qualcosa di molto più grande di quanto ci aspettassimo all’inizio. Oltre alle immagini e alle testimonianze da parte dei genitori dei bambini con malformazioni cardiache, e da parte dei lavoratori del settore sanitario che hanno voluto esprimere il proprio supporto – la nostra casella di posta ha iniziato a riempirsi di storie provenienti dai corridoi degli ospedali di tutto il Paese. I contributi e le storie erano distribuiti su larga scala, e hanno ottenuto un gran riscontro da parte di chi aveva condiviso le esperienze raccontate. Nella sezione commenti, le discussioni riguardavano il significato dei ricorrenti «miglioramenti nell’efficienza» (cioè la riduzione del personale infermieristico, ma con lo stesso numero di pazienti) e i livelli salariali nei diversi posti di lavoro. Sempre più la pagina si è trasformata in una comunità aperta, una fonte di conoscenza e un luogo di mobilitazione.

Il 16 marzo dello stesso anno, migliaia di persone intorno a Skåne hanno protestato contro i tagli alla sanità pubblica. Region Skåne ha indetto immediatamente una conferenza stampa. Avevano visto che a Lund un manifestante aveva portato una sarcastica mascotte di carta che rappresentava il direttore regionale Jonas Rastad, detto «siluro della sanità». Erano furiosi. Invece non erano stati turbati per niente dai 640 impiegati mancanti all’università di Skåne, dopo il blocco delle assunzioni iniziato nel 2012, né per tutti i casi che erano stati riportati, in cui la carenza di posti letto in ospedale era stata la causa diretta o indiretta della morte del paziente.

Nel 2013 uno degli obiettivi di Region Skåne era la chiusura di un’unità di chirurgia a Landskrona, ovvero: gettare nel caos un altro istituto funzionante. In questo caso, sono stati gli stessi lavoratori, con grande sostegno da parte del pubblico, a organizzare delle grandi manifestazioni, mettendo sotto pressione i media e i politici. Alla fine, la decisione è stata ritirata e hanno vinto. L’unità di chirurgia di Landskrona è ancora attiva.

Dopo la vittoria delle infermiere di Lund, una di loro ha commentato al notiziario televisivo regionale Sydnytt che «fa star bene aver fatto quella battaglia». Loro hanno iniziato questa battaglia per se stesse, per le loro future colleghe, per i pazienti e le loro famiglie. Hanno iniziato una battaglia per tutti noi, e allo stesso tempo hanno chiaramente mostrato che il mantenere una linea dura paga.

Ci sono alcune lezioni che possiamo trarre da questi eventi.

In primo luogo, diversamente da ciò che fanno generalmente i partiti di sinistra, noi non abbiamo cercato di impadronirci di queste lotte. Abbiamo iniziato con quello che eravamo – rivoluzionari, comunisti – e abbiamo lasciato che le infermiere coinvolte nella lotta visionassero i protocolli dei nostri incontri, in cui avevamo discusso le nostre strategie. Questo ha creato fiducia. Non abbiamo nascosto le nostre intenzioni né le nostre opinioni. Abbiamo portato loro la nostra solidarietà e il nostro aiuto sulle questioni pratiche: stampare poster e altro materiale di propaganda, organizzare la manifestazione, confezionare le bandiere e i cartelli per i picchetti, rendere i nostri luoghi d’incontro fruibili per loro, e così via. In secondo luogo, il gruppo Facebook continua ad avere successo, anche se non con lo stesso slancio. Alcune infermiere coinvolte in questa lotta sono più tardi confluite nel neonato «Partito della sanità», che a noi pare politicamente un vicolo cieco.

Infine, l’intervento in lotte come queste è logico nella misura in cui si tratta di qualcosa che ci riguarda tutti. Tutti noi abbiamo bisogno della sanità. D’altra parte in seguito, quando alcuni nostri compagni sono stati attaccati dai nazi e noi eravamo impegnati nell’organizzazione della più grande manifestazione antifascista di sempre nella nostra città, alcune infermiere ci hanno espresso la loro solidarietà in vari modi. Per noi si è trattato di costruire connessioni e accumulare esperienza, un esempio pratico di uno dei nostri principi fondamentali: come organizzazione dobbiamo prendere parte nelle lotte che uniscono la classe operaia e la fanno avanzare.

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Lezioni che tutti i ribassisti - di se stessi e della vita - dovrebbero imparare.