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giovedì 31 dicembre 2015

Buon anno, invincibili!

Si deve guardare con occhio asciutto e freddezza al presente e al futuro per capire cosa è necessario fare. Perchè diventi anche possibile. Qualsiasi tentativo di "cambiare il mondo" ignorandone i fondamenti non può che andare a sbattere contro il muro del potere. Capitalistico.

Ma cambiare tutto, rivoluzionare tutto, si deve. Altrimenti non ce n'è più per nessuno.

Le parole che seguono, scritte da Bertolt Brecht, non vanno infatti lette solo come resistenza "ideologica" in un mondo che andava in tutt'altra direzione. Era il 1934, Hitler aveva appena trionfato, la classe operaia tedesca si era arresa e omologata dopo un decennio di insurrezioni locali, anche per questo tutte fallite. La notte più nera era scesa sull'Europa, e gli anni successivi sarebbe andata anche peggio.

Fino alla svolta di Stalingrado.

Oggi, sul piano politico, sembra di essere tornati a quel punto. Parlare di comunismo o socialismo appare una follia romantica di pochi, per lo più ridotti volontariamente al ruolo testimoniale.

Eppure non c'è aspetto del presente che non ci mostri per intero la crisi fenomenale del modo di produzione che si descrive ancora come "il migliore dei mondi possibili". Vogliamo parlare del nono anno di crisi globale che si apre domani? O dell'avanzare inarrestabile dei mutamenti climatici? Oppure ancora delle decine di guerre apparentemente locali che ormai circondano e in qualche caso attraversano l'Europa? Vogliamo parlare delle nuove generazioni che non hanno mai conosciuto "la crescita" e che vengono avviate a una condizione che sarà certamente - per la prima volta nella storia moderna - peggiore di quella dei padri?

Questi segni fanno ricomparire con la forza dei movimenti tettonici la necessità di rompere e superare lo stato delle cose presenti. Come la scritta sul muro della prigione, quella è una forza invincibile, continuamente rigenerata anche indipendentemente dalla volontà soggettiva di qualcuno.

Vedere e studiare questi segni, star dentro il conflitto sociale come lievito nella farina, fa diventare invincibile quella parte di umanità che vede nell'altro qualcosa di più e di diverso da una "risorsa umana" da sfruttare.

Domani inizia il 2016. Quella scritta si rigenera per vie sempre diverse. Fin quando quel muro starà in piedi.

Buon anno e buone lotte, invincibili!

*****

La scritta invincibile

Al tempo della guerra mondiale
in una cella del carcere italiano di San Carlo
pieno di soldati arrestati, di ubriachi e di ladri,
un soldato socialista incise sul muro col lapis copiativo:
viva Lenin!

Su, in alto, nella cella semibuia, appena visibile, ma
scritto in maiuscole enormi.
Quando i secondini videro, mandarono un imbianchino con un secchio di calce
e quello, con un lungo pennello, imbiancò la scritta minacciosa.
Ma siccome, con la sua calce, aveva seguito soltanto i caratteri
ora c’è scritto nella cella, in bianco:
viva Lenin!

Soltanto un secondo imbianchino coprì il tutto con più largo pennello
sì che per lunghe ore non si vide più nulla. Ma al mattino,
quando la calce fu asciutta, ricomparve la scritta:
viva Lenin!

Allora i secondini mandarono contro la scritta un muratore armato di coltello.
E quello raschiò una lettera dopo l’altra, per un’ora buona.
E quand’ebbe finito, c’era nella cella, ormai senza colore
ma incisa a fondo nel muro, la scritta invincibile:
viva Lenin!

E ora levate il muro! Disse il soldato.”

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martedì 29 dicembre 2015

Disoccupati Alitalia. Risposta a G. Stella

Lettera aperta a Gianantonio Stella in risposta all'articolo “Cassaintegrazione extralusso per Piloti e Hostess” apparso sul Corriere della Sera il 24 dicembre 2015

Gentile Dott. Stella,

La vigilia di Natale i Piloti e gli Assistenti di Volo hanno trovato sotto l’albero un suo nuovo articolo di forte denuncia contro il trattamento di evidente vantaggio delle cassaintegrazioni e mobilità percepite, alimentate da una tassa sui biglietti aerei a carico della collettività, appena rinnovata nella legge di stabilità seppur con aliquota ridotta rispetto agli anni passati.

Dato che ho dovuto usufruire di questo trattamento per anni, posso essere d'accordo nel ritenermi fortunato rispetto ad altri lavoratori, ma c'è qualcosa che non torna proprio nel suo ragionamento.

Per prima cosa, devo segnalarle che c'è un grossolano errore nel suo articolo perché il trattamento integrativo, da lei definito come “extralusso”, non è riservato solo a quei privilegiati dei Piloti e degli Assistenti di Volo, ma a tutto il personale del trasporto aereo: dallo staff agli impiegati di scalo, dagli operai, ai tecnici specializzati e i manutentori aeronautici. Tutte insieme formano quelle circa 12.000 (dodicimila) persone che sono state obbligate a usufruire degli ammortizzatori sociali perché licenziati o perché coinvolti in pesanti ristrutturazioni aziendali, praticamente quasi un lavoratore su cinque.

Oltre ad aspettare la doverosa rettifica da parte sua, mi auguro che questa dimensione faccia comprendere la portata e la trasversalità del fenomeno che ha impattato su tutto il personale del settore e non solo su una categoria disegnata – da lei – come privilegiata.

In seconda battuta, dare in pasto alla pubblica opinione questi lavoratori come se fossero una casta che si fa le vacanze a spese del povero contribuente è qualcosa che non solo è molto lontano dalla realtà delle cose, ma è un'offesa a una storia dolorosa che merita maggiore attenzione se non rispetto.

Qui stiamo parlando di gente che nel 99% dei casi non ha avuto scelta, lavoratori che hanno perso il proprio posto di lavoro o lo stanno difendendo tra mille difficoltà, professionalità elevate “gettate nel cesso”, vittime sacrificali di un sistema complessivo che ha prodotto danni enormi per loro e per tutto il paese.

Da una parte, i governi che si sono succeduti hanno abdicato da almeno 15 anni ad avere un propria politica di sistema di un presidio strategico per un Paese come il nostro, lasciando spazio alla più sfrenata liberalizzazione del mercato e omettendo persino di imporre regole uguali per tutti gli operatori. Non sappiamo se è stata una vera e propria scelta piuttosto che una resa; fatto sta che altri paesi europei si sono visti bene dall'aprire il loro mercato in questo modo così ampio e sregolato (siamo arrivati ad avere il 70% del mercato controllato da interessi al di fuori dei nostri confini). Basta dare uno sguardo a cosa sta accadendo in queste settimane all'aeroporto di Cagliari con RyanAir per capire bene cosa sto dicendo.

Il risultato finale è che il personale delle compagnie aeree e degli aeroporti di questi paesi, pur non passandosela benissimo, lavora, mentre quello delle aziende italiane, uno su cinque, non più.

Dall'altra parte, ci troviamo davanti la miseria industriale del settore composta da manager e da imprenditori che, risparmiandoci aggettivazioni assai più crude, possiamo solo dire che non sono stati minimamente all'altezza della situazione.

Come potrei definire altrimenti la sequela di piani industriali disastrosi basati spesso sulla logica perdente dell'abbattimento dei costi piuttosto che l'aumento dei ricavi; oppure gli appalti e la cessione di attività a terzi, comprese aziende controllate o addirittura compagnie straniere, mentre si metteva i propri dipendenti in cassaintegrazione e mobilità; per non parlare dei fallimenti di compagnie e aziende uno dietro l'altro, compreso di quelle in cui il costo del lavoro era quasi il più basso d'Europa.

Queste non solo questioni di cattiva gestione aziendale, ma è roba su cui sono in corso indagini da parte di diverse Procure mentre è arrivata a settembre la sentenza di condanna in primo grado degli amministratori delegati di Alitalia per dissipazione del patrimonio aziendale a quasi 10 anni di distanza dai fatti.

Quindi, a mio modesto avviso, denunciare scandalizzati come sono trattati questi lavoratori omettendo di spiegare i motivi per i quali si è arrivati a questa situazione suona come il dottore che misura la febbre senza accorgersi della polmonite che corrode l'organismo del paziente.

Il vero scandalo non è quanto prende un pilota o un impiegato o un tecnico quando viene messo in cassaintegrazione o in mobilità, piuttosto per quale oscuro motivo, proprio in virtù del costo economico a carico della collettività che lei denuncia in modo così vigoroso, non si sia impedito che ciò accadesse. Anzi, come tutto questo faccia apparire questa situazione come una precisa quanto nefasta scelta strategica per tamponare – se non per agevolare – gli effetti della decisione di non decidere. Anche perché, tuttora, non si fa praticamente nulla per recuperare al proprio lavoro queste persone nel più breve tempo possibile in un settore che non ha mai conosciuto una vera e propria crisi di produzione e che cresce a botte del 6% negli ultimi due anni.

Se cercava uno scandalo per allietare il Natale dei propri affezionati lettori, questo avrebbe avuto uno spessore davvero maggiore anche se andava a disturbare quei manovratori finora lasciati indisturbati.

Eppure tutto quanto sopra è stato ripetutamente denunciato agli organi di stampa negli ultimi anni ed è stata persino inviata la quinta richiesta d'intervento su questo situazione a tutte le istituzioni del Paese.

Perché nessuno dei piloti o degli assistenti di volo gode di vitalizi dorati; da pochi mesi già migliaia di licenziati da Alitalia Lai hanno perso non solo il lavoro ma anche qualsiasi tipo di reddito.

La speranza è sempre l'ultima a morire, ma sappiamo che una opera di questo genere è assai più impegnativa che la semplice caccia al privilegiato.

Per ultimo una considerazione rispetto agli utenti del trasporto aereo che sono i destinatari della sua denuncia.

La tassa dei 2,50€ a biglietto (3,00 fino al 31 dicembre) vale molto meno della diminuzione delle tariffe permessa dalla liberalizzazione selvaggia, dalla precarizzazione imperante del lavoro nel settore, dai licenziamenti massicci di personale spesso colpevole di essere solo più anziano e tutelato, pertanto come utenti non hanno molto di cui lamentarsi.

Come cittadini, invece, si dovrebbero chiedere se questo disastro porterà loro e il paese in cui vivono da qualche parte. Ma questa è un'altra storia.

Concludo invitandola a un confronto aperto sullo stato del settore e sulle richieste di invertire la rotta, sul bisogno di ricollocare le persone al lavoro e interrompere il ciclo vizioso delle espulsioni.

Proprio perché tutto questo non accada mai più; seppur con visioni diverse, su questo tema potremmo trovarci d'accordo.

28 dicembre 2015

Francesco Staccioli

Disoccupato Alitalia e sindacalista USB

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Spagna e Catalogna, trattative in stallo. Si torna alle urne?

Non sembra aprirsi alcuno spiraglio per la formazione del governo di Madrid dopo le elezioni legislative del 20 dicembre scorso contrassegnate dalla fine del bipartitismo e dall'affermazione di due nuove formazioni, Podemos e Ciudadanos.

Il premier uscente spagnolo Mariano Rajoy, a capo di un Partido Popular arrivato primo ma senza maggioranza (il PP si è fermato al 28%), ha avviato un secondo giro di colloqui con i leader dei due partiti emergenti, Pablo Iglesias e Albert Rivera, nel tentativo di formare un molto ipotetico nuovo governo. Ma Iglesias gli ha confermato il 'no' secco ad ogni ipotesi di investitura di un esecutivo guidato dalla destra postfranchista. E Rivera non è andato oltre una eventuale astensione a un governo di minoranza Rajoy che però potrebbe reggere solo se i socialisti adotteranno la stessa posizione.

Il leader del Psoe Pedro Sanchez, che giovedì scorso ha visto Rajoy, lo ha però già escluso. Ma all'interno del Partito Socialista traballa la poltrona di Sanchez – che Iglesias ha accusato di "fare teatro" – contestato dai baroni territoriali guidati dalla potente Susana Diaz, presidente dell'Andalusia, contrari ad una alleanza con Podemos, che chiedono un congresso a fine febbraio che potrebbe dare a Diaz la guida del partito.

La situazione appare per ora completamente bloccata. Il Pp nel Congresso ha 124 deputati su 350, il Psoe solo 90, Podemos e le liste catalane, galiziane e valenzane formate da questo movimento e partiti locali di sinistra e centrosinistra in totale 69, Ciudadanos 40. Gli altri 27 seggi sono divisi tra Iu, gli indipendentisti catalani moderati, i nazionalisti e gli indipendentisti baschi, i regionalisti delle Canarie.

Anche un governo formato da Psoe e Podemos – al di là dell'opposizione frontale di una quota consistente del partito di Sanchez – con l'appoggio di alcune formazioni indipendentiste sembra davvero improbabile. Intanto perché rimarrebbe sotto la quota minima dei 176 deputati – la maggioranza degli eletti alle Cortes – e inoltre perché i liberisti e nazionalisti spagnoli di Ciudadanos hanno detto che voterebbero contro un governo con Iglesias. Anche Podemos ha posto come condizione per il sostegno al Psoe l'indizione di un referendum sull'indipendenza della Catalogna che i socialisti non vogliono affatto. E che anche gli indipendentisti catalani, da posizioni opposte, contestano, visto che se un governo a Madrid volesse aprire veramente la strada ad una separazione consensuale con Barcellona – al di là della propaganda – dovrebbe avere la volontà e la forza di cambiare gli articoli della costituzione che tutelano la cosiddetta 'integrità territoriale' del Regno di Spagna.

Intanto anche la Catalogna è sempre senza governo a tre mesi dalle regionali del 27 settembre. Le due liste indipendentiste del liberalnazionalista Artur Mas (Junts pel Si, formata da Cdc ed Erc, 67 seggi su 135) e della Cup (anticapitalisti, 10 seggi) hanno una teorica maggioranza assoluta nel parlamento di Barcellona. Ma finora la Cup ha respinto la proposta da parte di Junts pel Si di formare un esecutivo guidato dal Artur Mas, che però insiste. Dopo mesi di proposte e contropoposte – la Cup sarebbe disponibile a sostenere un governo di Junts pel Si guidato da un esponente meno compromesso con le politiche di austerity e autoritarie portate avanti nella scorsa legislatura dal leader di Convergenza Democratica – domenica scorsa una maxiassemblea convocata dalla Cup a Sabadell non è riuscita a dirimere la questione.

Dopo un dibattito durato circa 10 ore i circa 3100 delegati si sono spaccati esattamente a metà sul sostegno a Mas: 1515 a favore e 1515 contrari, pochi gli astenuti. La decisione è stata quindi rinviata alla riunione del gruppo dirigente della Cup – e di altri movimenti di sinistra radicale confluiti nella lista degli indipendentisti anticapitalisti alle scorse regionali – prevista per il prossimo 2 gennaio. Alla quale potrebbe seguire una nuova assemblea generale dei militanti della Cup nei giorni seguenti, prima che il 9 gennaio il Parlament venga sciolto in mancanza di un presidente e si torni a votare.

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In pensione ancora più tardi, anche se crollano le "aspettative di vita"

Tra gli auguri di buon anno, non poteva mancare l'arrivo di un altro “scalino” pensionistico. Pubblichiamo qui di seguito l'analisi dettagliata di Davide Grasso, pubblicata nel sito de “Il sindacato è un'altra cosa” (la componente di opposizione interna alla Cgil), che dà conto di tutti i dettagli “tecnici”.

Noi vorremmo però indirizzare l'attenzione dei lettori sulla contraddizione che comincia a diventare palese tra le ragioni addotte per “riformare le pensioni” dai vari governi criminali degli ultimi decenni e la dinamica reale degli andamenti demografici.

Come abbiamo sentito dire per anni, le “riforme” pensionistiche erano scelte obbligate per “adeguare l'età pensionabile alle aspettative di vita”. Formula infame, certamente, ma dall'apparenza innocente. Che c'è di male, in astratto (ma solo in astratto), a far lavorare qualche anno di più una popolazione che vede continuamente allungarsi nel tempo il momento del trapasso?

Le argomentazioni a contrasto sono state molte, e tutte serie (dai lavori cosiddetti “usuranti” alle pure constatazioni empiriche: come fa una maestra a fare lezione, o un muratore a camminare sui ponteggi, fino a 67 anni?). Ma non hanno spostato di una virgola i programmi dei governi (dalla “riforma Dini” del 1996 a quella “Boeri” in via di progettazione: tremate!).

Il principio basilare restava infatti quello contabile (se la gente vive più a lungo, “non possiamo pagare pensioni per un numero indefinito di anni”), perché le “aspettative di vita” effettivamente continuavano ad aumentare. E chissenefrega se a un quasi settantenne non si può chiedere la stessa efficienza lavorativa di un cinquantenne (a meno di non svolgere professioni esclusivamente intellettuali: giornalista, professore universitario, parlamentare, ecc).

Le ragioni di quell'aumento sono state più volte analizzate: un orario di lavoro limitato a otto ore, la sicurezza del posto (con tutele contro i licenziamenti, ferie, riposi, diritto a periodi di malattia o maternità, ecc), una sanità pubblica efficiente e semigratuita, un'istruzione altrettanto pubblica e semigratuita (che permetteva il funzionamento dell'”ascensore sociale”, verso mestieri meno stressanti sul piano fisico), e infine un'età pensionabile umana (mediamente intorno ai 57 anni, invece dei 67 che vanno a regime dal 1 gennaio).

Tutte queste condizioni favorevoli all'allungamento della vita sono state cancellate più o meno radicalmente (sanità e istruzione sopravvivono con molte difficoltà, ma l'attacco finale contro di esse non è stato ancora sferrato), e i risultati concreti si cominciano a vedere: nel 2015 ci sono stati 68.000 morti in più rispetto al 2014, + 11,3%.

I cambiamenti nei processi demografici sono in genere molto lenti, a meno di eventi socialmente catastrofici come le guerre. Quindi la percezione che se ne ha a livello di common people è ritardata, ossia, prima ci devono essere i mutamenti e poi ci si rende conto di quanto è ormai avvenuto.

In questo caso, però, abbiamo la possibilità di verificare in tempi abbastanza rapidi quel che sta avvenendo. Quel +11,3% del 2015 è un aumento che non si vedeva dagli anni in cui erano in corso due guerre mondiali anche sul nostro territorio. La stretta operata già ora sulle condizioni di vita e di lavoro della popolazione è insomma tale da produrre gli effetti tipici di una guerra. Ossia un abbassamento delle aspettative di vita.

Se, com'è prevedibile, questo andamento si confermerà anche nei prossimi due-tre anni (con ulteriori accelerazioni), tutti gli elementi che concorrono a produrre l'apposito “indice” subiranno variazioni negative tali da rendere impossibile continuare nella cantilena padronale sull'”adeguamento dell'età pensionabile, ecc”. Resteranno a quel punto solo i brutali criteri contabili: inumani.

Secondo noi non c'è nessuna ragione di attendere che qualche centinaio di migliaia di persone scendano prematuramente nella tomba per cominciarsi ad incazzare. Si può fare anche subito. Esempi e numeri non mancano. Basta smettere di attendere che le cose migliorino per volontà divina. Come si è visto in questi anni, ogni messaggio “ottimistico” sparso da governo e media è solo oppio per invitare alla calma ed avere “fiducia”.

Quel tempo è durato anche troppo e deve finire. Altrimenti ne va della nostra vita... (qualsiasi età abbiate, lettori!)

*****

Pensioni, scatta la stretta. Così si andrà in pensione nel 2016

di Davide Grasso

Con lo slittamento del capitolo sulla flessibilità in uscita dal 1° gennaio del prossimo anno si dovrà lavorare 4 mesi in più. Per le donne l’incremento sarà di quasi di due anni.

Con il rinvio della flessibilità in uscita dal prossimo anno si dovrà lavorare di più. Ben 4 mesi in più, a causa dell’aspettativa di vita. E dal 2019 si dovrà mettere in conto un ulteriore scatto che attualmente, secondo lo scenario demografico dell’Istat, sarà di nuovo pari a 4 o 5 mesi. Poche le novità contenute nella legge di stabilità che in realtà rispondono più che altro a questioni emergenziali piuttosto che ad un disegno organico di revisione della Legge Fornero da molti richiesto. Vediamo dunque di riassumere i cambiamenti in arrivo dal 1° gennaio 2016.

P. Anticipata. Dal prossimo anno, e sino al 2018, i requisiti contributi per la pensione anticipata salgono a 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e a 41 anni e 10 mesi di contributi per donne pari, rispettivamente, a 2227 settimane e a 2175 settimane di versamenti (per coloro che hanno la contribuzione espressa in settimane). Si potrà continuare ad uscire indipendentemente dall’età anagrafica, cioè anche prima dei 62 anni, senza incorrere nella penalizzazione dato che, grazie alla legge 190/2014, è stata congelata sino al 2017.

Vecchiaia. Per la pensione di vecchiaia, fermo restando il minimo di 20 anni di contributi (15 anni per i lavoratori cd. quindicenni), i requisiti restano differenti per le donne del settore privato rispetto agli uomini e alle donne del settore pubblico. Gli uomini, dipendenti o lavoratori autonomi, dovranno raggiungere i 66 anni e 7 mesi di età. Lo stesso requisito è fissato per le donne del pubblico impiego. Per le lavoratrici del settore privato l’aumento sarà più elevato in quanto l’effetto della speranza di vita si cumula con il graduale innalzamento dell’età per la vecchiaia che, entro il 2018, dovrà assicurare la totale parificazione con i requisiti vigenti per gli uomini. Per le dipendenti del settore privato serviranno quindi 65 anni e 7 mesi (contro i 63 anni e 9 mesi attuali), per le autonome 66 anni e un mese (contro i 64 anni e 9 mesi attuali).

L’unica novità è per le donne che vedranno allungarsi di un anno la possibilità di accesso all’opzione donna: con la legge di stabilità 2016 il Governo consentirà a quelle lavoratrici che hanno raggiunto i 57 anni e 3 mesi di età (58 anni e 3 mesi le autonome) entro il 31 dicembre 2015 di optare per la pensione contributiva anche se la decorrenza del trattamento avverrà successivamente al 2015 (restano infatti in vigore per questa forma di pensionamento le finestre mobili di 12 o 18 mesi). Ma a parte questa novità che potrà interessare alcune migliaia di lavoratrici il canale di uscita si chiuderà comunque il 31 dicembre 2015 salvo residuino risorse per  una proroga del regime. C’è poi la settima salvaguardia anch’essa prevista con la legge di stabilità che consentirà a 26.300 lavoratori di prepensionarsi rispetto alle regole Fornero.


Usuranti. Novità anche per i lavori usuranti. Com’è noto nei loro confronti si applica ancora il previgente sistema delle quote di cui alla Tabella B allegata alla legge 23 agosto 2004, n. 243. Ebbene dal 2016 dovranno perfezionare 61 anni e 7 mesi di età anagrafica con il contestuale raggiungimento del quorum 97,6 con un minimo di 35 anni di contributi. Anche se per la liquidazione del primo rateo dovranno attendere sempre uno slittamento di 12 mesi per via delle cd. finestre mobili. Va peggio per i notturni con un numero di notti lavorate inferiore a 77 anni: dovranno perfezionare 62 anni e 7 mesi di età unitamente ad un quorum pari a 98,6; mentre se il numero di notti lavorate è invece ricompreso tra 64 e 71 il requisito da raggiungere diventa 63 anni e 7 mesi ed il quorum passa a quota 99,6.

Lo slittamento di 4 mesi influenzerà anche la data di ingresso alla pensione per il comparto difesa e sicurezza e per i comparti per i quali sono attualmente previsti requisiti previdenziali diversi da quelli vigenti nell’AGO, appena esposti (si pensi ad esempio agli ex-enpals e agli autoferrotranvieri). Naturalmente sono soggetti agli adeguamenti anche i lavoratori cd. salvaguardati che, sempre con la legge di stabilita’ guadagnano la settima salvaguardia in favore di altri 26.300 soggetti, ma in tal caso la normativa da prendere a riferimento, sulla quale applicare i 4 mesi di slittamento, sarà quella ante-fornero. Anche il requisito anagrafico per conseguire l’assegno sociale slitterà da 65 anni e 3 mesi a 65 anni e 7 mesi.

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È morto Lemmy Kilmster, addio all'Asso di picche

Lemmy Kilmster è morto a Los Angeles all'età di settant'anni, poco dopo aver ricevuto una diagnosi particolarmente severa: cancro.

Una vita eccessiva, la sua, assolutamente rock'n'roll, ideale che non ha mai abdicato né nascosto in mezzo secolo di carriera. Ecco, se si pensa al motto “sex, drugs and rock'n'roll” quello di Lemmy è uno dei primi volti che passa per la mente. L'aneddotica su di lui è molto vasta, e come sempre quando si parla di leggende, sfumata tra la realtà e il mito. Per dire, non si sa nemmeno da cosa derivi il suo soprannome, “Lemmy”.

Ian Fraser Kilmster sosteneva che lo chiamavano così da quando aveva dieci anni e che volesse dire “caprone”, altri dicono che il nomignolo sarebbe nato nei suoi giorni da roadie, quando lui chiedeva in continuazione “Lemme a fiver”, prestami cinque sterline.

Le sue prime tracce nel mondo della musica affondano negli anni '60, quando dopo aver fondato gruppi dalla vita assai breve, Lemmy entrò negli Hawkind, padri nobili dello space rock britannico, era il 1967. L'avventura sarebbe finita dopo otto anni, per licenziamento: era stato arrestato per possesso di anfetamine. In seguito, narra la storia, Lemmy avrebbe provato a insegnare a suonare il basso a Sid Vicious, vanamente, pare, perché dopo poco si constatò la sostanziale inabilità allo strumento da parte del bassista dei Sex Pistols e la faccenda virò verso l'alcol e le sostanze.

Poco dopo Kilmster fondò i Motorhead, un terzetto (a tratti quartetto) di schegge con l'obiettivo di correre più veloci della luce: un misto schizofrenico di punk rock e metal, condito dalla sua voce gutturale e sgraziata, unica nel suo genere. Da ricordare anche qualche sua apparizione in spettacoli televisivi e cinema di serie B: la fiction scientifica “Hardware”, un'apparizione in Eat the Rich, commedia del 1987 di Peter Richardson. Memorabile anche un suo spot del Kit Kat: vestito da metallaro, con il cappello da cowboy in testa mentre suona il violino in una sala da tè, l'autoparodia di una leggenda vivente, il simbolo di una grandezza virata sul trash e sulla simbologia del rock.

Gli ultimi anni sono stati segnati da qualche album non imprescindibile e dai soliti memorabili tour in giro per il mondo, talvolta interrotti da qualche problema di salute che già cominciava a manifestarsi. Il suo verbo è custodito, oltre che nella sua musica, in una clamorosa autobiografia scritta insieme a Janiss Garza, in italia edita da Baldini Castoldi Dalai: “La sottile linea bianca”, il titolo. Azzeccatissimo.

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Non saprei come ricordarlo Lemmy, all'interno della musica pesa è certamente un'istituzione anche se io non sono mai andato particolarmente matto per i suoi lavori.
Molti anni fa ormai lo conobbi così



e m'è sempre bastato.

Pace all'anima sua quindi, come pure a quella di Scott Weiland, decesso che per ragioni personali mi ha colpito decisamente di più e che insieme a quello di Lemmy imperla "degnamente" la fine di un 2015 non molto esaltante.

Iraq - Dopo Ramadi, verso la riconquista di Mosul

di Chiara Cruciati – il Manifesto

Il tricolore iracheno sventola su Ramadi, capoluogo dell’Anbar. Sopra la sede del governo due soldati appoggiano la bandiera tra i serbatoi, in strada le truppe ballano con i fucili in mano. Restano esigue sacche di islamisti nei quartieri est, gli scontri continuano nel 30% della città ma lo Stato Islamico sta scappando, una fuga opposta a quella di maggio quando a dileguarsi furono le truppe di Baghdad. Sette mesi dopo la città sunnita è quasi libera ma in macerie.

I raid occidentali hanno permesso ai soldati iracheni – sostenuti per la prima volta da unità sunnite volontarie – di entrare a Ramadi: «Sì, la città è liberata – annunciava ieri con un po’ di fretta il generale Rasool – Un nuovo capitolo della storia di questo paese».

È probabile che sia così: il governo è riuscito dove aveva fallito a Tikrit. Accanto ai soldati governativi c’erano combattenti sunniti, organizzati dalle tribù, e non le milizie sciite che avevano guidato la riconquista della città natale di Saddam Hussein per poi macchiarsi di odiosi abusi contro i civili. Resta da vedere se il futuro della provincia (teatro del malcontento sunnita verso il governo sciita) seguirà il percorso tracciato dall’azione militare.

Per ora si festeggia, a Ramadi come a Baghdad, Karbala, Bassora. E si pensa alla messa in sicurezza: il premier al-Abadi fa sapere che ad occuparsi della difesa futura e della rimozione di ordigni inesplosi saranno la polizia locale e le tribù. Ramadi è strategica: a 100 km ad ovest di Baghdad e a 50 da Fallujah, taglierà le vie di rifornimento dell’Isis verso la seconda città della provincia e impedirà l’avanzata verso la capitale. Ma soprattutto aprirà alla vera battaglia, Mosul. Il governo lo ha già annunciato: prossimo obiettivo è la seconda città irachena. Che richiederà uno sforzo maggiore: a Ramadi sono stati dispiegati decine di migliaia di soldati, a Mosul ce ne vorranno molti di più. 

Ma soprattutto – è il proposito di Baghdad – alla vittoria militare si dovrà accompagnare la ricostruzione, il ritorno degli sfollati e la pacificazione interna: l’avanzamento dell’Isis non è figlio solo della macchina da guerra di al-Baghdadi, ma anche della rete locale creata in Iraq. Una rete composta da ex baathisti, membri dell’establishment politico di Saddam, tribù locali che hanno visto nell’Isis il mezzo per scardinare l’odiata autorità sciita post-raìs.

Siria, evacuata Zabadani

In Siria l’exit strategy dalla crisi passa per gli accordi locali tra governo e opposizioni, in attesa del negoziato viennese sponsorizzato da Casa Bianca e Cremlino. Dopo il successo di Homs e il fallimento di Yarmouk, ieri è stato implementato quello siglato a settembre per Zabadani, al confine con il Libano. Centinaia di miliziani feriti (membri di al-Nusra, Ahrar al-Sham e Esercito Libero) hanno lasciato la città, da mesi circondata da truppe siriane e Hezbollah. A bordo di bus e ambulanze organizzate dall’Onu hanno raggiunto il Libano dove voleranno in esilio in Turchia.

Simile scenario, ma all’opposto, nei due villaggi sciiti di Kafraya e Fuaa, nella provincia di Idlib, dove centinaia di famiglie vivono sotto l’assedio di al-Nusra. Ad andarsene sono 330 civili sciiti: dalla Turchia torneranno in Siria in zone controllate dal governo. Spostamenti di popolazione che fanno storcere il naso a molti osservatori, già preoccupati dai cambiamenti demografici subiti dal paese.
Gli accordi locali sono ad oggi i più efficaci strumenti per porre fine agli scontri armati, seppure la pace non regni ancora nelle zone interessate: ieri ad Homs 32 persone sono morte in un doppio attentato.

L'aria che tira a Torino 2. Fra debito e speculazione edilizia

Continua il nostro ciclo di articoli su Torino e dintorni. Dopo esserci occupati della deindustrializzazione e delle velleità di sostituirla con turismo e servizi, oggi ci occupiamo di un altro motore della “crescita” torinese: la speculazione edilizia (possibilmente pagata a debito pubblico).
Proprio prima delle feste la Regione Piemonte ha annunciato in pompa magna il progetto del "Parco della salute": un mega investimento da 600 milioni di euro (ma "Repubblica" parla già di 800-900 milioni) che dovrebbe riunire in un unico polo, al Lingotto, "tutto il patrimonio dell’attuale azienda ospedaliera, in termini di professionalità e tecnologie, (...) idem per le attività relative alla Facoltà di Medicina e di Chirurgia dell’Università di Torino" (da “La Stampa”, 22/12/2015) . Più di 5000 studenti e 1040 posti letto per i pazienti, partenza lavori prevista nel 2017 e fine dei lavori fissata nel 2021.

Tutto molto bello, ma come si finanzia? Qualcosa metterà lo stato, e poi si metteranno in vendita gli ospedali Molinette, Sant'Anna e Regina Margherita, che sarebbero a questo punto inutili. E il resto? Così ad occhio e croce si pagherà a debito. Bazzecole per una regione che ha quasi 6 miliardi di euro di disavanzi, in parte proprio imputabili ai disastri compiuti dalle ultime giunte sulla spesa sanitaria.

I privati già si leccano i baffi: il loro coinvolgimento è giudicato "essenziale per integrare i fondi pubblici: si punta ad un affidamento per la costruzione e la gestione dei servizi non sanitari (manutenzione, calore, energia) del polo ospedaliero in quattro anni; previsto un canone di ammortamento di 26 milioni l’anno, per 22 anni, da riconoscere al privato che accetterà la sfida (la scelta del promotore avverrà a fine 2016)".

Ma la torta non è solo quella del Parco della Salute: c'è sopratutto l'area lungo il Po in cui sono dislocati gli ospedali da dismettere che fa gola ai costruttori torinesi. Case, ma non solo. L'assessore all'urbanistica Lo Russo è chiarissimo: "poi, perché escludere, che so?, una grande azienda interessata a creare lì un suo centro di ricerca? Oppure, vista la zona di prestigio, l’interesse di un grande player alberghiero? C’è tempo».

E intanto il Presidente del Collegio Costruttori di Torino ricorda che una fettona di torta la vogliono pure loro. Alla domanda del giornalista della “Stampa” "Chiedete di essere coinvolti nella cabina di regia che lavora alla realizzazione del Parco della Salute?" risponde “Penso che il nostro punto di vista potrebbe essere utile” (il corsivo è nostro).

Ma non è l'unica notizia di giornata. La Busiarda sceglie un titolo con echi salgariani: "Capre, boa e zebù. La strana fattoria dal 2017 in riva al Po". Succede che il Parco pubblico Michelotti, 30.000 mq in riva al Po, dopo essere stato abbandonato al degrado dall'amministrazione comunale per anni fino alla sua chiusura, viene ceduto in concessione trentennale alla società Zoom (che già possiede uno zoo in provincia) per realizzare, appunto, uno zoo. E così adesso chi vorrà entrare nel parco dovrà pagare un biglietto fra i 12 e i 17 euro, visto che – come ricorda l'appello lanciato da "Coordinamento No Zoo" – rimarrà accessibile gratuitamente solo l'area gioco per i bambini.

Inutile stupirsi. In un'intervista del Settembre 2008 (riportata in “Chi comanda Torino”, bel libro di Maurizio Pagliassotti essenziale per capire questi meccanismi) l'allora sindaco Chiamparino dichiara: “dopo l'ubriacatura olimpica, e i relativi finanziamenti pubblici, l'unica strada per attivare investimenti è l'urbanistica”.

Peccato che, come abbiamo argomentato nel nostro precedente articolo, il tentativo di sostituire l'occupazione perduta per via del processo di deindustrializzazione con speculazione edilizia e turismo non funzioni.

È notizia proprio di questi giorni che FCA abbia annunciato un'ulteriore anno di cassa integrazione per riorganizzazione alle presse di Mirafiori. Qualcuno dica all'assessore all'urbanistica che tocca inventarsi qualcos'altro ancora...

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L'aria che tiraa Torino 1. Più dark che smart

E così Piero Fassino si ricandida. "Il lungo" ha dato l'annuncio dopo settimane di misterioso tentennamento e con due dei principali avversari già in campo: Chiara Appendino del Movimento 5 Stelle e Giorgio Airaudo, prima leader FIOM poi parlamentare eletto con SEL e speranza dell'ennesimo rassemblement a sinistra. Ancora non pervenuta la destra, al solito divisa e debole e addirittura tentata dal voto grillino nell'eventualità (non improbabile) che al secondo turno ci arrivi proprio l'Appendino, consigliera comunale che sembra avere un certo appeal.

La ricandidatura del "Piero Nazionale" è nel segno di due parole: continuità e narrazione.

Continuità perché Torino viene da più di 20 anni di governo ininterrotto del centro-sinistra (con due giunte a testa per Valentino Castellani e per Sergio Chiamparino, più una per Fassino). Naturale quindi che Fassino, forte dell'assenza di alternative a destra, punti tutto sulla mitica “cultura di governo” e sull'importanza di non lasciare il lavoro a metà. Narrazione perché, nell'era dei miti renziani, Fassino e i suoi due predecessori hanno costruito un'idea di Torino estremamente affascinante ma che non corrisponde alla realtà.

E' la Torino "Smart" che va a sostituire la Torino "Factory town" (perdonateci gli inglesismi, ma è per utilizzare il lessico prediletto da Fassino). Ad un convegno di qualche settimana fa, tenutosi nel nuovo grattacielo di Intesa San Paolo (uno dei poteri forti della città), il Grissino contrapponeva orgogliosamente Torino a Detroit (altra città attraversata da un processo di forte deindustrializzazione) e lodava la nuova vocazione turistica e orientata sui servizi della Torino "Smart City". Se da un lato l'aumento del turismo è innegabile, ciò che è senz'altro contestabile è che questo sia servito a risolvere i numerosi problemi che affliggono Torino.

L'ha dovuto ammettere perfino "La Stampa" negli articoli usciti nei giorni successivi alla notizia della ricandidatura: Torino ha un enorme problema sociale. Qualche numero aiuta a capire di che cosa stiamo parlando: un torinese su dieci vive sotto la soglia di povertà, l'anno scorso sono stati avviati più di 4700 provvedimenti di sfratto, il tasso di disoccupazione a Torino era vicino al 13% nel 2014 (il più alto delle regione dopo quello di Alessandria). Tragica la situazione giovanile: sempre nel 2014 la disoccupazione sfiorava il 50 per cento fra i giovani (abbondantemente sopra alla media nazionale e superiore a tutti i capoluoghi del Centro-Nord). Il risultato è che, come indica il rapporto della Fondazione Migrantes, Torino è la terza provincia italiana per emigrati all'estero.

Frattanto continua il processo di deindustrializzazione a Torino e nell'hinterland (che è sotto la responsabilità del Fassino "Sindaco Metropolitano"). La "Stampa" del 18 Novembre riporta un vero e proprio bollettino di guerra: 95 esuberi alla Azimuth (fabbrica di yacht ad Avigliana), chiude la Dr Fisher di Alpignano, chiude lo stabilimento della Defonseca di Leini per trasferimento della ditta, 29 licenziamenti alla Abit di Grugliasco. E il gruppo FCA? Se il buongiorno si vede dal mattino quello dei lavoratori Maserati non è buono: dopo le 4 settimane di cassa integrazione fra Novembre e Dicembre, ve ne saranno altre 3 fra gennaio e febbraio, per fronteggiare i rallentamenti dei mercati internazionali che colpiscono la domanda di Ghibli e Quattroporte.

C'è poi l'incognita della componentistica legata al gruppo Volkswagen, che potrebbe subire forti cali della domanda se le prospettive automobilistiche del gruppo tedesco dovessero peggiore.

Prospettive dark, più che smart.

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La Siria, lo Stato islamico e la “guerra all’Europa”/quarta parte

Quarto appuntamento con il nostro approfondimento, qui la prima, la seconda e la terza parte.

Peter Harling su “Le Monde Diplomatique” ha definito lo Stato Islamico come un “mostro provvidenziale”. Un’entità che non vale tanto per quello che è, ma per come viene percepita e usata dalle potenze locali, regionali e globali. Una definizione particolarmente calzante in un contesto mediorientale che registra, sotto il dominio di Obama, il progressivo “disimpegno” degli Stati Uniti. Lungi dal pensarlo come una minaccia strategica, la Casa Bianca ritiene infatti lo Stato Islamico un soggetto utile ad attirare nella contesa le nazioni limitrofe, ed indurle ad impantanarsi in una riedizione della “strategia del contenimento” allargata a nuovi attori. Al di la delle dichiarazioni di circostanza per Washington il califfato va contenuto, non eliminato. E’ innegabile infatti che l’IS sia stato adoperato, e venga ancora oggi utilizzato, come uno strumento geopolitico: le monarchie arabe sunnite lo utilizzano per fare una guerra per procura contro Teheran, gli iraniani per consolidare il controllo di uno spazio geografico ininterrotto che dal mare Arabico raggiunge il Mediterraneo (la cosiddetta mezzaluna sciita) e i turchi per la loro “profondità strategica” contro i curdi e per le loro mire egemoniche. Un moderno “great game” caratterizzato dall’impossibilità per ogni singolo contendente (o coalizione di forze) di prevalere in maniera decisiva sui rivali, ma che sta divorando gli Stati postcoloniali del Novecento. Nel gioco delle alleanze, fino allo scoppio delle rivolte arabe in Medio Oriente, si era assistito essenzialmente alla lotta fra il cosiddetto “asse della resistenza” guidato dall’Iran e un variegato fronte costituito da Stati Uniti, da Israele e dai cosiddetti regimi arabi “moderati”. Quest’ultimi rappresentavano essenzialmente uno schieramento sunnita guidato dall’Arabia Saudita e dall’Egitto. Le “primavere arabe”, unitamente alla nuova dottrina obamiana e all’accordo con l’Iran sul nucleare, hanno però notevolmente complicato questo quadro. L’asse della resistenza ha subito un ridimensionamento con la spaccatura di Hamas. Il movimento islamico-palestinese si è schierato dalla parte dei ribelli siriani, a maggioranza sunniti e sostenuti dai Fratelli Musulmani, organizzazione di cui Hamas stesso è una ramificazione. A causa di questo la leadership del gruppo ha lasciato Damasco, dov’era ospitata dal 2001 e si è trasferita in Qatar. Significativamente nel 2013, quando Hamas ha deciso di riaprire un quartier generale distaccato all’estero, lo ha fatto a Istanbul, dove è stato accolto a braccia aperte dal vertice dell’Akp, l’attuale partito governativo del presidente Recep Tayyip Erdoğan. Sarà forse utile a questo punto ricapitolare in maniera sintetica le motivazioni delle principali potenze regionali e internazionali, che, in misura diversa, sono state risucchiate nel gorgo della crisi siriana.

Turchia
Nel 2011 il governo turco è stato fra i primi esecutivi a reagire alla rivolta scoppiata in Siria, voltando le spalle a Bashar al-Asad, che fino a quel punto era considerato un prezioso alleato, anzi un “fratellino”, come Erdoğan amava definire il presidente siriano. Solo nel 2010 Ankara aveva infatti presentato un progetto per la costruzione di un’area di libero scambio che comprendesse, oltre alla Turchia, anche la Siria, la Giordania, il Libano e l’Iraq. L’idea era quella di garantire, oltre a quella delle merci, anche la libera circolazione dei rispettivi cittadini, abolendo il regime dei visti sulla falsa riga del trattato europeo di Shengen. Il progetto avrebbe dovuto rappresentare la concretizzazione del concetto di Ottoman Nations Gathering proposto dall’allora ministro degli esteri e attuale primo ministro turco Ahmet Davutoğlu, una strategia nota anche come neo-ottomanesimo. Il Şamgen, questo doveva essere il nome dell’area di libero scambio (da Şam, toponimo turco di Damasco), venne però spazzato via dalle “primavere arabe” in coincidenza delle quali Ankara aggiustò la propria strategia mediorientale sostenendo l’ascesa dei fratelli musulmani. La posizione assunta dalla Turchia durante la guerra del Golfo del 1991 e l’invasione statunitense del 2003 avevano alienato al governo di Ankara la possibilità di influire sull’evoluzione irachena, costringendola a fare i conti con la nascita di un Kurdistan iracheno semi-indipendente. Per queste ragioni il governo turco ha deciso fin da subito di adottare nei confronti della Siria una strategia differente, accogliendo la leadership dei Fratelli Musulmani, ospitando le conferenze del “Consiglio nazionale Siriano” (Cns) e della “Coalizione dell’Opposizione Siriana” (Cos) e permettendo ai vertici militari del “Esercito Siriano Libero” (Fsa) di operare nel proprio territorio, fornendo loro sostegno logistico ed economico. La resilienza del presidente al-Asad ed il colpo di stato egiziano del 3 luglio 2013, hanno però fatto collassare anche la seconda fase della strategia neo-ottomana della Turchia, volta a favorire l’installazione di governi amici a Damasco e al Cairo. Secondo l’ex ambasciatore turco a Baghdad, Murat Özçelik, il sostegno offerto da Erdoğan allo Stato islamico e agli altri gruppi jihadisti fa parte di una nuova fase di questa strategia volta a favorire l’implosione delle entità statali di Siria e Iraq e ad integrare gli stati sunniti, che dovrebbero sorgere a sud della Turchia, in una struttura federale governata da un sistema presidenziale. La “politica dell’occhio chiuso” adottata da Erdoğan nei confronti del Califfato vede dunque al-Baghdādī soprattutto come un attore sunnita nel contesto del “Siraq” sciita, piuttosto che un jihadista sanguinario. In questo momento la Turchia sta quindi combattendo almeno tre battaglie: una del mondo sunnita contro al-Asad e gli sciiti, un’altra per la leadership tra i musulmani nel Levante e una, forse in questo momento la più importante, per evitare la nascita di un proto stato curdo lungo i suoi confini con la Siria. Per queste ragioni Ankara è stata più che compiacente nei confronti del Califfato e per gli stessi motivi la Turchia vorrebbe coinvolgere la Nato in un’operazione di terra nel nord della Siria, rivolta formalmente contro lo Stato Islamico ma indirizzata concretamente contro le milizie curdo-siriane dell’YPG e contro i militanti del PKK.

Nel marzo scorso a Riyāḍ, durante un vertice tra Erdoğan ed il re saudita Salman, è stato raggiunto un accordo per il sostegno congiunto ad una coalizione di ribelli formata da al-Nuṣra, Aḥrār al-Shām e gruppi minori. Stando a quanto riporta un articolo uscito il 13 aprile sull’Huffington Post, in quell’occasione Turchia e Arabia Saudita avrebbero raggiunto anche un’intesa per una possibile operazione militare in Siria volta a rovesciare direttamente il regime di al-Asad. Questa intesa prevedeva l’invasione di terra da parte dell’esercito turco e la copertura aerea dell’aviazione saudita. Sempre secondo quanto riportato dall’articolo l’emiro del Qatar, paese con cui Ankara ha da poco stipulato un accordo militare che prevede la possibilità di schierare truppe congiunte in paesi terzi, avrebbe discusso del piano con Obama ottenendo un tacito assenso. Nei mesi seguenti, per diverse ragioni, Ankara non diede seguito immediato a questa operazione militare. In primo luogo perché l’accordo con Riyāḍ sul sostegno congiunto ai “ribelli”, aveva già permesso di ribaltare, almeno in parte, gli equilibri del conflitto, come dimostravano la conquista di Idlib e Jisr ash-Shugur. C’erano poi da superare le resistenze dell’esercito turco di fronte all’interventismo di Erdoğan. Ed infine pesava l’approccio diverso di Turchia e Arabia Saudita rispetto all’Iran. Ankara, infatti, coltiva l’ambizione di trasformare il proprio paese in hub geoenergetico fondamentale per l’Europa attraverso lo sviluppo del cosiddetto corridoio meridionale in cui, già dal 2019, dovrebbe confluire il gas azero diretto nel vecchio continente e in cui, sempre nei progetti di Ankara, dovrebbero confluire anche il gas iraniano e turkmeno. Questo permetterebbe al paese, in un futuro non troppo lontano, di rappresentare agli occhi degli europei un’importante alternativa all’approvvigionamento russo. L’Iran rappresenta inoltre un importante mercato di sbocco per le merci turche. Il volume delle esportazioni ammonta attualmente a 10 miliardi di dollari e sarebbe destinato a triplicarsi già entro il 2017. Nel medio periodo, secondo analisti turchi, i volumi dell’interscambio potrebbero salire addirittura a 90 miliardi di dollari. L’intervento diretto dei russi nel settembre scorso ha però anticipato e disinnescato, probabilmente in maniera definitiva, la realizzazione dei progetti di Ankara e Riyāḍ, e questo spiegherebbe almeno in parte l’azzardo compiuto da Erdoğan con l’abbattimento del bombardiere russo. Un tentativo (fallito) di provocare una reazione militare da parte di Mosca, cosi da poter forzare la mano ai propri alleati invocando l’articolo 5 del Patto Atlantico, quello che prevede l’obbligo d’intervento al finco di un paese alleato attaccato.

Recentemente il Sole 24 Ore ha dedicato due pagine ad un’illuminate inchiesta sul ruolo svolto dalla Turchia e dal Qatar nel traffico di armi a sostegno dei gruppi jihadisti. Il quotidiano della Confindustria, a cui certamente non possono essere rimproverate simpatie antimperialiste, ha reso note alcune delle conclusioni a cui è giunto il “Gruppo di esperti” del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Ne viene fuori un quadro interessante che vede nella Libia, nella Turchia e nel Qatar i vertici di una triangolazione di armi diretta in Siria. Tra le spedizioni dettagliatamente descritte nel rapporto Onu è particolarmente significativa quella di alcuni C-17 partiti dalla Libia ed arrivati in Turchia dopo aver fatto scalo in Qatar. Gli aerei da trasporto militare, di proprietà del Qatar, sono infatti volati da Tripoli e Bengasi fino a Doha usufruendo di uno speciale nullaosta diplomatico-militare che solitamente viene utilizzato per il trasporto di armi o equipaggiamento bellico. Gli incaricati dell’Onu hanno chiesto chiarimenti e dettagli ai Paesi i cui spazi aerei erano lungo la rotta percorsa (Grecia, Egitto, Arabia Saudita) ottenendo scarsissimi risultati. Ancora più reticente si è dimostrata, però, la società responsabile dei piani di volo, la Jeepsen. Un’azienda che, ad un più approfondito controllo, è risultata essere molto vicina alla Cia, tanto da esserne stata indicata come “l’agenzia di viaggio”. La Jeepsen infatti non è una società qualsiasi, ma è un’ azienda controllata dalla Boeing, un colosso che deve il 30% del suo fatturato al Pentagono, ed è anche l’agenzia che è stata adoperata dalla Cia per la campagna di extraordinary rendition dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. Ovvero il rapimento al di fuori degli Stati Uniti di persone sospettate di avere rapporti con al-Qāʿida e il loro trasferimento in stati terzi, dove i “sospetti” venivano torturati da agenti locali per conto dell’intelligence statunitense. Un’ulteriore ragione di interesse è data però dall’aeroporto in cui i C-17 hanno fatto scalo. Non si tratta di una pista qualsiasi, ma di quella della base di Al Udeid, dove ha sede il “quartier generale avanzato” del comando mediorientale delle Forze Armate statunitensi, il Central Command, e che oltre a ospitare il 379° stormo dell’Usaf è sede anche dell’83° stormo della Raf, l’aeronautica militare britannica. Insomma a tutti gli effetti una base anglo-americana. Risulta davvero difficile credere che i vertici militari occidentali potessero non essere al corrente della natura del carico e della sua destinazione. Questo a dimostrazione, ancora una volta, che tra il “bianco” della civiltà moderna occidentale e il “nero” dell’oscurantismo jihadista esiste tutta una gradazione di grigi in cui i confini tra il bene e il male diventano meno netti. Ankara, dal canto suo, ha sempre negato di essere a conoscenza dei trasferimenti di armi verso i ribelli anti al-Asad, eppure lo scorso maggio il giornale turco Cumhuriyet ha rivelato, foto comprese, che tir stipati di armi partivano dalla Turchia per rifornire i ribelli turkmeni. Le immagini scattate nel gennaio del 2014 documentavano l’intervento del Mit (i servizi segreti turchi) per fermare una perquisizione della polizia alla frontiera. Erdoğan aveva giurato al direttore di “fargliela pagare” e così è stato. Per quello scoop, il 26 novembre scorso il direttore di Cumhuriyet, Can Dündar, e il capo della redazione di Ankara, Erdem Gül, sono stati arrestati su richiesta del Tribunale di Istanbul. A innescare la reazione giudiziaria era stato lo stesso presidente Erdoğan, il quale ha prima promesso che i due avrebbero “pagato un duro prezzo” e poi presentato di persona una denuncia per tradimento e divulgazione di segreti di Stato. Se in quelle casse ci fossero davvero stati beni umanitari, come ha provato a sostenere la Turchia, quelle accuse però non si spiegherebbero. E adesso i due giornalisti non rischierebbero l’ergastolo. Al di là dell’origine di quello specifico convoglio è certamente impensabile che la cosiddetta “autostrada del Jihad”, la rotta che il Califfato di Abū Bakr al-Baghdādī ha usato per anni per portare jihadisti stranieri e rifornimenti dalla Turchia in Siria, non fosse monitorata dalle forze di sicurezza di Ankara. Come è difficile credere che tutte queste iniziative turco-qatariote in Libia e Siria siano passate inosservate agli statunitensi e agli altri paladini della “guerra al terrorismo”.

Russia
Per certi versi anche l’intervento russo sembrerebbe confermare la funzione di “mostro provvidenziale” svolta dello Stato islamico. Un proto Stato da cui nessuno, tranne al-Asad, si sente realmente minacciato, e contro il quale si possono dichiarare grandi coalizioni salvo poi tollerarne e addirittura eccitarne le scorrerie quando colpiscono interessi rivali. Nel cercare di analizzare il sostegno diplomatico e militare dei russi nei confronti della Siria occorre però tenere conto di quello che abbiamo già definito il “precedente libico”. In quel caso l’astensione russa e cinese in sede Onu aveva permesso di approvare una risoluzione che autorizzava l’uso della forza per imporre una no-fly zone a “difesa dei civili”. L’intervento della Nato si era però subito trasformato in un aperto sostegno ai ribelli libici, finalizzato ad imporre un “regime change” che, almeno formalmente, non rientrava negli scopi della missione e che, oltre a violare il diritto internazionale, rappresentò anche uno schiaffo diplomatico che Mosca e Pechino difficilmente dimenticheranno. Oltre alla possibilità che si potesse ripetere uno scenario libico ci sono pero almeno altri due fattori che vanno considerati:

1) Dopo il tracollo delle relazioni con l’Egitto di Sadat e lo smantellamento delle basi navali di Alessandria e Marsā Maṭrūḥ, la base navale di Tartus, in Siria, rappresenta l’unico ed irrinunciabile punto d’appoggio navale russo nel Mediterraneo. Nel gennaio del 2005 Vladimir Putin ha cancellato il 75% del debito accumulato dalla Siria nei confronti della Russia per spese militari, un segno più che tangibile dell’importanza che il trattato di amicizia fra i due paesi, firmato nel 1980, riveste tuttora per Mosca.

2) Un paese come la Russia, che all’inizio del 2015 dipendeva ancora per il 50% del proprio Pil dal settore idrocarburi, non può non avere un piede in Medio Oriente, l’area che ospita il 40% delle riserve accertate di petrolio ed il 41% di quelle di gas naturale. La stessa regione che attraverso lo stretto di Hormuz e il Canale di Suez controlla la movimentazione di una parte notevole delle risorse energetiche mondiali e in cui viene influenzato, in misura decisiva, il mercato mondiale dell’energia. Basti pensare all’impatto avuto dalla sovrapproduzione saudita nella guerra del prezzo del petrolio, passato in un anno da 113 a 38 dollari al barile, e alle enormi ricadute che questo ha avuto sulle economie dei paesi produttori.

Lo scorso settembre Putin ha così compiuto sullo scacchiere mediorientale quello che qualcuno ha definito acutamente la mossa del cavallo, cosa che gli ha permesso di uscire dall’arrocco ucraino, dove l’Occidente sperava di averlo confinato con le sanzioni per l’annessione della Crimea. Ordinando di schierare un robusto contingente militare nel Nord-Ovest della Siria e rafforzando la storica presenza russa imperniata sulla base di Tartus, Mosca ha dimostrato di saper sfruttare i vuoti prodotti dalla strategia statunitense per segnalare agli stessi Stati Uniti e al mondo che non è disposta a mollare al-Asad e che non è possibile escluderla dai giochi in cui si determineranno i destini della Siria ed i futuri assetti mediorientali. Come dimostra il recente vertice di Antalya, Putin ha saputo volgere a proprio vantaggio un problema che resta comunque irrisolto: la divisione dell’Occidente tra Europa e Stati Uniti e anche dentro l’Unione Europea. Divisioni che non riguardano solo l’uso della forza militare, ma anche la cosiddetta soluzione politica. Ovvero l’atteggiamento da tenere nei confronti dell’Arabia Saudita, della Turchia e dell’Iran per spingerli ad attenuare il loro scontro per l’egemonia del Levante da cui la guerra civile siriana è stata alimentata. Se l’occidente vorrà davvero allearsi con Putin nella guerra contro l’IS il prezzo da pagare sarà salato. Lo si è capito quando nelle settimane scorse il premier francese Manuel Valls ha pubblicamene chiesto la revoca delle sanzioni internazionali che dovrebbero essere rinnovate il prossimo 31 gennaio. E se ne è avuta un’ulteriore riprova con l’annuncio da parte dell’ambasciatore iraniano a Mosca dell’avvio delle procedure per la fornitura a Teheran dei sistemi da difesa aerea russi S-300. Il contratto era stato stipulato nel 2007 e poi annullato nel 2010, a causa delle sanzioni internazionali che impedivano all’Iran di acquistare questi sistemi militari. Appare evidente che sul destino di Bashar al-Asad le divergenze delle cancellerie occidentali con Mosca e Teheran siano difficilmente aggirabili e vadano ben oltre la sorte del presidente siriano. Come dimostra l’ambiguità della risoluzione approvata dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu lo scorso 19 dicembre.

La presenza aereonavale di Mosca ha però una pluralità di significati che in questa sede non è possibile ignorare. Oltre a fornire appoggio aereo alle operazioni di terra, l’intervento russo ha anticipato e nei fatti ribaltato la possibilità avanzata dalle potenze regionali sunnite (e appoggiata dagli Usa) di creare una no-fly zone. I cruise (Kalibr SS-N-30) sparati a più riprese dalle acque del Mar Caspio, a 1500 km di distanza, contro obiettivi in mano alle forze ribelli, sono stati evidentemente un “parlare a nuora perché suocera intendesse”. Questi missili, con gittata di 2500 km e capacità nucleare, rappresentano infatti il fiore all’occhiello dell’arsenale russo, al pari delle corvette Buyan da cui sono partiti. Attraversando i cieli iraniani e iracheni, prima di giungere in Siria, queste salve di missili hanno segnalato l’estensione dell’influenza russa anche al teatro iracheno. Proprio a Baghdad i servizi militari di Mosca hanno costituito un centro di coordinamento di intelligence con gli omologhi iracheni, iraniani e siriani, formalmente ai fini della guerra all’IS. Mentre un secondo comando, in base a fonti del Cremlino, potrebbe essere costituito a breve in un altro paese della regione. Un riferimento non troppo velato all’Egitto del generale al-Sisi che in una recente occasione ha espresso chiaramente il sostegno all’operazione militare di Putin. L’abbattimento del bombardiere russo da parte della contraerea turca non ha fatto altro che accelerare il processo già in corso. Per tutta risposta, secondo quanto riportato dal quotidiano kuwaitiano “Al-Rai”, Mosca starebbe schierando truppe speciali lungo la frontiera siro-turca allo scopo di sigillare i corridoi terrestri che attraverso i posti di controllo di Aazaz e Bab al-Salamah consentono ai camion provenienti dalla Turchia di portare in Siria armi, munizioni e rifornimenti ai gruppi ribelli che si battono contro il governo di al-Asad. L’intelligence russa avrebbe infatti individuato in questo passaggio una delle più importanti rotte di consegna dei missili anti-tank “Tow”. Altre truppe speciali russe starebbero invece per essere dislocate nei pressi della base aerea di Al-Shayrat, segno, secondo il quotidiano kuwaitiano, della volontà di rafforzare la presenza dell’aviazione russa che al momento dispone di circa 75 aerei nella base di Hmeimim, adiacente all’aeroporto di Latakia. La realizzazione di una nuova base aerea a circa 25 chilometri da Homs sembrerebbe essere la premessa di un’offensiva di terra verso est dopo l’accordo raggiunto con i ribelli che abbandoneranno la città sede dell’omonimo governatorato. E tutto questo mentre dalla fine di novembre gli aerei russi vengono fatti volare con missili aria-aria di corta e media gittata rafforzando la “bolla aerea” sopra la Siria.

Si tratta di segnali importanti sull’irreversibile internazionalizzazione del conflitto che già da tempo avevano provocato ripercussioni sui progetti energetici condivisi tra Turchia e Russia. A farne le spese per primo è stato il progetto del Turkish Stream, un gasdotto che avrebbe dovuto collegare la Russia con la Turchia passando per il Mar Nero e che era stato annunciato a sorpresa da Putin nel 2014, durante una visita in Turchia. I lavori avrebbero dovuto iniziare a partire dal giugno di quest’anno, ma Ankara non ha mai approvato neppure gli accordi intergovernativi necessari per l’opera e l’italiana Saipem, che aveva già iniziato la posa dei tubi nella tratta sottomarina del gasdotto, si è vista rescindere da un giorno all’altro il contratto da Gazprom. A tale proposito occorre tener presente che la Russia è il secondo partner commerciale di Ankara, con un interscambio pari a 31 miliardi di dollari nel 2014 e a 18,1 miliardi di dollari per i primi nove mesi del 2015. Considerando anche il settore dei servizi la cifra sale a 44 miliardi di dollari. Solo due mesi fa le ambizioni erano ben altre: in visita a Mosca il 23 settembre scorso, pochi giorni prima dell’avvio della campagna di bombardamenti russa, il presidente turco Erdoğan auspicava che entro il 2023 il commercio bilaterale raggiungesse i 100 miliardi di dollari. Queste ambizioni sono ora vittime della guerra in Siria, anche se le sanzioni russe, almeno in questa prima fase, sono meno rigide di quanto ci si aspettasse. Dal 1° gennaio le aziende russe non potranno più assumere lavoratori turchi e molte imprese di Ankara subiranno limitazioni. Inoltre, dall’inizio del 2016, le agenzie di viaggio russe dovranno smettere di vendere viaggi in Turchia e saranno vietati i voli charter. Anche qui il Cremlino ha infierito duramente perché il Paese è una delle mete preferite dai russi e l’anno scorso i turisti sono stati oltre tre milioni. Nell’elenco delle sanzioni c’è anche la sospensione degli effetti del trattato bilaterale che aboliva il regime dei visti. Limitazioni sono in arrivo anche per i servizi, in particolare per i trasporti, che verranno sottoposti a controlli approfonditi per ragioni di “sicurezza”. Nessuna sanzione invece sul fronte energetico dove Ankara e Mosca sono legate a doppio filo. Mosca è il principale fornitore di gas della Turchia che importa dai russi il 60% del fabbisogno annuo. E la Turchia, dopo la Germania, è il secondo cliente di Mosca. Senza contare il passaggio al nucleare che Ankara ha affidato in buona parte ai russi: nel 2013 la Turchia ha commissionato alla russa Rosatom la sua prima centrale (ad Akkuyu), quattro reattori e un progetto da 20 miliardi di dollari.

Arabia Saudita e Qatar
Il 2 ottobre del 2014, intervenendo al John F. Kennedy Jr Forum presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Harvard, il vicepresidente americano Joe Biden espose con inusuale franchezza l’opinione del governo americano sugli alleati nella regione e in Siria, sostenendo che l’Arabia Saudita, la Turchia e gli Emirati Arabi: erano decisi a liberarsi di al-Asad e a far esplodere una guerra per procura tra sunniti e sciiti. Cos’hanno fatto allora? Hanno elargito centinaia di milioni di dollari e decine di migliaia di tonnellate di armi a chiunque sostenesse di voler combattere contro al-Asad. Peccato però che tra questi ci fossero anche al-Nuṣra, al-Qāʿida e gli estremisti jihadisti giunti da altri paesi. Considerazioni condivise anche dal ministro tedesco per la Cooperazione e lo Sviluppo, Gerd Müller, che nell’agosto dello stesso anno aveva dichiarato: dovete domandarvi chi sta armando e finanziando le truppe dell’Isis. La parola chiave è Qatar. Del resto era stato lo stesso principe Saud Feisal a chiarire il concetto al segretario di Stato Usa John Kerry: Daesh è la nostra risposta sunnita al vostro appoggio agli sciiti dopo la caduta di Saddam.

Qatar
Questo piccolo ma ricchissimo emirato del Golfo si è contraddistinto per un crescente attivismo politico-regionale a partire dal 1995, quando salì al potere l’emiro Hamad bin Khalifa al-Thani. Schiacciato tra due vicini ingombranti (l’Iran e l’Arabia Saudita) nei primi anni Duemila il Qatar aveva mostrato una notevole scaltrezza politica associata alla capacità di bilanciare le proprie alleanze, grazie anche alla liquidità derivatagli dallo sfruttamento del giacimento di gas condensato chiamato South Pars/North Dome. Uno dei più grandi nodi energetici ed economici del pianeta con riserve stimate di 51 trilioni di metri cubi di gas. Il patrimonio colossale degli al-Thani è segnato però da un vulnus preciso che si chiama Iran. Questo perché più di un terzo del giacimento sottomarino si trova in acque territoriali iraniane. La South Pars (così si chiama il lato persiano del giacimento) a differenza della controparte qatariota non è ancora del tutto sviluppato. L’ambizione del Qatar è quella di realizzare una serie di gasdotti verso l’Europa con sbocco in Turchia alternativi a quello che dovrebbe attraversare Iran, Iraq e Siria. In questa veste il Qatar appare in concorrenza diretta sia con l’Iran (in quanto produttore), che con la Siria (in quanto destinazione), e a un grado inferiore con l’Iraq (in quanto paese di transito). Dopo lo scoppio delle primavere araba Doha ha tuttavia puntato sempre più apertamente sull’ascesa dei movimenti islamici, e soprattutto sui Fratelli Musulmani, rompendo il proprio rapporto con Damasco e incrinando quello con le alte petromonarchie del Golfo che tradizionalmente nutrono una profonda diffidenza nei confronti di questo movimento. Dopo la vittoria dei Fratelli Musulmani in Egitto e del partito al-Nahda in Tunisia, il Qatar ha visto nell’alleanza con la Fratellanza e più in generale coi movimenti islamici la possibilità di accrescere la propria influenza politica ed economica in Medio Oriente. Doha ha dunque deciso di appoggiare economicamente l’Egitto di Morsi, attraverso una vigorosa politica di prestiti, e militarmente la ribellione libica contro Gheddafi prima, e quella siriana contro al-Asad dopo. Così come per la Turchia, la deposizione di Morsi in Egitto e le disfatte subite dai “ribelli siriani” hanno ridimensionato la proiezione regionale dell’Emirato che però non ha rinunciato ad avere un peso nei futuri assetti dell’area. Nel 2009, in un messaggio classificato “segreto” ma reso pubblico da Wikileaks, il dipartimento di Stato statunitense definiva il grado di collaborazione del Qatar nell’anti-terrorismo “il più basso della regione”. Nell’ottobre dell’anno scorso, l’allora sottosegretario al Tesoro Usa David Cohen indicò il Qatar come uno stato “permissivo” in materia di finanziamento al terrorismo. Nell’elenco degli “agevolatori finanziari del terrorismo” redatto da Washington si trovano ben 16 qatarioti, e cinque cittadini di altri Paesi arabi che operano in Qatar. Tra questi ultimi spicca il tunisino Tariq Al-Awni Al-Harzi, che il Tesoro americano definisce “un funzionario di alto livello di Isis (…) responsabile del reclutamento di cittadini nordafricani ed europei (…) il quale, nel settembre del 2013, ha fatto in modo che lo Stato islamico ricevesse due milioni di dollari da un finanziatore di base in Qatar con istruzioni specifiche di usare quella somma in operazioni militari”.

Arabia Saudita
La politica adottata dall’Arabia Saudita nei confronti della guerra civile siriana merita anch’essa un’attenzione particolare. Per Riyāḍ, tradizionalmente ostile al cambiamento e favorevole al mantenimento dello status quo, le “primavere arabe” hanno rappresentato un trauma. Soprattutto quando l’instabilità cominciò a lambire i propri confini con le rivolte in Bahrein e nello Yemen. Inoltre la monarchia saudita è sempre stata legata a doppio filo con gli Stati Uniti  ed ha sempre guardato con timore all’emergere di qualsiasi alternativa regionale che potesse mettere in secondo piano l’alleanza di Washington con Riyāḍ. La prospettiva di un nuovo fronte “moderato” guidato dalla Turchia e l’accordo sul nucleare con l’Iran ha sempre spaventato la casa saudita. Lo scoppio della rivolta siriana ha dunque permesso alla famiglia saudita di passare al contrattacco. Dopo aver assistito nel 2005 alla nascita in Iraq del primo governo sciita in un paese arabo dal XII secolo, e dopo aver dovuto subire l’ascesa di Hezbollah in Libano, l’Arabia Saudita ha visto nella ribellione siriana l’opportunità di rovesciare il regime alauita di al-Asad infliggendo un duro colpo all’Iran e guadagnando influenza in Libano. A partire dall’estate del 2013 i sauditi hanno sostituito il Qatar in cima all’elenco dei finanziatori dei ribelli siriani grazie anche all’intermediazione di istituti finanziari come l’Al Rajhi Bank. Tuttavia il sostegno è andato ben oltre al semplice incremento degli stanziamenti: il numero di combattenti provenienti dall’Arabia Saudita ha infatti superato quello di ogni altro paese. Un fenomeno, questo, che alla lunga potrebbe rivelarsi un boomerang per la stabilità del regno, ma che si lega a uno degli sviluppi più pericolosi della nostra epoca, ovvero la “wahabbizzazione” dell’islam sunnita tradizionale. Come ha denunciato Ali Allawi, storico ed esperto del settarismo, in un paese dopo l’altro le comunità sunnite “hanno adottato elementi del wahhabismo che in origine non facevano parte del loro canone”. Il prevalere del wahhabismo dipende ovviamente dal peso politico ed economico dell’Arabia Saudita. Riyāḍ sfrutta l’intenso proselitismo delle sue opere di carità wahhabite che negli ultimi trent’anni hanno costruito ai quattro angoli del pianeta più di 1500 moschee, 210 centri musulmani, 202 collegi islamici e 2 mila madrase, spedendovi oltre 4 mila missionari. Arrivati a questo punto ci si potrebbe chiedere con un pizzico di ingenuità perché questa complicità diretta con il “terrorismo islamico” da parte delle petromonarchie viene accettata dagli occidentali.

Nel 2009, a otto anni dall’attentato del 11 settembre, l’allora Segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, in un cablogramma rivelato da Wikileaks, lamentava il fatto che la fonte di finanziamento principale dei gruppo terroristi sunniti fosse costituita da donatori sauditi. La risposta al quesito sta nei miliardi di petrodollari che le monarchie del Golfo hanno dirottato fin dalla crisi petrolifera dei primi anni Settanta verso i mercati finanziari statunitensi e nella centralità che in questo modo è stata conferita al dollaro del sistema monetario internazionale dopo la rottura unilaterale degli accordi di Bretton Woods e il tramonto del “gold dollar standard”. Alla luce di queste cifre si spiega l’atteggiamento americano nei confronti del Califfato e dei jihadisti siriani sponsorizzati dalle monarchie del Golfo. La Saudi Connection, come la definisce Alberto Negri: è soprattutto il rapporto ombelicale che da 70 anni lega Washington a Riad. L’Arabia Saudita, il più oscurantista degli stati  islamici è la roccaforte del sunnismo, ma anche la nazione musulmana con il più antico patto con gli Stati Uniti firmato tra Ibn Saud e Roosevelt nel 1945 pochi giorni dopo Yalta. Mentre Obama e re Salman si stringevano la mano al G-20 di Antalya veniva firmato l’ennesimo contratto militare: 1,2 miliardi di dollari per 10mila sofisticate bombe made in Usa da scaricare in Yemen sulla testa dei ribelli sciiti Houti. Negli ultimi 5 anni i sauditi hanno acquistato sistemi d’arma da Washington  per 100 miliardi di dollari. Mentre il Qatar il 14 luglio dell’anno scorso ha acquistato elicotteri Apache per 11 miliardi di dollari con un’intesa siglata a Washington dal Segretario alla Difesa Chuck Hagel. In quell’occasione Hagel definì “di importanza critica” la relazione tra Usa e Qatar e dichiarò di essere “felice che continui a diventare sempre più stretta”. In verità Riyad, dietro pressioni statunitensi, ha ufficialmente inserito l’IS nella lista delle organizzazioni terroristiche e ha recentemente annunciato la costituzione di un’alleanza di 34 stati musulmani per la lotta al Califfato. Ma sia la Russia che le cancellerie occidentali hanno dimostrato di nutrire più di qualche perplessità sulle reali intenzioni di questo “fronte” e sulle sue modalità d’azione.

Prossimo capitolo. La cooperazione internazionale e le Ong, il braccio “non armato” del capitale in Siria.

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Francia. Brutalità della polizia nelle banlieu. Ennesimo caso scuote il paese

Sta facendo discutere in Francia il video di un'incredibile aggressione poliziesca due giorni fa, a Pantin in Seine-Saint-Denis, nella periferia nord di Parigi. Alcuni poliziotti impegnati in un normale giro di controllo fermano due ragazzi di origine araba che stavano sotto casa e, poco convinti delle loro risposte, iniziano a pestarli.

La signora Kraiker Zahra, madre dei ragazzi vede la scena dalla finestra, scende e tenta di sottrarre i figli ai poliziotti. Ma riceve tante botte, che la portano all'ospedale con dieci giorni di prognosi, mentre i figli finiscono in "garde à vue", ovvero una notte dentro. Ma la donna e suo marito non demordono e decidono di denunciare la polizia. Fortunatamente qualcuno ha ripreso il pestaggio con il cellulare e il video è finito anche sulle televisioni francesi (vedi France TV). Il padre dei ragazzi, un biologo, parlando con la stampa ha commentato così: "ho cresciuto mio figlio nel rispetto delle leggi della Repubblica, dicendo che la Repubblica è lì per proteggerci, ma in effetti non è così".

Sono passati dieci anni dalla rivolta delle banlieues francesi (scaturita anche in quell'occasione da un caso di violenza poliziesca) e non sembra proprio che il clima sia cambiato in meglio, anzi, le nuove leggi sui controlli e l'odio anti-islamico non hanno fatto altro che peggiorare la situazione e la brutalità poliziesca!

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Nonostante l'"ottimismo" renziano, cala la fiducia

Lo scontro – nella testa di ogni persona – tra i messaggi “ottimisti” provenienti dal governo, veicolati dai media senza alcun filtro, e la realtà tangibili in cui si vive, alla fine deve veder prevalere la verifica empirica personale, anziché la propaganda.

E quindi “l'Italia sarà anche ripartita”, ma ognuno di noi non riesce ad accorgersene. O perlomeno comincia a non crederci più tanto. Lo certifica l'Istat, che ha diffuso stamattina i dati sugli indici di “fiducia” di cittadini e imprese. Si tratta dei dati meno scientifici tra quanti l'Istat pubblica come sua attività istituzionale, in quanto si tratta di cogliere “l'impressione” di molte soggettività, inevitabilmente influenzate dalla propria condizione socio-economica ma anche dall'”aria che tira”, dai messali che arrivano.

Perché è comunque interessante questo dato, ora? Perché la comunicazione governativa è rimasta immutata, iper-ottimista; ma comincia a perdere credibilità, visto che la realtà che ognuno vive non migliora affatto. E dunque la “fiducia” cala...

L'indice relativo ai consumatori, spiega l'Istat, diminuisce a dicembre 2015 a 117,6 da 118,4 del mese precedente. Mentre quello delle imprese – costrette a fare quotidianamente i conti con fatturato e ordinativi – cala in misura maggiore: dai 107,1 di novembre a 105,8.

Il livello in entrambi i casi resta elevato (l'indice prende come base 100 il 2010), perché i due anni con Renzi al governo sono stati un turbinio di “novità”, quasi sempre disastrose in prospettiva, ma presentate come “miracolose” a breve termine. Ora si comincia a vedere che non è vero, e questo ”sentimento” può essere addirittura misurato.

“Tutte le stime delle componenti del clima di fiducia dei consumatori diminuiscono: il calo risulta maggiore per le componenti economica e corrente che passano, rispettivamente, a 152,9 da 157,9 e a 109,1 da 111,6; la differenza è invece più contenuta per la componente personale (a 104,5 da 105,0) e quella futura (a 127,3 da 128,0)”. Ed è proprio su questa differenza che si può in qualche modo misurare il peso della “comunicazione”: è ancora difficile, per le persone (“i consumatori”), mettere in relazione precisa il peggioramento delle attese in generale e la propria sorte individuale.

Sul piano generale, infatti, comincia ad esserci una consapevolezza più razionale, visto che peggiorano le stime sia dei giudizi sia delle attese sull'attuale situazione economica del Paese (a -24 da -20 e a 25 da 31 i rispettivi saldi). Né si nutrono speranze per una diminuzione dei prezzi (che per molti intervistati sono indistinguibili dalle tariffe). Ed anche le speranze di trovar lavoro spariscono velocemente: aumenta infatti il saldo delle attese di disoccupazione (a 2 da -8).

Più ciniche e più informate le imprese. Qui il clima di fiducia sale solo nei “servizi di mercato” (a 114,3 da 113,8), mentre scende nelle costruzioni (a 114,8 da 121,4), nel commercio al dettaglio (a 109,1 da 115,0) e nella manifattura (a 104,1 da 104,4).

Possiamo scommettere su un poderoso incremento dell'ottimismo a Palazzo Chigi, per combattere quei "gufi" che crescono nelle nostre tasche vuote...

Il rapporto completo.

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Il 75% dei russi giudica peggiorato il livello di vita nel 2015

Non ha sollevato l'usuale indignazione contro lo “zarismo” di Vladimir Putin la condanna in contumacia, con accusa di omicidio, emessa la scorsa settimana contro Mikhail Khodorkovskij. D'altronde, l'ex magnate della ex Jukos, nel 2013, la grazia l'aveva ricevuta proprio da Putin, dopo aver passato in carcere dieci anni per appropriazione indebita, evasione fiscale e riciclaggio di denaro sporco e, se anche ora dichiara di voler fare da nave-scuola a quei “giovani attivisti politici russi” che intendono “presentarsi quale alternativa all'attuale regime”, in fondo, nemmeno i media nostrani più “antizaristi” riescono a negare che le scelte di politica interna del governo russo si distinguono solo nella forma da quelle di cui sono figli i Khodorkovskij, gli Abramovič, i Deripaska, i Sečin (il capo di Rosneft, che ha preso il posto della Jukos) i Kovalčuk e che, tanto le une che gli altri, sono il prodotto naturale e genuino dei “malvagi anni '90”.

Un anno fa l'analista pietroburghese del PC russo Aleksej Bogačev parlava di un “putinismo romantico”, a proposito di coloro che, pur consapevoli della politica di privatizzazioni di Putin e Medvedev, vedono nel presidente una sorta di àncora che frenerebbe una veloce ricaduta nel liberismo più sfrenato. E plaudono alla ferma linea di politica estera di Vladimir Vladimirovič, nonostante tutte le statistiche, fin quelle ufficiali, mostrino come continui ad aumentare il divario tra i redditi dei diversi gruppi sociali, la corruzione permei tutte le strutture di potere e le scelte di bilancio sacrifichino di anno in anno i settori sociali più deboli, a partire dai tagli a sanità, istruzione e pensioni. Perché, come scriveva qualche tempo fa su Pravda.ru il Presidente dell'Istituto di Strategia nazionale Mikhail Remizov, anche se l'arresto di Khodorkovsky, nel 2003, rappresentò “una pietra miliare nel rapporto tra governo e oligarchi, il carattere oligarchico dell'economia russa non è affatto superato; è stato solo ottimizzato grazie a una sorta di patto di autocontrollo tra governo e oligarchia".

Ed è così che, secondo i sondaggi del Centro Levada, il 75% dei russi ritiene cambiato in peggio il livello di vita nel corso dell'ultimo anno. Solo il 3% è del parere opposto e il 17% non vede cambiamenti significativi. Il 7% percepisce un miglioramento nella sfera dell'istruzione; il 5% in quella sanitaria e il 10% nel lavoro degli organi di sicurezza; di parere opposto, il 32%, il 49% e il 20% degli intervistati, rispettivamente riguardo ai tre settori indicati.

Per quanto riguarda la percezione circa la possibilità, per le persone comuni, di influire sulle scelte del potere, il 57% non vede cambiamenti rispetto a un anno fa e il 30% li nota, ma in peggio. E' ovvio che queste statistiche, non scomponendo i dati in base a categorie sociali, offrono al massimo un'opinione generalista, priva di basi strutturali e di distinzioni sociali. Si tratta solamente, appunto, di “percezioni”, che eludono ogni differenziazione non solo di classe, ma anche di tipologia, quantunque siano indicative.

Dunque, sempre in base alle statistiche, secondo l'ufficiale VTsIOM, nel 2015 è raddoppiato il numero di russi considerati poveri. Le cifre, arrotondate dalla Tass, parlano di un balzo dal 22 al 39% nel numero di famiglie con un reddito insufficiente all'alimentazione, oppure, se sufficiente per il cibo, non per il vestiario. Tra il 2005 e il 2014 si era registrato il fenomeno opposto: dal 49% al 22%. Vero è che, secondo il VTsIOM, negli ultimi 10 anni la situazione delle famiglie russe – di nuovo, alla maniera liberale, si parla genericamente di “famiglie” – è andata migliorando e una caduta repentina si sarebbe registrata proprio a partire dal 2014. Tra il 2009 e il 2015 i nuclei con un reddito inferiore ai 5mila rubli a persona (un impiegato medio di una ditta media, privata o pubblica, può arrivare a percepire oggi circa mille dollari: il $ USA era cambiato ieri a 72 rubli) sono precipitati dal 96 al 13%.

L'Istituto di indagini riporta anche che un reddito medio-minimo si aggira oggi intorno ai 23mila rubli – ma sono oltre cinque milioni i russi che prendono meno di 11mila rubli, contro introiti ufficiali di funzionari pubblici e privati che volano oltre i 200mila rubli – e se “la quota di poveri, negli ultimi 5 anni, seppur lentamente, si era andata assottigliando, nell'ultimo anno è raddoppiata rispetto al 2014, tornando al livello del 2009. Per una “autovalutazione” della propria situazione materiale, la quota di famiglie che la giudicano cattiva o molto cattiva, sono passate dal 32% del 2005, al 16% del 2013, al 22% di oggi.

Ma, come in ogni valutazione scrupolosamente liberale, Interfax annunciava ieri che “La Russia, sul mercato dei capitali, è passata dal reparto rianimazione al reparto degenza”, pur se le sanzioni non sono state eliminate, la situazione geopolitica continua a essere tesa e, perciò, le imprese russe alla ricerca di fondi sono costrette a cercare vie alternative. “Fino a due anni fa”, scrive Interfax, “gli eurobond erano uno dei sistemi più semplici di attirare finanziamenti; oggi, ciò è un lusso, anche per quelle compagnie che non sono cadute sotto le sanzioni”.

Sul mercato del capitale azionario, alcune compagnie di retail nell'ultimo anno sono riuscite ad attirare diverse centinaia di milioni di $ e “il prossimo anno dovrebbe vedere un sensibile attivizzarsi del mercato azionario, grazie anche ad ulteriori privatizzazioni, tra cui spicca, per dimensioni, quella del Sovkomflot, compagnia statale per il trasporto marittimo di prodotti energetici”. Sembra invece che il 2015 sia risultato non molto positivo sul mercato degli eurobond; soltanto verso fine anno, scrive Interfax, si sono avute grosse emissioni: “A ottobre Norilsk Nickel è tornata sul mercato dopo due anni, con eurobond per 1 miliardo di $. Gazprom, (ultima emissione un anno fa), ha collocato nuovi titoli di debito per 1 miliardo di euro e, nel complesso del 2015, ha attirato fondi per 7 miliardi di $, soprattutto da investitori cinesi. A novembre è stata la volta di Alfa bank (500 milioni di $) e a dicembre Evraz (750 milioni di $). Per quanto riguarda i titoli di stato, “la comparsa di acquirenti americani, europei e asiatici ha così impressionato il Ministero delle Finanze, che il Ministro Anton Siluanov ha parlato del pieno ritorno della Russia sul mercato internazionale dei capitali”.

Ma intanto il prezzo del petrolio Brent è caduto oggi a 36,68 $ al barile – il prezzo medio per il 2015 è il più basso degli ultimi 11 anni – all'annuncio iraniano di voler aumentare l'estrazione. Le manovre internazionali giocano in questo un ruolo che definire “non secondario” suona come eufemismo e, per un'economia che, come denunciano da tempo i comunisti russi, trova la propria fonte principale nelle esportazioni di prodotti energetici, non aiuta a risollevarne la china e a migliorare la situazione di quei 20 milioni (ufficiali) di poveri falcidiati da un'inflazione al 15% e da tariffe in linea con i mandati del FMI.

D'altra parte, a fronte di quanti, come il capo della filiale della Banca di stato VTB24, Mikhail Zadornov, invitano il governo a uscire dall'isolamento politico internazionale e dalla linea del confronto, con l'obiettivo di attirare capitali occidentali, ci sono quanti chiamano a uno sviluppo più razionale dei diversi settori industriali e non del solo comparto energetico per l'esportazione, che riduce il paese a rango di fornitore di materie prime. Ma, se l'obiettivo è quello dell'arricchimento della élite politico-finanziaria; se “la burocrazia statale si sta sempre più estraniando”, come scrive oggi l'analista Andrej Kolesnikov su Gazeta.ru, “dalla società, nonostante, in tutta l'era postsovietica non ci sia mai stato un tale livello di appoggio al primo cittadino e se il sistema difende solo le proprie strutture di supporto, mentre il resto è più o meno indifferente”, allora è difficile parlare di rottura con l'eredità politico-sociale pro oligarchica degli anni '90.

Così che, come scriveva – tr.rkrp-rpk.ru – il segretario del PC operaio russo Viktor Tjulkin, a commento della conferenza stampa di fine anno di Vladimir Putin, “se si parla, come ha fatto lui, della necessità di sanare la ferita demografica inferta nel passato alla Russia, allora ci chiediamo: inferta da chi? Da colui in onore del quale Putin ha inaugurato il Centro a Sverdlovsk?”, cioè Boris Eltsin? “Fiorisce la ricchezza materiale di una ristretta cerchia di eletti, lungi dall'essere i migliori” dichiara Tjulkin; “in breve, il lucro, il profitto. Dunque, non c'è nulla di nuovo e non c'è nessuna nuova ricetta a favore dei lavoratori”.

Come diceva il romantico bandenburghese Theodor Fontane “Abbi la proprietà e avrai il diritto”.

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Mille civili uccisi in un anno. L'Isis? No la polizia statunitense

Gli agenti di polizia statunitensi hanno sparato e ucciso quasi 1.000 civili nel 2015. E' quanto emerge da uno studio del Washington Post che arriva mentre si riaccendono le polemiche sulla polizia dopo il caso di Chicago, dove un agente ha ucciso due afroamericani. Il Washington Post ha lanciato un progetto globale per registrare ogni sparatoria fatale da parte della polizia nel 2015. Sono stati usati i database di cronaca e i risultati a livello nazionale, in tempo reale, utilizzando i report di stampa e altre fonti pubbliche. Il Washington Post ha compilato lo studio usando dati relativi a ogni morte, tra cui la razza delle vittime, sia che fossero armate o meno e le descrizioni degli eventi. Nel mese di ottobre, il direttore del Fbi, James B. Comey, aveva detto che è "inaccettabile" che i giornalisti siano diventati la principale fonte di informazioni sul tema. Il progetto ha avuto inizio dopo l’uccisione da parte della polizia di Michael Brown a Ferguson, Missouri, nel mese di agosto 2014, che provocò diverse notti di scontri e settimane di proteste in tutto il paese.

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Il "piano" di Schaeuble: devastare i sistemi bancari del resto d'Europa

L'Unione Europea è un dispositivo “comunitario” costrittivo senza alcuna regola uguale per tutti. Più sei piccolo e/o debole, meno potere contrattuale ti spetta. Peggio ancora, è una fisiologia che non funziona e che produce anticorpi potenti.

È noto che non esiste un metodo di risoluzione dei problemi e dei contrasti. O meglio, un metodo si è affermato nel tempo, nella prassi. Consiste nell'arrivare a un punto di crisi quasi devastante e a quel punto “trovare una quadra” tra interessi anche nazionali divergenti, sotto la spinta dei capitali multinazionali più forti che devono necessariamente imporsi attraverso soggettività politiche dominanti nell'Unione. Il ruolo della Germania si è rafforzato in questo modo, sul piano politico-istituzionale, di pari passo con la ristrutturazione di molte filiere produttive intorno alle imprese o alla finanza “based in Germany”.

In filosofia politica questo metodo ha avuto – non per caso – un teorico naturalmente tedesco e decisamente reazionario. Il Carl Schmitt di “sovrano è chi decide nello stato di eccezione”. Nel momento di massima crisi, in altri termini, la soluzione è imposta (orientata, suggerita, preparata) dal più forte. Non dal più giusto, più “corretto”, più “rispettoso delle regole”.

La contraddizione originaria della costruzione europea è del resto quella tra una tensione politica unificante e una realtà fatta di notevoli differenze sul piano economico, sociale, istituzionale. Il “trasferimento di sovranità” verso le istituzioni sovranazionali è dunque avvenuto a pezzi, partendo dalla creazione prima di un mercato comune, poi di una moneta unica (ma non condivisa da tutti i paesi membri), sotto la vigilanza di istituzioni che solo formalmente possono esser definiti “comunitarie”, visto che i pesi nazionali relativi sono lì dentro quasi sempre predominanti. Si può insomma vedere una Unione Europea durissima, ai limiti delle ferocia, nei confronti della piccola Grecia; ma difficilmente si andrà oltre qualche mugugno nei confronti delle violazioni tedesche o francesi.

Il passaggio sull'”unione bancaria” sta oggi dominando l'agenda europea più delle minacce di guerra, e mostra che il cosiddetto “terzo pilastro” – con molta probabilità – non potrà più esser costruito, lasciando così pericolosamente squilibrata una costruzione che anche completata avrebbe avuto comunque grossi problemi. Stiamo parlando della “condivisione dei rischi” in caso di crisi bancarie, con l'assicurazione europea sui depositi.

La recente querelle tra l'italietta renziana e la Ue sul “salvataggio” delle quattro banche dello scandalo d'autunno (più una quinta, TerCas, su cui si è ripetuto il contrasto) ha messo a nudo il fatto che non ci sono affatto “regole europee comuni” per casi come questo. Il sistema bancario tedesco – e anche quello francese – ha problemi enormi, probabilmente superiori a quelli italiani, ma lì si è proceduto con iniezioni di denaro pubblico anche in tempi recentissimi.

Le contraddizioni e i contrasti su questa materia si vanno insomma addensando, prefigurando un momento di crisi in cui tutta l'Unione Europea sarà chiamata a un capezzale per definire quali siano le regole da applicare anche in futuro.

Non è che non ci siano idee in proposito, soprattutto nel governo tedesco, ma si tratta di soluzioni che aprono la strada all'esplosione del sistema bancario europeo, ovvero alla sua “ri-nazionalizzazione”. Una lettera inviata da Wolfgang Schaeuble al capo della Commissione Finanza e Bilancio del Parlamento tedesco è stata al centro di un preoccupato articolo di Carlo Bastasin, editorialista de IlSole24Ore, apparso in due versioni leggermente differenti – ma con due titoli di assai diversa drammaticità – sul quotidiano di Confindustria e sul sito di Brookings Institution, considerato il miglior think tank globale.

Il “piano” di Schaeuble è semplice e “automatico” come tutti i piani che sono stati partoriti fin qui. “Automatico” perché non deve poter essere più oggetto di interpretazione o sottoposto a condizioni di applicabilità che potrebbero variare col tempo. “Semplice” per l'identica ragione. Del resto, premette lo stesso Bastasin, ”Il governo tedesco sembra aver perso fiducia verso qualsiasi forma di governance centralizzata, e potrebbe ora cercare solamente di proteggere i contribuenti tedeschi da qualsiasi condivisione dei potenziali costi delle crisi dei debiti pubblici negli altri paesi.”

L'idea di fondo è antica: i sistemi bancari nazionali sono strettamente irrelati con i titoli del debito pubblico nazionale, visto che è prassi ovunque che le banche private facciano incetta di titoli di stato, piazzandoli poi in gran parte presso la propria clientela al dettaglio (Il famoso “popolo dei Bot”). Dunque, visto che i debiti pubblici nazionali sono molto diversi per dimensione e rischiosità, invece di procedere in direzione della “condivisione dei rischi” secondo Schaeuble bisognerebbe delineare un “meccanismo automatico di ristrutturazione del debito pubblico per qualsiasi paese europeo che richieda assistenza finanziaria. Una volta che un paese ha chiesto aiuto tramite il Meccanismo Europeo di Stabilità (un fondo creato ad hoc nel 2012), quale che sia la ragione, i tempi di scadenza dei titoli pubblici saranno automaticamente prolungati, riducendo il valore di mercato di questi titoli e provocando gravi perdite a chi li detiene”.

Tradotto per i non addetti ai lavori: se chiedi aiuto ti ammazzo.

Un assaggio di questa terapia di fine vita lo si è avuto con le crisi di Grecia e Cipro. In quest'ultimo caso ha preso corpo il bail in, per cui le perdite di una banca vanno addebitate ad azionisti e obbligazionisti, ma anche ai correntisti al di sopra dei 100.000 euro. Però, se viene a mancare una “garanzia comunitaria”, non è detto che anche i correntisti ben al di sotto di quella cifra – i normali operai, impiegati, pensionati costretti ad aprire un conto corrente per poter ricevere lo stipendio – possano dormire sonni tranquilli. Anche l'eventuale “garanzia nazionale”, fornita fin qui dallo Stato di appartenenza, potrebbe facilmente esser considerata “aiuto di stato” e quindi vietata.

Ma anche a prescindere dall'identità di chi viene chiamato a pagare per un fallimento bancario, questo meccanismo “nazionalizza” i problemi nel mentre stesso rende impossibile qualsiasi soluzione. Più è debole lo stato nazionale, infatti, meno margine di manovra avrà per salvaguardare gli istituti di credito “basati” sul proprio territorio ed anche i risparmiatori relativi.

In realtà una soluzione, secondo questo piano, c'è, anche se resta sullo sfondo. Le ondate di fallimenti e impoverimento di grandi fette di popolazione lascerebbe campo aperto a “soluzioni di mercato”, come – senza troppa fantasia – l'irruzione di istituti di credito “comunitari” (magari gli stessi salvati a forza di denaro pubblico “in patria”) in una terra desolata e ormai fortemente indebolita sul piano dell'autonomia finanziaria. Dunque anche economica.

Il rischio, evidente, è che in questo modo l'Unione Europea venga “rotta dall'alto”, dai soggetti più forti. Mentre qui ancora ci si balocca con concetti ormai vuoti come “l'Europa”.

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Titolo su Brookings: La soluzione finale di W. Schäuble: ristrutturare i debiti pubblici europei

Titolo sul Sole24Ore: Il piano tedesco su debito e aiuti Ue

Carlo Bastasin, 15 dicembre 2015

Un piano tedesco per riformare l’eurozona propone un meccanismo automatico di ristrutturazione dei debiti sovrani. Questo meccanismo, progettato dal Ministro delle Finanze tedesco, ha lo scopo di impedire qualsiasi forma di condivisione dei rischi tra i paesi dell’eurozona, e di confinare i costi dell’instabilità finanziaria e fiscale il più possibile all’interno dei paesi più deboli. Dal punto di vista dei default sul debito, il piano può imporre maggiore disciplina, però rischia anche di esacerbare qualsiasi futuro episodio di instabilità finanziaria.

I 18 paesi dell’area euro stentano ancora a riprendersi dopo sette anni di difficoltà finanziarie che hanno minacciato la sopravvivenza stessa della moneta unica. Dal 2010 si è assistito ad una sfilza di proposte su come migliorare la centralizzazione della governance dell’area economica dell’eurozona, o al contrario su come decentralizzare i rischi e limitarne la condivisione. Il governo tedesco sembra aver perso fiducia verso qualsiasi forma di governance centralizzata, e potrebbe ora cercare solamente di proteggere i contribuenti tedeschi da qualsiasi condivisione dei potenziali costi delle crisi dei debiti pubblici negli altri paesi.

Il piano è descritto in una lettera inviata a fine novembre dal Ministro delle Finanze al capo della Commissione Finanza e Bilancio del Parlamento tedesco. La lettera, non pubblicata, prescrive un meccanismo automatico di ristrutturazione del debito pubblico per qualsiasi paese europeo che richieda assistenza finanziaria. Una volta che un paese ha chiesto aiuto tramite il Meccanismo Europeo di Stabilità (un fondo creato ad hoc nel 2012), quale che sia la ragione, i tempi di scadenza dei titoli pubblici saranno automaticamente prolungati, riducendo il valore di mercato di questi titoli e provocando gravi perdite a chi li detiene.

Il meccanismo trasformerebbe i titoli pubblici dell’eurozona in asset finanziari più rischiosi – è questo anche l’obiettivo di un’altra proposta del governo tedesco, che mira a eliminare l’eccezione normativa che permette alle banche di detenerli senza dover possedere riserve di capitale per coprire le eventuali perdite. Secondo un’interpretazione piuttosto astratta del modo in cui funzionano le economie europee, rendere esplicitamente più rischiosi i titoli sovrani ed incoraggerebbe banche e famiglie a evitare di sottoscriverli alla leggera. I governi avrebbero meno incentivi ad accumulare debito. Le banche eviterebbero a loro volta di investire in titoli pubblici e forse si impegnerebbero maggiormente a prestare denaro all’economia reale. L’efficienza economica in tutta l’eurozona aumenterebbe.

Purtroppo però stabilire un meccanismo automatico per sanzionare le situazioni economiche problematiche che si vorrebbero evitare può, nei fatti, renderle ancora più probabili. I titoli pubblici hanno un ruolo unico e fondamentale per il sistema finanziario dell’eurozona. Pertanto, una volta che i titoli sovrani nei paesi dell’eurozona sono diventati più rischiosi, l’intero sistema finanziario potrebbe diventare più fragile, e questo potrebbe influenzare negativamente la crescita e la stabilità finanziaria. Da ultimo, anziché imporre una sana disciplina ad alcuni paesi membri, il nuovo regime potrebbe ampliare i differenziali di rendimento dei titoli di stato e rendere impossibile la convergenza dei debiti, aumentando la probabilità di rottura dell’eurozona.

Il piano di Berlino va in parallelo all’idea che il contenimento della crisi sia solo una questione che riguarda i paesi più colpiti. Si basa inoltre sull’assunzione che qualsiasi forma di condivisione del rischio fornisca ai governi gli incentivi sbagliati, producendo moral hazard. Comunque, come la crisi ha dimostrato, la vulnerabilità finanziaria può avere origini non fiscali ed essere il risultato di problemi comuni; sanzionare i singoli paesi può generare un’instabilità che potrebbe degenerare in una nuova crisi.

Il documento del governo tedesco dimostra una sfiducia fondamentale verso gli atteggiamenti fiscali degli altri governi. L’applicazione ripetuta delle “clausole di flessibilità” per sottrarre alcune spese con finalità specifiche dal conteggio del deficit sta facendo storcere il naso a Berlino. Il governo tedesco guarda con disprezzo la Commissione Europea, considerandola troppo esposta ai ricatti dei governi nazionali, con particolare preoccupazione per l’ascesa dei movimenti populisti e anti-europei. Negli anni passati la cattiva gestione della crisi ha reso l’idea di una governance fiscale centralizzata sempre meno attrattiva anche per gli altri paesi dell’eurozona. L’applicazione asimmetrica delle regole, le decisioni fuori luogo e al momento sbagliato, la tendenza ad applicare la “legge del creditore” anziché gli interessi comuni, nonché certe propensioni ideologiche, hanno fatto venire meno la fiducia verso le decisioni comuni. I governi nazionali, ciascuno a suo modo, stanno passando da una timida propensione a condividere il rischio a una decisa volontà di decentralizzare qualsiasi rischio, come unica ed esclusiva modalità di gestione dell’unione monetaria.

Nel considerare la minaccia di una ristrutturazione del debito come politica efficace per imporre la disciplina, Berlino chiede che i titoli di debito pubblico perdano la loro condizione di asset considerati privi di rischio. Quest’ultima “eccezione normativa” faceva in modo che le banche accumulassero titoli di debito sovrano nel loro bilancio senza la necessità di incrementare il proprio capitale. Nel documento inviato al Bundestag, il Ministro delle Finanze propone che l’eurozona anticipi la regolamentazione internazionale nel riconoscere la specifica rischiosità dei titoli di debito sovrano. Una volta che sia stato stabilito che i titoli pubblici sono a rischio come tutti gli altri, le banche saranno incoraggiate a ridurre l’ammontare di titoli di Stato che detengono, rompendo il circolo vizioso che ha caratterizzato la crisi, col finanziamento del debito pubblico che minacciava la stabilità bancaria e viceversa. Secondo il documento di Berlino, i paesi dell’eurozona dovrebbero anche ridurre in modo permanente i loro livelli di debito pubblico su PIL. Per poterlo fare, Berlino vuole impedire che ciascun paese invochi clausole di flessibilità. In particolare, la richiesta italiana di flessibilità ha ottenuto un certo cedimento da parte della Commissione Europea durante i negoziati. La Francia non si pone nemmeno il problema di ottenere l’autorizzazione per le sue generose politiche fiscali. Nelle trattative coi primi ministri dell’eurozona, il presidente della Commissione Europea Juncker è stato costretto a scegliere tra autorizzare i governi in carica ad ampliare i loro deficit per ogni sorta di ragioni oppure fomentare i movimenti populisti anti-europei che vogliono mandare all’aria l’intera unione monetaria. Questa specifica debolezza nella coordinazione delle politiche fiscali a livello centralizzato ha convinto le autorità tedesche a chiedere la decentralizzazione dei rischi e un controllo depoliticizzato.

“Il ruolo di sorveglianza della Commissione” – dice il documento sottoscritto dal Ministro delle Finanze – “non deve limitarsi a degli obiettivi politici“. Per rendere il giudizio di Bruxelles indipendente dalle convenienze politiche, Berlino mira a separare la funzione di supervisione svolta dalla Commissione dal suo ruolo nell’orientare le scelte politiche. In alternativa, il controllo delle politiche fiscali potrebbe essere consegnato a una nuova istituzione tecnica e indipendente. Se questi meccanismi dovessero ancora fallire nel tenere a freno il debito pubblico, allora la minaccia di un semplice meccanismo automatico di ristrutturazione del debito farà il trucco: i mercati diventeranno subito estremamente sensibili alla mancanza di disciplina fiscale, e puniranno ciò che i politici perdonano.

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