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25/11/2014

Regionali e dintorni: le armi segrete che non ci sono

Nelle democrazie mature è normale che il tasso di partecipazione alle elezioni tenda ad abbassarsi ”. Queste parole, pronunciate con la consueta sterile ossessione per la normalità, sono di Massimo D’Alema. Risalgono, per la precisione, all’inizio della seconda repubblica nel periodo della bicamerale. Allora, di fatto, si sosteneva che in una democrazia dove, comunque, prevalevano i garantiti la politica finiva inevitabilmente per perdere pathos e capacità di attrazione. Anche perchè la politica, specie quella immersiva come negli anni ’70, lasciava sempre più il passo ad altre dimensioni meno legate a bisogni immediati. Naturalmente, allora come oggi, il processo andava benissimo a chi vinceva le elezioni. Una partecipazione costante alla politica prevede la tutela degli interessi collettivi. Tutela esercitata dai soggetti di massa in prima persona. Una democrazia rappresentativa con scarsa partecipazione prevede invece, come accaduto domenica, il predominio di tre tipi di soggetti: una minoranza non protagonista che vota in automatico su base identitaria o sganciata da processi reali; una serie di categorie strettamente interessate a questioni corporative o clientelari; il business che deve mettere immediatamente a valore il risultato elettorale.

Non a caso quindi a Renzi il risultato elettorale in Emilia e in Calabria va benissimo: nella frammentazione generale il Pd ha un brand riconoscibile, che con l’astensione vale numericamente il doppio, uno zoccolo indentitario che vota di tutto, delle categorie sociali e professionali in grado di mobilitarsi il minimo necessario per prevalere. E a fare business sul risultato elettorale, ça va sans dire, oggi su piazza nessuno è meglio dei ragazzi di Matteo. Certo, bisogna anche saper tenere la scena. Ma si ascoltino le parole di Guerini, vice-segretario del Pd, tutte di circostanza: “valuteremo nelle prossime settimane il dato dell’astensione”. Vista la retorica renziana del decidere subito, e su tutto, il messaggio è chiaro. E suona come un “l’astensione ci va benone così solo che non possiamo dirlo”. Chi dovrà capire, tanto, capirà. Stiamo parlando infatti di un partito, il Pd, che poche settimane fa ha dovuto constatare un dato choc. Ovvero che quattro quinti circa degli iscritti non hanno rinnovato la tessera. Il dato elettorale, crollo dell’affluenza e dei voti nella roccaforte emiliana, unito a quello sulle tessere, altro crollo, avrebbe fatto lanciare un sonorissimo allarme a qualsiasi partito tradizionale. Ma stiamo parlando, appunto, di un partito tradizionale, legato alla rappresentanza diretta degli interessi sociali. Questo genere di aggregazioni è entrato in crisi, in Italia, un quarto di secolo fa. E non da segni di rinnovamento. Tanto da far entrare in crisi non solo la rappresentanza ma anche, per assenza di soluzioni praticabili, chi parla di crisi irreversibile della rappresentanza. Quello che deve infatti colpire, dal dato emiliano è questo: un presidente di regione (Errani) dimessosi per malaffare, una polemica fortissima sull’articolo 18 che spacca in due il centrosinistra (non solo a livello di residui quadri ma anche di elettorato diffuso), un candidato Pd (Bonaccini) invischiato in una vicenda di avvisi di garanzia fino a pochi giorni dalle primarie. Cosa accade? Esce l’unico dato che interessa ai renziani ovvero vincere le elezioni. E gli altri possono tranquillamente dire cosa preferiscono.Nel renzismo c’è libertà di parola. Specie per chi si sfoga o impprovvisa fuori dai circuiti di potere che contano, s’intende.

Renzi è un ribassista politico quanto lo è, sul piano delle scommesse in borsa, il suo socio Davide Serra. Come quest’ultimo ha infatti guadagnato dal crollo delle azioni MPS, Renzi guadagna dal crollo dell’affuenza elettorale. Poi possono, di conseguenza, anche crollare un sistema economico e uno politico. Qui il nichilismo è razionalmente conforme allo scopo, e alla vorace rete di interessi che lo sostiene, tanto qualche esperto in marketing, che fa sceneggiatura sugli interessi privati che farebbero bene all’interesse collettivo, lo si trova sempre per raccontare qualcosa all’elettorato. In Calabria poi il passaggio della gestione di determinati interessi sul territorio è già avvenuto con la naturalezza della vittoria Pd nel deserto. Del resto quando lo stesso presidente del senato dice che lo stato colloquia, ancor oggi, con la mafia non si vede perché debba, in futuro, mancare un certo dialogo in Calabria. Magari il Pd smentisce clamorosamente, e guai a dispiacersene, ma l’impressione forte è che se il Partito Democratico si è fatto infiltrare dalla ‘ndrangheta in Lombardia non si vede come il partito leggero, in Calabria, non debba farsi infiltrare anche dove la ‘ndrangheta ha sede. Soprattuto quando il business del partito leggero, infiltrabile per eccellenza, e quello della ‘ndrangheta coincidono sul terreno delle grandi opere. Intanto il PD diventa il referente praticamente unico del potere politico calabrese, con qualche macchia di NCD, dopo il crollo di Forza Italia.

I punti deboli di Renzi? Nell’ottica del business ha la tendenza a non fare prigionieri. Il che porta ad accumulare troppi nemici sia in politica sia nelle banche e nell’economia. Il protagonismo di Diego della Valle, che vuol fondare un suo movimento antirenziano, va letto quindi non solo in termini personali ma anche di un più vasto fenomeno, di rigetto verso Renzi, in settori dell’Italia che conta. Dal punto di vista del consenso identitario, e quello verso ceti che lo votano sopravvalutandolo, Renzi è poi debole quando dà l’impressione di avere un’arma segreta che salva il paese. Arma segreta, oggi simboleggiata dai poteri taumaturgici che si vogliono contenuti nel Jobs act, che invece non esiste. Renzi non è Clinton nel senso di un progressista, espressione del rigonfio della bolla finanziaria americana degli anni ’90, che trova il modo di riempire le tasche dei propri concittadini almeno per una stagione. Tanto che uno dei suoi avversari, il reverendo Jesse Jackson, teorizzò che anche i ceti più poveri dovessero convertirsi all’acquisto diffuso di azioni così come promosso dalle Clintonomics. Politiche che, dalla corsa all’acquisto dei titoli tecnologici in poi, trovarono un’arma segreta di arricchimento diffuso. Tali non certo da invertire la tendenza alla diminuzione del potere di acquisto degli americani ma, almeno, in grado di soddisfare la contingenza di un periodo. Renzi non ha questo genere di arma segreta. Offre solo un crollo generalizzato della società italiana, costellata di segni “meno” in ogni settore strategico, da cui Renzi sa trarre profitto da ribassista della politica quale è. Ma prima o poi questa assenza di prospettive, finora colmata da una comunicazione politica compulsiva, si farà sentire. Viste entità e permanere della crisi non si dovrà aspettare 20 anni come con Berlusconi.

Pensare però che l’astensionismo condizioni l’attuale maggioranza nel Pd significa quindi avere capito poco dei processi in atto. Non c’è alcun potere di condizionamento passivo (dalle norme costituzionali, all’astensione ai veti del sindacato) in grado di imporsi su un fenomeno come quello renziano. Fenomeno che vive, basta vedere i dati elettorali, di astensione. Anche il 41 per cento delle europee è stato ottenuto con una astensione, anch’essa, superiore al quaranta per cento. Il renzismo o implode, perché la propaganda si blocca, o esplode perché attaccato nelle zone sensibili. Il condizionamento ha vita breve. Landini e Camusso, all’inizio molto diplomatici con Renzi, ne sanno qualcosa personalmente. La costituzione è già stata liquidata da Bersani, col pareggio in bilancio del 2012, e così la strada è spianata.

Certo un’astensione così forte può far prendere degli abbagli. Anche perché quattro anni fa l’Idv sembrava, sempre alle regionali, un panzer inarrestabile. E’ sparita solo due anni dopo. Questo può valere per la Lega che, per quanti sforzi faccia e risultati ottenga, finchè non riesce a far intravedere quel simbolico lepeniano che da Bressanone a Pantelleria unifica, e sul serio, la destra italiana. Solo allora, a parte le zone dove la Lega è radicata, risultati come quello emiliano possono essere presi sul serio. Perché l’astensione, a differenza di come sostengono, come sempre, gli sconfitti che la considerano un parcheggio di voti che torneranno a casa, può avere esiti imprevedibili. Vale per il movimento 5 stelle, che è un titolo politicamente fluttuante (come è avvenuto per la Lega che è passata più volte dalla centro alla periferia della politica italiana e viceversa) come per Forza Italia. Che però sembra proprio non avere l’arma segreta dell’erede di Berlusconi. A differenza di una astensione da “paese maturo”, e comunque tranquillo, stavolta si intravede il classico fenomeno da devastazione politica neoliberista. Come già visto nella Russia di Eltsin, e nell’Inghilterra della Thatcher: ristrutturazione liberista, crisi e spoliticizzazione si tengono per mano. La teoria degli stomaci vuoti che combinano chissà cosa, cambiando la storia in tempo reale, non andava bene nemmeno nell’Inghilterra delle rivolte contadine, come a suo tempo ha dimostrato magistralmente Thompson. Perchè qualcosa cambi, deve accadere qualcosa che molte forze politiche, in testa tutte quelle definibili di sinistra, stentano a capire e a definire.

Quindi, al momento, nessuna delle forze politiche in campo ha l’arma segreta. Ma tanto meno ce l’ha il Renzi segretario del Pd, e la cosa peserà, ancor meno ce l’ha il Renzi presidente del consiglio.

La “promozione”, questa la parola usata dai principali media, della legge di stabilità da parte di Bruxelles lascia infatti delle criticità degne di nota. Tutte le leggi di stabilità, e prima di loro le leggi finanziarie, lasciano naturalmente delle criticità. Ma, se si vogliono capire i processi politici, è importante capire di quali criticità occuparsi. Allo stesso tempo ogni legge di stabilità consolida la rete di relazioni di un potere politico. Il saldo, positivo o negativo, tra criticità emerse e consolidamento della rete di relazioni fa capire se un governo ha un futuro. Letta e, prima di lui, Monti avevano, ad esempio, un ottimo saldo di relazioni a livello continentale ma forti criticità a livello nazionale. Per Renzi saldo positivo e negativo si giocano attorno ad una attesa: quella, appunto, dell’arma segreta. Ordigno economico-finanziario che sarebbe in mano ad un altro attore, il presidente della Bce Draghi, ma che una volta usato salverebbe le sorti del presidente del consiglio e dell’Italia. Ma era già accaduto nella precedente versione, quella in cui l’arma segreta prendeva le forme dell’atomica tedesca, che un potente alleato era atteso all’uso salvando così il regime a Roma. Visto come è andata allora, l’Italia renziana e liberista è avvertita dal precedente. E qui cerchiamo di capire. Prima di tutto constatando che, con una legge di stabilità che tocca i 35 miliardi di euro ed è pienamente recessiva, il governo Renzi pone al segretario del Pd Renzi dei problemi di implosione politica. Problemi che oggi, il segretario del Pd sa ben governare ma sui quali non c’è da scommetere per il domani. Allo stesso tempo la stessa Bce, tra le voci delle differenti anime che la abitano, ha fatto capire che gli interventi della banca di Francoforte è molto difficile che servano per la mitica “crescita”. L’arma segreta Mario Draghi serve quindi per le banche, quando funziona (viste le crisi strutturali di quel genere di istituto). Ecco quindi che l’approvazione rapida del Jobs Act, entro 4 mesi ossia la prossima analisi del sistema Italia da parte di Bruxelles, può rivelarsi anch’essa un’arma segreta che non c’è. Sia a Bruxelles, che puo’ ben vedere come il pacchetto lavoro non rilanci la mitica crescita, sia in Italia dove sarà chiaro che il combinato di provvedimenti Renzi produce slide ma non posti di lavoro.

Ma la madre di tutte le armi segrete che non c’è, per il Renzi premier, è la riduzione del debito. Problema vero, taciuto, e destinato a farsi pesante nel 2015 in epoca quindi di fiscal compact. E che ci sia preoccupazione in questo campo lo si capisce dall’attivismo, sulla stampa, di Lucrezia Reichlin. Figlia di uno dei più funesti dirigenti delle stagioni più tetre del Pci, la Reichlin, testa grossa dell’economia mainstream, teorizza la cartolarizzazione del debito italiano. Con un meccanismo simile a quello del botto Lehman Brothers, titoli buoni e tossici mischiati assieme nello stesso prodotto finanziario. Il problema, oltre all’eventuale botto che pagheremmo noi, è che la Reichlin, vicina a Renzi, non trova sponda nel paese dove dovrebbe trovarla per forza: la Germania.

Ecco che Renzi senza armi segrete, è su lavoro e debito, che rivela la sua debolezza strutturale. E se sugli schermi in full HD, il segretario del Pd Renzi festeggia su altri schermi in HD, quelli connessi alle borse, i segni digitali non sono buoni. Sarà per questo che l’economista Sapir ha detto ad un convegno, che i renziani gli hanno ammesso che considerano come opzione valida l’uscita dall’euro. Notizia bomba, altro che armi segrete inesistenti, totalmente taciuta in un paese dove conta solo la facciata. O il saper frequentare uno studio televisivo come è accaduto ai due Matteo, Renzi e Salvini, entrambi partecipanti a quiz televisivi pochissimi anni prima di quando D’Alema strologava sulle democrazie “mature”.

Per Senza Soste, Nique La Police

24 novembre 2014


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