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domenica 30 novembre 2014

La Moldavia al bivio. Scenario ucraino per Chisinau?

Oggi si gioca un’altra partita importante nell’ambito dello scontro fra potenze che segna l'inizio del XXI secolo: si tengono, infatti le elezioni nella piccola Repubblica di Moldavia, il paese più povero d’Europa secondo la Banca Mondiale, altro vaso di coccio fra vasi di ferro, come la confinante Ucraina, la cui storia politica recente presenta non poche similitudini. Anche quella moldava, infatti, è un’economia che si è completamente destrutturata alla caduta dell’URSS: come settore di rilievo è rimasto quasi esclusivamente quello agricolo, mentre al comando del paese è salita un’elite finanziaria per nulla legata allo sviluppo della produzione e del mercato interni; la principale risorsa del paese, a tutt’oggi, è rappresentata niente meno che dalle rimesse economiche inviate dai numerosi emigranti!

La forza politica egemone per molto tempo è stata il Partito Comunista della Repubblica di Moldavia, diretto erede dell’ala moldava del PCUS e facente parte del Partito della Sinistra Europea di Tsipras; tale partito dal 2001 al 2009 ha espresso il Presidente della Repubblica (eletto dal Parlamento) nella persona del Segretario Vladimir Voronin. I Governi del Partito Comunista sono stati segnati da un atteggiamento di equilibrio fra l’apertura graduale verso l’Unione Europea e l’esigenza di tenere in vita il settore agricolo locale che però è uscito stritolato da un percorso accelerato di avvicinamento al polo imperialista europeo; comunque, gli assetti fondamentali del padronato moldavo non sono stati intaccati, come ci si aspetterebbe da un governo gestito da un partito comunista, anzi il suo atteggiamento è parso più simile a quello cerchiobottista dell’ucraino Yanukovic.

Il primo momento di inasprimento dello scontro si ha nel 2009, quando il Parlamento neo-eletto va in empasse e non riesce ad eleggere il nuovo Presidente della Repubblica allorché tutti i partiti filo-imperialisti si alleano per impedire la rielezione di Voronin, nonostante il Partito Comunista sia ancora saldamente il primo partito.

Ne scaturisce una sorta di rivoluzione colorata o di piccola Maidan moldava, in cui i manifestanti, guidati dalle componenti politiche filo-occidentali, danno l’assalto al Parlamento, forzandone lo scioglimento per dare luogo a nuove elezioni. Stavolta la coalizione dei partiti filo-imperialisti, pur dovendo fronteggiare il Partito Comunista ancora in maggioranza relativa, riesce a dar vita ad un proprio Governo e ad eleggere un proprio Presidente, Timofti; l’accelerazione nell’integrazione europea, presentata come la panacea di tutti i mali da una martellante propaganda culmina con la firma di un trattato di associazione all’UE, simile a quello imposto a Yanukovic.

Il risultato principale di tale trattato è quello di distruggere il settore agricolo moldavo, che nulla può nella competizione con i colossi europei; la situazione economica precipita ulteriormente con l’imposizione di controsanzioni a tale settore da parte della Russia in conseguenza della crisi ucraina, nella quale gli avventuristi dirigenti moldavi hanno improvvidamente giocato il ruolo di falchi filo-imperialisti: quello russo, infatti, era il principale mercato di assorbimento dei prodotti moldavi.

Così gli agricoltori, assieme ad altri settori popolari, sono scesi in piazza in massa negli ultimi mesi, dando vita a grosse manifestazioni e blocchi stradali con annesse minacce di marciare nella capitale Chisinau.

Ora siamo giunti alla resa dei conti, atteggiamenti di equilibrismo non paiono più possibili dall’inasprimento della competizione globale. Da una parte ci sono il Partito Democratico, il Partito Liberal-Democratico (l’uno osservatore del Partito Socialista Europeo, l’altro membro del Partito Popolare Europeo, quindi una grande coalizione in salsa moldava) e il Partito Liberale, favorevoli all’integrazione piena nell’UE e, pertanto, espressione dell’elite padronale finanziaria e parassitaria, dall’altra parte vi sono il Partito Socialista della Repubblica di Moldavia (che non ha associazioni internazionali) e il partito Patria, favorevoli invece ad un programma di massiccio intervento dello stato in economia, alla salvaguardia dei settori produttivi, di incremento dello stato sociale e, soprattutto, di associazione del paese all’Unione Doganale, accordo di integrazione economica cui, attualmente, partecipano Russia, Bielorussia e Kazakistan e che nel 2015 diventerà Unione Euroasiatica, ampliandosi ulteriormente. In mezzo ai due schieramenti c’è il Partito Comunista, il cui programma è poco chiaro sulla politica estera, in quanto ripropone l’equilibrismo proposto durante gli otto anni di governo (non tenendo conto delle accelerazioni degli ultimi tempi) e sembra, quindi non aver abbandonato l’aspirazione all’integrazione europea: sull’accordo di associazione con l’UE si dice semplicemente che il paese “non era pronto” a firmarlo, senza esprimerne una contrarietà di principio.

Secondo un sondaggio condotto dall’Institute of Public Policy, finanziato da Soros, quindi non sospettabile di voler orientare i consensi in direzione di partiti fortemente indirizzati verso un’alleanza con la Russia, come il Partito Socialista e Patria, questi ultimi e il Partito Comunista potrebbero ottenere insieme dai 53 ai 55 seggi, mentre i tre partiti favorevoli all’integrazione europea sarebbero a quota 47-50, su 101. Tuttavia, la strada per approdare ad un’alleanza fra comunisti, socialisti e Patria - la quale porterebbe a disdire il trattato di associazione con l’UE, sarebbe fortemente orientata verso la Russia come partner politico-economico privilegiato e, forse, secondo l’organizzazione rivoluzionaria ucraina Borotba, sarebbe persino in grado di intaccare lo strapotere degli oligarchi locali - appare impervia. Secondo molti analisti politici, infatti, il Partito Comunista sarebbe più orientato ad una clamorosa alleanza con i partiti filo-imperialisti; al momento, come si può leggere anche sui siti ufficiali, la dialettica fra comunisti e socialisti è molto molto aspra e non lascia per nulla intravedere una futura alleanza: sono in ballo accuse di voler modificare i regolamenti e le soglie di sbarramento in extremis a danno dei socialisti.

Se lo scenario della super-alleanza filo UE di democratici, liberali, liberal-democratici e comunisti dovesse inverarsi, il Partito Comunista scriverebbe una pagina nerissima nella storia della Sinistra Europea, che potrebbe anticipare altre pagine nere (dove per pagine nere si intende di subalternità all’imperialismo europeo) in altri paesi del continente.
Alla luce di questi eventi, quella dell’attitudine verso l’UE, riforma o rottura, si pone sempre più come una linea di demarcazione all’interno della sinistra di classe e radicale europea: atteggiamenti di equilibrismo, consapevolmente o meno, diventano sempre di più la foglia di fico della subalternità di fatto all’imperialismo europeo.

Al di là di questi risvolti, la tensione in Moldavia è palpabile, una nuova situazione di empasse sembra possibile, come non è da escludere una precipitazione “di tipo ucraino” dello scontro; anche qui la situazione è complicata dal fattore etnico, che ricalca in parte le divisioni politiche: ad una grande maggioranza di rumeni (70%), si affiancano forti minoranze di ucraini e russi; i partiti filo-imperialisti guardano maggiormente ai rumeni, mentre i partiti filo-russi si pongono anche come espressione organica delle popolazioni di etnia e cultura russa; più trasversale è il Partito Comunista.

Ulteriore fattore di tensione è rappresentato dalla questione ancora aperta della Transnistria, che ha da sempre complicato i rapporti con Mosca (e con l’Ucraina): la piccola regione a maggioranza russa al confine con l’Ucraina, si è dichiarata uno stato indipendente di fatto (inalberando, per altro, la bandiera della Moldavia Socialista) nel 1990 senza alcun riconoscimento internazionale; su di essa la Moldavia rivendica piena sovranità e, nei primi anni ’90, ha compiuto anche sanguinosi attacchi militari, provocando il dispiegamento di un contingente russo sulla frontiera con la regione indipendentista a seguito di un precario accordo ancora attualmente vigente. Dopo il referendum che ha segnato l’annessione della Crimea alla Federazione Russa, il Governo de facto della Transnistria ha chiesto di fare altrettanto, provocando l’inasprimento delle tensioni fra Chisinau e Mosca.

Staremo a vedere come evolverà questo scontro, che può rappresentare l’ennesima miccia in grado di far deflagrare un ennesimo conflitto di vaste proporzioni alla periferia dell’Unione Europea.

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Voglia di governo, svolta socialdemocratica di Podemos


Il panorama politico iberico potrebbe uscire completamente terremotato dalle prossime elezioni politiche generali. Il Partito Popolare, la destra post-franchista al governo, è investito da una serie di scandali per corruzione senza precedenti, con decine di dirigenti indagati per vari reati e le dimissioni del Ministro della Salute Ana Mato perché implicata nel cosiddetto ‘caso Gürtel’. Ma se i popolari crollano nei sondaggi non va meglio per i socialisti, che non sembrano beneficiare del tracollo della destra e vengono investiti in pieno da un vero e proprio tsunami politico che per la prima volta dall’inizio degli anni ’80 sembra spazzare via il bipartitismo imposto allo Stato Spagnolo dopo l’uscita pilotata dal franchismo. Anni di durissimi e inutili sacrifici economici imposti dall’Ue e dal governo Rajoy, l’austerity e la repressione sono riusciti a scardinare un sistema politico che mostra tutti i suoi limiti. Contemporaneamente anche gli scandali che hanno coinvolto la famiglia reale obbligando il vecchio e compromesso Juan Carlos ad abdicare nei confronti del figlio e l’aumento della pressione indipendentista da parte della popolazione catalana rischiano di mandare l’intero quadro in pezzi.

Ad avvantaggiarsi del terremoto sembra essere un nuovo soggetto politico, trasformatosi recentemente da movimento a partito, Podemos. Nato pochi mesi fa su iniziativa di alcuni circoli attivi negli ultimi anni sul fronte delle proteste contro le politiche economiche e sociali del governo di Madrid e di quelli regionali, e di alcuni intellettuali attivi sul fronte culturale e dei diritti civili, viene descritto spesso come ‘espressione politica del movimento degli indignados’ come se tra il magma sociale sceso in piazza sotto l’etichetta di ‘15M’ e la nuova formazione politica esistesse un legame organico. Ma non è così. Anche se alcuni importanti nuclei alla base della fondazione della nuova forza politica provengono dall’esperienza del movimento ‘15M’ non si può certo affermare che la genesi di Podemos sia stata decisa dal movimento in quanto tale, e comunque al suo interno sono confluiti gruppi di varia provenienza sociale, politica ed ideologica. A differenza del Movimento 5 Stelle in Italia, Podemos è sicuramente un soggetto politico ancorato a sinistra e dalla composizione non virtuale, ma radicato a livello territoriale e immerso in molti casi nelle lotte e nei conflitti contro sfratti, tagli al welfare e all’istruzione, per l’ambiente.

Alle scorse europee Podemos si è presentato per la prima volta ad una competizione elettorale ottenendo un incredibile 8% dei voti e 5 europarlamentari che hanno aderito al gruppo della Sinistra Unitaria Europea dove siedono anche i rappresentanti della Lista Tsipras italiana o di Syriza in Grecia.

Un risultato già straordinario quello ottenuto a maggio dal neonato movimento che però in pochi mesi ha scalato tutte le posizioni per piazzarsi, nei sondaggi di queste settimane, in prima posizione davanti a tutte le altre forze politiche con il 28% dei voti accreditati. Un vero e proprio boom che, paradossalmente, sembra stia portando la nuova formazione verso lidi e posizioni più moderate, secondo un meccanismo abbastanza tipico delle sinistre radicali europee che più aumentano i propri voti e, avvicinandosi alla possibilità di accedere al governo, imprimono alle proprie posizioni, ai propri programmi e alla propria identità una svolta moderata. Con l’obiettivo, teoricamente tattico, di convincere quelle parti dell’elettorato centrista deluse dai partiti tradizionali a causa dell’austerity e della corruzione ma che non sarebbero mai disponibili a votare per un partito di sinistra radicale.

E quindi più crescono le quotazioni nei sondaggi più la leadership del movimento, a partire dal giovane segretario Pablo Iglesias, accentuano una moderazione di obiettivi e proposte che di fatto ormai sembrano assai più compatibili con il quadro politico ed economico esistente rispetto alle accentuazioni radicali ed antioligarchiche di pochi mesi fa.

Di fatto oggi Podemos può essere descritto come un partito dalle vaghe connotazioni ideologiche il cui messaggio è incentrato su obiettivi e categorie trasversali agli schieramenti politici e alle identità politiche date: principalmente la lotta contro la “casta”, i privilegi della classe politica, la corruzione, gli eccessi del neoliberismo. Una formazione il cui collante sembra essere rappresentato da una difesa della democrazia partecipativa, dell’uguaglianza delle opportunità e dalla redistribuzione della ricchezza.

Ma il programma del partito di Iglesias non include più la cancellazione del debito pubblico o l’uscita dall’Euro, misure sulle quali comunque il dibattito all’interno del movimento è sempre stato molto acceso. Un’opera relativamente rapida di revisione della propria identità politica che avvicina paradossalmente Podemos, nato teoricamente per sovvertire il quadro politico esistente e per rimpiazzare una sinistra ufficiale timida e concertativa, proprio ai partiti classici della sinistra europea socialdemocratica e socialista.

La svolta moderata è stata annunciata dal segretario pochi giorni fa, nel presentare la bozza di proposte economiche elaborate dagli economisti Juan Torres e Vicenç Navarro e diffuso tramite il cliccatissimo sito web di Podemos. Sessanta pagine, che serviranno come base di discussione con la base del partito e poi con imprenditori e agenti sociali, per la definizione del programma definitivo di una forza che non nasconde le proprie aspirazioni di governo. La cancellazione del debito pubblico, cresciuto in Spagna dal 37% del Pil del 2007 al 100% di quest'anno, non è più fra gli obiettivi del partito, che opta per "una ristrutturazione ordinata del debito o una riduzione concordata" con l'Unione Europea.

La proposta di reddito minimo universale, avanzata per le europee di maggio, che secondo stime di economisti sarebbe costata 145 miliardi di euro l'anno alle casse dello Stato, lascia il posto a un "salario vitale" indicato come "un aiuto per tutte le persone che non percepiscono nessuna entrata, contro la propria volontà". Il principio, ha spiegato Juan Torres, è "garantire un reddito" alle fasce a rischio di povertà sociale sul modello della tradizione socialdemocratica scandinava e nord europea. Un altro dei realistici dietrofront avallati dagli economisti rispetto alle proposte di Podemos a maggio, è sulla misura di anticipare l'età pensionabile a 60 anni, che resta invece ferma a 65 anni 'riformabili', rispetto ai 67 fissati dal governo di destra di Mariano Rajoy.

Fra le altre misure indicate, la riduzione della giornata lavorativa a 35 ore settimanali; la reintroduzione dell'imposta sul patrimonio; la creazione di una banca pubblica; una riforma dell'Istituto di Credito ufficiale (Ico), perché possa ottenere crediti dalla Banca centrale europea allo stesso modo di una banca pubblica, e possa facilitare l'accesso al credito di famiglie e piccole e medie imprese; la separazione della banca di depositi da quella commerciale, per ridurre i rischi per i risparmiatori; l'aumento del salario e delle pensioni minime e della spesa pubblica per educazione e sanità. Per compensare le maggiori uscite, Podemos prevede una riforma fiscale, con la creazione di nuove figure impositive, con l'obiettivo della "riduzione delle disuguaglianze sociali". Su questa linea, l'economista Vicenç Navarro ha ricordato che, dall'inizio della crisi, in Spagna sono stati tagliati 25 miliardi alle partite destinate a sanità e affari sociali, ma anche che ogni anno vanno perduti 44 miliardi di euro in evasione fiscale.

"Nello studio indichiamo le fonti di finanziamento delle riforme – ha spiegato l'economista – La Spagna è ricca, ma lo Stato non raccoglie tributi perché coloro che più hanno non pagano tasse", ha aggiunto. Investire nel welfare per riattivare i consumi e l'economia, finanziando la costruzione di asili al posto delle linee di alta velocità. Da qui la difesa di un "grande patto statale contro la povertà e l'emarginazione sociale", per "garantire l'esercizio dei diritti umani di contenuti economici di base" garantiti dalla Costituzione. E per sradicare la povertà infantile, che in Spagna affigge 2,5 milioni di bambini.

Insomma un programma economico ambizioso e relativamente radicale quello indicato da una formazione che però sembra non mettere in discussione la gabbia costituita dai trattati europei – pareggio di bilancio in particolare – e dal ferreo controllo esercitato dall’Unione Europea attraverso la Troika sui singoli paesi e soprattutto su quelli della periferia. Una gabbia che di fatto rende impossibili o inapplicabili molte delle proposte “di buon senso” socialdemocratico previste dal movimento. Un rifiuto di soluzioni radicali e di rottura con l’Unione Europea, l’Euro e i meccanismi di integrazione autoritari che di fatto rendono il programma di Podemos quantomeno velleitario e poco incisivo.

Un atteggiamento concertativo confermato dall’economista di punta del movimento, Torres quando afferma che occorre "negoziare e dialogare, cercare alleati nelle istituzioni europee per evitare che il debito si trasformi in un cappio mortale. La ristrutturazione non dev'essere frutto di una decisione unilaterale ma del consenso". E anche le nazionalizzazioni dei settori chiave dell’economia, adombrati da alcuni membri del movimento nella prima fase, sono di fatto sparite dal discorso di Podemos.

Nell’illusione che l’austerity che si dice di voler combattere possa essere eliminata senza rimuoverne le cause, che vanno cercate nell’architettura di una istituzione sovrastatuale europea per sua natura antidemocratica e gerarchica di cui non si può non auspicare la rottura.

Esemplare di una crescente ambiguità semantica del movimento – necessaria per attirare voti e consensi da più parti – la recente dichiarazione di Iglesias a proposito della proposta di fuoriuscita della Spagna dalla Nato. Non perché l’Alleanza Atlantica sia al servizio di interessi nemici di quelli dei popoli dei paesi membri o di quelli aggrediti, non a partire da un allarme rispetto alla crescente tendenza alla guerra e alle enormi risorse economiche investite nelle spese militari e sottratte al welfare, ma da una constatazione quasi nazionalistica: “Da patriota non voglio vedere soldati stranieri sul nostro suolo” ha tuonato Iglesias.

E non va certo meglio sul fronte della questione nazionale con una incipiente frattura tra le sezioni del movimento attive in Catalogna o nel Paese Basco e la direzione statale incapace di delineare una posizione politica organica e strategica rispetto alle rivendicazioni nazionali “periferiche” mai così forti.

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Mi cadono un po' le balle...

Europa contro Google? Una partita (tedesca) persa


Il recente voto del Parlamento europeo sulla necessità di dividere la ricerca dallo sfruttamento commerciale, per quanto riguarda la Rete, è un indicatore potente dei contrasti – di interesse, non ideologici – che dividono il capitalismo europeo da quello anglo-statunitense.
L'assembea di Strasburgo ha approvato a larga maggioranza 384 sì, 174 no e 56 astenuti la risoluzione che appare neutramente intenzionata a salvagardare il principio della concorrenza anche nel mercato delle ricerche in rete. Quel che a noi utilizzatori finale e altamente inconsapevoli appare “una ficata” ricerche gratuite, rapide , precise è infatti il risultato di uno scontro scientifico-commerciale (la scienza finalizzata al business) che al momento vede Google in posizione di quasi monopolista, visto che controlla il 90% del settore in Europa.

Notevole anche il fatto che il testo votato sia una stesura bipartisan, come si dice, che vede accomunati finti socialdemocratici e autentici conservatori, tanto che il primo firmatario risulta il popolare tedesco della Cdu, Andreas Schwab, fedelissimo di Angela Merkel. La risoluzione, infatti, riprende alcuni temi centrali di una legge tedesca, approvata nel 2013 e entrata in vigore questa estate, per la protezione degli interessi dei produttori di contenuti. Insomma: gli editori di giornali, libri, siti online, ecc. Aveva fatto impressione, in proposito, lo scorso aprile, una lettera scritta da Mathias Doepfner, il numero uno del più grande gruppo editoriale in Europa, Springer, in cui accusava il colosso californiano di voler istituire un monopolio e uno Stato sovranazionale, di favorire le proprie aziende, di essere poco trasparente.

Tutte accuse vere, ma in pesante contrasto con le contemporanee trattative per un trattato di libero commercio tra le due sponde dell'Atlantico (Ttip), tanto da far sospettare che la Germania non sia proprio entusiasta di poter perdere la centralità acquisita nel sistema economico continentale a favore di concorrenti assai più potenti e globalizzati come quelli statunitensi.

Di fatto, la risoluzione votata da Strasburgo chiede la divisione sistematica di ogni “motore di ricerca” dai servizi commerciali possibili in base ai risultati delle ricerche, per "prevenire ogni abuso nel marketing dei servizi interconnessi agli operatori dei motori di ricerca". E' noto infatti che ogni volta in cui cerchiamo qualcosa tramite Google o Yahoo o altri “motori” la nostra richiesta viene recepita, filtrata, schedata; va a comporre un puzzle da cui emerge, in progress, il nostro “profilo”. Ovvero il complesso di interessi, preferenze, opinioni, comportamenti, in ogni campo possibile, compresi quelli che pubblicamente – nei contatti fisici interpresonali – preferiamo sottacere o negare. In definitiva, la nostra vera identità.

A chi e a cosa serve il nostro “profilo”? In seconda battuta ai servizi di sicurezza del paese di cittadinanza (basta che la polizia chieda a Google o altri motori la nostra “scheda”). Ma serve soprattutto ai proprietari del “motori”, che possono rivenderlo alle multinazionali della pubblicità per impostare campagne mirate. È uno “spreco”, dal punto di vita capitalistico, condurre campagne generiche, senza un target ben preciso e ben delimitato. Si spendono inutilmente soldi per produrre spot e slogan inefficaci, e per diffonderli su mezzi di comunicazione magari non utilizzati da chi potrebbe essere interessato a quel prodotto. Il “profilo” semplifica tutto. Si possono fare campagne sapendo che ci si rivolge esattamente a quel tipo di potenziali compratori; soprattutto, si può “solleticare” l'interesse sapendo quali e quanti sono i punti deboli di quel tipo di target.

Il successo planetario di Google, il suo fatturato inconcepibile, la sua capitalizzazione di borsa, dipende dunque da una ricerca scientifica per il business. Di così alto livello da aver spianato ogni possibile concorrente o quasi (i cinesi hanno risposto con Baidu, che però ha solo il 16% delle ricerche globali, contro il 70% di Mountain View).

Non solo. In questo modo qualsiasi contenuto messo online viene memorizzato istantaneamente e messo a disposizione di chiunque gratuitamente. Il che distrugge o limita fortemente il business dei produttori di contenuti, che vorrebbe esser pagati per il lavoro che hanno fatto (o fatto fare). Di qui l'alzata di testa di Springer, la legge tedesca, il voto di Strasburgo. Il quale, pur non essendo “vincolante” per la Commissione europea (nello schema istituzionale dell'Unione, ricordiamo, il Parlamento non conta un tubo, visto che non possiede il potere legislativo, contravvenendo allo schema liberal-democratico chiesto invece ai “diversi dall'Occidente”), resta comunque un pesante segnale politico di frizione tra interessi europei e statunitensi. A cominciare dalle rispettive multinazionali.

Questo voto ha messo immediatamente a nudo anche la contrapposizione tra “governo” europeo e Parlamento, visto che quasi tutti i commissari interpellati si sono mostrati freddi o apertamente contrari alla risoluzione. Ed ha anche diviso i governi nazionali tra loro (Merkel e Hoolande sono ovviamente favorevoli, Renzi e Cameron contrari), quindi tra “indipendentisti europei” e “filoamericani”. Ci sarà rimasto male Carlo De Benedetti, patron del gruppo Repubblica-L'Espresso, che ha creato insieme a Mediaset il mostriciattolo Renzi, e si era pubblicamente speso per il sostegno a Spinger e gli altri editori europei (“la concorrenza europea è messa a rischio dalla trasformazione dei motori di ricerca nelle porte d'ingresso principali della rete").
Lo stesso commissario europeo alla concorrenza, Margrethe Vestager, ha fatto capire che la Commissione se ne fregherà altamente: "è importante notare che l'applicazione della legge dell'antitrust Ue deve restare indipendente dalla politica. Inoltre è obbligo della Commissione rispettare i diritti di tutte le parti e restare neutrale e giusta: questi sono valori cruciali della legge sulla concorrenza". Inutile soffermarsi sulla contraddittorietà delle singole frasi (una “legge indipendente dalla politica” è come un urlo sottovoce; e il “rispetto di tutte le parti” fa a cazzotti col principio che una parte possa aver ragione e un'altra torto), perché la Commissione andrà avanti per la sua strada, come indicato dal suo vero faro di riferimento: gli interessi del capitale multinazionale. Ovvero apolide, con unica priorità la dimensione del fatturato o della capitalizzazione.

La questione, proprio per il suo carattere “universale”, non riguarda però solo Google. Anche Facebook, Twitter e altri social network “gratuiti” per il singolo consumatore, funzionano nello stesso modo: traggono profitto direttamente dalla vendita di servizi pubblicitari o dei “profili” dei propri utenti (che andrebbero a questo punto chiamati “consumati”, anziché consumatori). Oltre ad essere altrettante efficientissime macchine per l'autoschedatura al servizio – on demand – delle polizie nazionali. Chiedere a Edward Snowden per conferma...
 

Dal punto di vista del “principio della concorrenza”, infatti, la domanda è tutta un'altra: Google (o Facebook, in altro modo) abusa della sua posizione dominante?
 

La questione è complicata dal fatto che, diversamente dai settori dell'economia “pesante”, gli investimenti necessari per avere successo in Rete sono notevolmente più bassi. Quindi, argomentano i filo-Google, la regolamentazione in proposito dovrebbe essere molto più limitata, visto che nessuno – nella Rete – può davvero impedire ad altri di affermarsi. E vengono portati esempi di altri prodotti che si sono affermati “con poco”, come Instagram e WhatsApp. Che a loro volta sono rapidamente diventati dei quasi monopoli nella propria “specialità”. Siamo nella classica situazione-limite, per cui il principio della concorrenza entra in conflitto con quello dell'efficienza. I vari “monopolisti digitali”, infatti, sono diventati tali per aver raggiunto il massimo dell'efficienza nei rispettivi campi. Se si usa WhatsApp per messaggiare non si raggiungerà chi usa un altro prodotto, quindi la messaggistica diventa veramente universale solo se usiamo tutti lo stesso sistema. È l'equivalente di un “monopolio naturale”, ma nel mondo virtuale.
 

Nel virtuale, comunque, il “dominio monopolistico” sembra durare meno. Microsoft, per esempio, dopo quasi 40 anni sta faticando a mantenere lo stesso modello di business (ogni pc prodotto va installato con Windows). E Facebook sta erodendo parte dei profitti pubblicitari della stessa Google. Qui, insomma, quando entrano nel mercato “prodotti” più innovativi, si crea molto rapidamente un nuovo universo di consumatori-consumati che scaccia il vecchio monopolio con un altro. Ma quasi senza “concorrenza”, in ogni caso. O meglio: la concorrenza si sposta dalla competizione fra prodotti simili (esempio: due browser di navigazione) alla creazione di un prodotto che azzera quelli precedenti, imponendo un nuovo standard universale. Ma proprio questa dinamica spiazza irreparabilmente la possibilità di regolare la concorrenza per via legislativa, aprendo la strada a un monopolismo “temporaneo”. In nome del “libero mercato”, per sommo – ma apparente – paradosso.
 

Per i “produttori di contenuti”, sia in forma tradizionale come Springer, sia in forma “innovativa” come quelli online, si è aperto da tempo un futuro assai gramo, in cui la merce prodotto con una certa fatica e qualche costo – lo sappiamo bene anche noi, che “produciamo” informazione in forma gratuita – non restituisce il profitto atteso, ma prospettive di perdite crescenti. D'altro canto, senza produzione di contenuti, che diavolo mai metterebbe a disposizione Google? Mentre Facebook o WhatsApp o Twitter, infatti, sono pure piattaforme di scambio di contenuti “autoprodotti” da utenti generici (quasi sempre insignificanti al di fuori di ristretti gruppi, a costo zero e di utilità in genere nulla o molto limitata), Google consente invece l'accesso a informazioni anche di grande utilità. Diciamola così: la crescita delle aziende che producono le piattaforme entra in conflitto con la crescita delle aziende che producono contenuti “certificati”, di interesse universale.

Detta ancora altrimenti: l'aumento della comunicazione entra in contraddizione con la possibilità di crescita del sapere. A meno di non prevedere – il che richiede una normativa cogente di estensione planetaria – una remunerazione certa per i produttori di contenuti certificati (singoli, aziende, università, editori, ecc).

Fuori da questo vincolo, insomma, la competizione fra “il modello Google” e la normativa europea è un puro scontro tra imperialismi economici. Con il Vecchio Continente a fare la parte degli “arretrati” davanti a “ggiòvani” rampanti. L'esempio di Uber – il servizio che minaccia di smantellare radicalmente il business storico dei taxi, sostituendo i “professionisti” con chiunque possieda un'auto, abbia qualche minuto libero e bisogno di guadagnare qualche spicciolo – ci sembra quasi autoevidente.

E se davvero a decidere le sorti dello scontro sono i margini di profitto sul fatturato, allora per aziende come Springer (700 milioni l'anno) sarà impossibile contrastare gente come Google (14 miliardi).

E infatti la reazione di Google è stata quasi devastante: gli editori che vogliono comparire su Google News con tanto di link e snippet sono stati invitati a recedere esplicitamente dalle restrizioni imposte dalla legge tedesca. Come dire: se non ti metto io in comunicazione col mercato globale, il tuo business resta un fatterello locale. È insomma l'affermazione che il valore economico del link è superiore a quello della merce-informazione. Anche se i costi di produzione sono infinitamente minori.

Se ne deve essere accorto anche il gruppo Spinger, che riceve il 60% dei ricavi dal mercato digitale. Scendere a patti, insomma, è la scelta più probabile. Con buona pace del “sacro principio della concorrenza”.

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Articolo/analisi impeccabile che descrive chiaramente come lo scarto dell'imperialismo americano rispetto a tutti gli altri imperialismi del globo (UE, Russia, Cina) sta nel clamoroso vantaggio che gli statunitensi hanno costruito sulle tecnologie digitali che di questi tempi contano quanto i gruppi aeronavali da combattimento.

Egitto: il nuovo regime assolve Mubarak


L'ex “presidente” egiziano, Hosni Mubarak, è stato assolto oggi dall'accusa di complicità in omicidio plurimo. L'ex rais, oggi 86enne, era accusato di aver ordinato alla polizia di reprimere con ogni mezzo le rivolte popolari del 2011 in Egitto che segnarono l'inizio della caduta del suo regime: in pochi giorni furono uccise 239 persone e altre centinaia furono ferite. In totale furono oltre 800 le vittime degli scontri e della repressione.

Ma secondo la Corte d'Assise del Cairo l’ex dittatore poi destituito da un golpe militare nel febbraio del 2011 non doveva proprio essere processato e quindi non potrà essere né assolto né condannato.
L’anziano rais era presente in tribunale alla lettura della sentenza, portato in aula in elicottero dall'ospedale militare in cui è ricoverato.

Nel corso di un primo processo, nel giugno del 2012, l’ex dittatore era stato condannato all'ergastolo, ma la sentenza era stata annullata per ragioni formali e l'intero processo è iniziato da capo.
Fuori dall'aula, centinaia di manifestanti hanno inscenato una protesta contro l'ex rais ma molti altri hanno festeggiato il proscioglimento. Con Mubarak era imputato anche l'ex ministro degli Interni, Habib al-Adly e altri 6 ex responsabili dei servizi di sicurezza, anche loro tutti assolti.

Inoltre Mubarak, i suoi due figli Alaa e Gamal e il miliardario Hussein Salem sono stati assolti dalle accuse di corruzione per un caso di vendita di gas sottocosto ad Israele in accordo con Salem, e per tangenti.

L’ex dittatore dovrà comunque restare agli arresti per la sottrazione di fondi pubblici destinati ai restauri del palazzo presidenziale, reato per cui è stato condannato a tre anni di detenzione.
"Il nostro sistema giudiziario, evidentemente indignato per la negazione dei diritti di difesa di Hosni Mubarak, ha agito rapidamente per ristabilirli, come fa per tutti gli altri egiziani", ha commentato l'avvocato dell'ex rais, Hossam Bahgat. "Il giudice ha deciso che l'accusa per la morte dei manifestanti era tecnicamente inammissibile: la procura ha infatti tecnicamente sbagliato ad accusare Mubarak tre mesi dopo la sua cacciata, perché non c'erano le basi per un processo penale", ha spiegato.
"Finalmente il verdetto ha provato che non ho commesso reati. Me l'aspettavo, avevo fiducia in Dio e nella mia innocenza: non ho mai dato l'ordine di uccidere i manifestanti. Assolutamente no" ha dichiarato invece lo stesso Mubarak, al telefono con la tv filogovernativa Saba al Balad, dalla sua stanza d'ospedale.

Nella giornata di ieri alle proteste indette dai salafiti e dalla Fratellanza Musulmana contro l’attuale presidente Abdel Fattah al Sisi la polizia ha risposto con la forza nonostante lo scarso numero di manifestanti scesi in strada. Due dimostranti islamisti sono stati uccisi da colpi di arma da fuoco e 25 sono stati feriti mentre circa 200 manifestanti sono stati arrestati.

Anche oggi si sono registrate alcune sporadiche proteste nella capitale egiziana. Un attivista anti-Mubarak del movimento '6 aprile' è stato arrestato a Giza, quartiere a sud del Cairo, perché era sceso in strada in boxer, con una scritta sul corpo "Abbasso i militari". Il movimento aveva infatti annunciato che in caso di assoluzione dell'ex rais i suoi membri sarebbero scesi in piazza nudi.

Nel paese si registrano anche alcuni attentati contro i militari a causa dei quali sono morti due ufficiali. E la "Coalizione anti-golpe" dei sostenitori del deposto presidente islamista, Mohamed Morsi, ha lanciato un appello alla "riunificazione dei rivoluzionari" del 2011 "contro il ritorno della banda di Mubarak al potere". Ma se oggi il regime militare di Al Sisi reprime gli islamisti esattamente come faceva Mubarak quando Morsi era al governo utilizzò il pugno di ferro contro le opposizioni laiche e di sinistra.

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Grillo, il revisionismo storico e la barca che affonda

Il blog di Beppe Grillo si aggiudica senza dubbio il premio per lo scoop più clamoroso della settimana con il post “Mussolini non ha ucciso Matteotti”.

Lo scoop

Sentite cosa dice - in un italiano da codice penale - Arrigo Petacco, intervistato dal blog di Beppe Grillo: "Mussolini nel '24 ha ottenuto il 68,8% dei voti vi rendete conto? Altro che violenza e che minaccia! E i socialisti, il povero Matteotti era al 18-20%. A questo punto la domanda che faccio io è: voi pensate che, 10 giorni prima che aveva stravinto le elezioni politiche, il capo del governo, non ancora dittatore, per fare uccidere il capo dell’opposizione manda 4 manigoldi con una lima arrugginita? Ecco, io proprio per questo non ho mai creduto che Mussolini avesse fatto il delitto”.

Matteotti fu accoltellato a morte il 10 giugno 1924 da cinque membri della polizia politica fascista (che sicuramente avranno rapito un deputato dell’opposizione di loro iniziativa e senza avvertire nessuno...) e di motivi per ucciderlo ce n’erano eccome: il primo era quello di intimidire e mettere definitivamente a tacere l’opposizione dopo l’appassionato discorso in cui il deputato socialista aveva denunciato, oltre ai brogli elettorali da parte dei fascisti, una vera e propria occupazione militare dei seggi (in molti casi presidiati dalla milizia fascista) assieme a intimidazioni e devastazioni delle sedi di partiti di sinistra, cooperative e sindacati.

Ma secondo fonti credibili ci sarebbe stato un altro movente, ben più concreto: Matteotti stava per presentare un dossier sulle tangenti che l’americana Sinclair Oil aveva versato al Re e a personaggi vicini al “duce”.

In ogni caso gli assassini furono condannati nonostante le pressioni sui magistrati. Il capo degli squadristi, tale Dumini, confessò con un documento autografato in carcere la committenza di Mussolini, che il 3 gennaio del 1925 si assunse la piena responsabilità morale, politica e storica del delitto (link: il discorso di Mussolini) avviando quel combinato di leggi che tra il 1925 e l'inizio del 1926 sciolse partiti e sindacati.  Fu colpo di Stato.

Ma chi è Arrigo Petacco?

Per capire chi è Petacco basta leggere il suo blog: “Se non ci fosse il revisionismo perché si scriverebbero nuovi libri di storia? Non ce ne sarebbe bisogno, basterebbero i vecchi. Il revisionismo è importante!”

Petacco fa parte di quella schiera di mediocri divulgatori che hanno fiutato l’aria e hanno capito che in Italia basta sputare sull’antifascismo e sulla Resistenza, rivalutare la figura di Mussolini o di qualche altro gerarca per garantirsi visibilità illimitata nelle librerie e in tv.

Nel suo libro “I ragazzi del ‘44” sosteneva che “il contributo dei partigiani alla guerra di liberazione fu modesto” e polemizzava con giudizi «datati, troppo convenzionali, con i partigiani tutti buoni, i fascisti tutti cattivi, la resistenza con la "R" maiuscola e il duce con la "D" minuscola».

Nel 2003 ha pubblicato “Faccetta nera” dove giustificava l’uso dei gas tossici in Africa orientale da parte delle truppe italiane in base alla “morale del tempo”. A proposito di questo libro scrive lo storico Del Boca: “è difficile, in meno di 230 pagine, accumulare tanti errori, tante lacune, tanti giudizi e valutazioni non corrette. Una spietata aggressione a uno Stato sovrano, che causa la morte di oltre 300.000 etiopici, viene contrabbandata come un’impresa necessaria e urgente, tanto più che l’aggredito, l’imperatore Hailé Selassié, era, come precisa Petacco, soltanto un ‘ras affarista, sanguinario, crudele e schiavista’”. E ci fermiamo qui.

Grillo, “né di destra né di sinistra”

Ma perché pubblicare una simile spazzatura? E perché Beppe Grillo si occupa di storiografia, visto che tutto quanto è successo prima della nascita del M5S secondo lui è ciarpame di un'epoca preistorica in cui esistevano sempre la destra e la sinistra?

Tutto si può dire di Grillo e Casaleggio tranne che non siano abili comunicatori. È quindi improbabile che si tratti di un autogol o di un post buttato lì a casaccio.

I due guru del Movimento 5 Stelle, valutando i deludenti risultati elettorali, probabilmente hanno pensato che il progetto della Lega di riproporre in Italia un soggetto politico “lepenista” sta facendo breccia in un elettorato di destra che costituisce un bacino di voti anche per loro.

Gli esempi di esternazioni di Grillo chiaramente dirette ad accattivarsi questo tipo di elettorato abbondano: dalla “peste rossa” agli immigrati che portano le malattie, dai sindacati che sono un ferrovecchio da mandare in soffitta, alle battute benevole su Casa Pound, fino alla convergenza "tecnico-strategica" e già fallita con l’Ukip di Farage al parlamento europeo.    

Ma sarebbe riduttivo spiegare queste uscite solo in termini di opportunismo: il Movimento 5 Stelle è profondamente imbevuto di una cultura qualunquista che vede come il fumo negli occhi il “culturame” di sinistra. Tutto ciò che viene percepito come ideologico, astratto, contrapposto al concreto del quotidiano piccolo borghese sarebbe ipocrisia e vecchiume inutile, e quindi lo sarebbero anche i valori della resistenza e dell’antifascismo.

Quello che fa pena è proprio quest’assoluta e rivendicata mancanza di riferimenti ideali, che peraltro non dovrebbe stupirci in quanto da sempre teorizzata da chi si definisce “né di destra né di sinistra”.

Grillo e le amministrazioni locali

In fondo potremmo fregarcene, tanto il Movimento 5 Stelle a gestione Grillo-Casaleggio sta implodendo e probabilmente si trasformerà in qualcosa di nuovo anche se ridimensionato. Grazie a una serie irripetibile di circostanze favorevoli nelle ultime elezioni politiche era riuscito a catalizzare il voto ambientalista e quello dei leghisti delusi dal Trota, quello della destra e dei piddini impegnati nelle solite faide interne, il voto di protesta antisistema e quello dei maniaci della legalità, ma la “bolla speculativa” ora sta scoppiando e i nodi vengono al pettine.

In un movimento così variegato l’esistenza di meccanismi di democrazia interna sarebbe quanto mai necessaria. Invece Grillo continua a gestire il M5S come se fosse una ditta privata e non rinuncia ad imporre la sua linea a colpi di espulsioni e anatemi.

Anche la sua immagine ne ha risentito: da simpatico e arguto uomo di spettacolo, che ha avuto il merito di anticipare temi importanti come la decrescita, la sostenibilità, la democrazia della rete, si è ormai trasformato in un caudillo rabbioso e incapace di confrontarsi con i suoi stessi sostenitori. E se questa è la nuova politica molto meglio la vecchia.

Questa forme di delirio autoritario si fa sentire soprattutto nei rapporti con gli eletti nei consigli comunali e regionali e con gli amministratori.

Nelle elezioni amministrative, dove più che il carisma del capo conta la presenza sul territorio, il M5S ha raggiunto risultati significativi soltanto in poche realtà, ma nella maggior parte di queste, come a Parma, gli amministratori locali sono arrivati ai ferri corti con il padrone del marchio.

È senz’altro vero che, in questa prima fase del mandato, Pizzarotti è stato estremamente deludente e ha tradito molte delle promesse fatte in campagna elettorale (come quelle sull’inceneritore), ma il problema principale è che una volta vinte le elezioni i grillini si sono scontrati frontalmente con la realtà e hanno verificato quanto fossero assurde le regole del loro movimento.

Grillo invece continua a vedere questi screzi attraverso la lente del “tradimento“ e dell’arrivismo: qualcuno avrebbe trovato una poltrona e perso la purezza iniziale.

Per questo Grillo rischia di trasformarsi da imprescindibile testimonial a zavorra del movimento.

Potremmo anche fregarcene tranquillamente, dicevamo, ma si dà il caso che in questo momento il M5S amministra la nostra città. E la amministra in base alle regole astruse del padrone della ditta.

Redazione - 29 novembre 2014

sabato 29 novembre 2014

There she goes


Oggi la chiudo così.

L’altra Corea a Nord: la bella Yo-jong Kim dittatrice sorridente


Un’altro Kim al potere in Nord Corea. Al femminile. La giovanissima Yo-jong, 26 anni, sorella del tondeggiante Kim Jong-un. Saga dinastica questa volta gradevole alla vista. Ma attenzione, ci spiega Michele Marsonet, che la sorridente Yo-jong è la numero 2 del regime, erede degli spietati Kim.

Continua la saga dinastica nella Repubblica Popolare di Corea. Dopo la prolungata assenza dalla scena pubblica dell’attuale leader Kim Jong-un, che aveva scatenato una ridda di voci circa una sua possibile defenestrazione (anche se era difficile capire chi sarebbe stato in grado di farlo), sale ora definitivamente alla ribalta un’altra Kim.

Si tratta della sorella minore, Kim Yo-jong, già comparsa in diverse occasioni ufficiali al fianco – o immediatamente dietro – del più celebre fratello. Le poche immagini disponibili ci mostrano una ragazza esile e piuttosto carina secondo i canoni della bellezza orientale, molto composta e consapevole del suo ruolo.

Se non sapessimo chi è verrebbe da dire che si tratta di una delle tante studentesse coreane (però del Sud) che frequentano i corsi di università straniere, incluse quelle italiane.

Invece, da quanto si apprende e usando il solito beneficio d’inventario sempre indispensabile quando si parla delle vicende di Pyongyang, la giovanissima Kim sta velocemente scalando i vertici del potere e alcuni analisti la danno ormai come numero 2 del regime.

La cosa più notevole è l’età. Già, perché al suo confronto i nostri due Mattei, Renzi (39 anni) e Salvini (41) fanno la figura dei proverbiali “vecchietti”.

Kim Yo-jong, infatti, di anni ne ha solo 26, essendo nata (a quanto pare) il 26 settembre del 1987. Ma anche il fratello che ora è capo supremo del Paese, da questo punto di vista, non scherza affatto. Nato nel 1983 e, quindi, appena trentunenne.

Solo che nel caso nordcoreano non è stata necessaria alcuna “rottamazione”. I due ragazzi non hanno dovuto liberarsi degli equivalenti di Bersani e di Bossi per accedere alla stanza dei bottoni, ma hanno semplicemente ereditato il potere supremo dal padre, Kim Jong-il, il quale a sua volta lo ricevette per investitura diretta dal più celebre esponente della famiglia, il fondatore della Repubblica Popolare Kim Il-sung. Il protagonista, per intenderci, della guerra che insanguinò la penisola coreana negli anni ’50 del secolo scorso.

Una “Dynasty” in piena regola, insomma, però reale e per niente di fantasia. Il potere che si trasmette da padre a figlio (o figlia) senza interferenza alcuna da parte di soggetti non appartenenti alla famiglia, e ovviamente senza sentire il parere di quel popolo che pur figura come protagonista diretto anche nel nome ufficiale della nazione.

Mi si potrebbe far notare che succede anche altrove, per esempio in alcune repubbliche ex sovietiche del Caucaso o dell’Asia centrale. Ma, senza citare casi per noi esotici, basta rammentare che negli Stati Uniti la lotta per la presidenza sembra orientarsi verso un duello permanente o quasi tra i Bush e i Clinton.

Una differenza tuttavia c’è, e di sostanza. Jeb Bush e Hillary Clinton la presidenza devono conquistarsela a suon di voti, e gli elettori possono bocciarli entrambi senza creare traumi a Washington.*

Per i Kim tutto questo non vale, e sembra in pratica impossibile pensare a un leader con un cognome diverso (credo anche a causa del processo di divinizzazione del fondatore dello Stato). Ciò detto, la Corea del Nord resta un Paese interessante per gli analisti politici, se non altro perché rappresenta un caso unico come durata nel tempo.

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* Bella battuta! (...)

Vaccino Novartis. E' già strage

La televisione di regime manda in video medici che "rassicurano" la popolazione e invitano ad andarsi a vaccinare contro il rischio influenza. Ma intanto le morti "sospettate" di essere state provocato dalla somministrazione del vaccino Fluad, prodotto dalla multinazionale Novartis, sono salite a undici. I lotti di medicinale bloccati, inizialmente soltanto due, aumentano col passare delle ore.

I decessi riguardano soprattutto persone anziane. E preoccupa il fatto che l'Aifa - l'agenzia che dovrebbe controllare i farmaci messi in commercio dalle società produttrici - segnalava ieri mattina soltanto tra casi. Nonostante il "blocco" di alcuni stock di farmaco, dunque, le morti sono aumentate rapidamente.

I casi di morte riguardano tutto il territorio nazionale, in pratica, dunque non si può parlare di una singola partita pericolosa (altrimenti i casi sarebbero ristretti a un territorio particolare). Il problema è che soltanto i lotti bloccati dall'Aifa ammontano a 500.000 dosi distribuite nelle varie regioni, e non si sa quante vaccinazioni siano state effettivamente praticate. I media di regime invitano a non "cadere nel panico" e sottoporsi alle vaccinazioni; il che, con milioni di dosi "sospette" in giro, appare decisamente criminale. E' evidente, insomma, che si sta cercando di minimizzare il danno economico per Novartis - potente multinazionale farmaceutica già più volte al centro di scandali dovuti a "pratiche commerciali disinvolte" - mentre si fa spallucce davanti ai morti.

Gli otto decessi segnalati da ieri mattina a ieri sera, infatti, riguardano anche altri "lotti" che non sono stati ancora bloccati. Dosi che quindi in queste ore vengono tranquillamente somministrate a persone di ogni età (i maggiori rischi riguardano ovviamente gli anziani e i bambini).

Le agenzie riferiscono che "Al momento una relazione diretta vaccino-decessi non è provata e bisognerà attendere circa un mese per l'esito completo e definitivo delle analisi, in corso all'Istituto superiore di sanità (Iss)". E' evidente che nessuno può pensare di aspettare un mese per sapere se quel farmaco è effettivamente responsabile delle morti già avvenute; il criterio di prevenzione minimo suggerirebbe dunque di sospendere immediatamente tutte le vaccinazioni con il Fluad, dando spazio ad altri prodotti, se proprio necessario. Perché non viene fatto?

E' il solito vecchio gioco: "non si può stabilire una relazione diretta tra questa sostanza e le morti"... Dicevano lo stesso le multinazionali del tabacco e anche l'Eternit, almeno fin quando non venne scientificamente verificata la "relazione diretta". Nel frattempo, però, erano morte decine di migliaia di persone e altri milioni stavano subendo inconsapevolmente l'esposizione a quelle stesse sostanze. Per le multinazionali - e per il profitto in genere - "nulla fa male fino a prova contraria". Soprattutto, fa benissimo alle loro tasche.

Ci vengono invece mostrati in video "medici di famiglia" che dicono "continuo a vaccinare perché il farmaco che uso è lo stesso degli anni scorsi e non ha dato mai problemi". Come se non fosse scientificamente provato che i virus influenzali sono mutanti, cambiano ogni anno (e infatti viene loro dato un nome diverso); quindi anche i vaccini non possono restare "sempre uguali". Certo, se l'Aifa non avesse sede di fianco a quella di Farmindustria (l'associazione delle imprese produttrici di farmaci, ovvero i soggetti che andrebbero controllati dall'Aifa), si potrebbe forse nutrire qualche sospetto in meno....

Le morti sospette sono avvenute a Siracusa (due casi),  Termoli, Lecce, Parma, Prato (due casi) e Como. Un uomo e una donna ultraottantenni sono deceduti a Roma. L'anziano deceduto a Parma, peraltro, non era stato vaccinato con un campione del farmaco inserito nei lotti bloccati dall'Aifa.

Per ricordare alcuni degli scandali che hanno coinvolto - ma non travolto, grazie al fiume di denaro che corre dalla multinazionale alle "autorità di controllo" - ecco alcuni riferimenti:

http://www.lastampa.it/2014/03/05/economia/farmaci-multa-per-lo-scandalo-avastin-lantitrust-sanziona-roche-e-novartis-8SepO7i0pqTyzU44thzRIN/pagina.html

http://www.informasalus.it/it/articoli/farmaci-novartis-scandalo.php

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/04/29/medicine-venditori-e-mazzette-gli-scandali-delle-lobby-farmaceutiche/967394/

http://it.ibtimes.com/articles/47284/20130425/novartis-farmaci-tangenti.htm

e si potrebbe andare avanti a lungo...

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Iraq-Siria - Il califfato avanza, ma per Ankara la “vera minaccia” è Assad

Chiara Cruciati - Il Manifesto

Dopo il discorso di Strasburgo in cui si diceva pronto al dialogo con l’Isis perché «non si chiude la porta in faccia a nessuno», ieri da Istanbul il pontefice ha fatto appello al mondo musulmano e ai suoi leader perché uniscano le forze contro la minaccia fondamentalista.

«I problemi non possono essere risolti solo con strumenti militari. Fanatismo e fondamentalismo, così come le irrazionali paure che creano discriminazione e incomprensione, devono essere affrontati dalla solidarietà dei credenti», ha detto Bergoglio durante la conferenza stampa con il presidente turco Erdogan, a cui il papa ha ricordato le responsabilità nella regione dopo averne elogiato gli sforzi nell’accogliere due milioni di rifugiati da Siria e Iraq.

Eppure è stato Erdogan ad ordinare alle proprie truppe di aprire il fuoco contro i rifugiati di Kobane e di restare a guardare il massacro in corso dalla frontiera. È lui che, negli oltre dieci anni alla guida del paese, ha cambiato il volto laico della Turchia dirigendola verso una nuova forma di islamismo moderato.

È lui che, imputato da più parti di aver sostenuto la crescita dell’Isis, solo due giorni fa ha accusato gli Stati Uniti di fare troppe pressioni perché Ankara intervenga a favore di Kobane: «Sono rimasti in silenzio di fronte alle barbarie di Assad e adesso tirano fuori la coscienza». Ieri Erdogan lo ha ripetuto in conferenza stampa: la vera minaccia è «il terrorismo di Stato in Siria». Ovvero, di nuovo, il nemico Assad.

Intanto, mentre il papa visita il paese al confine con il califfato, l’offensiva dell’Isis prosegue. In Iraq il campo di battaglia è la provincia di Anbar, dove da giorni l’esercito governativo tenta di riprendere i territori occupati dagli islamisti. «Se perdiamo Anbar, perdiamo l’Iraq», ha commentato il governatore della provincia al-Dulaimi. Già da dicembre parte del capoluogo Ramadi e della città di Fallujah sono sotto il controllo dell’Isis che ha usato i due avamposti per conquistare villaggi e comunità. Oggi la battaglia sembra quella campale: la difesa di Ramadi è considerata da Baghdad il primo passo verso la controffensiva.

Simile il destino di Mosul, prima città a cadere nella mani dello Stato Islamico a giugno e ieri target di pesanti raid Usa. Per impedire la controffensiva governativa, al-Baghdadi ha fatto bloccare le reti telefoniche nella città interrompendo le comunicazioni con l’esterno. Una misura che, secondo i servizi segreti iracheni, è servita a garantire l’arrivo in città del califfo: al-Baghdadi, alla testa di 200 miliziani, è arrivato a Mosul di notte – protetto da buio e pioggia – per ridisegnare la strategia anti-coalizione. Ma sul campo la situazione appare ancora favorevole al califfato che sta allargando il fronte islamista a Libia e Egitto, a Darna con il Consiglio Giovanile della Shura e in Sinai con Ansar Beit al-Maqdis.

Una piccola vittoria è stata segnata a Kirkuk, a nord, dove peshmerga e truppe di Baghdad hanno respinto mercoledì un’ampia offensiva dell’Isis. Sotto il controllo del Kurdistan iracheno, che a giugno approfittò del caos per assumere il controllo della provincia di Kirkuk, ricca di petrolio, oggi la città e i suoi giacimenti sono tornati nel mirino di al-Baghdadi.

Dall’altra parte del confine in Siria, è Raqqa (roccaforte islamista e “capitale” del califfato) ad essere ancora nel mirino. Dopo una serie di bombardamenti dell’aviazione di Damasco che hanno ucciso martedì 130 persone, per lo più civili, ieri i caccia di Assad avrebbero sganciato altre bombe contro postazioni dell’Isis, ma anche contro un ospedale e una scuola.

AGGIORNAMENTO ORE 12.25 – LO STATO ISLAMICO ATTACCA KOBANE ENTRANDO DALLA TURCHIA
della redazione

Secondo un ufficiale curdo e alcuni attivisti, i miliziani dell’autoproclamato Stato Islamico hanno lanciato un attacco contro la città curda di Kobane, Siria, passando dalla vicina Turchia. Gli jihadisti hanno messo a segno un attacco suicida con un mezzo corazzato al valico di frontiera, ha sostenuto Nawaf Khalil, il portavoce del Partito dell’Unione democratica curda.

Ankara è accusata di chiudere gli occhi sul traffico di armi e sul passaggio di miliziani dell’Isis dai suoi confini verso la Siria del suo acerrimo nemico Assad.

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Dalla Germania ripartono le ambizioni sull’esercito europeo

“Gli europei devono finalmente prendere sul serio la creazione di un esercito europeo” scrive il settimanale tedesco Die Zeit. “Per troppo tempo abbiamo approfondito la complessità della “divisione del lavoro” con la NATO (Pooling e condivisione) o "difesa intelligente” (Smart Defense). Se l'Europa vuole essere un fattore importante nella politica di sicurezza internazionale, deve finalmente avviare la programmazione congiunta e l’azione comune". Sollecitazioni in questa direzione erano già emerse all’inizio dell’anno alla Conferenza sulla Sicurezza che si tiene annualmente a Monaco di Baviera.

Alla vigilia della conferenza, la ministra della Difesa Von der Leyen in una intervista a Der Spiegel, ha pronunciato le parole che la Merkel aveva ripetuto a Monaco: “Non possiamo girarci dall’altra parte quando assassini, e violenze accadono ogni giorno”. Non più solo un supporto agli altri eserciti dunque, ma anche una partecipazione diretta anche dove si rischia di combattere davvero. Dal canto suo il ministro degli Esteri tedesco, Steinmeier ne aveva parlato a lungo con il ministro degli esteri francese Laurent Fabius. Stenmeier si era anche sbilanciato affermando che Berlino è pronta a collaborare con Parigi nelle missioni militari in Mali e Repubblica Centro Africana. “L’Europa non può lasciare la Francia da sola”, aveva detto. Ma in una intervista alla Suddeutsche Zeitung, il ministro degli esteri tedesco era stato ancora più esplicito: “I principali conflitti del mondo si spostano sempre più vicino all'Europa e le loro conseguenze si fanno sentire immediatamente in Germania" ha detto Steimeier, che poi ha precisato: “La Germania è troppo grande per limitarsi a commentare la politica globale”. Il ministro della Difesa Von der Leyen aveva poi chiarito nella citata intervista allo Spiegel online, quali sono i teatri di crisi che la Germania percepisce come problematici, e in modo molto particolare l'Africa sulla quale si vanno definendo e concentrando gli interventi militari delle forze armate dell'Unione Europea. “Non si tratta di interessi tedeschi, si tratta di interessi europei. L'Africa è il nostro vicino diretto”. Del resto era stato anche il presidente del comitato militare dell’Unione Europea, il generale belga Patrick De Rousiers, a rivelare “che l'UE si è impegnata nel Corno d'Africa dal 2008 in conformità con l'aspetto sicurezza comune e la politica di difesa. Inoltre, stiamo anche aumentando il nostro impegno lì, non lo stiamo riducendo”.

Ma le tensioni che si respirano in Europa non vertono soltanto sulla questione ucraina ma anche nei Balcani e si sono imposte violentemente in questi mesi nell’agenda politica di chi ambisce ad un ruolo di potenza globale per l’Unione Europea o per una parte di essa. In un recente incontro a Bruxelles lo stesso generale Patrick de Rousiers, ha dichiarato che la costruzione della struttura militare della UE è giunta a una fase in cui è necessario definire il suo ruolo strategico. I partecipanti alla riunione dei ministri della difesa dell'Unione Europea tenuta di recente a Bruxelles, hanno sottolineato la necessità urgente di aumentare la responsabilità della UE e degli Stati membri dell'Unione per la sicurezza a livello internazionale, in particolare nel territorio del vicinato europeo. Nella stesura approvata, il documento contiene un vasto elenco di misure che devono essere adottate per raggiungere questi obiettivi. Nell’attuale scenario di tensione e conflitto con la Russia sull’Ucraina e nei Balcani, non è difficile indovinare cosa significhi “territorio del vicinato europeo”.  La stessa Merkel in visita in Slovenia e Croazia (due paesi fortemente debitori verso la Germania per il riconoscimento unilaterale della loro secessione dalla Jugoslavia nel 1991) aveva fatto capire che anche nella regione balcanica è in corso un braccio di ferro con la Russia: "Non si tratta solo dell'Ucraina"  ha affermato la Merkel "che ne sarà poi della Serbia e dei Balcani occidentali?".

Questa spinta alla costruzione di un esercito europeo e ad un protagonismo globale dell'Unione Europea o di parte di essa, trova sponde anche in Italia. “Occorre trovare degli elementi che facciano rivivere sentimenti di identità europea e un coordinamento a livello europeo dei vari eserciti nazionali potrebbe essere una soluzione in tal senso” aveva dichiarato a giugno di quest’anno il ministro della Difesa Pinotti indicando anche le soluzioni per superare le reticenze a procedere in questa direzione da parte di alcuni paesi membri dell’Unione Europea. Per renderla praticabile, afferma il ministro Pinotti, basterebbe iniziare con passi graduali, magari coinvolgendo pochi Paesi membri all'inizio e puntando a un allargamento solo successivamente. “Non serve che tutti partecipino”, ha chiarito il ministro, “per effetto dell'articolo 4 si possono usare delle cooperazioni rafforzate, non solo in progetti industriali, ma anche capacità operative. Il trasporto aereo militare potrebbe essere in parte comune. O potremmo avere battle group realmente flessibili e a carico del bilancio europeo, da usare in aree di crisi”.

Il piano inclinato continua a inclinarsi e se qualcuno ha ancora in mente l'Europa pacifica e dei popoli, farà bene a immergersi in un bagno di realtà. L'Unione Europea - o parte di essa tramite le cooperazioni rafforzate previste dai Trattati europei - non può più fare a meno dal dotarsi di un politica e di una struttura militare integrata, con tutte le conseguenze nelle relazioni con gli altri popoli che non è difficile immaginare. E su questo terreno, al di là delle cortine fumogene, hanno proceduto velocemente. Sarà bene che nessuno sottovaluti, Russia inclusa, le ambizioni del polo imperialista europeo.

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L’Italia alla corte del diabolico Qatar


Per il ministro allo Sviluppo tedesco, Gerd Mueller, il Qatar è il “bancomat dell’Isil”, lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante che ha lanciato la guerra santa all’Occidente. Ancora più duro l’ambasciatore israeliano all’Onu, Ron Prosor, che sul New York Times ha definito l’emirato il “Club Med dei terroristi” internazionali. Ciononostante, ministri, militari, industriali e faccendieri italiani fanno a gara per ingraziarsi i favori del piccolo ma potente stato mediorientale. Il 26 novembre, ad esempio, la ministra della Difesa Roberta Pinotti si è recata in visita ufficiale a Doha per incontrare i ministri qatarini generale Hamad Bin Ali Al Attiyah (difesa) e Khalid Bin Mohammed Al Attiyah (esteri). “Al centro dei colloqui, improntati alla massima cordialità, gli scenari di crisi regionali, con particolare riguardo a Iraq, Siria e Libia, e la cooperazione bilaterale in ambito Difesa”, riporta il sito del Ministero. “Italia e Qatar hanno avviato da tempo un dialogo e la visita del Ministro Pinotti ha contribuito a rafforzare e consolidare i rapporti di cooperazione esistenti anche nel settore della formazione e dell'addestramento del personale militare”. Temi centrali degli incontri, la controffensiva internazionale anti-Isis e gli “sviluppi della situazione nei Paesi della sponda sud del Mediterraneo e nel Medio Oriente”. Undici giorni prima, la ministra Pinotti aveva ricevuto a Roma il generale Ghanim Bin Shaheen Al-Ghanim, Capo di Stato Maggiore delle forze armate del Qatar. Durante il breve tour in Italia, il Capo delle forze armate qatarine è stato pure ospite dell’ammiraglio Luigi Binelli Mantelli (Capo di Stato maggiore della Difesa) e del Centro Sperimentale di Volo dell’Aeronautica militare di Pratica di Mare, l’unico ente di consulenza della Difesa per le prove in volo dei velivoli e dei sistemi d’arma, l’addestramento e la sperimentazione nel settore della medicina aeronautica e spaziale, ecc.

Il 3 novembre era stato il viceministro Lapo Pistelli a raggiungere Doha per incontrare il ministro degli Esteri Khalid Bin Mohammed Al Attiyah e alcuni imprenditori italiani che operano nella penisola arabica. “Il Qatar non è soltanto un attore fondamentale e imprescindibile per le prospettive di stabilizzazione della regione, ma anche un Paese molto ricco dove è più che opportuno esplorare ogni possibilità di collaborazione nel reciproco interesse”, dichiarava Pistelli. “Sul piano prettamente politico, questa prima sessione delle consultazioni politiche bilaterali è servita anche a comprendere meglio, nell’ottica del Qatar, le ragioni degli attuali conflitti nella regione, dalla Libia alla Siria all’Iraq, premessa necessaria all’individuazione dei meccanismi più appropriati per stemperarli”.

Italia e Qatar sono legate da un accordo di cooperazione militare, ratificato dal Parlamento con voto bipartisan il 29 settembre 2011, che prevede l’organizzazione di attività d’addestramento ed esercitazioni congiunte, la partecipazione ad operazioni di peacekeeping e lo “scambio” di una lunga lista di armi e munizioni, sistemi di telecomunicazione e satellitari, ecc.  L’ultima grande esercitazione bilaterale risale alla primavera 2014: gli uomini del Gruppo Operativo Incursori (il reparto d’eccellenza della Marina militare di stanza a La Spezia) hanno realizzato un’intensa campagna addestrativa a favore del team di pronto intervento della guardia dell’Emiro, conducendo “operazioni speciali di assalto ad unità navali e liberazione di ostaggi”. L’attività, pianificata e coordinata dal Comando Interforze per le Operazioni delle Forze Speciali, è stata svolta in alcuni poligoni terrestri e marittimi del Qatar e nelle aree addestrative liguri del Raggruppamento Subacquei ed Incursori “Teseo Tesei”. “A sottolineare l’importanza degli accordi bilaterali italo-qatarini, alle esercitazioni hanno assistito il Capo ufficio generale del Capo di Stato Maggiore della Difesa, ammiraglio Donato Marzano, il Comandante del COFS, generale Maurizio Fioravanti, il Comandante di Comsubin, contrammiraglio Francesco Chionna e una delegazione di autorità militari qatarine”, riporta una nota del Comando della Marina militare italiana.

È soprattutto il complesso militare-industriale-finanziario nazionale a essere interessato al rafforzamento della partnership con il Qatar, uno dei maggiori acquirenti di sistemi di guerra a livello mondiale. Alla mostra internazionale riservata alle aziende del settore bellico “DIMDEX 2014”, svoltasi a marzo a Doha, le forze armate dell’emirato hanno firmato contratti per un valore complessivo di 23 miliardi di dollari, facendo razzia di carri armati “Leopard”, blindati, obici semoventi, sistemi antimissile “Patriot”, elicotteri d’attacco “Apache”, cacciabombardieri di ultima generazione, velivoli “Boeing 737” per la sorveglianza aerea, navi veloci per il controllo costiero, missili “Hellfire”. Una delle commesse più rilevanti (2 miliardi di euro) ha riguardato l’acquisto di 22 elicotteri da combattimento NH90 prodotti dal consorzio NHIndustries costituito da Airbus Eurocopter (62,5%), dall’olandese Stork Fokker (5,5%) e dall’italo-britannica AgustaWestland (32%), gruppo Finmeccanica. Al salone “DIMDEX”, presente il vicesegretario della Direzione nazionale degli armamenti, ammiraglio Valter Girardelli, un’altra azienda partecipata di Finmeccanica, MBDA Missile Systems, ha presentato il nuovo sistema di difesa costiera MCDS (Marte Coastal Defence System) basato sui missili antinave “Marte MK2/N” e “Marte ER”, anch’essi di produzione MBDA,  ricevendo favorevole accoglienza da parte dei militari del Qatar e di altri Paesi del Golfo Persico. Il “lancio” del sistema missilistico a Doha era stato preceduto dalla visita in Italia di una delegazione della Marina qatarina, interessata ad acquisire i missili “Marte” per armare gli elicotteri NH-90. Relativamente al business delle armi made in Italy, va pure segnalato che tra il 2012 e il 2013 AgustaWestland aveva consegnato alle forze armate del Qatar 21 elicotteri AW139, assicurando contestualmente l’addestramento degli equipaggi e la fornitura di parti di ricambio (valore complessivo della commessa 260 milioni di euro).

Nulla sembra imbarazzare il governo, le forze armate e gli industriali italiani. Neanche il fatto che il Qatar sia considerato da alcuni nostri alleati Nato ed extra-Nato come il paese che più di tutti ha fornito sostegno finanziario, armi, protezione e copertura internazionale a numerosi gruppi dell’estremismo islamico attivi in Africa e Medio oriente. Diplomatici e studiosi indipendenti hanno rilevato come l’emirato sia un sostenitore della discussa organizzazione della Fratellanza musulmana, particolarmente attiva in Egitto e Gaza. “Pur continuando a presentarsi come un prezioso interlocutore e partner economico per gli Stati Uniti e i Paesi europei, il Qatar ha coltivato rapporti con leader e realtà salafite attive nella regione”, afferma Gianmarco Volpe, autore di uno studio sulle politiche dell’emirato, pubblicato a marzo dal CeSI - Centro Studi Internazionali. “Va sottolineato, inoltre, il forte legame stretto dalla leadership qatariota con i vertici della Fratellanza musulmana. Fondata su solidi rapporti interpersonali (in particolare quelli che legano l’ex Emiro Hamad bin Jassim bin Jaber al‐Thani allo sceicco Yusuf al‐Qaradawi, esponente di spicco della Fratellanza in Qatar, l’alleanza tra Doha ed i Fratelli musulmani si è concretizzata dopo la rottura del movimento con l’Arabia saudita, avvenuta dopo la Prima Guerra del Golfo”. Il Qatar ha utilizzato i Fratelli musulmani per rafforzare il proprio ruolo politico-economico nel mondo arabo; contestualmente i Fratelli musulmani hanno trovato un rifugio sicuro a Doha e nella rete radiotelevisiva al‐Jazeera una voce autorevole per amplificare la propria visione politico-religiosa.

Da più parti il Qatar viene accusato di tenere relazioni sin troppo ambigue con gruppi e fazioni pro-Isis, organizzazione che ha proclamato la rinascita del Califfato nei territori controllati. L’emirato è stato uno dei primi paesi ad invocare l’invio di una forza multinazionale in Siria a sostegno dei “ribelli” in lotta contro il regime di Bashar al-Assad. Attualmente, il Qatar sostiene apertamente il Free Syrian Army, espressione militare dei gruppi vicini alla Fratellanza musulmana, mentre ha messo a disposizione di alcuni diversi gruppi di ribelli una vasta area d’addestramento nel deserto, al confine con l’Arabia saudita. Il “campo”, dove operano formatori e “consiglieri” qatarini e statunitensi, sorge nei pressi della grande base di Al Adeid, utilizzata insieme a quelle di Assaliyah e Doha dalle forze aeree Usa per sferrare gli attacchi contro le postazioni dell’Isis in Iraq e Siria. Contemporaneamente, però, le autorità governative e le forze armate lasciano libertà di movimento in Qatar ai finanziatori di gruppi jihadisti alcuni dei quali apertamente schierati con l’Isis o come il Fronte al-Nusra che dal dicembre 2013 è classificato tra le “organizzazioni terroristiche” dal Dipartimento di Stato americano.

“L’approccio spregiudicato del Qatar e la sua quantità di relazioni (spesse volte, tra di esse, apparentemente inconciliabili) sono frutto di una politica nella quale è del tutto assente qualunque limitazione ideologica”, aggiunge lo studioso del CeSi, Gianmarco Volpe. “La politica estera qatariota non si fa portatrice di alcuna particolare idea, né di alcun particolare disegno strategico. A essere veicolato è un indefinito messaggio di cambiamento, funzionale alle ambizioni di crescita internazionale dell’Emirato”.

Il diabolico comportamento del Qatar sta avendo effetti indesiderati nel conflitto iracheno e siriano. Missili antiaerei di fabbricazione cinese, fornite dal Qatar ai ribelli siriani, vengono utilizzati dai miliziani del Califfato islamico contro gli elicotteri e gli aerei dell’esercito nazionale dell’Iraq. “Si tratta in particolare dei missili portatili cinesi FN-6, che il Qatar aveva consegnato alle milizie legate ai Fratelli musulmani”, denuncia Analisi difesa. “Queste brigate sono confluite in gran parte nello Stato Islamico o nei qaedisti del Fronte al-Nusra, come hanno fatto la gran parte delle unità combattenti dell’Esercito Siriano Libero”. La rivista specializzata Jane’s Defense Weekly ha documentato come gli FN-6 siano stati utilizzati lo scorso anno per colpire in Siria elicotteri MI-8, aerei da trasporto e almeno un Mig-21, mentre negli ultimi mesi hanno abbattuto in Iraq elicotteri multiruolo MI-17, MI-35 da attacco e Bell 407 “Scout”.

Altrettanto gravi le responsabilità qatarine nei sempre più drammatici scenari di guerra in Libia. A metà settembre, il primo ministro libico Abdullah al-Thinni ha affermato che tre aerei militari del Qatar, pieni di armi pesanti, erano atterrati nell’aeroporto di Tripoli, al momento sotto il controllo di una fazione armata “ribelle”. Nel 2011, prima che la coalizione multinazionale a guida Nato avviasse la campagna di bombardamento in Libia, l’emirato aveva fornito armi e munizioni alle milizie anti-Gheddafi. L’Aeronautica militare del Qatar ha successivamente partecipato ai bombardamenti grazie a 6 cacciabombardieri Mirage 2000 rischierati nella base greca di Souda Bay.

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Crolla il prezzo del petrolio, shale verso il fallimento

Senza fondo. La guerra del petrolio è cominciata ufficialmente da pochi giorni, quando l'Opec ha deciso di non ridurre la produzione quotidiana al di sotto dei 30 milioni di barili (circa un  terzo del totale mondiale). Per un mercato che si basa su piccole differenze tra domanda e offerta - anche sul medio periodo - si tratta di una scelta che punta a lasciar cadere il prezzo.

E immediatamente i mercati hanno risposto: ieri il prezzo internazionale della qualità Wti - ex riferimento centrale, ora passato al Brent - è sceso molto sotto i 70 dollari al barile: per la precisione 65,99. Meno della metà rispetto al record storico dell'estate 2008 (quando toccò quota 147) e oltre il 30% in meno rispetto a luglio 2014. Anche il Brent è arrivato a sfiorare i 70 dollari.

Come detto in altri articoli nei giorni scorsi, la "forchetta" di prezzo tra i 60 e i 70 dollari è il limite del costo di produzione dello shale oil negli Stati Uniti; la soglia, insomma, che rende conveniente oppure no la tecnica del fracking. E proprio le discrete quantità per ora ricavate da questa tecnica devastante - oltre alla domanda più limitata, dovuta alla crisi economica globale - avevano mantenuto negli ultimi cinque anni il prezzo poco sopra i 100 dollari.

Se il prezzo, come prevedibile, scenderà ancora, per le compagnie impegnate nel settore shale sarà il fallimento. Gli investimenti necessari fatti per aprire questo tipo di "giacimenti" sono stati giganteschi, finanziati con l'emissione di titoli corporate (debiti privati, insomma) collocati sui mercati, soprattutto statunitensi. Il calo dei prezzi del greggio ha già provocato una svalutazione consistente dei loro titoli azionari, quotati a Wall Street. Si calcola che, fino a venerdì scorso, le 75 aziende agenti nello shale abbiano perso capitalizzazione borsistica per quasi 160 miliardi di dollari. Il crollo delle ultime ore dovrebbe essere ancora più consistente.

A questa tragedia - che come tutte le oscillazioni di borsa avrebbe potuto essere solo temporanea - va aggiunto il problema del rimborso dei prestiti ottenuti e il pagamento degli alti interessi promessi nel momento in cui lo shale oil e lo shale gas venivano descritti - anche dallo stesso Obama, incautamente - come l'Eldorado dei prossimi anni. Anche qui, si calcola che ci siano in circolazione almeno 211 miliardi di dollari di debiti ad alto tasso di interesse contratti dalle compagnie statunitensi nel settore idrocarburi; cifra che va sommata ai prestiti concessi a tasso normale...

Per far fronte a questo indebitamento francamente mostruoso, molte compagnie hanno deciso di vendere a più non posso. Non soltanto il prodotto estratto con la tecnica del fracking, ma anche "diritti di estrazione", pozzi, diritti di ricerca, ecc. Quasi una smobilitazione annunciata, una "fuga verso la liquidità" in cui si cerca il gonzo cui vendere qualcosa che non renderà mai il prezzo pagato. E che diventa sempre più difficile da vendere...

Queste vendite forsennate hanno a loro volta contribuito nei mesi scorsi a far scendere velocemente il prezzo del barile, tanto da sollevare l'ira funesta dei grandi produttori di petrolio riuniti nell'Opec (più la Russia, con i suoi oltre 10 milioni di barili al giorno), che hanno così deciso di accelerare il processo in corso: abbassare più velocemente il prezzo per eliminare dei concorrenti stupidi e dannosi per tutti, oltre che per se stessi. A 60 dollari quelli dello shale cominceranno a chiudere in rapidissima successione.

Tutto bene così? Non proprio. L'altissimo indebitamento e il grande peso assunto nella capitalizzazione di borsa aprono uno scenario fosco per l'andamento di Wall Street e della finanza globale, che sono fin qui vissute in una bolla di droga fornita dalle banche centrali (Federal Reserve in primo luogo). Se qualcuno pensava che l'economia reale fosse ormai soltanto un cascame novecentesco, sostituibile e sostituito dalla finanza, dovrà ora fare i conti con la vendetta del mondo "fisico". Quel diavolo di barile il cui prezzo - sia che schizzi verso l'alto, sia che precipiti agli inferi - determina comunque scossoni definitivi agli equilibri consolidati.

Con in più, questa volta, la messa in discussione del dollaro Usa come moneta di riferimento mondiale.

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Otherside


venerdì 28 novembre 2014

No W


OPEC: Arabia Saudita, un colpo al petrolio USA e uno alle casse dell’Iran

di Michele Giorgio – Il Manifesto 

«Non c’è il taglio della pro­du­zione del petrolio…l’Opec ha preso una buona deci­sione». Sono state suf­fi­cienti que­ste poche parole pro­nun­ciate ieri pome­rig­gio al ter­mine del ver­tice Opec a Vienna dal mini­stro del petro­lio sau­dita, Ali Al-Naimi, per far crol­lare in poche ore la quo­ta­zione del Brent e quella del Wti sotto i 70 dol­lari. In tarda serata la ten­denza era sem­pre al ribasso, verso un prezzo che il petro­lio non toc­cava da oltre quat­tro anni. E men­tre gli auto­mo­bi­li­sti occi­den­tali, appren­dendo la noti­zia, si ral­le­gra­vano sognando un netto calo alla pompa del prezzo di ben­zina e gaso­lio – sogno desti­nato a sva­nire ancora una volta a causa delle tasse gover­na­tive e delle spe­cu­la­zioni sul greg­gio messe in opera dalle grandi com­pa­gnie petro­li­fere – i rap­pre­sen­tanti di Iran e Vene­zuela, che ave­vano insi­stito per un taglio della pro­du­zione volto a far risa­lire il prezzo del barile (e con esso le entrate di valuta pre­giata nelle loro casse) non hanno potuto far altro che ammet­tere la sconfitta.

Di fronte al secco «no» dell’Arabia Sau­dita e delle altre petro­mo­nar­chie del Golfo, i 12 Paesi mem­bri dell’Opec hanno man­te­nuto a 30 milioni di barili al giorno il tetto della pro­du­zione. Il mini­stro sau­dita non ha voluto con­tem­plare il taglio anche sol­tanto di un milione di barili così come gli esperti del set­tore, o almeno quelli più otti­mi­sti, ave­vano pre­vi­sto. Motivo uffi­ciale? Riyadh sostiene che senza garan­zie da parte degli Stati che non fanno parte del car­tello di Vienna, i tagli della pro­du­zione potreb­bero essere imme­dia­ta­mente col­mati da altri paesi, vani­fi­cando così gli sforzi per far risa­lire il costo del barile e facendo per­dere ai mem­bri dell’Opec sostan­ziose quote di mer­cato. Una tesi non infon­data ma anche gli inte­ressi stra­te­gici e le riva­lità regio­nali hanno un peso in quella che è stata chia­mata la «guerra dei prezzi». A comin­ciare dal con­flitto a distanza tra Ara­bia Sau­dita e Iran per finire ai «colpi» che Riyadh prova a dare a Rus­sia e Vene­zuela, alleati dell’Iran e del pre­si­dente siriano Bashar Assad.

Il mini­stro degli esteri vene­zue­lano Rafael Rami­rez per­ciò ha lasciato la riu­nione visi­bil­mente con­tra­riato. Il rap­pre­sen­tante di Teh­ran invece ha osten­tato tran­quil­lità. «Non è la deci­sione che voleva l’Iran ma non siamo arrab­biati», ha com­men­tato il mini­stro del petro­lio Bijan Zan­ga­neh. E invece a Teh­ran l’esito del ver­tice dell’Opec ha fatto strin­gere i pugni dalla rab­bia a parec­chi diri­genti della Repub­blica isla­mica. Con il prezzo del petro­lio in con­ti­nuo calo e i pesanti riflessi delle san­zioni eco­no­mi­che inter­na­zio­nali che subi­sce da anni, l’Iran dovrà fare bene i conti nelle sue casse sem­pre più vuote. Allo stesso tempo a Teh­ran non tutti guar­dano con sfa­vore al man­cato taglio della pro­du­zione Opec e con­di­vi­dono la stessa paura dei sau­diti di per­dere quote di mer­cato di fronte alla cre­scita di quella sta­tu­ni­tense, ai mas­simi in que­sti ultimi anni, desti­nata però a rima­nere fuori mer­cato se i livelli di prezzo diven­te­ranno inso­ste­ni­bili. L’obiettivo sarebbe quello di costrin­gere gli ame­ri­cani a fre­nare la pro­du­zione fon­data sullo Shale Oil, ossia il petro­lio che si ricava con la tri­vel­la­zione che fran­tuma le rocce.

Secondo i dati degli esperti inter­na­zio­nali pre­sto l’America del Nord sarà in grado di pro­durre almeno 4 milioni di barili al giorno di Shale Oil e di petro­lio estratto dalle sab­bie bitu­mi­nose del Canada. Gli Stati Uniti, prin­ci­pali con­su­ma­tori di ener­gia del mondo, pro­du­cono oggi 8,5 milioni di barili al giorno e gra­zie anche alla quota di Shale Oil le impor­ta­zioni nette sono scese a 5,2 milioni. Tut­ta­via lo Shale Oil non è più com­pe­ti­tivo sotto gli 80 dol­lari al barile (tra 60 e 70 secondo altri cal­coli) e con prezzi bassi molti pro­dut­tori rischie­reb­bero la ban­ca­rotta essen­dosi inde­bi­tati per gli inve­sti­menti già fatti e per por­tare avanti per le ricer­che. Que­sta pro­spet­tiva dovrebbe indurre i pro­dut­tori di que­sto tipo di petro­lio a fre­nare e il mer­cato mon­diale, pen­sano a Riyadh e con meno otti­mi­smo a Teh­ran, potrebbe nel giro di un anno o due sta­bi­liz­zarsi su un costo del barile ben più alto di quello attuale.

Il futuro imme­diato però parla di un eccesso di offerta di fronte ad una domanda di petro­lio calata sen­si­bil­mente a causa soprat­tutto della crisi eco­no­mica che col­pi­sce in par­ti­co­lare le eco­no­mie occi­den­tali. I danni per Teh­ran – che dal petro­lio ricava il 60% delle sue entrate - si annun­ciano pesanti men­tre i ric­chi regnanti sau­diti hanno riserve di valuta per andare avanti 2–3 anni senza grandi pro­blemi. A sof­frire per il calo del prezzo del barile è anche l’Iraq deva­stato dalla guerra interna e che vede i suoi gia­ci­menti minac­ciati dai jiha­di­sti dello Stato Isla­mico (che ven­dono il greg­gio ira­cheno e siriano sul mer­cato nero rica­vando almeno 2 milioni di dol­lari al giorno). Senza dimen­ti­care le ten­sioni legate ai gia­ci­menti petro­li­feri tra il governo cen­trale a Bagh­dad e i diri­genti curdi.

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Dal Gambia a Castel Volturno. Viaggi al termine della notte

Venire in Italia non era nei miei piani. Negli anni Ottanta erano in pochissimi quelli che venivano qui, al massimo qualche cristiano cattolico. La maggior parte dei gambiani preferiva andare in Danimarca, in Finlandia, in Norvegia, oppure in Grecia a lavorare sulle navi mercantili.

Nell’86 ho scritto una lettera a un amico che stava proprio in Grecia e lui mi ha risposto: “Vieni, però ti consiglio di passare dall’Italia, perché da lì non hai bisogno del visto di ingresso”. Sono stato tre mesi a Tripoli e due in Tunisia. Poi ho preso una nave per l’Italia. In tre ore siamo arrivati a Pantelleria. Da Pantelleria mi sono spostato a Trapani, da Trapani a Palermo. A Palermo ho preso un treno per Roma. A Roma ho incontrato dei ragazzi gambiani, alcuni erano appena scappati dalla Grecia dopo una retata della polizia. All’epoca se ti prendevano per spaccio ti davano una ventina d’anni, non era come qua che ti davano sei mesi, un anno, al massimo due anni. No. Uno di loro mi ha detto: “Se vai a Napoli ti aiutano. Li ci sono molti ragazzi che lavorano nei campi di pomodoro”. A Castel Volturno non c’era ancora nessuno. Le prime persone che hanno preso una casa nella zona, a Cancello Arnone, siamo stati io e un altro mio paesano, poi sono venuti i tanzaniani, i nigeriani e i ghanesi. Adesso in quel posto c’è una stalla di bufali, ma in passato lì hanno abitato tantissimi africani.

Poi sono venuto a Giugliano, tra Parete e Giugliano, in via Sant’Antonio. Lì c’era un signore, Franco, che ci lasciava dormire in una casa di campagna con un una stanza grande sopra e un’altra giù. Nei giorni in cui non lavoravamo prendevamo l’M4, che va a Qualiano, o l’M5 da Giugliano a Napoli, e giravamo un po’ fino a sera. Dopo un po’ mi sono trasferito a Casal di Principe. La casa di Casale la pagavo, quella di Giugliano no. Ma a Casale avevo dei coetanei che erano stati con me sia in Niger che in Libia. E poi a Giugliano eravamo lontani dal centro, mentre a Casale abitavo proprio in mezzo alle persone, e c’era un bel bar davanti casa dove spesso andavamo a sederci. All’epoca non bevevo, ero uno studente del Corano, ero molto rigido con me stesso, pregavo sempre, compravo solo carne di pollo e se qualcuno mi offriva del cibo non lo prendevo per paura di mangiare carne di maiale.

Nell’estate dell’88, durante la stagione dei pomodori, abbiamo lavorato a Parete, a Giugliano e a Casal di Principe. D’inverno abbiamo lasciato la casa di Casale e abbiamo occupato il Centro Fernandes, un grande edificio abbandonato lungo la Domitiana. C’erano sud sahariani e noi dell’ovest Africa, più musulmani che cristiani. Quando siamo venuti qua, abbiamo iniziato a vendere la droga e guadagnare in modo facile, abbiamo iniziato noi stessi a consumare, forse per riempire quel buco che ognuno di noi aveva già prima di arrivare in Italia.

Allora non era come adesso. Una volta io e un amico abbiamo preso l’M1 fino a Mondragone, siamo entrati in un negozio, la signora vendeva un po’ di peperoni, un po’ di mozzarella e altro cibo, ho comprato pane con tonno e ci siamo seduti lì fuori per passare una giornata diversa. Sono venuti alcuni ragazzi e ci hanno abbuffati di palate perché non dovevamo sederci là. In quel periodo erano molti gli episodi di razzismo. Alla fermata del pullman di Pescopagano avevano sgambettato tutti gli africani che aspettavano l’autobus perché non dovevano essere lì. E se camminavi per strada qualcuno faceva cacca dentro un bicchiere di plastica e te la buttava addosso.

Quando eravamo là dietro invece ci sentivamo protetti: facevamo le canne o ci cucinavamo il crack. Eravamo proprio un gruppo, come una cellula, non quella terroristica, neanche tanto cattiva, non facevamo del male, non sapevamo neanche che significasse. C’era chi vendeva la droga, chi andava in campagna, chi faceva altro. Io compravo cinque grammi, li facevo in tanti pezzi e andavo a Roma, in via Magenta, in piazza della Repubblica, in piazza di Spagna e li vendevo.

Con i mondiali di calcio del ’90 è iniziata ad arrivare la massa dei nigeriani, tanti, sia ragazzi che ragazze. Allora noi che non avevamo la loro stessa ideologia legata solo ai soldi, abbiamo preso il permesso di soggiorno e siamo andati a lavorare al nord. Prima di andare a Verona ho preso il Roipnol e il Dividol per smettere di drogarmi. Mi ha aiutato una ragazza, si chiama Angela, non l’ho più vista, era un’assistente sociale bellissima, veniva a trovarci e ci portava a Napoli, alla Caritas, a mangiare, ci faceva fare la doccia, ci faceva cambiare i vestiti. Mi emoziona ricordarla, era bravissima (piange).

A Verona faceva freddo, sono arrivato a ottobre, nevicava e io ero in astinenza, col vomito, coi brividi, mentre questo mio amico lavorava. A lui non ho voluto dire la verità, ho fatto la doppia vita fino a quando non ho iniziato a riprendermi. È stato brutto, davvero brutto (piange).

Lavoravo alla Musatti, un’azienda di Montecchio che faceva pedane di legno, brande di ferro, quelle dei detenuti, e altri lavori di falegnameria. Però lì ti facevano firmare un contratto per un tipo di lavoro e poi te ne facevano fare un altro. A me mi avevano messo a lavorare con le vernici, ma io ero debole, avevo appena smesso di fumare, ero nervoso, ansioso, e la vernice che usavamo mi dava molto fastidio, di notte quasi mi si bloccava il respiro. Dopo due mesi sono andato dai sindacalisti per denunciarli. Ero sempre un po’ ribelle dentro di me. Quando poi i sindacalisti mi hanno chiesto cosa avevo deciso di fare, mi è arrivata una lettera di licenziamento in cui dicevano che dovevano ridurre il personale e mi hanno cacciato via.

Ho trovato lavoro in una tintoria, c’erano tre turni, ogni settimana un turno diverso. Andavo lì anche il sabato e la domenica, a pulire tutte le macchine, a volte senza soldi, senza nessuno straordinario. Ho vissuto quasi due anni in un motel. E lì non c’era neanche un pentolino. Per mangiare del cibo caldo dovevo andare al ristorane e fuori Verona i ristoranti costavano molto. Se mi avessi visto avresti pensato che facevo ancora uso di droga. Ero secco, depresso, la vita era dura. Non ce la facevo economicamente, non ce la facevo fisicamente, non ce la facevo moralmente. Mi sentivo solo e sono tornato a drogarmi.

La prima volta l’ho presa un giorno che avevo il turno delle due. Sono andato a comprarla e l’ho sniffata. Visto che quel poco che avevo usato mi aveva fatto stare bene per una settimana, mi sono detto, stupidamente, adesso mi limito, invece di usarne tanta, ne prendo un poco alla volta. Alla fine la dose che prima consumavo in tre giorni mi durava solo due ore e dovevo andare a comprarne dell’altra se no mi veniva l’astinenza nervosa e non ero neanche in grado di lavorare.

Poi sono andato a casa in vacanza. Arrivato in Gambia, ho fatto una settimana di astinenza. Brutta. Sono rimasto tre mesi. Andavo a giocare a pallone, andavo in spiaggia, giravo da tutte le parti. Ero tranquillo, rispettato, nessuno mi rompeva le scatole, nessuno mi chiedeva il permesso di soggiorno, non avevo paura e di notte non avevo gli incubi. Ero tornato come all’infanzia. Era bello. Però dopo due mesi e mezzo è arrivata la malattia dell’Italia, non ce la facevo a rimanere là, volevo tornare, avevo nostalgia, era ancora più forte di quella che avevo avuto per il Gambia. Pensa che avevo preso un biglietto andata e ritorno di sei mesi, sono andato a cambiarlo e sono tornato subito.

Di nuovo a Verona, perché lì stavo bene, stavo in una situazione tranquilla, senza che nessuno mi vedesse. Verona non è come Napoli. Se vivi qui sei inserito in un contesto familiare, sei conosciuto, sei salutato per strada, vengono a visitarti a casa. Invece a Verona no, se muore qualcuno c’è l’indifferenza totale, ma non solo con noi, anzi con noi un po’ meno, perché lavoriamo per loro, mentre per i meridionali di più. Non è solo un detto è la verità.

Il weekend prendevo la macchina e andavo a Milano a fumare, a vendere, a divertirmi un po’. Consumavo e smerciavo per recuperare i soldi che avevo speso e per acquistarne dell’altra. Andavo in tanti posti, giravo. Un giorno sono stato arrestato. Ero con un ragazzo di Lecce alla Stazione Centrale a Milano, stavamo parlando, lui aveva il metadone e un po’ di droga, è venuta la polizia, ci ha perquisito e ha pensato che la droga gliela avessi data io, ho detto di no, ma poiché lui non ha aperto bocca la polizia si è buttata su di me, io ho reagito e ho dato un pugno. Loro mi hanno portato in caserma, mi hanno riempito di botte e mi hanno rilasciato a piede libero.

Da quel giorno ogni volta che venivo controllato dalle forze dell’ordine mi picchiavano o mi portavano in caserma a forza perché risultava che avevo fatto resistenza a un pubblico ufficiale. Un’altra volta a Corso Buenos Aires, mentre camminavo due poliziotti in borghese mi hanno arrestato dicendo che una persona gli aveva segnalato che io gli avevo venduto 0,2 mg di droga, che non è niente, per venticinquemila lire. “No, non sono stato io”. Ho tirato fuori la dose che avevo con me e gliel’ho fatta vedere. In quel periodo stavo anche lasciando il lavoro di Verona, avevo inviato la lettera di licenziamento e aspettavo di prendere i soldi della liquidazione per bruciarli di nuovo con la droga. Non sapevo più quello che facevo, ero diventato al cento per cento un tossicodipendente.

Ho fatto venticinque giorni a San Vittore. Quando sono uscito, sono venuto a Napoli. Ho lasciato le valigie in stazione, sono entrato nel pullman e sono andato diretto a Castel Volturno. Sono passato prima al Centro Fernandes, ma la signora Marisa mi ha detto che non c’era posto, ho parlato anche con il direttore, gli ho fatto vedere il mio curriculum, all’epoca portavo con me tutte le buste paga e i contratti di lavoro. Ma anche lui mi ha detto di no. Allora ho chiesto se sapevano dov’erano alcuni miei amici.

Sfortunatamente lì ho trovati in pineta, drogati di nuovo. All’epoca in pineta ci si sedeva attorno a un tavolo e ognuno metteva i suoi pezzi di crack in vendita. Quello che accadeva lì non era paragonabile a quello che succedeva a Milano o Verona. A Milano eravamo dei signori drogati a confronto. Tu capivi che uno era drogato perché era magro, ossuto, ma non lo capivi dai vestiti o dai soldi che aveva in tasca. Perché i soldi li avevamo e avevamo anche dei bei vestiti, e dormivamo in appartamenti mentre in pineta si dormiva per terra! Quella notte, il 3 agosto del 2001, ho dormito in pineta. La mattina dopo, verso le dieci, mi sono messo a sedere sotto un pino perché non volevo fumare, anche se mi tirava a bestia, avevo voglia, voglia, voglia, e il mio cuore batteva forte, forte. D’altronde non sapevo dove andare. Sono anche uscito, ho girato un po’ ma era come stare in una giungla, ero completamente spaesato.

Dopo Ferragosto sono andato in Caritas. Marisa mi ha detto che non c’era posto. Prima pensavo fosse molto cattiva, però ho capito che quando lavori lì sei costretto a dire molte volte di no. Il 26 agosto è stata l’ultima volta che ho dormito in pineta. Il giorno dopo sono tornato in Caritas con la borsa. Ho detto a Marisa: “Non me ne vado da qua”. Lei ha chiamato il dottor Gianni, sono andato da lui, mi sono seduto e mi sono messo a piangere. “Cercatemi un posto in comunità, in pineta non ci torno più, voglio dormire qua e voglio smettere di drogarmi, se non mi aiutate e mi succede qualcosa siete voi i responsabili”. Poi è venuta Marisa mi ha portato un asciugamano nuovo e mi ha detto: “Vai a farti la doccia, appena hai finito ti mostro la stanza”. Prima di andare a letto mi hanno chiesto se volevo prendere il metadone, ho detto di sì. Hanno chiamato al Sert, ma quel giorno era chiuso.

A metà novembre ho fatto le valigie e sono andato in comunità. Verso la metà di dicembre, ho smesso di prendere il metadone e ho iniziato una eco-terapia molto bella. Ci alzavamo alle sei, ci lavavamo e poi alle sette stavamo in gruppo, prima pregavamo e poi ognuno di noi prendeva un impegno, per esempio “io oggi mi impegno a fumare solo due sigarette”. Io prendevo tutti gli impegni possibili, non perché ero super o altro, ma perché nessuno mi aveva spinto ad andare in comunità, l’avevo deciso io.

Ho fatto tutto il percorso: ventiquattro mesi. Dopodiché ho fatto anche un anno di volontariato, per mia volontà. Avevano promesso di assumermi, di aiutarmi nel permesso di soggiorno, ma quando ho visto che non c’era un reale interesse ho lasciato. Sono tornato a Castel Volturno e ho chiesto ospitalità a Giallo. Lui, dopo che io ero entrato in comunità, aveva preso esempio da me ed era entrato nel progetto. Anche se aveva fatto solo l’inizio dell’accoglienza, poi appena avevano finito di dargli il metadone aveva smesso ed era tornato in pineta. Lì era stato arrestato ed era andato in carcere, poi è uscito fuori come innocente e ha avuto un risarcimento di settantamila euro. Con la sua ragazza ha affittato una casa, ha comprato un furgone e ha iniziato a vendere fiori.

Allora quando sono uscito dalla comunità sono andato da lui. Lo aiutavo a vendere e in cambio lui mi ospitava e la moglie mi lavava i vestiti. Poi però gli ho detto: “Se continuiamo a lavorare insieme io vorrei che a fine settimana tu mi dessi tot soldi. Se tu non puoi allora io ti pago l’affitto della stanza e faccio i fatti miei”, Lui mi ha detto: “Sì, va bene”, però dentro di sé era molto arrabbiato. Io quando l’avevo ospitato a Verona gli avevo dato il mio permesso di soggiorno e il mio passaporto per viaggiare a nome mio, gli avevo pagato l’albergo per un mese. Non ha saputo ricambiare la mia ospitalità, non fa niente.

Ho lasciato e sono andato ad affittare una casa a Bagnara, una frazione di Castel Volturno. La mattina giravo con i Medici Senza Frontiere. Loro mi stavano aiutando curandomi l’epatite C che avevo scoperto di avere in comunità, e io li ricambiavo aiutandoli in strada. Per un po’ ho fatto il volontariato sia con i Medici Senza Frontiere, che con Jerry Masslo. E il venerdì se non lavoravo, andavo al servizio di guardia medica dell’Asl di Castel Volturno. Assistere gli altri mi faceva sentire bene.

Quando lavoravo allo sportello di Medici Senza Frontiere o all’ambulatorio della Jerry Masslo molte donne mi dicevano: “Mio marito non c’è, oppure quello che mi ha messo incinta se n’è andato in Germania, in Spagna, in Portogallo, sono da sola. Se potessi lasciare a qualcuno il mio bimbo andrei a lavorare. Sai chi può guardare la mia bimba? Non voglio che la prendano gli assistenti sociali”. Ascoltando queste donne è cresciuto dentro di me l’idea che potevo farlo io. Anche perché io stesso avevo l’esigenza di mettermi qualcosa in tasca. Mi davano duecento euro a bimbo. Io li assistevo in tutto, li portavo dal dottor Gianni per le medicine o nel caso in cui avevano i documenti dal loro pediatra. Poi ho dovuto lasciare. Una ragazza che mi doveva dare dei soldi non me li ha dati e invece è andata a denunciarmi dai carabinieri. Sono venuti e mi hanno detto: “Emanuele (così mi chiamano gli italiani) noi lo sappiamo che quello che stai facendo è una cosa bellissima, ma non sei in regola, ti consigliamo di lasciar stare”. E ho dovuto chiudere. Ma ancora oggi aiuto mamme e bambini (jefferson seth annan).

Dal n. 60 (settembre/ottobre) di Napoli Monitor

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