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25/05/2014

Pro-euro, anti-euro: la sfilata dei senza senso

Poche campagne elettorali, come quella delle Europee 2014, sono sia importanti che prive di senso. Da un punto di vista astratto si tratterebbe della prima elezione del parlamento continentale dopo la crisi del debito sovrano che ha distrutto la Grecia e sinistrato le economie di Italia, Portogallo, Spagna e, se continua così, anche Francia. Insomma, si potrebbe anche parlare di occasione per una risposta, a livello di democrazia rappresentativa continentale, alle politiche di austerità e di taglio dei bilanci pubblici e dei servizi sociali. Naturalmente l’ipotesi è di scuola.

Il Parlamento Europeo
Il Parlamento europeo, dal punto di vista dei poteri, è condizionato da Unione Europea, Eurozona, Eurogruppo e Banca Centrale Europea. Organismo, quest’ultimo, che oltre ad essere strategico dal punto di vista economico-finanziario, è ancora più indipendente degli altri dal Parlamento Europeo. In questo modo l’organismo parlamentare europeo diventa, in un’ottica continentale, qualcosa che conta poco più di un sondaggio d’opinione ed è comunque subordinato a commissioni, istituti di governance e banca centrale. Prima di parlare di elezioni europee bisogna comprendere di cosa effettivamente si sta parlando. Di un qualcosa che ha poteri subordinati rispetto a Unione, gruppi e banche e che, una volta eletto, viene poi completamente dimenticato a livello continentale, non esistendo una opinione pubblica comune. Ma basta seguire il livello del dibattito “continentale” per capire che si tratta di un parlamento minore, il cui elettorato non deve essere veramente informato di ciò che accade. Sul canale pubblico Euronews, finanziato dalla Ue e niente più che un pallido strumento di propaganda liberista, sfilano infatti candidati, tra cui il superpromosso Martin Schulz, che ripetono, in forma ancora meno originale, la comunicazione politica delle elezioni nazionali. Presentazione del personaggio, dichiarazioni sul bene comune, fiducia nel superamento della crisi e via. Del resto le posizioni dei due principali schieramenti, pro Euro e anti Euro, sono entrambe particolarmente povere.

I pro Euro
Basta vedere la campagna elettorale italiana che altro non è che il riflesso nazionale di quello che accade a livello europeo. In Italia le posizioni pro Euro prevedono il consueto kit del perfetto candidato responsabile eurofilo: biasimo per la situazione di austerità, della quale le spiegazioni sono sempre vaghe, fiducia nel superamento della crisi, auspicio di una maggiore integrazione europea come soluzione della crisi. Tempi? Modi? Politiche? Tutto rimandato ad un indefinito futuro. Al massimo si può trovare, in qualche candidato, un generico impegno a trattare in Europa per una “maggiore equità”. Senza neanche lo straccio di una promessa, non c’è quindi reale via d’uscita in vista, in questa crisi, specie se si guarda al fatto che il parlamento europeo è a sovranità limitata. Insomma i pro Euro non hanno niente da offrire anche nelle versioni di coloro che, a parole, si dichiarano pronte a rovesciare chissà quale tavolo di trattativa. In compenso non mancano i moniti nei confronti dell’irresponsabilità degli altri.

Gli anti Euro
Gli anti Euro, allo stesso tempo, hanno poco da offrire. Alcuni sono impresentabili: fascisti (la Le Pen), secessionisti (in Belgio), isolazionisti (l’Ukip britannica). Oppure si tratta dei soliti, anch’essi impresentabili, leghisti in cerca dell’ennesima tigre da cavalcare per motivi di propaganda. Altri, quelli meno legati ai partiti e più a qualche posizione culturale, quelli che si vorrebbero “più tecnici”, sono altrettanto vaghi e confusi come i loro avversari pro Euro. Un esponente di una associazione anti Euro è arrivato a sostenere, in diretta a un dibattito su Sky, che una soluzione per uscire dalla moneta unica “si troverà”. Un po’ poco, per non dire pochissimo, per una eventuale rottura epocale, economica come geopolitica, con le politiche continentali degli ultimi 30 anni. E così si vedono economisti brillanti che hanno saputo spiegare come l’Euro sia stato lo strumento principale delle classi dirigenti continentali per impoverire il lavoro, prendere tremende cantonate. È il caso di Alberto Bagnai, davvero benemerito per l’opera di analisi e divulgazione degli squilibri sistemici continentali, quanto scellerato nella scelta politica. Quella di appoggiare un collega, candidato indipendente, nelle liste della Lega Nord. Capita quando la povertà politica, sia nella cultura esistente che nelle strategie, regna sovrana.

Terry McDermott

Tratto da Senza Soste cartaceo n. 93 (attualmente in distribuzione) - 25 maggio 2014


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Elezioni europee, verso dove?
Le elezioni europee del 25 maggio, che si terranno contemporaneamente nei 28 paesi dell’Unione, valgono sia come test continentale che come sondaggio nazionale sullo stato dell’opinione pubblica dell’Ue e in Italia. Parliamo di opinione pubblica non a caso: oggi questo fenomeno, e questo concetto, si sovrappongono alla politica e alle elezioni. Non è così, almeno non lo è stato a lungo. L’opinione pubblica è stato un elemento, sia della politica in generale che del momento elettorale, che è divenuto prevalente. Possiamo quindi parlare di elezioni europee come una sorta di sondaggio ufficiale, che produce parlamentari e quote di potere, a livello continentale. Molto utile per capire cosa pensa l’Ue di sé stessa.

Ma quali poteri ha realmente il parlamento eletto a Strasburgo? Dobbiamo considerare come il potere continentale non risieda tanto nell’organo elettivo, il parlamento, ma in quello nato dagli accordi tra stati. Ovvero la Commissione Europea che, a sua volta, deve relazionarsi con il consiglio europeo, l’organo presieduto da Van Rompuy che coordina le politiche di integrazione continentale (che non va confuso con il Consiglio d’Europa che è formalmente indipendente dall’Ue ed è organo maggiormente consultivo). Senza dimenticare di relazionarsi con il consiglio dei ministri europei, la cui presidenza è semestrale, tenendo conto del fatto che la Bce, la banca europea, è istituzionalmente autonoma da questi processi. L’unica espressione della volontà popolare continentale, per quanto legata a processi di rappresentanza, è quindi proprio il Parlamento Europeo. Il cui potere, come vediamo tra commissione Ue e presidenze, è diluito dalla presenza di organismi di governance, dove si decide non in nome della volontà popolare ma dei portatori di interesse economici e istituzionali.

La Bce, come sappiamo, è poi la banca centrale di 18 paesi su 28 perché, con in testa la Gran Bretagna, per diversi paesi Ue non significa euro. Allo stesso tempo l’area euro ha un proprio meccanismo di autogoverno, l’eurogruppo, tramite un coordinamento permanente dei ministri economico-finanziari che aderiscono alla moneta unica. Per riequilibrare l’evidente squilibrio tra istituzioni di governance ed istituzioni elette, a netto favore delle prime, specie dopo il rafforzamento dei poteri della commissione Ue si è deciso di tener conto delle elezioni europee in sede di nomina del commissario. Infatti, come già nel 2009, la nomina del nuovo commissario Ue terrà conto dell’indicazione dell’elettorato scegliendo il sostituto dell’attuale commissario, Barroso, tra le file della maggioranza uscita dal parlamento di Strasburgo.

La Commissione Europea, formata dagli stati membri per esercitare una governance liberista dell’Ue, ha un importante potere: quello di iniziativa, ovvero di indirizzo legislativo su cui poi deciderà il Parlamento Europeo. Le famose direttive europee, emanate dall’europarlamento ai singoli stati nazionali, trovano quindi potere originario nella commissione Ue di Bruxelles. Si capisce quindi come lo scontro elettorale tra Tsipras e Schulz, a livello continentale, sia anche un confronto su quale maggioranza scelga il candidato Ue. Ma lo scontro più che elettorale appare soprattutto simbolico: innumerevoli fonti giornalistiche indicano come pronto l’accordo tra popolari e socialdemocratici, famiglia politica a cui appartiene Schulz, per impedire l’avanzata di Tsipras e di qualsiasi genere di oppositore al neoliberismo sia di destra che di sinistra. In questo modo quella che giornalisticamente viene chiamata “Europa”, che invece è una sovrapposizione di istituti di governance piuttosto che un corpo politico, blinda la propria vocazione liberista nell’europarlamento. Vocazione che, per quanto politicamente minoritaria, rimarrebbe comunque pienamente in essere anche in caso, ipotetico vista la frammentazione delle forze in atto, di vittoria di Alexis Tsipras. Lo statuto della commissione Ue, come degli altri istituti di governance, figuriamoci della Bce, è infatti interamente liberista. E non prevede differente funzionamento. Alla faccia di qualsiasi reale concezione della democrazia.

Quanto all’Italia, il test interno riguarda sia la tenuta elettorale del governo Renzi che di Forza Italia. Ma anche degli accordi tra queste due forze visto che un declino troppo rapido del cavaliere renderebbe impraticabile una legge elettorale a doppio turno. Come in “Europa” infatti si tende a modellare i sistemi politici in modo che le forze antiliberiste, di qualsiasi segno, restino lontane da ogni vero confronto elettorale. Finché si tratta della Le Pen, o della Lega, si può glissare. Differente quando è un intero continente democratico ad essere escluso dalle decisioni che riguardano il proprio destino.

Nique la police

Tratto da Senza Soste cartaceo n. 92 (aprile-maggio 2014)

Fonte

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