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lunedì 31 marzo 2014

L'uomo dell'apparato


Non si sfugge al marketing delle ricorrenze. Ci si improvvisa persino registi pur di vendere una "merce" sul mercato della politica. Il regista è Walter Veltroni e la "merce" è Enrico Berlinguer. A trent'anni dalla morte di Berlinguer si sprecano libri, articoli, ricordi, gadget, richiami sulle tessere di partito ed ora anche un docu-film. Uno sforzo, in gran parte ad opera di un ceto politico ormai in disarmo, destinato al fallimento perché non esce dai binari, ben che vada, di una nostalgia inconcludente. Non si guarda Berlinguer alla luce politica dell'oggi ma si eleva la propria interpretazione di Berlinguer a bussola per orientarsi nell'attualità politica. Un'operazione di corto respiro, che svanirà tra qualche mese dopo la celebrazione dell'anniversario della morte.

La fulminante battuta attribuita a Giancarlo Pajetta "Berlinguer si iscrisse giovanissimo... alla segreteria del Pci" probabilmente, in modo non del tutto consapevole, individua più di tante agiografie la natura e il ruolo di un dirigente del Pci che è stato segretario del partito per dodici anni, dal '72 al '84 - cioè negli anni cruciali del conflitto di classe in questo paese - dopo esserne stato vicesegretario, con ampi poteri, nei tre anni precedenti.

Dal compromesso storico alla classe operaia che deve farsi Stato

Un uomo dell'apparato di partito investito, dopo una lotta interna senza esclusione di colpi, della missione pedagogica, più o meno riformatrice, di portare le masse all'interno di un quadro politico, istituzionale ed economico considerato nella sostanza non modificabile, non superabile. Passa poco tempo da quando Berlinguer diventa ufficialmente segretario del Pci e l’uso strumentale che fa, ai fini di politica interna, del colpo di stato in Cile (settembre '73). E' il lancio della politica del "compromesso storico" con la Democrazia Cristiana a livello nazionale e delle "larghe intese" nelle amministrazioni locali. In realtà non è il colpo di stato in Cile che modifica la linea politica del Pci. Già nel congresso del ’72 la proposta uscita era infatti quella di “un programma di rinnovamento e risanamento nazionale” che per realizzarsi richiedeva l’incontro delle tre forze principali, quella comunista, socialista e cattolica. Un disegno politico che faceva leva anche sul Patto federativo, sottoscritto lo stesso anno, dei vertici sindacali di Cgil-Cisl-Uil. La linea politica del compromesso storico, che non trova alcuna significativa opposizione interna, è perseguita con determinazione mobilitando migliaia di funzionari di partito e assegnando un valore strategico alle scadenze elettorali. L’avanzata elettorale del Pci alle amministrative del ’75 e alle politiche del ’76 sembra confermare la linea di Berlinguer ma, guardando più in profondità, mette a nudo tutto il politicismo e la subordinazione istituzionale del partito. Il conflitto sociale è visto come elemento da gestire, controllare ed eventualmente neutralizzare. Dopo le elezioni del ’76 e lo sdoganamento del Pci da parte di Gianni Agnelli, presidente della Fiat e di Confindustria, sulle colonne del Corriere della Sera la strategia berlingueriana può dispiegarsi completamente. E quindi in successione ravvicinata si ha il governo delle astensioni, delle convergenze programmatiche e infine di unità nazionale. Uno schema che vede al centro il ruolo e l’azione dei partiti e non della mobilitazione sociale, puntando a riprodurre l’alleanza delle componenti politiche che hanno dato vita alla Costituzione repubblicana. Una strategia che necessita nell’Italia della metà degli anni 70, attraversata da un turbolento conflitto di classe, di un surplus di verticismo e autoritarismo per metterla in pratica. L’ideologia berlingueriana sull’austerità, sui sacrifici necessari prefigurava la subordinazione del movimento operaio, concepito sempre dentro i confini del partito, allo Stato. Con queste premesse lo scontro con il movimento del ’77 è frontale. Per Berlinguer e il gruppo dirigente del Pci non era tollerabile che si sviluppassero forme di conflitto radicale che potevano mettere in discussione il loro ruolo e la loro collocazione istituzionale. Le lotte del movimento soprattutto a Bologna, città icona del sistema di potere del Pci e del cosiddetto modello emiliano, nei primi mesi del ’77 sono contrastate duramente facendo ricorso alla repressione ad opera degli apparati dello Stato e dell’esercito. Quel movimento sociale è definito da Berlinguer come fascista, squadrista, composto da mercenari suscitando la contrarietà perfino di Norberto Bobbio. La coppia Cossiga-Pecchioli, il primo ministro dell’interno e il secondo ministro ombra del Pci, è stata l’esemplificazione del salto di qualità della politica del compromesso storico. Più che la classe operaia che si fa Stato è lo Stato che espropria completamente la classe operaia e azzera le libertà formali in teoria garantite dalla Costituzione. Si assiste al tragico paradosso della strategia berlingueriana: per applicare completamente la Costituzione e dare vita alla seconda rivoluzione democratica dopo la Resistenza si deve far uso degli apparati dello Stato per reprimere il conflitto sociale e di classe negando gli stessi principi democratici scritti nella Costituzione. 

La svolta che non c’è stata

Nel febbraio del '78 la Conferenza di Cgil-Cisl-Uil all'Eur di Roma, preceduta da alcune interviste di Lama, segretario della Cgil, in cui dichiara: "La Cgil è pronta a impegnarsi per sacrifici sociali non formali, ma sostanziali" viene vista da Berlinguer come il passaggio decisivo verso la stabilizzazione del quadro sociale. L’idea di fondo era che i maggiori sacrifici dei lavoratori avrebbero permesso di rilanciare il processo di accumulazione del capitale necessario per gli investimenti produttivi. A questo si aggiunga il sodalizio con la Dc nel cosiddetto "partito della fermezza", contrario a ogni trattativa durante il sequestro di Moro, e le tessere del puzzle politico prefigurato nella testa di quasi tutto il gruppo dirigente del Pci sembra essere risolto. Invece è l'inizio della sconfitta della politica berlingueriana. La stagione dei governi di unità nazionale si chiude perché la Democrazia Cristiana ha avuto il tempo e le occasioni per riconsolidare le relazioni con i settori sociali di riferimento e gli apparati dello Stato, con l'azione decisiva del Pci, hanno riconquistato un margine di credibilità. In più si assiste all’emergere di preoccupanti sintomi di corruzione nelle stesse amministrazioni locali a guida Pci, il caso di Milano su tutti, e all’ascesa del craxismo nel Psi che si pone in termini concorrenziali al Pci. L'insieme di questi elementi decretano la fine dei governi di unità nazionale e il completo fallimento del compromesso storico. La supposta “diversità comunista” anche nel governo della cosa pubblica, presentata quasi fosse un tratto antropologico, si rivela ormai solo un’ideologia consolatoria. Con il peso di una grave sconfitta politica sulle spalle e un partito che sta cambiando velocemente composizione sociale, e gerarchie interne - il potere delle decine di migliaia di amministratori locali è in forte ascesa - Berlinguer si presenta, nell'autunno del 1980, davanti ai cancelli della Fiat in lotta facendo un comizio radicale, tenendo conto del personaggio, nei toni ma molto vago e ambiguo nei contenuti. E qualche mese dopo opera lo "strappo" con Mosca cogliendo l'occasione del colpo in Stato in Polonia: "Si è esaurita la spinta propulsiva della rivoluzione d'ottobre". Non era la prima volta che Berlinguer usava il metodo di dettare la linea politica del partito attraverso le interviste ai giornali. Era già successo una settimana prima delle elezioni del giugno del '76 con un'intervista al Corriere della Sera in cui manifestava la sua preferenza per "l'ombrello della Nato" piuttosto che per il Patto di Varsavia. Un metodo che ha anticipato il comportamento di molti leader della sinistra, radicale e governativa, venuti dopo di lui. Si è sempre trattato, a suo dire come per gli altri dopo, della necessità di intervenire tempestivamente nella situazione politica. In verità si trattava del tentativo di fermare il declino del partito ormai in atto. E' in questo contesto che nasce la proposta politica dell'alternativa democratica, interpretata non da pochi anche a sinistra del Pci come una svolta. A prima vista appare come una radicalizzazione della critica al potere democristiano e socialista tutta giocata però su un piano etico (la questione morale). Nella concretezza dei fatti e dei comportamenti è invece una spinta alla razionalizzazione del quadro politico come condizione necessaria per fare una timida redistribuzione del reddito ed evocare le solite "leggendarie" riforme. Infatti non avviene alcuna svolta. Resta centrale l'idea dell'insostituibilità dei partiti realmente esistenti e delle loro relazioni reciproche come unico ambito di possibili cambiamenti. Un'ipotesi duramente smentita qualche anno dopo. Ancora una volta la concezione di Berlinguer della politica resta chiusa all'interno del sistema della rappresentanza istituzionale, i movimenti sociali e i conflitti di classe non sono mai visti come i momenti e i luoghi della trasformazione della società. La vera svolta, verso la dissoluzione del Pci, avviene nel '85, dopo la morte di Berlinguer, la sconfitta nel referendum sulla scala mobile, il forte calo di voti nelle elezioni amministrative e la convocazione anticipata del congresso che hanno l'effetto di far esplodere le contraddizioni interne e scoperchiare il vaso di pandora. La proposta politica dell'"alternativa democratica" di Berlinguer era più rivolta all'interno che all'esterno del partito. E' stata il tentativo disperato, l'ultimo, di mantenere e consolidare un assetto politico-organizzativo del partito ormai attraversato da fortissime tensioni. In altre parole, l'uomo dell'apparato di fronte crisi del partito non poteva che rispondere con gli strumenti tipici dell'apparato.

Il vintage postmoderno di Veltroni

Il recente film-documentario "Quando c'era Berlinguer" diretto da Veltroni si potrebbe liquidare con una battuta: dietro il glamour, il nulla. L'insistente ricerca dell'immagine che potrebbe creare emozione genera il fastidio di quando il gioco si fa troppo smaccato. Il film, in gran parte, con le testimonianze, i video d'epoca, i commenti fuori campo dello stesso Veltroni ruota attorno agli ultimi giorni e i funerali di Berlinguer. Come un oggetto vintage Berlinguer interessa ancora e ha un certo fascino perché sorpassato e démodé. Non c'è nulla che inquadri il periodo storico, niente sulle ragioni degli acuti conflitti sociali negli anni che hanno coinciso con la segreteria di Berlinguer. Ma questo c'era da aspettarselo. Il regista del film non ha mai brillato per profondità analitica dei fenomeni politici. Se leggerezza narrativa doveva essere avrebbe potuto, quanto meno, risparmiare allo spettatore il sermone finale di Napolitano.

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Turchia - Erdogan vince e promette


Otto morti e la vittoria di misura del premier Erdogan, questo il bilancio finale delle tanto attese elezioni amministrative svoltesi ieri in una Turchia social network-free. Scontri sono scoppiati in alcuni seggi elettorali tra i sostenitori di candidati rivali: due le vittime nella provincia meridionale di Hatay e sei in quella di Sanliurfa, decine i feriti. Secondo quanto riportato da media arabi, ad aprire il fuoco sarebbero stati sia i sostenitori del primo ministro Erdogan che quelli del rivale Fethullah Gulen.

Sul piano politico, nelle preferenze dei turchi sembrano non aver inficiato le politiche repressive intraprese dal governo negli ultimi mesi nei confronti dei social network più noti – dove attivisti e cittadini si sono ritagliati il loro naturale spazio di critica –, lo scandalo corruzione che ha travolto business man e politici vicini al partito del premier e neppure il retaggio delle proteste di Gezi Park della scorsa estate. Con il 90% dei seggi scrutinati, il partito di governo AKP si sarebbe aggiudicato la maggioranza relativa, oltre il 43% dei voti, contro il 26% del principale partito di opposizione, CHP, figlio del fondatore laico della repubblica turca Ataturk. Terzo classificato, il Nationalist Movement Party con il 17,5%.

I candidati di Erdogan si sono assicurati la vittoria in 49 tra città e province, contro 32 seggi vinti dalle opposizioni. Traballante Istanbul, dove l’AKP ha archiviato un successo relativo, con un margine di solo il 7%. E nella capitale Ankara, a vincere è stato il CHP con un misero 0.5% di voti in più dell’AKP.

In quello che era stato descritto come un referendum sul governo, il premier ha strappato una vittoria di misura: alle ultime elezioni locali, nel 2009, si era assicurato oltre l’85% delle preferenze. Quasi un plebiscito che oggi risente di scandali e politiche di censura. Eppure la figura forte di un primo ministro impegnato nel garantirsi il controllo politico e economico del Paese e nel reprimere le voci critiche non è uscita troppo intaccata da un anno di tensioni, scontri politici e repressioni delle manifestazioni di strada. Chi immaginava la capitolazione del rais è rimasto deluso dal voto dei 52 milioni di turchi che si sono presentati ieri nei circa 200mila seggi elettorali.

E chi ha osato criticare il governo, oggi è a rischio. Erdogan non ha perso tempo e ieri sera dopo l’avvio degli scrutini ha promesso vendetta: i rivali “pagheranno il prezzo” del tentativo di far cadere il governo islamista targato AKP. Il timore di molti è che il voto di ieri venga utilizzato dal premier per estendere ulteriormente il proprio mandato: in carica da undici anni, Erdogan potrebbe pensare di candidarsi direttamente alla presidenza la prossima estate, sfidando il moderato Gul, oppure di cambiare le regole interne del partito e ripresentarsi alle elezioni politiche nel 2015 alla caccia del quarto mandato da primo ministro.

“La nazione ha mandato un messaggio alla Turchia e al mondo – ha detto ieri Erdogan, festeggiando la vittoria ad Ankara di fronte a migliaia di sostenitori – [Il popolo] ha detto che questa nazione non si piegherà e la Turchia non sarà sconfitta”. Chiaro il messaggio inviato agli oppositori, a partire dal religioso Gulen in esilio volontario in Pennsylvania e accusato dal governo di Ankara di aver dato vita ad uno “Stato parallelo”: nel discorso di ieri Erdogan ha più volte citato la Pennsylvania e ha “suggerito” un’azione di governo per scovare i sostenitori del rivale dentro magistratura e polizia, anche con arresti di massa: “Domani qualcuno dovrà andarsene. Ho personalmente presentato denunce penali contro alcuni di loro, se ne devono andare”.

Vittoria o meno, la Turchia non esce pacificata dalle elezioni di ieri: il Paese appare spaccato, incapace di liberarsi del tutto della figura dell’uomo forte Erdogan, criticato e attaccato ma ancora considerato guida legittima. Un Paese diviso a metà che gode di poche prospettive di riconciliazione sotto l’ala di un premier radicale come quello attuale, un combattente in prima linea che non intende concedere alcuna apertura alle opposizioni ma che promette vendette trasversali. Dall’altra parte, le tante voci delle opposizioni, dai nazionalisti agli intellettuali, il cui unico punto di contatto è la battaglia contro il governo, incapaci di rappresentare una reale alternativa in un periodo di sfide economiche e di tensione politica (soprattutto con la vicina Siria).

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Palestina-israele - La trappola dell’estensione del negoziato


Prolungamento sì, prolungamento no. Il negoziato israelo-palestinese è sul filo del rasoio: con la data di scadenza che incombe minacciosa all’orizzonte (29 aprile) non è ancora chiaro se l’estensione dei negoziati si farà. Da parte palestinese, dopo il netto rifiuto in un primo momento, ora ci si chiede quale sarà la prossima mossa del presidente Abu Mazen, che ha appena ricevuto la bozza formale della proposta di estensione redatta da Israele e Stati Uniti. Così presentata, la questione è semplice: se l’amministrazione palestinese rifiutasse, verrebbe accusata di non volere la pace. E la colpa del fallimento dell’intero processo di pace ricadrebbe ancora una volta sull’ANP.

Eppure, un’analisi leggermente più approfondita della proposta rivela tutt’altro: in cambio del prolungamento, Israele si impegnerà a rilasciare la quarta mandata di prigionieri palestinesi come parte dell’accordo sul quale sono ripartiti i colloqui dello scorso luglio. La contraddizione è evidente: se c’era un accordo alla base dei colloqui, perché gli ultimi 26 prigionieri non sono stati liberati, come stabilito, lo scorso 29 marzo?

La risposta del governo israeliano è che Ramallah è un partner “difficile” e che la liberazione è stata bloccata perché l’ANP non vuole estendere i negoziati. In un linguaggio informale si potrebbe dire che Tel Aviv abbia rivoltato la frittata: perché la liberazione dei detenuti era parte di un accordo preliminare, e in cambio i palestinesi avevano accettato di sospendere tutte le richieste di adesioni a organismi internazionali per denunciare Israele. Insomma, di abbandonare ogni mossa unilaterale che il partner israeliano, guarda caso, si è ben guardato di fare: dall’inizio del negoziato, infatti, Israele ha annunciato la costruzione di migliaia di nuove unità abitative nelle colonie della Cisgiordania e di Gerusalemme est.

In origine, si doveva discutere della soluzione del conflitto: due entità statali, confini, colonie, status di Gerusalemme, rifugiati, sicurezza. Con il prolungamento quasi “estorto” da Tel Aviv, però, il negoziato sembra andare verso un’unica concessione ai palestinesi: il rilascio dei loro detenuti. E i contenuti della proposta spedita dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ad Abu Mazen lo testimoniano perfettamente: nella bozza si legge che Tel Aviv farà un certo numero di altri “gesti”, tra cui la liberazione di alcune centinaia di altri selezionati prigionieri palestinesi. Da quando Israele è così generoso da rilasciare centinaia di “terroristi” in cambio solo della possibilità di continuare a discutere? La risposta l’ha data Netanyahu stesso qualche giorno fa: “In ogni caso, non ci sarà alcun accordo senza che Israele sappia con chiarezza che cosa otterrà in cambio”.

La questione del prolungamento non dipende solo da Abu Mazen, però: Netanyahu ha già dichiarato pubblicamente che ogni ulteriore accordo dovrà ottenere l’approvazione di tutto il governo. I ministri del partito “Casa Ebraica” guidati da Naftali Bennet e alcuni tra le file del Likud hanno già annunciato che la liberazione di altri prigionieri non avverrà. Secondo un’analisi del quotidiano Haaretz, l’accordo per il rilascio di altri detenuti porterebbe “Casa Ebraica” a lasciare la coalizione di governo.

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Inveire contro "i politici" e non aver lavorato un giorno. Ecco Matteo Renzi

Uno spettatore che, in una domenica solare e sonnacchiosa di fine marzo, si sia avventurato in qualche telegiornale prima della passeggiata ha potuto notare uno spettacolo sicuramente singolare. Tale Matteo Renzi da Rignano, presidente del consiglio, che inveiva contro la casta dei "politici"  che vuol "mantenere i propri privilegi". Il Renzi, con il piglio dell'operoso provinciale atterrato a Roma per fare pulizia, ribadiva così l'importanza dei tagli alla politica e, prima di tutto, al corrotto senato.

Insomma, più che Renzi sembrava di vedere Spartaco che, contro la corruzione di Roma, si appresta a sconfiggere gli eserciti pretorili. Il punto è che l'attuale presidente del consiglio, di questo consesso dei "politici" fa parte. Non solo, ci risulta proprio essere uno di quelli che, una volta, si chiamavano "mantenuti dalla politica". Ovvero il tipico soggetto che, appena uscito dall'università, faceva subito carriera prima nel partito. Di solito, guardando le biografie, questi soggetti si trovavano negli anni '60 e '70. Anzi, è il caso di D'Alema, a volte non potevano nemmeno finire gli studi  per dover essere subito richiamati per alti incarichi. Renzi invece comincia la carriera politica nemmeno fosse uno Zaccagnini qualsiasi, segretario del PPI a 24 anni, presidente della provincia di Firenze a 29.

In tutto questo vorticoso e giovanile fiume di impegni di lavoro come si intende normalmente non se ne vede traccia. Di spedizioni inutili di curriculum o colloqui di lavoro umilianti il Renzi non ne ha fatti. Non è quindi mai stato assunto secondo le regole neoschiaviste presente nel suo decreto lavoro. Dove le uniche certezze sono il bassissimo stipendio, a volte solo simbolico, e il licenziamento in mano all'azienda. Insomma, un politico classico, stipendiato come tale fin da giovane, che invece inveisce contro i privilegi dei "politici".

Non suona strano? No, per chi conosce la capacità mimetica di un certo modo di fare politica. Né per chi sa che la politica oggi si ristruttura, tagliando rami secchi ritenuti inutili come in ogni settore. La politica deve rimanere in mano a pochi grandi gruppi privati. Per chi non l'avesse capito. Questo inveire contro "i politici" nasconde questo scopo. Intendiamoci, il processo di sottrazione dal lavoro tramite la professione politica è comprensibile e, quando praticata in modo egualitario, oltretutto auspicabile. Ma farsi prendere in giro da un mestierante che, oltretutto, recita battute buone per il mercato coperto, secondo la nobile arte del parlare di politica incartando il macinato, spacciandole come se fossero aforismi dello Zarathustra proprio no.

Siamo di fronte al tardo prodotto di una politica che fu, quella che usa i beni pubblici per la propria rete di potere privato, che vuol chiudere ogni sfera pubblica. Tardo prodotto che inveisce contro "i privilegi" per rafforzare i propri. E' bene saperlo e raccontarlo. In un paese dove la gente, presa da tanti gravi problemi, ha cominciato a fare i conti sperando di vedere in busta lo sgravio fiscale promesso da questo soggetto.

Neanche sospettando che il taglio dei servizi pubblici, derivato dai tagli fatti per finanziarie lo sgravio, costerà loro molto più di quanto vedranno in busta paga. Basta vedere le previsioni di spesa del governo per l'avanzo primario di bilancio. Ecco a che razza di cioccolatai è finito in mano questo
paese.

Ah a proposito. L'argomento a cui Renzi risponde "tagliamo i privilegi ai politici" tratterebbe della struttura costituzionale del paese, non proprio una questione da dirimere alla fermata dell'autobus. Quantomeno potrebbe sforzarsi di motivare la cancellazione di un organo costituzionale con delle argomentazioni leggermente più solide rispetto ai consueti spot che recita per la tv, visto anche che la sua legge elettorale Italicum (Porcellum2) non è che dia grosse garanzie costituzionali.

redazione 31 marzo 2014

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Italia, una zona franca per gli “investitori stranieri”?

Secondo i dati diffusi da S&P Capital IQ, le operazioni di fusioni e acquisizioni recentemente portate a termine da aziende e gruppi stranieri in Italia, sono state 198, per un valore di 53,9 miliardi di euro. A fare gola non sono solo i gioielli del made in Italy nella moda e nei settori di nicchia ma anche imprese manifatturiere destinate ad una futuro da contoterzisti nelle filiere multinazionali che hanno il "core business" fuori dai confini italiani. A questi vanno poi aggiunti gli investimenti nelle società quotate in Borsa, con i casi di Enel ed Eni in cui, ad esempio, la Banca Centrale di Pechino ha superato la soglia del 2%, oppure le acquisizioni di quote in banche e telecomunicazioni entrate nel mirino del fondo statunitense BlackRock (quello guidato da un computer).  In questo caso il più grande fondo d'investimento del mondo, detiene ormai quote vicine o superiori al 5% dentro Telecom, Unicredit, Intesa San Paolo e Mps. C'è da tremare all'idea di quali input o output riceverà nei prossimi mesi l'ordinatore elettronico del BlackRock.

Infine ci sono i flussi di acquisto dall'estero sui titoli di Stato anche con bassi rendimenti, che dovrebbero dimostrare il ritorno dell'interesse degli investitori stranieri per il mercato italiano. Sono stati il Sole 24 Ore di sabato 29 marzo e il Corriere della Sera di domenica 30 marzo, a decantare e documentare ampiamente lo scenario delle ultime operazioni e i fatti che dimostrano il “ritorno” degli investimenti stranieri sul mercato italiano. Esattamente il contrario di quanto lamentato (e la conferma di quanto auspicato) dai governi Monti, Letta e Renzi. “Siamo al 78° posto nella classifica Ocse per capacità di attrazione degli investimenti dall'estero. Una débâcle, contro la quale il governo sta correndo ai ripari: Destinazione Italia, la micro task force di tre consulenti istituita presso il ministero dello Sviluppo economico, sta mettendo a punto un piano per rendere attraente il nostro territorio agli occhi degli stranieri” si stracciava le vesti solo sette mesi fa il Corriere della Sera.

Cosa è successo nel frattempo? Delle due l’una: o ci hanno raccontato un sacco di frottole per convincere i lavoratori, i sindacati e la politica “ad abbassare le pretese” verso gli investitori stranieri, oppure vorrebbero portare anche questa improvvisa “controtendenza” nella dote “dell’Effetto Renzi” sulla fiducia internazionale verso il mercato italiano. Noi propendiamo per la prima ipotesi, sia perché i target dei cambiamenti sugli investimenti non sono mai così repentini, anzi richiedono un accurato monitoraggio delle condizioni e delle possibilità nelle quali investire i capitali, sia perché grattando sotto la cortina di balle raccontate per denunciare i lacci e lacciuoli sottolineati dal governatore della Banca d’Italia Visco, emergeva chiaramente come era diminuito il volume di investimenti solo perché le aziende straniere stavano comprando a prezzi da svendita e non di mercato le aziende italiane. L’abbassamento delle tutele e dei diritti dei lavoratori contenuti nel Jobs Act e il decreto sul lavoro del governo Renzi non potrà che incentivare l’arrivo di investitori stranieri che cominciano a pensare e vedere l’Italia come una sorta di “zona franca”, una grande maquiladora in cui fare ottimi affari.

I tre governi che si succeduti dal novembre 2011 a oggi (dopo la famosa lettera-diktat di Draghi e Trichet), hanno sempre perseguito il percorso del capitalismo mercantilista, quello che vede i sinonimi di crescita economica (cosa assai diverso dallo sviluppo) solo nell’aumento delle esportazioni e dell’attrazione degli investimenti esteri, come nelle zone franche.

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La verità sul Venezuela: una rivolta dei ricchi, non una “campagna di terrore”


Sul quotidiano inglese The Guardian è comparso questo interessante articolo del politologo Mark Weisbrot che ha sentito il dovere di andare in Venezuela a verificare le notizie sui disordini che nel mese scorso (e ancora oggi) hanno attirato l’attenzione non disinteressata di molti media internazionali. (A.R.)

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di Mark Weisbrot per il The Guardian, 20 marzo 2014

Le immagini modellano la realtà, ciò che mandano le televisioni, i video, fino alle fotografie sono un potere che scava in profondità nelle menti delle persone, senza che esse se ne rendano conto. Io mi credevo immune a questi ripetitivi ritratti del Venezuela come uno Stato fallito in mezzo a una rivolta popolare. Non ero però preparato a ciò che ho visto a Caracas, in questo mese: quanto poco della vita quotidiana sembra essere colpita dalle proteste, alla normalità prevalente nella maggior parte della città. Anch’io ero stato ingannato dalle immagini dei media.

I grandi media hanno riferito che i poveri in Venezuela non hanno aderito alle proteste dell’opposizione di destra, ma questo è un eufemismo: non sono solamente i poveri che si astengono – a Caracas, ma sono quasi tutti, eccetto alcune aree come Altamira, dove piccoli gruppi di manifestanti entrano in scontri notturni con le forze di sicurezza, lanciando pietre, bombe incendiarie e gas lacrimogeni.

Camminando dentro il quartiere popolare Sabana Grande, al centro della città, non ci sono segni che il Venezuela sia sull’orlo di una “crisi” che richieda l’intervento dell’Organizzazione degli Stati Americani (OAS), nonostante ciò che John Kerry afferma. Anche la metropolitana funziona molto bene, nonostante non abbia potuto inoltrarmi nella stazione di Altamira, dove i ribelli avevano stabilito la loro base di operazioni almeno fino a quando non li hanno tirati fuori questa settimana.

Sono riuscito a vedere le barricate per la prima volta a Los Palos Grandes, zona dell’alta classe, dove i manifestanti hanno il sostegno popolare e i vicini gridano a chiunque cerchi di rimuovere le barricate – una cosa rischiosa da provare (almeno quattro persone sono state apparentemente uccise per averlo fatto). Ma anche nelle barricate, la vita era abbastanza normale, tranne che per il forte traffico. Durante il fine settimana, Parque dell’Est era pieno di famiglie e corridori sudati con una temperatura di trentadue gradi – che prima di Chávez, avrebbero dovuto pagare, mentre,i residenti, mi è stato detto, erano rimasti delusi, perché si era permesso ai meno agiati di entrare gratis.

I ristoranti continuano a essere pieni di notte.

Viaggiare aiuta a verificare la realtà ed io ho visitato Caracas per ottenere informazioni soprattutto in campo economico, nonostante fossi scettico riguardo al racconto riportato quotidianamente dai media, che la mancanza di materie prime era stato il motivo delle proteste. Gli abitanti di Altamira e Los Palos Grandes, dove ho visto le proteste, avevano però servitori che facevano la coda, per quello di cui necessitavano e hanno reddito e spazio per accumulare le scorte.

Queste persone non stanno soffrendo – e se la passano molto bene. I loro guadagni sono cresciuti a ritmo sostenuto da quando Chávez prese il controllo dell’industria petrolifera, un decennio fa. Hanno anche un grande sostegno del governo: chiunque abbia una carta di credito (tranne i poveri e milioni della classe operaia), ha diritto a 3.000 dollari l’anno, a un tasso di cambio agevolato. Essi possono quindi vendere sei volte più caro il dollaro di quanto l’hanno pagato, il che rende una sovvenzione annuale di svariati milioni di dollari per i privilegiati – eppure sono loro la base delle truppe di sedizione.

La natura di classe di questa lotta è sempre stata forte e inconfutabile, ora più che mai.

Passeggiando tra le masse che hanno partecipato alle cerimonie per l’anniversario della morte di Chávez il 5 marzo, ho visto una marea di venezuelani della classe operaia, decine di migliaia di loro. Non c’erano vestiti costosi o scarpe da 300 dollari. Che contrasto con le masse scontente di Los Palos Grandes, che possedevano Grand Cherokee SUV di 40.000 dollari elevando lo slogan del momento: VENEZUELA SOS.

Per quanto riguarda il Venezuela, John Kerry sa da quale parte è la guerra di classe. La scorsa settimana, proprio quando sono andato via, il Segretario di Stato ha raddoppiato la sua retorica contro il governo, accusando il presidente Nicolas Maduro di fomentare una “campagna di terrore contro il proprio popolo”. Kerry ha anche minacciato di invocare la Carta Democratica dell’OEA contro il Venezuela, così come di applicare sanzioni.

Vantarsi della Carta democratica contro il Venezuela è quasi come minacciare Vladimir Putin con un voto del’Onu sulla secessione in Crimea. Forse Kerry non se n’è accorto, ma pochi giorni prima delle sue minacce, l’OAS ha approvato una risoluzione che Washington aveva introdotto contro il Venezuela, ma che è stata rivoltata, dichiarando “la solidarietà” dell’organismo regionale con il governo di Maduro. E’ stata approvata da ventinove paesi e solo i governi di destra di Panama e Canada si son alleati con gli Stati Uniti contro di essa.

L’articolo 21 della Carta Democratica dell’OSA si applica davanti “all’incostituzionale interruzione dell’ordine democratico di uno Stato membro” (come il colpo di stato militare in Honduras 2009, che Washington ha contribuito a legittimare o il colpo di stato militare 2002 in Venezuela, sempre con il contributo degli States). Grazie a questa votazione recente, l’OAS potrebbe invocare la Carta Democratica, più contro il governo degli Stati Uniti per decessi causati da loro droni sui cittadini americani, che per ciò che potrebbe farsi contro il Venezuela.

La retorica della “campagna di terrore” di Kerry è scissa dalla realtà e com’era prevedibile, ha provocato una risposta equivalente del cancelliere del Venezuela, che ha definito Kerry “un assassino”. Questa è la verità circa le accuse di Kerry: da quando sono iniziate le proteste in Venezuela, sempre più persone sono morte per mano dei manifestanti che per le forze di sicurezza. Secondo i decessi segnalati dal CEPR (Centro di Ricerca in Economia e Politica) nel corso del mese passato, in aggiunta alle morti per cercare di togliere le barricate, almeno sette sono apparentemente morti a causa degli ostacoli creati dai manifestanti – compreso un motociclista decapitato dal filo metallico posto sulla strada e cinque ufficiali della Guardia Nazionale sono stati uccisi. Per quanto riguarda la violenza da parte delle forze di sicurezza, presumibilmente tre persone potrebbero essere state uccise dalla Guardia Nazionale e da altre forze di sicurezza – tra cui due manifestanti e un attivista che appoggiava il governo. Alcune persone accusano il governo per altri tre morti di civili armati, in un paese con una media di oltre 65 omicidi il giorno, è del tutto possibile che queste persone agissero per conto proprio. Un totale di 21 membri delle forze di sicurezza sono in stato di arresto per presunti abusi, tra cui da alcuni degli omicidi. Questa non è una “campagna di terrore”.

Allo stesso tempo, è difficile trovare una seria denuncia circa la violenta opposizione dei leader più importanti. Secondo i dati dell’indagine, le proteste sono in gran parte rifiutate in Venezuela. I sondaggi suggeriscono anche che la maggior parte dei venezuelani vedono questi disturbi per quello che sono: un tentativo di rovesciare un governo eletto.

La politica interna della posizione di Kerry è abbastanza semplice. Da un lato è appoggiata dalla lobby cubano-americana di destra della Florida e dei suoi alleati neoconservatori che sono a favore del rovesciamento. A sinistra... non c’è nulla. A questa Casa Bianca importa poco dell’America Latina e non comporta conseguenze elettorali che la maggior parte dei governi dell’emisfero si infastidiscano con Washington.

Forse Kerry pensa che l’economia del Venezuela crollerà, portando alcuni venezuelani non ricchi a manifestare contro il governo. La situazione economica, però, si sta stabilizzando – l’inflazione mensile è scesa nel mese di febbraio e il dollaro sul mercato parallelo è sceso drasticamente, di fronte alle notizie che il governo sta introducendo una nuova tariffa basata sul mercato. Le obbligazioni sovrane del Venezuela hanno avuto un rendimento dell’11,5 % dall’11 febbraio (il giorno dell’inizio delle proteste) al 13 marzo: il più alto rendimento, secondo gli indici del Bloomberg Usd Emerging Market (Index Obbligazionari Paesi Emergenti).

Naturalmente, questo è esattamente il problema principale dell’opposizione: le prossime elezioni saranno entro un anno e mezzo e a quel momento, la carenza economica e l’inflazione, che sono aumentati negli ultimi 15 mesi, scenderanno. In questa direzione, l’opposizione perderà molto probabilmente le elezioni, così come ha perso tutte le elezioni negli ultimi 15 anni. In più, l’attuale strategia insurrezionale non sta aiutando la sua causa: pare che abbia diviso le opposizioni e unito i chavisti.

L’unico posto dove l’opposizione sembrerebbe guadagnare consensi è a Washington.

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Socialisti sconfitti, la Francia svolta a destra


La sconfitta dei socialisti francesi nelle elezioni amministrative di ieri è innegabile, e di dimensioni nette. Il secondo turno di ieri ha confermato la tendenza già espressa ampiamente una settimana fa. Hollande e i suoi hanno ricevuto una sonora punizione da parte degli elettori d’oltralpe, che comunque in molti casi hanno deciso di starsene a casa, con l’astensionismo che è aumentato abbastanza visibilmente, fino al record storico – per delle elezioni amministrative – del 38,5%.

Certo i socialisti l’anno scampata a Parigi, dove la candidata del centrosinistra Anne Hidalgo ha avuto la meglio sulla sua sfidante di destra, Natalie Kosciusko-Morizet, con il 54,5% dei consensi. Ma ovunque l’Ump ha rafforzato notevolmente le sue posizioni strappando al partito di Hollande numerose amministrazioni, alcune delle quali erano gestite dalla ‘sinistra’ addirittura dall’inizio del secolo scorso (come a Limoges, socialista dal 1912).
E c’è stata anche una evidente e storica affermazione dei candidati dell’estrema destra. Se è vero che i media francesi ed europei(sti) hanno ‘pompato’ e amplificato oltre il dovuto l’ascesa del Front National già domenica scorsa, nel tentativo di mobilitare l’opinione pubblica progressista verso un voto ai candidati ‘repubblicani’, è pur vero che Marine Le Pen è riuscita a trasformare un partito finora messo all’angolo in una forza di governo in alcuni importanti comuni. Ieri l’estrema destra si è aggiudicata dieci amministrazioni, che si sommano a quella già conquistata al primo turno, con un aumento consistente rispetto alle amministrative del 2008.

Le urne hanno generalmente premiato l’alleanza tra la destra dell’Ump di Sarkozy e i centristi liberali di UDI e MoDEM, portando il centrodestra nel suo complesso al 46% dei voti e permettendogli di strappare al centrosinistra 10 città con più di 100 mila abitanti.
L’alleanza tra socialisti e sinistra si è fermata al 40,5%, con un Front National che nonostante si sia presentato in una piccola parte dei collegi dove si votava ha raccolto il 6,85% dei voti e circa 1200 consiglieri locali, contro i soli 60 conquistati sei anni fa. Anche se ha perso la sfida finale a Perpignan e Avignone, il FN è arrivato in testa in 24 municipi, incluse città importanti come le due precedenti ma anche Béziers, Fréjus, Tarascona, Saint-Gilles, Forbach, ed ha avuto accesso al ballottaggio a Strasburgo, Lille, Lyon, Marsiglia, Mulhouse, Nimes, Reims e altre.

Jean-Marc Ayrault, l’attuale primo ministro, non ha potuto che ammettere la sconfitta e se ne è assunto tutte le responsabilità, giustificandola come il risultato sull’opinione pubblica dei ‘due anni di riforme senza precedenti’ portate avanti dall’esecutivo, che lo avrebbero reso così impopolare.
La propaganda delle opposizioni di destra ed estrema destra contro il governo, responsabile di una serie di attacchi senza precedenti nei confronti dei lavoratori del settore pubblico ma anche delle piccole e medie imprese e in particolare in alcune regioni depresse – dove l’azione di governo ha causato una improvvisa esplosione della disoccupazione e la crisi di settori come la pesca, l’autotrasporto, l’agricoltura e l’allevamento – ha facilmente fatto breccia in settori della popolazione francese sempre più critici nei confronti del processo di unificazione europea e dell’euro.
Dopo la disfatta di ieri François Hollande prova a correggere la rotta e potrebbe far saltare Jean-Marc Ayrault. Paradossalmente potrebbe essere uno degli esponenti più a destra dell’attuale compagine di governo, il ministro dell’Interno Manuel Valls, a prendere il suo posto nel tentativo di conquistare consensi ‘moderati’ in vista delle europee e delle prossime elezioni politiche.

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Catastrofi climatiche: certezze scientifiche disattese dal "club dei potenti"


Mondo inabitabile, grazie capitalismo! Non è una novità, perché rapporti simili si susseguono con costanza almeno dal 1972 (quello più famoso, del Club di Roma), ma ogni volta i termini – sia fisici che temporali, quindi anche retorici – diventano più stringenti e ultimativi. Naturalmente non cambia nulla. Nel mondo del capitale conta soltanto il profitto e la competitività, quindi ogni “chiacchiera” sulla difesa dell'ecosistema globale non può trovare ascolto. A meno che non produca profitto, ovvio! Ma visto quel che è accaduto con pannelli solari e pale eoliche (sorgenti “pulite” di energia, ancorché su dimensioni frazionali del fabbisogno energetico complessivo), o addirittura con lo shale gas (è stata definita una “fonte alternativa” nonostante sia la più inquinante e devastante mai inventata), non è neanche questa una garanzia...


L'ultimo rapporto scientifico ('Summary for Policymakers', intitolato 'Cambiamenti climatici 2014: impatti, adattamento e vulnerabilità') dell'Ipcc conferma e appesantisce tutte le previsioni e i “riscontri oggettivi”. Gli effetti causati dai cambiamenti climatici sono già in tutti i continenti e negli oceani: il mondo, in molti casi, non è affatto preparato contro i rischi del clima che cambia. Eventi meteorologici estremi possono incidere in modo pesantemente negativo sulla biodiversità di piante e animali, o anche contribuire a una drastica riduzione dei raccolti e all'evoluzione delle malattie; il che si tradurrebbe – come in parte già avviene – in massicci spostamenti di popolazioni e quindi conflitti.

I rischi di inondazione stanno aumentando soprattutto in Europa e Asia a causa delle emissioni di gas effetto serra, mentre la produzione di cereali (grano, riso e mais) rischiano pesanti diminuzioni, a fronte invece di una domanda in netta crescita. Ma la terra coltivabile è giù tutta sfruttata e la tecnologia, in questo campo, sembra aver già esaurito le possibilità di far aumentare le rese agricole per ettaro. La natura è infatti “fisica”, non “virtuale”; obbedisce a leggi immodificabili da qualsiasi volontà “scientifica”.

Il rischio è insomma quello della destabilizzazione degli equilibri attuali: povertà, fame e migrazioni provocate dalle catastrofi naturali si vanno ad aggiungere all'impoverimento coatto imposto dalle “politiche di austerità” imposte dal capitale multinazionale.

Il Summary dovrebbe in teoria farà da base alle decisioni politiche contro il global warming che dovranno essere prese alla riunione Cop di Parigi del 2015. Ma sembra logico attendersi un altro giro di inutili valzer, con i paesi più inquinanti che si rifiutano di prendere misure adatte – che, dicono, potrebbero “limitare la loro crescita economica” – e in cambio sono disposti a pagare “diritti di inquinamento” ai paesi più arretrati, perché restino tali.

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L’Italia in guerra: le amnesie dell’ex ministro Mauro

Nella puntata di Servizio Pubblico di giovedì scorso (27 marzo) è andato in onda un forte scontro verbale tra Gino Strada e Mario Mauro, senatore e Ministro della Difesa durante il governo Letta. Di fronte alle accuse di servilismo nei confronti degli USA lanciategli dal fondatore di Emergency, in particolare per quanto riguarda il coinvolgimento italiano nella guerra in Afghanistan, l’ex Ministro ha difeso la totale legittimità, dal punto di vista legale, di quell’intervento.

In particolare, il senatore Mauro ha affermato: “Per me l’Afghanistan è un intervento legittimato anche attraverso le Nazioni Unite”. Di fronte poi alle precisazioni di Gino Strada, secondo cui non c’era stata nessuna risoluzione del Consiglio di Sicurezza tra l’11 settembre e il 7 novembre (data in cui il Parlamento italiano ha votato l’intervento militare in Afghanistan) l’ex ministro ha rivendicato il forte collegamento esistente tra le due date - “il 7 novembre è figlio dell’11 settembre” - asserendo infine l’esistenza di motivi umanitari quale base giuridica dell’intervento armato.

Se abbiamo capito bene quindi, secondo il senatore Mauro esistono tre basi giuridiche che portano ad affermare la legalità dell’intervento militare italiano in Afghanistan: l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza, la legittima difesa (l’affermazione secondo cui “il 7 novembre è figlio dell’11 settembre” sembra richiamare il rapporto di causa-effetto alla base di tale diritto) e l’intervento umanitario.
Ebbene, va chiarito a scanso di equivoci che da nessuno dei punti di vista sopraelencati l’intervento in Afghanistan può essere considerato legittimo.

Partendo dal primo va chiarito che, sebbene il Consiglio di Sicurezza si sia occupato degli eventi dell’11 settembre, per quanto riguarda il periodo in esame, in 2 risoluzioni (Ris. 1368 del  12 settembre e Ris.  1373 del 28 settembre), in nessuna di queste viene autorizzato l’uso della forza. Anzi, volendola dire tutta, in nessuna delle due risoluzioni viene neanche mai menzionato l’Afghanistan. In entrambi i casi difatti il Consiglio ha invitato gli Stati ad adottare una serie di misure in campo legislativo, amministrativo e giudiziario volto a reprimere il terrorismo, e a cooperare al fine di renderle efficaci. Quindi l’ex ministro mente, o magari ricorda male, ma una cosa è certa: il Consiglio di Sicurezza non ha mai autorizzato alcuna azione militare conseguentemente ai fatti dell’11 settembre.
Le Nazioni Unite sono intervenute sulla questione solo con la Risoluzione 1386 del 23 novembre, quindi 16 giorni dopo il voto del Parlamento e 5 giorni dopo l’invio di circa 1450 soldati, autorizzando il dispiegamento di una forza multinazionale, l’ISAF (International Security Assistance Force), con lo scopo dichiarato di proteggere l’operato del governo afghano ad interim e del personale ONU. Volendo essere buoni, potremmo dire che la vicinanza delle date confonde l’ex Ministro. Volendo essere sinceri, dovremmo dire che un Ministro della Difesa certe cantonate potrebbe evitarsele.
Fatto sta che l’intervento, sia nel momento in cui viene votato che nel momento in cui viene attuato è, da questo punto di vista, illegale.

Per quanto attiene il discorso sulla “legittima difesa”, va premesso che l’ordinamento internazionale riconosce a ciascuno Stato, qualora questi o un suo alleato siano vittime di un’aggressione, un diritto di intervenire militarmente per respingere tale attacco. Si tratta di un diritto esistente da tempi immemori, che la Carta delle Nazioni Unite ha codificato nell’articolo 51.
Ma l’intervento italiano in Afghanistan può essere considerato come un intervento in legittima difesa collettiva? Assolutamente no. Principalmente perché nemmeno l’intervento statunitense può essere qualificato in questo modo, in quanto, anche qualora si dimostrasse (e non è stato fatto) che l’Afghanistan ha attaccato seppure indirettamente gli Stati Uniti, non rispetta i parametri di necessità, proporzionalità e tempestività richiesti affinché un intervento in legittima difesa possa considerarsi tale (suggeriamo al ministro di prendere visione del caso Caroline del 1841, considerato dall’unanimità della dottrina un leading case del settore).
Ma anche in un mondo parallelo, dove l’intervento USA risponde ai parametri previsti dalla legittima difesa, viene da sé che, nel momento in cui l’Italia prende parte all’azione, l’invasione dell’Afghanistan è già un bel pezzo avanti, ed il carattere difensivo dell’azione si è già esaurito.

Infine, il terzo punto: la legittimazione umanitaria. Il senatore Mauro afferma che, nell’Afghanistan dei talebani “nello stadio si ammazzavano le persone” e “le donne non potevano studiare”. Possiamo considerare tali motivazioni, per quanto serie esse siano, valide da legittimare dal punto di vista legale un attacco armato? No, ancora una volta, non possiamo.
A così pochi giorni dal 15° anniversario del bombardamento NATO sulla Jugoslavia, considerato unanimemente un atto di aggressione illegale, è assai paradossale che un ex Ministro della Difesa invochi considerazioni di carattere umanitario per giustificare dal punto di vista legale un attacco armato. Chi ha ricoperto un tale ruolo istituzionale dovrebbe sapere che il sistema di sicurezza collettiva prevede che tutti gli interventi di carattere non difensivo devono avere l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza, e dovrebbe conoscere, almeno a grandi linee, sia la risoluzione dell’Assemblea Generale 3314 del 1974, in cui gli Stati, all’unanimità, ribadirono quanto abbiamo appena scritto, sia la prassi statale in materia.

In conclusione, è giusto e necessario che la guerra in Afghanistan venga chiamata per quello che è: un atto di aggressione di natura imperialista, che ad oggi ha causato circa 34.000 morti civili ed un numero non calcolabile di feriti e  profughi. Una guerra che ha incrementato la produzione di oppio ed il traffico  di droga. Una guerra a cui l’Italia, anche se l’ex ministro non condividerà, si è accodata, con servilismo.

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Stargazer


Amministrative turche: il sultano si flette, ma prosegue

Erdoğan vince, convincendo solo parzialmente, anche se stesso. O perlomeno così fa credere la prima dichiarazione delle ore 21: “Si poteva fare meglio”. Cerca probabilmente di mascherare con un semi sorriso il superamento d’uno scoglio. Perché se gli va bene - e così ormai pare - l’Akp porta a casa un decoroso 47%. Se va male un 44% che è un calo di 6 punti di percentuale sul massimo risultato del partito: 49,83% ottenuto alle politiche di due anni or sono. Ma quella non era epoca di scandali (perlomeno conosciuti), di contestazioni (almeno non clamorose e di massa), non deflagravano lotte islamiche intestine e non era in atto il crescendo autoritario che l’ha reso nemico numero uno della democrazia, per un pezzo della Turchia. Come sempre lo sostiene l’Anatolia profonda che è la forza del suo blocco: il partito spopola a Konja (65%), Malatya (64,57%), Kayseri (59,68%), Sivas (58,12%). Si prende 48 province e anche le città simbolo:  Istanbul, dove Kadir Topbaş supera il repubblicano Mustafa Sarıgül (sebbene ci siano polemiche e contestazioni su molte schede), e la capitale Ankara con Melih Gökçek, lasciando solo Smirne al candidato del Chp: Aziz Kocaoğlu.

I dati che leggete sono incompleti e passibili di ritocchi di percentuale. Scriviamo attorno a mezzanotte con oltre metà seggi scrutinati (139.000 su 194.499), ma la prima valutazione insiste su una tendenza che da ore si sta confermando. Il Chp resta il secondo partito (25,80%), incamera 15 province, registrando però una flessione notevole sulle velleità di far concorrenza elettorale allo strapotere del sultano. Né con le percentuali di voto, né con uomini carismatici il Cumhuriyet Halk Partisi riesce a scalzare il partito islamico; si vede tallonato dall’ultradestra nazionalista del Mhp che sale al 18,03% (aveva il 13% alle politiche del 2011) e conquista 8 province. Come efficacia va meglio il partito filo kurdo Bdp che ne ottiene ben nove, eleggendo a Diyarbakır (58.99%), Gültan Kışanak, una delle poche donne a guidare una città di medie dimensioni. A Gaziantep, l’Akp elegge Fatma Şahin. Il blocco kurdo regge benissimo, vince anche nelle aree di: Iğidir (44,56%), Batman (56.7%), Şırnak (60,75%), Van (49,86%), Siirt (49,28%), Hakkari (63,23%), Bitlis (45%), Mardin (54,30%). Dersim (42,84%) punte sino 98% a Silvan. L’unica defaillance a Bingol dove Barakazi dell’Akp surclassa Çakabay incamerando il doppio delle schede. Le ore che passano confermano la tendenza.

Ventitré minuti dopo la mezzanotte le agenzie battono questa perentoria dichiarazione di Erdoğan: “Settantasette milioni di persone dovrebbero sapere che la nuova Turchia oggi ha vinto”. Allegano una foto ancora più significativa: il premier porta sul palco a festeggiare anche il figlio Bilal, partecipe del discusso scandalo finanziario. La sua nuova Turchia rivendica tutto il passato consolidato, anche quello discusso e discutibile.

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Disgelo tra Israele e Turchia


Tel Aviv e Ankara sembrano procedere spedite sulla strada della riconciliazione, dopo quattro anni di rottura delle relazioni, causata dalla morte di nove cittadini turchi durante un blitz delle forze speciali israeliane sulla nave Mavi Marvara, l’ammiraglia della Freedom Flotilla diretta nella Striscia di Gaza con un carico di aiuti umanitari.

Al momento dell’attacco, il 31 maggio del 2010, l’imbarcazione era in acque internazionali e la vicenda fece cadere il gelo tra Israele e Turchia, storici alleati di Washington nella regione mediorientale. Ankara richiamò il suo ambasciatore e cacciò quello israeliano, sospese tutti i contratti militari ed energetici con Tel Aviv e si schierò contro l’embargo israeliano su Gaza. Inoltre, ha sempre preteso scuse ufficiali e un risarcimento per le vittime del blitz.

Ieri è stato Israele a lanciare un segnale di distensione, annunciando che consentirà alla Turchia di fare entrare a Gaza il materiale necessario a terminare la costruzione di un ospedale. I lavori sono iniziati nel 2011 utilizzando materiale contrabbandato attraverso i tunnel che collegano la Striscia all’Egitto, unica fonte di approvvigionamento per gli abitanti di questo lembo di terra chiuso al mondo dal 2007, quando il movimento islamico Hamas ne ha preso il controllo. Adesso, invece, con i tunnel chiusi anche grazie all’impegno egiziano, il materiale potrà entrare da Israele e per il ministro turco degli Esteri, Ahmet Davutoglu, “la distanza tra le parti si sta riducendo”, cioè un accordo sui risarcimenti ai parenti delle vittime è vicino. “Sono stati fatti progressi, ma sarà necessario un nuovo incontro per chiudere l’intesa finale”, ha  aggiunto Davutoglu, mostrandosi ottimista su una veloce conclusione della vicenda, come ha già auspicato all’inizio della settimana il vice premier turco Bulent Arinc.

La diplomazia pare muoversi nella direzione giusta, ma resta da sciogliere il nodo dell’entità dei risarcimenti e dello status legale delle scuse, su cui si attende una risposta di Tel Aviv. Ankara ha sempre preteso un documento con valore legale e lo stesso primo ministro Recep Tayyip Erdogan ha assicurato che la questione sarà in cima alla sua agenda appena si chiuderanno i seggi delle amministrative che si tengono domenica prossima [la domenica appena passata]. Un test che potrebbe decretare il futuro politico del premier, al centro di aspre polemiche negli ultimi mesi per gli scandali di corruzione che hanno coinvolto il Partito della giustizia e dello sviluppo e che hanno travolto il governo. E sono stati mesi intensi per Erdogan anche per le proteste, represse con la forza, scatenate dalla vicenda di Gezi Park e per la crisi delle alleanze nel fronte dell’islam politico moderato. Il voto, inoltre, è preceduto da una serie di misure restrittive sul Web (chiusura di twitter e youtube) volute proprio dal premier.

Turchia e Israele potrebbero presto tornare a essere gli alleati di una volta, a conclusione di una difficile trattativa iniziata un anno fa con la mediazione del presidente Usa, Barack Obama, che ha portato a una svolta nella vicenda con le scuse israeliane per la morte dei cittadini turchi. A febbraio, però, Erdogan ha rilanciato chiedendo la fine delle restrizioni imposte a Gaza ed è stato accusato di ostacolare l’accordo sui risarcimenti. In questi giorni i toni sono tornati concilianti e, come ha detto Davutoglu, “c’è uno slancio positivo e un processo in una direzione positiva”.

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La precarietà non crea occupazione

Sky TG24 Economia, 28 marzo 2014. Matteo Renzi difende la riforma del lavoro che elimina l’obbligo di causale sui contratti a tempo determinato e agevola l’apprendistato. Quali sono i reali moventi di questa ulteriore precarizzazione dei contratti? Come riconosciuto anche dal capo economista del Fondo Monetario Internazionale, stando alle evidenze empiriche disponibili non è possibile stabilire correlazioni tra maggiore precarietà e minore disoccupazione. E’ vero invece che i contratti precari riducono il potere rivendicativo dei lavoratori e consentono quindi di ridurre i salari [1]. Per la BCE e per la Commissione UE è in fondo questo il motivo per cui le riforme del lavoro sono auspicabili: esse dovrebbero consentire all’Italia e agli altri paesi periferici di ridurre lo scarto di competitività rispetto alla Germania e agli altri paesi centrali dell’eurozona. Il problema è che quel divario è enorme. Il differenziale di crescita tra i costi unitari del lavoro italiani e tedeschi dalla nascita dell’euro ad oggi ammonta a circa 25 punti percentuali. Pensare di colmarlo a colpi di flessibilità dei contratti e conseguente schiacciamento dei salari è un’illusione pericolosa, che in realtà alimenta una gara al ribasso in grado di deprimere ulteriormente i redditi e l’occupazione. Alessandro Marenzi intervista Giampaolo Galli (Partito Democratico) e Emiliano Brancaccio (Università del Sannio).

[1] “Le differenze nei regimi di protezione dell’impiego appaiono largamente incorrelate alle differenze tra i tassi di disoccupazione dei vari paesi” (O. Blanchard, “European unemployment: the evolution of facts and ideas”, Economic Policy 2006). Cfr. anche E. Brancaccio, Anti-Blanchard. Un approccio comparato allo studio della macroeconomia, Franco Angeli, Milano 2012.


Obama in Arabia Saudita per una nuova luna di miele


Lasciata Roma, Barack Obama vola verso l’Arabia Saudita, alleata storica delle politiche americane in Medio Oriente e che compra in continuazione armi “made in Usa” per miliardi di dollari. Riyadh tuttavia da due anni manifesta parecchia insoddisfazione per la linea “prudente” del presidente americano, colpevole agli occhi della monarchia Saud di non aver scelto la guerra contro il “nemico sciita” Iran e di aver invece avallato l’accordo internazionale sul programma nucleare di Tehran. Non solo, Obama, secondo i sauditi, ha mancato lo scorso settembre l’occasione giusta per attaccare militarmente la Siria, alleata dell’Iran. I Saud hanno clamorosamente espresso la loro insoddisfazione per l’atteggiamento Usa rifiutando lo scorso ottobre un seggio come membro non permanente al Consiglio di Sicurezza dell’Onu.

A Riyadh Obama riaffermerà l’impegno degli Usa per rovesciare il presidente siriano Bashar Assad e proverà a far digerire ai sauditi i negoziati in corso tra i Paesi del 5+1 e l’Iran . Già stasera dovrebbe incontrare re Abdullah, che ieri ha nominato il principe Muqrin bin Abdulaziz, 70 anni, secondo in linea di successione dopo il principe ereditario Salman al Abdulaziz, 79 anni e seriamente ammalato.

Impegnato a finanziare l’acquisto di armi pesanti a favore del Fronte Islamico – la nuova potente coalizione jihadista che combatte Assad , il regno saudita tre giorni fa, durante il summit arabo in Kuwait, per bocca del principe Salman, ha nuovamente accusato la comunità internazionale di avere “tradito” i ribelli e ha chiesto di “cambiare gli equilibri sul terreno” a loro favore. Parole rivolte agli Stati Uniti contrari, almeno in apparenza, a fornire armi sofisticate alle forze che combattono contro Damasco, nel timore che finiscano nelle mani di gruppi jihadisti e qaedisti. E’ molto probabile che Obama, per assecondare i fedeli alleati sauditi e per mettere fine ai contrasti, finisca per accettare l’invio di altre armi ai ribelli siriani, anche se non tutte quelle che vorrebbe Riyadh.

Stando a quanto ha scritto ieri il quotidiano panarabo Al Hayat, Washington avrebbe tenuto all’oscuro l’Arabia Saudita sul «canale segreto dei negoziati con Teheran aperto attraverso l’Oman». Un aspetto che ha fatto ulteriormente irritare i Saud che vorrebbero il completo isolamento dell’Iran, colpevole ai loro occhi di aver esteso la sua influenza sulla regione e di aver dato vita a una “Mezzaluna sciita” che sfida la supremazia sunnita.

domenica 30 marzo 2014

Persino Grasso striglia Renzi: "abolizione del Senato pericolosa"



Quanto è golpista la riforma costituzionale che Matteo Renzi sta imponendo al paese? La domanda può ricevere molte risposte, ma se dobbiamo prendere a metro di misura il tasso di “moderazione” da sempre esibito da chi la contrasta, non possiamo che trarre una sola conclusione: è un riforma strettamente fascista.

Non stiamo naturalmente parlando dell'estetica di questo regime, che ha molto del “paninaro” ignorante e presuntuoso e ancora non manda in giro squadracce a distribuire olio di ricino ai dissidenti, né ha ancora elaborato un format del "bravo giovane di regime" (stile "libro e moschetto"). Parliamo invece della sostanza istituzionale, della meccanica “regolativa” dell'equilibrio dei poteri. Ovvero del cuore della democrazia liberale.

Naturalmente è un fascismo del XXI secolo, al passo con quello dell'Unione Europea, di cui ricalca fin nei dettagli l'assetto istituzionale (Tutti i poteri all'esecutivo, un parlamento senza poteri e senza legittimazione democratica, dipendenza diretta dalle multinazionali della manifattura e della finanza).

Le categorie di “destra” e “sinistra” qui, in effetti mordono un po' meno, perché stiamo andando decisamente oltre il confine delle “regole condivise” da tutte le parti in un regime parlamentare; stiamo – stanno – manomettendo il “motore”, per accedere direttamente ad un altro regime. E' un po' più grave di una riforma "di destra", è un rovesciamento reazionario in grande stile, come sognato un tempo dalla P2.

Il dispositivo disegnato da legge elettorale (premio di maggioranza abnorme e assenza delle preferenze, un cazzotto in faccia alla Corte Costituzionale e quindi alla Costituzione stessa) e abolizione del Senato configura un potere esecutivo politicamente irresponsabile, anche se eletto con una minoranza risibile dell'elettorato. Lo dice un sepolcro imbiancato come Piero Grasso, uno che ha fatto carriera da magistrato con qualsiasi governo, uno che ha sempre evitato per scelta qualsiasi presa di posizione che potesse apparire anche solo vagamente “dissonante”. Eppure, è stato costretto a dire che sarebbe bene che la «camera alta» resti un’assemblea degli eletti, senza snaturarla completamente, ad invitare a non procedere sulle riforme a colpi di voti di fiducia. «L’Italicum più la riforma del Senato nel senso di un monocameralismo di fatto, può rappresentare un rischio per la democrazia».

Avevamo appena archiviato l'”appello” di altri costituzionalisti distratti per oltre un ventennio – a partire da Stefano Rodotà e Gustavo Zagrebelsky, cui si sono aggiunti ora anche Grillo e Casaleggio – che chiedono di fermare il progetto del governo, definito una «svolta autoritaria». Ora l'uscita da parte della seconda carica dello Stato.

A suo modo, la risposta di Renzi alle critiche è suonata come una certificazione del vuoto assoluto che abita questo interprete del “cambiamento”: «Capisco le resistenze di tutti, ma la musica deve cambiare. I politici devono capire che se per anni hanno chiesto di fare sacrifici alle famiglie ora i sacrifici li devono fare loro».

Nulla di nulla sul merito costituzionale delle critiche, solo un bla bla para-grillino e un po' para-culo sul “cambiamento” e i “sacrifici per i politici”, come se avere il bicameralismo o no fosse solo un problema di costi. Come se – e non fatichiamo affatto a crederlo – Renzi non sapesse neppure di che si sta parlando. E viene in mente la risposta assurda data sui problemi che verranno creati dall'entrata in vigore del fiscal compact (dal gennaio 2016): “è un tema che affronteremo nei prossimi mesi”. Come se quei 50 miliardi di manovra annuale per i prossimi venti anni – se la crescita, come sembra plausibile, resterà molto al di sotto del 3% – fossero un dettaglio e non l'incubo di ogni governante serio.

In ogni caso, emerge con nettezza che questo personaggio di non elevata statura – diciamo così – la butta in battute anziché in politica. Sembra insomma uno che abbia imparato la lezione da Berlusconi, condendola con qualche sortita a là Vendola, ma con un'attenzione estrema a non entrare mai nel merito delle cose.

È il tipo di “politico” indispensabile al tempo della Troika; un attore da avanspettacolo, dietro cui avanza un'orda di avvoltoi senza freni.

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Gulen, l’anti-Erdogan che piace a Usa e Ue

Mentre scriviamo non sono ancora noti i risultati delle elezioni amministrative svoltesi oggi in Turchia e alla quale erano chiamati a partecipare circa 52 milioni di elettori. Elezioni chiave per capire se il ‘sultano’ Erdogan potrà continuare a detenere indisturbato il potere oppure se il suo partito, visti gli scarsi risultati, si convincerà a “cambiare cavallo” preferendogli un personaggio meno compromesso con scandali e inchieste per corruzione. Grandi alternative i turchi oggi non ne avevano: da una parte i liberal-islamisti dell’Akp, dall’altra i repubblicani nazionalisti e laicisti del Chp. Tutti gli altri partiti – dal curdo Bdp a quelli di sinistra più o meno radicale – grandi chance di affermazione, se non a livello locale in alcune province, non ne avevano. Capiremo comunque entro poche ore quanto avrà influito sul risultato del voto la sommossa popolare dell’estate scorsa da una parte ma soprattutto la guerra dichiarata al premier e al suo blocco di potere dalla potente confraternita Hizmet e dal suo leader indiscusso Fetullah Gulen, a capo di un vasto impero commerciale ed editoriale capace di orientare le scelte di pezzi consistenti di establishment e teoricamente alcuni milioni di voti. Un’alternativa interna al sistema di potere e nel solco del connubio tra conservatorismo islamista e liberismo selvaggio. Interessante il ritratto di Gulen e della sua rete affaristico-religiosa tracciato dalla giornalista de La Stampa Marta Ottaviani.

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Scuole, giornali, banche e uomini. Così cresce la corazzata anti-Erdogan

Fa capo a Fetullah Gulen, l’uomo che dall’esilio americano finanzia in tutto il mondo il movimento “Hizmet”: “si tratta di un’iniziativa civica a livello globale che trova le sue radici nella tradizione spirituale dell’Islam”. Ma in molti si chiedono: chi c’è dietro? E dove vuole arrivare?

Più che un movimento, è una vera e propria corazzata. Dove a capo, secondo i più maligni (o i più realisti) c’è la più pericolosa eminenza grigia della politica turca. Il suo nome è Fetullah Gulen, ha 72 anni, viene dall’Anatolia profonda e dal 1999 vive in esilio volontario negli Stati Uniti. La motivazione ufficiale sono sofisticate cure contro il diabete, quella ufficiosa godere della protezione (e del controllo) degli americani e sfuggire da chi, in Turchia, lo vorrebbe vedere morto, in testa i militari, storici protettori dello Stato laico moderno fondato da Mustafa Kemal Ataturk.

Sul suo sito ufficiale si legge che il suo movimento Hizmet, che in turco significa “servizio”, rappresenta “un’iniziativa civica a livello globale che trova le sue radici nella tradizione spirituale dell’Islam”. Un movimento, insomma, dedito alla pace e alla convivenza universale fra culture e fedi diverse. Sotto questa bandiera, Fetullah Gulen ha incontrato Papa Giovanni Paolo II e nel solco di questi valori porta avanti da anni la sua attività, invitato nei maggiori simposi internazionali sul tema.

Ma in Turchia e fuori c’è chi diffida di questa descrizione così rassicurante. Per prima cosa, Hizmet è una poderosa macchina da soldi, che fino a qualche settimana fa traeva la sua maggiore fonte di introito da quello che a Gulen sta a cuore più di ogni altra cosa: l’educazione. Per anni in Turchia milioni di studenti hanno frequentato le sue dersahane, ossia centri dove venivano preparati per affrontare gli esami di Stato alla fine dei cicli scolastici e quelli per essere ammessi alle università. Si parla di un giro di diversi milioni di dollari all’anno, se si pensa che l’80% di questi centri di ripetizioni era di sua proprietà diretta o indiretta. Ma la sua attività non si ferma al territorio nazionale. In pochi anni, Gulen ha aperto scuole in molti Paesi, spesso con la compiacenza di Washington. La sua rete è in continua espansione e uno degli Stati a cui l’eminenza grigia della politica turca guarda con più interesse è proprio l’Italia. Non sempre gli è andata bene. In posti come la Russia o l’Uzbekistan i suoi istituti sono stati chiusi e anche l’Olanda lo guarda con grande diffidenza. Ma, nonostante questo, ha istruito ed educato ai principi dell’Islam centinaia di miglia di ragazzi, a cui spesso ha fornito borse di studio e aiuti per proseguire nel loro cammino di istruzione nelle università più prestigiose del mondo.

Oltre all’educazione, Gulen è molto attivo nel campo dell’editoria e dell’associazionismo. Sono di sua proprietà due emittenti televisive in Turchia e una negli Stati Uniti. Sono suoi il quotidiano turco Zaman, che tira un milione di copie al giorno, diversi periodici turchi, arabi, nonché il gruppo editoriale Cihan al quale fa capo una delle agenzie stampa più importanti del Paese.

Ma quello che in molti trascurano è il capitale umano di cui Gulen dispone. Ed è una risorsa immensa. Schiere di ex studenti che lui ha aiutato e che oggi difendono e aiutano riconoscenti il loro Hoca, che in turco è il Maestro. Uomini d’affari legati al movimento Hizmet fanno parte di lobby e think tank a Washington e a Bruxelles. Nel 1994 alcuni fetullahci (in turco, seguaci di Fetullah) hanno fondato Bank Asya e Isik Sigorta, due fra gli istituti di credito e assicurativi più importanti della Turchia.

A tutto questo vanno aggiunte le migliaia di seguaci del grande vecchio infiltrati nella polizia e nella magistratura. I quotidiani turchi di opposizione scrivono che non sono meno di 200mila i poliziotti in Turchia pronti a obbedire all’Hoca. Dalla sua parte anche decine di magistrati, minoritari in un istituzione storicamente ultralaica, ma che negli ultimi anni hanno preso sempre più piede.

Il premier islamico-moderato, Recep Tayyip Erdogan, che proprio a Gulen deve gli aiuti economici per le sue prime campagne elettorali e la sua ascesa politica, lo teme e nelle scorse settimane, per contrastarlo, ha fatto chiudere con un decreto-lampo i centri di ripetizione che stanno alla base della ricchezza del movimento.

Non ha fatto però i conti con il capitale umano del movimento Hizmet, che dal 17 dicembre, giorno dello scoppio della tangentopoli turca, gli ha procurato non pochi problemi, proprio grazie ai seguaci infiltrati nella polizia e nella magistratura. Erdogan grida al complotto e invoca la resa dei conti alle urne. Sarà quello il momento per capire se Fetullah Gulen, l’eminenza grigia della politica turca, sia anche in grado di spostare voti o se invece la gente stia, nonostante tutto, ancora con il primo ministro. Di fondo, rimane il dubbio se l’Hoca e la sua principale espressione politica, ossia l’attuala presidente della Repubblica Abdullah Gul, possano diventare per Washington un interlocutore più affidabile dell’attuale premier, sul quale l’amministrazione americana, all’inizio aveva fatto molto, forse troppo conto.

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La minaccia militare russa sull'Est Europa: miti e realtà


di Gianandrea Gaiani per Il Sole 24ore

Timori fondati o allarmismi pretestuosi? Il dibattito scoppiato intorno alla supposta mobilitazione di forze russe ai confini con l'Ucraina ben rappresenta il livello di tensione raggiunto nei rapporti tra Nato e Russia, mai così alto dopo il 1989. Il governo di Kiev sembra essere ovviamente il più preoccupato dalla presenza di «100mila soldati russi pronti a colpire» alle frontiere ucraine. Un numero reso noto dal presidente del Consiglio di sicurezza nazionale ucraino, Andriy Parubiy, che è stato però dimezzato da fonti dell'amministrazione statunitense citate dal Wall Street Journal che riportano di quasi 50mila militari russi ammassati lungo la frontiera con l'Ucraina. Queste forze, che includono le truppe di Mosca schierate in Crimea, stanno cercando di nascondere le loro posizioni e stanno definendo le linee di rifornimento, una strategia che potrebbe preludere a un prolungato impegno militare se non a «un'offensiva su vasta scala» secondo la fonte del giornale di New York.

La decisione di inviare truppe al confine «potrebbe essere solo un tentativo di intimidire l'Ucraina oppure potrebbe significare che hanno un altro piano», ha detto Barack Obama in un' intervista alla Cbs News chiedendone il ritiro. La vicenda non è priva di aspetti curiosi. Lungo i confini ucraini le forze armate russe effettuano da oltre un mese esercitazioni che sono state prolungate in seguito alla crisi in Ucraina e Crimea e motivate anche dalla mobilitazione di forze aeree statunitensi e britanniche (ma sono in arrivo anche jet francesi) schierate nelle Repubbliche baltiche, in Polonia, Romania, Bulgaria e presto anche in Repubblica Ceca e Slovacchia con compiti di deterrenza, per "tranquillizzare" gli alleati orientali della Nato preoccupati dalle iniziative militari russe in Crimea.

Del resto è improbabile pretendere che i russi "si ritirino" dai loro confini occidentali che, giova ricordarlo per comprendere la dimensione strategica di questa crisi, sono a meno di 400 chilometri da Mosca. Inoltre il numero di 50mila militari russi risulta molto meno impressionante se "spalmato" su 1.600 chilometri di confine e considerando che, secondo il governo ucraino, nella sola Crimea vi sono 22mila soldati russi.

Se Kiev punta a ingigantire la minaccia russa per ottenere maggiori aiuti dall'Occidente, la NATO e Washington sembrano volerla gonfiare per indurre gli europei a fermare o rallentare il processo di disarmo e di progressiva riduzione degli stanziamenti militari. Non a caso Obama in Europa ha ribadito come gli Stati Uniti non possano sostenere da soli gran parte dei costi della difesa collettiva, con un occhio ai mega contratti per armi "made in USA" (come il cacciabombardiere F-35) a rischio di "spending review" in un'Europa che rischia di pagare il conto delle pressioni militari su Mosca.

È evidente infatti che le sanzioni contro le esportazioni di mezzi e tecnologie militari in Russia, che Washington sta mettendo a punto, non penalizzeranno certo l'export militare americano, del tutto inesistente verso la Russia, ma manderanno in fumo molti accordi siglati dagli europei e soprattutto da francesi e italiani che hanno contratti per la fornitura ai russi di navi da assalto anfibio e mezzi blindati che avevano ampi margini di allargamento.

Mosca ha finora smentito ogni notizia di preparativi bellici e il portavoce del ministero degli Esteri, non ha esitato in una nota a parlare «di cattive informazioni o di malafede» ricordando le quattro ispezioni internazionali, compresa una ucraina, nella parte europea della Russia effettuate nel mese di marzo dagli ispettori dell'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa.

Vladimir Putin ha assicurato più volte che non è nei piani del Cremlino invadere l'Ucraina ma ha anche ribadito che la difesa dei diritti dei russi resta una priorità. Il presidente russo non ha poi rinunciato all'esibizione muscolare. «I recenti eventi in Crimea sono stati un test serio: hanno dimostrato le nuove capacità delle nostre forze armate in termini di qualità e l'alto spirito morale del nostro personale», ha detto Putin ammettendo implicitamente per la prima volta il coinvolgimento diretto delle truppe russe nell'annessione della penisola.

Sul piano strettamente militare un'invasione dell'Ucraina richiederebbe forze militari almeno dieci volte più consistenti dei 50mila militari indicati dal WSJ e, oltre alle conseguenze politico-strategiche, avrebbe costi finanziari insostenibili. L'unica iniziativa militare russa credibile e sostenibile potrebbe riguardare un intervento limitato nelle regioni orientali dell'Ucraina abitate in prevalenza da russi e russofoni (molti con passaporto russo) che non condividono il nuovo corso di Kiev e in parte si sentono minacciati dal nuovo governo ucraino. Violenze diffuse o il degenerare delle tensioni in guerra civile potrebbero indurre Mosca a interventi militari per proteggere la popolazione russa, soprattutto nelle aree di Donetsk e Kharkiv, che difficilmente le forze ucraine sarebbero in grado di contrastare. Scenari esplosivi che non possono venire esclusi specie se si concretizzasse l'invito dell'ex presidente ucraino Viktor Yanukovich (riconosciuto ancora come tale a Mosca) a indire referendum simili a quello tenutosi in Crimea in tutte le regioni ucraine.

«Come presidente, faccio appello a ogni cittadino ucraino ragionevole. Non lasciate che gli impostori vi usino! Esigete l'organizzazione di un referendum sullo status di ogni regione dell'Ucraina», ha detto Yanikovic ripreso dall'agenzia Itar-Tass. Un progetto inaccettabile per Kiev che perderebbe inevitabilmente altri "pezzi" del Paese, e soprattutto i maggiori distretti industriali orientali.

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Il Personal Computer è figlio della spesa pubblica

Il mito popolare che circonda l’origine del personal computer è che esso sia stato sviluppato interamente con gli sforzi del settore privato. Questa storia, però, trascura lo sforzo concertato del governo di sostenere questa nuova tecnologia sia con finanziamenti che personale, prima, durante e dopo la sua “nascita” a Xerox.

Ciò che rende il PC ” personale” è la sua interfaccia uomo-computer (human-computer interface, HCI). È l’HCI che rende possibile a chi non è tecnicamente preparato di utilizzare il computer. La HCI è stata concettualizzata da Vannevar Bush, il capo consigliere scientifico di Harry Truman. Egli immaginò un computer con un monitor e una tastiera su una scrivania e forniva l’accesso a una biblioteca virtuale. Vannevar Bush ed i suoi successori hanno usato le loro posizioni nella pubblica amministrazione per sostenere la ricerca necessaria a rendere questa tecnologia una realtà.

Con il sostegno alla ricerca da Esercito, Marina e Aeronautica, Ivan Sutherland del MIT [Massachusetts Institute of Technology] ha prodotto quella che è probabilmente la svolta fondamentale nello sviluppo dell’HCI. Egli ha creato nel 1962 un programma chiamato Sketchpad che è stato il primo ad utilizzare un monitor e un dispositivo di puntamento simile al mouse. Sutherland è diventato direttore del progetto Information Technology della Defense Department’s Advanced Research Projects Agency (DARPA, agenzia del ministero della difesa americano per la ricerca avanzata). Egli ha fornito i finanziamenti per fondare i dipartimenti di informatica a Stanford, Carnegie-Mellon, Utah e MIT, e li spinse a sviluppare il lavoro che aveva iniziato con Sketchpad.

Il successore di Sutherland alla DARPA, Robert Taylor, ha continuato a sostenere il lavoro sullo sviluppo della HCI, e divenne poi capo del Laboratorio di Scienze Informatiche presso lo stabilimento PARC della Xerox Corporation. Insieme con altri informatici, finanziati con fondi di ricerca dal DARPA, Taylor ha contribuito a creare il primo PC vero e proprio, con un word processor, una stampante, cartelle di file, [finestre con] barre del titolo, barre di scorrimento, menu a discesa e multi-tasking . Fu questa tecnologia del Xerox PARC ad essere poi commercializzata con successo da Bill Gates e Steve Jobs. L’immagine di pensatori che danno vita al personal computer nei loro garage è solo un’altra parte del mito del mercato autosufficiente.

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Bah mi sembra un mezzo controsenso sostenere la bontà della spesa pubblica facendo quasi un elogio delle spese militari, perché da quelle l'informatica è uscita (a parte rarissime eccezioni come Olivetti).

Love like blood


Chloe dancer / Crown of thorns


venerdì 28 marzo 2014

Stardog champion


Kiev: faida tra i “nazisti di lotta” e “di governo”. Con lo zampino dell’Ue


E’ muro contro muro tra le bande paramilitari di estrema destra di ‘Settore Destro’ e la giunta golpista di Kiev, per le quali evidentemente le milizie neonaziste sono diventate una presenza ingombrante e destabilizzante da ridimensionare. La svolta c’è stata lunedì scorso, quando un gruppo di agenti delle unità speciali della polizia hanno tentato di arrestare il leader neonazista Alexandr Muzychko – secondo molte versioni assassinato però a freddo a Rivne, nell’ovest ucraino – scatenando una vera e propria guerra con i miliziani di Pravyi Sektor.

Ieri sera circa 1500 sostenitori del movimento neonazista e ultranazionalista hanno manifestato a Kiev per chiedere le dimissioni del ministro dell'Interno, il potente Arsen Avakov, giudicato probabilmente a ragione l’artefice della svolta all’interno dell’esecutivo ucraino. I miliziani hanno sventolato bandiere nere e rosse (quelle delle milizie ucraine che durante la seconda guerra mondiale collaborarono attivamente con le truppe naziste), sfilando fino alla sede della Verkhovna Rada, il parlamento, all’insegna dei loro consueti slogan bellicosi. Al loro arrivo di fronte alla Rada Suprema però i neonazisti hanno trovato altri estremisti di destra vicini al partito Svoboda e inquadrati nelle cosiddette ‘autodifese di Majdan’, mobilitati per impedire “provocazioni da parte dei miliziani di Settore Destro”. La tensione è salita quando circa 300 militanti estremisti, molti con il volto coperto e armati di mazze, hanno cominciato a far pressione sui cordoni dei difensori del Parlamento gridando ‘Rivoluzione’ ma poi è arrivato l’ordine di scioglimento da parte dei caporioni.

Teoricamente il leader della coalizione di gruppi paramilitari di estrema destra appena trasformato in partito politico, Dmitro Yarosh, è candidato alle prossime elezioni presidenziali del 25 maggio. Ma il movimento potrebbe essere addirittura messo al bando, secondo quanto hanno affermato da alcuni dirigenti del partito di governo Patria, quello dell'ex premier Yulia Tymoshenko e del premier ad interim Arseny Yatsenyuk. Ieri Pravyi Sektor aveva annunciato nuove proteste per oggi, ma – secondo Interfax Ukraina – i vertici del gruppo hanno deciso di rinviare "l'assedio" all'assemblea, dopo l'annuncio della creazione di una commissione d'inchiesta parlamentare, già oggi, sulla morte di Sashko il Bianco, come era stato ribattezzato Muzychko.

Insomma sono tempi duri per una parte dell’estrema destra ucraina, utilizzata come forza d’urto contro il governo Yanukovich e contro le forze di sicurezza ai tempi del golpe ed ora invisa al nuovo regime di Kiev. Non è un segreto che Stati Uniti e Unione Europea hanno appoggiato, finanziato e addestrato le milizie neonaziste allo scopo di utilizzarle per togliere di mezzo il governo del Partito delle Regioni e sostituirlo con uno più incline a favorire gli interessi occidentali, portando l’Ucraina all’interno dell’area di influenza di Bruxelles e della Nato. Sostegno iniziato alcuni anni fa, come dimostrano i documenti che provano l’addestramento nelle repubbliche baltiche di alcune decine di ultras ucraini da parte di istruttori della Nato, e amplificato nell’autunno del 2013, quando il presidente Yanukovich decise di non firmare il trattato di associazione con l’Ue e gli eventi vennero fatti precipitare dalle cancellerie occidentali, che spinsero la protesta di ‘EuroMajdan’ al muro contro muro con le autorità di Kiev dando protagonismo ai gruppi neonazisti fino a quel momento assai minoritari. Dalla confluenza di gruppi e bande di piccola entità nacque appunto Pravyi Sektor che nel giro di pochi mesi ha potuto contare sul reclutamento di parecchie migliaia di combattenti, mentre in alcuni casi i suoi dirigenti sono stati scelti dal nuovo esecutivo per guidare importanti settori nel campo dei servizi di sicurezza.
Naturalmente gli aiuti occidentali sono giunti massicciamente anche ai partiti della destra parlamentare, dai nazionalsocialisti di Svoboda ai liberal-nazionalisti di Udar e Patria. Ricorda Natalia Vetrenko, presidente del Partito Socialista Progressista dell’Ucrania, che quando nel dicembre dell’anno scorso la polizia perquisì la sede nazionale del partito Batkivshina – quello di Yulia Tymoshenko – trovò la bellezza di 17 milioni di dollari in contanti.
Ora che il grosso del ‘lavoro sporco’ è stato fatto l’intento del nuovo regime di Kiev è quello di togliere di mezzo, o almeno ridimensionare, l’influenza di gruppi paramilitari che rischiano di fare concorrenza all’estrema destra parlamentare anche sul piano elettorale e che comunque rappresentano un elemento di instabilità in un contesto già di per sé assai instabile.

In un articolo pubblicato su Spiegel Online nei giorni scorsi, si sottolinea uno stato di crescente preoccupazione da parte della Germania rispetto alla possibilità che in Ucraina possa esplodere una guerra civile causata dalle faide tra i fascisti presenti oggi nel governo di Kiev e quelli delle bande di Pravyi Sektor.

Nell'articolo si cita una fonte governativa di Berlino che dichiara come la posizione ufficiale del governo sia sempre più influenzata dall'analisi del think tank SWP – vicino al ministero degli esteri – secondo il quale gran parte del territorio dell'Est e del Sud dell’Ucraina non nutrono alcuna fiducia nella giunta golpista. L'analisi di SWP suggerisce come tutte le provocazioni recenti da parte del governo – abolizione del bilinguismo, progetti di messa fuori legge del Partito delle Regioni e di quello Comunista – hanno mandato un messaggio chiaro e ostile alle popolazioni delle regioni russofone del paese.

La logica conclusione dell'analisi di SWP, secondo la versione di Der Spiegel, è che il governo ucraino, definito un "conglomerato di pragmatici babbei, mezzi oligarchi e ultra-nazionalisti senza regole", non può stabilizzare il paese. Il che evidentemente sta portando gli sponsor europei delle marionette che ora governano a Kiev a tentare di mettere un po’ di ordine nel paese in vista delle elezioni di fine maggio.
Ma dall’Ucraina continuano a venire segnali assai preoccupanti che indicano che la svolta a destra del paese non è affatto incidentale e momentanea. Nei giorni scorsi alcuni media hanno diffuso la notizia che il ministro dell'Educazione Serhiy Kvit, membro del partito neonazista Svoboda, ha deciso di finanziare e promuovere ventitré campi scuola estivi organizzati nell'Ucraina occidentale da vari gruppi paramilitari. Secondo il giornale polacco "Gazeta Wyborcza", «nei campi si insegneranno le tattiche di guerriglia, l'autodifesa attraverso l'uso di armi da fuoco e da taglio e i "veri valori del popolo e della gioventù ucraina».

I neonazisti di Svoboda non sono meno pericolosi e violenti di quelli di Settore Destro, solo più ubbidienti ai nuovi padroni di Kiev, e dopo aver obbligato il vecchio direttore della Tv pubblica ucraina a dimettersi – a suon di botte e minacce – ora il governo ha nominato alla guida dell’ente proprio un esponente del vecchio Partito Social-nazionale Ucraino. Da ora quindi il direttore generale dell'azienda televisiva statale (Ntcu) sarà Zurab Alassania, un giornalista vicino all’estrema destra ‘di governo’, in sostituzione di Alexandr Panteleimoniv. Alassania è direttore e fondatore della testata online MediaPort, di Kharkiv, nella russofona Ucraina orientale, e nella stessa città ha diretto la tv e la radio pubbliche durante la presidenza del filo-occidentale Viktor Iushenko (2005-2010). È inoltre tra i fondatori della tv online Hromadske che ha trasmesso in diretta la rivolta antigovernativa di piazza Indipendenza (Maidan Nezalezhnosti) a Kiev.

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Colombia: gli squadroni della morte difendono l'oligarchia

Gli squadroni della morte di estrema destra, teoricamente e ufficialmente smantellati durante la presidenza dell'ultrà di destra Alvaro Uribe (2002-2010) nell'ambito di un ‘processo di pace’ solo di facciata, “sono fra i principali responsabili delle violazioni dei diritti umani oggi in Colombia”. A denunciare ufficialmente ciò che tutti sanno è stato Todd Howland, rappresentante dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani nel paese sudamericano, alla presentazione del rapporto annuale a Bogotá.

I cosiddetti nuovi paramilitari – la polizia ha appositamente coniato il termine Bacrim (bande criminali), acronimo rilanciato dallo stesso Uribe che, però, nega ogni responsabilità nella loro nascita – hanno proliferato proprio dopo il disarmo delle Autodifese unite della Colombia (Auc) acquistando sempre più potere soprattutto nelle regioni rurali dominate dai latifondisti e dall'oligarchia terriera. I più famigerati e conosciuti sono Los Urabeños, La Empresa, Los Rastrojos e si dedicano soprattutto al narcotraffico per finanziarsi e al controllo del territorio per conto della classe padronale, aggredendo e uccidendo attivisti sociali, contadini, sindacalisti e membri dei partiti di sinistra che mettono in discussione lo strapotere dell'oligarchia terriera ma anche imprenditoriale.
Per Howland fra i loro obiettivi c’è ottenere il “controllo sociale” colpendo principalmente “difensori dei diritti umani, dirigenti comunitari, funzionari pubblici, agenti di polizia e chi si batte per la terra”.

Howland ha citato due esempi “del livello di violazioni dei diritti umani” in Colombia, ricordando che il suo ufficio nel 2013 ha contato 14 massacri solo nel dipartimento di Antioquia, storica roccaforte paramilitare, e 8 omicidi brutali a Buenaventura, principale porto del Pacifico colombiano. Secondo l’Alto Commissariato dell'Onu, “la povertà, l’esclusione sociale, la mancanza di opportunità continuano a far sì che giovani e bambini siano vulnerabili al reclutamento, all’utilizzo, allo sfruttamento e alla violenza sessuale da parte di questi gruppi”.

Howland ha insistito sulla necessità di “studiare in modo approfondito cosa è successo durante la smobilitazione dei paramilitari”, un processo farraginoso, su cui ampi fronti della società civile espressero a suo tempo dubbi e timori, che ha previsto, fra l’altro, una pena massima fino a otto anni di carcere per chiunque avesse confessato qualsiasi tipo di crimine, dall’esazione alla strage di civili. Poche sentenze e preoccupanti indici di recidività hanno contribuito ad aggravare la situazione, in attesa che entro la fine del 2014 escano dal carcere 268 ex paramilitari che hanno già scontato la loro mite condanna, mentre i principali ‘boss’ sono stati estradati negli Stati Uniti.

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