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21/02/2014

L'Ucraina affonda nel sangue in una crisi senza uscita

Quella che segue è la traduzione di un articolo del quotidiano di Barcellona La Vanguardia diffuso anche dal portale www.rebelion.org. A seguire un articolo che abbiamo pubblicato sulla nostra edizione cartacea del dicembre 2013 dove si inquadra sinteticamente la situazione nella ex repubblica sovietica.

Redazione - 20 febbraio 2014

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La Vanguardia

Sia il governo che l'opposizione sono troppo deboli per imporsi. I grandi imperi che circondano l'Ucraina, l'Unione Europea e la Russia, praticano un gioco egoista e irresponsabile invece di propiziare una mediazione che eviti il grande pericolo di una implosione del Paese.

I 26 morti di ieri a Kiev, nove dei quali poliziotti, non hanno avuto altra conseguenza che un piccolo avanzamento di posizioni nel centro della città. La polizia ha ripreso il controllo delle piazze e di alcune sedi del governo che erano state occupate dai dimostranti, ma migliaia di persone rimangono in piazza. L'annunciato inizio di una vaga “operazione antiterrorista” non sembra averli impressionati molto. Se le cose non cambiano, il braccio di ferro irrisolto sfocerà in una maggiore violenza.

Il presidente Viktor Yanukovich, che in un drammatico appello televisivo alla nazione ha chiesto ai leader dell'opposizione che “si dissocino dai radicali”, ha appena cambiato il capo delle forze armate. Come interpretarlo? L'esercito, che aveva sempre detto che si sarebbe tenuto al margine della crisi, comincia a quanto pare ad esservi coinvolto. È stata annunciata ad esempio la mobilitazione di una brigata paracadutista, ma non sembra che ci sarà un intervento immediato. Potrebbe essere un bluff. Domani Kiev riceve i ministri degli esteri di Germania, Francia e Polonia, che insieme con la debole responsabile europea della politica estera, Lady Ashton, verranno a fare pressione sul Presidente, che da Bruxelles, Berlino e Parigi viene minacciato di “sanzioni”.

Il film dei tragici scontri di ieri, con persone uccise da armi da fuoco da entrambe le parti, non mette in buona luce l'opposizione, che ha marciato con violenza contro la sede del parlamento poco dopo l'entrata in vigore di un'amnistia e successive concessioni del governo. Sia la presidente della Lituania, Dalia Gribauskaite, che il suo omologo polacco, Donald Tusk, hanno reagito a quegli avvenimenti condannando entrambe le parti per l'accaduto, ed espressamente l'opposizione, che “ha provocato aggressivamente” per citare le parole della lituana. Qualche ora dopo, tuttavia, Tusk non solo si allineava completamente con la posizione dell'ambasciatore degli Stati Uniti qui, considerando il presidente Yanukovich come unico responsabile dell'accaduto, ma chiedeva sanzioni contro il presidente a nome dell'Unione Europea.

Da parte sua, il presidente ha detto che l'opposizione “ha passato il confine esortando i manifestanti a prendere le armi”. “Non è ancora tardi per ascoltare, abbiamo già pagato un prezzo troppo alto per le ambizioni di coloro che vogliono conquistare il potere, bisogna sedersi al tavolo delle trattative”.

La situazione è estremamente pericolosa. Il Paese, bisogna ricordarlo, è diviso nella sua identità, lingua e religione, e una frattura politica come quella che si sta creando potrebbe essere fatale per la sua integrità e motivo di grande violenza. In questo contesto, mentre c'è bisogno di mediatori ben intenzionati, la volubile politica della UE - questo gioco irresponsabile del tutto o niente diretto da Berlino con il suo subalterno polacco - non fa altro che gettare benzina sul fuoco. Appoggiare sfacciatamente una delle due parti in causa e minacciare di sanzioni l'altra può risultare estremamente controproducente. La visita dei ministri europei, giovedì [20/2 n.d.t.], è per mettere pressione, non per mediare. Da parte sua, anche Mosca preme: evita di chiarire quando consegnerà i due miliardi di aiuti promessi a Yanukovich. Nel partito del presidente si stanno producendo diserzioni significative. Rinat Ajmedov, l'uomo più ricco dell'Ucraina, appoggia chiaramente la protesta, facendo pensare che dietro di essa, ben oltre i desideri e le aspirazioni popolari ad una vita migliore e ad un sistema meno ingiusto, quello che c'è in gioco è una lotta tra oligarchi e magnati al servizio dell'uno o dell'altro impero. Si deve ricordare che l'attuale opposizione qui è già stata al potere e che il suo governo non si è differenziato in modo essenziale dal governo che ora viene denunciato: corruzione, corruzione e corruzione.

Gli imperi che circondano questa grande nazione europea alla deriva non fanno altro che complicare la critica situazione dell'Ucraina, un Paese che per le sue caratteristiche non può essere “conquistato” definitivamente da nessuno, ma è condannato a cercare il suo posto praticando un equilibrismo tra i suoi due grandi vicini. Né Mosca, che vuole integrare l'Ucraina nel suo consolidamento regionale, né la UE che insieme a Washington vuole impedirlo anche a costo della destabilizzazione del Paese e di tutta la regione, sembrano avere un copione che tenga conto degli interessi e della sopravvivenza dell'Ucraina.

A Kiev, con la metro chiusa e gli accessi sottoposti a forti controlli, l'ambiente nelle strade è di totale normalità. Solo nel centro ardono i fuochi e prosegue un clima di vigilia carica di aspettative.

L'assenza di una mediazione internazionale mentre le due parti contrapposte sono estremamente deboli (il presidente non può imporsi senza rischiare un grande massacro e un disordine generalizzato nel centro e nell'ovest del Paese, mentre l'opposizione non rappresenta, neanche da lontano, tutto il Paese, manca di programma e i suoi leader sono degli incapaci), è quello che fa diventare la situazione ucraina estremamente pericolosa.

Nella foto in alto: rivoltosi ucraini di fronte a un palazzo istituzionale a Kiev

Traduzione per Senza Soste di Andrea Grillo, 20.2.2014 - Fonte

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Deja vu: i media occidentali pompano le manifestazioni antigovernative in Ucraina 

Oh no, ancora la rivoluzione arancione!

Media e alta borghesia spingono per entrare nell’Unione Europea. Ma quale futuro può aspettarsi l’Ucraina sotto i tecnocrati di Bruxelles?

Dicesi “rivoluzione colorata” quella strategia di destabilizzazione che USA e UE hanno attuato con alterne fortune in svariati Paesi per imporre governi di stretta osservanza filo-occidentale e neoliberista. Il format prevede una forte pressione mediatica sul “regime” da abbattere, il finanziamento di gruppi di opposizione, il ricorso a manifestazioni di piazza opportunamente “gonfiate”, la costruzione a tavolino di leader politici amici e pesanti tentativi di condizionare i risultati elettorali.

In Ucraina stiamo assistendo in questi giorni a una riedizione di questo format, già visto nel 2004 sotto forma di “rivoluzione arancione”. Nell’intervista che segue, tratta dal portale Rebelión, il sociologo statunitense James Petras riassume efficacemente la situazione (N.G.).

L’Ucraina è divisa in due fazioni, l’una filo-occidentale e l’altra più indipendente, più propensa a un maggior rapporto con la Russia. La stampa internazionale, o per meglio dire la stampa imperialista, descrive la situazione come se il popolo fosse a favore dell’Unione Europea e solo il governo fosse favorevole a un avvicinamento alla Russia, rimanendo indipendente dall’Unione Europea. Ma, in realtà, se l’Ucraina entrasse nell’Unione Europea perderebbe molte cose e avrebbe anche conseguenze molto negative su tutto il settore della piccola e media industria, cadendo nella stessa trappola che sta sperimentando ora il sud europeo. Cioè ripeterebbe l’esperienza di Portogallo, Spagna, Grecia e gli altri Paesi svantaggiati, perché non è in grado di competere con Germania, Francia, ecc. in particolare nel settore manifatturiero. E inoltre perderebbe l’accesso al mercato russo, dove i prodotti ucraini sono competitivi.

La gente che sta protestando, che sono circa 200.000 - dati di domenica 2 dicembre - crede che riceverebbe solo sovvenzioni dall’Europa, che avrebbe il diritto di viaggiare e lavorare in Europa, ma non pensa alle vere conseguenze che avrebbe tutto questo.

Non c’è alcun dubbio che se ci sarà l’integrazione arriveranno sovvenzioni e sussidi, ma ad un costo molto alto per l’andamento dell’economia, oltre al fatto di perdere la sovranità, perché Bruxelles detterà la politica economica e il governo nazionale ucraino non influirebbe per niente. Ma per questo l’Europa sta facendo il doppio gioco: negozia al vertice per arrivare alla conquista dell’Ucraina e dal basso finanzia i gruppi oppositori, perché mobilitino un settore della popolazione con promesse false sulla prosperità.

Quello dei Paesi occidentali è un doppio gioco come quello che hanno fatto in altri contesti con altri Paesi. Mobilitano la gente con illusioni di prosperità e poi quando la storia finisce questi riprendono il governo, cambiano la politica ma è troppo tardi; rimangono con grandi tassi di disoccupazione, grandi estensioni di terra in mano alle multinazionali agro-industriali e la gente ha come unica soluzione quella di andarsene dal Paese per cercare lavoro da un altra parte. Il punto è che ora non c’è lavoro in Europa, anche l’Inghilterra sta proponendo un tetto all’immigrazione e limiti ai diritti degli immigrati da altri Paesi. Ormai sta finendo l’idea di una via d’uscita verso Occidente.

Pertanto gli ucraini che scendono in piazza - principalmente studenti e professionisti di classe media - pensano soltanto di legarsi alle multinazionali con l’illusione che l’Ucraina nell’Unione Europea sarà come la Germania, il che è impossibile, invece di guardare quello che sta succedendo in Portogallo, Grecia, Italia, Spagna, con tassi di disoccupazione che superano il 15, 20 o 30%.

(Traduzione e riadattamento di Nello Gradirà - Fonte).

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