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venerdì 28 febbraio 2014

Il pericoloso avventurismo dei “progressisti” dell'Unione Europea

Sarà bene che nessuno sottovaluti l'atteggiamento con cui l'establishment dell'Unione Europea – ed in particolare il milieu progressista – sta affrontando la crisi in Ucraina.

Nel leggere le prese di posizione e le indicazioni che vengono da Bruxelles e dalle capitali europee, si ha la netta impressione che la ruota della storia stia girando all'indietro per riportare gli scenari nelle zone temporali più inquietanti della storia recente dell'Europa.

Quando il presidente del Parlamento Europeo Schultz afferma senza problemi che intende dialogare con i fascisti ucraini del movimento Svoboda, indica che si è rotto il meccanismo – anche formale – dei “paletti democratici” sui quali è stato edificato quello che ormai si va configurando come un polo imperialista. I presupposti democratici che l'UE ha opposto per anni all'ingresso della Turchia nell'Unione sembrano materia di un'altra epoca. L'abbassamento si era già verificato sulla situazione interna dell'Ungheria oggi governata da movimenti reazionari. Ma è sull'Ucraina che il mito della funzione progressista dell'Unione Europea si sta rapidamente sgretolando. E con esso si sbriciola ogni residuo di credibilità.

Qualche indizio era già leggibile nell'intervista rilasciata dal pacifista, ecologista ed ex ministro degli esteri tedesco Josckha Fischer sul Corriere della Sera, quando affermava che l'Unione Europea deve capire che “difendere i propri interessi non è a costo zero”. L'oltranzismo di Fischer, che avevamo già visto all'opera nell'aggressione alla Jugoslavia nel 1999, è ancora più esplicito in relazione alla crisi ucraina e ai rapporti con la Russia. “La relazione con Mosca sarebbe molto più semplice se l'Unione Europea fosse più forte e assertiva. Al Cremlino si capiscono sempre meglio i rapporti di forza”. Un linguaggio decisamente esplicito, che invita l'Unione Europea a cambiare atteggiamento nei confronti dell'Est europeo.

Poche settimane fa erano stati i ministri della Difesa e degli Esteri tedeschi, alla vigilia della Conferenza per la Sicurezza di Monaco, a far intendere che non basta più essere una potenza economica per diventare una “potenza globale” e che – ad esempio – l'Africa torna ad essere una area di interesse strategico. Sarà un caso ma i soldati francesi ed ora anche “europei” (tra cui 250 soldati tedeschi) sono ormai presenti in tutti i paesi dell'Africa occidentale e centrale.

Ma se l'establishment della maggiore potenza dell'Unione Europea – la Germania – torna a parlare il linguaggio dei rapporti di forza con la Russia e sull'Europa dell'Est, anche i “progressisti” (vedi il circuito de La Repubblica e dei media di area Pd in Italia) si allineano e arruolano nelle ambizioni da potenza globale dell'Unione Europea.

La crisi in ucraina sembra avere un effetto quasi costituente per tali ambizioni. Una tendenza che, a nostro avviso, era già in incubazione nella volenterosa partecipazione delle potenze europee (Germania, Italia, Francia tutte guidate da governi di centro-sinistra) all'aggressione contro la Serbia nel 1999.

Di fronte ai rischi quasi obiettivi di una secessione dell'Ucraina tra le regioni filo-occidentali e quelle filo-russe, il presidente francese Hollande ha affermato che “In Ucraina è indispensabile garantire una transizione pacifica, oltre all'unità ed integrità territoriale del paese” e che Unione Europea e Russia devono collaborare su questo obiettivo.

Bernard Guetta, ad esempio, scrive sulla rivista di area “progressista” Internazionale, che in Ucraina “La questione va risolta alla svelta, e per farlo l’Unione europea deve mettere la Russia con le spalle al muro proponendole una trattativa, anche segreta se necessario, per stabilizzare l’Ucraina ed evitare un’inutile crisi continentale”.

L'Unione Europea dunque sembra attraversata da un demone a doppia faccia. Da un lato la consapevolezza che una rottura con la Russia sarebbe un boomerang sul piano delle forniture energetiche e della destabilizzazione economia dell'Ucraina, dall'altro le crescenti ambizioni ad agire come potenza globale – soprattutto nella propria area di influenza – fa crescere le posizioni interventiste che spingono ad un confronto duro e diretto con Mosca per farle capire che “in Europa l'aria è cambiata”. Il dramma è che questa seconda posizione – come fu per il Mussolini "socialista" e interventista nella prima guerra mondiale – vede impegnato proprio il milieu progressista europeo più che le forze conservatrici, come accadde in Jugoslavia quindici anni fa e come accadde in Europa un secolo fa. E' molto più di uno scenario inquietante.

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Il trionfo del capitale industriale in Italia

“Se si guarda il costo del lavoro reale, salari più oneri sociali al netto dell’inflazione, fatto 100 il 2007 ora siamo a 87. Una riduzione di 13 punti, la stessa che c’è stata in Spagna, tanto celebrata per la sua riforma del lavoro, dove la disoccupazione è però doppia di quella italiana. Diminuire le ore lavorate e i salari può avere un senso in un momento di crisi, ma non consente di far ripartire la domanda interna”


Enrico Giovannini, ex Ministro del Lavoro del Governo Letta, intervista a Il fatto quotidiano dell’11 febbraio 2014.

Il numero magico è 30%, questo è il livello di svalutazione salariale che ha in mente il padronato italiano, un numero che Letta non garantiva: da qui il feroce attacco di Confindustria. In termini numerici parliamo di una cifra compresa tra 30 e 35 miliardi di euro, tale da pareggiare la deflazione salariale tedesca degli ultimi 12 anni, e ridurre il gap della produttività. La cifra è stata fornita da Cottarelli, ex Fondo Monetario, incaricato di approntare la Spending Review. La guerra di Confindustria ha ormai spostato il tiro. Dopo aver massacrato le “terze persone” che si annidano nel terziario e nella rendita immobiliare, l’oggetto di attacco sono le “terze persone” che affollano la pubblica amministrazione, soprattutto i livelli medio-alti.

Facile sopprimere le Province, ora l’attacco è diretto, e fulmineo, contro le Regioni, i veri centri di spesa pubblica che dominano dal 2001, da quando cioè il centro-sinistra varò la riforma del Titolo V della Costituzione. Da settimane il loro organo di stampa, Il Sole 24 Ore, spara bordate pazzesche contro il federalismo, omettendo di dire che negli anni novanta furono proprio gli industriali a volerlo. Altri tempi, altri imbecilli che dirigevano Viale dell’Astronomia. Da 3 anni il centro studi è diretto da Luca Paolazzi, che sulle regioni spara da anni bordate paurose. Lo stesso, nelle sue varie Congiunture Flash, ritiene che la deflazione in corso nel nostro Paese serva per riallineare i prezzi e i salari al “core” europeo, vale a dire tedesco, e per riguadagnare “competitività”. Giovannini, ex Ocse, già Presidente dell’Istat e profondo conoscitore delle dinamiche economiche italiane, la pensava diversamente e non mancava occasione, da ministro, per accusare le imprese dei loro pluridecennali scarsi investimenti in ricerca e innovazione, vero simbolo della scarsa competitività dell’apparato manifatturiero italiano. Al suo posto va Poletti, uno che la deflazione salariale la sa applicare nelle sue cooperative. Si profila dunque il trionfo del capitale industriale associato al capitale monetario. C’è però da fare una precisazione. E’ solo una parte del capitale industriale che può cantare vittoria: settori legati alla costruzione o fortemente dipendenti dal mercato interno arretrano paurosamente, per lasciare il posto a settori dell’agroalimentare, dei macchinari, della meccanica di precisione e dell’elettrotecnica che riescono a respirare con il commercio estero, in ogni caso stazionario nel 2013. Leggendo cronache locali dei giornali del nord pare inoltre che si stia assistendo ad un parziale processo di concentrazione manifatturiera, con i piccoli divorati dalle imprese del “quarto capitalismo” o dal capitale estero, principalmente tedesco. Il modello della subfornitura pare essere giunto al tramonto definitivo, buona parte della perdita della capacità produttiva, dell’ordine del 25%, sembra addebitarsi alla loro scomparsa, seguiti in questo dalla marea di artigiani e persone legate al terziario industriale ormai massacrati, serbatoio della destra italiana futura. La parte più arretrata del settore produttivo italiano è ormai marginale, chi resiste ha come prospettiva il credit crunch, dunque una vita breve. La centrale finanziaria italiana, Banca d’Italia, ritiene che questo processo di “ristrutturazione” debba essere definitivamente completato, esortando le banche a concedere prestiti solo a chi lo “merita”, con gli imprenditori che ci mettono capitali propri. Rimane dunque il fronte d’attacco al settore pubblico per reperire quelle masse di capitali utili alla deflazione salariale e a quello che può essere ritenuto a tutti gli effetti “ protezionismo fiscale”, con la formula “più Stato per il mercato”. Alla concentrazione manifatturiera si risponde con la centralizzazione dei processi decisionali pubblici, più rispondenti alle esigenze degli industriali giacché tolgono sovrapposizioni decisionali e possono incidere maggiormente con attività di lobbying. Il numero magico da raggiungere, ripetiamo, è 30% di riduzione salariale, da una parte per via monetaria, attraverso il nuovo modello di contrattazione di secondo livello, che annulla di fatto il contratto nazionale grazie al neocorporativismo della triplice sindacale, l’altra per via fiscale, attraverso enormi masse di denaro pubblico per imprese proiettate verso il mercato mondiale: il 13%, come accennava Giovannini, è stato raggiunto, rimane un ulteriore 17%. Le fonti finanziarie sono gli incentivi a fondo perduto di gestione regionale, le spese delle regioni e i fondi strutturali europei, che verranno utilizzati per “grandi progetti” utili alle imprese ben introdotte nelle commesse pubbliche (Federica Guidi è la donna adatta a questo scopo), finendola con le migliaia di micro progetti che hanno fatto la fortuna negli ultimi vent’anni dei dirigenti delle regioni, a cui si assesterà un colpo micidiale con la riforma del “Titolo V”: e anche queste “terze persone” saranno accompagnate all’uscio per dare spazio solo ai profitti industriali. Il direttore generale di Confindustria vede un altro capitolo dove trovare risorse: la lotta all’evasione fiscale. Dopo aver sbattuto fuori dall’arena le micro e piccole imprese, gli artigiani e le “terze persone” del capitale commerciale, Viale dell’Astronomia pensa di rastrellare da loro le risorse per ridurre la fiscalità del lavoro. Dunque si ripropone la lotta tra capitale industriale e capitale commerciale, in vigore dal 2008.

Da un punto di vista marxiano il capitale industriale italiano ha finora adottato tre controtendenze alla caduta del saggio di profitto: la riduzione del capitale costante, sia attraverso delocalizzazioni, sia mediante il ricorso a fornitori dei paesi emergenti, a scapito di quelli interni (processo iniziato a partire su per giù dal 2006); la svalorizzazione della forza lavoro, che colpisce ora anche fasce medie del settore pubblico; la concentrazione manifatturiera, che dal 2013 inizia i primi passi.

Mancano all’appello il ricorso al mercato azionario e la conquista del mercato estero, due pilastri della controtendenza alla caduta del saggio di profitto in assenza dei quali, specie il primo, la strategia del capitale industriale italiano sarà fallimentare. Sempre la centrale finanziaria italiana, succursale della Bce, la Banca d’Italia, ribadisce in ogni occasione pubblica il ricorso al “mercato dei capitali”, anche attraverso emissioni obbligazionarie. E’ per tale motivo che il vice direttore Panetta lo scorso mese ha quantificato in 150 miliardi di capitali la massa che le imprese italiane dovranno reperire nei mercati azionari e obbligazionari. Qualcuno lo sta facendo, Confindustria stessa invita i suoi associati a farlo, ma detto processo non coinvolge la masse del quarto capitalismo, ragion per cui la riduzione salariale da loro prospettata si rivelerà per loro un boomerang via crollo ulteriore della domanda interna.

Il capitale industriale italiano scopiazza un po’ il marxismo e per certi versi gli riesce. Il proletariato italiano si affida invece ad un comico. La tragicommedia italiana è tutta qua.

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Rottura definitiva tra Camusso e Landini


Scontro frontale, senza più mediazioni. Ci siamo presi un giorno prima di scrivere del Direttivo Nazionale della Cgil, in modo da far sbollire le incazzature e i toni accesi e verificare meglio le cose. Ma non sono cambiate, nel frattempo.

E quindi. La Cgil terrà una – finta – consultazione degli iscritti sull’accordo sulla rappresentanza siglato il 10 gennaio insieme a Cisl, Uil e Confindustria. Il tutto dovrebbe avvenire entro il mese di marzo; è la stessa tempistica a suggerire che si tratterà di un “pro forma”, utile soltanto alla Camusso per “certificare” che la sua scelta è stata approvata e che questo è avvenuto con “procedure democratiche”. Chiunque abbia messo il naso in un'assemblea congressuale della Cgil, di questi tempi, sa benissimo che non è esattamente così. Tanto meno per quanto riguarda le procedure di voto, ridicolizzate dalla prassi dell'”urna itinerante” con un solo funzionario che va in giro a raccogliere “i voti”... e poi se li conta da solo (a meno che non ci sia anche un combattivo esponente del documento alternativo).

Il documento che fissa le modalità della consultazione non lascia spazio a interpretazioni dissonanti. “Una campagna di assemblee informative già definite tra Cgil, Cisl e Uil da tenersi nel mese di marzo”, al cui termine ci sarà il voto dei soli lavoratori iscritti alla Cgil” (in Cisl e Uil, ormai, non si fa più nemmeno finta di chiedere il parere degli iscritti). Ma nemmeno la votazione sarà così semplice; i seggi saranno infatti due. Da un lato “coloro che sono ricompresi nelle intese già raggiunte (Confindustria e Confservizi)”, dall’altro “coloro a cui estendere gli accordi”.

Da presa in giro definitiva anche il testo stampato sulla scheda: i lavoratori non saranno chiamati a votare sul merito dell’accordo sulla rappresentanza, ma un “sì” o un “no” al parere espresso dal segretario generale. Insomma: un referendum sulla fiducia al “segretario”, prendere o lasciare, “che mette l’accordo al riparo dalla consultazione. La Cgil non dice a Cisl, Uil e Confindustria che il testo è congelato fino al risultato del voto: l’accordo è già operativo. Si tratta di una doppia finta”. Parole di Landini, non nostre...

Non ci sarà spazio per presentare alcuna posizione alternativa, alcuna “lettura” che possa rivelare gli elementi assolutamente incostituzionali presenti del “testo unico sulla rappresentanza”.

La Fiom aveva chiesto procedure del tutto differenti, a cominciare dalla platea degli iscritti da ammettere al voto. Sostanzialmente proponeva di limitarla alle categoria industriali del settore privato (l'accordo in effetti vincola soltanto le imprese aderenti a Confindustria, oltre che i tre sindacati firmatari), in pratica soltanto un milione di iscritti sui 5,7 “ufficiali” dichiarati dalla Cgil; escludendo di fatto il pubblico impiego (che ha già da anni una regolamentazione della rappresentanza) e i pensionati (ormai fuori dalla contrattazione). I pensionati non voteranno, per decisione della segretaria, Carla Cantone, che si è così guadagnata a sua volta l'ostilità perenne della Camusso; ma potranno farlo ben 2,7 milioni di “attivi”, anche se di fatto disinteressati alle norme previste in quell'accordo.

L’area che fa capo a Giorgio Cremaschi, rappresentata nel documento congressuale alternativo “Il sindacato è un'altra cosa”, non ha neppure partecipato al voto in sede di Direttivo, ritenendolo “illegittimo” ai sensi dello Statuto Cgil e della Costituzione italiana. L'altro ieri, del resto, avevamo pubblicato il suo intervento in quella sede, in cui accusava l'intero vertice della Cgil di falsificare i voti del congresso, “come fa Putin in Russia”, fino a chiedere le dimissioni della Camusso.

Anche Landini, Rinaldini e gli altri membri del Direttivo sulla stessa linea, sono usciti dalla sala al momento del voto, per non “legittimare” una decisione abnorme che rovescia il ruolo del sindacato nell'Italia del dopoguerra, riportandolo all'irrilevanza del “sindacato di regime” sancito dal “patto di Palazzo Vidoni”, del 1925.

Maurizio Landini e le tute blu diserteranno anche “la consultazione”, a questo punto. Ma soprattutto prepareranno iniziative potenzialmente dirompenti. Si parla di una grande manifestazione nazionale indetta dalla Fiom negli stessi giorni della consultazione. Una contrapposizione “fisica” di detonante significato politico. Di fatto, la “presentazione” pubblica di un altro sindacato, anche se (solo) formalmente ancora interno alla Cgil.

Non esistono dubbi sul fatto che il “treno blindato” in cui si è rinchiusa la segreteria confederale andrà avanti costi quel che costi. Probabile dunque che lo stesso Landini venga deferito ai probiviri (o come si chiama adesso la Commissione che deve decidere le punizioni per i “ribelli” alla linea del segretario), aprendo così le porte al “commissariamento” della stessa Fiom.

Ma anche a prescindere dalle vicende interne alla Cgil, l’accordo del 10 gennaio prevede la perdita dei diritti sindacali per chi non lo sottoscrive. Peccato che ci sia fresca fresca una sentenza della Corte Costituzionale – quella relativa proprio al contenzioso tra la Fiat e la Fiom sul “modello Pomigliano” – che vieta l'esclusione di qualsiasi sindacato che si sia rifiutato di sottoscrivere un accordo. Un bel guazzabuglio legale, oltre che politico-sindacale, che potrebbe aprire scenari di conflitto su tutti i piani anche all'interno del maggiore sindacato italiano.

“Faranno la fine dei Cobas”, mormorano i burocrati di Corso Italia quando parlano di Landini e della tute blu. Ed è probabile che, a conclusione del Congresso di Rimini, in maggio, o anche prima – se il “commissariamento” della Fiom avvenisse nelle prossime settimane – diventi un fiume quello che è ancora un torrente: delegati, iscritti e persino qualche dirigente Cgil che confluiscono nell'Usb (sull'esempio di Maurizio Scarpa, fino a un mese fa vice-presidente proprio del Direttivo Nazionale, e Franca Peroni).

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Perchè i giganti dell'energia provano a fermare le rinnovabili


La stampa ha dato risalto alla notizia: gli organismi dirigenti di una dozzina di imprese energetiche europee esigono la fine dei sussidi alle energie rinnovabili. Lo hanno spiegato pubblicamente nel corso di una conferenza stampa all’inizio di Ottobre.

La francese GDF-Suez, i Tedeschi BON e RWE, gli spagnoli Gas Natural Fenosa Iberdrola, gli italiani ENI ed ENEL, i nordirlandesi Gas Terra e gli svedesi Vattenfallt rappresentano approssimativamente la metà della capacità energetica collocata nell’Unione. A loro nome, Gerard Mestrallet, dell’organo dirigente di GDF-Suez, ha dichiarato: "dobbiamo ridurre il ritmo con il quale l’Europa sistema parchi eolici e pannelli solari. Attualmente è insostenibile".

Meno rinnovabili
L’argomentazione è la seguente: il mercato è in sovra capacità produttiva, la caduta della domanda dal 2008 ha fatto ribassare i prezzi all’ingrosso della metà (non i prezzi ai consumatori), il solare e l’eolico sono a un passo per divenire competitivi… Inutile pertanto sovvenzionarli per aggiungere ancora capacità nelle rinnovabili, poiché ciò riduce la redditività delle centrali elettriche a carbone, a gas... e nucleare.

Mestrallet e i suoi amici evitano di ricordare che, in realtà, le energie fossili e nucleari sono sovvenzionate in modo più generoso delle rinnovabili. Secondo la Commissione Europea, nel 2011, le rinnovabili hanno ricevuto 30 miliardi di Euro di sussidi, i fossili 26 miliardi e il nucleare 35. Rispetto ai fossili, conviene aggiungere le "esternalità" supportate dalla collettività (le spese sulla salute dovute all’inquinamento), che arrivano a 40 miliardi. In totale, dunque: 66 miliardi per il carbone, il petrolio e il gas.

I giganti dell’energia fossile denunciano il fatto che l’Europa "non ha una politica energetica chiara, prevedibile e obiettiva, fondata su un regolamentazione stabile". Per Gerard Mestrallet, "la politica energetica europea va dritto contro un muro" poiché l’approvvigionamento non è più garantito, le emissioni di CO2 sono in aumento e i fattori di inquinamento ugualmente. E il padrone di GDF-Suez spinge per un "cambiamento radicale della politica energetica europea".

Questa argomentazione non tiene conto di alcuni fattori: come mai l’approvvigionamento può essere minacciato se vi è sovracapacità produttiva? Come mai riducendo l’offerta corrente si verrebbe a riscontrare un ribasso dei prezzi per il consumatore? Come mai un arresto della produzione delle rinnovabili permetterebbe di ridurre le emissioni di gas-serra?

Di cosa si lamentano?
Contrariamente a quello che affermano i padroni dell’energia, l’Europa ha una politica "chiara e prevedibile". Riassunta nel "pacchetto energia-clima", ha per obiettivo da qui al 2020 la riduzione del 20% delle emissioni di gas-serra, l'aumento del 20% dell’efficienza energetica e di rinnovabili con il mix energetico (di cui il 10% di agrocarburanti nei trasporti). Il "pacchetto energia-clima" non ha per scopo primario quello di evitare una catastrofe climatica, ma quello di aiutare le industrie europee a conquistare la leadership sul mercato delle energie verdi. Il calcolo è il seguente: le riserve fossili si esauriscono, l’avvenire è delle rinnovabili (e del nucleare), se l’Europa consolida la sua supremazia in questo campo ha una chance di conquistare una posizione di forza rispetto ai suoi concorrenti.

Questa politica bisogna combatterla da un punto di vista ecosocialista. Infatti è, a sua volta, ingiusta socialmente – regali alle imprese, agli speculatori e ai ricchi, aumento dei prezzi dell’elettricità, certificati verdi (o sistemi equivalenti) pagati dalla collettività, aumento dei prezzi dei prodotti agricoli – ed ecologicamente inefficace, cioè nociva – fughe di carbone dovute agli acquisti di credito generati dal Meccanismo di Sviluppo Proprio (1), obiettivi insufficienti in materia di riduzioni di emissioni (sarebbe necessario almeno il 30%, ma per sicurezza il 40% da qui al 2020), accelerazioni della deforestazione al Sud in seguito all’importazione di agrocarburanti.

Il meno che si possa dire è che i giganti dell’energia hanno spudoratamente approfittato della politica climatica dell’UE. Hanno chiaramente ricevuto delle quantità di diritti di emissioni di CO2 superiori alle loro emissioni effettive, in modo tale da poter vendere le eccedenze nel mercato del carbone. Hanno fatturato ai consumatori il prezzo di questi diritti, anche se loro non li hanno pagati.

Nuovo fattore
Pertanto, perché GDF ,ENI, EON e gli altri si ribellano contro la politica europea fino al punto di manifestare pubblicamente le loro lamentele? Perché la distribuzione è cambiata. Certo la strategia energetica dell’UE resta valida per il lungo termine, poiché le risorse fossili sono esauribili. Ma a breve termine, il capitalismo statunitense ha rovesciato la situazione a proprio vantaggio. Grazie allo sfruttamento scatenato dai gas da scisto, agli scisti bituminosi importati dal Canada, alle nuove tecnologie di estrazione petrolifere e all’etanolo da mais, gli USA sono ritornati ad essere una potenza energetica. La loro dipendenza dal petrolio importato dal vicino-oriente è diminuita radicalmente, sono divenuti nel 2010 il primo produttore mondiale di gas – prima della Russia – e potrebbero diventare da qui al 2030 il primo produttore mondiale di petrolio, prima dell’Arabia Saudita!

Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, la fattura di gas delle imprese americane non rappresenterebbe, con uguale consumo, che un terzo di quella dei loro concorrenti europei. Rispetto alla loro fattura di elettricità, essa sarebbe due volte più ridotta della Francia e del Regno Unito e tre volte meno pesante del Giappone. Queste cifre sono contestabili: secondo un’analisi di Reporterre, il ribasso del prezzo del gas non è in realtà che dell’ordine del 30%. Anche se sufficiente per compensare l’aumento di quello del carbone. "Al massimo, lo sfruttamento dei gas non convenzionali ha permesso l’aumento globale del prezzo dell’energia", conclude Reporterre.

Il vantaggio competitivo, soprattutto per alcuni settori industriali (chimica, petrolchimica e metallurgia) è tuttavia significativo. E’ per questo che il padronato europeo spinge affinché l’Unione tolga tutti gli ostacoli per lo sfruttamento del gas da scisto. Il Consiglio Europeo dell’Industria chimica è particolarmente mobilitato sul tema. GDF-Suez investe nella prospettiva del gas da scisto in Gran Bretagna, e ha come obiettivo la Polonia come anche la Germania.

Manipolare l’opinione pubblica
Perché questi grandi padroni ricorrono a una conferenza stampa, pur avendo i loro “accessi” presso la Commissione e i governi? Perché una lotta di concorrenza li oppone ai capitalisti dei settori verdi. In questo contesto, "gli organi dirigenti fossili" vogliono migliorare il loro rapporto di forze manipolando l’opinione pubblica. Intorno a due promesse: il ribasso dei prezzi e la creazione di posti di lavoro. Queste due promesse sono false.

Per quanto riguarda il prezzo del gas, occorre sottolineare che del suo ribasso negli Stati Uniti ha beneficiato solo le imprese. I singoli cittadini non pagano meno caro di prima, e subiscono gli inconvenienti dell’inquinamento dell’acqua, dell’aria e della distruzione dei paesaggi. Poiché i posti di lavoro sono aumentati oltre-oceano in seguito al rilancio dell’economia, gli "organi dirigenti dei colossi dell’energia fossile" tentano di accordarsi con le organizzazioni sindacali: "L’assenza di una buona politica energetica impedisce all’industria europea di realizzare il suo potenziale come fonte di crescita e di impiego".

E i sindacati?
Le organizzazioni dei lavoratori e delle lavoratrici cadranno in questa trappola? Sfortunatamente non possiamo escluderlo. Se i sindacati polacchi si sono opposti al gas da scisto (per ragioni ambigue), in Francia, la CFDT, La CFTC e la CFE-CGC si sono accordate con la MDEF per dire che le riflessioni in corso sulla politica energetica "non dovrebbero escludere il gas da scisto…" Una vera transizione verso le rinnovabili creerà sicuramente più posti di lavoro del rilancio capitalista che deriverebbe eventualmente (lontano dall’essere acquisito) dalla nuova politica energetica voluta dai padroni del complesso industriale fossile. Ma questa vera transizione ha bisogno di un piano che proponga una serie di riforme di struttura anticapitaliste: espropriazione del settore dell’energia e di quello della finanza, soppressione dei prodotti inutili e nocivi con riconversione dei/lle salariati/e, piano pubblico di isolamento degli alloggi, agricoltura contadina organica al posto dell’agrobusiness, sviluppo dei trasporti pubblici, riduzione radicale del tempo di lavoro senza perdita di salario ecc…
Ora, a dispetto delle loro professioni di fede a favore dello sviluppo durevole e della "transizione giusta", le direzioni delle organizzazioni sindacali, quasi tutte in Europa, accettano in pratica di discutere della politica energetica… nel quadro del dibattito sul miglioramento della competitività dell’economia. Detto in maniera netta: proseguire su questa strada significa diventare complici del sistema capitalista nel momento in cui minaccia il pianeta di una catastrofe climatica di enormi proporzioni e con conseguenze sociali terribili.


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(1) Il MDP è uno dei meccanismi di mercato messo in opera dal Protocollo di Kioto. Gli "investimenti propri" nel Sud danno diritto a dei crediti di carbone scambiabili ed equivalenti ai diritti di emissioni sul mercato europeo. Si stima che più della metà di questi crediti non corrisponde a vere riduzioni delle emissioni.

Traduzione di Giovanni Peta


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M5S sotto pressione. Espulsioni e dimissioni tra senatori e deputati

Una votazione online con 43.368 iscritti certificati, ha visto 29.883 di essi votare per ratificare la delibera di espulsione di 4 parlamentari del M5S mentre 13.485 hanno votato contro. Tre degli espulsi (Bocchino, Orellana e Battista) hanno annunciato le dimissioni da senatore ma facendo trapelare che una decina di loro colleghi sono pronti a seguire la loro strada e dimettersi. Voci di corridoio – e di palazzo – accreditano anche l'ipotesi della costituzione di un nuovo gruppo parlamentare al Senato. Ma anche alla Camera il M5S si spacca dopo che sei deputati hanno annunciato l'uscita dal gruppo.

Nel pomeriggio di ieri si era tenuta la riunione dei senatori convocata per discutere dell'espulsione dei 4 "dissidenti", colpevoli di criticare continuamente la linea indicata – e imposta – da Grillo, e in questa sede una decina di senatori hanno deciso di andarsene. Al momento sarebbero in tutto in 9 pronti a lasciare il M5S al Senato qualora le dimissioni vengano accettate dall'Aula. I dimissionari sono il senatore Luis Alberto Orellana e poi Bocchino, Battista, Campanella, Monica Casaletto. Tra gli altri dimissionari Maurizio Romani, Maria Mussini, Alessandra Bencini e Cristina Di Pietro.

Indubbiamente c'è una fortissima e doppia pressione sul M5S: quella esterna con la guerra dichiarata apertamente da Renzi e dall'establishment e quella interna con la pesantezza del decisionismo di Grillo e Casaleggio, una pressione che non poteva che produrre lacerazioni e divisioni in un movimento che si è trovato tra le mani un patrimonio di aspettative superiore a quello che appare in grado di gestire.

Il dato però che colpisce è quello per cui nonostante eventi che avrebbero messo a dura prova i consensi di qualsiasi partito, alcuni sondaggi danno in crescita il M5S. Gli ultimi sondaggi elettorali curati da Piepoli vedono il M5S stimato molto basso rispetto alla media, al 18,5%. Completamente diverso il risultato nei sondaggi realizzati da Tecnè per TgCom24. In questo caso è impressionante anche il divario sul M5S, che viene stimato invece al 23,4%.  Questi dati, come spesso accade nel panorama dei sondaggi in Italia, lasciano alquanto sconcertati: le differenze sono abissali e quindi qualcuno sta prendendo una toppa.

Sembra dunque che “la democrazia interna” non sia più un tema che abbia mantenuto appeal o venga ritenuto fattore dirimente nel consenso o meno alle formazioni politiche presenti in Parlamento. In questi tempi di "ferro e fuoco" in cui la democrazia e la rappresentanza democratica sono stati triturati e rimossi dai diktat della “governance”, diventa difficile sorprendersi di tale scenario. E' un segno buono o cattivo? Le anime belle che cadono dal pero hanno materia su cui riflettere e non possono certo cavarsela lanciando solo strali contro la scarsa democrazia di Grillo e nel M5S.

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Disoccupazione giovanile oltre il 42%, quella generale sfiora il 13

C'è un solo perdente sicuro, in questa gestione criminale della crisi: l'occupazione. I dati pubblicati dall'Istat stamattina lo confermano in pieno, con numeri che vanno molto al di là delle stime come sempre più “ottimistiche” del governo (di quello Letta, in questo caso; peraltro incapace di prevedere persino la propria disoccupazione di lì a pochi giorni).

Nella media del 2013 – certifica l'istituto nazionale di statistica – l'occupazione è diminuita di 478.000 unità (-2,1%). La riduzione rimane come sempre più forte nelle regioni meridionali (-4,6%, pari a -282.000 unità).

A pagare di più sono ancora una volta gli uomini (-2,6%, pari a -350 mila), ma anche l'occupazione femminile torna a ridursi (-1,4%, pari a -128 mila).

Nonostante tutte le chiacchiere dei governi e le leggi fatte per “incentivarne” l'impiego, i giovani continuano a perdere terreno. La discesa del numero degli occupati riguarda infatti soprattutto i 15-34enni e i 35-49enni (rispettivamente -482.000 unità e -235.000 unità), cui si contrappone la parziale crescita degli occupati con almeno 50 anni (+239.000 unità). Banalmente, le imprese sono in media “poco innovative”, e quindi ricercano soprattutto manodopera con esperienza specifica, impiegabile produttivamente fin da subito, senza periodi più o meno lunghi di apprendistato. E le numerose chiusure di aziende, anche medio-grandi, ha messo in circolazione un numero spropositato di “lavoratori anziani” ma con le “mani d'oro”. Paradossi di un modello produttivo con la testa rivolta al passato. Ma la colpa di chi è? A noi sembra chiaro: delle imprese.

Il tasso di occupazione si attesta così al 55,6%, 1,1 punti percentuali al di sotto del 2012. La riduzione dell'indicatore riguarda entrambe le componenti di genere e tutte le ripartizioni, specie il Mezzogiorno.

L'occupazione straniera aumenta in misura molto contenuta (appena +22.000 unità), ma il tasso di occupazione in questo segmento scende dal 60,6% del 2012 all'attuale 58,1%; la diminuzione interessa sia gli uomini (dal 71,5% al 67,9%) sia le donne (dal 50,8% al 49,3%).

Il calo dell'occupazione interessa tutti i segmenti del mercato del lavoro: i dipendenti a tempo indeterminato (-190.000 unità, pari a -1,3%), i dipendenti a termine (-146.000, pari a -6,1%) e gli indipendenti (-143.000 unità, pari a -2,5%). Non dipende dunque neppure dalle forme contrattuali. Il che delegittima radicalmente il piagnisteo di Confindustria, che pretende un ulteriore e radicalissima precarizzazione del lavoro. L'ultimo dato – relativo agli “indipendenti” – certifica che neanche il “mettersi in proprio” è più una soluzione.

Nell'industria in senso stretto prosegue la contrazione dell'occupazione, con un calo di 89.000 unità (-1,9%) che coinvolge il Nord e il Mezzogiorno e soprattutto le imprese di medie e grandi dimensioni. Si accentua la flessione nelle costruzioni (-163.000 mila unità, pari a -9,3%), diffusa in tutte le ripartizioni e, in particolare, nel Mezzogiorno. Qui la crisi del settore immobiliare, con il sostanziale blocco delle compravendite, specie di abitazioni nuove, si è fatta sentire con particolare forza.

Nella media del 2013, l'occupazione si riduce anche nel terziario, con un calo di 191.000 unità (pari a -1,2%). A fronte della sostenuta riduzione degli occupati nei servizi generali dell'amministrazione pubblica e nel commercio, i servizi alle imprese e alle famiglie manifestano un incremento di occupazione.

Alla nuova discesa dell'occupazione a tempo pieno (-586.000 unità, pari a -3,1%), si associa un nuovo incremento di quella a tempo parziale (108.000 unità, pari a +2,8%). L'incidenza di quanti svolgono part time involontario sale dal 57,4% del 2012 al 61,6% del 2013.

A gennaio 2014, dunque, gli occupati sono 22 milioni 259 mila, sostanzialmente invariati rispetto al mese precedente, ma in sensibile diminuzione (l'1,5%) su base annua (-330 mila).

Il tasso di occupazione, pari al 55,3%, diminuisce di 0,1 punti percentuali in termini congiunturali e di 0,7 punti rispetto a dodici mesi prima.

Il numero di disoccupati, pari a 3 milioni 293 mila, aumenta dell'1,9% rispetto al mese precedente (+60 mila) e dell'8,6% su base annua (+260 mila).

Il tasso di disoccupazione è pertanto pari al 12,9%, in aumento di 0,2 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 1,1 punti nei dodici mesi.

I disoccupati tra i 15 e i 24 anni sono 690 mila. L'incidenza dei disoccupati di 15-24 anni sulla popolazione in questa fascia di età è pari all'11,5%, in aumento di 0,3 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 0,8 punti su base annua. Il tasso di disoccupazione dei 15-24enni, ovvero la quota dei disoccupati sul totale di quelli occupati o in cerca, è pari al 42,4%, in aumento di 0,7 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 4,0 punti nel confronto tendenziale.

Il numero di individui inattivi tra i 15 e i 64 anni diminuisce dello 0,3% rispetto al mese precedente (-45 mila unità) e dello 0,1% rispetto a dodici mesi prima (-9 mila). Il tasso di inattività si attesta al 36,4%, in calo di 0,1 punti percentuali in termini congiunturali ma in aumento di 0,1 punti su base annua. Come ricordiamo spesso, non c'è una vera contraddizione tra l'aumento dei disoccupati e la diminuzione degli “inattivi”. Il conteggio è infatti relativo all'intera platea degli individui considerati “in età lavorativa”, e anno dopo anno il numero degli anziani che “escono” dal calcolo è superiore a quello dei “nuovi giovani potenzialmente lavoratori” che vi entrano.

I rapporti completi dell'Istat: 1 - 2 - 3

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Nigeria, strage infinita

È ottimista François Hollande: “L’Africa ha un grande futuro. È il continente del futuro” ha detto il Presidente francese al vertice sulla sicurezza di oggi tenutosi ad Abuja e voluto dal presidente nigeriano Goodluck Jonathan in margine alle celebrazioni per il centenario dell’unificazione tra il nord e il sud e della Nigeria del 1914.

Ma mentre Hollande, unico leader occidentale invitato e ospite d’onore dei festeggiamenti – in visita con al seguito ben 25 amministratori delegati di altrettante aziende francesi con l’obiettivo di incrementare il commercio bilaterale con il Paese a più alta densità demografica e in forte crescita economica dell’Africa – sciorina promesse di sostegno nella lotta al terrorismo in nome della democrazia – “la vostra lotta è la nostra lotta” –  il nord-est della Nigeria continua a morire per mano del gruppo islamista Boko Haram.

Miliziani armati ieri hanno assaltato la città di Michika e il vicino villaggio di Shuwa, nello stato dell’Adamawa, accanendosi contro i civili – di cui si contano al momento 37 vittime – e contro banche, case e negozi, saccheggiati o dati alle fiamme. Lo hanno raccontato ai corrispondenti della BBC alcuni testimoni sopravvissuti e lo conferma il portavoce dell’esercito senza fornire tuttavia ulteriori dettagli.

Appena due giorni fa, nella notte tra lunedì e martedì, circa 59 alunni di una scuola secondaria, tutti maschi e di età compresa tra i 14 e i 20 anni, sono stati uccisi mentre alcune ragazze sono state rapite ed altre lasciate libere di scappare dietro l’ammonimento di sposarsi e abbandonare gli studi.

Sono morti bruciati vivi, sgozzati a colpi di machete o per le ferite riportate nel tentativo di fuggire alla furia omicida dei circa 50 uomini armati. L’inferno è scoppiato intorno alle due del mattino di martedì scorso quando i miliziani di Boko Haram hanno fatto irruzione nei dormitori del Federal Government College di Buni Yadi, nello Stato dello Yobe, chiudendo a chiave quello maschile e dandolo alle fiamme che hanno raso al suolo tutti i 24 edifici dell’istituto.

Un inferno continuato nelle ore successive per i parenti degli scolari uccisi, accalcatisi nella camera mortuaria del Sani Abacha Specialist Hospital di Damaturu, capitale dello Yobe, a circa 70 km da Buni Yadi.

Yobe è, con quello del Boro e dell’Adamawa, uno degli stati dichiarati in stato di emergenza nel maggio dello scorso anno, quando cioè il presidente Goodluck Jonathan ha lanciato una massiccia operazione contro Boko Haram.

Stato di emergenza considerato inefficace dai leader politici del nord-est e messo nuovamente in discussione proprio nei giorni scorsi a seguito dell’attacco contro la scuola secondaria di Buni Yadi. I residenti sono infatti furiosi e reclamano chiarezza sul perché i militari in servizio al vicino checkpoint abbiano misteriosamente abbandonato la postazione poche ore prima dell’attacco. Critiche a cui si aggiungono quelle per il lento arrivo sul posto dell’esercito, non prima della tarda mattinata.

Questo insieme ai numerosi altri attacchi degli ultimi mesi – di cui le scuole statali sono spesso bersaglio perché considerate il canale di trasmissione per eccellenza dei valori occidentali – sono visti, soprattutto dalle comunità del nord-est del Paese, come ulteriori esempi del fallimento del governo e dell’esercito nel proteggere i civili. Attacchi e critiche che contribuiscono sempre più ad alimentare e diffondere una già notevole rabbia in tutta l’intera Nigeria.

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La nuova architettura istituzionale dell'Unione Europea

Come spesso accade è il giornale della Confindustria, Il Sole 24 Ore, a registrare con la maggiore puntualità gli avvenimenti economici e istituzionali, cogliendone peraltro il senso politico, così è stato per l’ultima iniziativa dell’Unione Europea, quella dell’unione bancaria, giudicata come il più recente e di sicuro non l’ultimo atto del ‘restyling’ dell’architettura dell’UE [1]. Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia ed esponente di vertice dell’élite tecnocratica, ha messo in evidenza che proprio la crisi dei debiti sovrani ha ‘provocato un salto in avanti nel processo di unificazione’ mettendo in moto la ‘più profonda ondata di innovazione istituzionale’ che sia mai avvenuta nell’UE [2].

Abituati, per un vizio culturale, a scrutare solo le istituzioni ‘politiche’ – il parlamento, il governo, i ministeri … –, spesso si lasciano in un cono d’ombra quelle che contano nella sfera decisionale economica e finanziaria. Per esempio, in un recente volume dal titolo Democracy and subsidiarity in the EU, curato da Marta Cartabia Nicola Lupo e Andrea Simoncini [3] (persone ben addentro alle cose europee), si scandaglia il processo decisionale dell’UE trascurando gli organismi in cui si è andato concentrando il potere sull’intero campo delle politiche economiche e di bilancio: Commissione, ECOFIN, Eurogruppo, BCE in stretta coordinazione con i governi degli Stati membri. Si continua ad esaminare l’UE alla luce dei Trattati di Lisbona come se dal settembre del 2010 non fosse stata avviata una riorganizzazione, rivelatasi radicale, dei complessivi meccanismi decisionali sia a livello europeo sia a livello nazionale. Nel settembre 2010 l’ECOFIN avviò il Semestre Europeo per innovare le procedure di bilancio dei Paesi dell’Eurozona che condusse nel 2011 all’emanazione del Six Pack, completato nel 2013 con il Two Pack, il tutto accompagnato da due Trattati internazionali: il Fiscal Compact e l’ESM. Questa ristrutturazione dei poteri decisionali, a partire da quelli economico-finanziari, in parallelo alle misure ‘non convenzionali’ della BCE, ha consentito all’UE di gestire la crisi dei mercati finanziari, dei debiti pubblici e dell’euro, e di riorganizzare l’intero tessuto istituzionale.

L’Europa non si farà di colpo, sosteneva Monnet, e aggiungeva che essa sarebbe stata il risultato delle crisi che avrebbe via via incontrato: la sua visione è stata ‘profetica’ e il suo ‘funzionalismo’ si è rivelato un metodo di azione vincente dato che nel fronteggiare anche la presente crisi l’UE ha portato avanti l’integrazione sovranazionale.

Il processo di ristrutturazione dei poteri dell’UE ha dato vita a un’oligarchia che decide l’insieme delle politiche pubbliche. Oligarchia che vede insieme forze dell’imprenditoria industriale e finanziaria, banche, BCE, governi nazionali, tecnocrazia dell’UE: un ceto elitario che dispone dei destini di 500 milioni di persone. La sua ragion d’essere e le sue finalità sono l’attuazione di politiche per il funzionamento del mercato unico, di cui l’euro è strumento necessario. Le misure monetarie ‘non convenzionali’ della BCE, che ha inondato le banche di liquidità a bassi tassi di interesse, lungi dallo sciogliere l’intreccio tra banche e debiti pubblici hanno finito per rinsaldarlo, sia nella fase di crisi acuta del 2011-2012 quando le banche con la liquidità fornita dalla BCE hanno comprato titoli pubblici (salvando gli Stati), sia ora quando con il calo degli spread gli ‘investitori internazionali’ comprano di nuovo titoli pubblici dei PIGS con il risultato di valorizzare anche i titoli bancari. Banche e debito pubblico, da sempre, ‘insieme stanno e insieme cadono’. Ciò perché mediante le transazioni tra BCE, banche e Tesoro quale emittente del debito pubblico si crea e viene gestita la moneta unica necessaria per il ‘funzionamento efficace di tutti i mercati’ nella sua qualità di valuta per gli scambi e di riserva [4].

Se le rivoluzioni borghesi del Seicento e Settecento hanno avuto come obiettivo il controllo delle finanze pubbliche, da sottrarre all’arbitrio delle monarchie assolute per devolverlo ai parlamenti, oggi nell’UE questo controllo è nelle mani di un’oligarchia.

Le banche sono in una fase di ristrutturazione secondo modi e tempi dettati dal processo di unione bancaria, che concentra a livello di UE e di BCE i poteri di regolamentazione, sorveglianza e risoluzione delle crisi di insolvenza. A sostenere la riorganizzazione dell’economia, delle banche e della finanza, sono finalizzate le nuove procedure del bilancio pubblico.

Nell’Annual Growth Survey 2014 [5], la Commissione ha avvertito che la nuova governance, grazie al Semestre europeo, richiede ‘un pubblico consenso e l’accettazione della necessità delle riforme’, una più stretta coordinazione ex ante delle politiche economiche dei paesi dell’Eurozona al fine di incrementare la produttività e la competitività, l’attuazione delle Raccomandazioni della Commissione emesse in relazione ai DEF nazionali, sia dei Paesi nel ‘braccio preventivo’ sia di quelli nel ‘braccio correttivo’.

La governance economica dei Paesi dell’Eurozona è regolamentata dal Six Pack e dal Two Pack. Il Six Pack è costituito da cinque regolamenti e una direttiva: i regolamenti, identificati dai numeri 1173, 1174, 1175, 1176, 1177 ed emanati nel novembre 2011, riguardano i paesi della Zona Euro mentre la direttiva 2011/85/UE concerne tutti gli Stati membri disciplinandone le modalità di redazione dei quadri del bilancio.

Il Two Pack, che coinvolge i paesi della Zona Euro, si compone di due regolamenti del 2013, che portano i numeri 472 e 473.

Per riassumerne i contenuti, nella maniera più neutrale possibile, ricorro alla sintesi offerta dal sito della Camera dei Deputati. Il Six Pack mira a un’applicazione più stringente del Patto di stabilità e crescita sancendo:

- l’obbligo per gli Stati membri di convergere verso l’obiettivo del pareggio di bilancio con un miglioramento annuale dei saldi pari ad almeno lo 0,5%;

- l’obbligo per i Paesi il cui debito supera il 60% del PIL di adottare misure per ridurlo ad un ritmo soddisfacente, nella misura di almeno 1/20 della eccedenza rispetto alla soglia del 60%, calcolata nel corso degli ultimi tre anni;

- un semi-automatismo delle procedure per l’erogazione delle sanzioni per i Paesi che violano le regole del Patto; le sanzioni sono raccomandate dalla Commissione e si considerano approvate dal Consiglio, l’ECOFIN, a meno che esso non la respinga con voto a maggioranza qualificata (‘maggioranza inversa’) degli Stati della Zona Euro (senza tener conto del voto dello Stato interessato).

Ai Paesi che registrano un disavanzo eccessivo si applica un deposito non fruttifero pari allo 0,2% del PIL realizzato nell’anno precedente, convertito in ammenda in caso di non osservanza della raccomandazione di correggere il disavanzo eccessivo.

Il Two Pack rende più vincolante la parte preventiva e quella correttiva del Patto di stabilità e crescita attraverso:

- il rafforzamento della sorveglianza economica e di bilancio degli Stati membri che affrontano o sono minacciati da serie difficoltà per la propria stabilità finanziaria;

- il monitoraggio e la valutazione dei progetti di bilancio e per assicurare la correzione dei disavanzi eccessivi degli Stati membri nella Zona Euro.

A questi fini gli Stati membri sono tenuti a:

- pubblicare i propri programmi di bilancio a medio-termine, basati su previsioni macroeconomiche fornite da un organismo indipendente;

- presentare entro il 15 ottobre il progetto di bilancio per l’anno successivo;

- approvare la legge di bilancio annuale non più tardi del 31 dicembre;

- istituire un ente di controllo del bilancio indipendente.

La Commissione, qualora ritenga il progetto di bilancio di uno Stato membro non conforme agli obblighi imposti dal Patto di stabilità e crescita, può chiedere, entro due settimane dalla ricezione del progetto, la presentazione di un progetto di bilancio rivisto. Al termine dell’esame del progetto di bilancio, al più tardi entro il 30 novembre di ogni anno, la Commissione adotta, se necessario, un parere sul progetto stesso, da sottoporre alla valutazione dell’Eurogruppo [6].

Per la sessione di bilancio 2014, oltre al Six Pack già vigente dal 2011, è entrato in vigore il Two Pack, per questo 13 paesi dell’Eurozona hanno presentato il 15 ottobre 2013 i propri progetti (i Draft Budgetary Plans), tranne quelli sottoposti ai ‘programmi di aggiustamento’ che sono Cipro, Grecia, Irlanda e Portogallo, i cui bilanci sono monitorati quotidianamente dalla Commissione o dalla Troika.

Con puntualità il ministro Saccomanni ha spedito a Bruxelles il Draft Budgetary Plan redatto direttamente in inglese. Basta esaminarne alcuni passi per rendersi conto di quanto profondo sia il cambiamento del luogo decisionale del bilancio pubblico. Vi si legge che «in linea con le prescrizioni del Two Pack, per la corrente sessione di bilancio l’Italia presenta per la prima volta il Draft Budgetary Plan per aggiornare le proiezioni macroeconomiche e di bilancio pubblico indicate nel Programma di Stabilità pubblicato in aprile e per dare i dettagli delle misure di aggiustamento». Sono elencate tutte le misure per condurre sane politiche fiscali e per tornare sul ‘sentiero della crescita’, indicando i tre indirizzi da seguire: la legge di bilancio del 2014 con il rispetto dei parametri del deficit e del debito, il taglio del cuneo fiscale, i provvedimenti per recuperare competitività e per riavviare le privatizzazioni [7].

Delle Tabelle statistiche e delle Tavole riassuntive delle politiche italiane, che formano la maggior parte del Draft Budgetary Plan, è utile leggere la Tavola I 1-14, perché in essa si dà conto di come la Legge di Stabilità 2014 risponda alle Raccomandazioni che la Commissione e l’ECOFIN hanno rivolto all’Italia nel giugno-luglio 2013. Le Raccomandazioni sono state tutte accolte e soddisfatte, e come prova si indicano meticolosamente articoli e commi della Legge di Stabilità relativamente alla riduzione del debito, all’efficienza della PA, al rafforzamento del sistema finanziario, alla flessibilizzazione del mercato del lavoro, al sistema fiscale e alla competitività: non il Parlamento, non le forze sociali sindacali o associative e men che mai i cittadini sono i referenti del governo, solo la Commissione è interlocutrice essendo essa anche il giudice dei bilanci pubblici.

Soprattutto giudice, infatti, nelle valutazioni che la Commissione ha emesso il 30 novembre 2013 le misure italiane sono state giudicate insufficienti, e perfino le statistiche economiche sono state messe all’indice in quanto non elaborate da un organismo autonomo. Afferma la Commissione che il Regolamento 473/2013 richiede che il bilancio sia redatto sulla base di previsioni e dati elaborati da un organismo indipendente, che in Italia sarà l’Ufficio parlamentare del bilancio, che di parlamentare non ha altro che la sede e i finanziamenti essendo un organismo di esperti ’indipendenti’, come prescrive la legge n. 243/2012. Proprio in questi giorni i presidenti di Camera e Senato hanno pubblicato il bando di concorso per la selezione degli esperti, membri di questo nuovo Ufficio che sottrarrà al Parlamento perfino il potere conoscitivo non più necessario in quanto non ha più poteri decisionali in tema di bilancio. La Commissione, emanando le sue valutazioni per i paesi della Zona Euro, ha dato voto di insufficienza al Budgetary Plan italiano anche a causa del rischio che esso non risponda agli obiettivi di rientro dal debito e che troppo deboli risultino le misure relative al cuneo fiscale, al mercato del lavoro e alle privatizzazioni. I giudizi della Commissione sono determinanti perché sono la condizione necessaria per usufruire di margini di manovra sugli investimenti pubblici, previsti per i paesi che sono nel ‘braccio preventivo’ del Patto di stabilità e crescita, come l’Italia uscita ormai da quello ‘correttivo’ [8]. Se il giudizio della Commissione non cambierà l’Italia non potrà investire 3/4 miliardi nel 2014, margine di manovra sul deficit che altrimenti verrebbe concesso. I livelli di indebitamento sono decisi ormai dall’UE.

La vicenda della legge di Stabilità 2014 ha fatto venire alla luce un circuito decisionale ristretto a pochi soggetti, che fanno tutti parte o degli esecutivi nazionali, come i ministri, o delle tecnocrazie degli Stati membri e dell’UE, o della BCE.

Un’autorevole giustificazione politico-culturale di questo regime oligarchico è stata offerta da Mario Draghi. Uso il termine ‘autorevole’ non tanto per indicare una persona di elevato rango nella gerarchia del potere, quanto nella sua derivazione da ‘autore’, dato che i discorsi di una persona ‘autorevole’ sono ‘performativi’, produttori di effetti pratici nella vita sociale: attraverso le sue parole, grazie alla sua funzione di presidente della BCE, Draghi è ‘autore’ di fatti politico-istituzionali. Per questo la sua teorizzazione sui nuovi modi di esercitare la sovranità non solo fornisce senso al nuovo regime ma contribuisce nella pratica sociale e istituzionale a instaurarlo con forme agli antipodi della democrazia rappresentativa come l’abbiamo conosciuta in una ormai secolare storia.

In un discorso tenuto alla Harvard Kennedy School (9 ottobre 2013), particolarmente ampio per gli standard dei suoi interventi, Draghi mette in luce che l’Europa, così lui chiama l’UE, è impegnata in un vasto processo di riforma per raggiungere tre risultati: rendere le finanze pubbliche più sostenibili; portare la sua economia a un più alto livello di competitività; rafforzare i bilanci delle proprie banche [9]. Come per Ignazio Visco, per Draghi profondo è l’attuale processo di riforma istituzionale tanto da affermare che il preambolo dei Trattati, dove si indica ‘un’unione sempre più stretta’ quale scopo dell’UE, non coglie più il senso dei recenti avvenimenti meglio ‘catturato’ dalle parole della Costituzione degli USA, laddove questa stabilisce come finalità ‘una più perfetta unione’ degli Stati. Non è un gioco di parole perché oggi, sostiene Draghi, si è in presenza di un ‘perfezionamento’ del disegno nato nel 1999 con l’avvio dell’euro.

A questo punto del discorso viene la prima affermazione che mi interessa evidenziare: «un mercato unico ha necessariamente implicazioni politiche», consentendo sia una cessione-condivisione di sovranità nazionale sia la preservazione di un ruolo decisionale degli Stati membri. Caratteristiche fondamentali di un mercato unico è che, rispetto a una zona di libero scambio, gli Stati non possono ristabilire controlli alle frontiere né possono differenziare le loro politiche tariffarie rispetto al resto del mondo. Inoltre richiede un livello politico-istituzionale che garantisca ‘la protezione dei diritti di proprietà e l’esecuzione dei contratti’. La Corte di Giustizia del Lussemburgo è garante delle leggi di mercato, imperniate nei contratti privati e nella competizione.

La seconda rilevante affermazione di Draghi è che la cessione di sovranità da parte degli Stati membri è necessaria per il funzionamento del mercato unico, ciò che pone una questione di legittimazione dell’esercizio della sovranità sovranazionale.

Per fondare questa legittimazione Draghi ricorre a una distinzione. Della ‘sovranità’ si può parlare in un senso ‘normativo’ poiché essa viene declinata in termini di diritti: dichiarare guerra e pace, imporre tasse, battere moneta, esercitare la giurisdizione. Sono i teorici ‘assolutisti’ come Bodin e Hobbes a intraprendere questa fondazione ‘normativa’ della sovranità.

Un altro approccio è quello ‘positivo’ che mette la sovranità in relazione alla sua capacità di offrire i servizi – i beni pubblici – da parte del governo. John Locke è il propugnatore di questa più realistica visione dato che la sovranità ‘esiste solo in quanto potere fiduciario per porre in essere determinati fini’. È questa capacità ‘di raggiungere risultati che definisce, e legittima, la sovranità’, e a questa concezione aderisce anche James Madison che, nel Federalist Paper 45, individua il valore di un governo nel conseguimento di beni pubblici. Non ci si lasci sviare da questi riferimenti a due pensatori liberali classici, perché la concezione che Draghi avanza non ha al centro la rappresentanza, sia pure dei ceti proprietari come invece sostennero Locke e Madison. Draghi fonda la legittimità della sovranità non nella rappresentanza ma nell’efficacia dell’azione di governo, anzi la sovranità stessa va concepita ‘in termini di risultati (outcomes)’.

Questa è una visione funzionalista della legittimità ‘democratica’, che si basa non sulla ‘voting democracy’, ma sulla ‘working democracy’ – categorie elaborate da David Mitrany prima di essere adottate dalla politologia contemporanea con i termini di ‘input democracy’ e ‘output democracy’ [10]. La sovranità di cui parla Draghi è la sovranità degli esperti e di un ceto di governo che pretendono di conoscere quali siano i beni pubblici, di come produrli e distribuirli: per giungere a decisioni democratiche non serve coinvolgere i cittadini che sono i diretti interessati, occorrono decisioni efficaci. L’efficacia della decisione e dell’azione pubbliche sono la fonte di legittimazione di questa forma moderna di oligarchia.

Curzio Giannini, uno studioso di talento prematuramente scomparso, scrisse: «Tra banca centrale e Stato liberal-democratico vi è al di là dei meri nominalismi, un vero e proprio rapporto simbiotico: stesse origini, stesso sviluppo e, con tutta probabilità, stesso futuro, quale esso sia. Senza istituzioni liberal-democratiche è forse immaginabile un capitalismo; non è immaginabile una banca centrale. […] nell’Europa degli anni Novanta del Novecento si è riusciti a trascendere i confini nazionali nella costituzione di una banca centrale solo inscrivendola in un progetto di portata ben più ampia, volto alla formazione di un assetto politico federale». Poi preso dal dubbio avanza l’ipotesi di una possibile dissociazione tra Stato liberal-democratico e istituzioni del governo della moneta [11]. Oggi, se ancora presente tra noi, avrebbe dovuto riconoscere che tra la Banca centrale europea e le istituzioni liberal-democratiche, caratterizzate dalla rappresentanza parlamentare e dalla divisione e limitazione dei poteri, si è creato un abisso tale che Draghi è costretto a invocare a sostegno della governance economica l’ideologia della ‘working democracy’ che, in nome dell’efficacia dei risultati, pretende di giustificare il potere di despoti illuminati. Despoti illuminati perché impongono scelte pubbliche in virtù del proprio sapere e saper fare, che li renderebbero capaci di interpretare e soddisfare le domande della società. Non le pratiche democratiche attraverso cui far emergere gli interessi dei cittadini, al centro del nuovo regime oligarchico sono gli interessi degli attori dei mercati.

Del mercato unico dell’UE l’attore protagonista è l’euro, per questo Draghi invia un messaggio, a conclusione del suo intervento, ai dirigenti USA che nei giorni più bui della crisi erano convinti del fallimento dell’euro: «Essi si sbagliavano […]. Essi avevano sottovalutato la profondità dell’impegno degli europei verso l’euro. Essi si sbagliavano scambiando l’euro per un regime di cambi fissi, mentre esso è in realtà una moneta unica irreversibile. Ed è irreversibile perché è nata dall’impegno delle nazioni europee a una più stretta integrazione». È insomma un progetto politico: lo tengano a mente i molti economisti di sinistra che avevano addirittura previsto il crollo dell’euro. Se si vuole lottare per andare oltre l’euro occorre elaborare un altro progetto politico, e soprattutto elaborarlo insieme con le forze sociali in grado di realizzarlo.

* Franco Russo è uno dei fondatori del movimento anticapitalista "Ross@". Il presente saggio uscirà su Alternative per il socialismo, n. 30

NOTE

1. Il Sole 24 Ore, 30 dicembre 2013, pag. 8;

2. Money and Monetary Institutions after the Crisis, discorso introduttivo alla Conferenza in memoria di Curzio Giannini, 10 dicembre 2013, pp.1-2;

3. Bologna 2013; al contrario sono focalizzati sulla governance macro-economica, e sulle vicende dell’euro (della sua creazione e della sua gestione), i due poderosi volumi di Kenneth Dyson e Lucia Quaglia, European Economic Governance & Policies, Oxford, 2010;

4. Ignazio Visco, Prefazione a Curzio Giannini, L’età delle banche centrali, Bologna, 2004, p. 10; Curzio Giannini ben descrive la commistione tra moneta e credito come base dell’evoluzione della banca centrale, v. op. cit., p. 34;

5. pubblicato il 13 novembre 2013;

6. www.camera.it, sezione Temi;

7. http://ec.europa.eu/economy_finance/economic_governance/sgp/budgetary_plans/index_en.htm;

8. v. sito citato alla nota 7, dove sono rinvenibili tutti i documenti relativi alla sessione di bilancio dei Paesi dell’Eurozona per il 2014;

9. http://www.ecb.europa.eu/press/key/date/2013/html/index.en.html;

10. David Mitrany, A Working Peace System, Londra, 1943, pp. 6 e 9; Fritz W. Scharpf, Governare l’Europa, Bologna, 1999, pp. 8 e 13; tra il 1999 e il 2002 si svolse una discussione tra Willem Buiter esponente della Bank of England, e Otmar Issing, allora capo economista della BCE, sui criteri di legittimità del processo decisionale della banca centrale, conclusasi con una posizione ufficiale in cui la BCE sostenne di godere sia di una input legitimacy, derivata dai Trattati, sia di una output legitimacy derivata dall’attuazione dei suoi compiti istituzionali; questi documenti sono rinvenibili nel I volume di European Economic Governance & Policies, cit., pp. 728-30;

11. Curzio Giannini, op. cit., pp. 40-41.


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Richard Falk insiste: “Palestinesi segregati”


Il Relatore speciale dell’Onu per i diritti umani nei Territori Occupati, Richard Falk, ha di nuovo scatenato l’Ira degli USA e del Canada che hanno chiesto le dimissioni di Falk nonostante il suo mandato finisca nel marzo 2014. La quasi totalità del Consiglio per i Diritti Umani, ha preso le difese di Falk mentre l’ambasciatore australiano in Israele lo ha definito “vergognoso”.

Falk è da tempo nel mirino di molti governi occidentali,  da lungo tempo, anche per aver dichiarato pubblicamente le proprie perplessità in merito all’attacco dell’11settembre alle Torri Gemelle. Inoltre, Falk, che pure e’  di origine ebraica, è stato accusato di antisemitismo e per questo espulso, nel 2012, dal team di Human Rights Watch, che ha promosso l’adozione di una risoluzione per rimuovere il relatore Onu dal suo ruolo. “Antisemita” poiché ha invitato pubblicamente a boicottare alcune aziende, come Motorola, Caterpillar e Volvo, che hanno legami commerciali con gli insediamenti israeliani in Cisgiordania e per altre ragioni riconducibili alla sua attività ispettiva nei Territori Occupati.

Nel rapporto finale, pubblicato lo scorso gennaio, sulla situazione dei diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati si parla di “segregazione e apartheid” del popolo palestinese: “Sfortunatamente Israele ha rifiutato anche una minima cooperazione in linea con il mandato del Consiglio ONU”, e’ scritto. A Falk, relatore speciale all’ONU, è stato impedito molte volte l’accesso nei Territori Occupati e nel dicembre del 2008 è stato anche espulso dallo Stato di Israele. “Questa umiliante non-cooperazione rappresenta una violazione dei doveri legali degli Stati membri, in quanto essi sono tenuti a facilitare tutte le missioni del Consiglio dei Diritti Umani, nonché dell’ONU in genere”.

Una parte del rapporto, “Corporate complicity in international crimes”, evidenzia che le aziende che operano negli insediamenti israeliani in Cisgiordania dovrebbero “assumere un comportamento più responsabile in rispetto ai recenti  obblighi formulati per le aziende, in conformità con il diritto internazionale e le linee guida per il commercio e i diritti umani”. Allo stesso tempo il relatore speciale non ha intenzione di condannare tali aziende di essere complici dei crimini internazionali che coinvolgono gli insediamenti dello Stato israeliano. Il rapporto vuole essere un monito per questo genere di attività commerciali in termine di reputazione e potenziali conseguenze legali per fare business in insediamenti illegali”.

Il documento fotografa in poco più di venti pagine la condizione dei Territori Occupati, denunciando la violenza smisurata dell’IDF, l’arresto e la tortura di minori, la repressione di qualsiasi movimento di protesta pacifico, l’esproprio di terreni, il muro di separazione. Tutto ciò rappresenta  “l’oppressione sistematica del popolo palestinese”.  Tra le raccomandazioni “si richiede che la Corte di Giustizia Internazionale esprima un parere in riguardo alla illegittimità della prolungata occupazione della Palestina e proibisca il trasferimento di un alto numero di persone dalla potenza occupante nei Territori Occupati. Si auspica una presa di posizione in merito al sistema amministrativo e legale, altamente discriminatorio”. Il rapporto conclude: “L’occupazione della Palestina possiede le inaccettabili e illegali caratteristiche del colonialismo, dell’apartheid e della pulizia etnica”.

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Il problema non è Matteo Renzi, è il Partito Democratico


Il problema non è Matteo Renzi, il problema è che il Partito Democratico, rappresentando a dir tanto un terzo dei votanti, ha vocazione da partito-Stato. No, non la Democrazia Cristiana, della quale è per molti versi calco ancor più che del PCI, ma ben di più; solo un gradino meno del PRI messicano o del baathismo iraqueno, rispetto ai cui modelli è però meno laico. Ovviamente vi sono differenze irriducibili tra la forza egemone del centro-sinistra italiano e un regime semiautoritario da un lato e una spietata dittatura dall’altro. Ma la volontà di essere strutturalmente al centro del quadro politico e l’imporre al paese la battaglia interna al partito stesso, come se questo coincidesse con le sorti del paese, sono identiche. Possono essere indicati molteplici episodi che allontanano per prassi politica il PD dalla tradizione liberal-democratica alla quale sostiene di rifarsi. La staffetta alla quale il paese sta assistendo stupita in questi giorni è solo l’ultimo episodio. Nessuno può spiegare il passo di Renzi in queste ore se non in due maniere: il fiorentino (ma Mitterand era ben altro) è nuovo nella comunicazione ma vecchissimo nella prassi; la classe politica intera lo costringe ad essere ultima trincea prima di un crollo sistemico.

Fatta la giusta tara, perfino la recente tradizione delle primarie, che a parole dovrebbe restituire potere agli elettori/militanti di base è stata sempre interpretata dalla classe dirigente del partito non come una competizione tra due o più opzioni (con la parziale eccezione di quelle di fine 2012 vinte da Bersani) ma in maniera confermativa del leader già designato, Prodi, Veltroni, lo stesso Renzi che ha sbaragliato a mani basse la vecchia nomenklatura: dei costosi bagni di folla propagandistici, mascherati da democrazia diretta.

Per quanto riguarda la classe dirigente, spogliandosi di nostalgie tanto per il PCI che per la DC, la nuova generazione ha fatto propria l’idea del mestiere della politica nel più deleterio dei modi: non militanza, ma carriera in un partito che era e resta per molti versi una scatola vuota, non post-ideologica ma opportunista e flessibile per tutte le stagioni. A ciò si aggiunga infine la viscerale volontà egemonica sul campo democratico. Alla fine l’unico sincero fu Walter Veltroni con la sua vocazione maggioritaria. Dopo la sconfitta della gioiosa macchina da guerra occhettiana, e dopo la caduta di Romano Prodi nel 1998, non c’è mai più stato spazio per una “gauche plurielle” di sorta e il PDS/DS/PD ha sparato a vista su ogni possibile compagno di strada, da Rifondazione Comunista a Italia dei Valori all’attuale SEL (senza dire delle accozzaglie arcobaleno o ingroiane), soggetti tutti fragili e con le proprie colpe ma spietatamente triturati dal “partito fratello” invece di essere coltivati per aprire una dialettica a sinistra con un mondo in movimento.

Ma il Partito Democratico di oggi, quello di Letta come quello di Renzi, dei movimenti non sa cosa farsene. È una leggera patina di progressismo unito ad un discorso modernizzante e rassicurante per chi è sconcertato dall’impresentabilità delle destre ma rifiuta il salto nel vuoto grillino. Patina e discorso servono ad occultare un conservatorismo sociale spesso bieco e nascosto dietro la foglia di fico degli equilibri interni, oltre alla difesa armata degli interessi delle classi dirigenti nazionali, dei centri di potere internazionali e del modello economico neoliberale. In un paese che semplicemente non funziona più Renzi garantisce più di Letta? O è ancora un augustolo prima del crollo? Perché Renzi ora?

È in questo contesto per molti versi apolitico che nasce il gioco di palazzo, incomprensibile all’opinione pubblica normale e a gran parte degli elettori democratici, che ha condotto al defenestramento del portatissimo Enrico Letta in favore del golden boy Matteo Renzi. Il Partito Democratico, quello stesso che dipende al Senato da alleati infidi - Scelta Civica, gli alfaniani, la non belligeranza evidentemente concordata con Berlusconi - ha offerto al paese lo spettacolo di un partito che si gioca ai dadi la presidenza del consiglio dei ministri, uno dei tre poteri dello stato, sulla base di una mera dinamica interna che passa al di sopra della democrazia rappresentativa.

Per vent’anni ci siamo illusi che il pericolo per la democrazia venisse da destra, dal satrapo di Arcore, dalla feccia razzista della Lega Nord pienamente integrata nel sistema. Quelle destre erano e sono un pericolo per la nostra convivenza civile, ma in modo grossolano e di per sé inconciliabile col nostro spazio geopolitico di riferimento, dove non è tempo di militari alla De Lorenzo, Borghese o Tejero. È una destra deleteria, impresentabile, indifferente alla democrazia, ma troppo volgare per il contesto europeo come testimoniarono i sorrisi tra Merkel e Sarkozy. Tutt’altro è l’impeccabile grammatica istituzionale del PD ritestimoniata dalla cialtroneria dell’impeachment grillino contro Napolitano. La force de frappe del partito nei social network e nei media tradizionali, in mancanza di spiegazioni politiche, ha puntato tutto sulla legittimità dell’operazione Renzi.

Oggi in Italia, lo abbiamo spesso detto in riferimento alle destre, è legittimo tutto quello che non è apertamente illegale, anche quando appaia politicamente indifendibile. Come silurare quasi dalla sera alla mattina quello che per 9 mesi è stato definito come l’unico governo possibile. E di passaggi indifendibili nella storia del PD e dei suoi predecessori ve ne sono ormai molti. Stiamo parlando di un partito (con i suoi antecedenti dell’ultimo ventennio) che, con l’eccezione degna di Romano Prodi, ha continuato a prescindere dalla volontà del corpo elettorale ogni volta che lo ha ritenuto utile ai propri fini. La lista è lunga e parte dal ripetuto appeseament verso Berlusconi infinite volte salvato, e al quale, Violante docet, scientemente è stato perdonato il macroscopico conflitto d’interessi. Ma c’è ben di più, anche detto dell’addomesticamento dello strumento primarie.

Oggi sappiamo bene che non fu tutta colpa di Fausto Bertinotti il disastro del ’98 che mise fine all’unica vera esperienza riformista della nostra storia. Come dimenticare il D’Alema pronto a cogliere l’occasione della vita per trasferirsi a Palazzo Chigi, occasione che, va da sé, dagli elettori non gli sarebbe mai stata offerta. In proporzione, in fondo, Renzi non ha fatto nulla di diverso da quello che fece John Major con Margaret Thatcher (e Letta non è Thatcher) nel novembre del 1990: scalato il partito, si prese anche Downing Street. Come non ricordare, tornando ai democratici, l’abuso della riforma del Titolo V della Costituzione che prestò per anni il fianco ad abusi ancor peggiori delle destre. E di nuovo non furono solo Mastella e Turigliatto a rendere la vita impossibile al secondo Prodi. La finta opposizione al Porcellum poi consentì anche al PD di disciplinare ogni dirigente mettendolo nella casellina giusta. L’Italicum concordato tra Renzi e Berlusconi è cartina di tornasole dell’utilitarismo che produrrà per l’ennesima volta una legge elettorale che serve alla politica ma non alla democrazia. Infine c’è l’allergia ai passaggi elettorali della stagione segnata in particolare dalla figura del tardo regno di Giorgio Napolitano. Il «non diciamo sciocchezze» rispetto al passaggio elettorale dimenticato da Renzi dopo essere sempre rivendicato come la via maestra resterà proverbiale. A Napolitano il terzo tradimento di Prodi, quello per il Quirinale, altro intrigo di palazzo tutto interno al PD, ha aperto la strada alla riconferma. Nel frattempo c’era già stato Monti e incubava Letta, entrambi dirigenti non votabili.
Per tutto ciò la foglia di fico è stata per anni la tecnocrazia, l’Europa, i parametri stabiliti altrove, un modello neoliberale appena da addolcire nella forma e indurire nella sostanza contro i nostri salari, le nostre scuole, la nostra salute. Di fronte a tutto ciò allora il problema non è Renzi, da più d’uno descritto come un lanzichenecco piovuto da chissà dove sull’idilliaco partito che fu di Rutelli e Binetti e che ancora è di Violante e tanti altri, compresi parecchi giovincelli. Anzi, in assenza di una vera opzione Tsipras nazionale, il sindaco uscente di Firenze è davvero un’ultima spiaggia, anche se solo per stomaci forti. Il problema è un partito post-democratico lanciato come una locomotiva alla conquista del palazzo per il potere in sé senza averne né la cultura né la forza.

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Un giudizio tombale che sviscera abbondantemente la tesi, per me sacrosanta, in base alla quale, il problema principale di questo Paese, da 20 anni a sta parte è il PD e il suo elettorato.

giovedì 27 febbraio 2014

Room for one more


Non male, quanto meno ora riesco ad ascoltarli, che paraculi sono sempre stati però, imbarazzante.

Ingroia vuole i soldi dai suoi ex alleati


Ognuno deve fare il mestiere per cui è portato. E se uno ha scelto di fare il magistrato, sarebbe ottimo che non si avventurasse in professioni troppo complicate per la sua mentalità.

Perché diciamo questa banalità? Perché l’ex pubblico ministero palermitano, Antonio Ingroia, ora avvocato, ha citato in giudizio i suoi vecchi alleati. L'ex leader di Rivoluzione civile ha presentato la sua richiesta al Tribunale civile di Roma, citando in causa Rifondazione comunista, Comunisti italiani e Federazione dei Verdi (non l'Italia dei Valori).

La ragione della richiesta sarebbe nelle spese sostenute nel corso della disastrosa campagna elettorale del 2013, al termine della quale la "coalizione" raccolse addirittura... il 2,2% alla Camera. La somma richiesta è una mazzata sulla testa di organizzazioni ormai al collasso: 896mila euro.

Sembra che tutti i "concorrenti" alla saga elettorale avessero sottoscritto un accordo secondo cui doveva esser costituito un fondo di 2,2 milioni di euro per fare fronte alle spese. L’Idv doveva versare 1 milione di euro, Rifondazione 600 mila, i Comunisti italiani 500mila e i Verdi 100mila.

Pare però che solo l’Idv di Antonio Di Pietro abbia saldato i debiti con Ingroia. Rifondazione sarebbe sotto di 300 mila euro, mentre i Comunisti italianinon hanno praticamente versato nulla (4mila su mezzo milione). E i Verdi? Sembra che abbiano pagato il dovuto. E allora perché?

Se serviva un'altra ragione per evitare di partecipare a "cartelloni elettorali" così contraddittori, beh, ce ne avete data una clamorosamente efficace...

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Che rabbinate madonna.

Nubi dense sul futuro a breve dell'Unione Europea

C'è un mismatch mostruoso tra la comprensione dei problemi vissuti dall'Unione Europea mostrata dagli analisti più seri e la riflessione politica nella “sinistra antagonista” (non parliamo poi di quella presente nella cosiddetta “sinistra radicale”, tutta e solo concentrata sulla “riformabilità” di questo ingranaggio distruttivo).

Abbiamo perciò scelto questo articolo di Adriana Cerretelli, da IlSole24Ore, che va a pescare in uno studio del think tank Bruegel per cercare di “anticipare le tendenze”. La cosa è abbastanza normale, in ambito internazionale. I think tank servono esattamente a questo: a disegnare scenari, attribuendogli un coefficiente di probabilità, in modo da supportare le decisioni dei policy makers. Si può discutere della credibilità degli indicatori adottati come riferimento principale, non della serietà e tantomeno dell'utilità – anche per noi antagonisti – di questi lavori. Stare immersi sempre nel “quotidiano”, nel corto raggio, non ci permette affatto di essere “a contatto con la realtà”. Al contrario, e possiamo ben dirlo noi che ci occupiamo indegnamente di informazione, la realtà tende a sfuggirci quanto più cerchiamo di aderirvi. I cambiamenti sono preannunciati da molti segni, certamente, ma una frazione infinitesima di quelli con cui veniamo letteralmente bombardati in ogni istante della giornata.

Cosa dice la ricerca del Bruegel? Che nel giro di un altro quinquennio – un attimo, nella storia umana e nella vita di tutti noi – potremmo trovarci in un situazione del tutto differente. E senza neppure evocare scenari catastrofici (scarsità di prodotti petroliferi, crisi finanziarie violente, guerre più consistenti di quelle euromediterranee degli ultimi venti anni, ecc).

Basterà la naturale evoluzione immanente al business as usual per far sì che l'Unione Europea attuale si venga a trovare in una situazione pericolosa. Basterà la crescita economica della Cina e degli altri “emergenti” cui abbiamo trasferito l'onere e il profitto della produzione manifatturiera a rovesciare le attuali gerarchie globali. E la stessa Eurozona – in ogni caso quasi una “superpotenza”, sebbene con armamenti assai inferiori a quelli dei principali “concorrenti” (Usa, Russia, la stessa Cina) – sarà relativamente meno importante di ora.

Tanto da mettere in discussione la sua stessa tenuta unitaria. La moneta unica, per esempio, è stata pensata e costruita – tramite le decine di patti e trattati che ci hanno costruito una gabbia intorno – “per stabilizzare il flusso degli scambi intra-comunitari nel mercato unico”. Ma a quella data – e in parte già ora, se si guarda ai flussi di esportazione dalla Germania – i traffici commerciali dei vari paesi saranno principalmente extra-Ue. Un'avvisaglia forte si trova già anche nelle preziose slide del Centro studi di Federmeccanica; persino l'Italia è già su questa strada.

Ma se i rapporti commerciali sono soprattutto con l'esterno, allora quella moneta – strutturata così com'è, funzioni della Bce comprese – diventa un problema. Crescente nel tempo.

Naturalmente tutto spinge per una “integrazione accelerata”, per raggiungere una “competitività” dell'intera area rispetto alla concorrenza. Sul piano economico e non solo. Ma questa accelerazione agisce anche nel senso di approfondire le differenze tra paesi, favorendo quelli più forti e solidi a scapito degli altri. Con ovvie e prevedibili conseguenze sociali.

Non ci soffermiamo sui numeri, che come in tutti gli scenari sono “ballerini” e risultanti da un'infinità di variabili. Ma il quadro d'insieme dovrebbe aiutare a riflettere. Soprattutto quanti, finora, all'idea-forza “rompere l'Unione Europea”, hanno contrapposto soltanto una giaculatoria di frasi fatte contro il “sovranismo”, i pericoli del nazionalismo, ecc. Tutti rischi veri, ma indirizzati verso il bersaglio sbagliato. È la stessa Unione Europea a interrogarsi pesantemente sulle condizioni e le caratteristiche del suo “farsi”, sui paletti entro cui il disegno complessivo può aver successo (ovvero creare un “competitore imperialista” forte abbastanza da confrontarsi internazionalmente) oppure retrocedere su obiettivi meno ambiziosi (un'”Europa tedesca”, che tiene insieme soltanto le aree – non necessariamente gli Stati nazionali attuali – compatibili o funzionali per le filiere produttive teutoniche, mentre lascia al loro destino quelle più deboli o “meno competitive”).

Farsi le domande su questa “costruzione costrittiva”, insomma, non è affatto una manifestazione di nostalgia per il passato (la “liretta” buona per fare svalutazioni competitive); è semplicemente un dovere militante, che obbliga a usare più la testa che le mani o i piedi. Che tornano utilissimi, per manifestare l'esistenza di un'opposizione sociale molto determinata, certo. Ma ragionare e camminare sono due disposizioni “naturali” negli esseri umani. Per chi non è pigro o “mono”, almeno.

Si tratta "semplicemente" di uscire dal "pensiero unico" per cui le alternative sono sempre e soltanto due: o si "sta dentro" (e si schiatta) o si "sta fuori" (e si schiatta lo stesso).

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Se l'Italia rischia di perdere il posto al G-7
di Adriana Cerretelli

E se dopo aver bene o male digerito gli stress provocati da un quinquennio di crisi finanziaria e struttural-debitoria, l'euro si ritrovasse presto tramortito da uno shock commerciale, cioè da nuove spinte centrifughe scatenate dai radicali cambiamenti in atto nei flussi degli scambi internazionali come nella produzione di ricchezza? E se la Cina, con lo yuan ormai convertibile, si ritrovasse seduta tra i membri di Fmi e G-7 dal quale però fossero stati espulse, per sopravvenuta mancanza di requisiti, Italia, Gran Bretagna e Canada?

Non è fantapolitica e nemmeno un'ipotesi a lunga scadenza. È lo scenario molto plausibile del 2020: tra 6 anni, dopodomani. Si ricava rielaborando le tendenze osservate nell'ultimo decennio e proiettandole nel prossimo, in toto o anche soltanto in parte: lo hanno fatto due ricercatori del think tank Bruegel, Jim O' Neill e Alessio Terzi. Con risultati magari discutibili ma di sicuro impressionanti.

Tra gli anni '60 e il 2000 la quota di Europa e Stati Uniti nel Pil mondiale si è mantenuta intorno al 65%, quella del Giappone al 10%. Ancora nel 1994 la fetta della Cina non arrivava al 3% ma tutto cambia nel 2001, con il suo ingresso nella Wto.
In dieci anni Pechino "scatta" di oltre 5 punti percentuali, Tokyo ne perde più di 4, l'Occidente più di 10 (9,12 gli Stati Uniti. 1,21 la Ue), cioè più di quanto aveva perso nei precedenti 40 anni messi insieme. La dislocazione della crescita economica a livello globale si riflette inevitabilmente sui flussi commerciali. Grazie a un aumento del 23,2% annuo degli scambi, la quota della Cina nel commercio mondiale nello stesso periodo supera quelle di Gran Bretagna, Giappone e Germania e sale di 5,4 punti percentuali. I Paesi industrializzati Ocse lasciano ben 12 punti sul terreno.
Partendo da questi cambiamenti radicali, lo studio di Bruegel proietta all'orizzonte 2020 un mondo ancora diverso dove l'Europa che, con il 33% del totale, resta tuttora il più grande blocco commerciale del mondo, scenderà al 25%, tallonata dalla Cina ma battuta dal pianeta degli emergenti (34%). La Cina da sola si lascerà alle spalle gli Stati Uniti.
Il grande smottamento globale della ricchezza e del commercio, che inevitabilmente imporrà un cambiamento anche negli equilibri della governance mondiale, se ne trascina dietro un altro, tutto europeo.

Ancora nel 2000 la quota prevalente del commercio tra i paesi dell'euro era intra-Ue. Nel caso di Germania e Italia già nel 2009 risultava sotto il 50% del totale. Se ancora l'anno scorso la Francia era il primo partner commerciale della Germania, nel 2020 lo sarà la Cina, che diventerà anche il secondo partner della Francia. Nel caso dell'Italia, Berlino e Parigi resteranno primi in classifica, con il resto dell'attenzione diretta più sui mercati emergenti che su quello cinese.
Ma che cosa succederà alla coesione interna dell'euro, la moneta creata per stabilizzare il flusso degli scambi intra-comunitari nel mercato unico, quando l'interscambio dei suoi Paesi membri avverrà sempre più fuori area e sempre meno dentro? Sotto certi aspetti diminuiranno i vantaggi offerti dalla moneta comune e al tempo stesso aumenterà la sua esposizione a possibili shock asimmetrici, questa volta di matrice commerciale.
Come governare allora questo cambiamento strutturale e come conciliarlo con la necessità di rafforzare integrazione e coesione politica ed economica dentro alla moneta unica, per lasciarsi alle spalle il quinquennio di crisi, quando si aggiungeranno nuove divergenze da ripianare nella gestione degli interessi nazionali in campo?

«Non c'è dubbio che la spinta all'integrazione rischia di affievolirsi» risponde O' Neill. «L'Europa è stata costruita in modo statico. In un mondo che cambia rapidamente ci vogliono invece sistemi flessibili, altrimenti non si sopravvive». Opposto il parere di Guntram Wolff, direttore di Bruegel: «Proprio l'aumento della concorrenza della Cina indurrà la Germania a integrarsi di più nell'euro e nell'Europa, dove produrre per esportare a Pechino. Per questo un'Europa stabile è nel suo interesse. E poi negoziare sulla scena globale con una sola voce, europea, è meglio che farlo da Berlino o da Parigi».
Già, perché i nuovi equilibri di forza che si stanno creando, renderanno improcrastinabile la scelta di presentarsi nelle assise internazionali con un volto solo: quello dell'eurozona o dell'Unione. Addio dunque ai seggi nazionali, almeno così vorrebbe la logica. Addio di sicuro al nostro posto nel G-7 «perché già oggi l'economia italiana è un quarto di quella della Cina che nel 2020 potrebbe surclassarla di 6-7 volte». Stesso destino per Gran Bretagna e Canada. Davvero?

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Siria/Libano, tra raid aerei israeliani ed escalation della guerra civile

I ribelli siriani caduti nell’imboscata delle truppe governative, foto AP
Non conosce soste la guerra civile siriana, con un bilancio di centinaia di morti al giorno, molti dei quali civili innocenti. L’esercito governativo e le milizie alleate, a cominciare da quelle libanesi di Hezbollah, si dicono pronti a contrastare l’offensiva che starebbero per lanciare le formazioni jihadiste e ribelli che operano nel sud del Paese e che, attraverso la frontiera con la Giordania, starebbero ricevendo armi pesanti e aiuti.

Ieri i militari siriani hanno teso una trappola a un folto gruppo di combattenti anti-Assad nei pressi di Utayba, a Ghouta Est, non lontano da Damasco. Il numero di ribelli  e jihadisti uccisi varia tra 132 e 175. Altri 140  miliziani sono dispersi mentre una sessantina sarebbero riusciti a fuggire. Un esito che è stato esaltato dai media vicini al regime di Bashar Assad come una vittoria di enormi proporzioni, che avrà riflessi decisivi sulla battaglia in corso nella regione di Qalamoun dove le forze governative circondano la cittadina di Yabroud, ultima roccaforte dell’opposizione armata in una fascia di territorio tra Damasco, la frontiera con il Libano e la città costiera di Latakiya, considerata strategica per l’esito del conflitto.

Secondo le fonti governative, i miliziani uccisi erano in gran parte stranieri – sauditi, giordani e ceceni –, entrati poche ore prima dalla frontiera con la Giordania per unirsi ai ribelli proprio nella zona di Qalamoun. Le fonti dell’opposizione, come l’Osservatorio siriano per i Diritti Umani (Osdu), invece hanno comunicato che gran parte degli uccisi  erano siriani. Ieri l’Osdu ha riferito anche che dall’inizio dell’anno circa 3.300 persone sono rimaste uccise nella faida tra forze qaediste nel nord della Siria, in combattimenti che vedono contrapposti in particolare lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isil), che opera anche nel vicino Iraq come emanazione di Al Qaida, e altre formazioni islamiche, tra le quali il Fronte al Nusra, che la stessa Al Qaida ha riconosciuto come propria branca in Siria. Tra gli oltre 3 mila morti ci sono 281 civili, vittime di attentati compiuti con autobombe e di esecuzioni sommarie.

Hezbollah sta impegnando molti uomini nella battaglia di Yabroud, che ritiene decisiva anche per le vicende interne libanesi. L’intelligence del movimento guidato da Hassan Nasrallah afferma che gran parte delle autobombe usate nei recenti attentati kamikaze compiuti nei quartieri a maggioranza sciita a sud di Beirut, sarebbero state inviate proprio da questa cittadina siriana accanto alla frontiera e passate per Arsal, la roccaforte sunnita nella Valle della Bekaa.

Ieri dopo un silenzio durato 48 ore Hezbollah ha confermato che cacciabombardieri israeliani, lunedì sera, hanno colpito proprie postazioni lungo il confine tra Libano e Siria. Più di tutto ha avvertito che «sceglierà il momento e i luoghi giusti per fare una rappresaglia». L’attacco, è scritto nel comunicato diffuso da Hezbollah, «è un’aperta aggressione contro il Libano, la sua sovranità e non solo contro la Resistenza… non rimarrà senza una rappresaglia». Si intravedono nuovi scenari di guerra, che si aggiungono alla crisi siriana che già incombe sul Libano.

I raid israeliani, secondo alcuni giornali di Beirut, avrebbero preso di mira due automezzi pesanti provenienti dalla Siria, uno dei quali trasportava missili e l’altro piattaforme di lancio. La stampa parla anche di quattro guerriglieri uccisi, ma Hezbollah non conferma. Si tratta del primo attacco israeliano dentro il territorio libanese dall’inizio della guerra civile siriana. In precedenza l’aviazione di Tel Aviv aveva compiuto raid simili ma sempre in territorio siriano. Da parte sua Tel Aviv fa sapere, attraverso il quotidiano Haaretz, di essere già in possesso dei piani di ritorsione del movimento sciita che potrebbe tentare di colpire «figure israeliane di spicco».

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Man on the Moon


Scontri in Crimea, la Nato minaccia, Mosca allerta le truppe


Si fa sempre più ingarbugliata e tesa la situazione in Ucraina dopo la vittoria delle forze di destra e nazionaliste che rischiano di far letteralmente deflagrare il paese, spaccato ormai da contrapposizioni politiche ma anche etnico-religiose.

Questa notte uomini armati hanno preso possesso del parlamento e della sede del governo della Crimea a Sinferopoli, capoluogo di questa repubblica autonoma in Ucraina, ed hanno issato la bandiera russa sugli edifici, piazzando barricate davanti agli ingressi.
Il ministro degli Interni ad interim ucraino, Arsen Avakov, ha immediatamente annunciato la messa in stato di allerta di tutta la polizia, forze speciali comprese.
Già ieri migliaia di pro-russi e sul fronte opposto di aderenti a organizzazioni islamiche o liberali pro-Kiev si sono radunati davanti al parlamento della regione. Nonostante la forte presenza di polizia ci sono stati momenti in cui i due schieramenti sono venuti a contatto e ne sono nati scontri che hanno provocato una trentina di feriti e, secondo alcune fonti, due morti: una persona colpita da attacco cardiaco e un'altra schiacciata dalla folla.
In piazza a favore del governo di Kiev sono scesi soprattutto esponenti della comunità dei tartari, che al grido di ‘Ucraina, Ucraina’ e ‘Maidan’ hanno provato ad assaltare l’edificio del parlamento regionale al cui interno si svolgeva una sessione dedicata alla nuova situazione politica. All'interno della comunità Tatara e di altre minoranze turcofone e islamiche operano gruppi che hanno combattuto in questi anni contro la Russia in Cecenia e in Afghanistan, e che potrebbero concentrare i propri sforzi in Ucraina.

Sul fronte politico ieri sera l'assemblea di Piazza Maidan ha dato l’ok alla formazione di un nuovo governo – definito di ‘Unità Nazionale’ ma che in realtà include solo le forze filo-Ue – che sarà guidato dal Arseni Yatseniuk, leader del partito Patria (Batkivschina) e stretto collaboratore di Yulia Tymoshenko. Yatseniuk, ex ministero degli esteri e capo del parlamento, dovrà ora essere nominato dal parlamento a capo dell’esecutivo che traghetterà il paese fino alle elezioni del 25 maggio. La piazza ha accettato la nomina a vice primo ministro del medico Olga Bogolomets, e dell’attivista Dmitri Bulátov che dovrebbe diventare ministro dello Sport e della Gioventù.

Scrive La Stampa a proposito: "Tra i nomi dei candidati del nuovo governo letti sul palco di Maidan, figurano poi quello del diplomatico di carriera Andrei Deshizia per gli Esteri (fino ad oggi rappresentante speciale del presidente Osce per i conflitti congelati nell’ex Urss) e quello della giornalista-militante Tatiana Chornovol (picchiata brutalmente a Natale) per l’ufficio anticorruzione. Il deputato Andrei Parubiy (del partito di Timoshenko), uno dei comandanti dell’insurrezione, è stato messo a capo del consiglio sicurezza e difesa, e uno dei suoi vice dovrebbe essere il leader della formazione estremista 'Settore destro' Dmitro Iarosh: un nome imbarazzante, tanto che una delle persone sul palco ha chiesto allo speaker di non leggerlo. Come ministro per l’integrazione europea è stato proposto l’ex ministro degli esteri durante la presidenza Iushenko, Boris Tarasiuk, anche lui in fama di filo americano come Deshizia".

La piazza ha anche deciso il varo di una Commissione delle Epurazioni che si occupi della punizione e della destituzione dei funzionari ritenuti vicini a Yanukovich e colpevoli di corruzione o della repressione violenta delle manifestazioni.

Ieri il presidente russo Vladirmir Putin ha ordinato la messa in stato d’allerta dell’esercito nelle regioni russe al confine con l’Ucraina. Da parte sua la Nato ha annunciato che non potrà non intervenire in caso di ‘internazionalizzazione’ della crisi nella repubblica ex sovietica.
“Sulla base di un ordine del presidente della Federazione Russa le forze del Distretto Militare Occidentale sono state messe in stato d’allerta alle 14” ha informato ieri il ministro della Difesa di Mosca, Sergei Shoigu. Il distretto militare occidentale russo ha la propria base a San Pietroburgo e copre le regioni di frontiera con Finlandia, Paesi Baltici e Ucraina. Inoltre il ministro delle Finanze russo, Sergei Storchak, ha segnalato che non sono più in corso le conversazioni multilaterali per la formalizzazione di un pacchetto di aiuti finanziari diretti all’Ucraina.
“Diamo per scontato che tutti i paesi rispettino la sovranità e l’indipendenza e l’integrità territoriale dell’Ucraina e questo è un messaggio che abbiamo inviato a chi di dovere” ha detto ieri il segretario generale della Nato Rasmussen. “Siamo pronti per continuare con il nostro coinvolgimento in Ucraina e domani terremo una riunione della Commissione Ucraina-Nato” ha proseguito il capo dell’alleanza atlantica, ricordando che nel 2008 nel vertice di Bucarest si stabilì che Kiev dovesse entrare nella Nato una volta raggiunti i criteri necessari.

L’Alleanza dovrebbe presentare alla riunione di oggi una dichiarazione nel quale si ringrazia l’esercito ucraino per non essere intervenuto contro i manifestanti e si riaffermi l’appoggio della Nato alle ‘riforme’ da tempo chieste all’Ucraina, soprattutto nel settore della Difesa. La Nato si dice sicura che Mosca non interverrà militarmente nelle regioni orientali del paese e non procederà all’occupazione della Crimea perché ciò innescherebbe uno scenario definito ‘molto preoccupante’. “Abbiamo a disposizione molte forme di rappresaglia senza dover arrivare a scambiarci colpi di cannone” hanno minacciato fonti anonime della Nato.

Intanto nella Repubblica autonoma della Crimea si accentua lo scontro tra la parte della popolazione che chiede l’unione con la Russia e alcune minoranze che invece vi si oppongono. Il territorio russo della Crimea fu accorpato all’Ucraina dal leader sovietico Nikita Kruscev nel 1954, ma a Sebastopoli Mosca ha sempre mantenuto attraccata la sua flotta nel Mar Nero.

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