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venerdì 31 gennaio 2014

False flag in Parlamento

Le operazioni False Flag (bandiere false) sono parte dell'armamentario operativo dei servizi segreti statunitensi nella destabilizzazione di uno Stato nemico. Tali operazioni consistono soprattutto nel mischiare le carte e i segni distintivi nella gestione delle operazioni. Esempio: travestirsi da movimento di sinistra per destabilizzare un governo di sinistra oppure da movimento di destra per destabilizzare un governo di destra (un caso questo assai più raro nella storia dei servizi segreti Usa).

Nel Parlamento italiano abbiamo assistito ad una operazione, politica in questo caso, di False Flag. I parlamentari del Pd dopo aver votato una legge schifezza che regala 7 miliardi alle banche ed “aver fatto argine” a ceffoni contro i deputati del M5s, hanno intonato Bella Ciao, una canzone bellissima e identificante per tutto il popolo della sinistra nei momenti più difficili. La si sente nella piazze quando bisogna “fare corpo” per fronteggiare le cariche della polizia oppure nei passaggi più delicati di una manifestazione antifascista in cui è bene che tutti si stringano fra loro per superarli senza lasciare nessuno indietro.

Quella canzone, cantata in un contesto in cui il fattore “fascista” era quello determinato dalla presidenza della Camera e non certo quello dei deputati cinquestellati, deve ritenersi un insulto, soprattutto se intonata da coloro che stanno legittimando e coprendo i fattori di fascismo dentro la dialettica politica e istituzionale nel nostro paese.

Come è noto non abbiamo particolare simpatia per Grillo e i suoi supporter, ma il contesto e le conseguenze di quanto è avvenuto e avverrà in Parlamento, rendono del tutto false e improprie – bandiere false appunto – le accuse di squadrismo contro i deputati del M5S mosse dal Pd e dai loro consimili che oggi rimbalzano e si ripetono ossessivamente su tutta la stampa mainstream, anzi, di regime.

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Danimarca in rivolta contro Goldman Sachs


C'è del marcio in Danimarca, ma anche una speranza di riscossa. Il paese scandinavo è uno dei più tranquilli d'Europa. Il capitalismo, lì, non è messo in discussione quasi da nessuno, la protezione sociale è ancora forte, i salari abbastanza alti (alle spalle hanno la Germania, di fronte Svezia e Norvegia), la crisi ancora non si è affacciata.

Però il governo è andato in crisi sotto la pressione di un'autentica rivolta popolare. Sorprendente, vero?

Un po' meno stupefacente se si tiene conto del motivo scatenante: Goldman Sachs voleva papparsi il settore energetico del paese, promettendo – manco a dirlo – “una riduzione delle tariffe”. Ma non sembra essere stata molto convincente, forse perché lì le regole del capitalismo le conoscono meglio. E sanno bene come vanno a finire certe cose...

La società energetica Dong – una utility, nel gergo attuale – stava per cede una quota rilevante alla più grande banca d'affari del mondo, quel colosso statunitense che molti considerano l'epicentro del terremoto finanziario globale degli ultimi anni. Il governo aveva approvato l'operazione, ma una parte rilevante dell'esecutivo si è opposto. Annette Vilhelsem, ministro degli affari sociali e dell'integrazione, leader del Partito popolare socialista (il governo danese, guidato dalla socialdemocratica Helle Thorning-Schmidt, è composto da una coalizione di tre partiti, ma senza maggioranza in Parlamento) è uscita dall'esecutivo insieme agli altri membri del suo partito.

Per ora non verranno a mancare i loro voti, ma ovviamente la tenuta dell'esecutivo è diventata assai precaria, visto che si regge soprattutto sugli “appoggi esterni”.

Dong Energy è un'impresa quotata in borsa, ma la cui golden share è in mano allo Stato (un po' come Enel, Eni e Finmeccanica qui da noi). Goldman Sachs ha avanzato un'offerta per prendere il 19%; appena un miliardo di euro a fronte di 9 miliardi di ricavi nel 2012. Ma a pesare negativamente è stato soprattutto quel codicillo che concede all'”amerikano” il diritto di veto su decisioni societarie sgradite. Una clausola decisamente “originale”, che concede in pratica il timone dell'azienda a un socio di minoranza; per di più privato e non pubblico.

La “sollevazione popolare” è stata molto virtuale, ma pesante: quasi 200.000mila firme, su poco più di 5 milioni di cittadini, contro questa vendita. Soprattutto, i sondaggi davano i due terzi di contrari, favorevoli invece al mantenimento della “danesità” di Dong; quanto basta a sfiduciare completamente il governo.

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La Germania. "Troppo grande" per non avere una politica militare


Alla vigilia dell'annuale Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, un appuntamento rilevante nell'agenda della politica militare europea ed atlantica, il ministro degli esteri tedesco, il “socialdemocratico” Steinmeier, ha rilasciato una importante e inquietante intervista alla Suddeutsche Zeitung. “I principali conflitti del mondo si spostano sempre più vicino all'Europa e le loro conseguenze si fanno sentire immediatamente in Germania" ha detto Steimeier, che poi ha precisato: “La Germania è troppo grande per limitarsi a commentare la politica globale”.

Steinmeier ha sottolineato anche la crescente aspettativa che compete alla Germania insieme con la propria forza economica. A marzo dello scorso anno, era stato l'allora ministro tedesco della Difesa Thomas de Maizière a dichiarare molto esplicitamente che: “Siamo in grado, e in un certo senso abbiamo anche il dovere di far sentire il nostro impatto”.

All'inizio di questa settimana , l'attuale ministro della Difesa Ursula von der Leyen aveva annunciato un maggiore impegno della Germania nelle aree di crisi e, quindi, una partecipazione della Bundeswehr alle operazioni in corso e previste dall'Unione Europea in Mali e in Africa Centrale.

In una recente intervista allo Spiegel online, la ministra della Difesa tedesca von der Leyen ha sottolineato i teatri di crisi che la Germania percepisce come problematici, e in modo molto particolare l'Africa sulla quale si vanno definendo e concentrando gli interventi militari delle forze armate dell'Unione Europea.

“Non si tratta di interessi tedeschi, si tratta di interessi europei. L'Africa è il nostro vicino diretto. Lo Stretto di Gibilterra, fa si che i due continenti siano solo a 14 chilometri uno all'altro. Se gran parte dell'Africa fosse destabilizzata, potrebbe esserci gravi conseguenze per noi”. Ma di cosa si preoccupa e a che cosa ambisce dunque la Germania in Africa? “Il continente rappresenta un'opportunità per l'Europa. Molti paesi africani di oggi hanno mostrato un grande miglioramento e hanno dimostrato che la stabilità e la crescita sono possibili. Un boom dell'Africa è un'opportunità, soprattutto per un paese come la Germania che è forte nelle esportazioni” ha chiarito il ministro della Difesa tedesco.

Un crescente protagonismo della Germania sul piano della politica militare e dell'interventismo a livello internazionale, non può che avere ripercussioni sull'accelerazione dei progetti sulla Difesa nell'Unione Europea. Fino ad oggi su questo si sono registrate spesso resistenze e riluttanze, ma i tempi stanno cambiando, ed anche molto rapidamente.

La Gran Bretagna, che pure è stata parte del vertice sulla Difesa del 1998 (l'accordo di St. Malo), “oggi respinge i vincoli dell’Ue in tutti i suoi aspetti, compresi quelli relativi alla difesa comune” scrive il sito specialistico “Affari Internazionali”. La Francia, al contrario, continua invece a ritenere una priorità nazionale l’esercizio del potere militare, anche in totale autonomia, come dimostrato in Libia, nel Mali e oggi nella Repubblica Centroafricana.
Il vero ostacolo alla stabilizzazione di una Difesa Europea fino ad oggi era rappresentato, più che dai no della Gran Bretagna, proprio dall'atteggiamento della Germania. Con i governi di Angela Merkel, Berlino ha sempre di più accentuato il suo atteggiamento di “leader riluttante” sui temi della difesa, rifiutandosi di cooperare in tutte le più recenti missioni militari avviate sia all’interno che all’esterno della cornice istituzionale dell’Ue. Eppure la Germania già oggi dispone di un’industria militare che impiega circa 80 mila dipendenti, è la terza esportatrice mondiale di armamenti dopo Stati Uniti e Russia. Dal 2011 il governo tedesco ha dato il via libera anche alle esportazioni militari un po’ dappertutto per un valore superiore ai dieci miliardi di euro.

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Le uscite tedesche in senso militarista, se troveranno sbocco reale, cozzeranno presto o tardi con la spiccata intraprendenza francese nel medesimo ambito. All'orizzonte potrebbero, dunque, profilarsi scenari estremamente simili a quelli dell'inizio del '900, in cui il bello e il cattivo tempo militare nel Vecchio Continente lo facevano gli eserciti tedesco e francese.
Volete vedere che l'UE, se non collassa sotto le spinte centrifughe di un'unione monetaria dissennata, potrebbe farlo sotto l'impeto delle bocche da fuoco dei due storici contendenti?

Bella senz'anima


Bella senz'anima. Il titolo del brano cult di Riccardo Cocciante ben descrive la 29enne bionda americana Scarlett Johansson, da qualche tempo volto dell'azienda israeliana Sodastream. Prima la giovane diva di Hollywood ha reagito con un secco «no» alle proteste di gruppi internazionali che le chiedevano di rinunciare a pubblicizzare la Sodastream, azienda israeliana che produce apparecchi per realizzare bibite gasate in casa con 25 stabilimenti tra cui uno a Maaleh Adumim, immenso insediamento colonico nella Cisgiordania palestinese occupata.

Ora Johansson ha deciso di dare l'addio alla sua missione di ambasciatrice dell'organizzazione umanitaria Oxfam, attività che svolgeva dal 2005, perché l'ong ha criticato la sua scelta di fare da testimonial a una azienda che opera in violazione del diritto internazionale. «Dimissioni» prontamente accolte da Oxfam. «Abbiamo accettato la decisione di Scarlett Johansson di non ricoprire più il ruolo di ambasciatrice dopo otto anni... Il ruolo di promozione della azienda Sodastream è incompatibile con quello di ambasciatrice mondiale per Oxfam... che si oppone a tutti gli scambi commerciali con le colonie israeliane, illegali in virtù del diritto internazionale», ha comunicato l'ong di Oxford.

Eppure sia la Johansson - che pare intenzionata a competere con gli ultranazionalisti israeliani nella difesa della colonizzazione dei Territori palestinesi occupati -, che l'azienda respingono le critiche sostenendo che il progetto sarebbe volto ad «avvicinare» palestinesi e israeliani. «L' unicità di Sodastream - spiega con candore Daniel Birnbaum, l'amministratore delegato - è nella sede che si trova in Cisgiordania, nell'area C (il 60% del territorio palestinese sotto il totale controllo dell'occupante, ndr). Siamo in grado di assumere persone di ogni tipo: palestinesi al fianco di arabi israeliani ed ebrei israeliani. Lavorano insieme in pace e armonia e siamo molto orgogliosi di contribuire a nostro modo alla coesistenza e, speriamo, alla pace di questa regione». Commovente. La realtà è ben diversa da questo quadretto idilliaco fatto da Birnbaum.

Sodastream finanzia Maale Adumim contribuendo con le tasse alle casse comunali poi utilizzate per sostenere lo sviluppo della colonia. L'azienda mette insieme operai israeliani e palestinesi ma questi ultimi, secondo gli attivisti del boicottaggio delle colonie, anche israeliani, sono impiegati a condizioni di lavoro molto più sfavorevoli.

La bella Scarlett questi "particolari" preferisce ignorarli e nei giorni scorsi, riaffermando la sua piena collaborazione con Sodastream, ha spiegato di aver accettato l'offerta dell'azienda israeliana proprio perché «promuove la pace e la coesistenza».

Lo spot è stato bocciato, per tutt'altri motivi, anche al Superbowl americano. Fox, l'emittente televisiva che trasmetterà la finale del campionato della National Football League, ha annunciato che non manderà in onda la pubblicità. Ai vertici della tv non è piaciuta la frase finale dell'attrice - «Scusate Coke e Pepsi» - che sottintende una superiorità del prodotto Sodastream verso el concorrenti Coca Cola e Pepsi senza però fornire alcun dato, in violazione delle regole previste negli Usa per la pubblicità comparativa.

All'azienda israeliana legata alle colonie in ogni caso è andata bene perché il «no» della Fox ha fatto impennare le visualizzazioni (5 milioni) dello spot su YouTube. A rimetterci è stata lei, Scarlett Johansson. Certo il contratto pubblicitario è da favola ma la sua credibilità è al punto più basso. «...Tu mi rimpiangerai, bella senz'anima», cantava sempre Cocciante. E comunque ci piace di più la vecchia cara idrolitina.

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Il Fmi ai giudici spagnoli: “chiudete un occhio sui licenziamenti collettivi”

La dittatura della troika sui Pigs si fa sempre più invadente e stringente. L’ultimo esempio viene dalla Spagna, paese tra i più colpiti dalla cura a base di tagli e austerity imposta negli ultimi anni da Fmi, Banca Centrale e Commissione Europea: disoccupazione al 27%, decine di migliaia di sfratti, povertà in aumento vertiginoso.

Incredibilmente, in questo clima, martedì scorso lo stesso Fondo Monetario di Christine Lagarde è intervenuto per raccomandare ai magistrati spagnoli di non essere troppo rigidi nel giudicare i licenziamenti collettivi nel settore privato. L’istituzione finanziaria ha raccomandato sì al premier Rajoy di aumentare le protezioni previste per i lavoratori a tempo determinato, ma soprattutto ha chiesto ai tribunali spagnoli di non intralciare le imprese nel momento in cui vogliono licenziare.
Dal FMI è venuto anche un forte apprezzamento per la riforma del lavoro varata nel 2012 dal governo – Il PP ringrazia – e che ha provocato una impennata senza precedenti di licenziamenti, tagli salariali e di diritti. “La riforma introdotta nel 2012 promette un miglioramento significativo nel funzionamento del mercato del lavoro riducendo il dualismo, la rigidità salariale e la mancanza di flessibilità interna delle imprese” afferma il Fmi secondo il quale ‘riforme’ simili andrebbero estese a tutto il continente. Addirittura l’istituzione guidata da Lagarde considera che a causare l’aumento esponenziale della disoccupazione negli ultimi anni sarebbe stato “l’eccessivo aumento dei salari” che il crollo delle retribuzioni a partire dal 2010 ha solo in parte ridotto. Il Fmi afferma anche che in Spagna il costo di un licenziamento ingiustificato per un’azienda si aggira intorno a 33-45 giorni per anno lavorato (si parla di lavoro a tempo indeterminato), il che sarebbe troppo alto rispetto a una media continentale di 21 giorni. D’altra parte a Madrid il licenziamento ingiustificato di un lavoratore a tempo determinato costa solo 9 giorni. Un divario eccessivo, secondo il Fmi, che ‘consiglia’ di ridurre la forbice.

Le ingerenze della Lagarde sono state apprezzate dalla destra e dai liberali spagnoli, ma non dalla parte più progressista della magistratura. Il FMI “vuole convertirsi in una divinità da adorare in maniera obbligatoria” ha accusato il portavoce dell’associazione “Giudici per la democrazia”, Joaquim Bosch, secondo il quale l’organo internazionale vuole sopprimere il controllo del potere giudiziario in materia di lavoro e promuovere il ritorno a relazioni lavorative ottocentesche. “Vogliono che i nostri tribunali agiscano rispettando obiettivi economici prefissati senza tener conto dei diritti delle parti coinvolte nei procedimenti aperti sui licenziamenti” spiega Bosch secondo il quale “le persone non possono essere trattate come merci totalmente assoggettate alle leggi di mercato”. Il portavoce di Giudici per la democrazia indica che i magistrati devono essere rispettosi solo della legge e dei principi costituzionali e non delle esigenze delle imprese e che la divisione dei poteri, così come l’indipendenza della magistratura, sono fondamentali in uno stato di diritto. “E’ assurdo che il Fmi presenti come soluzioni di tipo tecnico e inevitabile ricette che in realtà sono di tipo ideologico, frutto di una visione di parte delle relazioni economiche” ha accusato di nuovo Bosch che respinge le pressioni della Lagarde e la sua pretesa che i tribunali spagnoli agiscano secondo il suo volere.

In realtà, a vedere i dati degli ultimi anni, i magistrati spagnoli non sono stati poi così severi nei confronti delle imprese che hanno avviato licenziamenti collettivi, in alcuni casi neanche alle prese con seri problemi di profitto o con una crisi che giustificasse il taglio della pianta organica.
Sono state infatti ben 45 mila le imprese spagnole che hanno chiesto e ottenuto l’avvio degli Ere (Expedientes de regulación de empleo, procedimenti propedeutici alla cessazione del rapporto di lavoro) dal febbraio del 2012, quando è entrata in vigore la ‘riforma del lavoro’ di Rajoy, al novembre del 2013. Tanti, in 21 mesi (per un totale di 800 mila lavoratori e lavoratrici) quanti se ne erano avuti nei 48 precedenti, a dimostrazione di quanto le nuove leggi in materia imposte dal Partito Popolare – sotto dettatura della Troika – facilitino i licenziamenti rendendoli più veloci e meno costosi.

La promessa di Rajoy e della Ceoe, la confindustria spagnola, era stata che aumentando la flessibilità del mercato del lavoro si sarebbero create più occasioni. In realtà è avvenuto esattamente il contrario: gli imprenditori hanno approfittato delle nuove leggi su misura per licenziare lavoratori che avevano un contratto a tempo indeterminato e per coprire poi una parte delle carenze di organico con lavoratori assunti con contratti ‘spazzatura’ oppure completamente al nero. Altro che “Europa dei diritti”.

Scriveva pochi giorni fa sul Corriere della Sera Andrea Nicastro, a proposito di ‘flessibilità in chiave spagnola”:  “L’alternativa che l'anno scorso la Nissan ha dato ai sindacati spagnoli era in stile Electrolux: mille nuove assunzioni con il 40% di stipendio in meno oppure mille licenziamenti. Per l’azienda si trattava di decidere dove costruire un nuovo modello d’auto a prezzi competitivi. Aveva l’intera Europa low cost in cui scegliere: dalla Polonia all’Ungheria, dalla Serbia alla Lituania. (...) Legge alla mano la Nissan non avrebbe avuto ostacoli ai licenziamenti. Altro che articolo 18. Nel regno iberico basta prevedere un calo di fatturato per inviare le lettere. Così le principali sigle sindacali, Comisiones obreras e la Union general de trabajadores, hanno combattuto, scioperato, limato le perdite per i nuovi assunti, ma alla fine hanno firmato. I vecchi operai sono restati a patto che i mille nuovi arrivino all’80% dello stipendio medio fra 7 anni. Nell’accordo anche maggiore flessibilità interna in termini di orari e weekend. (…) Il caso ha fatto scuola. È stato evocato nei felpati saloni del vertice di Davos. Piace al premier inglese David Cameron e all’ad Fiat-Chrysler Sergio Marchionne. (…) Meno stipendio in cambio di 300 posti di lavoro e più flessibilità negli stabilimenti spagnoli Michelin. Niente straordinari e più flessibilità alla Opel. Più ore in cambio di nuovi modelli anche per Ford, Volkswagen, Citroën. Più flessibilità e addirittura più soldi all’Iveco. Il risultato di tanti accordi a senso unico è una crescita spettacolare del settore automobilistico: da 2,2 milioni di veicoli prodotti nel 2013 a 3 milioni previsti nel 2015. Senza neppure un brand nazionale, la Spagna è la seconda fabbrica d’auto europea dopo la Germania. (...) Gli strumenti messi in campo dalla riforma del lavoro sono stati però utilizzati in tutti i settori. Permettono di derogare dal contratto nazionale sia a livello regionale sia aziendale. Così sono scesi i salari nel turismo, nel commercio, nell’informazione, nel pubblico impiego (con stipendi congelati da anni) e nei servizi (famoso lo sciopero ad oltranza degli spazzini di Madrid che si è chiuso con il no ai licenziamenti, ma il blocco quadriennale dei salari). Il risultato è una caduta del costo del lavoro generalizzata, attorno all’8 per cento dal 2010. (...) Il governo Rajoy si appunta la medaglia al petto. Se è tornata una timida crescita è merito della riforma. Se stanno tornando i capitali stranieri è perché gli investitori vedono un ambiente adatto al business. L’opposizione fa notare che la disoccupazione non è affatto scesa in termini reali, ma solo grazie all’esodo degli immigrati”.

Un quadro desolante, quello descritto da un giornale filo padronale come il Corriere. Che però non basta alle sanguisughe del Fondo Monetario e della Troika.

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Il bel paese è sulla stessa strada della corona iberica, bella merda!

Camusso manda Landini sotto processo

L'indiscrezione è pesante, apre squarci inquietanti o avvilenti sulla vita interna alla Cgil e sul rapporto del sindacato con la politica e le imprese. Quindi va data con il condizionale, obbligatoriamente, anche se appare a prima vista decisamente “logica” nella sua follia.

Sappiamo tutti che Sussanna Camusso, segretario generale “craxiano” della Cgil, ha firmato un accordo sulla rappresentanza sindacale tale da configurare un autentico “monopolio sindacale”, che apre persino la strada – vedi il grido beffardo lanciato da Luciano Farina, segretario generale della Fim Cisl – a ipotesi di “sindacato unico”. Sappiamo che questo accordo strozza l'articolazione interna della stessa Cgil, violandone in più punti fondamentali lo Statuto. A partire dall'autonomia contrattuale delle diverse categorie, ora cancellata da una “commissione arbitrale” in cui Confindustria avrà tre membri, più un “esperto esterno” non sgradito, mentre Cgil, Cisl e Uil avranno un solo rappresentante a testa. Sappiamo anche che il segretario generale dei metalmeccanici, Maurizio Landini, non ha lesinato critiche devastanti ma puntuali all'operato della segreteria confederale e al merito del “Testo unico” partorito dall'accordo, arrivando a definire “illegittima e pericolosa” quell'intesa. Dove l'illegittimità di riferisce ovviamente al quadro di norme e princìpi contenuto nello Statuto della Cgil, mentre la “pricolosità” attiene alla stessa possibilità di agire sindacalmente in futuro.

Cose normali, in altri tempi, all'interno del maggiore sindacato italiano. Parole dure, contrasto aperto e “franco”, nel solco dell'unità da “costruire confliggendo”, che lascia strascichi personali, prepara vendette politiche future, ma sempre nell'ambito della “battaglia politica”. Mai che si sia ricorso ai probiviri per chiedere un provvedimento disciplinare contro qualcuno che “dissente” dalla linea del segretario generale.

Il perché è ovvio: il contrasto politico non può costituire “violazione statutaria”, o “reato interno”, al pari – per esempio – dell'appropriazione indebita di fondi, aggressioni fisiche o altri comportamenti chiaramente incompatibili con la convivenza all'interno della stessa “comunità” liberamente scelta.

Ma pare proprio che tale fossato stia per essere valicato per la prima volta nella storia della Cgil. Susanna Camusso “avrebbe” dunque avanzato una richiesta al Collegio Statutario per verificare se, nelle critiche mosse da Landini all'accordo, potessero ricorrere elementi sufficienti o rilevanti da sottoporre al giudizione dei probiviri. E la risposta “sarebbe” stata positiva. Dopo di che non è ancora confermato che “il dossier” sia giunto sul tavolo della “Commissione di garanzia” (ovvero dei probiviri, non di quella con nome analogo ma incaricata di presiedere al regolare svolgimento dei congressi).

Se dunque Landini sarà “processato” potrà anche andare incontro a “sanzioni”, in un spettro davvero ampio che va dal “richiamo” a... Una bomba piazzata nel confronto congressuale – a maggio ci sarà quello nazionale, a Rimini – e un “avvertimento” per nulla velato a tutte le opposizioni interne. Non è difficile immaginare che, se un simile trattamento può esser riservato al popolarissimo segretario generale della Fiom – che peraltro è schierato nel congresso all'interno della “maggioranza” che fa capo alla Camusso, sia pure presentando “emendamenti” non proprio di dettaglio – molto più severa potrebbe essere la “disciplina interna” nei confronti di quanti sostengono apertamente il “documento 2” e denunciano già “brogli” nelle votazioni.

La voce ha già cominciato a fare il giro delle redazioni, ma fa fatica ad uscire. Noi pensiamo che sia invece estremamente interessante...

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Notte dei lunghi coltelli in seno al (fu) principale sindacato italiano. E' un altro segno di crisi e dei tempi che radicalmente cambiano con tutte le certezze che si sono portati dietro fino a ieri.

Poggioreale: si indaga sulla cella delle torture


Che nel carcere di Poggioreale ci fosse una cella all’interno della quale sono avvenuti per anni tremendi pestaggi delle guardie nei confronti dei detenuti si sapeva da anni, molti dei pestati lo avevano denunciato ma la notizia era rimasta appannaggio “dell’ambiente”. Qualche giorno fa l’intervista pubblicata da alcuni siti ad un detenuto che raccontava in maniera dettagliata le botte subite e il metodo di punizione scientificamente adottato dalle guardie carcerarie nei confronti dei riottosi è servita finalmente a sollevare il problema pubblicamente. Il video ha fatto il giro del web ed ora finalmente la Procura di Napoli si è decisa ad aprire un’inchiesta. Si tratta di un atto dovuto, spiegano, dal momento che la garante dei diritti dei detenuti della Campania, Adriana Tocco, ha inviato in Procura un dettagliato esposto in merito. A coordinare gli accertamenti sarà il procuratore aggiunto Alfonso D'Avino.

Cosa accadeva (o accade ancora?) nella cosiddetta ‘cella zero’? Ha raccontato per esempio un ex detenuto a Fanpage.it: «Erano le dieci e mezza di sera. All'improvviso, senza motivo sono stato portato giù nella cella zero: le guardie mi hanno fatto spogliare nudo, mi hanno picchiato, mi hanno umiliato. La cella zero è una cella del piano terra dove ti puniscono, ti picchiano, è isolata da telecamere e da tutto». Alcuni testimoni hanno riferito anche di schizzi di sangue sulle pareti, di squadre di agenti della polizia penitenziaria che infliggono punizioni ingiustificate quanto dure.

Scriveva il settimanale l'Espresso pochi giorni fa in merito:

Uno dei carcerati picchiati si chiama Luigi (è un nome di fantasia). E' stato condannato a due anni e dieci mesi, nel marzo 2011, per ricettazione di buoni pasto per un valore di trentamila euro. Durante la permanenza nel carcere di Poggioreale è stato vittima di atti di violenza da parte di tre guardie penitenziarie: trascinato di notte in una cella isolata dell’istituto di pena, ha spiegato di esser stato costretto a denudarsi completamente per poi essere percosso con pugni e calci. L’ex detenuto è uscito dall'istituto di pena lo scorso 10 gennaio, ma già dietro le sbarre aveva deciso di denunciare le violenze subite.
Luigi, 42 anni, comproprietario di una salumeria a Napoli, sposato con figli adolescenti, dopo un primo periodo detentivo, in appello ottiene gli arresti domiciliari con successiva autorizzazione a riprendere il lavoro. Un giorno, andando al negozio, fa tardi e sfora l’orario assegnato dai giudici. Per lui ricominciano i guai. La Corte di appello aggrava la misura restrittiva e così Luigi finisce di nuovo a Poggioreale. Nei due mesi e mezzo di detenzione che deve ancora scontare gli capita un incidente: cade dal letto a castello, un terzo piano a quattro metri dal pavimento, e si frattura una caviglia. Poi, in una notte di luglio arriva il pestaggio da parte di tre agenti penitenziari.
Scontata la pena e tornato libero, Luigi ha messo nero su bianco il racconto dei maltrattamenti subiti dietro le sbarre.


Presto potrebbero essere acquisiti altri documenti in possesso del garante, ma anche di associazioni o di avvocati particolarmente sensibili al tema. Il Dap (Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria) ha già fatto sapere che offrirà ai magistrati la massima collaborazione, rivendicando la professionalità e il senso di giustizia del proprio personale. Ma tra i familiari dei detenuti restano molti dubbi sul fatto che l’indagine andrà fino in fondo, e cresce la richiesta che i responsabili dei pestaggi vengano individuati e puniti.

Il caso della «cella zero», però, potrebbe non essere l'unico sul quale la Procura di Napoli dovrà condurre accertamenti. Adriana Tocco riferisce al Corriere del Mezzogiorno che «le denunce per maltrattamenti in tutto sono circa 150». Alcune sono individuali, una «è sottoscritta da 50 detenuti, e l'ho già inoltrata alla Procura, un'altra mi è appena arrivata ed è firmata da 70 reclusi». La «cella zero», però, quella non sa se esista: «Ho segnalato alla magistratura ciò che i detenuti hanno riferito. Io non l'ho mai vista, ma chiederò di poter effettuare un sopralluogo nel carcere di Poggioreale per appurare se c'è o meno». Le segnalazioni in questione - precisa la garante - sono «tutte firmate», mentre quelle anonime vengono girate all'ufficio ispettivo del Dap. Che, sul caso della «cella zero», avvierà un'inchiesta interna. «Da Secondigliano non ho ricevuto alcuna segnalazione di maltrattamenti, le denunce riguardano solo Poggioreale. Penso che ciò sia dovuto sia al fatto che gli altri istituti non hanno un numero così elevato di detenuti, sia alla circostanza che questa situazione di affollamento determina una situazione di stress tra il personale della polizia penitenziaria. Beninteso, questo non giustifica nulla, ma per onestà intellettuale devo anche dire che gli stessi reclusi - nella maggioranza dei casi - parlano di agenti molto professionali e collaborativi» aggiunge Tocco. 
Di nuovo la teoria delle ‘poche e isolate mele marce che non inficiano professionalità e correttezza delle forze dell’ordine”.

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Ginevra 2, prima settimana e «nulla di fatto»

Si conclude oggi, sotto l'egida dell'Onu, la settimana di colloqui sulla crisi siriana, Ginevra 2. Prima di iniziare gli incontri, ieri, la delegazione del governo di Assad e quella di opposizione hanno osservato un minuto di silenzio in onore dei «martiri» della guerra che li oppone da quasi tre anni. Ieri, la fine delle violenze e la «lotta al terrorismo», primo punto di Ginevra 1, sono stati al centro delle discussioni.

Per l'opposizione, il «principale terrorista» è il presidente Assad e la sua esclusione dal potere è la precondizione per avviare veri negoziati di pace. I ribelli e il campo a guida Usa che li sostiene considerano che Ginevra 1 apre la strada a una transizione senza il presidente siriano e stanno facendo di tutto per portare la discussione su quel punto: un governo di transizione senza Bashar al Assad.

Damasco, invece, insiste sul primo punto e ribadisce che il terrorismo non può essere combattuto senza il contributo effettivo delle istituzioni internazionali riguardate per far cessare l'invio di armi e il sostegno ai gruppi armati. La delegazione governativa chiede la fine delle ingerenze straniere, appoggiandosi alla carta dell'Onu. Inoltre, fa notare la scarsa rappresentanza della delegazione presente rispetto alla galassia dei gruppi armati fondamentalisti che combattono Assad sul terreno. In caso di nuove elezioni - dice la delegazione di Damasco - anche l'opposizione dovrà accettare i risultati. «Combattere le organizzazioni terroriste e cacciarle dalla Siria è dovere di ogni siriano», ha affermato la delegazione governativa in un comunicato emesso a Ginevra 2.

L'opposizione ha respinto il testo, considerandolo «inaccettabile e unilaterale» perché non considera il ruolo degli sciiti libanesi di Hezbollah, che appoggiano il governo, e ha affermato che i ribelli combattono a loro volta i gruppi armati jihadisti. Martedì, il capo dell'opposizione siriana, Ahmad Jarbe, si recherà in visita a Mosca, su invito delle autorità russe, alleate del governo Assad.

Washington si è detta «preoccupata» per i ritardi di Damasco nel ridurre il proprio arsenale chimico, il cui smantellamento al momento è «fermo al 5%». A dichiararlo, il capo del Pentagono, Chuck Hagel, durante una conferenza stampa a Varsavia.

Intanto, «The Elders», l'organizzazione non-governativa fondata da Nelson Mandela, ha lanciato un appello alla comunità internazionale affinché coinvolga l'Iran nei colloqui di Ginevra 2. «Siamo convinti che l'Iran possa svolgere un ruolo chiave al tavolo dei negoziati di pace grazie alla sua influenza», ha detto l'ex segretario generale dell'Onu Kofi Annan, che presiede l'Ong, al termine di una visita a Tehran. Annan ha anche sollecitato il raggiungimento di un accordo definitivo sul programma nucleare iraniano.

Gli ha fatto eco l'ex presidente messicano Ernesto Zedillo, secondo il quale «urge un contributo anche da altri Paesi. Le potenze mondiali devono capire che la presenza dell'Iran a Ginevra 2 porterà benefici a tutti». L'assenza dell'Iran, potenza regionale determinante nelle alleanze in campo, è uno dei principali elementi che stanno portando anche questa tornata di colloqui a un nulla di fatto. Il mediatore Onu Lakhdar Brahimi ne ha preso atto. L'Onu è intanto riuscita a far entrare aiuti alimentari nel campo profughi palestinese di Yarmuk, a sud di Damasco, assediato da tempo fra le parti in conflitto.

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Messaggio di Bankitalia al sanfedismo italiano: in banca non c'è più trippa per gatti

Sfogli il sito di Confindustria e non trovi altro che fisco e costo del lavoro. Leggi di primo mattino la prima pagina del loro quotidiano e praticamente da un anno non fanno altro che pubblicare paginoni di imu, tasi, tares per la gioia dei commercialisti italiani che, assieme ad altre categorie di professionisti, a detta dell’editorialista del Sole Carlo Bastasin, si mangiano una fetta di ricchezza 5-6 volte superiore a quella di altri paesi europei.

Leggi il Bollettino di Bankitalia: quel poco che si vede, gracile, differenziato per territori e settori, non è altro che una bassa crescita derivante dalla ricostituzione delle scorte di magazzino e da un po’ di vendite all’estero, mentre la disoccupazione è destinata ad aumentare per almeno altri due anni. Ritorni sul sito della Banca Centrale e trovi un intervento del 27 gennaio scorso all’Adam Smith Society italiana, una che da decenni fa la manfrina del “costo del lavoro”, e ti imbatti in una sorprendente relazione del vice direttore generale di Bankitalia Fabio Panetta, dal titolo “Un sistema finanziario per la crescita”.

Non trovi la “casta”, non trovi i dipendenti pubblici da licenziare, non trovi operai a cui decurtare della metà il già misero salario. Anzi, costui afferma che è cresciuta in maniera esponenziale la disuguaglianza di reddito durante la crisi. Andiamo al nocciolo della questione, il rapporto tra credito e imprese. Come mai sono cresciute le sofferenze bancarie ad un livello stratosferico? Leggiamo: “ la crescita dei prestiti inesigibili è stata amplificata dalla fragilità finanziaria delle imprese. Il contenuto grado di patrimonializzazione e il conseguente elevato peso del debito hanno compresso la redditività delle aziende, fiaccandone la resistenza a shock esterni; si tratta di debolezze presenti già nello scorso decennio, emerse in tutta la loro gravità durante la recessione”(pag. 5). Traduciamo con dei numeri: fino al 2000 il rapporto prestiti bancari alle imprese e PIL era del 40%, nel 2008 aumenta di 15 punti percentuali. Risultato? I prestiti deteriorati rappresentano oggi ¼ del totale degli impieghi, le sofferenze il 12%.

Per la vulgata corrente la crisi italiana è da attribuire alle banche; Panetta, al contrario, afferma che tale modo di pensare “trascura i problemi derivanti dalla fragilità finanziaria delle imprese” giacché “la sostenuta espansione dei prestiti bancari dal 2000 al 2008 ha trovato riscontro in quella dei debiti delle  imprese, saliti in rapporto al valore aggiunto di oltre 50 punti percentuali, arrivando al 178%”. Nel frattempo però, a detta di Panetta, i padroni non hanno accresciuto gli sforzi per sostenere gli oneri finanziari, non si sono patrimonializzati, la leva, cioè il rapporto tra debito e attivo, è passata dal 34 al 43% (11 punti più alta della media europea), non hanno fatto investimenti per aumentare la produttività, nel mentre il grado di copertura interna dei pochi investimenti che si sono fatti nel passato decennio scendeva al minimo storico del 38%, al resto ci pensava la banca, tanto con la favorevole tassazione degli oneri sul debito in luogo dell’equity potevi farlo, fino a quando è arrivato il patatrac. Soluzione? Per Panetta va riequilibrato il sistema di finanziamento, va cioè ammodernato il sistema finanziario, notevolmente arretrato rispetto ad altri paesi europei e per far questo le imprese devono cambiare mentalità. Pena, la decadenza. E’ esplicito al riguardo e dà l’idea della posta in gioco: “il riequilibrio della struttura finanziaria delle nostre aziende, per riportarne il leverage in linea con la media europea, richiederebbe la conversione in strumenti patrimoniali di un ammontare di debiti stimabile tra i 150 e i 220 miliardi di euro”. Ogni commento è superfluo. La modalità passa attraverso le emissioni obbligazionarie, la quotazione azionaria e, consiglia Panetta, la conversione in capitale di una percentuale dell’ammontare complessivo dei profitti industriali, che nel 2012, peraltro anno terribile, sono stati pari a 60 miliardi di euro.

Passiamo ora al capitale di rischio mediante la quotazione azionaria. Come stanno messe le imprese italiane che passano il tempo a parlare di “costo del lavoro”? Insomma, perché non si quotano? Esplicito al riguardo il vice direttore di Bankitalia: “nel nostro paese l’insufficiente sviluppo della borsa non dipende dalla mancanza di società quotabili. Esso riflette in primo luogo le scelte delle stesse imprese: le aziende italiane, caratterizzate da un’elevata concentrazione delle azioni nelle mani di pochi soggetti, spesso legati da rapporti familiari, sono restie ad aprirsi. La crescita dimensionale, l’accesso ai mercati comportano oneri in relazione alla maggiore visibilità agli occhi delle autorità di controllo, degli azionisti di minoranza e soprattutto del fisco (che Panetta ritiene chissà perché eccessivamente gravoso); essa risente inoltre del fermo intento di mantenere il controllo delle imprese, talora al costo di rinunciare a dotarsi di strumenti finanziari e manageriali necessari per sopravvivere alla concorrenza internazionale”. Insomma, quando i padroni parlano di costo del lavoro, di fisco, di politica, di banche, di credit crunch sappiate che sono grandi prese per i fondelli e a Bankitalia non ci cascano.  Non a caso il 31 maggio scorso, nel corso della Relazione Finale, il Governatore Visco ebbe modo di dire che poche imprese italiane erano all’altezza. Peccato che da quelle parti non corra più il pensiero di Menichella del 1945, quando questi chiese agli americani di mantenere l’economia mista, data la gracilità delle imprese private italiane. A Palazzo Koch non avranno più quella lucidità e quella spregiudicatezza, ma un minimo di buon senso è rimasto, a differenza di quel che passano i media mainstream.

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Riassunto: la crisi internazionale c'è (e non finirà ma questo è un altro capito della storia) perché sistemica, parte fondante del capitalismo in quanto tale. In Italia però andiamo molto peggio che da altre parti perché il nostro capitalismo privato, i nostri imprenditori sono delle macchiette totalmente incapaci di reggere il confronto coi pescecani internazionali.
Va da se che prima di scardina questo sistema di merda, meglio sarà per tutti i subalterni che sono la maggioranza, con buona pace di tutti quelli che, pur essendo dei dipendenti parlano e commentano in rete come fossero imprenditori (a spendere un po' di tempo navigando è imbarazzante il numero e l'ottusità di questi soggetti che sbandierano la necessità d'impresa ogni 3x2).

Thailandia, al voto sotto assedio

di Mario Lombardo

A pochi giorni dal voto anticipato, la situazione in Thailandia non sembra lasciare intravedere alcuna soluzione pacifica dello scontro in atto da oltre due mesi tra il governo della premier, Yingluck Shinawatra, e un’opposizione che continua a rimanere nelle strade della capitale per ottenere risposte alle proprie richieste.
La giornata di giovedì è stata infatti animata dall’ennesima marcia di protesta nella zona commerciale di Bangkok, con il leader dei manifestanti, l’ex vice premier e già parlamentare del Partito Democratico all’opposizione, Suthep Thaugsuban, che ha invitato i suoi sostenitori a partecipare ad una nuova dimostrazione domenica prossima in concomitanza con l’apertura dei seggi.

Gli oppositori del governo minacciano di disturbare le operazioni di un voto che hanno da tempo promesso di disertare. Iniziative volte a impedire l’accesso ai seggi sono state messe in atto a Bangkok e nelle province meridionali della Thailandia già domenica scorsa, giornata nella quale era possibile votare in anticipo. A causa dei disordini provocati dai sostenitori dell’opposizione, dei 2,1 milioni di elettori registrati per votare domenica scorsa, secondo il leader del Partito Democratico, l’ex premier Abhisit Vejjajiva, solo 100 mila sarebbero riusciti a recarsi alle urne.

Per cercare di evitare scontri e consentire un voto regolare, il governo di Yingluck la settimana scorsa aveva iniziato ad adottare una serie di provvedimenti, a cominciare dalla dichiarazione dello stato di emergenza per 60 giorni nella capitale e nelle province limitrofe. Qualche giorno fa, inoltre, è stato annunciato l’impiego di ben 200 mila poliziotti in tutto il paese per garantire la sicurezza durante il voto. Di questi, circa 10 mila saranno dispiegati solo a Bangkok.

Teoricamente allo stesso scopo, anche le Forze Armate hanno fatto sapere di volere aumentare il contingente di soldati nella capitale e nei dintorni. Un portavoce dell’esercito ha detto giovedì alla Reuters che 5 mila militari sono già nelle strade e il loro compito, così come quello degli altri che si aggiungeranno da qui a domenica, sarà quello di impedire episodi di violenza.

Nella crisi in corso, i militari continuano a mantenere una posizione defilata, appoggiando ufficialmente il voto nonostante i vertici delle Forze Armate facciano parte a tutti gli effetti delle élite thailandesi che vedono con estremo sospetto l’apparato di potere della famiglia Shinawatra. Nel 2006, d’altra parte, l’esercito depose con un colpo di stato il governo di Thaksin Shinawatra, fratello in esilio dell’attuale premier. Secondo alcuni, perciò, la massiccia presenza di soldati potrebbe preannunciare un nuovo intervento contro il governo in caso di disordini durante o dopo le elezioni.

Il muro contro muro tra le parti in lotta si è d’altra parte aggravato ulteriormente questa settimana, quando il governo ha confermato lo svolgimento del voto per il 2 febbraio, respingendo una delibera della Commissione Elettorale che consigliava un rinvio di qualche mese a causa del clima esplosivo nel paese. Per il vice primo ministro, Phongthep Thepkanjana, posticipare le elezioni avrebbe prolungato l’attuale situazione, nella quale la Thailandia risulta priva di un governo e di un parlamento con pieni poteri, con grave danno per il paese.

La premier Yingluck, in ogni caso, giovedì ha provato a mandare un segnale distensivo senza però mostrare cedimenti. Dalla sua pagina Facebook ha chiesto a tutti i thailandesi di recarsi alle urne, definendo l’appuntamento di domenica “tra i più significativi” per “determinare il futuro democratico” del paese del sud-est asiatico. Yingluck ha poi ricordato come i membri del parlamento siano i rappresentanti di tutti i thailandesi e “debbano ascoltare tutte le voci”, così che “tutti i gruppi di cittadini devono partecipare al progresso della società”.

Il voto non si prospetta comunque sotto i migliori auspici, visto che dallo scorso mese di novembre si sono contati 9 morti e circa 600 feriti negli scontri di piazza. La vittima più recente è stato un leader del movimento di protesta, denominato Comitato Popolare per la Riforma Democratica, ucciso qualche giorno fa da un colpo di arma da fuoco mentre stava tenendo un discorso pubblico nella capitale.

Alle elezioni, inoltre, non prenderà parte il Partito Democratico di opposizione che ha deciso di boicottare il voto dopo che le dimissioni di massa dei suoi parlamentari avevano costretto la premier Yingluck a sciogliere anticipatamente il parlamento nel mese di dicembre.

Il Partito Democratico appoggia, sia pure non direttamente, i manifestanti anti-governativi, i quali chiedono le dimissioni immediate del governo, la cancellazione del voto anticipato e la creazione di un “consiglio del popolo” non elettivo, formato presumibilmente da esponenti del potere giudiziario, degli ambienti reali e dei vertici militari, che nomini un nuovo esecutivo per “riformare” il sistema politico.

L’opposizione che chiede la rimozione del governo è composta in larga misura dalla borghesia della capitale e da sostenitori del Partito Democratico provenienti dal sud del paese, il cui obiettivo dichiarato è quello di estirpare l’influenza del clan Shinawatra dalla politica thailandese. L’ex premier Thaksin e la sorella Yingluck hanno infatti presieduto alla creazione di un sistema di potere fondato sul sostegno delle classi più povere ed emarginate delle aree rurali settentrionali attraverso limitate riforme sociali, minacciando il controllo delle leve di comando tradizionalmente nelle mani degli ambienti filo-monarchici.

La situazione di stallo è vista tuttavia da molti con apprensione crescente, soprattutto dal business thailandese che sta vedendo fuggire i capitali stranieri dal paese e ridurre drasticamente l’arrivo di turisti. Il persistere dello scontro o un’eventuale colpo di mano dei militari peggiorerebbe poi ancor più la situazione, provocando il probabile intervento dei sostenitori del governo, le cosiddette “camicie rosse”, pronte alla mobilitazione in caso di necessità.

Come ha minacciosamente affermato giovedì al britannico Daily Telegraph un leader delle “camicie rosse” in una provincia nel nord della Thailandia, quella in corso “è già una guerra anche se finora senza armi”. A suo dire, però, “se dovesse esserci un colpo di stato, oppure se le elezioni non avranno luogo, allora diventerà senza dubbio una guerra armata”.

Se anche il voto dovesse andare in porto senza eccessive difficoltà, le prospettive non appaiono confortanti. Tanto per cominciare, alcune circoscrizioni elettorali non avranno alcun candidato a causa degli ostacoli posti alla loro registrazione nelle scorse settimane dalle manifestazioni di protesta. Ciò determinerà quasi certamente una paralisi nel periodo post-elettorale, poiché la Costituzione thailandese prevede che il voto, per essere valido, debba coprire almeno il 95% dei seggi del parlamento. La Commissione Elettorale ha perciò già fatto sapere che si dovranno tenere elezioni speciali per assegnare i seggi mancanti e che queste operazioni potrebbero richiedere fino a quattro mesi.

Sul governo pesa poi l’ipotesi di un nuovo colpo di stato “giudiziario” sulla scia di quello del 2008, quando un tribunale depose di fatto un gabinetto guidato dai sostenitori di Thaksin. La sospensione dei parlamentari del partito di governo - Pheu Thai - o la dissoluzione del partito stesso rimane un’ipotesi reale, come confermano i procedimenti legali avviati a partire dall’inizio della crisi.

In particolare, 308 deputati di maggioranza sono indagati dalla Corte Suprema per avere presentato una modifica alla Costituzione - successivamente giudicata illegale - volta a rendere interamente elettivo il Senato thailandese. Più recentemente, inoltre, il governo è finito sotto accusa per la pessima gestione di un costoso programma di sussidi destinati ai produttori di riso nel nord del paese.

Qualche osservatore, infine, contempla però anche la possibilità che le tensioni possano scemare dopo un voto che il partito di Yingluck vincerà agevolmente. A far pensare una soluzione di questo genere sono soprattutto i timori per un aggravamento dello scontro in caso di un coinvolgimento dei sostenitori del governo e l’atteggiamento fin qui cauto dei militari, l’unica forza in grado di imprimere una svolta alla situazione.

Lo stesso ex premier e leader dell’opposizione politica, Abhisit Vejjajiva, ha d’altra parte abbassato in qualche modo i toni in questi giorni, rifiutandosi di lanciare appelli all’astensione in vista di domenica e di rivelare se egli stesso si recherà alle urne. Le parole di Abhisit sono giunte dopo un incontro con l’ambasciatrice USA a Bangkok, Kristie Kenney, rappresentante di un governo, come quello di Washington, che nel decennio scorso ha trovato in Thaksin un partner affidabile in molti ambiti, a cominciare da quello della “guerra al terrore”.

Per coloro che intravedono una soluzione relativamente pacifica, perciò, il dopo-voto potrebbe riservare un accordo più o meno tacito tra il clan Shinawatra e l’establishment tradizionale, come già accadde in seguito al trionfo elettorale del partito Pheu Thai nel 2011. In questo caso, Yingluck potrebbe continuare a governare in cambio di una serie di “riforme” gradite all’opposizione e, soprattutto, della rinuncia ai tentativi di riportare in patria il fratello Thaksin, dopo che proprio un’amnistia a suo favore per annullare una sentenza di condanna per corruzione e abuso di potere aveva innescato il nuovo round di proteste che continua a scuotere la Thailandia.

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La gravissima vicenda della privatizzazione di Bankitalia

Tutti ricordiamo il tormentone Imu sì-Imu no, una bolla mediatica che ha accompagnato la vita politica istituzionale per metà 2013. È stato sostituto, sempre con Silvio protagonista (complimenti, anche vicino al sarcofago riesce a condizionare i nanerottoli politici di via del Nazareno) dall’altra bolla mediatica, quella della legge elettorale.

Bene, immaginate che casino succederebbe se qualcuno grosso, qualcuno di importante, volesse imporre una bella patrimoniale, di quelle toste. Già, immaginate il coro dei Roberto Speranza, uno che la parte l’ha imparata presto: “irresponsabile”, “populista” etc., e i sottili distinguo dei sindacalisti gialli Camusso e Landini sulla patrimoniale.

Il problema, non proprio leggerino, è che la proposta di una forte patrimoniale per l’Italia, sempre per il rigore dei conti pubblici, non l’ha avanzata qualche populista ma la Bundesbank. Eh sì. Era in prima pagina due giorni fa sulla Handelsblatt e su Die Welt, edizione online di entrambe le testate.

Così, mentre le prime pagine dei giornali italiani sono rigonfie di cose inutili, la banca centrale del principale paese dell’eurozona ha chiesto per noi una bella stangata (non esiste legge elettorale che risolva il problema della rappresentanza e dei processi decisionali. Ma da prima dello scioglimento del Pci i “riformisti” hanno provato questa droga del politico detta "legge elettorale", e non hanno più smesso...).

D’altronde, con un’economia paralizzata cosa credete che voglia il grande fondo estero, come garanzia, per comprare i nostri titoli? Ma i nostri patrimoni! Grandi e piccoli che siano, basta non averli alle Cayman (come lo sponsor di Renzi). Così vuole la Bundesbank.

E che rapporto c’è tra queste necessità della Bundesbank e il decreto Imu-Bankitalia presentato furbescamente alla televisione e alle camere? Se qualcuno crede che le comparsate della Boldrini servano per garantire il rispetto alle istituzioni, viva il suo Nirvana e non proceda oltre nella lettura. Sennò ascolti un dettaglio. Prima di tutto mettere l’Imu nel decreto è costruire un cavallo di Troia (absit injuria verbis) per far passare tre perle:

1) L'aumento dell'acconto Ires.

2) La “sanatoria” sul gioco d’azzardo, che è un regalone a tutte le agenzie che dovevano somme astronomiche allo Stato.

3) La sterilizzazione del potere di veto del ministero dei beni culturali e (sic) del Ministero dell’Ambiente sulle dismissioni (e vai con nuovi ecomostri).

E qui arriva la perlona contenuta nel decreto Imu che prende anche il nome del gioiello, diventando decreto Imu-Bankitalia. Cosa prevede il gioiello?

1) La legittimazione della proprietà privata dell’ente che solo nominalmente resterà pubblico (nomina del governatore, vero Re Pipino della situazione)

2) L’impossibilità del potere pubblico di poter dire alcunché sulla compravendita delle quote di Bankitalia (quindi se qualcuno o qualcosa che ha interessi che non coincidono con quello nazionale prende piede in Bankitalia, il pubblico non può porre veti. Solo per questo Napolitano meriterebbe l’impeachment, altro che...)

3) Si apre legalmente la strada ad un patto di sindacato, esplicito o occulto, dove una serie di soggetti finanziari che entrano nelle banche italiane fanno cosa gli pare di Bankitalia (guarda caso tre giorni fa qualcuno ha fatto la spesa con i titoli bancari italiani che sono andati anche a -16 in una seduta).

4) Le privatizzazioni possono essere pilotate da questo patto di sindacato ormai legittimabile da questo decreto (vedi vicenda Cassa depositi e prestiti).

5) Il patto di sindacato (cioè l'insieme delle regole volte a determinare l'assetto della proprietà di una società), possibile e sostenibile da hedge found che hanno un portafogli largo quanto il nostro Pil, può a questo punto controllare l’oro di Bankitalia a sostegno dell’euro. Proprio come desidera la Bundesbank. E ce la vedete questa nuova Bankitalia, in mano a tutti fuorché all’Italia, opporsi nel caso alla patrimoniale come desiderata dalla Bundesbank? "Ragassi" - avrebbe detto il povero Bersani - “Sciamo in Europa..”.

A questo punto anche un elettore di centrosinistra, cioè uno che in politica fa uso di droghe nemmeno tanto leggere, capisce la verità. Che la “crescita” non esiste, non ci sarà. Ma solo un periodo di estrazione di risorse da questo paese. Fino a quando non ci sarà nulla da estrarre e i nostri giovani accetteranno salari da 250 euro al mese, competitivi con l’Ucraina che spinge per entrare in Europa a costo della guerra civile, facendosi prendere per fame, in un paese dai prezzi tedeschi causa tasse e balzelli.

Tutto questo ha un nome nei manuali di concorrenza economica. Si chiama strategia del “Beggar thy neighbour”. Ovvero: porta il tuo vicino a mendicare. Ci guadagnerai un sacco. Specie se nel paese del tuo vicino ci sarà qualche servo che dà del populista e dell’irresponsabile a chi si oppone al saccheggio.

Link: Bankitalia, una privatizzazione che incatena l'Italia all'euro

La proposta della patrimoniale della Bundesbank è all'opposto della patrimoniale "de sinistra". Si tratta semplicemente di tassare e spedire in Germania. "Prima" deportavano uomini e ricchezze e mettevano tutto nei vagoni piombati. Ora sono solo interessati alle ricchezze, ma senza disturbare il traffico ferroviario.

Redazione - 30 gennaio 2014

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giovedì 30 gennaio 2014

Why go


Una Cgil in crisi. Anche di democrazia

Da tempo l’aria in Cgil non è delle migliori. Ma da quando alla segreteria è arrivata Susanna Camusso anche quel tanto di “garbo” nel confronto interno sembra finito in soffitta. Non tanto se si fa caso alle parole, moltissimo se si sta attenti agli atti. Diciamo che il nuovo “accordo del 10 gennaio” – chiamato addirittura “Testo unico”, come se fosse già legge scritta nella pietra – e l’andamento del Congresso hanno alquanto appesantito sia la materia del contendere che i toni.

Nella conferenza stampa convocata stamattina dai firmatari del “documento n. 2” (“Il sindacato è un’altra cosa”) se ne sono sentite un po’ di tutti i colori, almeno per un’organizzazione che di solito cerca di offrire all’esterno un’immagine “compatta”.

È toccato ancora una volta al volto più noto di quest’area, Giorgio Cremaschi, illustrare le critiche, le ragioni, le palesi violazioni dello Statuto commesse dalla “maggioranza” o direttamente da Camusso in entrambi i terreni aperti (accordo e congresso); al punto che distinguere le due materie non è sempre agevole, per i non addetti ai lavori.

L’intesa del 10 gennaio, sottoscritta insieme a Cisl, Uil e Confindustria, è definita lapidariamente “illegittima”. Almeno stando allo Statuto della Cgil, che persegue la “piena libertà sindacale” e rigetta qualsiasi idea di “monopolio preventivo” della rappresentanza dei lavoratori. Con una “aggravante”: non si è fatto ricorso alla consultazione degli iscritti alla Cgil, come pure previsto dallo Statuto. Quindi “non ci impegna come iscritti e dirigenti della Cgil, non lo rispetteremo”. Ma anche se la consultazione fosse stata fatta e avesse ratificato la decisione, premette Cremaschi, “noi ci saremmo opposti egualmente perché, come ha fatto la Fiom nel caso del referendum di Pomigliano, quando si mettono in discussione i diritti fondamentali non c’è voto che tenga”.

Camusso, in una lettera inviata agli iscritti nei giorni scorsi, s’è giustificata dicendo che questo accordo era solo “l’applicazione di quelli del 26 giugno 2012 e del 31 maggio 2013”. Cremaschi contesta proprio l’idea di sindacato che è alla base di un’affermazione del genere: “questo vale in Cisl, dove si fa un congresso ogni quattro anni e il rispetto del mandato viene eventualmente verificato al congresso successivo; in Cgil il mandato è permanente, e ogni ipotesi di nuovo accordo va subito sottoposto a referendum interno”. I dirigenti Cisl sono insomma “proprietari pro tempore” della decisione; la segreteria Cgil è – dovrebbe essere – al contrario “delegata” atto dopo atto.

Questi dirigenti della “minoranza” Cgil si rivolgono pertanto al Collegio Statutario dell’organizzazione – “la nostra Corte Costituzionale” – perché dia un parere negativo su quell’accordo e ne invalidi la firma da parte della segreteria confederale. Ovvio che il Collegio sia composto in maggioranza da membri nominati dalla maggioranza. Che senso ha allora far questo? Si tratta di un ricorso “molto meditato”, spiega, che ha raccolto spunti da numerosi interventi di giuslavoristi di area Cgil (Alleva, Di Stasio, ecc); il collegio è formalmente “indipendente, giudicare questo ricorso è una prova anche per loro”. Se le risposte fossero superficiali o non esaurienti, si andrà avanti in altra sede. Ma prima di farlo si esperiranno “tutte le vie della giustizia interna alla Cgil”.

Insomma: si potrebbe finire presto in tribunale.

Tra le altre violazioni statutarie c’è quella relativa all’”equilibrio dei poteri tra confederazione e categorie”, cui lo Statuto riconosce piena autonomia nella conduzione dei rinnovi contrattuali. E proprio qui viene individuata la “ratio” di quell’arbitrato chiamato per semplicità “anti-Landini”, o anti-Fiom. In pratica, se la Fiom non dovesse accettare quel che Confindustria, Fim-Cisl e Uilm hanno “convenuto” in sede di contratto dei metalmeccanici, interverrebbe una commissione “arbitrale” formata da tre rappresentanti del padronato, un “esperto esterno” gradito a tutti, e uno per ogni sindacato firmatario. Di fatto, la Cgil accetta di essere sempre minoranza sotto processo da parte padronale; e soprattutto di far giudicare da altri – addirittura da Confindustria – la strategia contrattuale dei propri iscritti. O meglio, condanna la Fiom a stare in questa pessima posizione a vita. Altra violazione pesantissima dello Statuto.

Il Congresso, peraltro, non può “assorbire” questa discussione, perché già iniziato al momento della firma; quindi alcune struttura hanno già votato. Né può essere taciuta una variazione pesantissima tra l’accordo del 31 maggio e quello di pochi giorni fa. Allora, infatti, il testo parlava di “accordo vincolante soltanto per i soggetti firmatari”; in quello recente, invece, il vincolo è stato esteso a tutti, anche ai non firmatari. Un modo per impedire “legalitariamente” che possa esistere una posizione conflittuale esterna al recinto.

Monopolio della rappresentanza sindacale e monopolio di quella politica sembrano peraltro andare in coppia, di questi tempi. In entrambi i casi gli assetti costituzionali vengono aggirati di prepotenza. Sul piano politico-istituzionale contando sul fatto che la Consulta può intervenire solo su richiesta di soggetti istituzionali (non di singoli cittadini, per quanto influenti); mentre il Collegio Statutario della Cgil potrebbe soffrire della “sindrome della maggioranza”. E quindi le sue sentenze arrivano dopo anni, a “nuovo sistema in atto”.

E infatti, nelle parole dei “dissidenti”, il primo mese di assemblee sui posti di lavoro restituisce l’immagine piena di una Cgil in crisi. Sul piano della militanza, della partecipazione, del consenso. Anche dove il “documento di maggioranza” alla fine viene votato in massa, ciò avviene dopo critiche massicce e distruttive per la politica della confederazione. Ma prevale, sembra di poter dire, più il disgusto, lo scoramento, la disaffezione, la smobilitazione; che non la rabbia e l’opposizione frontale. Ne sono prova alcune assemblee che hanno approvato “a voto palese” gli emendamenti presentati al documento di maggioranza da Landini, e poi – a voto segreto, nell’urna – hanno dato percentuali da capogiro al “documento 2″.

Una crisi pesante che naturalmente non può essere ammessa dalla segreteria uscente. Qui il discorso si fa anche “quantitativo”. Camusso vorrebbe che la cifra dei votanti raggiungesse i due milioni, per poter parlare di “record di partecipazione”, di “crescita”, ecc. Anche dando per possibile una presenza maggiore nei congressi ancora da fare, però, Cremaschi e gli altri non sono disposti a “certificare” – a riconoscere la credibilità – di una cifra superiore ai 900.000 votanti. Nello scorso congresso erano stati un milione e ottocentomila, ufficialmente; “dato gonfiato”, viene ammesso oggi, ma allora riconosciuto come male minore in un confronto molto più articolato e vivace di questa tornata.

Tanto più quando i congressi sui posti di lavoro vengono continuamente “spostati” non appena la “minoranza” annuncia – come d’obbligo – la propria presenza. Tanto più quando lo scarto tra presenti all’assemblea e votanti – e naturalmente tutti voti “di maggioranza” – diventa impossibile da sostenere.

Tra votanti “gonfiati” e autentici “brogli” la distanza è assai piccola, in molti casi superata di slancio. Viene annunciato un “dossier” con le violazioni più eclatanti, da qui alla fine delle assemblee di base (dopo il 20 febbraio, insomma). Per il momento c’è la denuncia di “numerose irregolarità” da parte di due componenti della Commissione nazionale di garanzia – che deve giudicare dei casi contestati. Barbara Pettine e Fabrizio Burattini chiedono l’immediata cessazione di tale “consuetudine”, “tale da alterare e rendere inaccettabili i risultati congressuali”.

La Cgil come luogo dove la democrazia interna è a grave rischio, insomma. Tanto che sorge spontanea una domanda, tra i giornalisti presenti, “ma come fate a restarci dentro?”. In un clima in cui alcuni dirigenti se ne stanno già andando altrove – è il caso di Maurizio Scarpa, il vice-presidente del Direttivo Nazionale, che ha dato appuntamento sabato mattina, 1 febbraio al Centro Congressi di via Cavou, a Roma – Giorgio Cremaschi dà una risposta che restituisce effettivamente l’aria da “svolta epocale” che si respira nel paese intero: “è una battaglia di democrazia che va fatta qui dentro, perché rischiamo che si affermi un monopolio sindacale senza più democrazia interna”. Una battaglia che certamente durerà fino al Congresso di maggio e comunque “finché possibile”.

Resta l’impressione, in chi guarda da fuori, che i due termini possano finire per coincidere.

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Kiev: scontri tra diverse fazioni dell’estrema destra


Si, è vero. In piazza Maidan ci sono state diverse componenti della società ucraina. Classi medie filoccidentali, studenti, donne, lavoratori arrabbiati per i salari e le pensioni che non bastano mai, pensionati senza speranza che non ne possono più di un sistema oligarchico. Sono andati e venuti, a decine di migliaia, in questi mesi, portando in piazza una bandiera dell’Unione Europea idenficata come il benessere, la libertà, la democrazia, la possibilità di consumare e di viaggiare, la cultura. Qualche anno fa in Kosovo e in Albania, del resto, gli ammiratori dell’Uck nelle piazze agitavano anche i vessilli della Ferrari, o della Juventus. Ognuno si sceglie i suoi simboli di libertà da esibire e sventolare, certo.


C’è di tutto nelle piazze di Kiev e dell’Ucraina, ma sulle barricate, sempre di più, abbiamo visto in queste settimane vere e proprie squadracce di fascisti e ultranazionalisti xenofobi, ai quali dell’adesione del paese all’Unione Europea importa ben poco (e in qualche caso non sono neanche d’accordo). Ma certo i gruppi di estrema destra non potevano non approfittare dell’occasione di una piazza ribollente di odio antirusso per scendere in campo e guadagnare spazio e credibilità. Che ora, terminato momentaneamente lo scontro frontale tra opposizione e governo ricercato dai gruppi fascisti ed estremisti – l’Unione Europea e i conservatori Usa ci hanno messo del loro – potrebbe scemare. L’odiato presidente Yanukovich è stato assai furbo e abile nel tentare di fornire alla piazza qualche risultato da portare a casa che giustificasse la smobilitazione dell’occupazione permanente del centro di Kiev e dei palazzi istituzionali occupati dai ‘dimostranti’. Ha fatto dimettere il governo, ha ordinato ai deputati della maggioranza governativa di ritirare le stesse leggi antimanifestanti da lui stesso promosse, ha addirittura varato un’amnistia in tempi rapidissimi per tutti i dimostranti arrestati che non si siano macchiati di reati gravi, ed ha pure promesso una rapida riforma della Costituzione che porti il paese verso gli ‘standard dell’Ue’.
Ottenendo una spaccatura nella piazza, ora divisa tra i tre partiti dell’opposizione parlamentare – Udar, Patria e Svoboda – e le varie milizie paramilitari che ora accusano Klitschkò e company di tradimento, inciucio, e chi più ne ha più ne metta. Il problema è che gli scontri sono durati molto, troppo, e ora i partiti sono diventati meno simpatici ai settori più duri della piazza che considerano o degli eroi gli squadristi delle varie formazioni che per mesi si sono scontrati con i temuti Berkut – i reparti antisommossa locali – oppure che quantomeno ne riconoscono il valore di fronte alla presunta arrendevolezza delle formazioni parlamentari.


Quei pochi giornalisti italiani che, arrivati a Kiev, hanno raccontato che la protesta è ormai dominata da gruppi nazionalsocialisti, ultranazionalisti e comunque xenofobi e antisemiti, si sono dovuti subire una vera e propria bordata di offese – le più tenere ‘bugiardo’ e ‘venduto’ – da parte della evidentemente molto attiva comunità ucraina in Italia, almeno per quanto riguarda i cittadini di quel paese provenienti dalle regioni occidentali come la Galizia, laddove un partito di estrema destra come Svoboda – ‘Libertà’, prima Partito Nazionalsocialista di Ucraina – ha ottenuto percentuali anche superiori al 30%. Eppure basta guardare immagini e video che arrivano da Kiev, quelle non censurate dai media occidentali desiderosi di raccontare una piazza fatta di inermi cittadini arrabbiati con Yanukovich e Putin che gli vorrebbero togliere il sogno dell’adesione all’Unione Europea (vedi in questo articolo le foto di Alberto Sicilia per il quotidiano spagnolo Publico).
Ma ora per molti media sarà difficile tappare il vero volto della situazione in Ucraina. Dopo l’accordo tra le opposizioni parlamentari e il governo – ammesso che i falchi di Bruxelles non lo facciano saltare precipitando il paese nella guerra civile – le ali estremiste hanno rivolto la loro rabbia contro i rappresentanti di Udar e Patria. Già nei scorsi giorni si erano verificate alcune scaramucce tra diverse fazioni, e militanti progressisti o donne avevano denunciato la cieca violenza delle formazioni neofasciste. Ma nelle ultime ore lo scontro è stato tra due delle forze protagoniste della rivolta anti-russa: da una parte gli squadristi di Svoboda, dall’altra i militanti del gruppo radicale Spilna Sprava. I primi volevano convincere i secondi a sloggiare dalla sede del ministero dell’Agricoltura di Kiev, da tempo occupata e devastata dal gruppo che ha acquisito protagonismo nelle ultime fasi della rivolta. La disoccupazione delle sedi istituzionali occupate, ha spiegato uno dei leader dell’estrema destra parlamentare, è una delle principali condizioni per il varo dell’amnistia e per il ritiro delle norme contestate dalla piazza. Ma quelli di Spilna Sprava non hanno voluto sentire ragioni e quindi i militanti di Sboboda sono passati alle maniere forti e ne è nato uno scontro a base non solo di botte, ma anche di spari e lancio di granate (almeno così raccontano le agenzie di stampa). Bilancio: alcuni feriti, che si aggiungono ad un poliziotto di 42 anni morto in ospedale dopo esser stato colpito da uno sparo in un parco della capitale ucraina. Il palazzo in questione è stato liberato, ma in piazza ci sono settori che hanno formato una sorta di ‘guardia nazionale’ e si dicono pronti a sacrificare la vita – e quella di chi gli si oppone – “per il popolo ucraino e per l'Ucraina". Lo stesso segretario di Sboboda, Oleg Tiagnibok, dopo aver ordinato ai suoi di sgomberare i rivali di Spilna Sprava, ha affermato che i suoi non disoccuperanno gli altri 5 edifici ancora occupati.
Ormai le marce e i comizi avvengono all’insegna degli slogan “Gloria agli eroi, gloria all’Ucraina”, gli stessi in voga al tempo in cui i fascisti delle regioni occidentali organizzarono milizie per sostenere gli invasori nazisti e contribuendo direttamente allo sterminio di centinaia di migliaia di persone, oltre a quelle massacrate o deportate dalle SS di Berlino.

Altre foto quantomai esplicite sulla composizione della piazza ucraina:





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La lenta morte dell'Iraq

Questa mattina un gruppo di uomini armati ha attaccato un ufficio del Ministero dei Trasporti, a Nord di Baghdad, prendendo in ostaggio alcuni civili. Secondo il Ministero dell'Interno, almeno sei uomini armati hanno preso d'assalto l'edificio. L'esercito è stato subito schierato fuori di esso. Secondo la tv di Stato, tre miliziani sarebbero stati uccisi, ma gli altri restano barricati dentro la struttura.

Per ora non giunge alcuna rivendicazione, ma sono molti coloro che imputano l'operazione all'ISIL, lo Stato Islamico dell'Iraq e del Levante, gruppo vicino ad Al Qaeda e sempre più radicato sia nel Paese che negli Stati vicini, Siria in testa, dove controlla alcune comunità a Nord.

La presa di ostaggi di questa mattina è l'ennesima dimostrazione delle profonde divisioni settarie che da due anni insanguinano l'Iraq, mai pacificato dopo l'occupazione militare statunitense del 2003 e il successivo ritiro delle truppe di Washington nel dicembre 2011. Il governo sciita di Al Maliki è da tempo impegnato nella repressione delle comunità sunnite, sia a livello politico che economico, provocando così una vera e propria ribellione in molte aree del Paese, da parte di comunità che accusano Baghdad di una volontaria marginalizzazione della minoranza.

Un simile clima si traduce in scontri e attentati quotidiani, per lo più portati avanti da gruppi islamisti e qaedisti: ormai ogni giorno, da mesi, il Paese è costretto a seppellire decine di vittime di un conflitto interno che solo in parte è dovuto al contagio settario della vicina Siria. Questa mattina alcune bombe sono esplose vicino ad un mercato a Baghdad, uccidendo sei persone e portando il bilancio delle vittime del solo mese di gennaio a 909 morti (un bilancio tre volte più alto di quello del gennaio 2013).

La risposta del governo continua ad essere la repressione: secondo l'associazione Human Rights Watch, le autorità hanno condannato a morte per impiccagione almeno 151 persone nel 2013, 129 nel 2012 e 68 nel 2011.

La tensione resta alta soprattutto nella regione sunnita di Anbar, al confine con la Siria e fronte caldo fin dai tempi di Saddam Hussein, che a gennaio è stata teatro di un durissimo scontro tra l'ISIL e le forze governative, sostenute da alcune tribù locali. Epicentri della battaglia sono la città di Fallujah, in parte occupata dalle forze qaediste, e quella di Ramadi.

E se la risposta statunitense alla crisi irachena è l'invio nelle prossime settimane di elicotteri Apache, la comunità internazionale sta esortando Baghdad a avviare un processo di riconciliazione politica interna, con l'obiettivo di marginalizzare i gruppi jihadisti. In vista delle elezioni del 30 aprile, però, Al Maliki preferisce sfoderare i muscoli e lanciare operazioni militari contro i miliziani armati, cercando di accaparrarsi voti sventolando la minaccia qaedista alla sicurezza e alla stabilità del Paese.

Una stabilità che non è stata mai raggiunta dopo la caduta del regime di Saddam, con le nuove autorità irachene impegnate a radicare il loro potere politico ed economico a scapito della minoranza sunnita. La corruzione ha raggiunto livelli allarmanti, a dimostrazione della politica clientelare imposta dal governo Al Maliki, più attento ai propri interessi che a quelli di un Paese intrappolato nel limbo di un settarismo che sta scivolando sempre più velocemente nella guerra civile.

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La Turchia attacca qaedisti in Siria

Ieri l'esercito turco ha bombardato un convoglio di jihadisti in territorio siriano. Tre i veicoli colpiti: "Un pick-up, un camion e un autobus dell'ISIL sono stati distrutti", hanno annunciato le autorità di Ankara.

Gli scontri sarebbero cominciati quando miliziani dello Stato Islamico dell'Iraq e del Levante, gruppo qaedista sempre più radicato nel Nord della Siria, hanno aperto il fuoco al confine di Cobanbey, colpendo due veicoli militari turchi. L'esercito di Ankara ha attaccato i miliziani, dopo il lancio di un missile verso il territorio turco, partito durante scontri tra l'Esercito Libero Siriano e l'ISIL. Inizialmente si parlava di un'azione portata avanti con gli F-16 dell'aviazione turca, ma l'esercito ha negato affermando di aver attaccato le postazioni qaediste con l'artiglieria e le forze di terra.

Da tempo si parla di gruppi qaedisti e jihadisti presenti in Turchia, fatto ripetuto ieri anche dal capo dell'intelligence israeliana, Aviv Kochavi, secondo il quale Al Qaeda ha creato vere e proprie basi militari nel Paese. Il premier turco Erdogan ha sempre accusato il regime di Damasco di infiltrare miliziani islamisti in Turchia, per indebolire Ankara, vecchio alleato di Bashar al-Assad e ora acerrimo nemico. Al contrario, sono molte le fonti e le notizie che raccontano un'altra versione dei fatti: Ankara, con il sostegno dei Paesi del Golfo, fa da tramite per il passaggio di armi e guerriglieri islamisti dentro il territorio siriano.

Tra le conseguenze degli scontri al confine turco-siriano, c'è la fuga di massa della comunità turkmena che in questi giorni sta scappando dal Nord della Siria tentando di entrare in Turchia, a causa dei duri scontri in corso tra ELS e ISIL nella città di Al-Bab ad Aleppo. Sarebbero già 3.500 i turkmeni in fuga, a cui Ankara ha permesso l'ingresso in Turchia attraverso il checkpoint di Elbeyli, nella provincia di Kilis.

I primi rifugiati sono stati condotti nella città di Kilis, dove si trovano altri profughi siriani, per poi essere trasferiti in altri campi nelle province di Gaziantep e Sanliurfa. Tra le persone accolte in Turchia ci sarebbero anche combattenti dell'Esercito Libero Siriano feriti in battaglia e ricoverati nell'ospedale statale di Kilis.

Sul fronte siriano, giunge oggi il rapporto di Human Rights Watch, secondo il quale tra il 2012 e il 2013 l'esercito di Damasco ha raso al suolo migliaia di abitazioni a Damasco e Hana. A riprova di tale campagna di demolizione, HRW ha raccolto testimonianze, immagini satellitari e fotografie che mostrerebbero la distruzione con esplosivi e bulldozer di migliaia di edifici civili, senza alcuna ragione militare, ma come forma punitiva per le comunità siriane.

"Cancellare dalla mappa un intero quartiere non è una tattica di guerra legittima - ha commentato Ole Solvang, ricercatore di Human Rights Watch - Queste demolizioni illegali sono l'ultimo di una lunga serie di crimini commessi dal governo siriano".

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Piace vedere che, a fronte di una situazione ormai al collasso, sfuggita di mano anche a quelli che tutt'ora soffiano sul fuoco della destabilizzazione, Human Rights Watch si preoccupi sempre e solo delle merdate del governo centrale.
Avanti così in attesa che, magari tra un decennio, riparta l'ennesima guerra internazionale a un terrore che stiamo costruendo, come occidente, in questi giorni.

La Fiat non c'è più, l'Italia nemmeno


Strano che tanti dotti esegeti della simbologia, quelli che preferiscono parlare dell'immagine anziché delle trasformazioni di fatto, abbiano bypassato con cura il cambio di residenza fiscale, legale, di nome e di logo della Fiat. Problemi di categorie da usare, paura di rischiare l'effetto "che palle", di inquadramento di un evento nazionale-internazionale all'interno di un quadro altrettanto vasto e di cui si comprende, generalmente, assai poco.

Eppure a noi questa fuga dall'Italia della principale industria privata ci sembra ad un tempo una notizia rilevante su entrambi i piani.

Nel bene e soprattutto nel male, la Fiat è stata - insieme all'Iri - un pilastro essenziale dell'economia "mista" che ha fatto la fortuna del paese negli anni del "boom" economico. Scomparse quelle pubbliche grazie alle "privatizzazioni" suicide, allegramente realizzate da centrosinistra e centrodestra (più dal primo schieramento che dal secondo, addirittura, a conferma di un'"anomalia italiana" profondamente perversa), la fuga della Fiat dal paese d'origine sta a indicare la scomparsa totale dei "punti di riferimento" della struttura industriale. Senza un baricentro, un'industria-pivot, tutto è destinato o al crollo (nel medio periodo, una chiusura dopo l'altra) oppure alla ricomprensione all'interno di filiere produttive multinazionali. Con le ovvie conseguenze occupazionali e salariali che ne discendono. Ma anche con la scomparsa di un know how consolidato nel corso di una paio di secoli, e che rischia di scomparire - o esser ridimensionato come piccole "isole felici" - nel volgere di pochissimi anni. Ci sono voluti mille anni per costruire una tradizione universitaria di primo livello, è bastata una generazione di sciagurati (da Lombardi a Luigi Berlinguer, fino a Moratti e Gelmini) per interrompere in modo sostanziale lo "schema di riproduzione" virtuoso.

Altrettanto sta avvenendo e avverrà con l'assorbimento di Fiat dentro una multinazionale - Fiat Chrysler Automobiles - con un nuovo logo (l'acronimo Fca), la sede legale in Olanda, la residenza fiscale in Gran Bretagna, la quotazione a New York e a Milano.

Non stiamo parlando soltanto dell'immenso indotto costruito in decenni di esternalizzazioni e in un secolo di "produzione di servizio" per il Lingotto. Buona parte della produzione nazionale di acciaio, per esempio, finiva in automobili (Ilva), oltre che in edilizia (i "tondinari").

Scomparso il baricentro, sarà una lotta per agganciare le forniture alle industrie tedesche (e francesi) oppure per sopravvivere alla meno peggio. L'impoverimento generale si abbatterà - lo sta già facendo - sull'immensa rete di concessionari, meccanici, elettrauto, carrozzieri, ecc. Un paese che si accartoccia.

Dalla politica i segnali che arrivano sono univoci, così come dalle relazioni industriali. Tagliare, ridurre, abbattere: sia le spese che i salari, sia le pensioni che gli ammortizzatori sociali, sia la sanità che l'istruzione. Torneremo a essere "competitivi" quando saremo disposti a lavorare gratis (sta già accadendo anche questo; per esempio in alcune scuole private).

Sotto il "simbolico", insomma, scorre sangue e pulsa vita. Sotto la fuga di Fiat si intravede un futuro nero, da provincia sottosviluppata di un mezzo impero multinazionale chiamato Unione Europea. E' già avvenuto, per il Mezzogiorno d'Italia, quando l'unità nazionale fu fatta a sue spese. Si ripete oggi, su scala più vasta, con costi così superiori da essere inimmaginabili.

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Cala la ghigliottina sul Parlamento italiano

La notte della Repubblica nata dalla Resistenza è iniziata e non se ne vedrà per lungo tempo la fine, visto com'è ridotta la capacità di pensiero, organizzazione, opposizione del movimento operaio italiano.

Laura Boldrini, osannata come rappresentante di una sinistra "umanitaria" e dal volto presentabile, ha per la prima volta nella storia utilizzato "la ghigliottina" - appunto - ovvero quel meccanismo regolamentare che consente la chiusura "d'autorità" del dibattito alla Camera pur di evitare la decadenza del decreto legge in discussione. C'è una certa ignobile coerenza tra la storia della presidente della Camera, eletta "in quota Vendola", e questo gesto che decreta la subordinazione del Parlamento - del potere supremo in una democrazia liberale, il legislativo - al potere esecutivo. La signora Boldrini viene infatti dal quel mondo di "Ong" e istituzioni internazionali (Onu, per esempio) che ha coltivato e allenato un vero e proprio "ceto politico apolide" che - rigettato all'interno del paese di provenienza - si adatta perfettamente a fare da terminale per gli input politici della borghesia multinazionale.

Il decreto in "discussione" era come al solito, di questi tempi, uno zibaldone di misure spurie, riguardanti numerose materie stralciate o corrette dalla "legge di stabilità", l'attuale nome della finanziaria. Spiccava la norma che consente la "rivalutazione" delle partecipazioni azionarie nella Banca d'Italia, che non è - come comunemente si crede, un "organo dello Stato", ma una società per azioni distribuite fra una serie di banche private.

Fin quando il pacchetto azionario era posseduto dalle cinque "banche di interesse nazionale", si poteva legittimamente dire che la Banca di'Italia era di fatto una parte delle istituzioni pubbliche; particolarmente rilevante per il fatto di battere moneta e applicare le politiche monetarie del paese.

Con "il divorzio" tra Bankitalia e Tesoro - deciso da Andretta ormai negli anni '80 - le politiche monetarie divennero competenza di un organo solo formalmente "indipendente"; ma cessò la possibilità per via Nazionale di partecipare alle aste dei titoli di Stato, cosa che garantiva un prezzo sempre abbastanza alto e quindi rendimenti - cedole per gli investitori - relativamente basse. Il che contribuiva a tenere in relativo ordine i conti pubblici.

Si è andata da allora allargando lo "spread" che ha portato gli interessi sul debito pubblico al vertice delle spese effettuate annualmente dallo Stato. Spese peraltro non "tagliabaili" perché derivante dagli andamenti "del mercato", non dalla decisione politica.

In più, con l'eliminazione dell'Iri e altre privatizzazioni (effettuate dal primo governo Prodi), le cinque banche di "interesse nazionale" vennero privatizzate. Le fusioni successive le hanno ricondotte tutte sotto l'egida di Unicredit e Banca Intesa. La rivalutazione delle quote stabilita nel decreto porta così 7,5 miliardi "freschi" nella pancia principali banche italiane. Più che un regalo, un'elargizione principesca in tempi di fame incipiente per oltre metà della popolazione (le famiglie che vivono con meno di 2.000 euro al mese). L'Istituto è infatti autorizzato ad aumentare il proprio capitale mediante utilizzo delle riserve statutarie all'importo di 7,5 miliardi di euro. A seguito dell'aumento, il capitale sarà rappresentato da quote di nuova emissione, pari a 25.000 euro ciascuna (anziché 20.000, come previsto dal testo originario; solo 6 miliardi, evidentemente, sembravano pochi).

Le banche italiane, specie le principali, ne avevano un disperato bisogno. Dall'inizio dell'anno è infatti iniziato il trasferimento dei compiti di "sorveglianza" da Bankitalia alla Bce. Molte di queste banche non hanno un buon equilibrio tra depositi e "attività rischiose", o addirittura "crediti inesigibili"; quindi questa iniezione di denaro - basterà riportare a bilancio la quota posseduta in Bankitalia come un "attivo", con un semplice cambiamento del valore indicato - fungerà da girovita per bilanci invece semidisastrati. L'Unione Europea, però, non può che applaudire. L'eventuale dissesto, in sede di verifica dei conti, di "banche sistemiche" come Intesa e Unicredit avrebbe conseguenze pesanti su tutto il sistema finanziario continentale. Con riflessi negativi anche sull'accelerazione imposta alla costruzione dello "stato unitario" mediante trattati sempre più stringenti.

Incredibile anche la motivazione con cui il governo Letta ha preteso che il dibattito parlamentare venisse "ghigliottinato": se non fosse stato approvato entro la mezzanotte, infatti, i proprietari di case - quasi l'80% delle famiglie - avrebbe dovuto pagare la seconda rata dell'Imu cancellata dalla "legge di stabilità". Insomma, per evitare una figura di merda a un governo di pasticcioni che hanno trasformato la normativa fiscale sulla casa in una giungla impenetrabile anche per gli addetti ai lavori, viene decretato che "la discussione parlamentare" è un lusso che "il paese non si può più permettere".

A noi sembra chiaro - senza voler essere per forza "maligni e prevenuti" - che una motivazione così ridicola a uno strappo istituzionale così violento, non possa che fare da precedente - al pari del "modello Marchionne" o del "piano Electrolux" - allo svuotamento degli assetti costituzionali repubblicani. Non mancheranno mai, infatti, ragioni più serie per chiedere il calo della "ghigliottina" su ogni discussione problematica per il governo. L'Unione Europea, a questo punto, dispone del Parlamento "italicum" come di una amministrazione provinciale. Basterà inovcare i motivi di "necessità e urgenza" e mai nessun decreto - soprattutto quelli miranti a far rispettare gli oblighi comunitari - potrà più essere ostacolato.

La battaglia parlamentare è stata condotta dai soli deputati "pentastellati". Ma non è possibile definire neppure costoro "difensori della Costituzione". Nel suo consueto post quotidiano, infatti, il padrone assoluto del M5S - Beppe Grillo - inneggiava al "piano Electrolux", giustificando le scelte di quella come di altre aziende che si preparano a fare altrettanto, come una conseguenza del "costo del lavoro" e delle tasse "troppo alte".

La "notte della Repubblica" è iniziata. Lo Stato che abbiamo di fronte si chiama ora Unione Europea ed è espressione diretta, senza intermediari istituzionali dotati di legittimità democratica, del capitale multinazionale, in primo luogo finanziario. E sarà meglio pensare a come organizzare la Resistenza senza guardare a chi siede in un Parlamento che conta meno di una cooperativa in liquidazione.

Ecco il video della rissa finale:


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Il mondo arabo tra nuove fasi rivoluzionarie e rischi di regressione

Pubblichiamo una lunga intervista con Gilbert Achcar sulle rivoluzioni nella regione araba che verrà pubblicata sul n.20 della rivista francese «Contretemps», che ringraziamo per la gentile concessione. 

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ContreTemps : In questo momento, tra la tragedia siriana e le grosse difficoltà che attraversano Tunisia ed Egitto, è sempre più difficile comprendere lo sviluppo delle rivoluzioni arabe, e addirittura si arriva a dubitare che si tratti proprio di rivoluzioni...

GILBERT ACHCAR : Bisogna innanzitutto distinguere tra il processo di esplosione a livello sociale e le complessità politiche. Da un punto di vista marxista, si direbbe che la prima necessita di una comprensione classica. In testa al mio libro (1) ho inserito la celebre citazione di Marx che mette in relazione gli sconvolgimenti rivoluzionari e il blocco dello sviluppo economico (2). Negli ultimi decenni, le regioni di lingua araba hanno rappresentato un buon esempio di una simile situazione di blocco soprattutto in rapporto a quanto sta accadendo in altre parti del mondo cosiddetto in via di sviluppo, Asia e Africa, rispetto alle quali le regioni arabe sono ben lungi dall’essere le più povere. Il blocco economico si è tradotto in una massiccia disoccupazione, tanto più rilevante in quanto non si tratta, appunto, di una delle regioni più povere, dove spesso la maggior parte dei disoccupati accetta di ricorrere all’economia informale. Questa massiccia domanda d’impiego possiede un potenziale d’esplosività sociale ancora più influente del settore informale. In Tunisia la scintilla che è partita da un venditore ambulante, quindi da un giovane coinvolto nell’economia informale, è diventata il simbolo del blocco economico nel suo insieme, della frustrazione sociale e politica accumulata negli anni, soprattutto tra i disoccupati. La rapidità del diffondersi dei sollevamenti, prima circoscritti e poi estesi a tutta la regione, ha messo in evidenza l’esistenza di una realtà comune, la cui chiave di lettura è la specificità delle strutture socio-politiche. Queste non vanno considerate come la contraddizione del capitalismo in generale e neppure come la contraddizione del neoliberalismo in quanto tale, ma piuttosto come il risultato di trasformazioni derivate dallo stesso neoliberalismo in un determinato contesto sociopolitico. In queste regioni, infatti, il postulato del neoliberalismo, secondo cui il settore privato debba costituire il motore principale dello sviluppo, è destinato al fallimento. Il predominante capitalismo privato è caratterizzato dalla caccia al profitto rapido, non è incline a pesanti investimenti impossibili da ammortizzare se non a lungo termine, anche se rappresentano l’unica soluzione di sviluppo economico.

CT : Come si spiega quindi un tale blocco economico in una regione piena di ricchezze?

G. A. : Bisogna certamente precisare che queste ricchezze sono molto mal distribuite. Nelle zone ricche di petrolio, il Regno Unito ha creato degli Stati-coda, mini-stati, pensando che sarebbero sempre dipesi dalla protezione occidentale. Tuttavia, anche gli Stati “normali” dispongono, per la maggior parte, di risorse non trascurabili. Il blocco economico quindi è principalmente dovuto al minore intervento statale avviatosi a partire dagli anni ’70-’80, dopo la svolta neoliberale del capitalismo mondiale. Il cambiamento di paradigma ha portato le nuove élite sociali presenti nelle regioni arabe a pensare che fosse arrivato il momento di raccogliere nel settore privato i frutti delle ricchezze accumulate nel periodo precedente, saccheggiando lo Stato. Il modello statalista è stato giudicato e condannato dalla crisi finanziaria, presentata come il prodotto di un fallimento irrimediabile. Si è quindi scommesso sullo sviluppo degli investimenti privati. Ignorando il costo sociale pur sempre esorbitante, il modello neoliberale è riuscito, in alcuni Paesi, a produrre delle success stories, come in Turchia, Cile o India, dove l’intervento del settore privato ha permesso un certo decollo economico, ma questi casi sono più spesso l’eccezione che la regola. Infatti ciò non è avvenuto nelle regioni arabe, dove non esiste un capitalismo privato disposto a dare il cambio allo Stato nella corsa allo sviluppo. Gli investimenti privati sono si sono avuti, per la maggior parte, in quei settori promettenti profitti rapidi, come la speculazione. Per esempio, la crescita della costruzione edilizia ha assunto un’importanza smisurata, legata soprattutto al turismo che assicura ricavi stabili e presenta sfide sociali limitate. In alcuni Paesi si sono anche avuti investimenti industriali, con la partecipazione di capitali stranieri, ma sono rimasti dei casi isolati. Le risorse esistenti, spesso ingenti, non sono state dirette verso la promozione di un vero sviluppo per via delle strutture sociali, della natura dei gruppi dirigenti e dei regimi esistenti. È questa la chiave di lettura del blocco di cui parliamo.

CT : Quindi questo spiega l’esplosione sociale, poi però ci sono le complessità prettamente politiche...

G. A. : In effetti, tanto questa realtà economica e sociale appare piuttosto semplice da analizzare, quanto appena si approccia la dimensione prettamente politica, la questione diventa oltremodo complessa. I processi rivoluzionari si scontrano con reazioni controrivoluzionarie, come la Rivoluzione Francese incappata in una controrivoluzione a livello nazionale (il vecchio regime) ed europeo, se si pensa alle monarchie circostanti. Le rivoluzioni arabe si scontrano anch’esse con i regimi esistenti, ben inteso, ma lo stesso avviene per il polo regionale reazionario rappresentato dalle monarchie del Golfo (l’Iran nel caso della Siria), cui bisogna aggiungere, sul piano internazionale, l’imperialismo occidentale e in particolare quello degli Stati Uniti e, sempre nel caso della Siria, quello della Russia. Fin qui, rimaniamo in una configurazione classica. Ciò che complica ancora le cose, è che nel processo rivoluzionario regionale stesso, si sono riversate forze reazionarie nate all’interno dell’opposizione ai regimi esistenti, nel corso degli anni, occupando lo spazio lasciato libero dal fallimento delle correnti progressiste. Queste forze, il cui ventaglio va dai moderati ai jihadisti, evidenziano l’integralismo islamico e hanno in comune un programma politico e sociale dalla natura fortemente reazionaria. Mentre nella lotta ai regimi insediati queste forze rivendicano la democrazia, ma soltanto ai fini del combattimento e non per un reale attaccamento ai valori democratici. Ricordiamo come, nello scontro con lo Shah iraniano, Khomeini cominciò anch’egli a brandire lo stendardo della democrazia. S’è poi visto che fine abbia fatto questo stendardo. Davanti a un processo rivoluzionario che pone la necessità di sbloccare lo sviluppo economico, tali forze aderiscono a prospettive della stessa natura di quelle dei precedenti regimi, guardando, su alcune questioni sociali e culturali, ancora più a destra. Tuttavia, queste convergono, assieme al resto delle forze rivoluzionarie, nell’opposizione ai regimi esistenti. Abbiamo visto come, in piazza Tahrir, si sono ritrovate fianco a fianco correnti che pongono l’articolazione della questione sociale con la questione politica e forze che danno alla questione sociale un’interpretazione reazionaria. Quindi, oltre alle controrivoluzioni classiche, in questi Paesi si assiste anche a una controrivoluzione portata avanti da forze che si sono prodotte nella prima fase della rivoluzione. Da ciò deriva la particolarità e la complessità di queste rivoluzioni. Per le forze di sinistra, si pone un problema strategico alquanto difficile, quello di costruire un polo che si differenzi dalla controrivoluzione portata dal vecchio regime a livello locale ma anche dalla “controrivoluzione nella rivoluzione”. L’assenza di soluzioni a tale problema pesa violentemente sulla sinistra, per questo sia in Tunisia che in Egitto, la si è vista passare da un’alleanza all’altra, recentemente con gli integralisti opposti al regime o con i militari o altri perpretanti del vecchio regime contro gli integralisti... Una situazione questa, che potrebbe rivelarsi fatale se non si arriva a breve ad una strategia comune e alla costituzione di forze politiche capaci di rifiutare entrambe le controrivoluzioni, e che condividano le stesse prospettive alla questione sociale, che si discostino soltanto riguardo alle diverse modalità di gestione dello Stato. Ora, al di là dei settori marginali, le forze che compongono la sinistra nei Paesi interessati, essenzialmente, non sembrano ancora aver capito che è la questione sociale a costituire il principale fattore esplosivo e che soltanto appoggiandosi a questa sarà possibile ottenere l’egemonia in un movimento di massa. In un contesto talmente tragico come quello siriano, tale complessità viene smisuratamente replicata. Nel campo della rivoluzione si sono sviluppate forze ultra-integraliste legate alle monarchie del Golfo, davanti alle quali il regime è sostenuto da Iran e Russia. In Siria, il regime stesso ha fatto di tutto per favorire lo sviluppo di queste correnti, rendendole, potremmo dire, i suoi “nemici preferiti”. Questo faccia a faccia conviene sotto tutti i punti di vista, perché permette allo stesso tempo di mantenere una base sociale al di là della propria ristretta base comunitaria e di dissuadere l’Occidente dal sostenere la ribellione. Una politica cinica che purtroppo si è rivelata un successo! Le forze progressiste siriane, assieme ai primi organizzatori delle insurrezioni, hanno accettato un’alleanza con i Fratelli musulmani, finanziata soprattutto dal Qatar, dando prova di non aver affatto compreso i due dati della situazione. Innanzitutto, il fatto che il capovolgimento di un regime come quello di Damasco non sarebbe mai potuto accadere pacificamente: la mancata comprensione di ciò ha impedito loro di prendere l’iniziativa e impegnarsi realmente nella lotta armata. E una volta che questa si è imposta sul territorio, le forze progressiste non hanno poi saputo gestirla in modo tale da acquisire la legittimità necessaria a combattere da subito l’emergenza dei gruppi integralisti nefasti al processo rivoluzionario. Questi gruppi invece, meglio organizzati dal punto di vista di risorse finanziarie e militari, diventate presto ingenti, sono cresciuti e hanno portato il Paese in questa situazione in cui la rivoluzione si trova attanagliata tra le forze ultra-reazionarie e un regime oppressivo dalla violenza assassina inaudita. Riassumendo, quindi, si può dire che si è avuto dapprima un processo rivoluzionario sociale piuttosto classico, anche se in un contesto politico di estrema complessità. In questo contesto, il principale determinante è stata la capacità soggettiva delle forze progressiste di conquistare l’egemonia all’interno del movimento di massa. L’euforia della prima fase è ormai dissipata, e ha lasciato il posto a un’inquietudine dominante. Eppure, non bisogna cedere al fatalismo. Fintanto che le risposte radicali non saranno rivolte alla questione economica e sociale, non ci sarà stabilità, qualsiasi sia la forza che prenderà il potere. Ciò significa che il potenziale di cambiamento è comunque presente, che la sinistra può comunque assumere il controllo di sé e cominciare a cambiare la situazione. Ma se ciò non avviene la regione potrebbe trovarsi di fronte a una storica regressione. La storia insegna che uscire dal blocco di una formazione socio-economica non è sempre positivo; la caduta dell’Impero Romano e il passaggio dall’antichità al feudalesimo non sono state un progresso, ma l’inizio di una lunga notte per l’Occidente.

CT : Un attore specifico in tutta la regione è rappresentato dalle correnti politiche che si richiamano all’Islam. Come analizzarle? È possibile una chiave di lettura religiosa?

G. A. : La religione non spiega nulla. L’approccio essenzialista che consiste nel credere che i musulmani siano votati all’integralismo per via della loro religione è smentito dalla storia. Prendiamo ad esempio l’Iraq: fin dall’occupazione americana, la maggioranza araba del Paese era totalmente dominata da forze integraliste sciite e sunnite. Alla fine degli anni Cinquanta, i partiti dominanti erano quelli laici, di sinistra, compresi i comunisti, che rappresentavano una forza considerevole, soprattutto nel sud sciita. Per comprendere gli sconvolgimenti che hanno portato alla situazione attuale, bisogna ripercorre la storia degli ultimi decenni. Dopo l’indipendenza, la regione ha conosciuto uno sviluppo nazionalista di sinistra in un contesto in cui il liberalismo era completamente screditato perché percepito come un legame alle potenze coloniali, con le “borghesie nazionali” deboli rispetto a un anti-imperialismo esacerbato dal conflitto israelo-palestinese. Sono quindi emerse correnti nazionaliste di sinistra in opposizione ai regimi instaurati dal colonialismo e alla dominazione imperialista, che hanno visto il proprio apogeo negli anni Sessanta. Ma si sono poi ritrovate in un vicolo cieco, quello dei regimi dittatoriali, degli stati di polizia che hanno finito per essere aborrenti quanto le monarchie che andavano a rimpiazzare. Quanto ai partiti comunisti, la cui l’autorità dipendeva dal prestigio dell’URSS nel dopoguerra, si sono visti indeboliti dal sostegno di Mosca alla creazione dello Stato d’Israele e hanno poi finito per subire gli effetti del crollo dello Stalinismo. Quindi, per eliminazione successiva, il campo è diventato vacante, ma nessuna forza di sinistra è stata in grado di occuparlo. Durante la svolta neoliberale degli anni ’70 e ’80, i regimi esistenti hanno favorito la crescita degli integralisti, pensando che potessero fungere da antidoti alla sinistra, poiché suscettibili di captare e stravolgere il risentimento popolare. In effetti, questi si sono costruiti come forma d’espressione principale della contestazione popolare, diventando una minaccia per i regimi che li avevano appoggiati. Rimane però il fatto che la sommossa rivoluzionaria li ha battuti sul tempo, ed è stata il segno del loro perder colpi, risultante dalla loro incapacità, dopo decenni di opposizione, a presentarsi come candidati adeguati al potere. Non avevano fatto altro che oscillare tra accordi con i regimi da un lato e azioni terroristiche dall’altro. L’insurrezione ha dato luogo al bisogno di direzione colto dalle nuove generazioni, un bisogno in qualche modo facilitato dalle nuove tecnologie e dalla rapidità di formazione di reti che queste permettono, ma anche con tutti i limiti di queste reti “virtuali” quando si tratta d’agire sui processi reali, testimoniando l’assenza di organizzazioni progressiste in grado d’agire con una visione strategica chiara. In questo contesto, gli integralisti sono apparsi, agli occhi di fette importanti di popolazione, come l’unica soluzione. “L’Islam è la soluzione” non hanno cessato di dichiarare per decenni. Ed è in fin dei conti una cosa positiva che tali forze siano state messe alla prova dal potere, mostrando il carattere illusorio dei loro discorsi e che non disponevano di alcuna risposta originale ai problemi fondamentali, che sono d’ordine sociale. Di qui il loro fallimento chiaro e rapido sia in Egitto che in Tunisia. Sarebbe pertanto un errore concludere che gli integralisti siano stati definitivamente relegati e bollati come la “spazzatura della storia”. Se la sinistra non costituisce un terzo polo e rimane prigioniera dei propri giochi di equilibrio tra vecchio regime e integralisti, questi ultimi potrebbero riemergere. Come è avvenuto in Egitto quando i militari hanno sfruttato l’eco degli integralisti per riacquistare consenso, così i Fratelli musulmani potrebbero riemergere in seguito all’eco garantita dai militari e captare di nuovo il malcontento popolare, traendo beneficio dalla repressione di cui sono vittima oggi. In breve, gli integralisti hanno subito un rovescio molto pesante, ma ciò non deve far pensare che siano definitivamente fuori gioco. Tutto dipende, ancora una volta, da quello che succede a sinistra.

CT : E per quanto riguarda la politica delle potenze occidentali e quella degli Stati Uniti in particolare, si propongono differenti letture per render conto della diversità delle azioni. L’intervento avvenuto in Libia e il non intervento oggi in Siria...

G. A. : La Libia e la Siria hanno entrambe subito la guerra civile, ma si tratta di casi diversi. Per quanto riguarda la Libia, le potenze occidentali, consapevoli dell’isolamento regionale e internazionale di Gheddafi e dello stato di grande debolezza delle forze organizzate opposte al regime, hanno visto in un intervento l’occasione di gestire la rivoluzione e impadronirsi dei comandi appoggiandola militarmente. Il processo rivoluzionario regionale era allora troppo forte affinché le potenze occidentali potessero opporvisi frontalmente. In Bahrein, questo ruolo è affidato al regno saudita, assistito dalle altre monarchie del Golfo intervenute militarmente per impedire la caduta della monarchia e reprimere il movimento popolare. Le potenze occidentali non avevano i mezzi per farlo in Libia, né tuttavia l’intenzione di sostenere Gheddafi. L’influenza degli Stati Uniti, dopo la catastrofe accertata dell’occupazione irachena, era ai livelli più bassi in oltre vent’anni. L’alternativa era quindi tentare di controllare il processo dall’interno. La Libia poteva servire al recupero d’insieme di un processo regionale che aveva pesantemente imbarazzato i governi occidentali. In Francia, la scelta di Sarkozy è stata indicativa: dopo essersi scottato con la Tunisia (si ricorderà dell’offerta d’aiuto repressiva rivelata poi da Alliot-Marie), la Libia deve essere apparsa come un’opportunità per ripristinare la propria immagine, giocando la carta della democrazia e del sostegno ai rivoluzionari pur auspicando una posizione d’influenza sulla direzione del movimento per poterlo orientare favorevolmente verso gli interessi francesi. In tutto ciò la ribellione libica ha richiesto una protezione aerea, concessa, ma accompagnata da un rifiuto categorico ad un intervento militare sul suolo. Questo era un segno evidente di sfida, tutto sommato per nulla fondata. Londra e Parigi (Washington si era mostrata un po’ più scettica e in posizione di relativo ritiro) avevano pensato di essere nella posizione necessaria a poter dettare il corso degli eventi. L’insurrezione di Tripoli però ha stravolto i loro calcoli, mettendo in ginocchio il regime. Una situazione caotica peggiorata dallo smantellamento reale dello Stato dal vecchio regime, che non si era avuta in Tunisia o in Egitto, e ancora meno nello Yemen. In assenza di una forza egemonica organizzata, la situazione libica è sfuggita a qualsiasi controllo. Per le potenze occidentali è stato un vero e proprio fiasco. Queste infatti, non volevano un tale smantellamento, il loro obiettivo era piuttosto stato quello di ottenere che Gheddafi si dimettesse in favore del figlio Saif-el-Islam, che aveva da anni relazioni corrette con i dirigenti occidentali. Un gioco cui il Generale rifiutò di prestarsi e che fu poi cessato con l’insurrezione di Tripoli. La Siria si presenta come un caso ancora più complicato. Lungi dall’essere isolato, il regime di Bashar al-Assad giova del sostegno determinante dell’Iran, per cui è un alleato strategico cruciale, così come dell’appoggio risoluto della Russia, per cui il conflitto siriano ha rappresentato un’occasione per imporsi nuovamente sulla scena internazionale come non accadeva dalla fine dell’URSS. Per i governi occidentali, l’esperienza libica assume un valore dissuasivo rispetto alla nuovissima illusione di controllare la rivoluzione limitandosi a sferrare colpi a distanza. Siccome l’invio di truppe di combattimento nel ginepraio siriano, è stato escluso a priori, non si poneva più la questione di ripetere lo scenario libico correndo il rischio che sfociasse nel caos e diventasse troppo pericoloso per gli interessi occidentali e troppo destabilizzante per la regione nel suo insieme. La posizione occidentale (con Washington a capo, assieme al consenso generale e alle promesse di Parigi) consiste nel mantenere lo Stato siriano e la sua colonna vertebrale armata. Washington tenta quindi di convincere la Russia e l’Iran a far pressione sul regime siriano per arrivare a un compromesso. Il problema è che un compromesso implicherebbe la caduta di Assad, condizione sine qua non da parte dell’opposizione siriana, mentre, su questo punto, si può constatare oggi una disponibilità occidentale a transigere. Quanto alle monarchie del Golfo, queste convergono assieme al regime siriano nel rafforzamento degli integralisti sul campo della ribellione, a scapito dei progressisti. Bashar al Assad si è creato il nemico di cui aveva bisogno, liberando di prigione numerosi jihadisti a giugno 2011, quando migliaia di militanti progressisti erano coinvolti nelle sommosse. Per le monarchie del petrolio, una rivoluzione democratica in Siria rappresenta un pericolo fatale, cui si sforzano di opporre un’alternativa con referente islamico. Se il regime di Assad non fosse minoritario sul piano religioso, queste l’avrebbero certamente appoggiato.

CT : Le opposizioni esistenti tra l’Arabia Saudita e il Qatar non sono evidenti...

G. A. : Vero è che al di là delle tradizionali rivalità, il comportamento dell’emiro del Qatar non sembra potersi spiegare in funzione di una griglia interpretativa materialista. La difesa degli interessi materiali dovrebbe incitare i dirigenti di un mini stato come il Qatar a godere tranquillamente dell’enorme manna di petrolio di cui dispone. Ma l’emiro, che ha recentemente abdicato in favore del figlio, ha grandi ambizioni politiche, dal prezzo elevato. Ha elargito considerevoli somme per acquisire una certa influenza politica a livello regionale, precisamente sponsorizzando (non a caso faccio uso di questo termine calcistico) i Fratelli musulmani dopo la loro rottura con il regime saudita, creando la catena di tv satellitare Al Jazeera, che rappresenta un potente strumento politico, e sostiene forze come Hamas e Hezbollah, accogliendole anche nel suo territorio e contribuendo a finanziare la principale base di comando militare statunitense nella regione... Rinviare la spiegazione di questo gioco politico alla psicologia del personaggio potrebbe sembrare sconcertante, ma bisogna prendere atto dell’importanza smisurata che assume il fattore individuale in un contesto di potere autocratico assoluto, che beneficia di un’importante rendita dal petrolio... Dopo tutto, chi potrebbe dare una spiegazione materialista ai capricci e alle numerose traiettorie in direzioni spesso contraddittorie, di un Gheddafi? Per quanto riguarda i rapporti tra Qatar e regime saudita, il divorzio è sopraggiunto quando l’emiro del Qatar è diventato “sponsor” dei Fratelli musulmani. Questi erano stati ripudiati dai sauditi al momento della prima guerra del Golfo, quando hanno rifiutato di sostenere l’intervento statunitense. Riyad attendeva che la fratellanza venisse a implorare perdono, ma l’emiro del Qatar ha poi annunciato di voler “comprare” la squadra. Ciò ha suscitato il furore dei sauditi, aumentato dal ruolo di mediatore che il Qatar cerca di ricoprire, intrattenendo buoni rapporti con l’Iran e stringendo relazioni dirette con Israele... Con l’arrivo delle rivolte arabe, l’emiro del Qatar ha creduto che il suo momento di gloria fosse finalmente arrivato. Ma ha dovuto presto ricredersi, considerato il risentimento popolare, che non ha tardato a palesarsi, in diverse occasioni, contro l’ingerenza del Qatar tanto in Tunisia quanto in Libia e in Egitto.

CT : Anche se il Libano non è direttamente coinvolto nei processi rivoluzionari che abbiamo menzionato, l’attualità pone una domanda: il Libano è condannato a vacillare nella situazione di guerra civile presente in Siria, con cui confina?

G. A. : Ciò potrebbe sembrare inevitabile, ma allo stesso tempo si può constatare che, a dispetto di tutto, non è ancora avvenuto. E ciò è dovuto a un esile rapporto di forze: la potenza militare di Hezbollah non ha un equivalente in Libano, ciò vuol dire che uno scontro da parte sunnita sarebbe suicida. D’altro canto, Hezbollah è già sufficientemente impegnata con l’intervento in Siria e deve inoltre pensare alla minaccia israeliana. Per il momento, è questo equilibrio che impedisce l’esplosione.

Conversazione raccolta da Francis Sitel

Traduzione per CommuniaNet di Elvira De Rosa


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