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martedì 31 dicembre 2013

2013 in Medio Oriente: una violenta eredità

Il 2013 in Medio Oriente e Nord Africa è stato un anno di grande complessità politica e di immensi spargimenti di sangue. Una eredità che peserà sul 2014. Nell'anno che ci volge le spalle ha dominato ancora la guerra civile siriana con i suoi 120mila morti e che, nella seconda metà di gennaio, dovrebbe essere affrontata al tavolo della conferenza di Ginevra II, sponsorizzata da Usa e Russia. La crisi siriana travolge l'Iraq e rischia di far precipitare il Libano.
In Siria si combattono potenze regionali come Arabia Saudita e Iran e si contrappongono gli interessi di Washington e Mosca. Lo scontro tra Riyadh e Tehran, tra musulmani sunniti e sciiti, divampa ogni giorno in Iraq, finito in una nuova spirale di violenze che ogni giorno fa molte decine di morti nel disinteresse del mondo. Al Qaeda, nata come una organizzazione segreta di pochi militanti, ha adottato una linea più «movimentista» che fa molti proseliti tra i salafiti più radicali. Torna ad avere una forte presenza in Iraq e si è rapidamente diffusa in Siria dove ha stabilito alleanze con «formazioni sorelle» come il Fronte Nusra e il Fronte islamico. Stesso discorso per il Libano dove bombe e violenze da diversi mesi colpiscono sunniti e sciiti, le roccaforti del fronte anti-siriano «14 marzo» come quelle dello schieramento «8 Marzo» dominato da Hezbollah, alleato di Damasco e sostenuto da Tehran.

Proprio il movimento sciita è nell'occhio del ciclone. La sua decisione di mandare centinaia, forse migliaia, dei suoi uomini migliori a combattere in Siria in appoggio all'esercito governativo, ha ridato fiato alle trombe delle forze libanesi di destra che chiedono il completo disarmo dei guerriglieri sciiti e che sia «rimosso» dal vocabolario politico nazionale l'idea di «resistenza armata».

Il 2014 rischia di rivelarsi subito un anno drammatico per il Paese dei Cedri: il 16 gennaio si apre presso il Tribunale Speciale per il Libano il processo contro alcuni militanti di Hezbollah accusati dalla procura internazionale di aver preso parte all'attentato del 14 febbraio 2005 in cui rimase ucciso l'ex premier Rafik Hariri, stretto alleato dell'Arabia Saudita e padre del leader sunnita Saad Hariri. Per il segretario di Hezbollah, Hassan Nasrallah, il processo del 16 gennaio è un «complotto internazionale», appoggiato da Usa e Israele, volto a disarmare la resistenza.

Parlare ancora di «rivoluzione» in atto in Siria contro il regime del presidente Bashar Assad è fuorviante, serve solo a ingannare l'opinione pubblica internazionale e a nascondere la realtà sul terreno. Sono svanite le proteste popolari in nome di diritti e libertà della primavera del 2011 che dalla città meridionale di Deraa si erano poi allargate ad altre città, inclusa la capitale Damasco. L'opposizione politica siriana, raggruppata in maggioranza nella Coalizione Nazionale, e il suo braccio armato, l'Esercito libero siriano (Els), armato e finanziato dai governi occidentali e dai petromonarchi, contano sempre meno e alla conferenza di Ginevra II rischiano di prendere decisioni impossibili da attuare.

Il neonato Fronte Islamico (sostenuto da Riyadh), lo Stato islamico in Iraq e nel Levante (al Qaeda) e il Fronte Nusra non hanno alcuna intenzione diplomatica, piuttosto vogliono continuare la «guerra santa» contro il regime alawita (sciita) di Assad che, da parte sua, è convinto di poter riprendere una buona parte dei territori siriani caduti in mano ai ribelli. Il bagno di sangue perciò andrà avanti, non solo in Siria ma anche in Iraq dove lo scontro tra gli alleati di Iran e Arabia Saudita si fa sempre più violento. Potrebbe essere il destino anche del Libano dove la guerra civile in effetti è già in atto ma a bassa intensità.

E nel 2013 c'è stato il duro ridimensionamento del movimento dei Fratelli Musulmani (e del Qatar, suo sponsor regionale) - che solo un anno fa era in forte ascesa nel Medio Oriente - per effetto del colpo di stato militare in Egitto, che il 3 luglio ha deposto il presidente Morsi e il suo governo islamista, e il progressivo sfaldarsi del consenso di cui ha goduto per anni il premier turco Erdogan, travolto prima dalle proteste di Gezi Park e poi dalla tangentopoli turca. I contraccolpi si sono sentiti anche in Tunisia, con le gravi difficoltà che sta incontrando il partito islamista «en Nahda», e a Gaza dove il governo di Hamas subisce di nuovo le misure restrittive imposte dalle nuove autorità del Cairo.

Mentre si è aggravata l'occupazione israeliana dei Territori palestinesi, con l'espansione senza sosta delle colonie, nonostante la ripresa del negoziato bilaterale imposto alle parti dal Segretario di stato Usa, John Kerry. Le tensioni quotidiane non mancano, numerosi gli uccisi nel 2013, quasi tutti palestinesi. Tra i rari sviluppi positivi c'è l'accordo preliminare raggiunto dalle potenze occidentali con Tehran sul programma nucleare iraniano. Tuttavia il percorso verso un'intesa definitiva è lungo, Israele e Arabia Saudita remano contro l'accordo con il presidente Rowhani e tengono sotto pressione l'Amministrazione Obama favorevole, almeno in apparenza, a voltare pagina nelle relazioni con Tehran e a sotterrare l'ascia di guerra.

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Libano, la longa manus saudita

È polemica in Libano dopo l'annuncio del presidente Michel Sulaiman della donazione di 3 miliardi di dollari erogata in favore dell'Esercito Libanese da parte della monarchia saudita. L'impegno, annunciato nella giornata di domenica immediatamente dopo la fine dei funerali dell'ex-ministro e deputato della coalizione del 14 marzo Muhammad Chatah, arriva dopo l'incontro tenutosi a Riad tra re Abdallah e il presidente francese François Hollande, a sua volta dichiaratosi disposto a fornire armi al governo libanese qualora ritenuto necessario.

L'ennesima manifestazione dell'ingerenza saudita negli affari libanesi, fattasi sempre più stringente dopo la discesa in campo delle truppe di Hezbollah a fianco dell'esercito di Assad. L'obiettivo non troppo velato del regime wahhabita è infatti quello riuscire a creare attraverso la formazione di un governo di propria scelta le condizioni politiche tali da poter spingere le truppe del Partito di Dio a ritirarsi dal campo di battaglia siriano.

Già nel marzo scorso un tentativo in tal senso era stato fatto promuovendo la nomina di Talal Salman a primo ministro in sostituzione del dimissionario Najib Miqati. In autunno, indiscrezioni davano la garanzia del controllo sul Libano come conditio sine qua non pretesa dall'Arabia Saudita per la sua partecipazione ai colloqui di Ginevra II.

Le pressioni saudite non sono per adesso riuscite a mutare in maniera significativa i rapporti di forza tra gli schieramenti dell'8 e del 14 Marzo, le cui divergenze sulla legge elettorale e sui termini intorno a cui costruire il nuovo governo per condurre il Libano alle elezioni presidenziali e la cui infinita lotta per il potere, hanno gettato il Paese in un impasse istituzionale dal quale non sembra esserci via d'uscita.

Da un lato un 14 Marzo intenzionato a prendere il controllo del Paese puntando soprattutto sulla delegittimazione di Hezbollah, dall'altro un 8 Marzo intenzionato a non cedere sulla formula "popolo-esercito-resistenza" intorno alla quale ha costruito la propria legittimazione. Al centro Jumblatt e il suo Partito Socialista Progressista, che dopo un ennesimo riavvicinamento al 14 Marzo in primavera giocando un ruolo di primo piano nella scelta di Salman, ha fatto un passo indietro per le recrudescenze confessionali che stanno animando il conflitto siriano, potenzialmente pericolose per la comunità drusa di cui è storico leader di riferimento.

L'ingente donazione dell'Arabia Saudita potrebbe tuttavia avere un peso diverso. La necessità di formare un governo entro il termine stabilito del 25 marzo per evitare lo spauracchio del rinvio delle elezioni e l'oggettivo bisogno di liquidità delle forze armate messe sempre più alla prova dai riflussi del conflitto siriano, dalle pressioni islamiste e dalle nuove tensioni al confine con Israele potrebbero infatti verosimilmente tentare il Presidente Sulaiman ad accettare la soluzione del governo tecnico promossa da mesi dalla coalizione guidata da Hariri, alleato di ferro di re Abdallah.

Una soluzione che se da un lato porrebbe fine all'impasse, dall'altro farebbe uscire il Libano da quella neutralità formale rispetto al conflitto siriano grazie alla quale è finora riuscita ad evitare il collasso. Un rischio che in questa fase non può permettersi di correre.

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L'ultima idea contro la crisi: vendere ferie ai dipendenti

Se l'ultimo grido per ridurre i costi delle imprese è “vendere ferie supplementari” ai dipendenti, possiamo dire – senza scandalizzare troppo – che il capitalismo soffre manifestamente di sovrapproduzione?

In Italia nessuno avrebbe avanzato una proposta del genere, perché i dipendenti prendono così poco che le ferie – anche quando le hanno gratis (non sempre, se si pensa a tutti i precari) – non riescono neppure ad usarle davvero, e restano a casa invece di farsi una vacanza. Nella ricca Svizzera, invece, “il margine” per fare una proposta del genere c'è ancora. E Swisscom – azienda di telecomunicazioni che controlla anche l'italiana Fastweb – ha rotto il ghiaccio. L'offerta, avanzata con una normalissima mail, mette a disposizione fino a 10 giorni l'anno in più (due settimane, contando anche i weekend); ovviamente con relativa deduzione dalla busta paga. "Ferien gegen Geld". Fuori di metafora, è un taglio di orario e salario. Il lato “buono” della medaglia è che per ora si tratta di una scelta volontaria, non obbligatoria.

Non che ai “swisscomini” facciano difetto le ferie (cinque settimane l'anno), ma tra le normali rivendicazioni contrattuali c'è sempre quella di estenderle; o direttamente, o indirettamente (problemi di famiglia, malattia, permessi giornalieri, ecc). Il colosso elvetico deve ridurre i costi e quindi ha pensato fosse l'ora di contro proporre una soluzione: statevene a casa, se volete, ma non vi paghiamo.

Al momento la proposta non riguarda tutti i dipendenti, ma soltanto i 1.500 del settore Network & It Operations, oltre ai quadri dirigenti. Un'ammissione indiretta: ci sono troppi dirigenti, che lavorano anche poco. Gente col salario medio che supera i 90.000 euro l'anno; se aderisse all'offerta il 30% di questa fascia, per Swisscom ci sarebbe un risparmio di 1,5 milioni. Se poi l'idea dovesse venire estesa a tutti gli addetti, il “risparmio” sfiorerebbe i 20 milioni.

In Italia, come sappiamo, per ridurre produzione e costi le aziende preferiscono ricorrere alla cassa integrazione (co-finanziata da imprese e lavoratori, tranne quella “in deroga”, che è carico dello Stato). O addirittura ai licenziamenti.

Ma se anche la Svizzera ha ora dei problemini del genere, dobbiamo concluderne che il fenomeno è di proporzioni globali, tendenzialmente incontenibile.

Certo, la sovrapproduzione di merce sarebbe facilmente contenibile riducendo l'orario di lavoro (a parità di salario però...). Ma questo non risolverebbe nulla, perché la sovrapproduzione è sempre “di capitale”; ovvero merci, sì, ma anche imprese, stabilimenti, stock finanziari... e soprattutto persone fisiche. Certo, espropriando i capitalisti sarebbe facile risolvere anche questo problema...

Ma proprio qui si incanta il gioco delle “soluzioni semplici” e si pone il problema – o la prospettiva – della Rivoluzione. Non quella grillina che vuol cacciare soltanto “la casta” lasciando imprese e finanza a fare sfracelli; non quella renziana che semplicemente punta a sostituire con una barcata di new entry la precedente generazioni di servi del capitale; e tantomeno quella “nazionalista” della solita destra...

'Sti cavolo di svizzeri, con una sola mossetta fanno venir giù un castello di carte.

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La Russia di Putin in pieno caos pre-olimpico

Ce ne siamo accorti soprattutto quando sono esplose le lotte della scorsa estate in Brasile durante la Confederation Cup delle nazionali di calcio: i grandi eventi sono vetrine importanti sulla situazione interna di un paese ospitante, sui conflitti che lo attraversano. Non c'è eccezione riguardo alla Russia; sono infatti giorni complicati quelli che attraversa il governo di Vladimir Putin.

L'ex capo del Kgb è in evidente difficoltà nel riuscire a vincere la battaglia geopolitica, nei suoi versanti economici e di immagine pubblica, riguardante le Olimpiadi Invernali di Sochi che partiranno nel prossimo febbraio. Olimpiadi fortemente volute proprio da Putin, alla ricerca di nuovi investimenti esteri ma soprattutto di un dispositivo di soft power con il quale riabbellire l'immagine di una Russia sempre più dilaniata da diversi fattori, che iniziano a premere con forza contro l'ormai quindicennale dominio putiniano.

In primis, il crescente attivismo interno: espressosi soprattutto con il caso delle Pussy Riot in termini mediatici, già aveva visto l'emergere di forti piazze di contestazione in occasione delle elezioni del marzo 2012, piazze riempite da decine di migliaia di persone che protestavano contro il modello di governo putiniano e per una avanzamento negli standard democratici del paese.

A queste si devono aggiungere diverse questioni di carattere internazionale, fortemente tornate alla ribalta con l'attentato suicida di Volgograd di oggi (che aveva avuto un precedente ad ottobre scorso), ad opera molto probabilmente di una donna legata ai movimenti guerriglieri islamisti non completamente annichiliti dalle guerre cecene degli inizi del XXI secolo e che continuano ad essere un problema soprattutto nella regione del Nord Caucaso.

La mossa dell'amnistia putiniana della scorsa settimana ha infatti rappresentato - come lucidamente sottolineato dalle stesse Pussy Riot in una intervista subito dopo la liberazione - una mossa politica di diplomazia internazionale che doveva rispondere non solo al caso della punk band al femminile, ma anche alla questione della detenzione dei manifestanti di GreenPeace arrestati a seguito di una protesta contro le trivellazioni offshore nell’Artico (sul cui sfruttamento delle risorse naturali proprio la Russia si gioca gran parte della potenza geopolitica futura).

Nonché, ca va sans dire, soprattutto del caos che riguarda l'Ucraina, con la partita in campo tra Mosca e Bruxelles sul futuro di Kiev, che vede le piazze ucraine prodursi da settimane in piazze di assedio ai palazzi del potere locale e che rischiano di minare il progetto geopolitico russo di recupero della sua tradizionale zona d'influenza sfruttando il relativo declino dell'appeal dell'UE.

I 18 morti di oggi sono la prova del fatto che in attesa delle Olimpiadi, c'è da attendersi un forte scontro di mosse tra il potere russo e i movimenti di diverso tipo che si agitano all'interno del paese, movimenti eterogenei e che attaccano il regime da diverse prospettive. Un puzzle intricato insomma, nel quale le Olimpiadi avrebbero dovuto giocare il ruolo di pacificatrici dell'opinione pubblica interna e internazionale e che invece rischiano solamente di essere un nuovo passaggio di destabilizzazione del regime putiniano.

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lunedì 30 dicembre 2013

Lesotho, sotto il tetto del continente

L'ampliamento del progetto che disseta il Gauteng avrà un forte impatto ambientale e sociale. Storia di appalti miliardari e tangenti che parla anche italiano.


Un enclave idrico naturale senza sbocco sul mare nel cuore di un Paese arido che soffre siccità periodiche, scarsa disponibilità di acqua e una distribuzione spaziale delle precipitazioni medie annuali non uniforme. È il Regno del Lesotho, una cascata a zig zag di strade su alte montagne che gli valgono il soprannome di tetto dell'Africa quale Paese più alto del continente. Nel più vasto territorio della Repubblica del Sudafrica, interrompendone la superficie di più di un milione e 220 mila chilometri quadrati, quella che così descritta sembrerebbe una gola profonda si erge invece a vedetta da picchi altissimi che arrivano a toccare punte di circa 3000 metri sul livello del mare. Un regno montuoso con una superficie di circa 30.400 chilometri quadrati e in sostanza uno dei Paesi meno sviluppati al mondo, senza grandi risorse naturali fatta eccezione per l'acqua di cui si consuma meno del 6% sul mercato interno - secondo i dati del 2002 della European Investment Bank - che si stende sulla più grande economia dell'Africa, la Rainbow Nation, la quale però dispone di risorse idriche a singhiozzo con una parte considerevole della popolazione ancora senza accesso all'acqua potabile e a servizi igienici adeguati. Proporzioni che non si incontrano e culture lontane che in modo diverso soffrono bisogni e carenze contrastanti con budget milionari di interessi economici locali e internazionali. Secondo i dati forniti da Water Technology, il Lesotho dispone di abbondanti risorse idriche che eccedono rispetto ai requisiti per eventuali futuri progetti di irrigazione e di sviluppo. Su una disponibilità totale infatti di circa 150 metri cubi al secondo, il consumo totale di acqua in Lesotho è di circa 2 metri cubi al secondo.

Un progetto redditizio
Il fiume Senqu, conosciuto anche come Orange River, scorre a circa 2.000 chilometri ad ovest della regione montuosa del Drakensberg del Lesotho attraverso il Sudafrica e verso l'Atlantico. Circa a metà, lungo il suo letto si unisce al fiume Vaal, che scorre da nord-est. Nel 1950 l'Alto Commissario britannico per il Lesotho, Sir Evelyn Baring, individuò in quello che poi divenne il Lesotho Highlands Water Project (Lhwp) il modo più economico per fornire acqua al Sudafrica. A uno studio di fattibilità da parte dei due Paesi nel 1978, ne seguì uno più dettagliato condotto dal MacDonald Lahmeyer Consortium tra il 1983 e il 1986 a conferma che il progetto era economicamente redditizio e avrebbe permesso la produzione di energia idroelettrica. Con un accordo siglato nel 1986 il Sudafrica accettò di pagare i costi di deviazione delle acque e il Lesotho di finanziare i progetti idroelettrici. Il costo totale del progetto ammonta a circa 8 miliardi di dollari e i finanziamenti sono stati emessi dalla Banca Mondiale, la quale coordina anche la mobilitazione di fondi da altri finanziatori tra cui l'African Development Bank, l'European Development Fund, la Development Bank of South Africa, banche commerciali e diverse agenzie di credito europee. Le operazioni della European Investment Bank in Lesotho rientrano in un mandato conferito dagli Stati membri dell'Unione europea nel quadro del secondo protocollo finanziario della IV Convenzione di Lomé - che regolava le relazioni di cooperazione dell'Unione europea (Ue) con i Paesi dell'Africa, dei Caraibi e del Pacifico (ACP) - con il pieno sostegno della Commissione europea e gli Stati membri attraverso un comitato di rappresentanti, principalmente dai Ministeri per la Cooperazione allo Sviluppo.

Una rete di gallerie e dighe
Il Lesotho Highlands Water Project è il più grande progetto infrastrutturale tra Lesotho e Sudafrica e prevede la costruzione di una fitta rete di gallerie e dighe per deviare l'acqua dalle montagne del Lesotho in Sudafrica e fornire energia idroelettrica al Lesotho. Responsabili del monitoraggio del progetto sono due istituzioni pubbliche, la Lesotho Highlands Water Commission (Lhwc) - per i lavori complessivi di esecuzione del progetto come dighe, gallerie, centrali elettriche e infrastrutture alle frontiere del Lesotho - e la Trans-Caledon Tunnel Authority (Tcta) responsabile in territorio sudafricano. Prima del Lhwp la carenza cronica di acqua era particolarmente acuta nella ricca provincia del Gauteng, l'hub industriale del Sud Africa di cui fa parte anche la capitale Pretoria e Johannesburg. Con una popolazione di oltre 10 milioni di abitanti il Gauteng genera quasi il 60 % del Pil nazionale ma rimane una delle poche aree metropolitane del mondo lontana da qualunque fonte naturale di acqua. La prima fase del Lhwp è stata completata nel 2004 e secondo quanto riportato a maggio 2013 al giornale locale Business Day dal ministro del Water and Environmental Affairs, Edna Molewa, il Sudafrica ha approvato la seconda fase del progetto per un totale di 1,3 miliardi dollari. La nuova diga, la cui conclusione dei lavori è prevista per il 2020, fornirà un extra di 45,5 metri cubi di acqua al secondo al Sudafrica che sarà destinata alle nuove miniere in Lephalale, il più grande comune della provincia del Limpopo, e a progetti infrastrutturali nello Steelpoort nella stessa provincia, mentre genererà 1.000 megawatt di elettricità per il Lesotho. Ma mentre il South African Federation of Civil Engineering Contractors ha accolto favorevolmente la notizia, agli inizi di dicembre il quotidiano locale del Lesotho Sunday Express riportava testimonianze e preoccupazioni sui contrasti tra la Lesotho Highlands Development Authority e gli abitanti del posto, soprattutto dei villaggi che si trovano alla confluenza tra i fiumi Khubelu e Senqu nella regione Polihali, in merito ai risarcimenti previsti dal progetto come compensazione per gli effetti di impatto ambientale e sociale derivanti dalla costruzione delle dighe, sui disagi delle comunità dei villaggi Ha Matala e Ha Makotoko in Thaba-Bosiu che sono stati reinsediati dalle zone di Katse e Mohale, dove cioè sono state costruite una diga, la Katse Dam sui Monti Maluti e la centrale idroelettrica di 72Mw Muela, la diga Mohale sul fiume Senqunyane, oltre a 32 km di tunnel di collegamento tra i due bacini idrici del Katse e del Mohale. Le comunità denunciano che da quando sono iniziati i lavori nella zona di Polihali, il Lhda ha rifiutato di mostrare le mappe che delineano i nuovi confini dei villaggi colpiti dalla costruzione della diga. La costruzione della diga di Polihali e della stazione idroelettrica di Kobong, parte di un mega progetto siglato nell'agosto 2011, avrà un impatto non indifferente sulle attività delle comunità di Mokhotlong Polihali, sulle loro case, i loro campi, i pascoli, i boschi e le superfici adibite alla coltivazione del thatching con cui nella zona si costruiscono soprattutto i tetti delle abitazioni. Benché il Lhwp preveda sulla carta impegni di consultazione delle parti direttamente e indirettamente interessate e costi di compensazione per coprire tra l'altro le perdite di beni materiali come le abitazioni, delle risorse agricole come alberi e terreni coltivabili, le rendite in denaro, grano e legumi e di risorse comunitarie come scuole e infrastrutture pubbliche, di fatto però, secondo le testimonianze riportate dalla stampa locale e da organizzazioni non governative tutto questo resta solo un miraggio e un impegno disatteso. Stando ai dati forniti dalla ong locale Transformation Resources Centre (Trc), circa 27 mila persone hanno subito danni in seguito alla costruzione della diga di Katse, mentre 325 famiglie sono state forzate a trasferirsi per far posto alla diga di Mohale inaugurata nel marzo 2004 dal re Letsie III e l'allora presidente sudafricano Thabo Mbeki.

Altro che vantaggi e tutele
In uno studio pubblicato nel 2006, On the wrong side of development. Lessons learned from the Lesotho Highland Water Projec t, Trc evidenzia come invece che garantire vantaggi alle comunità locali come posti di lavoro, strade migliori, crescita del turismo, approvvigionamento idrico e tutela ambientale, il progetto ha portato benefici minimi in termini di risarcimenti - ritardati e insufficienti - impoverimento delle aree rurali, condizioni inaccettabili di reinsediamento il quale ha contribuito notevolmente invece a sradicare le comunità locali dal loro habitat sociale e ambientale naturale, stravolgendone ritmi di vita e di lavoro, strutture famigliari e sociali, tradizioni e le già povere attività agricole di sostentamento. E costringendole a un adattamento forzato in nuove comunità di cultura differente con cui l'integrazione non è sempre pacifica. Per etnie che si tramandano l'abitazione di generazione in generazione e fortemente radicate nel contesto ambientale, costituisce un dramma vivere come sfollati e stranieri in case prefabbricate, strappate al proprio vicinato, ai propri campi e senza una fonte di reddito quali sono i pascoli e le terre coltivabili. Una storia non nuova come spesso accade per progetti multimilionari che spesso includono anche vicende di corruzione. Come in questo caso, che vede il diretto coinvolgimento anche di un colosso nazionale italiano delle costruzioni come la Impregilo. Già multata con 1,5 milioni di euro nel 2006 dalla Corte del Lesotho nel processo per corruzione in merito all'aggiudicazione di appalti nell'ambito del Lesotho Highlands Water Project, per aver impedito l'acquisizione di una serie di documenti che avrebbero fatto luce sui pagamenti illeciti eseguiti negli anni novanta dall'intermediario della vecchia Impregilo. Il 14 Dicembre 1990 l'Lhda e la Highlands Water Venture (Hwv) - un consorzio di aziende di cui Impregilo era capofila - avevano concluso un accordo per cui la Lhda ha aggiudicato l'appalto per la costruzione della diga di Katse a Hwv. Successivamente all'aggiudicazione, pagamenti contrattuali della Lhda sono stati effettuati dalla Hwv a Jacobus Michiel du Plooy, consulente sudafricano per Impregilo, che a sua volta ha fatto i pagamenti a Masupha Sole, l'allora direttore generale della Lhda.

Pagamenti ovvero tangenti
I pagamenti fatti da Du Plooy erano in realtà tangenti pagate a Sole al fine di convincerlo a esercitare la sua influenza per far aggiudicare il contratto a Hwv. Stando a quanto riportato dal BusinessReport di Iol, a luglio 2013 Impregilo è stata citata in giudizio da un imprenditore con l'accusa di non aver onorato il suo impegno di pagargli la commissione per aver aiutato il consorzio composto da Impregilo, la Cmc di Ravenna e la società di costruzioni Pv Mavundla ad aggiudicarsi un contratto in una gara d'appalto della Eskom. Appalto per Ingula, che si trova a circa 23 chilometri a nord-est di Van Reenen, effettivamente vinto dal consorzio Impregilo il 31 marzo 2009. Sipho Mahamba avrebbe incontrato due dirigenti di Impregilo a Milano dove sarebbe stato concluso un accordo verbale sul suo pagamento di 6 milioni di euro come commissione per il suo lobbying sulla Eskom. A luglio 2013 la Cassa depositi e prestiti (Cdp), Sace, Bnp Paribas Corporate and Investment Banking e Hsbc Bank plc hanno annunciato la finalizzazione di due finanziamenti per un totale di 300 milioni di euro a favore di Eskom Holdings Soc Limited (Eskom), la public utility sudafricana dell'energia. L'importo è destinato a finanziare il pagamento di una parte del contratto commerciale firmato con Cmc in joint venture con Impregilo e la società locale Mavundla per la realizzazione dei lavori sotterranei connessi alla centrale idroelettrica di Ingula. Nell'ambito dell'operazione, il gruppo assicurativo-finanziario Sace ha interamente garantito un primo finanziamento di 165 milioni di euro messo a disposizione da un pool di banche che coinvolge Kfw Ipex-Bank, Hsbc bank plc, UniCredit Bank Austria e Bnp Paribas, quest'ultima con il ruolo di banca agente e un secondo finanziamento di 135 milioni di euro erogato interamente da Cdp, nell'ambito del sistema Export Banca. La centrale, situata nella catena montuosa del Drakensberg, tra il Kwa Zulu Natal e il Free State, a circa 350 km a sud-est di Johannesburg, ha una capacità di produzione energetica di 1.322 Mw.

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Certo non si finisce mai di imparare a quale livello di spregiudicatezza possa arrivare la lotta per il potere all'interno alla CGIL. Avevamo capito che tra Landini e la Camusso fosse in corso una tregua armata che aveva portato il segretario della FIOM a non presentare un documento alternativo al Congresso.

Una tregua sostenuta dalla necessità di Landini di uscire dal cul de sac in cui si era cacciato con la vicenda FIAT e la mancata sottoscrizione del CCNL dei metalmeccanici e che la Camusso aveva favorito con la mossa del cavallo dell'infame accordo del 31 maggio sulla rappresentanza, che aveva come obiettivo anche quello di far rientrare la FIOM in fabbrica.

Evidentemente la sentenza della Corte costituzionale sul diritto alle agibilità in azienda anche per le organizzazioni sindacali che, pur avendo partecipato alla trattativa contrattuale, avessero poi scelto di non sottoscrivere l'accordo, ha cambiato la geografia politica interna. Non c'era più per Landini l'esigenza della copertura della Camusso e quindi i giochi per la segreteria della CGIL si potevano considerare riaperti. Ci sembra di poter affermare che l'inedita sintonia Landini/Renzi sia da inscrivere in questo asse di ragionamento: io assumo la tua proposta sulla ennesima stravolgente riforma del mercato del lavoro, tu mi sostieni nell'agone congressuale nella battaglia per la segreteria confederale.

Ragioneremo meglio nei prossimi giorni sui reali contenuti della proposta Renzi sul contratto unico con libertà assoluta di licenziamento per i primi tre anni.

Vorremmo farlo a ragion veduta e sulla scorta di maggiori dettagli, anche se ci sembra ci siano tutte le intenzioni di estendere a dismisura la precarietà facendo intendere che ciò produrrebbe maggiore occupazione, cosa smentita clamorosamente dai risultati delle riforme Sacconi/Fornero degli anni scorsi. C'è sempre il rischio di cadere nella solita trappola di gridare allo scandalo su una serie di "anticipazioni" fatte trapelare a bella posta e poi magari rimanere spiazzati e "soddisfatti a metà" perché qualcuna di quelle chiacchiere viene tolta di mezzo anche se resta per intero la pesantezza dell'attacco.

Quello che ci interessa sottolineare oggi è che nella CGIL si sta giocando una partita sulla pelle dei precari, dei disoccupati, dei lavoratori per regolare i vari piani di potere interno e definire l'asse intorno a cui si giocherà la partita della definitiva mutazione genetica dei sindacati complici.

Alcuni in CGIL hanno già deciso di alzare la testa e di non stare ai giochetti di potere, alcuni pensano che sia necessario arrivare fino in fondo al percorso congressuale per manifestare il proprio dissenso e la propria alterità all'interno di quel consesso, altri non ce la fanno nemmeno ad attenderne i risultati e hanno manifestato la propria indisponibilità a fare il percorso congressuale e hanno cominciato ad uscire.

Che quello non sia più uno strumento utile alle lavoratrici e ai lavoratori sta diventando sempre più senso comune, c'è la necessità di esporsi e fare ancora di più per rappresentare l'alternativa e la possibilità della ricostruzione del sindacato di classe: noi ci candidiamo ad esserne parte.

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Cairo: è rivolta, in fiamme l'Università

Scorre di nuovo il sangue dei sostenitori dell'ex presidente Mohammed Morsi destituito nell'estate scorsa da un golpe militare, in seguito all'incendio dell'Università di Al Azhar. Gli edifici delle facoltà di Agraria, Economia e la caffetteria della facoltà di Scienze sono stati dati alle fiamme sabato mattina. Un giovane è stato ucciso dalla polizia, numerosi sono i feriti mentre sono 101 gli studenti arrestati in seguito allo scoppio dell'incendio. Secondo le forze di sicurezza, ad appiccare le fiamme sono stati gli affiliati alla confraternita, alcuni dei quali colti mentre trasportavano fuochi d'artificio, pistole e bottiglie molotov. I Fratelli musulmani hanno parlato invece di «accuse fabbricate».

Nell'ateneo erano in corso le sessioni di esami invernali che sono state immediatamente sospese. Mahmoud al Azhari, portavoce del gruppo «Studenti contro il golpe», ha dichiarato che il giovane ucciso si chiama Khaled al Haddad ed è stato colpito da alcuni proiettili sparati dalla polizia alle porte della facoltà di Economia. Secondo un'altra associazione studentesca pro-Morsi, diversi studenti coinvolti negli scontri sono rimasti feriti. Uno di loro, Tamim Mahmoud è stato colpito da un proiettile alla testa ed è in condizioni critiche. Bakr Zaki, preside della facoltà di Economia, ha sostenuto che i responsabili degli scontri sarebbero persone estranee all'Università che hanno bloccato l'ingresso alle facoltà a studenti e al personale dell'ateneo. Il campus di Nassr City si trova a pochi metri dal viale occupato dalla Fratellanza in seguito al colpo di stato del 3 luglio scorso.

Ma le violenze non si placano in tutto il paese in seguito alla dichiarazione della Fratellanza come «gruppo terroristico» secondo l'articolo 86 del codice penale. In Egitto l'appartenenza a un gruppo terroristico è punibile con una reclusione fino a cinque anni, mentre il finanziamento e la partecipazione al movimento possono costare anche la pena di morte.

Secondo il vice premier Hossam Eissa, tutti gli affiliati alla Fratellanza sono soggetti a provvedimenti restrittivi per ogni attività di «promozione verbale, scritta e finanziaria» della confraternita. E così l'esasperazione esacerba lo scontro tra laici e islamisti. Negli ultimi giorni, tre persone sono state uccise in scontri tra pro e anti Morsi a Minia e Damietta, due ad Assuan. Subito dopo la decisione di inasprire le misure contro la Fratellanza, il ministero dell'Interno ha annunciato l'apertura di una linea dedicata alle denunce di cittadini comuni contro chi fosse sospettato di far parte della confraternita.

Un provvedimento di questo tipo potrebbe determinare il superamento di una linea rossa che porterebbe il paese verso il baratro di nuove violenze. Qualora venissero colpiti i nervi della base sociale islamista, cioè scuole, opere caritatevoli e ospedali controllati dalla Fratellanza, gli scontri tra pro e anti Morsi potrebbero diventare incontrollabili. Per questo, il rappresentate regionale di Human Rights Watch, Sarah Leah Whiston ha duramente criticato il governo egiziano.

«Il governo vuole sterminare i Fratelli musulmani come principale gruppo di opposizione politica», si legge in una nota. Anche il portavoce del Segretario di Stato, Jen Psaki si è detto «preoccupato» per i recenti arresti di islamisti chiedendo un «processo politico inclusivo».

A innescare questi nuovi scontri è stato l'attentato contro la stazione di polizia di Mansoura che il 24 dicembre scorso ha causato 16 vittime tra gli agenti. Poche ore dopo decine di cittadini comuni hanno dato fuoco alle case di esponenti della Fratellanza in alcune città, roccaforti del movimento, nella regione di Dakhleya. Mentre il popolare proprietario del canale televisivo al Faraeen, Tawfiq Okasha è apparso sugli schermi televisivi incoraggiando i cittadini della regione a uscire di casa e continuare gli attacchi, seguendo l'esempio dei residenti di Mansoura. Contemporaneamente, il giornale online pro Morsi Al Mogaz è stato oscurato. A riportare in Egitto il clima del terrorismo degli anni Ottanta ci sono anche una lunga serie di esplosioni e rinvenimenti di ordigni in soli due giorni.

Vari feriti aveva causato una bomba ritrovata proprio all'ingresso dell'Università Al Azhar lo scorso 25 dicembre. Altri tre ordigni sono stati rinvenuti a due passi da piazza Rabaa al Adaweya. Una bomba è stata fatta esplodere ieri dagli artificieri della polizia di Kafr al Sheikh alle porte della sede del governatorato locale. Subito dopo l'attentato alla sede dei Servizi di sicurezza e di polizia di Mansoura, l'ex primo ministro dell'anno di presidenza Morsi, Hisham Qandil è stato tratto in arresto mentre tentava di superare il confine con il Sudan. L'accusa per Qandil riguarda la mancata nazionalizzazione della Tanta Oil Company nonostante una sentenza in questo senso della Corte amministrativa del Cairo.

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L'Egitto è ormai sulla strada dell'Iraq.

Datagate senza limiti. Modificati anche i computer in viaggio

Quanto sono facili gli acquisti online! Quanto sono belli e trendy! Che bella la libertà garantita dalla Rete! Quasi quasi ci scegliamo anche i leader e i governanti, così abbiamo la democrazia diretta senza muovere un passo da casa...

Specchi per allodole, riduzione della popolazione a poltiglia di gonzi pronti ad abboccare a qualsiasi puttanata purché “nuova” (persino a Renzi, per i più deboli di cervice!).

Siamo cattivi? Prevenuti? E allora godiamoci quest'ultima rivelazione dal Datagate: la Nsa (National Security Agency, una delle agenzie di spionaggio Usa, che pare abbia superato la Cia quanto a “centralità strategica”) da anni - tra le altre cose - interrompe il viaggio dei computer acquistati online per installarvi “backdoor” e spyware, insomma dei sistemi – software e hardware – per poterne controllare le future comunicazioni.

Tutto ciò che fate, che facciamo, che faremo è quindi esposto alla “visione” che vorrà farne la Nsa. Ovvio, se sei un innocuo pirla che mette su Facebook soltanto i post con la fidanzata o le foto del bambino che cresce, ecc, la Nsa non si occuperà di te né poco né punto. Ma se niente niente fai un mestiere interessante, che produce idee “produttive” da copiare-anticipare, avrai dato involontariamente il tuo contributo alla “grandezza dell'America”. Se poi sei uno/a con delle idee strane in testa, insomma uno/a che si impegna nella politica o nel sindacato, beh, allora, la Nsa ti accompagnerà per il resto dei tuoi giorni, la tua rete di contatti entrerà negli schedari come “potenziali terroristi” (definizione eccessiva? Mica tanto, è quella che un tale Giancarlo Caselli ha elevato contro i manifestanti No Tav; in Italia, figuriamoci negli States...).

Fin qui si era saputo che le principali aziende hi tech statunitensi – da Google a Apple, da Microsoft a Facebook, ecc – avevano entusiasticamente collaborato con la Nsa, in un virtuoso scambio tra “pubblico” e “privato”, dove lo Stato guadagna in penetrazione nella privacy ad alta definizione dei “profili” individuali di chiunque, e l'imprenditoria ottiene basi dati sempre più dettagliate per indirizzare la pubblicità palese, occulta, mirata, personalizzata.

Le ultime rivelazioni sono state pubblicate sul principale quotidiano tedesco, Der Spiegel, che cita nuovi documenti riservati della stessa Nsa. Una vera e propria dettagliata “inchiesta” scritta da ben 6 giornalisti, tra cui spicca Laura Poitras, autrice di documentari che ha curato buona parte delle “esternazioni” di Edward Snowden, l'ex collaboratore esterno della Nsa che ha dato il via alla più grande campagna di denuncia – argomentatissima – contro il “Grande Fratello” con sede a Washington.

La novità riguarda uno squadrone chiamato con qualche ironia “idraulici digitali”, addetto alle Tailored access operations (Tao), incaricato di una lunga serie di missioni operative (rompere sistemi complessi e infiltrarvisi, spiare sul campo capi di stato stranieri in occasione degli incontri internazionali, e persino le deviazioni introdotte nei cavi sottomarini per le telecomunicazioni internazionali, ad esempio il Sea-Me-We-4).

Per i computer di qualsiasi livello, la tecnologia preferita riguarda direttamente l'accesso al Bios delle motherboard, il “cervelletto” che permette di controllare tutti i livelli successivi del software. Ma non si lesina davvero quanto a strumenti hi tech, visto che bene o male la maggior parte delle compagnie più evolute, ricche, importanti del settore ha sede negli Usa ed è guidata da manager a stelle-e-strisce (Cisco Systems, Juniper Networks, Seagate, Maxtor, Dell, Western Digital sono tra le più citate nel catalogo Access network technology; ma si parla anche della coreana Samsung e della cinese Huawei, tutti dispositvi hackerati dalla Tao).

Di tutte le rivelazioni sono tuttavia quelle sulla manomissione fisica dei computer a costituire l’autentica novità di quest’ultima tappa dell’odissea Datagate. Alcuni degli attacchi riportati da Der Spiegel sono infatti basati sulle fragilità di internet ma anche dei componenti hardware di molti dispositivi, inclusi quelli di compagnie come Cisco Systems, Juniper Networks, Seagate, Samsung, Maxtor, Huawei, Dell o Western Digital citate nel catalogo Access network technology.
Non solo “controllo da remoto”, insomma, ma anche interventi “fisici” sulla merce hi tech in viaggio, potendo contare sul tremendo potere di intimidazione delle “agenzie” made in Usa. E ovviamente anche interventi "postumi", sui computer lasciati negli uffici o nelle abitazioni, utilizzando un dispositivo chiamato “cottonmouth” che sfrutta le porte Usb.

A confronto, i crash report di Microsoft sono quasi un gioco da ragazzi, visti quanti ne vengono prodotti e quanti – anche hacker “privati” – li usano per impostare le proprie strategie di attacco da remoto.

Che altro aggiungere? Se usi delle “protezioni” hardware e software entri nello schedario degli “altamente sospetti”; se non ti proteggi, fanno delle tue comunicazioni l'uso che vogliono; se smetti di usare almeno alcune tecnologie, sei sospetto (come ben sanno alcuni compagni accusati di “aver lasciato il cellulare a casa”).

Questa è la libertà concessa dalla tecnologia. Un po' “vigilata”, vero? E quanto sarebbe “libera” la scelta delle leadership, in questo modo? Grillo, smettila di sparare cazzate. Non fanno ridere...

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Ora si capisce perché gli Stati Uniti hanno investito tutto quello che avevano da investire nell'informatica, parimenti segando ogni concorrenza esterna (vedasi Olivetti ai tempi)?

Bomba su un bus, nuova strage a Volgograd

Non si ferma l’ondata di attentati contro la popolazione russa in quella che appare come una vera e propria escalation volta a terrorizzare il paese in vista delle feste di fine d’anno ed a boicottare le olimpiadi invernali di Sochi - in programma dal 7 febbraio - nel tentativo evidentemente di contribuire ad un isolamento internazionale di Mosca al quale stanno alacremente lavorando già la Nato e l’Unione Europea.

Dopo il macello di ieri all’ingresso della stazione ferroviaria di Volgograd a saltare in aria questa mattina alle 8 e 30 è stato un filobus, il numero 15 in circolazione nell’ex Stalingrado. Il bilancio finora è di 15 morti, tra i quali un bimbo di un anno: per la maggior parte le vittime sono studenti che andavano a scuola nel penultimo giorno di lezioni prima delle vacanze di fine anno. Più di venti i feriti, molti dei quali in gravissime condizioni, e quindi il bilancio definitivo è destinato a crescere nelle prossime ore.

La violentissima esplosione ha completamente sventrato il filobus pieno di gente all'ora di punta. In un primo momento gli inquirenti ritenevano che l’ordigno fosse stato posizionato nel mezzo e fatto esplodere a distanza, invece ora sono dell'opinione che si sia trattato di un attentato kamikaze realizzato da un uomo che avrebbe utilizzato quattro chili di esplosivo Tnt.

Ieri a morire nell’esplosione dell’atrio dello snodo ferroviario russo erano state 18 persone – tra di esse un bambino di nove anni e una ragazzina di 14 ed un ufficiale di polizia che aveva tentato di bloccare l’attentatore - ed altre 38 circa erano rimaste ferite.

Durante la giornata di ieri si era diffusa la notizia che a farsi esplodere in prossimità dell’ingresso alla stazione fosse stata una donna kamikaze di origini caucasiche, appartenente a delle squadre di attentatrici suicide provenienti dal Daghestan e sguinzagliate in giro per la Russia dai signori della guerra che vogliono il distacco delle regioni del sud da Mosca e l’instaurazione della sharia. Informazioni più recenti – tutte da confermare – indicano invece come responsabile dell’attacco mortale un attentatore che si chiamerebbe ‘Pavlov’, che avrebbe riposto l’esplosivo in uno zaino poi abbandonato in prossimità dei metal detector. Il terrorista sarebbe stato ripreso da una telecamera a circuito chiuso ed in prossimità del luogo della strage sarebbero stato anche ritrovate una pistola ed una granata. L'attentatore sarebbe Pavel Pechenkin, nato a Volzhsk nella repubblica dei Mari, nel centro della Russia; nella primavera del 2012 si sarebbe unito ai militanti del Daghestan dopo essersi convertito all’Islam e aver cambiato nome in Ansar ar-Rusi, ha spiegato il portavoce degli investigatori di Mosca, Vladimir Markin.

Naturalmente il clima di terrore, chiunque sia dietro l'escalation terroristica in atto contro Mosca, rafforza gli argomenti delle forze di estrema destra e nazionaliste che da tempo conducono in Russia una virulenta campagna contro l'immigrazione di provenienza asiatica. Teoricamente l'ondata di attentati potrebbe anche rafforzare il governo e il presidente Putin, che però in questa fase appaiono incapaci di gestire la situazione e garantire l'incolumità della popolazione civile. Il che fa supporre che gli attacchi delle ultime settimane abbiano un obiettivo destabilizzante e non stabilizzante. Ma si tratta per ora solo di supposizione. Di certo c'è solo il sangue di tanti innocenti.

Nonostante la gravità di quanto sta accadendo in Russia i nostri media dedicano alle due stragi di ieri e di oggi poco spazio, poche righe sui quotidiani e distratti servizi in tv. Se una bomba fosse esplosa in una stazione ferroviaria statunitense ogni trasmissione sarebbe stata interrotta da edizioni straordinarie dei tg e le varie reti sarebbero entrate in collegamento con i rispettivi corrispondenti a Washington e a New York. Ma è solo Volgograd, e le vittime sono russe. Non è il caso di rovinare la festa agli italiani…

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La Svizzera: Torino-Lione inutile, non ci sono più merci

L’ultima barzelletta sulla Torino-Lione la raccontano gli svizzeri, solitamente noti per la loro austera serietà. E infatti non si scherza neanche stavolta: perché all’appello non mancano i binari, ma le merci. In valle di Susa, si apprende, transita appena un decimo del carico che già ora potrebbe essere tranquillamente trasportato. Attenzione: a essere semi-deserta è la linea ferroviaria attuale, la Torino-Modane, appena riammodernata. Inappellabile la sentenza dei numeri: il traffico alpino Italia-Francia è letteralmente crollato. Anziché nuove linee, servirebbero treni da far circolare sulla ferrovia che già esiste. E invece – questa è la “barzelletta” – il governo italiano pensa sempre di costruire ex novo il più costoso e inutile dei doppioni, la famigerata linea Tav a cui la valle di Susa si oppone da vent’anni con incrollabile determinazione, confortata dai più autorevoli esperti dell’università italiana. Tutti concordi: la super-linea Torino-Lione (il doppione) sarebbe devastante per l’ambiente, pericolosa per la salute e letale per il debito pubblico, dato che costerebbe almeno 26 miliardi di euro. Ma soprattutto: la grande opera più contestata d’Italia sarebbe completamente inutile.

L’ennesima conferma ufficiale viene dall’ultimo rapporto dell’Uft, l’ufficio federale dei trasporti elvetico. Si tratta della raccolta totale dei dati delle merci – su strada e su ferrovia – che attraversano annualmente tutti i valichi alpini, da Ventimiglia fino a Wechsel, a sud di Vienna. Da giugno 2002, questo studio è seguito anche dall’Osservatorio del traffico merci nella Regione Alpina dell’Unione Europea. Su tutti i valichi italo-francesi (Ventimiglia, Monginevro, Moncenisio, Fréjus e Monte Bianco) sono passati complessivamente 22,4 milioni di tonnellate di merci, sia su strada che su ferrovia, rispetto al totale di 190 milioni dell’intero arco alpino. Quanto alla valle di Susa, lo stesso osservatorio tecnico istituito dal governo italiano ha stabilito in 32,1 milioni di tonnellate annue la capacità della attuale ferrovia a doppio binario, la linea “storica” che già collega Torino a Lione attraverso Modane. La valutazione risale al 2007, ma ora la linea è stata ulteriormente ammodernata: nel traforo del Fréjus possono transitare treni con a bordo Tir e grandi container. Il “problema”? Presto detto: nell’ultimo anno, in valle di Susa sono transitate appena 14 milioni di tonnellate di merci. E di queste, solo 3,4 su ferrovia.

«I numeri parlano chiaro», commenta Luca Giunti, attivista No-Tav e referente tecnico per la Comunità Montana valsusina: «Il traffico globale tra Italia e Francia avrebbe potuto tranquillamente essere ospitato soltanto sull’attuale ferrovia, e senza neppure riuscire a saturarla completamente. Invece, sulla direttrice della val Susa è transitato appena un decimo delle merci trasportabili». E il confronto con i rapporti degli anni precedenti, tutti disponibili sul sito svizzero, conferma un trend in continua diminuzione sul versante occidentale delle Alpi, iniziato ben prima della crisi del 2008, mentre a crescere è il trasporto transalpino verso Svizzera e Austria. Motivo: «Italia e Francia hanno economie mature, interessate soltanto da scambi commerciali di sostituzione, mentre il percorso nord-sud collega il centro e l’est Europa con i mercati orientali in espansione». Per contro, la frontiera di Ventimiglia ha accolto, da sola e quasi interamente su strada, 17,4 milioni di tonnellate, 3 in più di quelle piemontesi. «Laggiù la ferrovia ha stretti vincoli e andrebbe ammodernata, con spese e disagi tutto sommato contenuti perché si lavorerebbe a livello del mare e senza dover traforare le montagne. Inspiegabilmente, invece, quel passaggio è trascurato da ogni politica».

Anziché potenziare il valico di Ventimiglia, il governo italiano insiste – contro ogni ragionevolezza – nel voler realizzare ad ogni costo il “doppione” valsusino: cioè il progetto «più difficile, più costoso e lapalissianamente più inutile». Decine di miliardi di euro, con benefici attesi soltanto per il lontanissimo 2070, «ma solo se le mostruose previsioni di incremento dei traffici saranno rispettate: ed evidentemente non lo sono!». Ne tiene conto sicuramente la Francia, che ha già escluso la Torino-Lione della sua agenda lavori: l’opera verrà ripresa in considerazione, eventualmente, solo dopo il 2030. In Italia è aperto solo il mini-cantiere di Chiomonte: da quella galleria però non transiterà mai nessun treno, perché quello in via di realizzazione è solo un piccolo tunnel geognostico. Terminato il quale, il buon senso consiglierebbe di fermarsi, tanto più che – a valle di Susa – la stessa progettazione operativa della futura linea, verso Torino, è praticamente ancora inesistente. «Quando si prenderà finalmente atto che il progetto della Torino-Lione è vecchio, inutile ed esoso?», conclude Giunti. «Quando, semplicemente, si rispetteranno i documenti ufficiali e gli atti governativi?». Parlano chiaro persino quelli italiani: le iniziali previsioni di incremento si sono rivelate pura fantascienza, messe a confronto con la realtà. Già oggi, conferma la Svizzera, in valle di Susa il traffico potrebbe crescere del 900%. E senza bisogno di nuove ferrovie.

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Ministri Israele: annettiamo Valle del Giordano


Il 2014 non sembra portare niente di nuovo sotto il sole palestinese. Israele prosegue nella colonizzazione dei Territori Occupati e, come spesso accaduto in questi mesi di negoziato di pace, dà un colpo al cerchio e uno alla botte.

Oggi saranno liberati altri 26 prigionieri politici palestinesi, rilascio previsto nell'ambito del processo di pace con l'ANP ripreso a luglio con la benedizione statunitense. Mossa criticata duramente dagli alleati più nazionalisti del governo di ultradestra del premier Netanyahu, che va quindi bilanciata. Non solo con le colonie: ieri un gruppo di ministri israeliani riuniti nel comitato governativo per la legislazione ha dato il via libera al disegno di legge presentato alla Knesset giovedì dal parlamentare del Likud Regev e che prevede l'annessione della Valle del Giordano allo Stato di Israele. Otto voti a favore, tre contro (tra i contrari Tzipi Livni e il leader di Yesh Atid, Yair Lapid).

La proposta prevede l'applicazione del sistema legale e amministrativo alle colonie israeliane nella Valle del Giordano e alle strade di collegamento: nessuna restrizione potrà essere così applicata alla costruzione di nuove strutture o insediamenti.

L'intenzione è fare dell'area, unico possibile confine verso l'esterno per la Cisgiordania (e quindi per un eventuale Stato di Palestina), l'ultima frontiera israeliana. Secondo la stampa israeliana, il premier Netanyahu non intende far passare la legge, troppo pericolosa agli occhi della comunità internazionale. In ogni caso, appare chiaro il messaggio inviato dal Likud (e dal resto del governo) al primo ministro e al suo capo negoziatore: Israele non cederà di un metro, negoziato o non negoziato, con o senza l'appoggio dell'alleato statunitense.

Non è comunque un segreto che anche il premier voglia mettere le mani sull'area: poco tempo fa Bibi ha reiterato al segretario di Stato americano Kerry la proposta di mantenere una presenza militare israeliana nella Valle del Giordano, per evitare - questa la giustificazione - l'ingresso di armi e miliziani verso i Territori Occupati.

L'obiettivo reale è un altro: il progetto sionista - avviato alla fine dell''800 e tuttora in corso - ha come target finale uno Stato ebraico, all'interno del quale massimizzare la popolazione palestinese in spazi minimi. Enclavi, o bantustan, circondati dallo Stato di Israele e senza alcun tipo di collegamento tra loro. Pezzi di Cisgiordania, trasformati in cantoni come è oggi Gaza. In un simile disegno rientra il famigerato Progetto E1 (corridoio di collegamento tra Gerusalemme e il Mar Morto attraverso l'espansione della colonia di Ma'ale Adumim) e ora il disegno di legge di annessione definitiva della Valle del Giordano.

La proposta non piacerà all'amministrazione di Washington, che cerca di mettere pezze agli strappi israeliani. E non piace nemmeno all'ala più moderata del governo Netanyahu: la capo negoziatrice Livni ha già espresso la sua disapprovazione per una mozione che metterebbe in serio pericolo un negoziato di pace che già ora non sta portando ad alcun risultato concreto.

Sorridono invece i membri di Casa Ebraica (che in passato aveva presentato un disegno di legge simile), estremamente critici verso la decisione di rilasciare 104 prigionieri palestinesi, dietro le sbarre di una prigione israeliana da prima della firma degli Accordi di Oslo nel 1994. Domani è prevista la terza fase della liberazione: 26 detenuti saranno scarcerati. Ma se con una mano Israele apre le porte delle celle, con l'altra firma progetti per la costruzione di 1.400 nuove unità abitative per coloni nei Territori Occupati e a Gerusalemme Est.

L'Unione Europea, pochi giorni fa, era stata chiara: non accetteremo - avevano detto i ministri degli Esteri dei 28 Stati membri - l'annuncio di nuove colonie dopo la liberazione dei detenuti politici palestinesi. Netanyahu ha "rispettato" il diktat, burlando la UE: l'annuncio è stato dato prima del rilascio. Un altro schiaffo in faccia alla diplomazia internazionale, ma soprattutto al già martoriato popolo palestinese.

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Le politiche israeliane non cambieranno mai fino a quando la comunità internazionale continuerà a reggere il catetere ad ogni azione unilaterale di sti fasci.

domenica 29 dicembre 2013

Stati Uniti: dal primo gennaio marijuana legale in due stati

Nei giorni scorsi le autorità statunitensi avevano tuonato contro la decisione del governo e del parlamento dell’Uruguay di legalizzare il consumo di marijuana e di regolarne la produzione e la distribuzione sotto gestione pubblica. Eppure ora si scopre che una misura simile – non identica, comunque – verrà adottata tra pochissimi giorni da due importanti territori degli Stati Uniti. Dal primo gennaio infatti nello Stato del Colorado – e in primavera in quello di Washington - apriranno i primi ‘coffee shops’, locali cioè dove sarà possibile fumare legalmente cannabis “per scopi ricreativi”. La norma entrerà in vigore dopo che è stata approvata per mezzo di un referendum organizzato nel novembre del 2012 che permette "l’uso della marijuana a scopi ricreativi”.

In realtà negli States la cannabis per uso medico è già legale e regolamentata in 19 Stati, e comunque nella maggior parte dei territori dell’Unione il consumo personale è tollerato o addirittura non è considerato un crimine. Ma Colorado e Washington hanno fatto un passo ulteriore mettendo in atto un sistema in cui gli enti locali dovranno supervisionare la coltivazione, la distribuzione e la commercializzazione della sostanza.

Un modo, per i rispettivi stati, di intaccare il monopolio degli spacciatori e dei narcotrafficanti ma anche di incassare i consistenti proventi che deriveranno dal consumo locale ma soprattutto da un prevedibile flusso di consumatori provenienti dagli altri territori statunitensi o addirittura dall’estero.
Alcune imprese turistiche pubblicizzano già pacchetti completi composti da viaggio, soggiorno e consumo. Secondo alcune stime il giro d’affari toccherebbe nel 2014 la ragguardevole cifra di 2,34 miliardi di dollari. Il problema è che le licenze a chi richiede di poter aprire un coffee shop vengono concesse col contagocce dalle autorità locali. Finora solo 14 punti vendita potranno aprire i battenti dal primo gennaio prossimo, anche se altre 348 richieste sono state approvate. In molti di questi locali sarà possibile non solo fumare la marijuana ma anche mangiarla in biscotti, o berla sotto forma di tisane.
Se l’esperimento in Colorado dovesse andare bene anche altri Stati potrebbero seguirne l’esempio. Forse la California, dove secondo un sondaggio il 55% della popolazione è favorevole alla legalizzazione della marijuana sull’onda di quanto già deciso a Denver e a Olympia.

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Colombia: Farc presentano 12 proposte per l’Assemblea Costituente

Lo scorso 21 dicembre, a distanza di cinque giorni dall’inizio del 18° ciclo di conversazioni all’Avana tra la Delegazione di Pace delle FARC-EP e quella del governo colombiano, l’insorgenza rivoluzionaria, nel contesto della discussione sul quarto punto dell’agenda “soluzione al problema delle droghe illecite”, ha presentato 12 proposte minime per “un’Assemblea Nazionale Costituente  per la pace, la democratizzazione reale e la riconciliazione nazionale”.

Le proposte avanzate dalle FARC si basano sull’analisi profonda del problema nel suo complesso, analisi arricchita dai contributi apportati alla discussione dall’ufficio delle Nazioni Unite Contro le Droghe e il Delitto, dai contributi teorici di accademici che si sono espressi attraverso il Centro del Pensiero dell’Università Nazionale, dalle esperienze trasmesse dai contadini del Meta, Guaviare e Cauca, e dai fori svoltisi a Bogotá e San José del Guaviare attraverso i quali il popolo colombiano ha sviluppato le sue proposte, confermando che la strategia antidroga del governo, che mette l’accento su eradicazione forzata e fumigazioni aeree, è un innegabile fallimento. Una pratica utile solo a rendere più vantaggiosi gli affari di narcotrafficanti e banchieri corrotti, mentre aumenta la povertà dei contadini coltivatori della foglia di coca. “Se in verità si vuole dare soluzione al fenomeno delle coltivazioni di uso illecito”, sostengono le FARC, “si deve iniziare a capire che questo è un problema sociale; è la miseria imposta dalla politica neoliberale del regime che ha forzato un’immensa massa di poveri a sopravvivere vincolandosi a questa come ad altre economie illegali.” E poi ancora: “Non dobbiamo dimenticare mai che a monte di questa triste storia vi è il problema irrisolto della riforma agraria (…), e che siamo assolutamente sicuri che concertare con le comunità e consegnare loro la terra, dando la possibilità di un’esistenza degna alla gente dei campi, sia la migliore maniera di sottrarli da qualunque pratica illegale di produzione (…)” E su come procedere, le FARC chiariscono: “Non vogliamo cambiamenti cosmetici, ma riforme strutturali che il popolo dovrà discutere e verificare assumendo in maniera piena il proprio potere generatore e le proprie condizioni di sovrano, e non c’è maniera differente che non sia la realizzazione di una Costituente”.

È su questa base che le FARC hanno presentato le 12 proposte minime, nella prima delle quali viene richiamato il preambolo dell’Accordo Generale per la Conclusione del Conflitto, firmato dalle FARC-EP e dal Governo nazionale il 26 agosto del 2012. Allora venne stipulato che “la costruzione della pace è un impegno della società nel suo insieme che richiede la partecipazione di tutti (…)”. Stimolando e garantendo la partecipazione dei settori sociali esclusi, discriminati e segregati, comprese le comunità contadine, indigene e afro discendenti, l’Assemblea Nazionale Costituente, “considerando la storica opportunità senza eguali di un Accordo finale che permetta di avanzare verso la costruzione del nobile proposito di pace con giustizia sociale, la democratizzazione reale e la riconciliazione nazionale”, sarà la “massima espressione del costituente primario e sovrano (il popolo) e la Costituzione che sorgerà dal processo costituente sarà il vero Trattato di Pace, giusto e vincolante, che fondi la nostra riconciliazione e regga il destino della nazione colombiana”.

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2014. I nuovi limiti per le pensioni

Con l'inizio del nuovo anno scattano gli aumenti dell'età pensionabile previsti dalla criminale riforma Fornero-Monti. E' da sottolineare come il meccanismo preposto al prolungamento costante dell'età del ritiro dal lavoro (tot mesi ogni anno in virtù del supposto aumento delle "aspettative di vita") sia già ora in aperto contrasto con la realtà dell'esistenza in Italia: le aspettative di vita si vanno infatti riducendo.

Non è difficile individuarne le cause: aumento dell'età pensionabile significa logorio fisico prolungato; aumento dell'intensità del lavoro (in conseguenza della riduzione dei diritti e quindi anche dei riposi, festività, periodi di malattia, ecc); tagli alla sanità pubblica e quindi diminuzione delle terapie gratuite; aumento della precarietà; ecc.

Non è una nostra affermazione arbitraria. Riportiamo, per dimostrarlo, brani di un articolo del "Corriere della Sera", massimo quotidiano ufficiale della borghesia italiana da oltre un secolo, pubblicato nell'agosto di quest'anno (quando sotto l'ombrellone si preferisce saltare la lettura di certe notizie).

Ogni settimana muoiono seicento persone in più del previsto, e va avanti così ormai da diversi mesi. Accade in Inghilterra, ma anche in vari altri Paesi europei. Tutto è iniziato nel 2012 e sembra essere continuato, con lo stesso numero di morti in più, settimana dopo settimana, nella prima metà del 2013. Nessuno sa il perché di questo incremento, che colpisce oltre i 65 anni, ma in particolare la fascia di persone al di sopra degli 85 anni. Ne parla un articolo sull’ultimo numero del British Medical Journal, intitolato "The curious case of 600 extra deaths a week", scritto da Nigel Hawkes, giornalista londinese free lance, incaricato direttamente dal BMJ.

Nemmeno gli ultraliberisti inglesi possono chiudere gli occhi sulle cause:

L’aumento di mortalità è tale da colpire. I dati provenienti dall'Office for National Statistics mostra che la mortalità è aumentata del 5 per cento nel 2012 per uomini e donne sopra gli 85 anni, mentre nelle prime 27 settimane del 2013 c’è stato un incremento complessivo del 5,6 per cento. «È un dato enorme - scrive l’autore dell’articolo -. Se fosse successo durante un’epidemia influenzale, queste decine di migliaia di morti sarebbero state attribuite all’influenza e le polemiche fioccherebbero. Ma non c’è epidemia, nessuna causa evidente, e neppure lamentele pubbliche. È tutto molto strano». Naturalmente un primo pensiero va all’effetto dell'Health and Social care Act, che ha modificato sensibilmente il funzionamento del sistema sanitario nazionale inglese, riducendone probabilmente l’efficacia dei servizi. E più in generale il pensiero va ai tagli di budget e alle riduzioni di personale sanitario, che con la crisi si sono diffusi in tutta Europa. Ma l’aumento delle morti è presente anche in Scozia, dove l'Health and Social care Act non è attivo.

Altrettanto, anche se in percentuali minori, sta accadendo in tutti i paesi che hanno tagliato i budget della sanità e aumentato l'età pensionabile. Ma vediamo ora cosa accade ai lavoratori italiani da giovedì prossimo. L'augurio dei padroni - messo in pratica dal loro governo con le "riforme strutturali" - è che tutti noi si lavori fino all'ultimo giorno di vita; e poi si trapassi nei cimiteri invece che nei ruoli dell'Inps...

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Da gennaio le lavoratrici dipendenti del settore privato potranno andare in pensione di vecchiaia solo dopo aver compiuto i 63 anni e 9 mesi, 18 mesi in più rispetto ai requisiti previsti per il 2013 (62 anni e tre mesi). Dal 2014 scattano infatti i nuovi requisiti per il pensionamento di vecchiaia delle donne previsti dalla riforma Fornero che porteranno gradualmente alla parificazione delle eta' di vecchiaia all'inizio del 2018 (66 anni e tre mesi ai quali aggiungere l'adeguamento alla speranza di vita).

Ecco in sintesi i requisiti per l'uscita da lavoro nel 2014, in presenza comunque di almeno 20 anni di contributi (se si hanno contributi accreditati prima del 1996. Se si e' cominciato a versare dopo il 1996 e' richiesto anche un importo di pensione di almeno 1,5 volte la soglia minima):

DONNE DIPENDENTI SETTORE PRIVATO: potranno andare in pensione di vecchiaia le donne con almeno 63 anni e 9 mesi di età. Dal 2016 (fino al 31 dicembre 2017) scatterà un ulteriore scalino e saranno necessari 65 anni e tre mesi ai quali aggiungere l'aumento legato alla speranza di vita. Potranno quindi andare in pensione ancora quest'anno con 62 anni e 3 mesi le lavoratrici nate prima del 30 settembre 1951 mentre se si è nate a ottobre dello stesso anno l'uscita dal lavoro sarà rimandata almeno fino a luglio del 2015.

DONNE AUTONOME E GESTIONE SEPARATA: nel 2014 le lavoratrici autonome potranno andare in pensione con almeno 64 anni e 9 mesi, con un anno in più rispetto a quanto previsto per il 2013. Per il 2016 e il 2017 saranno necessari almeno 65 anni e 9 mesi, requisito al quale andrà aggiunta la speranza di vita.

UOMINI SETTORE PRIVATO: nel 2014 vanno in pensione con gli stessi requisiti del 2013 (66 anni e tre mesi). I requisiti cambiano nel 2016 con l'adeguamento alla speranza di vita.

SETTORE PUBBLICO, UOMINI E DONNE: restano i requisiti previsti per il 2013. Si va in pensione ancora nel 2014 e fino al 2015 con 66 anni e tre mesi di età. Il requisito andrà adattato alla speranza di vita nel 2016.

PENSIONE ANTICIPATA: nel 2014 gli uomini potranno andare in pensione in anticipo rispetto all'età di vecchiaia se hanno almeno 42 anni e 6 mesi di contributi versati, un mese in più di quanto previsto nel 2013. Per le donne saranno necessari almeno 41 anni e 6 mesi di contributi (un mese in più di quanto previsto nel 2013). Anche i requisiti per la pensione anticipata andranno adeguati dal 2016 all'aumento della speranza di vita.

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“Boom della differenziata”. Venezia chiude inceneritore

Legambiente cauta: “Differenziata aumentata in modo vertiginoso, ma ancora in fase sperimentale”


In diverse città fanno discutere quelli attivi o che potrebbero nascere. A Venezia un inceneritore ce l’hanno, ma hanno scelto di chiuderlo. Possibile – dice il Comune – grazie all’aumento della differenziata. Legambiente parla di «intervento senza eguali», di una promessa politica mantenuta ma con effetti da verificare. Se la cosa funziona, può essere la prova che questa strada è percorribile anche altrove.

Cambio di rotta
«L’impianto di Fusina (località del Comune di Venezia, ndr) è entrato in funzione nel 1998 - racconta l’assessore all’Ambiente, Gianfranco Bettin - . Negli anni è stato potenziato e reso più efficiente». Dal 2010 il sindaco è Giorgio Orsoni, Pd. «Abbiamo deciso subito di chiudere l’inceneritore – continua Bettin – . Siamo stati la prima amministrazione della città a muoversi in questa direzione». Per raggiungere l’obiettivo, dice, è stato necessario ridurre al minimo i rifiuti portati in discarica. «Era l’unico modo per non doverli far bruciare altrove».

Bettin spiega che la raccolta porta a porta è stata raddoppiata, passando da tre a sei passaggi settimanali. Poi sono stati introdotti cassonetti con una chiave personalizzata per ogni cittadino e un’apertura molto stretta, che costringe a separare la spazzatura più accuratamente. Risultati? «Nella prima municipalità in cui li abbiamo piazzati la differenziata ha superato il 78% nel giro di un anno. Nella seconda siamo sopra il 70 per cento. Nella terza oltre il 60. L’ultima in ordine di tempo è la più grande, Mestre centro, per cui finora abbiamo solo dati parziali». La terraferma veneziana, che ha più di 200mila abitanti, sarebbe stabilmente tra il 60 e il 70 per cento. «Un anno fa era poco sopra il 50. Il successo ci ha permesso addirittura di anticipare la chiusura di Fusina».

La previsione è che l’impianto si spenga del tutto entro fine gennaio. Le decine di persone che ci lavorano dovrebbero restare dipendenti dell’azienda pubblica che lo gestiva. Secondo il Comune le emissioni di anidride carbonica scenderanno di circa 60mila tonnellate all’anno. «Questa scelta – riprende l’assessore – ha comportato un investimento, ma contiamo di recuperare, perché in prospettiva la differenziata fa risparmiare. E poi su questo tema il calcolo economico non può essere decisivo». Bettin pensa che una decisione simile potrebbe esser presa ovunque, ma riconosce le difficoltà: «Negli ultimi 20 anni le politiche nazionali sono state fortemente orientate alla costruzione dei ‘termovalorizzatori’, come vengono pudicamente chiamati».

Dubbi e speranze
Luigi Lazzaro, presidente di Legambiente Veneto, ammette che l’amministrazione ha mantenuto una promessa, ma è cauto sui prossimi mesi. «Secondo noi il Comune ha fatto un passo un po’ lungo, anche se rispettabile. La differenziata è aumentata in modo vertiginoso, però siamo ancora in fase sperimentale. Mestre è diversa dai piccoli centri, e per ora non abbiamo dati certi». Di cosa avete paura? «Se resta una quota di rifiuti da bruciare, può finire in altri inceneritori. Serve un livello di differenziata che tenda almeno al 70%: ancora non abbiamo percentuali consolidate di questo tipo».

Lazzaro si augura che l’esempio veneziano sia replicabile. «Se vogliamo che lo sia in tutta Italia dobbiamo pensare a un ciclo virtuoso dei rifiuti, a riciclarli ma anche a ridurli. Bisogna produrne meno e differenziarli meglio. Su questo la politica latita a tutti i livelli: nazionale, regionale, locale». Perché altri Comuni non dicono no agli inceneritori? «Usare la spazzatura per produrre energia rende. Finché Roma manterrà gli incentivi per chi lo fa, sarà difficile che le amministrazioni scelgano strade diverse». E continueremo a raccontare solo casi isolati.

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Welcome to the machine


Il testo di questa canzone lo conoscono anche i sassi, sì tratta di una tagliente critica al mercato discografico accusato (già ai tempi!!!) di mandare a puttane la passione dell'artista per rincorrere il guadagno da parte dell'etichetta.

Archiviato il fatto che anche a livello di liriche i Pink Floyd erano avanti anni luce, affrontando in questo caso un tema che ha impiegato altri 15 anni per essere "accettato" dal pubblico (che non ha comunque mai fatto una piega), il grosso in sto pezzo sta nella musica, perché il brano quasi completamente strutturato intorno ai suoni prodotti col VCS3 presenta tutte le caratteristiche dell'industrial che inizierà ad essere esplorato con cognizione di causa dai Killing Joke a partire dal 1980.

Quello che personalmente mi piace di questo pezzo è il fatto che la musica non è avanti "soltanto" a livello artistico. 
Le distorsioni cupe ed introspettive messe insieme dai Floyd anticipano, infatti, quel senso di futuro distopico che, anche in questo caso, troverà sfogo solo a distanza di un lustro abbondante dalla pubblicazione di Wish You Were Here (vedi Blade Runner) e, combinazione, a livello temporale si colloca con l'inizio del declino della classe operaia occidentale, erosa prima dalla crisi petrolifera del '73 e poi dalla seconda grande ondata di automatizzazione della produzione, resa possibile dagli abnormi sviluppi vissuti all'epoca dall'elettronica e dai primi vagiti dell'informatica (è del '75 l'introduzione del primo proto microprocessore sul mercato, anche se militare, mentre l'Apple I è del '76).

Erdoğan, il fantasma di Atatürk


Credersi padre della patria, come e più di Atatürk, seppure della Turchia del terzo millennio inizia a far davvero male a Recep Tayyip Erdoğan. La crisi oltre a coinvolgere tanti suoi ministri, in ritardo defenestrati, non può non trasferirsi sull’ambizioso premier che sognava (e tuttora sogna) di diventare Capo di Stato d’una Repubblica da orientare al presidenzialismo. Modifica costituzionale non ancora attuata, e lungamente vagheggiata proprio da lui, anche per ottenere un personale proseguimento di potere. Il rapporto col potere sta diventando il male oscuro, che più di quelli fisici comparsi e combattuti due anni or sono, inizia a logorare la vanagloria dell’ex sindaco di Istanbul. Proprio la sua città gli riserva da mesi colpi che trascinano una popolarità, indiscussa sino a tutto il 2011, verso la caduta libera. Più di un analista sottolinea l’inanellare di errori con cui sta sbagliando tutto sul fronte interno ed estero. L’attacco forsennato al dissenso politico, mediatico e da ultimo, ma sicuramente il più ingombrate, sociale iniziato con la vicenda del Gezi Park l’ha gettato in una spirale di contestazione-repressione dalla quale nonostante gas, pallottole, galera e uccisioni a uscirne malconcia è solamente la sua leadership.

Forza e insidie del blocco sociale - Visti gli intrighi di molti ministri del proprio governo e i famelici interessi di speculatori edili (comunque non diversi dai nostri Caltagirone e Ligresti) lui non s’è sentito di lasciar cadere il duello scoppiato con la gioventù del parchetto adiacente a Taksim e assimilato da tanti cittadini della cosmopolita metropoli sul Bosforo. Un conflitto che ha poi coinvolto l’altra sponda, non attenuato neppure dalle strabilianti modernizzazioni della città dei sultani descritta da Pamuk, ora unita dall’avveniristico Marmaray subacqueo. Certo c’è un gran pezzo di Turchia, ben oltre Istanbul, che non vuol perdere questo treno e l’altro di un’economia che ha viaggiato spedita, anzi sfrenata per tutti gli anni Novanta e soprattutto nel nuovo secolo. La Turchia delle tigri anatoliche che col decisionista interprete dell’Islam moderato ha creato un blocco sociale saldamente interclassista, capace d’unire businessmen e padroncini alle maestranze locali e d’importazione. Ma oltre alla spinta attenuata, e per un tratto bloccata dalla crisi mondiale, molto stanno facendo errori e megalomanie di Erdoğan stesso. Proseguiamo sulle vicende interne. Nel partito interclassista da maggioranza quasi assoluta (49,83% alle politiche del 2011) è salita una moltitudine, compresi vari carrieristi senza scrupoli.

Infamia acquisita e quella cercata - Sono costoro coi casi di corruzione personale e familiare (le vicende dei figli di tre ministri incriminati sono la punta dell’iceberg) a mettere in ampia difficoltà l’immagine di buon governo venduta per anni dal premier. Che s’era già problematizzato con altre questioni come la citata insofferenza alle critiche tanto da incrinare i rapporti con l’altra figura spendibile dal partito nella leadership nazionale: il presidente uscente Gül. Quest’ultimo  attualmente non si pronuncia sull’ampio rimpasto governativo, chi dice perché s’attiene al ruolo (la Repubblica non è ancora presidenziale), chi ne sottolinea i tratti opportunistici che lo portano a non esporsi soprattutto in un momento di marasma, chi perché lo ritiene vicino al movimento di Fetullah Gülen con cui Erdoğan s’è scontrato sulla faccenda del finanziamento alle scuole private di cui l’Hizmet è ampiamente depositario. Gravi pecche dell’azione erdoğaniana sono l’umiliazione degli avversari e le persecuzioni politiche degli oppositori; i tentativi, a volte praticati in altre ricercati, di censura dei media; l’insofferenza del ruolo della magistratura. Quest’approccio potrà pesargli non poco all’interno dello stesso partito, perché contravviene a quanto sostenuto fino a non molto tempo fa.

Diversità di pesi e misure - Tutti fanno notare che l’attacco alle gerarchie militari da lui voluto e passato attraverso i tribunali ha visto alla fine generali e ammiragli adattarsi ai voleri della Corte. Perciò Erdoğan resterebbe nudo di fronte al Paese se volesse contrastare l’azione della giustizia nei confronti dei membri del suo governo e del suo partito. Per salvare quest’ultimo, e l’Islam moderato oltreché liberista sostenuto da Gülen medesimo, si potrebbe verificare un abbandono alla sua sorte del premier, ma è solamente un’ipotesi attualmente senza segnali visibili. Ovviamente il quadro mediorientale non gioca a favore né di Erdoğan né del progetto politico accarezzato e incarnato. Dal deflagrare delle Primavere arabe le costruzioni diplomatiche dello stratega degli esteri Davutoğlu sono in declino perché, differentemente da quanto a lungo teorizzato, coi vicini, prossimi e lontani, i problemi sono diventati giganteschi. L’evoluzione militare della crisi siriana e a seguire quella egiziana hanno spiazzato totalmente le uscite del Capo del governo, che verso Damasco s’è fatto Europa più di qualsiasi nazione europea nel sostenere ribelli, ma anche mercenari se non proprio jihadisti anti Asad, mentre in Egitto ha abbracciato la causa di una Fratellanza fatta oggetto dello scempio dei generali golpisti.

Sfrenato egocentrismo - Stare a galla in politica estera nei momenti di subbuglio è peggio ch’esser naufraghi in mari tempestosi, ciò nonostante  Erdoğan è riuscito nell’impresa di tuffarsi, e non solo finire, nei marosi. Per smania di protagonismo da anni accetta ogni sfida e va a cercarne di nuove. Frutto d’una personalità - così sostiene chi ne scandaglia anche la psiche - che compie la madornale svista di concentrarsi principalmente sul proprio io, sottostimando chi ha di fronte, amici e avversari. L’eccesso di sovraesposizione si sta rivelando un limite per sé e un danno per la nazione, oggi molto isolata nell’area regionale in cui voleva stabilire un predominio dopo i reiterati dinieghi europei ad aprirle le porte dell’Unione. Per questo la soluzione più indolore per il movimento dell’Islam moderato sarebbe neutralizzare dall’interno l’artefice finora in primo piano. Passo nient’affatto scontato sia per il clan di sostegno di cui gode il premier, sia per una diretta ammissione di responsabilità. Però nel partito c’è chi fa notare che già nelle amministrative di marzo ogni membro dell’Akp impegnato nella campagna elettorale potrebbe essere additato alla maniera del “dagli al ladro” gridata a Istiklal e dintorni. Sporca faccenda per tutti, dunque. Le prossime settimane ci diranno altro.

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Svolta generazionale


Un pirla giovane è tutt'altra cosa da un pirla vecchio (secondo alcune mie amiche un po' disinvolte). Ma una carogna giovane in cosa potrebbe esser meglio di uno vecchio?

Stavo pensando a una possibile qualità migliorativa, quando ho sentito Letta parlare di "svolta generazionale". Sono rimasta fulminata: non c'è. Sono vent'anni che ci assillano col "nuovo" contro il vecchio, col "change", il "ricambio", il "merito" e l'"innovazione".

Lasciamo perdere quel che abbiamo perso, noi qui sotto, nel frattempo; e badiamo alle forme. Dopo tutto quel bel discorrere ci ritroviamo a interrogarci pensosi su quanto possa essere "di sinistra" un figlio di De Mita acculturato da Mike Bongiorno.

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Roma, bambini-facchini ai mercati generali

Una denuncia forte e un silenzio di tomba. Lo sfruttamento del lavoro minorile, se fatto da "imprenditori italiani", è forse meno grave di quello fattto da altri?

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Decine di minorenni delle case-famiglia caricano la frutta destinata ai romani per 150 euro al mese. E tutti fingono di non vedere. (da Popoff Globalist)

Fuggono da un paese, magari per non essere bambini-soldato e diventano facchini-bambini alle porte della Capitale. Un'operazione di polizia giudiziaria, su disposizione della procura della Repubblica di Tivoli ha rivelato pochi giorni prima di Natale una realtà terrificante di sfruttamento del lavoro minorile nei mercati generali di Roma. Bambini-facchini, decine e decine, più di un centinaio, per lo più ospiti delle strutture d'accoglienza del Comune, che ogni giorno si recano al Car di Guidonia, il mercato ortofrutticolo e, dopo aver scavalcato le recinzioni lavorano per 100-150 euro al mese scaricando e caricando merci sui camion. La polizia ha trovato documentazione falsificata per truccare l'età di alcuni bambini e aggirare le norme di tutela del lavoro minorile italiane.

L'indagine è cominciata un anno e mezzo fa ma, secondo un'interrogazione appena depositata da 23 parlamentari grillini, ai ministri del lavoro, delle politiche agricole e dell'interno non risulterebbe alcuna denuncia da parte di Massimo Pallottini, che dirige la struttura alle porte orientali della Capitale. Le domande dei parlamentari sono inquietanti: perché non siano state adottate misure rigide di inibizione dello sfruttamento minorile, noto da almeno un anno e mezzo, in materia di facchinaggio del mercato ortofrutticolo di Guidonia?

E, ancora, perché il prefetto di Roma Pecoraro non abbia adottato misure urgenti incisive sul C.A.R. sulla base dell'esposto scritto dal direttore Pallottini? Se l'ispettorato del lavoro nell'ultimo anno e mezzo abbia rilevato o meno la piaga del lavoro minorile nel CAR di Guidonia e comunque abbia rilevato anomalie in altre situazioni lavorative di facchinaggio del CAR che appare perfuso da un alto livello di illegalità?

Infine: se non si consideri opportuno l'invio urgente degli ispettori del lavoro a Guidonia con continuità e frequenza incessante per eliminare la vergogna del lavoro minorile nel facchinaggio delle derrate agroalimentari destinate alla spesa quotidiana soprattutto dei cittadini romani, che non vogliono essere complici indiretti del consumo di prodotti nella cui fase di lavorazione c'è un importante macchia di illegalità.

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Laggente


Laggente è come quella canzone dei Sex Pistols: non sa cosa vuole, ma sa come averlo. Laggente vuole qualcuno che le dia ragione. Come la Thatcher che «siamo qui per combattere insieme», quindi io vi distruggo e voi mi ringraziate. Come Reagan che «distruggeremo l'Unione Sovietica» e fa niente che, a distanza di un paio di decenni, gli storici siano ormai concordi nel definire la fine del blocco socialista come «la più grande catastrofe geopolitica del '900». Laggente chiede, qualcuno esaudisce. Laggente non ha letto i vecchi Urania, e non sa che bisogna stare attenti a ciò che si desidera, perché si rischia di essere accontentati.

Laggente crede che i negri gli scopino la donna e gli portino via il lavoro. Laggente fa finta di non ricordare che, la notte, prende a calci la fidanzata, e poi nega fortemente. Anche a se stessa, soprattutto a se stessa. Laggente non vuole saperne, di andare a raccogliere i pomodori sotto al sole, per pochi spiccioli. Laggente vorrebbe affondare i gommoni al largo di Lampedusa. Laggente quando va all'estero si lamenta perché «all'aeroporto di Londra sono stati così stronzi».

Laggente non paga le tasse ma si lamenta perché le tasse sono troppo alte. Laggente, a dirla un po' vetero, odia l'avanguardia, preferisce la ninnananna di chi giura che distruggerà il mondo, piuttosto che toccare certi privilegi acquisiti. Laggente vuole la rivoluzione, ma si accontenta del nuovo, che domani sarà già vecchio.

Laggente vota o non vota, ma ci rimane sempre di stucco, quando scopre che il potere, in realtà, è solo una versione amplificata del loro più cinico disinteresse. Laggente non vuole che Grillo si allei con il Pd, ma poi non si accorge delle circostanze oggettive, tipo che Berlusconi è tornato al governo, l'ha messo incinta delle larghe intese e poi se n'è andato.

Laggente odia i politici, ma poi si toglie il cappello quando incontra l'onorevole in piazza. Laggente odia le banche, ma poi fa un conto in banca al figlio quando va in prima elementare. Laggente odia l'Europa, ma poi incassa volentieri i soldi di tutti i contributi. Anzi, si incazza se sono pochi, i soldi per il loro corso di cucina ospitato dai locali della Provincia.

Laggente si intende di medicina perché ha visto il Dottor House. Laggente è un grande investigatore perché non si perde una puntata di Squadra Antimafia. Laggente adesso si intende anche di narcotraffico, perché Breaking Bad è una figata. Laggente manco lo voleva, il digitale terrestre.

Laggente vuole che i due marò tornino dall'India, dove sono detenuti in una depandance dell'ambasciata italiana, ma se ne frega del fatto che le carceri italiane siano ormai divenute dei lager, «disumani e degradanti». Laggente vuole che la polizia picchi forte i manifestanti, ma poi la domenica va allo stadio e fa i cori che «la disoccupazione ti ha dato un bel mestiere, mestiere di merda ca-ra-bi-niere!». Laggente applaude la celere in piazza, e la celere si toglie il casco, perché se qualcuno si fosse preoccupato veramente, la celere avrebbe tirato fuori il manganello e avrebbe lasciato il casco in testa. Laggente «è né di destra né di sinistra», quindi tendenzialmente reazionaria. Laggente prende la discussione al bar prima dell'aperitivo e la considera «il polso del Paese». Laggente ama il populismo, ma poi ti accusa di populismo quando glielo rigiri contro.

La colpa è della scuola. Degli insegnanti di lettere che da troppo tempo spacciano gli eroi di una generazione per poeti. Degli insegnanti di storia che «bisogna studiare quello che è successo dopo la seconda guerra mondiale», quindi fare del gossip giudiziario sugli anni '70, e dimenticare quello che è successo nei secoli precedenti. Degli insegnanti di filosofia che «di Hegel tanto non ci ha capito mai un cazzo nessuno» e comunque non serve più nemmeno per provarci con le tipe. Degli insegnanti di scienze, che «democraticamente» illustrano il metodo Stamina come una possibilità e non come una mostruosa truffa. Degli insegnanti di latino e matematica, che dovrebbero far capire come analizzare e dare una logica ai discorsi, ma che si perdono in formulette e declinazioni.

La colpa è dei giornali, che hanno passato gli ultimi decenni a dar notizia di ogni sbadiglio di ogni potente di turno e adesso non vendono più niente. Adesso laggente si informa su siti che si chiamano sapevatelo.it o su pagine tipo «Quello che i potenti non vi farebbero mai leggere» ospitate su un social network che, ormai, ha più potere del parlamento europeo (ma non ci vuole poi molto...).

La colpa è di una classe politica che ha lasciato fare, troppo impegnata a portare via tutto quello che si poteva portare via. Per poi scoprire un giorno che laggente si è rotta le palle.

La colpa è anche mia, che ho ventiquattro anni e credo che già non ci sia più nulla da fare.

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Stati Uniti. Tornano le carceri per i debitori

La ruota della storia gira all’indietro. Dopo 150 anni dalle denunce del romanzo sociale di scrittori come Charles Dickens, le autorità nel mondo anglosassone tornano a punire con la prigionia quello che ritengono il peccato più grave che si possa commettere: non rimettere i propri debiti. Lo rende noto il sito Wallstreetitalia.com riprendendo un articolo di Michael Krieger.

Gli Stati Uniti che già possono contare sul triste record del 25% della popolazione detenuta a livello mondiale, stanno creando delle vere e proprie prigioni per i debitori. Una misura che era sopravvissuta solo in alcuni stati americani e in Grecia. Chi fa o non riesce a pagare multe scadute o tasse legate a spese giudiziarie, sostenute anche solo per semplici infrazioni stradali, rischia dunque di essere sbattuto in carcere negli Stati Uniti.

Si ritorna così alle prigioni che fiorirono negli Stati Uniti e in Europa occidentale oltre 150 anni fa. Quando la povera gente e i titolari di aziende in rovina venivano rinchiusi in prigione, finché non venivano saldati i loro debiti. Secondo il Centro Brennan per la giustizia e l'American Civil Liberties Union (ACLU) queste misure stanno rinascendo e vengono attuate in alcuni tribunali locali degli Stati Uniti. Hanno infatti scoperto che ben sette contee su undici prese in esame hanno creato, de facto, "prigioni dei debitori", nonostante i chiari "divieti costituzionali e legislativi". Nella seconda metà del 2012, ad esempio, nella Contea di Huron, il 20% degli arresti sono dovuti a mancati pagamenti delle ammende; mentre la Corte municipale Sandusky della Contea di Erie ha incarcerato 75 persone in poco più di un mese durante l'estate del 2012. I piccoli debitori finiscono così in carcere, i banchieri invece vengono salvati dallo Stato. Too big to fail.

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Roba da medioevo, ma senza essere un cartone di Disney.