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giovedì 31 ottobre 2013

Israele non si ferma più: altre 3360 case per coloni

Mentre l'Alto rappresentante per la politica estera dell'Ue, Catherine Ashton, «deplora i recenti annunci» sulla costruzione di nuove 1500 case per coloni israeliani a Gerusalemme est, il governo Netanyahu progetta di andare avanti con altre 3.360 abitazioni negli insediamenti ebraici in Cisgiordania. Lo rivela il quotidiano Haaretz, citando Ofir Akunis, un deputato del partito di destra Likud, guidato dal primo ministro.

Il governo israeliano pensa di avviare in tempi brevi la costruzione di 860 unità abitative negli insediamenti di Ariel, Maaleh Adumim, Givat Zeev, Beitar Ilit, Karnei Shomron e Elkana. I piani edilizi prevedono altre 1.400 nuove case anche in insediamenti colonici isolati, a ridosso delle principali città palestinesi. Infine altri 1.100 alloggi saranno realizzati in tempi più lunghi a Shilo e Nokdim.

Una nuova immensa colata di cemento nei Territori occupati annunciata dopo la liberazione, ieri, di 26 detenuti politici palestinesi e a pochi giorni dal ritorno in Israele e Territori Occupati del segretario di stato Usa John Kerry che sostiene di lavorare a uno «storico accordo di pace definitivo» tra israeliani e palestinesi.

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Ancora sul debito dei governi locali in Cina

La rivista Caixin ha pubblicato delle indiscrezioni sulla revisione del debito avviata in fretta e furia a Luglio. In particolare, viene riportato che il debito dei governi locali ammonterebbe a 14 trilioni di yuan, di cui 800 miliardi verrebbe da villaggi e municipalità (le divisioni amministrative più basse della macchina amministrativa cinese). Caixin aggiunge anche che ci sarebbe dell’ulteriore “debito nascosto” causato dall’uso delle imprese pubbliche come veicolo finanziario dello stato locale. Questo ulteriore debito porterebbe (secondo Caixin) il calcolo a 18 trilioni di yuan.

A Luglio Chen Long aveva provato a mettere a confronto due stime, una ottimista che seguiva i dati ufficiali del National Audit Office e una pessimista elaborata dall’economista Xiang Huaicheng.

La stima ottimista portava a un calcolo di 12,1 trilioni di yuan mentre quella pessimista a 20 trilioni.

Rimane da capire quanto la nuova dirigenza del Partito Comunista sia intenzionata a considerare i debiti delle imprese pubbliche come debiti dei governi locali, rimane da capire a quanto ammonti realmente il “debito nascosto”. Quello che è probabile è che se venissero confermate le stime più alte (cosa su cui evidentemente Caixin spinge) si aprirebbero le porte per un nuovo round di fallimenti e privatizzazioni di imprese pubbliche.

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Austerità uguale disoccupazione record

Non ci venite a raccontare balle: l'unico scopo delle vostre politiche di austerità è ridurre a zero (o comunque sotto la soglia della sopravvivenza) il salario. Il vostro unico scopo è impoverire al massimo la popolazione, in modo da costringerla a lavorare in silenzio, a qualunque prezzo, per qualunque orario.

Dice infatti l'Istat che le politiche economiche "suggerite" dalla Troika stanno avendo un "successo straordinario". A settembre 2013, per esempio, gli occupati sono scesi a 22 milioni 349 mila, lo 0,4% in meno rispetto al mese precedente (il che significa 80 mila persone in meno) e del 2,1% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente  (-490 mila).

Il tasso di occupazione è quindi sceso al 55,4%,  0,2 punti percentuali in meno su base mensile e 1,2 punti rispetto a dodici mesi prima.

Il numero di disoccupati, invece, ovviamente aumenta: sono ora 3 milioni 194 mila, lo 0,9% in più rispetto al mese precedente (+29 mila) e addirittura il 14,0% in più rispetto allo stesso mese dell'anno prima (+391 mila).

Il tasso di disoccupazione si attesta perciò al livello record del 12,5%, in aumento di 0,1 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 1,6 punti nei dodici mesi. 

I disoccupati tra 15 e 24 anni sono saliti a 654 mila. Il tasso di disoccupazione dei 15-24enni, ovvero la quota dei disoccupati sul totale di quelli occupati o in cerca, è pari al 40,4%, in aumento di 0,2 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 4,4 punti nel confronto tendenziale. Possiamo dire senza tema di smentita che tutte le misure legislative (di precarizzazione assoluta) prese in nome della "necessità di favorire l'occupazione giovanile" hanno sortito l'effetto radicalmente contrario. Non è difficile capire perché, se anche non ci fosse una quantità di aziende che chiude. La condizione precaria, infatti, "costringe" il singolo lavoratore ad accettare ritmi o orari di lavoro superiori a quelli "normati dalle leggi e dai contratti"; e quindi un minor numero di occupati "copre" la quantità di lavoro che normalmente richiederebbe un numero superiore di addetti.

Il numero di individui inattivi tra 15 e 64 anni aumenta dello 0,5% rispetto al mese precedente (+71 mila unità), ma rimane sostanzialmente invariato rispetto a dodici mesi prima. Il tasso di inattività si attesta al 36,4%, in aumento di 0,2 punti percentuali in termini congiunturali e di 0,1 punti su base annua. 

Il rapporto completo dell'Istat: pdfOccupati_e_disoccupati_mensili_-_31_ott_2013_-_Testo_integrale.pdf281.62 KB 

Le serie storiche: xls201309_serie_storiche.xls242.5 KB 

Avanti così, di Caporetto in Caporetto sino a quando non si riuscirà ad organizzarci a livello di classe appendendo per i piedi i responsabili di questo sfacelo e tutti quelli che ci hanno pasteggiato sopra come avvoltoi.

Alitalia-Cai non vale più nulla


Un deciso passo avanti vero il fallimento. E' questo il risultato più probabile della decisione presa da Air France nelle ultime ore. Air France-Klm ha infatti azzerato il valore della sua partecipazione del 25% nel capitale di Alitalia.

La notizia è apparsa solo grazie alla lettura del bilancio del terzo trimestre, che il gruppo franco-olandese ha pubblicato questa mattina. La svalutazione tiene conto delle "incertezze che attualmente incidono sulla situazione di Alitalia", scrive Air France-Klm aggiungendo di aver accantonato 202 milioni di euro per far fronte alla svalutazione.

E' da tener presente che Air France, con il 25%, rappresenta l'azionista di riferimento della "cordata italiana" messa frettolosamente in piedi nel 2008 da Berlusconi e Tremonti, con il sollecito contributo di IntesaSanPaolo, allora guidata dal non ancora ministro Corrado Passera.

Con questa svalutazione radicale, di fatto, Air France non accetta di partecipare all'aumento di capitale - per il quale era stata concordata persino una partecipazione di Poste Italiane - perché non sarebbero state accolte le condizioni poste dal gruppo presieduto da Alexandre de Juniac; ovvero la ristrutturazione del debito, la revisione del piano industriale e un maggiore intervento nella gestione. Air France-Klm si avvierebbe quindi a una diluizione della quota in Alitalia, passando  dal 25% attuale a meno del 10%. Un addio in più tempi, insomma, ma un addio.

I "capitani coraggiosi" - definizione a dir poco infelice - guidati dal pirata Roberto Colaninno (lo stesso che ricevette in regalo la Telecom da privatizzare, e che poi rivendette immediatamente), padre dell'attuale responsabile economico del Pd (Matteo), peraltro ancora attivo nelle società collegate alla stessa Alitalia, sono ora sul punto di gettare la spugna. Consegnando altri 10.000 lavoratori e un "asset strategico" del paese alla rovina. Cento di queste dismissioni-privatizzazioni, e dell'Italia non resterà pietra su pietra.

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La perenne guerra fredda tra Iran e Arabia Saudita

La situazione attuale del Medio Oriente si sta polarizzando intorno al confronto tra le due potenze principali dell'area, l'Arabia Saudita e l'Iran : le due potenze del Golfo Persico stanno combattendo ormai da tempo una guerra a bassa intensità per il dominio e il controllo dell'area medio orientale. Questo conflitto si combatte su più fronti, uno dei quali è ben rappresentato da quello siriano. 

DUE POTENZE DIFFERENTI

Da una parte abbiamo l'Iran, stato erede dell'Impero Persiano, con una maggioranza sciita e una legittimazione popolare molto forte. Dopo la dilaniante guerra con l'Iraq di Saddam Hussein, all'esportazione della rivoluzione, la leadership iraniana ha preferito la costruzione di alleanze che ne garantissero un equilibrio di potenza coi vicini e un'influenza nel cosiddetto arco sciita: ecco come spiegare l'alleanza con la Siria, potenza laica e socialista, con il baluardo della teocrazia islamica. Allo stesso tempo però Teheran porta avanti politiche di balancing of threat e di contrasto contro quelle potenze islamiche filo-occidentali come l'Arabia Saudita: dalle controversie di stampo prettamente religioso all'interno dell'Organizzazione della Cooperazione Islamica fino ad arrivare alla gestione della guerra in Siria sono moltissimi i punti di contrasto tra Riyadh e Teheran.

La volontà della potenza iraniana di farsi interlocutrice dell'Occidente nella gestione della crisi siriana, con le aperture di Rohani, ha allontanato Teheran dalla politica estera aggressiva tipica dell'ultimo Ahmadinejad: dobbiamo considerare che determinati spazi di apertura nei confronti dell'Occidente siano da interpretare come il risultato di una politica estera più pragmatica pensata dalla Guida Suprema Ali Kahmenei volta ad aumentare l'influenza iraniana nell'area e il suo ruolo pivotal nella gestione dei conflitti, non ultimo quello siriano.

Dall'altra parte c'è l'Arabia Saudita, stato che riesce (o prova) a conciliare puritanesimo islamista sunnita e alleanza con l'occidente. Lo Stato saudita nacque grazie alla fusione di interessi tra principi tribali, i Saud e ulema wahhabiti, con l'appoggio non indifferente delle potenze di Gran Bretagna prima, e Stati Uniti poi: essi si rendono coscienti del fatto che, per assicurare la stabilità del loro potere, seduti come sono su un isola di petrolio in un oceano di povertà, al centro di conflitti internazionali, con confini immensi e difficili da difendere, circondata da stati più popolosi e più poveri, necessitano di due cose: la legittimazione religiosa su cui poggia il loro trono e la benevolenza attiva della più grande potenza occidentale.

Nel periodo di massima espansione dell'ideologia panarabista essa si lega sempre più a doppio filo con la potenza a stelle e strisce. Ryahad diventa la testa di ponte dell'occidente in Medio Oriente e nel Golfo Persico (insieme ad Israele è lo stato che spende di più nell'acquisto di armi dagli USA) sia come baluardo anticomunista attraverso il finanziamento di movimenti panislamici, sia nel ruolo di swing producer per calmierare i prezzi petroliferi, per moderare la politica araba filo-nasseriana e per riciclare i suoi petrodollari utilizzando istituzioni finanziare americane. Ecco dunque la special relationship tra Stati Uniti e Arabia Saudita, prima amici contro il panarabismo giacobino e il terzomondismo militante di Nasser & C. poi uniti contro l'Unione sovietica atea e comunista, oggi insieme in Siria contro l'Iran.


POLITICA ESTERA

Innanzitutto il primo punto di scontro tra queste due potenze è dato dalle differenti determinanti della politica estera: se da una parte c'è una potenza che ha tutto l'interesse a mantenere la stabilità dell'area, soggetta all'egemonia americana, dall'altra se ne trova una revisionista, che fa del cambiamento dello status quo (a suo vantaggio) la guida della sua politica estera.

Gli attriti e le rivalità tra queste due potenze si stanno manifestando nella questione delle minoranze sciite nei paesi del golfo, uno su tutti il Bahrein, ma non solo: Ryahad vede queste rivolte come il tentativo di de-stabilizzare l'area da parte di Teheran per aumentare la sua influenza sui paesi del Golfo. L'influenza iraniana si è scontrata con Ryahad in Iraq: l'Arabia Saudita si è rifiutata di perdonare e ridurre l'ingente prestito fornito a Saddam Hussein nella prima guerra del golfo dell'80 (quasi 30 milioni di dollari) per la troppa vicinanza del governo di Al Maliki con l'Iran, e, secondo alcuni cabli di Wikileaks, quest'ultimo ha accusato il regno saudita di fomentare conflitti settari e finanziare un esercito sunnita parallelo.
Le parole d'ordine dunque della politica estera saudita, in comune con quella americana, sembrano essere il contenimento di quella rinascita sciita che si è avuta dopo la rivoluzione iraniana del 1979.


LA QUESTIONE ENERGETICA E NUCLEARE

Il secondo elemento caratterizzante le relazioni tra questi due paesi è dato dalla rilevanza della questione energetica e del nucleare: lo scontro tra queste due potenze è vivamente sentito nell'ambito dell'OPEC, dove diverse strategie perseguite dai due paesi si trovano a fronteggiarsi. Se da una parte Riyadh, che controlla un terzo delle esportazioni dell'Organizzazione, persegue una strategia di partnership con i paesi compratori (il suo famoso ruolo da swing producer e calmieratore dei prezzi) volta a facilitare l'afflusso dell'oro nero e alla salvaguardia della crescita economica mondiale, dall'altra Teheran tenta di far prevalere il proprio punto di vista di riduzione della quote di produzione, in maniera tale da da aumentare il prezzo del greggio, così da aumentare i propri introiti, anche per poter sostenere il tasso d'inflazione del 30% e il regime di sanzioni dell'ONU.

L'altra questione centrale del confronto tra i due paesi riguarda il programma nucleare iraniano: Riyadh riconosce che, una volta ottenuta la tecnologia necessaria allo sviluppo, Teheran acquisirebbe un vantaggio strategico fondamentale.

La "cold war" tra il regno saudita e la teocrazia iraniana si è spostata sul piano della corsa al nucleare. Tra i 250 mila documenti de-secratati da Wikileaks viene citato il re saudita Abddullah per aver più volte esortato gli Stati Uniti ad attaccare l'Iran per mettere fine al suo programma nucleare: queste dichiarazioni dimostrano come siano in primis gli arabi, e in particolare le monarchie del Golfo, e non Israele, a temere che l'Iran si doti della tecnologia nucleare, che fungerebbe più da deterrente per intimidire i loro paesi e allargare l'area d'influenza iraniana piuttosto che da balance of power nei confronti di Israele (e Stati Uniti).
 

LA QUESTIONE SIRIANA

Bisogna leggere l'appoggio dei sauditi ai ribelli siriani come un tentativo di mantenere la stabilità regionale e per il contenimento dell'influenza iraniana nella regione: obiettivo principale di Ryahad è dunque installare un regime filo-saudita a Damasco, che vada a rompere quell'Asse della Resistenza composto da Iran e Siria (e Hezbollah in Libano).

Il principale obiettivo dei sauditi rimane quello, attraverso una tattica di leading from behind dei gruppi jihadisti (grazie alla mediazione della losca figura del principe Bandar Bin Sultan), di cambiare i rapporti di forza sul campo, oggi favorevoli ad Assad, soprattutto dopo le aperture iraniane all'Occidente e il mancato attacco americano alla Siria.

L'Iran al contrario ha invece tutto l'interesse nel mantenere il regime esistente al potere: con esso Teheran forma il cosiddetto Asse della Resistenza. Anche la decisione di far intervenire a difesa del regime di Assad l'organizzazione politico-militare Hezbollah è dimostrazione dell'interesse iraniano nel mantenimento di Assad al potere: molte sono state le voci contrarie all'interno dello stesso movimento sciita libanese che si sono levate contro questa "intromissione" negli affari siriani.

L'alleanza tra questi due paesi, Iran e Siria, è dunque strategicamente comprensibile nell'ottica del mantenimento dell'autonomia del sistema regionale medio-orientale contro i tentativi di egemonia americana sull'area: le ultime mosse di reapprochment della leadership iraniana sono da interpretare da una parte come un apertura nei confronti del discorso sul nucleare verso l'Occidente, ma, allo stesso tempo, come la ricerca di una soluzione politica e non militare alla situazione siriana, accordo che consideri l'Iran non come parte del problema ma come parte della soluzione, con un ruolo attivo nel bilanciamento dei poteri regionali.

Il riavvicinamento degli Stati Uniti nei confronti dell'Iran potrebbe portare giovamento ai due attori. Il coinvolgimento di Teheran in chiave anti-talebana in Afghanistan e di supporto al governo iracheno sarebbero vitali per gli Stati Uniti, inoltre essi potrebbero alleggerire la pressione sullo Stretto di Hormuz, concentrandosi su altri scacchieri internazionali. Da parte iraniana il miglioramento delle relazioni potrebbe significare una serie di investimenti americani nelle infrastrutture e nelle tecnologie del paese, e, soprattutto, una fine del regime delle sanzioni che gravano sul paese con un'apertura nei confronti dell'uso civile del nucleare: ma tutto ciò a discapito dell'alleato saudita, a cui, dopo il disappunto per il mancato strike americano a Damasco, questi ultimi sviluppi delle relazioni americo-iraniane non piacciono proprio.


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Argentina: i risultati definitivi delle elezioni

Il Frente para la Victoria (FpV), l’alleanza al governo, conserva una stretta maggioranza al Congresso, che aprirà le porte a minoranze della sinistra e conservatori: lo confermano i dati definitivi delle legislative di domenica scorsa – grande assente dalla campagna la presidente Cristina Fernández, convalescente – in base ai quali il FpV è stata la forza più votata con il 33,15% dei suffragi alla Camera e il 32.7% al Senato.

A partire da dicembre, quando sarà effettiva la nuova composizione del Parlamento, in dettaglio alla Camera il FpV manterrà la maggioranza con 132 seggi, fra i propri e quelli degli alleati tradizionali, su un totale di 257. Seconda forza si manterrà l’alleanza fra la Unión Cívica Radical, il Partido Socialista e piccoli schieramenti di centro-sinistra, con 63 rappresentanti. Terzo, con 19 deputati, sarà invece il Frente Renovador, forza formata da peronisti dissidenti guidata da Sergio Massa, ex capo di gabinetto di Fernández, volto della sconfitta sofferta domenica nella provincia di Buenos Aires, principale distretto elettorale dell’Argentina.

Con 18 rappresentanti, quarta forza alla Camera sarà Propuesta Republicana (Pro), i conservatori che fanno capo al sindaco di Buenos Aires, Mauricio Macri, pronto a candidarsi alla presidenza nel 2015. Nel quadro complessivo faranno il loro ingresso, con tre seggi, minoranze della sinistra raggruppate in un fronte comune, il Frente de Izquierda, passato, nel giro di due anni, da mezzo milione di voti a quasi un milione e mezzo.

Al Senato, che conta 72 membri, il FpV resterà maggioranza con 40 seggi, fra i propri e quelli degli alleati tradizionali. Il fronte Unen, composto da radicali e socialisti, sarà la seconda forza con 19 seggi; i peronisti dissidenti ne avranno 7. La novità è l’arrivo di Pro, che per la prima volta sarà rappresentata con tre seggi, uno con il dirigente agro-zootecnico Alfredo De Ángeli, uno dei protagonisti del conflitto del 2008 fra il governo Fernández e il settore rurale.

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Taranto. Chiude anche Marcegaglia


Chiude i battenti Marcegaglia Buildtech, ramo "ecologico" del gruppo guidato dalla ex presidente di Confindustria. I dirigenti hanno comunicato alle organizzazioni sindacali la cessazione dell’attività dello stabilimento che produce pannelli coibentati e pannelli fotovoltaici. La causa sarebbe nella "crisi irreverisibile" del settore fotovoltaico in Italia e nel mondo. Il che lascia pensare, fra l'altro, che "l'alternativa verse agli idrocarburi" sia stata ormai abbandonata da governi e imprese, un po' in tutto il pianeta.

«La sospensione dell’attività produttiva dello stabilimento tarantino scatterò il prossimo 18 novembre, alla scadenza della cassa integrazione ordinaria in corso». Sono 134 i dipendenti dello stabilimento che vengono avviati al licenziamento.

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Altra breve quanto illuminante informativa, che chiude la partita di giro sulla "green economy" beceramente sdoganata da un Obama in spasmodica ricerca di slogan da accodare all'ormai tramontato yes we can. Quella del mercato virtuoso, che nutrendosi d'innovazione avrebbe condotto il mondo verso un nuovo rinascimento (con annessa battaglia per uno sviluppo sostenibile ecc.) s'è rivelata la supercazzola più grande del primo decennio del nuovo millennio. Roba che fa il paio col mito secondo cui, a seguito della caduta dell'Unione Sovietica, il mondo sarebbe divenuto un posto migliore dove vivere. E' andata proprio così cazzo...

Iraq: sciiti tornano ad armarsi contro qaedisti

Comitati popolari affiancati alle forze di sicurezza per "proteggere" gli sciiti dagli attacchi degli estremisti sunniti. E' il nuovo, tragico passo dell'Iraq - a dieci anni dalla caduta di Saddam e a due dalla partenza delle truppe Usa - verso un'imminente guerra civile. Un percorso fatto di attentati quasi quotidiani, di richieste di aiuto all'ex-occupante americano e di repressioni contro quella parte di società che ha la sfortuna di stare dalla parte sbagliata dell'Islam: quella che non governa. Se il premier Nuri al-Maliki autorizzasse gruppi popolari ad affiancare l'esercito a difesa della popolazione sciita, sostengono in molti, il bagno di sangue sarebbe bello che fatto.

Qais al-Khazali a capo della temibile milizia sciita Asaib Ahl al-Haq (Banda dei Giusti), l'anno scorso aveva deposto le armi e si era unito al processo politico iracheno, una mossa accolta con favore da al-Maliki. Qualche settimana fa, in una conferenza di leader tribali e religiosi, ha detto che il suo gruppo aveva bisogno di reagire alle "uccisioni e distruzione": i suoi "comitati" non parteciperanno ai raid, ma "collaboreranno con le forze di sicurezza nel pattugliamento delle loro aree e nella creazione di posti di blocco".

All'inizio di quest'anno, Wathiq al-Batat, un religioso sciita che era un alto funzionario delle brigate Hezbollah in Iraq, ha formato quello che lui chiama l'esercito "Mukhtar" per proteggere gli sciiti. Sostiene di avere più di 1 milione di membri, un numero che non è stato verificato in modo indipendente. Intervistato dalla tv al-Somariya, ha detto che la sua milizia aveva "buone intenzioni" e non avrebbe attaccato i sunniti come tali, ma solo i gruppi "Takfiri" (sunniti radicali). Al-Batat ha poi chiesto che, nel pieno rispetto della legge, alcuni dei suoi seguaci vengano integrati nella Difesa o nel Ministero degli Interni per lavorare con le forze di sicurezza.

L'urgenza di milizie settarie si è fatta sentire soprattutto negli ultimi mesi, dopo che una serie di attentati ha fatto salire la conta dei morti a 5.500 dal mese di aprile: la maggioranza di questi è sciita, setta maggioritaria del Paese a lungo repressa negli anni in cui Saddam Hussein privilegiava la minoranza sunnita. Ora che il governo è guidato dai primi, vendette e repressioni sono all'ordine del giorno: è almeno dallo scorso dicembre che i sunniti lamentano discriminazioni e misure anti-terroristiche troppo repressive nei loro confronti. Lo scorso aprile, nel campo di protesta allestito dai sunniti ad Hawija, non lontano da Kirkuk, le forze di sicurezza irachene uccisero 50 persone e ne ferirono almeno il doppio.

Gli attacchi, condotti spesso da al-Qaida, provocano rappresaglie sugli abitanti di fede sunnita. Perché, con una media di due alla settimana, gli attentati colpiscono mercati, bar, stazioni degli autobus, moschee e luoghi di pellegrinaggio quasi sempre nelle zone sciite di Baghdad e del Paese. Il premier iracheno ha firmato questa settimana un articolo sul New York Times in cui avverte che "al-Qaida è impegnata in una rinnovata e concertata campagna per fomentare la violenza settaria e creare un abisso tra la nostra gente", chiedendo "maggiori relazioni di sicurezza" all'antico e odiato occupante statunitense.

Certo, la vicinanza con la Siria non aiuta la ripresa del Paese. Anzi, provoca un import-export della guerra civile che sta spazzando via ogni speranza di pacificazione nella regione. Oltre al jihadismo che valica i confini sud-occidentali di Baghdad, da qualche tempo anche gruppi di miliziani sciiti - residuati delle brigate che combatterono l'occupazione americana e si scontrarono con i sunniti nel biennio nero 2006-2008 - stanno attraversando la frontiera con la Siria per andare a "salvare i luoghi santi dello sciismo". Non siamo certo ai livelli del 2006, quando squadroni della morte appoggiati dall'Iran trascinavano i corpi mutilati di centinaia di sunniti per le strade gridando alla rappresaglia per le autobombe che mietevano altrettante vittime tra la popolazione sciita. Ma in un polverone come quello iracheno, il passo è breve.

Zuhair al-Araji, parlamentare sunnita, ha sottolineato che gli insorti stanno prendendo di mira non solo gli sciiti, ma i sunniti moderati, e che armare i gruppi sciiti sarebbe controproducente. "Siamo preoccupati - ha detto - che alcune milizie possano infiltrarsi in questi comitati e che vedremo gravi conseguenze". Per Jassim Mohammed al-Fartousi, il cui figlio di 24 anni è tra le 80 persone uccise in un attacco suicida il  21 settembre, i comitati sono necessari: "Il governo e le forze di sicurezza sono incompetenti. I comitati popolari ci faranno sentire al sicuro". Ali al-Moussawi, portavoce di al-Maliki, è però poco incline all'idea: sostiene che le forze di sicurezza "non hanno bisogno di comitati armati. Hanno bisogno di aiuto con intelligenza". Shwan Mohammed Taha, un parlamentare curdo della commissione di sicurezza, avverte però che una tale mossa potrebbe rivelarsi il punto di non ritorno: "L'atmosfera è già tesa: l'ok del governo porterà alla militarizzazione della società e quindi ad una guerra civile".


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Spending review. “Der Kommissar” annuncia i tagli. A tutto campo

Il primo obiettivo dichiarato è il taglio di 3,6 miliardi di euro sulla sanità. E’ questo il target per la spending review iniziato da 5 giorni dal commissario nominato dal governo, Carlo Cottarelli, ex dirigente del Fmi e dichiarato all’incontro con la stampa che si e' svolto ieri al ministero dell'Economia alla presenza dello stesso commissario. La Legge di stabilita' prevede per il 2015 un minimo di 600 milioni di euro da reperire con la spending review, tuttavia, per evitare un incremento delle tasse, sarà necessario reperire altri 3 miliardi attraverso tagli alla spesa.

Ma Cottarelli punta evidentemente ad andare oltre. Il “commissario”, presenterà al ministero dell'Economia il proprio programma di spending review entro il 13 novembre per arrivare poi ad avanzare le prime proposte tra fine marzo e gli inizi di aprile del 2014.

Le prime misure dovranno essere adottate entro il 31 luglio del 2014. Il percorso della spending review non si limiterà a individuare i margini di risparmio sulla spesa di beni e servizi, come era invece nei compiti del precedente commissario Bondi ma si prefigge di passare al setaccio tutti i settori della spesa pubblica. Ci sarà un gruppo apposito che esaminerà le questioni riguardanti il personale della Pubblica Amministrazione e, nel caso dovessero esserci ristrutturazioni, le conseguenze potrebbero anche essere in termini di mobilità dei lavoratori. Ma anche il capitolo delle pensioni e della previdenza sociale non sarà esente.

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Quando si dice breve ma intenso... lo sfascio ellenico intanto si avvicina sempre più.

Datagate. Il valore strategico dei dati

Dopo quella di giugno, è arrivata la seconda ondata di rivelazioni di Edward Snowden, l'ex collaboratore della National Security Agency (NSA) rifugiatosi in Russia. Le reazioni alla notizia dell'intercettazione delle comunicazioni di decine di capi di Stato e di Governo non sono andate oltre un'ipocrisia di comodo e le minacce - solo annunciate - di bloccare o rallentare l'accordo di libero scambio attualmente in discussione tra Europa e Usa. Più che far finta di scandalizzarsi per il lavoro dell'intelligence americana e di altri paesi, che da sempre svolgono il proprio ruolo con le tecnologie a disposizione, e indignarsi (ma non troppo) per le "violazioni della libertà e della democrazia" varrebbe la pena cercare di capire un po' di più i motivi di questa enorme raccolta di dati ad opera degli Usa ma non solo.
Che scopo ha raccogliere i dati delle comunicazioni di decine di milioni di persone? Certamente il controllo, mediante dei software dedicati alla ricerca di parole chiave che possono evocare gli intenti del cosiddetto "terrorismo internazionale". Ma vista la quantità di dati che vengono classificati e analizzati non pare essere la sola spiegazione. Il generale Keith Alexander, capo della NSA e del United States Cyber Command, un paio di anni fa fece la seguente dichiarazione: "E' nel cyberspazio che dobbiamo usare la nostra visione strategica per dominare l'ambiente delle informazioni". E per informazioni non intendeva solo quelle militari e politiche. Si riferiva ad ogni tipo di informazioni economiche, industriali, commerciali e sociali. In altri termini, con le tecnologie attuali non è più un problema la raccolta, la "processazione" e l'archiviazione di miliardi di dati. Il messaggio che veniva lanciato era: per comprendere il mondo bisogna innanzitutto quantificarlo. Altri prima di lui hanno avuto la stessa idea e non è un caso che successivamente abbiano stabilito relazioni reciproche abbastanza strette. E' il caso di Google, Microsoft, Facebook, Twitter, Apple, Yahoo che hanno accesso, secondo la rivista Wired, a più dell'80% delle informazioni che viaggiano su internet e in altri circuiti informatici.

L'uso di carte di credito, bancomat, tessere sanitarie, cellulari, tablet, sistemi Gps, badge, tessere magnetiche di negozi, centri commerciali, catene di supermercati alimentari, i siti web visitati, le mail, le chat, gli acquisti online, i "mi piace" cliccati su Facebook lasciano una traccia che permette di scannerizzare una quantità enorme di comportamenti, scelte, propensioni. Secondo Mayer-Schonberger e Cukier, autori di Big Data, stiamo uscendo dall'epoca in cui predominava la logica del campionamento di quantità modeste di dati per approdare in quella della correlazione di miliardi di dati. Non ci si chiede più quale effetto può produrre una certa causa, si va alla ricerca delle correlazioni, di qualsiasi genere e natura, tra un'infinità di dati. In sintesi, una correlazione quantifica la relazione statistica tra i valori di due dati o pacchetti di dati. Una correlazione elevata si registra quando al variare di uno dei valori, tende a variare anche l'altro. Non importa il motivo delle variazioni, delle coincidenze, degli scostamenti. L'importante è la tempestività nel rilevare i fenomeni e le strategie messe in opera per monitorarli e possibilmente indirizzarli e condizionarli.
Google, quattro anni fa, ha fatto da battistrada a queste modalità di trattamento dei dati combinando alcuni miliardi di ricerche sul proprio sito con 450 milioni di modelli matematici, che analizzavano alcune frasi chiave, per giungere a prevedere in quali zone degli Usa ci sarebbe stata una maggiore diffusione dell'influenza invernale. In quel caso l'obiettivo era anche nobile, sta di fatto però che questo ha aperto delle possibilità inimmaginabili nell'uso dei dati. Si possono fare correlazioni tra merci acquistate e stili di vita, tra siti web visitati e orientamenti politici, sessuali, religiosi; tra il tipo, la quantità, la localizzazione delle comunicazioni in certe zone, quartieri e città. Da qui la "fame" di dati delle grandi Internet Company e delle Intelligence più potenti. Va da sé che si è sviluppato un grande business di dati e sono nate innumerevoli società di raccolta e vendita. I dati sono una merce, hanno un valore e possono essere usati più volte per diverse correlazioni.

Siamo probabilmente alla vigilia di un salto di paradigma nell'uso dei grandi dataset pur senza prefigurare esiti alla Minority Report, il film di qualche anno fa in cui venivano arrestati coloro che probabilmente stavano per commettere un reato. I software Tempora dell'intelligence britannica e Prism di quella americana hanno obiettivi meno fantascientifici, sono pensati per il monitoraggio su vasta scala dei comportamenti collettivi che, a maggior ragione, in un periodo di crisi hanno una maggiore imprevedibilità. In uno scenario del genere le leggi attualmente in vigore per la protezione della privacy sono a dir poco inutili, possono essere bypassate con facilità, a meno di non usare più telefoni, computer, carte di credito, bancomat ecc.
Di certo non ci salveranno nemmeno le rivelazioni di Edward Snowden o di Wikileaks perché pur avendo messo in tensione i cosiddetti "sistemi di sicurezza e controllo" veicolano - per citare "Nell'acquario di facebook" del collettivo Ippolita - un'immagine di cavalieri senza macchia e senza paura, di sacerdoti-custodi di tecnologie e di informazioni liberatrici, appartenenti a organizzazioni semi-segrete dalle gerarchie opache, pronti a sfidare il sistema a costo della propria libertà. I percorsi collettivi, aggiungiamo noi, sono più difficili e tortuosi ma probabilmente i soli in grado di scardinare le tecniche di controllo che producono l'assoggettamento al sistema dominante.


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Trovo tutto questo estremamente inquietante, mi piacerebbe giusto che i Voivod ci scrivessero sopra un disco... 

Grillo\M5S: gli altarini si scoprono

“Non dobbiamo vergognarci di essere populisti. L’impeachment ad esempio, è una finzione politica per far capire da che parte stiamo”. Beppe Grillo parla ai suoi in un’aula della Camera. È una conversazione che nessuno conosce, quella che il Fatto ha in esclusiva, tra il leader e i deputati. Lui, il grande capo, in piedi, spalle al muro, la voce pacata e i toni concilianti. Gesticola, ride poco e dà pacche sulle spalle. E parla. “Sono qui per sostenervi”. Non alza mai la voce. Il Grillo a porte chiuse non è nemmeno parente del comico sul palco, quello che urla e lancia parole come spade. C’è da spiegare la scomunica ai senatori Cioffi e Buccarella, colpevoli di aver presentato un emendamento per abolire il reato di immigrazione clandestina. C’è da spiegare chi comanda. Che non è lui, ma il Movimento. Perché forse gli eletti se lo sono dimenticati, ma i voti vengono dal basso e seguono le emozioni: “Con la presentazione dell’emendamento per abolire il reato di immigrazione clandestina, abbiamo perso voti a iosa. Il post del blog, forse un po’ duro, siamo stati costretti a farlo”.

Una decisione obbligata per evitare di perdere troppi voti: “Noi parliamo alla pancia della gente. Siamo populisti veri. Non dobbiamo mica vergognarci. Quelli che ci giudicano hanno bisogno di situazioni chiare. Ad esempio prendete l’impeachment di Napolitano. Molti di voi forse non sono d’accordo, lo capisco. Ma è una finzione politica. E basta. Non possiamo dire che ha tradito la Costituzione. Però diamo una direttiva precisa contro una persona che non rappresenta più la totalità degli italiani. Noi siamo la pancia della gente”. Perché il rischio era molto grosso: “Abbiamo raddrizzato la situazione, siamo stati violenti per far capire alla gente. Se andiamo verso una deriva a sinistra siamo rovinati”.

Gli errori, “l’andazzo” e i sondaggi mai visti - Lo ascoltano, affollati come sotto il palco, ma questa volta Grillo parla a volto scoperto e dice di capire. “Questa cosa non deve più accadere. C’è stato un errore di comunicazione. È brutto. Perché l’emendamento è stato un mese lì e non ne sapevamo nulla. Io posso darvi un parere, ma non devo decidere io. Però avreste dovuto avvisare”. Qualcuno risponde: “Dobbiamo prendere decisioni in poco tempo, a volte è difficile”. Ma Grillo dice di sapere già tutto: “Per questo abbiamo presentato l’applicazione per la partecipazione diretta. Così quando c’è qualche proposta che non avevamo nel programma, la mettiamo online e vediamo l’andazzo”. Ai suoi Grillo dice di aver fatto un sondaggio online: il 75% ha votato per mantenere il reato di immigrazione clandestina. Qualcuno scuote la testa: “Non l’abbiamo mai visto”. Ma oltre le giustificazioni il leader ripete come un ritornello che il potere resta alla maggioranza: se il Movimento vuole riformare la Bossi-Fini si voterà su quello. E così sullo ius soli: “Vorrei che fossimo uniti. Stanno sfruttando il tema per fini elettorali. Siamo tutti convinti che lo ius soli vada bene, ma con certi paletti”.

I deputati sono spiazzati. Lo guardano in piedi con le mani sudate per cercare di dire ad alta voce i malumori covati per giorni. Ma Grillo è comprensivo e i dissidenti non osano parlare. Qualcuno trova il coraggio di chiedere più chiarimenti. Giulia Sarti, subito fermata da Roberto Fico e Carla Ruocco. Poi Silvia Chimienti: “A me questa cosa dei voti lascia perplessa. Bastava spiegare alle persone che era una cosa di buon senso”. Qualcuno azzarda: “Non è che per non finire nell’ala di sinistra scivoliamo a destra? Restiamo oggettivi”. Alza la mano Stefano Vignaroli: “Prima non era così. Andavamo sul palco e ci dicevi di parlare delle cose che ci appassionano”. Grillo risponde a tutto: “Io lo so cosa vi ha dato fastidio, la frasetta dell’articolo dove si diceva che con posizioni come quella sull’immigrazione avremmo preso risultati da prefisso telefonico. Lo so, ma dovete capire che il Movimento sono 9 milioni di persone che ci hanno votato”. I brusii crescono quando si passa alle questioni pratiche. Se per ogni difficoltà bisogna chiedere l’autorizzazione e il parere dall’alto, si perde troppo tempo. “Tanto vale allora astenersi su tutto”, dice Luigi Gallo. Così Girolamo Pisano: “Io chiedo, vale più un ragionamento fatto da 100 persone su base di dati tecnici. O un’opinione di Grillo e Casaleggio?”. E su questo il leader sbotta.

Parlano da oltre un’ora e il punto è sempre quello: “L’opinione è del Movimento. Abbiamo 9 milioni di persone che ci hanno dato il voto su un programma. Noi siamo le punte delle persone. Io sono per il dialogo sempre. Non datemi dei super poteri. Non ne ho. Io mi sento in imbarazzo. Ne sapete molto più di me. La prossima settimana viene qui Casaleggio e parlerete con lui. Verrà un giorno o due alla settimana. Si alternerà con me”.

I post, il residence e la penale anti-traditori - Grillo la pazienza la perde sul finale. Gli chiedono di avvisare prima di scrivere un post sul blog contro una persona. Chiedono di ricevere un avviso. “Ma così si crea un canale preferenziale con ognuno. Poi io non vivo più. Ad esempio la settimana scorsa ho chiesto, ci incontriamo in un residence per parlare? Voi l’avete messa ai voti. Così abbiamo fatto una figura di merda. La notizia l’avete creata voi. Bastava non fare nulla. Chi voleva venire veniva”. Si rabbuia un attimo, ma subito torna a incoraggiarli. “Avete fatto un miracolo. Pensate al futuro adesso. È nostro. Questi politici sono finiti. State facendo grandi cose. Adesso io e Casaleggio scenderemo più spesso, perché bisogna alzare delle barriere di protezione. Tutti cercano di salire sul nostro carro. Non possiamo permettere di farci corrodere il lavoro. Per le elezioni locali, faremo firmare una cosa che se cambi il partito paghi una penale”. Ci sono le regionali in Basilicata e le europee nel programma del leader. Nessun accenno al voto anticipato. A porte chiuse la campagna elettorale può aspettare.

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Ecco che il Movimento di Grillo si rivela peggiore della gente che a parole dice di voler combattere.
Che schifo, nemmeno nell'ipotesi peggiore avrei pronosticato una deriva così subdolamente fascista.
Rabbini nel dna cazzo e l'antisemitismo non c'entra una fava!!!

Sindacati o aziende? Di che vivono i sindacati “collaborativi” in Italia

L’articolo pubblicato oggi da Il Fatto Quotidiano, dal titolo “Cisl, gli affari d'oro di Bonanni con la pubblica amministrazione”, nel quale si evidenziano le relazioni economiche tra la Cisl, proprietaria di alcune società, e molti enti pubblici e aziende private, pur con sintesi giornalistica descrive in modo articolato quanto l’USB va dicendo da anni.

Quei sindacati che abbracciano la filosofia economica basata sul “libero mercato” non possono che entrare direttamente nel mercato. Se lo fanno con aziende proprie, non possono che cercare di trarne profitto, magari trattando la forza lavoro come qualsiasi altra azienda. E se poi fanno affari con aziende o pubbliche amministrazioni nelle quali hanno una rappresentanza sindacale dei lavoratori, allora parlare di conflitto di interessi è forse poco.

E tutto ciò porta anche a dire che le stesse politiche, generali ed aziendali, attuate da questi sindacati sono fortemente condizionate dal reciproco interesse di far funzionare economicamente le aziende, le organizzazioni sindacali e le aziende delle organizzazioni sindacali. In tutto questo, chi ci rimette sono la trasparenza e i lavoratori.

Ma c'è di più: i contratti di lavoro e gli accordi sono ormai pieni di “organi paritetici” ed “enti bilaterali”, che di fatto determinano lo spostamento di ingenti quote economiche verso alcuni sindacati. C’è da chiedersi quanto, mediamente, Cgil, Cisl, Uil e Ugl ricevano delle quote dei propri iscritti e quanto invece vivano di queste altre entrate.  E, stimato 100 il costo per le aziende dei rinnovi contrattuali, sarebbe anche da chiedersi quanto venga sottratto in termini economici ai salari dei lavoratori da quegli organismi succitati.

Secondo l’USB, questa sarebbe una ulteriore, e forse più interessante, inchiesta giornalistica sulla quale lavorare. Di certo possiamo dire chi ha pagato lo scotto dei passati decenni di politiche sindacali intrise di “compatibilità economiche”, di “concertazione” e di “collaborazione” con governi ed aziende: sono stati e sono le lavoratrici e i lavoratori di questo Paese, sono soprattutto quei 5 milioni di poveri rilevati in questi giorni dall'Istat.

Forse lo tsunami che ha investito la politica in questi ultimi anni dovrebbe cambiare direzione ed occuparsi anche di un certo modo di fare sindacato.

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Breve Recensione di “Anschluss l’annessione. L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa” di Vladimiro Giacché

Secondo un’opinione oggi largamente condivisa la riunificazione della Germania non è stata altro che un atto di generosità dei tedeschi dell’ovest i quali in maniera altruistica e disinteressata hanno voluto condividere il proprio benessere frutto di un modello economico superiore con i poveri fratelli dell’est vittime di una brutale dittatura comunista. A smontare questa versione apologetica dell’unità tedesca ci pensa il nuovo libro di Vladimiro Giacché Anschluss l’annessione. L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa, Imprimatur Editore, p. 301.

In quest’opera l’autore attraverso una vasta mole di dati dimostra in maniera inequivocabile che più che di riunificazione nel caso della Germania sarebbe meglio parlare di «anschluss» termine tedesco che significa annessione.

Tale vocabolo può forse suscitare qualche imbarazzo per via del significato negativo che ha assunto dopo l’avvento del nazismo tuttavia non c’è altro modo di definire quello che è successo dopo il 1989 all’ex Repubblica Democratica Tedesca.

Attraverso una consapevole politica di deindustrializzazione e di privatizzazione dei servizi le autorità di Bonn hanno trasformato la fu DDR da una economia rivolta all’esportazioni ad una incentrata sulla domanda interna, ossia dipendente dai trasferimenti dall’Ovest.

Per rendersi conto dell’impatto di questo processo di deliberata distruzione del tessuto industriale basta citare alcuni dati riportati nel volume. «Già nella prima metà del 1991 – scrive Giacché – la produzione industriale era crollata del 67 per cento rispetto al 1989. Ma con punte del 70 per cento nel settore dei macchinari, del 75 per cento nell’elettronica e addirittura dell’86 per cento nella meccanica di precisione» (p.91).

Ma non è tutto, infatti più avanti possiamo leggere che «dalla fine dell’89 alla primavera del 1992 furono distrutti 3,7 milioni di posti di lavoro a tempo indeterminato».

Al contrario dell’est la Germania Ovest, ed in particolare il mondo imprenditoriale, ha tratto enorme profitto dall’unificazione. A seguito dell’unione monetaria infatti molte aziende della RDT in grado di fare concorrenza a quelle tedesco-occidentali fallirono. In questo modo le imprese dell’Ovest si trovarono spalancato un mercato di oltre sedici milioni di abitanti. Non stupisce quindi che negli anni successivi alla riunificazione del paese la produzione economica complessiva della Germania Occidentale ha conseguito «un chiaro salto di qualità, stimabile in un ordine di grandezza di circa 200 miliardi di marchi all’anno in termini nominali» (p. 212).

Senza poi contare che annettendo la parte orientale del paese Berlino ha riacquistato quella centralità geopolitica che aveva perduto nel 1945 in seguito alla sconfitta del Terzo Reich nel secondo conflitto mondiale.

Alla luce di questi fatti non c’è da stupirsi che ancora oggi a distanza di ventiquattro anni dalla caduta del Muro di Berlino il 49% degli Ossis ritenga che il vecchio regime comunista avesse più lati positivi che negativi.

Dalla storia dell’unità tedesca possiamo trarre alcune importanti lezioni. In primo luogo che nella guerra fra i capitali non sempre vince il più adatto e competitivo ma in alcuni casi si è visto il prodotto migliore soccombere dinnanzi a quello peggiore. L’esempio della produttrice di frigoriferi Foron  è da questo punto di vista illuminante. Nonostante tale azienda fosse riuscita, in collaborazione con Greenpeace e l’istituto di igiene di Dortmund, a produrre il primo frigorifero del mondo senza fluoroclorocarburi (Fcc) ovvero che non contribuiva al buco dell’ozono né al riscaldamento globale, venne dismessa e venduta ad un fondo d’investimento che fece precipitare la società nel baratro finanziario.

In seconda battuta possiamo osservare come l’establishment europeo stia cercando di applicare ai paesi in crisi il «modello Germania Est». Illuminanti sono da questo punto di vista le parole pronunciate dall’allora capo dell’Eurogruppo Jean-Claude Junker: «saluterei con piacere il fatto che i nostri amici greci fondassero un’agenzia per le privatizzazioni indipendente dal governo, secondo il modello della Treuhandanstalt tedesca, in cui ricoprissero ruoli anche esperti stranieri».

Si tratta ovviamente di un modello fallimentare in quanto ancora nel 2009 a distanza di vent’anni dall’unificazione il Pil procapite dei Länder dell’Est non è di molto superiore ai due terzi di quello dei Länder dell’Ovest.

Se dunque i paesi europei vogliono uscire dalla crisi devono abbandonare il mantra ideologico ed infondato secondo cui il mercato è la panacea di tutti i mali. Esso in realtà è essenzialmente un luogo di rapporti di forza. Pensare che lo stato debba ritirarsi e lasciare fare alla «mano invisibile» rappresenta una pericolosa mistificazione. Al contrario oggi alle autorità pubbliche andrebbe dato maggiore margine di manovra lasciando che esse indirizzino l’attività economica. Se infatti il modello dell’economia di comando di stampo sovietico è indubbiamente fallito lo è anche quello neoliberista. E la crisi della moneta unica ne è la prova lampante.

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mercoledì 30 ottobre 2013

La lotta di barricata della divisa cinese è iniziata

Ci sono eventi nella storia che passano quasi inosservati sui media e che sono prodromi a sconvolgimenti economici e diplomatici: uno di questi è avvenuto la scorsa settimana e ha la stessa importanza dell’entrata dell’euro nel 1999. Qualche media se n’è accorto, ma l’analisi che ne fa è sintomo della superficialità con la quale si seguono gli affari cinesi.

Il 25 ottobre 2013 suggella, infatti, l’entrata in scena prepotente e ormai irreversibile di una nuova moneta internazionale: lo yuan. La divisa cinese arriva al record storico ventennale nei confronti del dollaro, con la People’s Bank of China che fissa la quota a 6,08 quando nel 2009 era a 8,28, con la rivalutazione del 25%. Tralasciando tutto il resto, per il momento una riflessione torna utile: visto che gli occidentali si rifiutano di misurare il pil cinese a parità di potere d’acquisto (per la qual cosa la Cina sarebbe già la prima economia al mondo), gli analisti devono aggiornare il pil a prezzi correnti espressi in dollari rivalutandolo del 25%, proprio di quanto si è apprezzata la divisa di Mao.

E’ un percorso lungo iniziato nel 2008: all’asset inflation e al quantitative easing delle banche occidentali, la People’s Bank risponde con sterilizzazione monetaria, aumento dei tassi di interesse, aumenti della riserva obbligatoria al 21% (quando in Usa è ad un infimo 4%). In cambio, politica fiscale fortemente espansiva e piani infrastrutturali volti all’aumento della produttività dei fattori produttivi, tant’è che Bankitalia nei suoi studi parla chiaramente di un “possente mercato interno”. La rivalutazione della moneta era fortemente voluta al fine di avviare un percorso di internazionalizzazione dello yuan: la fortificazione di questa politica era data dallo spettacolare aumento annuale della produttività, del 15% medio annuo, e che parava il colpo alla rivalutazione monetaria non incidendo su eventuali perdite di competitività estera, nonostante aumenti salariali del 20% medi annui. L’esatto contrario di quanto fatto in Occidente, che ha stabilito a partire dalla crisi del 2007 deflazione salariale ed espansione illimitata dei mercati finanziari, fino a provocare nuove bolle.

In più, come nel 2008 la Cina trascinò parte del mondo, specie i paesi emergenti, fuori dalle secche della recessione con piani fiscali espansivi, tra alcuni anni sarà la principale protagonista del commercio estero avendo ridotto il proprio surplus delle partite correnti dal 10,2 al 2,1%; negli ultimi mesi si assiste, senza che questo provochi preoccupazione presso la dirigenza, ad una stagnazione delle esportazioni contro un aumento significativo delle importazioni, segno che sta avendo successo la politica economica di spostare l’accento della crescita sul mercato interno.

Cinque anni di tale politica monetaria e fiscale, di fronte allo sconquasso occidentale, portano la dirigenza cinese ad affrontare a viso aperto la questione fondamentale del sistema monetario mondiale centrato sulla predominanza del dollaro e del suo signoraggio, che provoca, a detta dei cinesi, crisi finanziarie ormai quasi irrisolte, ultimo la crisi del debito americano. Ecco dunque che poche settimane fa s’avanza un documento storico che suggella l’inizio dell’era della de-americanizzazione del mondo e della fine del dollaro come moneta di riserva internazionale.

Quale strategia adotta per ciò la dirigenza cinese? Per l’intanto prosegue l’opera di sterilizzazione monetaria per respingere l’afflusso mondiale di dollari, aumentando, la settimana scorsa, i tassi a breve al 7%. Poi indirizzandosi sul mercato interno: il Terzo Plenum che si svolgerà a novembre suggellerà il piano di urbanizzazione di 5 mila miliardi di euro facendo aumentare fortemente la domanda interna.

Ciò avrà riflessi internazionali poiché la Cina prevede di importare beni per i prossimi cinque anni per 10 mila miliardi di dollari. In preparazione di ciò, l’anno 2013 è stato caratterizzato dalla possente politica di operazioni monetarie volte allo swap delle valute con diversi paesi esteri, ultimo con la Bce, avanzando lo yuan come moneta internazionale.

In vista di ciò, tre anni fa Zhou Xiachuan, Governatore della People’ Bank of China, invitò le aziende di stato cinesi, piene di liquidità, alla politica del “go global”: la rivalutazione della moneta, accompagnata da un forte balzo della produttività totale dei fattori produttivi, calza a pennello con questa strategia di espansione estera. Ma il vero colpo è stato il massiccio acquisto di oro: si parla di circa 5 mila tonnellate negli ultimi due anni. Se la massa arrivasse a circa 10 mila tonnellate ci sarebbe il vero sconvolgimento monetario internazionale.

Riflesso di tutto ciò potrebbe essere la storica decisione di non acquistare più buoni del tesoro americano e di spostare 2 mila miliardi di dollari di asset detenuti in Usa in altre parti del mondo: in questo caso, parte delle riserve monetarie, stimate in circa 3700 miliardi di dollari, potrebbero indirizzarsi verso l’area euro e verso il Mediterraneo, area strategica di grande interesse per la dirigenza cinese, una grazia per il nostro Paese se solo fosse pronto ad accogliere tale sconvolgimento economico-finanziario.

L’oro dell’Oriente potrebbe essere il volano della ricostruzione dell’Italia e dell’Europa Meridionale, sempre che gli USA non si mettano di traverso.

Una cosa è certa: un mondo è finito. Come comunisti abbiamo il compito di aprirne un altro, possibilmente a vantaggio del proletariato dell’Europa del Sud, in contrapposizione sia all’imperialismo americano sia alla politica di annessione monetaria ed industriale tedesca. Insomma, compagni, dotiamoci di una strategia, il mondo è cambiato.

La lotta di barricata valutaria della People’s Bank of China parla anche a noi, quasi invitandoci a svegliarci. Svegliarci dal torpore iniziato il 14 agosto del 1971, quando Nixon abbandonò l’aggancio dell’oro con il dollaro. Fort Knox forse non esiste più, o è pignorato. A Pechino qualcuno sta pensando di tornare a quell’aggancio con l’oro, ovviamente con la propria valuta. Se così fosse l’imperialismo occidentale avrebbe gli anni contati.

Il mondo affoga nel dollaro, l’oro cinese spazzerà via questa sentore di soffocamento e allora si vedrà chi rimane e chi ha distrutto o meno la propria economia e quella altrui. Anni schifosi questi, ma si intravedono segni di lotte di barricate contro il dominio imperialistico: non riuscì all’URSS, la speranza è che la dirigenza cinese applichi con furbizia e arguzia la sua strategia monetaria, ne guadagnerebbe il proletariato mondiale e assieme ad esso quello italiano. Che guarda a Renzi, invece di volgere lo sguardo oltre il proprio orticello per cercare una via di fuga al fantasma nero di Maastricht.

da Marx XXI

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Blocco a Cuba: l'Onu condanna di nuovo gli USA

Con 188 voti a favore, solo due contrari – Stati Uniti e Israele – e tre astensioni, Cuba ha ottenuto una nuova vittoria diplomatica ottenendo per il 22° anno consecutivo il sostegno dell’Assemblea generale dell’Onu contro l’embargo – ‘bloqueo’ – imposto da Washington all’isola a partire dal 1962. Quell'anno ormai era chiaro il carattere socialista della rivoluzione che aveva destituito Fulgencio Batista - uomo degli USA - ed era anche chiaro che i tentativi di sconfiggere militarmente la rivoluzione cubana non sarebbe stati possibili.
L'unica novità di quest'anno rispetto alle votazioni precedenti è stato che Palau, piccolo paese del Pacifico che solitamente vota ‘no’, quest’anno si è astenuto insieme a Micronesia e Isole Marshall, altri microstati di obbedienza statunitense.

La risoluzione, dall’esplicito titolo “La necessità di porre fine al blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti d’America contro Cuba”, chiede la fine dell’embargo ma anche della legge Helms-Burton varata nel 1996 che lo inasprisce ulteriormente.

Intervenendo in aula, il capo della diplomazia dell’Avana, Bruno Rodríguez, ha riferito che l’embargo ha arrecato complessivamente a Cuba danni economici per 1,15 miliardi di dollari, con una recrudescenza negli ultimi anni, sotto il mandato di Barack Obama. Una cifra enorme per un paese piccolo e con soli 10 milioni di abitanti ma che in questi decenni ha fatto passi da gigante nella sanità, nell'istruzione, nella cultura, nella riduzione delle diseguaglianze sociali ottenendo in alcuni settori standard migliori delle stesse potenze occidentali.

Oltre a impedire il commercio con Cuba alle imprese USA e a quelle del resto del mondo che vogliono continuare ad avere rapporti con le imprese di Washington, la politica statunitense impedisce il libero movimento delle persone e il flusso delle informazioni, osservando allo stesso tempo che dopo mezzo secolo di embargo e trascorsi oltre 20 anni da quando le Nazioni Unite lo condannarono formalmente la prima volta, la politica statunitense verso l’isola soffre “un assoluto isolamento e discredito mondiali”.

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Val sempre la pena ricordare che questi sono gli stessi USA che vanno a fare la reprimenda all'Iran piuttosto che alla Siria. Ignobili.

Grecia: carcere per chi contrasta l’UE

In questi giorni alcuni media greci hanno dato ampio spazio alle dichiarazioni degli esponenti del governo ellenico che a parole si scontra con i commissari della Troika che chiedono di imporre maggiori tagli e maggiori sacrifici al già martoriato popolo di quel paese. In particolare la Troika ha chiesto esplicitamente all’esecutivo Samaras, se vorrà ricevere un’ennesima tranche di aiuti che non farà altro che indebitare ancora di più Atene, di dismettere due importanti aziende controllate: la Hellenic Defense Systems (EAS) e la Hellenic Vehicle Industry (ELVO). In un paese che è stato deindustrializzato a forza dalla privatizzazione e dalla svendita di importanti aziende smontate e comperate a due soldi da imprese tedesche, francesi e di altri paesi, l’UE tenta di prendersi anche uno degli ultimi settori chiave dal punto di vista economico e infrastrutturale, cioè quello dell’industria militare e della Difesa.

E’ ovvio che lo scontento dei settori popolari contro i commissari di Bruxelles e Francoforte sia sempre maggiore.

Ed è proprio per rimediare alla crescente opposizione al trattamento coloniale che l’UE riserva alla Grecia che i due partiti di governo, Nuova Democrazia e Socialisti, si sono inventati un provvedimento legislativo che punisce addirittura con il carcere un reato appena inventato, quello che in maniera forse sbrigativa ma efficace potremmo definire di ‘antieuropeismo’.
L’articolo 458 A, che i legislatori di Atene hanno ribattezzato eufemisticamente “Misure contro le violazioni della normativa UE” prevede che “Ogni persona che viola intenzionalmente sanzioni o misure restrittive nei confronti di Stati o enti, organismi o persone fisiche o giuridiche con le decisioni e i regolamenti comunitari è punito con la reclusione per almeno sei mesi, salvo altra disposizione e contenuta pena più grave”. In realtà la norma prevede anche la reclusione fino a due anni per chi agisce contro le strutture europee, protestando o manifestando dissenso o contrarietà verso le sanzioni, i governi, le istituzioni e i rappresentanti dell’Unione Europea.
Il provvedimento è stato votato soltanto dai parlamentari che sostengono l’esecutivo fantoccio agli ordini di Bruxelles, ed ha scatenato le proteste – per ora però solo politiche – del Partito Comunista, di Syriza e dei Greci Indipendenti.
L'obiettivo dell'esecutivo di Samaras e Venizelos, hanno denunciato le opposizioni, è quello di criminalizzare ogni forma di critica e contrasto nei confronti dei diktat imposti al paese dall’UE in materia di politica estere ed economia. Il portavoce del Partito Comunista, Thanassis Pafilis, ha dichiarato: “L’insubordinazione e la disobbedienza sono un imperativo. E‘ dovere di ogni uomo che vuole il progresso della società e non può essere subordinato alla logica di entrare nello stampo di una certa umanità, è dovere dell’intera Europa opporsi all’applicazione dell’articolo votato dal PASOK-ND”.

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"Mamma li russi!", ma solo per il pubblico italiano

Ricordate la globalizzazione? Due decenni passati sotto l'egida di questa parola che definiva peraltro un percorso apparentemente inarrestabile: l'integrazione delle economie del pianeta in un unico, immenso, includente, mercato globale. Simbolo evidente: le riunioni del Wto (l'organizzazione del commercio mondiale), dove si lavorava a costruire nuove regole, rapporti, priorità, bilanciando le “aperture” con “tutele”, in modo da garantire una maggiore fluidità mercantile senza schiacciare in pochi secondi i paesi o le aree meno competitive.

La globalizzazione è morta con l'esplosione della crisi finanziaria globale. E sopravvive soltanto nella dimensione finanziaria, ma con molte limitazioni che cominciano ad apparire in modo molto chiaro. La “guerra delle monete” – ufficializzata all'inizio di questo anno con la decisione giapponese di “stampare moneta” in grande quantità, in modo da ridurre il valore dello yen e per questa via migliorare la capacità di esportazione del Sol Levante (“svalutazione competitiva”, un classico della politica economica democristiana) – ha reso noto agli occhi del mondo che il "mondo unico” non c'era più, prima ancora che il processo arrivasse a compimento.

Al suo posto ci sono le “aree monetarie”, non i singoli paesi. La vicinanza, l'alleanza obbligatoria, la comunanza di interessi si dipana dentro e sotto la moneta corrente; i cui movimenti – aumento o diminuzione di valore – costituiscono l'unica possibilità di giocare a nascondino con i prezzi globali. Non potendo agire sul fronte dei prezzi (il “costo del lavoro” in un singolo paese è diventato l'unico “elemento flessibilizzabile”, visto che energia, materie e tecnologie prime hanno un prezzo globale), si agisce sulla leva del cambio per ottenere risultati simili.

Una dinamica “competitiva” che non poteva restare a lungo nel solo campo economico. Perché l'azione sulla moneta è un'azione “politica” (checché ne pensino alla Bce, unica banca centrale del mondo ad agire in modo indipendente da un potere politico peraltro ancora in fieri) e quindi implica l'azione concertata dei governi coinvolti nella stessa “area monetaria”. Evidente, in questo caso, il “vantaggio competitivo” rappresentato dall'unitarietà del comando politico – Usa, Russia e Cina non hanno a che fare con 18 o 27 paesi formalmente indipendenti e rissosi – o dall'alta “continuità di governo” (Russia e Cina non soffrono di turbative elettorali particolari, e gli stessi Stati Uniti risentono assai poco dell'alternanza tra repubblicani e democratici).

Ed ecco dunque che lo scandalo Datagate – arrivato al punto da mettere sul banco degli imputati gli Usa, con gli stessi alleati nella parte degli accusatori – viene rapidamente trasformato in una “guerra di servizi segreti”. Con gli europei (meno Italia e Gran Bretagna) impegnati a costruirsi istituzioni di spionaggio indipendenti dagli Usa e la contemporanea “scoperta” che anche i russi hanno provato a spiare i leader convenuti a Mosca per il vertice del G8.

Così fan tutti, nessuno è più carogna di un altro. Soprattutto, questo conflitto inter-leader globali oscura completamente l'altro: i governo che spiano i propri cittadini, con le scuse più varie (quella di “terrorismo” ormai comprende anche le forme di opposizione più tipiche nei regimi democratici, come fa la Turchia per piazza Taksim e l'Italia per i No Tav). Un modo elegante di cavarsi d'impaccio, trasformando – come sempre nella storia – il conflitto politico tra dominanti e dominati in quello più controllabile, contro il nemico esterno. Contro un'altra "area monetaria", oggi.

I giornali di regime, oggi, si riconoscono – tutti – proprio su questo fronte. E si tratta di una variazione sul tema “spionaggio” che è esclusivamente italiana. Non ne parla affatto, per esempio, il progressista francese Le Monde, ancora impegnatissimo a costruire il “fronte europeo” contrapposto all'”ingerenza statunitense”. Idem per il conservatore Le Figaro, che apre sul malessere fiscale di commercianti e artigiani.

Non ne sa nulla nemmeno l'inglese Guardian, che pure sullo scandalo d'intelligence ha dato punti a tutti i media globali, acquisendo per primo le informazioni sui dati trafugati da Edward Snowden. Persino il più paludato The Times continua a parlare del Datagate, non delle “chiavette russe”.

Stesso discorso in Spagna, paese tra i più inferociti per lo spionaggio statunitense e in genere “fedele” a Washington quanto i governi italioti. El Mundo è concentrato su questioni interne e sul Datagate versante Usa, nulla sa di russi e caricabatterie-spia.

In Germania quasi si chiede l'inpeachment per Obama, mentre l'ultra-atlantista Spiegel non dedica nemmeno una riga al cattivissimo Putin e al suo passato nel Kgb. Idem per il più “neutro” Frankfurter Allgemeine...

Ma la prova definitiva è che dello "scandalo spionistico russo" non hanno avuto notizia nemmeno nanerottoli dell'informazione come la Cnn, il Washington Post o il New York Times...

Insomma: i media continentali - e persino statunitensi - non si occupano né punto né poco della “notizia del giorno” sparata su tutti i quotidiani italiani. Forse perché questa storia di “chiavette usb” e “caricabatterie” spia, donati da Mosca ai leader del pianeta, puzza un po' troppo di “boiata pazzesca”. Parliamoci chiaro: che ci si spii tra paesi in competizione è certo. Che russi e cinesi (e indiani, australiani, brasiliani, ecc) non siano “più gentili” degli statunitensi, anche. Ma che il rilucidato Kgb provi una mossa demente come quella di “regalare gadget spia” nel corso degli incontri ufficiali del G8, ovvero a gente che viaggia con un codazzo lungo un chilometro di agenti segreti ed esperti di tecniche antispionaggio, abituata a sospettare anche di un mazzo di rose, va al di là di ogni immaginazione.

Ma i giornalisti mainstream non sono più abituati a farsi domande. In fondo loro sono più abituati a ricevere in regalo chiavette e caricabatterie (e telefoni, e altri "gadget") ogni volta che frequentano una sede istituzionale "ricca", pubblica o privata che sia. Prendono e non si fanno domande. Anche sul piano delle notizie. Tutto ciò che arriva dalle loro “fonti” è vangelo che non ha bisogno di verifiche indipendenti. Specie se le fonti sono i servizi segreti nostrani. Ovvero una dependance di quelli statunitensi, attualmente sotto scacco.

Forse è per questo che ancora non si sono accorti che la loro "patria", ossia l'area monetaria di appartenenza, non ha come capitale Washington. O Langley.

Alcuni esempi.

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I servizi: Letta usa cellulari criptati ed è dotato di valigetta anti-intrusioni
«Gadget truccati in regalo ai leader Così Putin voleva spiare l’Europa»
Fiorenza Sarzanini

ROMA - Nella guerra di spie esplosa con il Datagate, adesso tutti sono contro tutti. E l'ultimo attacco lo sferra l'Unione Europea. Bersaglio: la Russia di Vladimir Putin. L'accusa è pesantissima: durante l'ultimo G20 che si è svolto nel settembre scorso a San Pietroburgo, ai capi di Stato e di governo sono stati consegnati gadget che in realtà erano strumenti di intrusione per computer e telefonini.

L'allertamento per tutti i servizi segreti dei Paesi partecipanti è stato tramesso direttamente dal Consiglio europeo e immediate sono scattate le ulteriori verifiche a livello nazionale. È l'ultimo capitolo di una vicenda che rischia di creare fratture gravissime nelle relazioni diplomatiche. Durante i contatti di questi giorni, gli Stati Uniti hanno continuato ad escludere di aver mai intercettato esponenti delle istituzioni italiane e questa mattina tornerà di fronte al comitato parlamentare di controllo il direttore del Dis Giampiero Massolo. Il capo dell'intelligence ribadirà che «non ci sono evidenze su controlli illegali» e consegnerà l'esito delle indagini effettuate nelle ultime settimane anche con la collaborazione degli 007 «collegati». Una relazione per ricostruire quanto accaduto dopo le rivelazioni di Edward Snowden, il tecnico informatico che ha violato i segreti dell'Nsa, la National Security Agency americana.

Chiavette e caricatori per la «captazione»
È il 5 settembre scorso, in Russia è convocato il G20. Al primo punto dell'ordine del giorno c'è la questione siriana con Stati Uniti e Francia determinati a sferrare l'attacco contro il regime di Assad accusato di aver utilizzato armi chimiche contro i civili. Il vertice è segnato da momenti di grande tensione tra Barack Obama e Putin, anche per la scelta di Mosca di concedere asilo a Snowden. Al termine, come sempre accade, le delegazioni ricevono numerosi oggetti ricordo. Tra i gadget consegnati dagli organizzatori ci sono anche chiavette Usb per computer e cavi per la ricarica dei telefonini cellulari.
Il primo a stupirsi del regalo è il presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy che una volta rientrato a Bruxelles, incarica i responsabili della sicurezza di effettuare accertamenti su tutti i dispositivi. Si decide di chiedere l'ausilio dei servizi segreti tedeschi e l'esito delle prime analisi è positivo. Nella comunicazione ufficiale trasmessa attraverso i canali dell'intelligence a tutti gli Stati partecipanti si specifica che «le chiavette Usb e i cavi di alimentazione sono idonei alla captazione clandestina dei dati di computer e telefoni cellulari». E per questo si sollecita di «adottare ogni possibile precauzione nel caso questi oggetti siano stati utilizzati e in caso contrario di affidarli alle strutture di sicurezza per ulteriori controlli».

Nuove verifiche e protesta diplomatica
La notizia filtra mentre sale alle stelle la tensione per gli ultimi documenti diffusi da Snowden sul controllo effettuato da parte delle agenzie di intelligence statunitensi sulle comunicazioni di cittadini tedeschi, francesi e italiani, ma soprattutto su quelle di esponenti governativi e istituzionali. E dimostra quanto alto sia ormai il livello di scontro. Anche perché gli interrogativi su questa vicenda sono molteplici. La scoperta dei gadget «truccati» avviene poche settimane dopo la decisione della Russia, presa il 1° agosto scorso, di rilasciare il visto per un anno alla «talpa» che sta mettendo in gravissime difficoltà la presidenza Obama. La consegna di quei dispositivi serviva a colpire un bersaglio specifico? O forse serviva a dimostrare che anche la Russia è capace di effettuare intrusioni nei sistemi informatici dei governi, in particolare di quelli occidentali?
Le verifiche effettuate sino ad ora avrebbero dimostrato la capacità di intrusione dei dispositivi, ma non viene specificato se qualcuno abbia effettivamente utilizzato chiavette e cavi. Si tratta in ogni caso di una vicenda che rischia di arroventare ulteriormente il clima e di rendere ancor più complicati i rapporti dell'Unione con la Russia. Non a caso c'è addirittura chi sospetta che possa trattarsi di una trappola per mettere in difficoltà i russi. Una versione che non viene però accreditata a livello europeo. Secondo alcune fonti diplomatiche dell'Unione si attendono le ulteriori verifiche effettuate da ogni singolo Stato per far partire una protesta formale con relativa richiesta di chiarimenti. Proprio come è già accaduto da parte di Francia e Germania nei confronti degli Stati Uniti con la convocazione dell'ambasciatore.

Criptotelefoni e valigetta
Al momento i servizi segreti italiani escludono che esponenti del governo o delle istituzioni possano essere stati spiati dagli Usa. Massolo lo ripeterà questa mattina di fronte al Copasir, evidenziando quale sia il dispositivo che segue costantemente il presidente del Consiglio. Spiegherà infatti che dall'entrata in vigore della riforma sull'attività degli 007, il controllo di sicurezza delle comunicazioni del premier sono affidate all'Aisi, l'agenzia interna che si occupa anche di controspionaggio. Evidenzierà che nei suoi spostamenti esterni Enrico Letta, così come prima Silvio Berlusconi, è sempre scortato da un funzionario Comsec (Communication security) che custodisce la valigetta antintrusione. Il presidente ha a disposizione cellulari criptati che può utilizzare sia nelle conversazioni di tipo istituzionale, sia per quanto riguarda le comunicazioni private. Una «tutela» riguarda anche i ministri che hanno una «protezione» dei cellulari e della rete fissa. Sottolineerà che «al momento, le verifiche su intercettazioni e altro tipo di «ascolto» hanno dato esito negativo».
Il fatto che non ci siano prove sull'effettuazione di intercettazioni abusive nei confronti delle istituzioni, non basta comunque a ridurre la portata di quanto accaduto, soprattutto tenendo conto che ancora nessuno è in grado di quantificare quanti siano i «contatti» acquisiti dall'Nsa su cittadini italiani e in quale periodo. Negli incontri avuti a partire dal luglio scorso è stata confermata la «cattura» delle informazioni relative a chiamate, sms e mail da e per gli Stati Uniti ai fini della sicurezza nazionale, dunque esaminando poi tutti i dati «sensibili» e solo in caso di sospetti evidenti è poi scattato l'ascolto delle conversazioni o la trascrizione della messaggeria. Le riunioni tra i vertici dell'intelligence italiana e statunitense hanno riguardato anche le verifiche effettuate sugli accessi a social network e servizi di videochiamate. I provider statunitensi hanno infatti fornito il consenso all'Nsa per l'acquisizione dei propri dati. Vuol dire che chiunque utilizza questo tipo di servizio di fatto può subire il controllo anche sui contenuti che mette in rete, dai testi alle fotografie, passando per i video e soprattutto per le comunicazioni faccia a faccia attraverso i computer.

Dal Corriere della Sera

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La guerra senza regole degli 007
Maurizio Molinari

Se il sistema americano «Prism» ha monitorato negli ultimi anni le comunicazioni elettroniche nel Pianeta e le antenne della «National Security Agency» hanno intercettato i leader alleati di Washington, in occasione dell’ultimo summit del G20 gli organizzatori russi avrebbero consegnato ad alcuni dei Capi di Stato e di governo ospiti una chiavetta Usb capace di spiarli. 

Le rivelazioni sullo spionaggio elettronico che finora hanno bersagliato gli Stati Uniti sembrano così estendersi alla Russia, lasciando intendere l’intensificazione di una guerra di spie innescata dalla fuga ad Hong Kong di Edward Snowden, l’ex analista della «Nsa» scappato dalle Hawaii con i segreti più preziosi dell’arsenale digitale del Pentagono ed ora esiliato in Russia, dove a proteggerlo sono i discendenti dell’ex Kgb. Durante la visita svolta in giugno a Berlino, era stato il presidente americano Barack Obama a dire a chiare lettere che «non siamo i soli a usare lo spionaggio elettronico sebbene siamo gli unici a doverne rispondere pubblicamente» e nelle settimane seguenti è tornato sull’argomento, lasciando trapelare l’irritazione di Washington per il perdurante silenzio sulle analoghe attività dei più agguerriti concorrenti strategici: Pechino e Mosca anzitutto. 

I sospetti che ora si indirizzano sulla Russia di Vladimir Putin per le chiavette-spia del G20 si accompagnano all’ipotesi che qualcosa sia saltato nei delicati equilibri che regolano la convivenza fra servizi segreti, innescando un domino di rivelazioni che - a prescindere dalla loro fondatezza - sono destinate a moltiplicare le fibrillazioni internazionali. Ciò che viene meno è una delle regole più antiche delle relazioni fra potenze: ci si spia senza dirlo e le guerre di intelligence avvengono lontano dai riflettori. Se il crollo del Muro di Berlino ha portato ad un mondo multipolare dove ogni nazione può ambire ad essere decisiva, le rivelazioni di Snowden hanno rotto il tacito equilibrio fra i maggiori servizi di intelligence dando vita ad una sorta di Far West delle spie che si consuma in maniera plateale sulle prime pagine di siti Internet e quotidiani. 

Ciò che colpisce è come le vittime più ambite in questo Far West sono i leader di governo. Se il capo della commissione «Homeland Security» della Camera dei Rappresentanti, Pete King, difende le intercettazioni dei leader stranieri considerandole «intelligence di grande valore» le antenne di ascolto che i militari cinesi posizionarono davanti all’hotel di Pechino che ospitava George W. Bush nel 2008 confermano come gli inquilini della Casa Bianca siano spesso soggetti a simili attenzioni.

Il motivo è che le parole del leader sono una finestra non solo sulle informazioni in possesso del suo Paese ma anche sulle sue intenzioni immediate. Conoscerle consente di avvantaggiarsi in battaglie, politiche o economiche, che possono svolgersi nei consessi internazionali più diversi: dalle dispute commerciali in seno al «Wto» a quelle sull’unione bancaria a Bruxelles, fino alle liti sulla Siria nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. L’intelligence è così diventata lo strumento di un duello sempre più personale fra i leader delle diverse potenze: determinati a conoscere cosa pensa il rivale per poterlo anticipare, beffare.

Se la sfida dello spionaggio accompagna i maggiori eventi internazionali diventano più comprensibili le esitazioni dell’amministrazione Obama nel fronteggiare le irate proteste dei leader alleati perché chiedono all’America di compiere dei passi indietro mentre gli avversari restano agguerriti.

A differenza dei leader di Cina e Russia, Obama ha però un’opinione pubblica interna a cui deve rispondere e ciò spiega la scelta di anticipare i tempi della riforma dell’intelligence elettronica, affidandone la redazione ad una commissione di cinque saggi che dovrà presentare i risultati entro il 15 dicembre. La loro missione non potrebbe essere più difficile: rimodellare la più segreta arma elettronica degli Stati Uniti per proteggere la privacy dei cittadini e rimettere sui binari le relazioni con i più importanti alleati. Ma prescindere da quale sarà il risultato non è difficile indovinare che il Far West degli 007 continuerà. Almeno fino a quando il caso-Snowden non verrà risolto, portando alla creazione di nuovi equilibri fra i maggiori servizi di intelligence.

Da La Stampa

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Ilva di Taranto, 53 persone indagate: Vendola accusato di concussione

C’è anche il governatore di Puglia Nichi Vendola tra i 53 indagati nell’inchiesta sull’Ilva di Taranto. Concussione ai danni del direttore generale dell’Arpa Puglia, Giorgio Assennato. È questa l’ipotesi di reato contestata dal pool di inquirenti guidati dal procuratore Franco Sebastio che ha notificato gli avvisi di conclusione dell’indagine nella quale sono accusati del disastro ambientale e sanitario di Taranto Emilio, Nicola e Fabio Riva, i vertici della fabbrica e, con capi d’imputazione differenti, anche politici, funzionari ministeriali e locali, membri delle forze dell’ordine, un ex consulente della procura, un sacerdote e il sindaco di Taranto, Ippazio Stefano.

Negli atti dell’inchiesta “Ambiente svenduto” condotta dalla Guardia di finanza di Taranto, il governatore era stato indicato come protagonista di una “vicenda concussiva in danno del direttore regionale di Arpa Puglia Giorgio Assennato” e chiamato in causa per l’ipotesi di “mancato rinnovo dell’incarico, in scadenza nel febbraio 2011, per effetto delle sollecitazioni rivolte al governatore Vendola ed ai suoi più stretti collaboratori — tra gli altri l’allora capo-segreteria, Manna — proprio dai vertici Ilva”. In sostanza Vendola avrebbe fatto pressioni su Assennato, su richiesta dei Riva, perché si ammorbidisse nei confronti del siderurgico tarantino. Nelle diverse informative i finanzieri, guidati dal colonnello Salvatore Paiano e dal maggiore Giuseppe Dinoi, hanno infatti spiegato che “all’esito di quella vicenda concussiva e per effetto di essa, in realtà il prof. Assennato ridimensionerà (nei confronti dell’Ilva, ndr) il proprio approccio, fino a quel momento improntato al più assoluto rigore scientifico”.

Il suo intervento, secondo l’accusa, su richiesta dei Riva avrebbe permesso all’Ilva di neutralizzare le ostilità del direttore generale dell’Arpa che, secondo quanto riferito in un intercettazione captata dai militari, dopo l’intervento di Vendola “si è molto… responsabilizzato”. Una “responsabilizzazione” che spinge l’avvocato Franco Perli a suggerire a Fabio Riva di non intervenire oltre per la sua sostituzione perché “potremmo trovarcene anche uno molto peggio”. Il nome di Vendola, secondo le indiscrezioni, era già finito nel registro degli indagati da tempo, ma era rimasto segreto perché il presidente della regione Puglia non era mai stato destinatario di alcuna misura cautelare. Ma il lungo elenco di indagati è un vero e proprio terremoto per l’intera Regione Puglia.

Nel registro degli indagati sono finiti infatti anche l’assessore regionale all’ambiente ed ex magistrato Lorenzo Nicastro, l’ex assessore alle politiche giovanili Nicola Fratoianni, accusati di favoreggiamento nei confronti di Vendola. Non solo. Dello stesso reato dovranno rispondere il direttore generale dell’Arpa Assennato e il direttore scientifico Massimo Blonda. Secondo il pool di inquirenti, anche dal procuratore aggiunto Pietro Argentino e dai sostituiti Mariano Buccoliero, Giovanna Cannarile, Remo Epifani e Raffaele Graziano (che ha coordinato le inchieste di due operai morti nell’Ilva ora confluite nell’inchiesta per disatsro ambientale) i vertici della Regione Puglia e dell’Arpa nell’interrogatorio dinanzi ai finanzieri come persone informate sui fatti, avrebbero negato le pressioni del governatore tentando così di coprire l’operato di Vendola.

Ma non è tutto. Perché nell’ultimo atto delle indagini preliminari spuntano anche i nomi di Donato Pentassuglia, consigliere regionale Pd accusato di favoreggiamento nei confronti di Archinà, e quelli del capo di Gabinetto Francesco Manna, del dirigente del settore Ambiente Antonello Antonicelli, dell’ex direttore dell’area Sviluppo economico della regione Puglia, Davide Filippo Pellegrino. Per i pm, insomma, un intero apparato al servizio dell’Ilva che scende anche nelle amministrazioni provinciali e comunali. Tornano infatti i nomi dell’ex presidente della provincia di Taranto, Gianni Florido, e l’ex assessore provinciale all’ambiente Michele Conserva arrestati entrambi a maggio scorso con l’accusa di aver fatto pressione su alcuni dirigenti perché concedessero all’Ilva l’autorizzazione all’utilizzo delle discariche interne (poi autorizzate con decreto del governo) e del sindaco di Taranto, Ippazio Stefano, accusa di non aver messo in atto come primo cittadino le misure necessarie per bloccare i danni alla salute dei tarantini causati dall’azienda.

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Sarà interessante vedere dove condurrà quest'indagine. La quantità e la ramificazione degli indagati è comunque di per se esplicativa del fatto che sistemicamente, la politica è completamente asservita agli interessi (distruttivi) del capitale, con buona pace di qualsivoglia supercazzola liberista.

Egitto-Etiopia, nuovo accordo idrico?


A sorpresa, dopo lunghe e forti tensioni, Egitto ed Etiopia sembrano essere giunte ad un accordo condiviso in merito alla costruzione della tanto discussa diga sul Nilo. La diga del grande Rinascimento dell'Etiopia, questo il nome - di certo non casuale - scelto da Addis Abeba per indicare quest'opera faraonica da oltre 4,8 milioni di dollari destinata alla produzione di energia idroelettrica.

Un progetto, che, fin da quando è stato annunciato, nel marzo 2011, ha provocato dure critiche da parte di ambientalisti ed autorità egiziane. Un danno irrimediabile per il delicato ecosistema africano, secondo i primi; una vera e propria minaccia per la sopravvivenza idrica del Paese per i secondi.

Di certo erano in molti a pensare che la costruzione della diga del Rinascimento avrebbe potuto costituire un casus belli per il controllo delle risorse idriche da parte delle potenze regionali. Invece, a sorpresa, nelle ultime settimane, l'Egitto - che all'inizio aveva aspramente criticato il progetto ed aveva persino minacciato di sabotarlo - ha dimostrato apertura e disponibilità al dialogo. "L'Egitto contribuirà assieme al governo dell'Etiopia alla costruzione della diga per favorire lo sviluppo del popolo etiope", ha dichiarato Mohamed Abdul Muttalib, il ministro egiziano per le Risorse Idriche e l'Irrigazione, aggiungendo però che nell'accordo che verrà firmato tra i due Paesi dovranno essere specificate le modalità e l'impatto dei lavori. All'inizio di novembre i ministri delle Risorse Idriche di Egitto, Etiopia e Sudan si incontreranno a Khartoum per trovare delle linee guida condivise sul tema.

La negoziazione tra i due Paesi sarà tuttavia molto lunga e delicata. Le questioni da risolvere sono molteplici e stratificate nel tempo, dato che la spartizione idrica è il risultato di una divisione arbitraria fatta in epoca coloniale (1929) che ha dato il monopolio idrico all'Egitto e al Sudan. Una spartizione che negli ultimi anni è stata sfidata da sei Paesi che si trovano nell'alto corso del Nilo e che fanno parte dell'Iniziativa del Bacino del Nilo. Il Kenya, il Burundi, l'Etiopia, il Ruanda, la Tanzania e l'Uganda, a maggio 2010, hanno firmato un nuovo accordo per la spartizione delle acque, accordo che l'Egitto non ha riconosciuto. Poco dopo, a marzo 2011, l'Etiopia ha annunciato unilateralmente la costruzione della Diga del Rinascimento che prevede la deviazione di parte del Nilo Azzurro per la creazione di un bacino idrico di 63 miliardi di metri cubi di acqua.

Ancora poco chiare sono le conseguenze che ci saranno per l'Egitto, già fortemente piegato dall'instabilità politica, dalla crisi economica e dalle sanguinose vicende degli ultimi mesi. Un'ulteriore diminuzione della portata del fiume sarebbe catastrofica per la già debole agricoltura nazionale. Eppure per il momento lo spettro di una guerra per il controllo delle risorse idriche sembra scongiurato e l'Egitto sembra aver compreso che solo una maggior apertura al dialogo può condurre ad una risoluzione pacifica della delicata questione idrica.

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Rossobrunismo, il Pdci di Terni abbocca

Ieri mattina un articolo comparso sul blog del Collettivo Militant ha svelato che a Terni, il prossimo 16 novembre, la locale federazione del Partito dei Comunisti Italiani avrebbe organizzato una iniziativa di ‘solidarietà con la Siria’ insieme ad una organizzazione che, pur definendosi euroasiatista (!) appartiene a quella galassia di gruppuscoli di estrema destra che in nome della “comune lotta contro il nemico imperialista” cercano collaborazioni con ciò che rimane della sinistra marxista e internazionalista.

Denunciava Militant ieri mattina:

“(...) Ci è capitato di imbatterci in una “curiosa” iniziativa a sostegno della Siria che si dovrebbe tenere il prossimo 16 novembre a Terni e che sarà promossa dal Pdci e dall’Associazione “I primi della strada” insieme a… Stato e Potenza. Ora va bene (si fa per dire) la “distrazione” degli organizzatori, va bene pure (si fa sempre per dire) la non approfondita conoscenza del microcosmo fascista, ma quando si invita qualcuno in casa propria, in questo caso nei locali della propria federazione, sarebbe cosa buona e giusta almeno informarsi su chi è, su che cosa fa e da dove viene. Almeno per evitare colossali figure di merda come questa. Non sappiamo se la federazione ternana del Pdci abbia accesso alla rete, immaginiamo di si visto che possiedono un profilo facebook (qui), in tal caso ci sentiamo di poter dire che sarebbe bastato digitare nomi e sigle su un qualsiasi motore di ricerca per rendersi conto con chi si aveva a che fare. Su “Stato e Potenza” non ci dilunghiamo troppo, in rete si trova di tutto e di più (qui per esempio) ed anche noi alcuni mesi fa abbiamo provato ad analizzare il fenomeno del “rossobrunismo” (qui) e i rinnovati tentativi di infiltrazione nel campo dell’estrema sinistra. Quello che forse più ci lascia perplessi sono però i relatori, in questi casi infatti i curricula personali valgono più di mille grafiche o slogan “realsocialisti” piazzati sul proprio sito per confondere qualche visitatore distratto o nostalgico. Il primo che balza agli occhi e senza dubbio il signor Ramadan, che gli organizzatori descrivono come un “comunista italo-siriano”. Ouday Ramadan  è impegnato da mesi insieme con quella compagnia di giro che risponde al nome di Fronte Europeo per la Siria in un tour che l’ha portato a visitare numerose sedi fasciste, non ultima Casapound. (...) Di Stefano Bonilauri poi che dire se non che fa parte di quel (minuscolo) cosmo di “euroasiatici” che fa riferimento a Claudio Mutti (leggi) per conto del quale dirige la collana “Gladio e martello” (vedi) della casa editrice “Edizioni all’insegna del veltro” capace di pubblicare indistintamente testi su Ceaușescu e Codreanu (...) Sappiamo bene che la lotta contro l’aggressione imperialista alla Siria è una battaglia sacrosanta e fondamentale. Sappiamo pure che il deficit di internazionalismo di una certa sinistra, sempre più irretita dalla campagne dirittoumaniste dell’informazione mainstream, sta lasciando un vuoto enorme. (...) Proprio per questo oggi più che mai occorre essere particolarmente attenti, e vigili. Ma si può essere, anzi si deve essere, antimperialisti senza diventare caricature di noi stessi. (...)” (qui l’intervento completo: Il Pdci e l’antifascismo ai tempi della rete)

Il dibattito e le polemiche in rete cominciano a rimbalzare ed a metà mattinata la notizia arriva al dipartimento Esteri del Pdci nazionale, che dopo qualche tempo emette una nota pubblica che smentisce la federazione ternana del partito.

“Siria, nessuna iniziativa con settori collusi con ambienti fascisti

Apprendiamo che a Terni il prossimo 16 novembre è prevista una iniziativa sulla Siria, organizzata, fra gli altri, da strutture che vedono il coinvolgimento di ambienti della destra neo-fascista.
Tale iniziativa vede, in modo del tutto improprio, la presenza anche di una nostra struttura locale di partito.
Vogliamo ribadire in modo inequivocabile che in più occasioni abbiamo manifestato la nostra assoluta indisponibilità a partecipare ad iniziative con ambienti direttamente o indirettamente collusi con la destra fascista, sottolineando come la nostra solidarietà al popolo siriano nasce da una collocazione antimperialista e internazionalista che in nessun modo può entrare in contraddizione con la nostra ispirazione antifascista.
Ci dissociamo pertanto da tale iniziativa, e deploriamo il fatto che - non rendendosi conto della gravità del problema e della caratteristiche di una delle componenti organizzatrici, ancorché motivati in buona fede da un atteggiamento di solidarietà con la causa del popolo siriano in lotta per la difesa della propria sovranità - alcuni nostri compagni si siano fatti coinvolgere in tale iniziativa, dalle quale si dissoceranno in modo formale nelle prossime ore”.


Investiti del problema, alcuni giovani dirigenti della Federazione di Terni del Pdci rispondono con stizza, rivendicando la giustezza della loro collaborazione con un’organizzazione in odore di estrema destra in nome del fatto che la comune opposizione all’imperialismo statunitense renderebbe necessario superare ‘vecchi steccati’ e confrontarsi anche con chi ‘non la pensa come noi’. Poi nel pomeriggio di ieri i vari post di questo tipo sono stati rimossi dagli amministratori del profilo della federazione locale del Pdci, che comunque conferma l’iniziativa e anzi annuncia la partecipazione del segretario provinciale di Terni, Gianni Pelini.

Allo stato, la federazione locale del Pdci non ha emesso nessun comunicato ufficiale per spiegare perché intende continuare a promuovere e addirittura ospitare un’iniziativa con Stato e Potenza, di cui evidentemente conosce identità politica e progetti (non si tratta quindi di ‘distrazioni’ o ‘ingenuita’). D’altronde non è la prima volta che pezzi di sinistra ‘ortodossa’ scambiano l’antiamericanismo dell’estrema destra con l’antimperialismo, contribuendo a creare confusione e accreditando la tesi che ‘destra’ e ‘sinistra’ non esistano più e che i vecchi steccati vadano rimossi in nome della comune lotta contro le mire di Washington. Ma in altri casi si era trattato di singoli attivisti dei partiti di sinistra, mentre questa volta è un’intera federazione del Pdci a sdoganare i fascisti assumendone in parte il discorso politico.
Suona davvero inquietante, ad esempio, un passaggio della breve nota attraverso la quale Pdci e Stato e Potenza chiamano a partecipare all’iniziativa del 16 novembre, che dimostra quanto sia facile per il veleno fascista contaminare gli altri ambienti politici che abbassano le loro difese: “Sostenere la Repubblica Araba di Siria è dunque un dovere di ogni cittadino che abbia a cuore la stabilità e la legalità nello scenario del Mediterraneo e dunque anche nella nostra Italia, dove risiedono diversi immigrati clandestini e regolari che da mesi sostengono apertamente queste bande terroriste”.

Che per difendere la Siria dall’aggressione imperialista e islamista (sacrosanto) si debba sdoganare la visione razzista del mondo tipica del fascismo segnalando al pubblico ludibrio gli ‘immigrati clandestini’ e addirittura quelli regolari perché potenziali terroristi è davvero inaccettabile e rende ancora più pericoloso il sodalizio di Terni tra Pdci e Stato e Potenza.

Se il Pdci locale per ora non si esprime attraverso note ufficiali, nelle ultime ore Stato e Potenza ha emesso un aggressivo comunicato (soprattutto nei confronti del responsabile esteri del Pdci, Maurizio Musolino), che riportiamo qui di seguito e che scimmiotta le analisi e le critiche che la sinistra antagonista ha espresso in questi anni contro la deriva governista di Pdci e Prc.

“Comunicato in merito alla conferenza di Terni sulla Siria

Nella giornata di oggi, martedì 29 ottobre, abbiamo appreso da segnalazioni di amici e conoscenti che due siti internet – quello del Partito dei Comunisti Italiani e quello dell’associazione Militant – hanno denunciato la conferenza programmata nelle ultime settimane per il 16 novembre p.v. a Terni e dedicata alla situazione siriana. Il problema che queste due organizzazioni pongono in essere, sarebbe la presenza, tra gli organizzatori, di una sigla gravitante nella galassia della “destra neofascista” o “collusa coi fascisti”. E’ chiaro ed esplicito il riferimento oltraggioso e diffamante al nostro movimento politico, fatto regolarmente oggetto di aggressioni verbali e intimidazioni multimediali da almeno due anni a questa parte. Nel respingere qualsiasi accusa di neofascismo ed invitando il pubblico interessato a leggere CON CURA E ATTENZIONE il nostro Manifesto Politico, chiediamo una massiccia partecipazione all’iniziativa, che RESTA IN CARTELLO IN OGNI CASO nella speranza che Giuseppe Mascio, segretario regionale del PdCI in Umbria, non si lasci intimidire e non venga meno all’impegno già preso da molto tempo. Invitiamo inoltre il pubblico ad ignorare le censure invocate da certi instancabili sessantenni nevrotici, sopravvissuti per anni grazie ai vitalizi, ai finanziamenti pubblici e alla classica “doppia morale” del compagno a parole e del benestante nei fatti. Sono individui ormai completamente falliti. Rappresentano progetti politici vecchi, anacronistici, sclerotizzati, fuori dalla storia e non a caso completamente ignorati dalle classi sociali meno abbienti al punto che, nonostante l’espansione della crisi e la proletarizzazione di buona parte del ceto medio, non solo non hanno mai ottenuto alcun riscontro elettorale significativo ma hanno addirittura perduto ulteriore consenso. I fatti hanno la testa dura, come diceva Lenin, e dimostrano con chiarezza che ci troviamo di fronte a personaggi totalmente incapaci di costruire un progetto politico socialista serio e coerente con le loro pretese radici ideologiche. Sono terrorizzati dal XXI secolo perché il profondo cambiamento geopolitico e storico verso cui stiamo andando sta mettendo a nudo tutta l’inconsistenza della loro carriera politica al carro di un PCI, quello berlingueriano-ingraiano, e di un centro-sinistra, quello occhettiano-dalemiano, che hanno distrutto (assieme al centro-destra) l’Italia, svuotandola definitivamente delle sue energie industriali, economiche e sociali, compromettendo non solo l’avvenire di milioni di connazionali lavoratori e lavoratrici ma addirittura la possibilità stessa di costruire sviluppo e benessere in questo Paese, prossimo a retrocedere nei più bassi ranghi delle classifiche economiche mondiali. Schiumano e continuano a terrorizzare i loro giovani, i loro militanti, con accuse al vetriolo, campate in aria, prive di fondamento ma soprattutto incorniciate in un inaccettabile senso di superiorità morale e politica, spaventati, come sono, dalla presenza di rottura di realtà giovanili finalmente autonome ed indipendenti dai partiti di massa, dai movimenti qualunquisti made in Usa (Occupy, Greenpeace ecc. …), da tutti quei centri (a)sociali dediti allo spaccio e al consumo di sostanze stupefacenti, dalle ipocrite tavole della pace catto-sindacaliste, dai circoli massonici del capitalismo italiano, sia esso “confindustriale” o “cooperativo”, e dai think-tank dell’atlantismo, nelle sue due versioni di “destra” e di “sinistra”.
Il Direttivo Politico di Stato e Potenza”


Contropiano si era già occupato in passato delle infiltrazioni fasciste all'interno dei movimenti contro la guerra e di solidarietà internazionalista. Di seguito quanto scrivevamo solo poche settimane fa:

Siria. Inquinanti di guerra

Fonte

Un articolo personalmente illuminante che mi ha aiutato a chiudere il cerchio su Stato e Potenza (incontrato qualche mese fa in rete) e su i rossobruni in generale, primo fra tutti Massimo Fini (ahimè divulgato in passato anche dal sottoscritto) che forse è un po' più sottile e meno identificabile rispetto a Stato e Potenza.