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venerdì 30 agosto 2013

USA: lo sciopero degli hamburger paralizza i McDonald’s

In oltre sessanta città degli Stati Uniti, da costa a costa, ieri lo sciopero dei precari ha paralizzato i noti fast food per tutta la giornata. A scioperare non sono stati solo i dipendenti della McDonald's, ma anche di Kfc, Wendy, Burger King e di altre grandi catene della ristorazione spazzatura.

La definizione ufficiale è quella di "Sciopero nazionale contro le paghe giornaliere basse", ma per tutti si tratta dello "sciopero degli hamburger". Da New York a Chicago, da Seattle a Detroit i lavoratori delle grandi catene di ristorazione low cost hanno incrociato le braccia dando vita allo sciopero più massiccio – e soprattutto visibile – nella storia recente degli Stati Uniti. L'obiettivo della loro mobilitazione, alla vigilia della festa del Lavoro di lunedì, è l'aumento del salario minimo ad almeno 15 dollari l'ora e il diritto a creare un'organizzazione sindacale autonoma, finora impedita dalla multinazionale. La giornata di ieri è stata l’ennesima mobilitazione dopo gli sciopero locali organizzati a più riprese nei mesi scorsi. Il primo è stato ad aprile, a New York e Chicago, organizzato dall'associazione "Fast-food forward", e tanti altri ne sono seguiti, conquistando consensi e partecipazione. Fino allo sciopero di ieri, definito di svolta da numerosi media per l’estensione della protesta e il numero di lavoratori coinvolti. Per la prima volta una protesta difficile ha conquistato anche i lavoratori dei fast food del profondo sud, dove tradizionalmente i sindacati sono molto deboli e presi di mira da provvedimenti unilaterali. In alcune realtà come Memphis, in Tennessee, Raleigh in North Carolina e Tampa in Florida per la prima volta i "fast-food workers", i ragazzi che passano ore a friggere patatine e hamburger si sono fermati. La loro situazione è insostenibile: la paga media della stragrande maggioranza di loro non arriva a 9 dollari l'ora, che vuol dire circa 18.500 dollari l'anno. Un salario da fame, circa 4.500 dollari in meno dei 23.000 dollari che secondo il Census Bureau, una sorta di Istat statunitense, rappresenta il livello minimo di sopravvivenza sopra la soglia di povertà per una famiglia di quattro persone. Ma c'è chi lavora ben più delle teoriche otto ore al giorno e guadagna anche meno: la Cnn racconta la storia di Latoya James, una ragazza madre di 24 anni che lavora in un McDonald's di Memphis, guadagna solo 7,45 dollari l'ora ed avendo due bambini è costretta a lavorare anche la notte per potersi pagare l'assistenza medica. Anche lei ha scioperato, diventando l’icona di una mobilitazione scattata dopo il fallimento dei tentativi di fare approvare dal Congresso un aumento della paga minima a livello nazionale.

Mary Kay Henry, presidente internazionale della SEIU, sindacato dei dipendenti che ha fornito il proprio sostegno a questo sciopero, ha spiegato: “La maggior parte dei lavoratori hanno dei figli e devono portare avanti la propria famiglia, il loro salario medio è di 9,08 dollari l’ora, ovvero molto al di sotto della povertà per un dipendente che ha la possibilità di lavorare 40 ore alla settimana”.

Da parte sua la multinazionale leader del settore, la McDonald’s, ha affermato che i suoi dipendenti “ricevono salari competitivi e hanno accesso a tutta una serie di vantaggi per i loro bisogni personali” mentre l‘Associazione nazionale dei ristoratori ha avvertito gli scioperanti che l’aumento del salario minimo a 15 dollari l’ora obbligherebbe i punti vendita ad utilizzare meno personale.

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Né col regime né con l’opposizione: la terza via dei kurdi di Siria

 Anche dal disastro, dai massacri, dalla guerra fra bande cercano di trovare lo spiraglio d’un futuro politico per il loro popolo in un Kurdistan sovranazionale. Secondo il sogno di Abdullah Öcalan messo nero su bianco nell’ormai nota Road Map. Sono i kurdi siriani, o meglio coloro che seguono le indicazioni del Partito di Unità Democratica (Pyd) vicino al Congresso Nazionale del Kurdistan (Knk) in contrasto, e conflitto, con altre componenti: il Partito Democratico Kurdo (Pdk) e il Partito dell’Unione Libertà (Azadi) che attuano differenti tattiche e nel caos del conflitto si sono trovati a coadiuvare attacchi in zone controllate dai Comitati di autodifesa del Pyd. Kurdi contro kurdi.

Guerra confessionale o convivenza interetnica - Lo afferma un documento dell’Esecutivo del Knk che ripercorre momenti intensi e cruciali della crisi siriana, dalle manifestazioni anti regime del marzo 2011, i primi cortei che si ricollegavano alle Primavere tunisina ed egiziana. Sempre in prima fila fra gli scontenti d’una protesta vociante, severa, ma non certo armata c’era questa fazione kurda già attiva e organizzata nel 2003, strutturata pure in Forza di difesa popolare. Un organismo che nel 2004 non riuscì a evitare gli eccidi di quello che loro definiscono “il regime Baath” a Qamişlo, una delle tante cittadine a ridosso delle centinaia di chilometri su cui corre l’attuale confine turco. Le frontiere e dal 1923 la ferrovia Berlino-Baghdad divisero una popolazione che vive tuttora la sua diaspora in varie nazioni. Dai mesi sempre più tumultuosi della prima protesta, repressa a colpi di mitra da polizia ed esercito siriani, alla successiva nascita dell’Esercito Siriano Libero, foraggiato da Turchia e da un Occidente smanioso di colpire Asad. Fino alla presenza sempre più capillare, e nell’ultimo anno inquietante, della componente jihadista che raccoglie guerriglieri, armi, fondi da sauditi e altre monarchie felici di accrescere il fondamentalismo. Un campo che si amplia anche con liberazioni di prigionieri filo qaedisti definiti dal report del Knk “pericolosi criminali” condannati e spediti in terra siriana “800 dalle prigioni irachene di Abu Graib e Taci, 1200 dalla libanese Bingazi Kuveyfite, 250 dalla pachistana Dera Ismail Han” per rinfocolare le speranze del Fronte Al-Nusra di creare lo Stato Islamico Iraq-Damasco, ben oltre la fascia territoriale attualmente controllata dai suoi miliziani.

Prove di contropotere - In questi anni il Pyd s’è dedicato alla formazione di strutture territoriali nelle città di Aleppo, Hessaké e in centri minori guardando a tutta la fascia denominata Kurdistana Rojava. Una zona ampia e ambitissima per la presenza di petrolio nel sottosuolo e in alcuni punti, come nella regione di Cizre, per la fertilità del terreno, ben altra cosa dai deserti della Siria meridionale. Ricollegandosi a certi mesi di luglio che hanno segnato la recente storia politica kurda: quello del 1979, quando Öcalan “tracciava il percorso della rivendicazione identitaria” o quello del 1982 quando quattro detenuti kurdi nel carcere di Diyarbakır avevano avviato “la resistenza”, lasciandosi morire di fame per denunciare torture e pressioni dell’allora Turchia golpista. Così nel luglio 2012, in piena guerra civile o comunitaria, i kurdi oppositori di Asad rivendicavano la propria “autonomia democratica” e l’Alto Consiglio Kurdo creava tre Comitati per: la diplomazia, i servizi sociali, la difesa. Le “assemblee popolari” in varie città e le “case del popolo” in ogni distretto (in cui sono presenti anche minoranze armene, cecene, arabe, caldee) trovano nelle donne un fulcro e una forza motrice che, partendo dalla specificità della questione femminile, s’allargano per affrontare temi educativi ed economici. Le accademie e le più semplici scuole primarie sono strumenti che impartiscono istruzione ai discenti, formano anche i docenti e saldano le radici etniche e linguistiche kurde. Quest’obiettivo deve fare i conti con la diversità di programma di altre forze politiche kurde che, a detta del partito di Unità Democratica, cedono alle lusinghe dell’establishment di altre nazioni. Proprio il ministro degli esteri turco Davutoğlu ha lavorato su tali divisioni. L’esito è lo straniamento e la migrazione forzata, ora ingigantita dagli eventi bellici che conducono decine di migliaia di nuclei familiari e un’infinità di singoli a sfuggire alla morte rimpolpando la drammatica fiumana dei rifugiati. Le logiche nazionaliste e claniste sviluppano attacchi a situazione esemplari che attuano ciò che Öcalan teorizza: una realtà multietica dove si può vivere in pace. E’ accaduto nel febbraio scorso alla kurdo-araba-assira Tiltemir. Amata e odiata, secondo i punti di vista.

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Sicilia: inarrestabile MUOS

Arrivano segnali inequivocabili dalla base NRTF di Niscemi. I lavori sono ripresi in grande stile in barba a tutti gli impegni assunti (e non mantenuti). Le autorizzazioni non valide concesse su misurazioni e studi viziati da errore (studi effettuati da parte di tecnici nominati dalla Regione Siciliana successivamente ignorati dalla stessa) oltre ai voltafaccia e tradimenti arrivati da ogni dove, consentono il proseguimento dei lavori all’interno della base come se nulla fosse.

E’ di ieri pomeriggio la notizia che l’elemento basculante dell’ultima “torretta” sta per essere innalzato e piazzato sul basamento. Dopo sarà la volta delle tre parabole che verranno issate sulle torrette e da li in poi sarà la “fine” per quanti speravano di tenere fuori dal destino della Sicilia il “Muostro”. Posizionare le parabole sarà un giochetto da bambini e, successivamente, nessuno potrà materialmente controllare lo stato dei lavori nè verificare se le parabole saranno in funzione.

Ormai l’aria a Niscemi è diventata irrespirabile. Il 23 e 24 Agosto le ruspe dell’ufficio tecnico del Comune hanno smantellato le barricate che i presidianti avevano costruito al fine di rallentare e bloccare il transito di mezzi militari americani diretti alla base. Il 25 agosto scorso gli attivisti hanno occupato, così come annunciato nei giorni precedenti, un altro ufficio del palazzo di città. Voci insistenti, giunte dal comune nisseno, parlano di un divieto da parte della questura di “fornire” acqua agli attivisti. Sono voci “ufficiose” e preferiamo pensare non attendibili in quanto andrebbero a ledere i diritti fondamentali della persona.

In questo quadro generale l’eventuale intervento degli Americani in Siria porrebbe la base di Niscemi come obiettivo militarmente sensibile. Contrariamente da quanto sostenuto dal Presidente della Regione Siciliana, il Muos non è uno strumento di sola difesa bensì di guerra a tutti gli effetti e potrebbe diventare oggetto di ritorsioni.

Nel frattempo l’elemento basculante ha trascorso la notte “appeso” alla grande gru, quasi in segno di sfida, quasi a voler dimostrare chi è il più forte… chi è il padrone della “NOSTRA” isola.

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Occupazione a picco, "ripresa" invisibile

I dati dell'Istat scandiscono con precisione l'aggravarsi della crisi sociale di questo paese. A cominciare dall'occupazione, la cui caduta non conosce soste. Oggi l'istituto che era stato (male) diretto dal neoministro Giovannini ha reso noti i numeri sia per quanto riguarda il secondo trimestre di quest'anno (contenente il raffronto con lo stesso periodo dell'anno precedente), sia i dati mensili relativi a luglio.

Nel secondo trimestre 2013 si accentua la diminuzione su base annua del numero di occupati (-2,5%, pari a -585.000 unità), soprattutto nel Mezzogiorno (-5,4%, pari a -335.000 unità). La riduzione degli uomini (-3,0%, pari a -401.000 unità) si associa a quella delle donne (-1,9%, pari a -184.000 unità). Al persistente calo degli occupati più giovani e dei 35-49enni (rispettivamente -532.000 e -267.000 unità) continua a contrapporsi la crescita degli occupati con almeno 50 anni (+214.000 unità).

Un quadro disperante che chiarisce anche alcune dinamiche produttive: a seconda delle "prestazioni" richieste alla forza lavoro, infatti, le imprese tendono a mantenere dipendenti anche "anziani" ma competenti. Insomma, al di fuori della semplice fatica ripetitiva, quel poco di impresa che ancora resta in questo paese deve forzatamente fare i conti con l'esperienza. Tanto, sul piano salariale e normativo, non c'è più quasi differenza tra lavoratori "maturi" o giovani alla prima occupazione.

Prosegue la riduzione tendenziale dell'occupazione italiana (-581.000 unità), mentre si arresta la crescita di quella straniera (-4.000 unità). In confronto al secondo trimestre 2012, tuttavia, il tasso di occupazione degli stranieri segnala una riduzione di 3,5 punti percentuali a fronte di un calo di 1,2 punti di quello degli italiani.

Anche in questo caso il dato è illuminante: i migranti, usati per abbassare i livelli salariali e rompere le "rigidità" normative (su turni, orari, flessibilità, ecc) nella crisi ritornano ad essere puro "esercito salariale di riserva"; dunque sacrificabile per primo. Data la struttura prevalentemente piccola o piccolissima dell'impresa italiana, infatti, il "padroncino" tende a tener conto dei vari condizionamenti sociali e locali; per cui, in certe condizioni, è più "accettabile" buttar fuori un migrante piuttosto che un vicino di casa, un paesano, uno che "ci si conosce da bambini".

Nell'industria in senso stretto prosegue la flessione dell'occupazione, con una discesa tendenziale del 2,4% (-111.000 unità), cui si associa la più marcata contrazione di occupati nelle costruzioni (-12,7%, pari a -230.000 unità). Per il secondo trimestre consecutivo, e a ritmi più sostenuti, l'occupazione si riduce anche nel terziario (-1,0%, pari a -154.000 unità).

Come si vede, la crisi investe sia pure in modo differente tutti i macrosettori. E se per l'edilizia - dato il blocco sostanziale del mercato immobiliare - la cosa era quasi scontata, per il "terziario" (su cui in tanti avevano fantasticato per spiegare come si stesse passando da una società industriale al "lavoro cognitivo") si tratta di una conferma negativa, sia pure su dimensioni molto minori. Banalmente, l'Italia non è tra i paesi che si possono permettere di smantellare la propria struttura industriale (com'è stato fatto e si sta continuando a fare) e impegnare la popolazione in età da lavoro in "servizi". Per il semplice motivo che molti di questi "servizi" non sono esportabili...

Non si arresta il calo degli occupati a tempo pieno (-3,4%, pari a -644.000 unità rispetto al secondo trimestre 2012), che in quasi metà dei casi riguarda i dipendenti a tempo indeterminato (-2,5%, pari a -312.000 unità). Gli occupati a tempo parziale aumentano in misura minore rispetto al recente passato (1,5%, pari a +59.000 unità); peraltro la crescita riguarda esclusivamente il part-time involontario.

La precarietà non aumenta l'occupazione. Lo si sapeva anche prima, ma ai padroni piaceva tanto e i governo degli ultimi venti anni - tutti - gliene hanno data più di quanto potessero usarne. Il risultato è penoso: l'occupazione "stabile" diminuisce a velocità crescente, ma quella precaria non va meglio. Il problema della "competitività" del sistema-paese, come si può capire, non può davvero essere risolto dalla "diminuzione del costo del lavoro". Occorrono prodotti "interessanti" da esportare, certo (il famoso - e in vendita - "made in Italy"), ma soprattutto prodotti che si possano vendere sul mercato nazionale. E qui il sistema italiano è entrato in un loop negativo: la riduzione del costo del lavoro e la precarietà hanno contribuito a contrarre il mercato interno, mentre le esportazioni dipendono in larga parte dalle connessioni con l'industria tedesca. Meno gente al lavoro, pagata peggio, uguale a meno vendite e riduzione di produzione e occupazione; quindi ancora meno salari e meno mercato interno. Una caduta in vite.

Per il secondo trimestre consecutivo, e con maggiore intensità, cala il lavoro a termine (-7,2%, pari a -177.000 unità), cui si accompagna la nuova diminuzione dei collaboratori (-7,0%, pari a -32.000 unità).

Il numero dei disoccupati, pari a 3.075.000, è in ulteriore aumento su base tendenziale-annuale (13,7%, pari a +370.000 unità). L'incremento, diffuso su tutto il territorio nazionale, interessa in oltre la metà dei casi le persone con almeno 35 anni. Il 55,7% dei disoccupati cerca lavoro da un anno o più.

Il tasso di disoccupazione trimestrale è pari al 12,0%, in crescita di 1,5 punti percentuali rispetto a un anno prima; per gli uomini l'indicatore passa dal 9,8% all'attuale 11,5%; per le donne dall'11,4% al 12,8%. Il tasso di disoccupazione dei 15-24enni sale al 37,3% (+3,4 punti percentuali), con un picco del 51,0% per le giovani donne del Mezzogiorno.

Dopo sette trimestri di discesa, torna ad aumentare il numero di inattivi 15-64 anni (+1,2%, pari a 172.000 unità), a motivo sia di quanti cercano lavoro non attivamente sia di quanti non cercano e non sono disponibili a lavorare. L'aumento in più di nove casi su dieci riguarda gli uomini, e coinvolge soprattutto i giovani di 15-34 anni.

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USA, la nuova guerra di Obama

di Michele Paris

Alla vigilia dell’inaugurazione di una nuova campagna militare in Medio Oriente, l’amministrazione Obama sta cercando in tutti i modi di creare una parvenza di legittimità attorno all’imminente attacco criminale contro la Siria, così da aggirare sia gli ostacoli previsti dal sistema legale statunitense e dal diritto internazionale sia la vastissima ostilità diffusa tra la popolazione americana per una nuova guerra imperialista.

A conferma della natura illegale dell’azione programmata dalle forze armate USA contro il regime di Damasco, la Casa Bianca si muoverà nuovamente nel sostanziale disprezzo delle stesse regole democratiche del proprio paese. Obama e i suoi uomini hanno infatti lasciato intendere con estrema chiarezza come il presidente non intenda chiedere alcuna autorizzazione preventiva al Congresso per scatenare una nuova guerra.

Ciò era peraltro già accaduto in occasione del conflitto in Libia nel 2011, quando il governo americano aveva ritenuto di potere agire a sostegno dei “ribelli” anti-Gheddafi senza un voto di Camera e Senato perché l’intervento militare era stato definito di “portata limitata”. Nel caso della Siria, invece, l’amministrazione Obama sembra essere intenzionata a fare appello ad una fantomatica minaccia alla “sicurezza nazionale” degli Stati Uniti, emersa dopo il presunto attacco con armi chimiche del 21 agosto scorso nei pressi di Damasco.

Secondo la cosiddetta “War Powers Resolution” del 1973, il presidente ha la facoltà di autorizzare l’impiego della forza militare all’estero solo in caso di una “emergenza nazionale” - chiaramente inesistente in relazione alla Siria - anche se il Congresso è chiamato ad esprimersi entro 60 giorni. Alla Camera e al Senato, in ogni caso, non esiste alcuna maggioranza trasversale che mostri di voler difendere le prerogative dell’organo legislativo d’oltreoceano, né tantomeno che chieda un dibattito pubblico sul coinvolgimento di Washington o la presentazione di prove concrete circa la responsabilità del regime di Bashar al-Assad nei fatti della scorsa settimana.

Solo alcune voci isolate, soprattutto tra i repubblicani più conservatori, stanno chiedendo in questi giorni alla Casa Bianca un voto del Congresso prima di far scattare le operazioni in Siria. Tra gli altri, una ventina di parlamentari ha indirizzato al presidente una lettera nella quale viene fatto notare come un attacco contro la Siria senza l’autorizzazione del Congresso risulterebbe al di fuori della legalità.

Lo speaker della Camera, John Boehner, si è tuttavia limitato a chiedere “consultazioni” tra i membri del governo e del Congresso, così da definire gli obiettivi dell’azione da intraprendere. Per venire incontro a queste richieste alquanto modeste, sono stati organizzati alcuni incontri tra esponenti del gabinetto Obama e i leader dei due partiti, in modo da dare l’impressione di un certo coinvolgimento del Congresso in un’avventura bellica che avrà con ogni probabilità conseguenze drammatiche.

Lo stesso Boehner, ad esempio, ha incontrato il capo di gabinetto di Obama, Denis McDonough, mentre il leader di minoranza al Senato, il repubblicano Mitch McConnell, il numero uno dei democratici, Harry Reid, e la ex speaker della Camera, Nancy Pelosi, sono stati informati dei piani del Pentagono nel fine settimana. Il Segretario alla Difesa, John Kerry, ha infine rassicurato i membri più importanti delle commissioni Esteri e per le Forze Armate della Camera circa la legittimità dell’azione militare.

In questa campagna messa in atto appositamente per confondere l’opinione pubblica, un ruolo fondamentale lo stanno svolgendo come al solito i media ufficiali. La NBC ha così riportato nella serata di martedì che i primi missili contro obiettivi in territorio siriano potrebbero essere lanciati già nella giornata di giovedì e che i bombardamenti potrebbero proseguire per tre giorni, salvo poi valutare ulteriori incursioni per colpire obiettivi eventualmente falliti durante la prima fase delle operazioni.

Simili rivelazioni, assieme alle dichiarazioni di vari esponenti dell’amministrazione Obama, hanno lo scopo di occultare le gravissime implicazioni della nuova guerra che sta per esplodere nel mondo arabo, così come le reali motivazioni dell’aggressione contro Damasco. In particolare, come ha ripetuto martedì il portavoce della Casa Bianca, Jay Carney, la risposta militare americana viene presentata come la necessaria conseguenza delle azioni di Assad e dell’uso di armi chimiche, visto che gli USA non avrebbero alcuna intenzione di favorire un cambio di regime a Damasco.

I tentativi di minimizzare la portata dell’intervento delle forze armate statunitensi da parte dell’amministrazione Obama sono dunque da prendere quanto meno con le molle. Innanzitutto, gli USA e il loro alleati in Europa e in Medio Oriente stanno cercando da due anni di costruire un pretesto che possa giustificare un intervento diretto per invertire le sorti del conflitto in Siria.

Inoltre, come ha dimostrato la guerra in Libia, l’utilizzo presumibilmente massiccio di missili e il possibile ricorso ad incursioni aeree causeranno un numero altissimo di vittime civili in Siria, per non parlare infine del possibile coinvolgimento nel conflitto di paesi come Iran o Russia.

La pretesa di essere sul punto di intraprendere una campagna militare di pochi giorni e di basso profilo appare perciò come una menzogna deliberata per superare la forte opposizione popolare, dal momento che l’assalto preparato dal Pentagono proseguirà fino a che non verranno piegate le difese del regime, così da consentire ai “ribelli” - tra i quali prevalgono le forze integraliste più o meno legate al terrorismo internazionale - di invertire gli equilibri sul campo finora favorevoli ad Assad.

Ad insistere sulla necessità di rispondere ad un imperativo morale e di non lasciare impunito un attacco con armi chimiche la cui responsabilità è ancora tutta da dimostrare era stato lo stesso Kerry nella giornata di lunedì, quando è stato protagonista di un intervento pubblico che ha ricordato tragicamente la vergognosa performance del febbraio 2003 dell’allora segretario di Stato dell’amministrazione Bush, Colin Powell, alla vigilia dell’invasione dell’Iraq.

L’ex senatore democratico ha definito “la strage indiscriminata di civili” con armi chimiche nella località di Ghouta un “abominio morale”, motivando la frettolosa assegnazione della responsabilità al regime di Assad in base ad una presunta valutazione dei “fatti” ma anche al “buon senso”. In realtà, Kerry non è stato in grado di presentare una sola prova concreta delle proprie accuse e, oltretutto, il “buon senso” nella vicenda siriana porterebbe piuttosto a considerare gli stessi “ribelli” come i possibili autori del più recente attacco con armi chimiche.

Ad ipotizzare simili responsabilità di questi ultimi erano stati anche i membri di una speciale commissione ONU di indagine sulla Siria qualche mese fa nell’ambito di altri due episodi nei quali era stato segnalato l’impiego di questo genere di armi proibite. Da tempo, inoltre, le forze speciali USA e la CIA stanno addestrando formazioni “ribelli”, alle quali avrebbero potuto fornire armi chimiche per condurre un attacco da attribuire al regime, mentre il ministro degli Esteri di Damasco, Walid al-Moallem, ha parlato più volte di un’ondata di guerriglieri stranieri intenzionati a lanciare un assalto contro Damasco “su quattro diversi fronti”.

La propaganda statunitense, dunque, serve in definitiva ad impedire che si faccia chiarezza sui fatti della scorsa settimana, come dimostrano i tentativi di boicottare la missione ONU attualmente al lavoro in Siria per raccogliere prove sull’uso di armi chimiche a Ghouta.

Dopo che il governo di Damasco aveva dato il via libera all’indagine degli esperti delle Nazioni Unite, infatti, l’amministrazione Obama non solo ha definito tardiva e inutile la missione ma, come ha dimostrato martedì il giornalista investigativo Gareth Porter sul sito web dell’agenzia di stampa IPS News, ha addirittura fatto pressioni sul Segretario Generale, Ban Ki-Moon, per interromperla definitivamente.

Secondo numerosi esperti contattati da Porter, la tesi sostenuta dagli USA che le prove dell’uso di armi chimiche non sarebbero più rilevabili dopo alcuni giorni è insostenibile, visto che tracce di questo genere possono essere raccolte anche dopo svariati mesi. L’obiettivo degli americani appare perciò quello di evitare che si faccia luce su quanto avvenuto in Siria e di propagandare la propria versione dei fatti come verità incontrovertibile.

Non a caso, infatti, la Casa Bianca e il Pentagono sarebbero intenzionati ad iniziare la loro campagna di aggressione contro la Siria - ovviamente senza alcun mandato ONU nonostante la Gran Bretagna abbia presentato mercoledì una risoluzione al Palazzo di Vetro per autorizzare qualsiasi genere di misura volta a “difendere la popolazione civile” - prima che gli ispettori riferiscano al Consiglio di Sicurezza della Nazioni Unite i risultati della propria indagine, considerata di fatto dagli Stati Uniti come un impedimento ai loro piani di guerra.

Tutto ciò che l’amministrazione Obama presenterà all’opinione pubblica per giustificare l’attacco alla Siria dovrebbero essere soltanto parziali rapporti di intelligence che, secondo i media d’oltreoceano, ricostruirebbero dettagliatamente i fatti del 21 agosto, assegnandone la responsabilità al regime di Assad.

Questa strategia ricorda in maniera inquietante quella messa in atto dall’amministrazione Bush nel 2003, quando rapporti dei servizi segreti a stelle e strisce sulle inesistenti armi di distruzione di massa di Saddam Hussein vennero fabbricati ad arte per legittimare un’azione unilaterale del tutto illegale che portò ad un vero e proprio “abominio morale”, vale a dire la devastazione dell’Iraq e il massacro di centinaia di migliaia di civili anche in seguito all’uso da parte degli americani di fosforo bianco nella città di Fallujah.

Su queste premesse e con questi metodi, dunque, gli Stati Uniti del presidente democratico premio Nobel per la pace si apprestano ad aprire un nuovo fronte di guerra in Medio Oriente, celando dietro alla consueta retorica della difesa della democrazia e dei diritti umani un’operazione che rientra in pieno nella strategia a lungo termine di Washington di assicurarsi con la forza delle armi una posizione dominante in questa area cruciale del pianeta.

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Zurich. Dimissioni del presidente dopo il "suicidio" del direttore

Trasparenti come una notte buia, questi banchieri-assicuratori...

Dopo il suicidio di Pierre Wauthier, direttore finanziario del colosso assicurativo Zurich, il presidente del consiglio di amministrazione Josef Ackermann ha annunciato oggi le proprie dimissioni con effetto immediato. Il 53enne Wauthier è stato ritrovato morto al suo domicilio di Zugo lunedì mattina e i primi elementi dell'inchiesta sembrano confermare l'ipotesi del suicidio.

In un comunicato Ackermann spiega di essere stato profondamente colpito dalla morte inattesa di Wauthier. "Ho motivo di credere che la famiglia pensi che debba assumermi la mia parte di responsabilità", afferma Ackermann che aggiunge: "Per evitare qualsiasi danno alla reputazione della società ho deciso di ritirarmi da tutte le mie funzioni".

Il cda da parte sua ha fatto sapere di "rispettare" la decisione. Il mandato di Ackermann, 65 anni ed ex direttore generale di Deutsche Bank, è stato affidato al suo vice, l'olandese Tom de Swaan (67 anni), membro del cda di Zurich dall'aprile del 2006.

Ricapitolando: la "famiglia" dello scomparso ritiene Ackermann responsabile della morte. Sarebbe interessante sapere in base a quali avvenimenti, scontri, contrasti; e su quali investimenti, strategie, affari giusti o sbagliati, spartizione dei profitti, ecc. E invece niente. Ackerman se ne va, la società "ringrazia" e va avanti lo stesso. Nel massimo "riserbo", come in una famiglia mafiosa. "Sono solo affari, John".

Da sottolineare che Ackermann non è davvero uno qualsiasi. Ex amministratore delegato nientemeno che di Deutsche Bank, fa parte del "Gruppo dei Trenta", potentissimo comitato di "international advisor" (procacciatori di affari) con base a Washington.

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Siria, Londra abbandona Obama

Il Parlamento britannico dice no all'intervento contro Damasco. Mosca rafforza la flotta militare nel Mediterraneo. Washington alla caccia di altri "volenterosi".


La coalizione dei volenterosi, dieci anni dopo, non decolla. Il presidente Obama si arrampica sugli specchi del Palazzo di Vetro, dove Cina e Russia da due giorni bloccano qualsiasi tipo di discussione o risoluzione su un possibile attacco contro la Siria.

Ma a mettere i bastoni tra le ruote americane ci pensano anche gli alleati più stretti: ieri il Parlamento di Londra ha detto no alla partecipazione della Gran Bretagna alla campagna anti-Assad. La Camera dei Comuni ha votato contro la mozione del premier Cameron (282 voti contrari contro 275 a favore): a quanto pare Londra non intende ripetere gli errori di Tony Blair. Ora le mani di Cameron sono legate: il primo ministro ha detto di accettare la decisione in quanto rispettosa della volontà del popolo inglese.
Ma forse la performance del premier non è stata delle migliori: Cameron ha parlato delle armi chimiche utilizzate da Assad contro i civili siriani, aggiungendo però che la certezza assoluta non c'è: "La questione oggi è come rispondere ad uno dei più orrendi utilizzi di armi chimiche in un secolo. Non si tratta di prendere parte nel conflitto, non si tratta di invasione. Non si tratta di cambiare un regime o di lavorare a stretto contatto con le opposizioni. Si tratta della nostra risposta ad un crimine di guerra".

L'amministrazione Obama è furiosa: da decenni ogni guerra combattuta da Washington aveva visto la presenza rassicurante dell'alleato inglese. L'ira si è tradotta nelle parole del portavoce del Consiglio di Sicurezza americano, Caitlin Hayden, secondo la quale gli Stati Uniti continueranno a consultarsi con Londra, ma prenderanno decisioni tenendo in considerazione solo i propri interessi. Ovvero Obama potrebbe lanciare un attacco da solo.

Un'eventualità non semplice. E il segretario alla Difesa statunitense, Chuck Hagel, non si arrende: "Continueremo a cercare una coalizione che lavori insieme - ha detto oggi Hagel - E penso che ci sia un gran numero di Paesi che hanno pubblicamente dichiarato la loro posizione in merito all'uso di armi chimiche".

Senza il via libera dell'Onu, Obama si trova di fronte alla stringente necessità di procurarsi un concreto appoggio internazionale. La spada di Damocle russa incombe: ieri Mosca ha detto che invierà due navi (probabilmente una nave anti-sommergibile e un incrociatore) nel Mediterraneo per rafforzare la propria presenza navale. "La situazione ci richiede alcuni aggiustamenti", ha detto una fonte vicina alle autorità russe. Da parte sua, la Gran Bretagna ha inviato sei jet della  RAF nella base inglese di Cipro, "una pura misura precauzionale per difendere gli interessi del Regno Unito", l'ha definita il Ministero della Difesa.

Secondo fonti militari siriane, anche Damasco si prepara alla guerra e al possibile lancio di missili contro siti sensibili. Assad ha già avvertito gli Stati Uniti: la Siria si difenderà e per Washington sarà un altro Vietnam. Certo è che la tensione è giunta alle stelle. La Cina accusa gli USA di fare "da giudice e giustiziere", l'Iran promette una risposta, Israele richiama i riservisti e la Turchia è in stato d'allerta. Damasco non è Baghdad e il ruolo centrale della Siria nella regione porterà a conseguenze molto più ingenti di quelle successive all'occupazione dell'Iraq. Obama lo sa e tentenna di nuovo, in attesa di presentare il rapporto con le prove dell'utilizzo di armi chimiche da parte del regime di Damasco.

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Il pentapartito di Napolitano

Il nuovo pacchetto  di misure del governo si colloca nella più  classica metodologia democristiana.
Si toglie la tassa sulla prima casa a poveri e ricchi e se ne redistribuisce il costo in nuovi balzelli distribuiti a pioggia. Che alla fine peseranno ancora sui poveri, ma in modo più complicato da dimostrare.
Si distribuiscono un po' di mance a licenziati e cassaintegrati, guardandosi bene però dall'affrontare davvero la loro condizione. Si tolgono diritti e si distribuiscono un po' di elemosine selettive.
E soprattutto si continua con la politica di austerità e massacro sociale, coprendola però con benedizioni e auspici ottimisti.
Oramai è chiaro che PD e PDL riescono benissimo a governare assieme. La favola che sono scontenti e sempre più indisponibili reciprocamente è svanita nel sorriso incontenibile di Alfano e in quello sornione di Letta. Governano  assieme perché sulle questioni di fondo vanno d'accordo e oggi sono anche d'accordo sul circoscrivere ciò su cui confliggono. Un po' democristiani e un po' craxiani hanno come slogan "e la barca va"...
Il governo delle  larghe intese occupa così lo spazio politico e morale di quello che fu il pentapartito di venti anni fa.

Come quel sistema di alleanze e potere, PD e PDL puntano a diventare regime, a circoscrivere il campo delle alternanze attorno a se stessi. Tutto ciò che sta fuori non deve contare e in prospettiva neanche esistere, anche se assieme le forze di governo sono solo la metà del paese.
Craxi e De Mita non si odiavano meno di quanto si detestino gli attuali alleati di governo, ma per venti anni hanno governato assieme.
Come allora la pregiudiziale anticomunista interna e internazionale dava forza e giustificazione al regime del pentapartito, così oggi PD e PDL spiegano che così vuole l'Europa. Ed è significativo che il nume tutelare di questo quadro politico sia un Presidente della Repubblica che viene da quel partito comunista principale avversario del regime del pentapartito.
Fatto sta che le vicende giudiziarie di Berlusconi sono servite non a indebolire, ma a rafforzare il governo, che cadrà davvero solo se crolleranno i partiti e gli interessi che lo sostengono.
E questo avverrà solo se il sistema di potere e i poteri forti che oggi comandano saranno messi in discussione da lotte sociali e politiche e da  un vera alternativa. La forza del governo sta nella passività sociale, politica e morale del paese, aggravata da un ruolo inesistente di CGIL CISL UIL e dalla frantumazione della opposizione di sinistra, il cui vuoto non è compensato dai 5 stelle.
Eppure c'è un paese che resiste al regime, dalla valle Susa alle lotte diffuse per il lavoro. C 'è un paese che si prepara a scendere in piazza con il sindacalismo di base e con i movimenti. C'è un paese che deve unirsi per costruire l'alternativa.
Alternativa all'Europa delle banche e della austerità e al governo che la rappresenta in Italia. Senza aver paura di mettere in discussione Giorgio Napolitano.

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Obama in Siria: una guerra per onore di firma?


 Chissà se nello studio ovale Barack Obama stia rimpiangendo i tempi del “principio di non ingerenza” pre-'89. Di sicuro, la logica concentrica di “ingerenza umanitaria” (democratica) ed “esportazione della democrazia” (repubblicana) lo schiaccia ad una guerra in Siria per la quale viene da più parti descritto come riluttante. Il mondo del 2013 è così diverso da quello clintoniano del Kosovo di 14 anni fa. La credibilità bruciata dai neoconservatori in troppi campi di battaglia nel loro delirio unilateralista lascia il Premio Nobel della pace di fronte ad una non scelta: solo la guerra, non più la diplomazia, rende ancora influente una grande potenza che si è creduta e millantata unica e si riscopre oggi incapace (se non con la forza) anche di far valere un ruolo di primus inter pares in un concerto di grandi potenze o, meglio, in una ONU riformata che superi gli equilibri post-bellici.

Il punto non è la guerra civile siriana (la brutalità di Assad, l’uso di armi chimiche e la conseguente vera o presunta pistola fumante, la deriva jihadista della controparte, le possibilità di escalation e di coinvolgimenti regionali, dal Libano alla Turchia, da Israele all’Iran, l’inutilità criminale dei bombardamenti che aggiungerà sangue su sangue, il partito dello stallo che vuole indebolire Assad per impedirgli di vincere ma neanche perdere). Il punto è se gli Stati Uniti (e alcuni alleati europei, tra i quali in posizione defilata l’Italia) riusciranno a prendere atto delle mutate condizioni della geopolitica mondiale e della necessità di accettare l’aumentato status di potenze globali e regionali (amiche e nemiche, belle e brutte, democratiche e autoritarie), senza le quali ogni tentativo di soluzione di conflitto presente e futuro che non passi per le armi sarà velleitaria. È un contesto, mi si passi il wishful thinking, nel quale perfino la supremazia bellica globale degli Stati Uniti, lungi dal cessare di essere un pericolo e un’abnormità, finisce per apparire un’arma spuntata.

L’Occidente andrà in guerra per l’ennesima volta dal 2 agosto del 1990, e lo farà senza un’agenda definita che non sia un parallelo mix di interessi inconfessabili, imperativi etici quasi wilsoniani che prescindono dallo stato reale delle cose, approssimazione e, soprattutto, la disperata necessità di dimostrare al mondo di esserci ancora, di non essere divenuti ininfluenti. Un disastro.

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OLT: troppo poco, troppo tardi

Questo articolo che copiamo di seguito non lo ha scritto un membro del Comitato No Offshore e nemmeno uno che ha la cosiddetta sindrome NIMBY di cui accusano i comitati. E' un esperto, un professore della Bocconi, che fa il tifo per i rigassificatori ma concorda ampiamente con alcuni punti ribaditi più volte dal comitato:

1. Con il gas che arriva in eccesso in Italia, il rigassificatore è diventato un peso, caricato sulle nostre bollette, perché ha poco mercato.

2. E' un prototipo, cioè ha delle peculiarità tecniche che lo rendono unico con tutti i rischi e le fragilità del caso. I nostri amministratori e OLT invece ci hanno sempre propagandato che di questi rigassificatori è pieno il mondo

3. Il posizionamento in mare crea difficoltà, e quindi conseguenti problemi di sicurezza, specialmente in inverno (quando c'è più bisogno di gas) per motivi metereologici

E conclude l'articolo così:

Visti i presupposti, e come già espresso da ben più autorevoli commentatori, è difficile pensare che il terminal possa portare un beneficio rilevante al sistema gas, sia in termini di concorrenza sia in termini di sicurezza.

10 anni di bugie hanno le gambe sempre più corte

red. 29 agosto 2013

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OLT: troppo poco, troppo tardi
di Federico Pontoni (Università Bocconi e Université Paris X)

Il rigassificatore di Livorno è l’ultimo arrivato nella famiglia dei punti d’ingresso nella rete nazionale di gas. Come tutte le opere (piccole, medie e grandi) ha avuto e continua ad avere una storia travagliata: ottenuta la VIA (Valutazione di impatto Ambientale) definitiva nel 2004, ha vissuto una serie di ritardi e rinvii che lo renderanno operativo dal prossimo inverno. Di più: concepito come terminale merchant in un’epoca in cui si prevedevano consumi di gas al 2015 superiori ai 110 miliardi di metri cubi, entrerà in funzione in un periodo di domanda stagnante (per usare un eufemismo), ben lontana dal picco di 85 miliardi del 2008, e di eccesso di capacità di importazione. Per questo motivo è passato da emblema del mercato a infrastruttura sostenuta dalla (nostra) bolletta.

Quando il terminale era in fase autorizzativa, infatti, la società proponente aveva rinunciato all’esenzione dal diritto di accesso di terzi (la possibilità, dunque, di utilizzo esclusivo del terminale), confidando di vivere su carichi spot, in un mercato liquido (soprattutto finanziariamente) e, perché no, interconnesso con il Nord Europa. Ahi noi, per mille motivi che non possiamo in questa sede richiamare, nessuna di queste situazioni si è verificata.
Pertanto, i proponenti sono tornati, fra corsi e ricorsi, sui loro passi, passando al regime regolato, con relativo, seppure depotenziato, fattore di garanzia (cioè costo dell’infrastruttura spalmato sulle bollette gas, indipendentemente dal suo utilizzo).
Costo dell’infrastruttura che, peraltro, è salito nel tempo e che ha raggiunto la considerevole cifra di 900 milioni di euro, pari a 3 volte il costo di uno dei più recenti terminal di rigassificazione, Dragon LNG, che ha una capacità quasi doppia rispetto a OLT.

Certo, il terminal toscano ha una serie di peculiarità tecniche che lo rendono un prototipo: è, infatti, il primo caso di conversione di una metaniera in terminal di rigassificazione. La sua configurazione dovrebbe dunque rendere più veloci e immediate le procedure di trasferimento del GNL dalla nave al sistema di rigassificazione; allo stesso tempo, però, non gli consente di ricevere navi con capacità di carico superiore ai 155 mila metri cubi, dimensioni standard nel Mediterraneo, ma che non permetteranno agli operatori di poter sfruttare i carichi delle grandi metaniere intercontinentali.
Inoltre, come si è già potuto sperimentare con Rovigo, i terminal offshore sono più esposti ad eventi meteo-marittimi, col rischio di non poter rigassificare gas in momenti particolarmente critici, che solitamente capitano d’inverno, proprio quando c’è più bisogno di gas.

Visti i presupposti, e come già espresso da ben più autorevoli commentatori, è difficile pensare che il terminal possa portare un beneficio rilevante al sistema gas, sia in termini di concorrenza sia in termini di sicurezza.
Chiaramente l’utilità di un’infrastruttura non può essere giudicata nel breve periodo, soprattutto se il periodo coincide con la più grave crisi economica del dopoguerra. Se davvero si riuscirà, non tanto a creare l’hub del Sud Europa, sogno di una SEN di mezza estate, quanto piuttosto a migliorare le interconnessioni con il Nord Europa, ecco che si apriranno orizzonti più ampi per quelle infrastrutture gas che, da ridondanti nel sistema Italia, potrebbero essere invece vincenti nel mercato unico europeo.

http://www.agienergia.it/Notizia.aspx?idd=1036&id=44&ante=0

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giovedì 29 agosto 2013

Siria, l’auspicata sporca guerra

In terra di Siria arrivano i Tomahawk lanciati da statunitensi, britannici e francesi per punire, non per cacciare Assad. Un’azione dichiarata lampo che durerà tre giorni al massimo, dicono gli strateghi americani fautori dell’incursione bellica per salvare la faccia al loro presidente premio Nobel per la pace. Ma la contraddizione non dovrebbe trasformarsi in una guerra “umanitaria”, questa già la combattono le milizie pro Qaeda contro le truppe lealiste ai danni d’un popolo massacrato e fuggitivo, con o senza la crudeltà dei gas letali. Mesi e mesi di osservazione passiva da parte d’una cinica comunità internazionale per uno dei nodi più intricati della politica mediorientale che l’intervento previsto non risolve anzi esaspera seguendo, pur nelle differenze, copioni già noti. Però al Pentagono pensano di non ripetere i casi iracheno e libico, non fosse altro perché insoddisfacenti ad appagare i propri scopi geostrategici e politici. Quest’ultimi restano in sospeso nella crisi siriana, poiché la grande incognita da affrontare e il vero obiettivo dell’intervento nel nuovo magma mediorientale sono frutto del ridisegno del quadro regionale e la risistemazione delle alleanze sottoposte alla pressione degli eventi. Che comprendono anche nuove velleità d’Impero russe e cinesi per ora legate a energia e mercati.

Le Primavere arabe sono state un’esplosione di rabbia e bisogni, economici e morali. Hanno scalzato tigri che sembravano di carta (le dittature populiste dei Ben Ali e Mubarak) che però conservano, come nel caso del vecchio raìs egiziano, una salda presa su una parte della società. Nelle due nazioni dove l’Islam politico saliva a furor di voto al potere, in uno spazio temporale pur breve i governi di Ennadha e della Fratellanza non solo non risolvevano neppure uno dei cento problemi che assillano paesi avvizziti dai precedenti malgoverni filo coloniali, ma creavano profonde spaccature su cui infilano gli artigli nostalgici lobby potenti come quella militare egiziana. Altrove (Barhein, Yemen) era solo repressione, in Siria illusione di scalzare un regime egualmente autoritario che non disdegnava di mitragliare i cortei popolari prima d’ingaggiare un conflitto civile più che coi ribelli propriamente detti, contro milizie foraggiate dall’Occidente e l’internazionale jihadista sostenuta da regimi reazionari e miliardari (Arabia Saudita, Eau, Qatar) mai sfiorati dal vento delle stesse Primavere.

La partita dell’egemonia regionale, combattuta da anni dagli stati iraniano e saudita prim’ancora che dal rispettivo sciismo e sunnismo, sostenuta dalla politica delle alleanze, le prediche degli imam, le scuole coraniche e i pellegrinaggi nei luoghi sacri, i mercati petroliferi aperti e chiusi, gli embarghi subiti e i ricatti del costo del petrolio lanciati, i finanziamenti ai paesi satelliti o presunti tali nei simulacri di banche, hotel a sei e sette stelle, ma anche ospedali, università, scuole e moschee (per comprenderlo basta viaggiare, finché è possibile, dal Libano all’Afghanistan). Combattuta tramite gli alleati che vanno dal “cuscinetto giordano” alla milizia tetragona di Hezbollah, disputata nei mesi e nelle settimane che incrudiscono l’instabilità dell’area col ritorno al passato delle autobomba ricomparse in Libano, addirittura in Turchia e in un  riflagellato Iraq. Proprio il Paese martire a causa dell’invasione inventata da Bush jr e dei comportamenti satrapi di Saddam rischia più di altri l’allargamento di una deflagrazione bellica a catena. Il compromesso della coesistenza fra confessioni ed etnie, esperimento diverso ma non lontanissimo da quello libanese, è nel mirino del sunnismo fondamentalista rinfocolato nelle matrasse wahabbite.

C’è pure la Turchia che dopo le illusioni europeiste era tornata a riguardare a Oriente, ed è costretta a riaggiornare il consolidato modello erdoğaniano, scalfito dalle contestazioni casalinghe e claudicante nel Medio Oriente dove i problemi coi vicini si sono moltiplicati anziché azzerarsi. Il flirt con la Fratellanza, ora in forte difficoltà in Egitto, è diventato un boomerang e vive tutti gli inconvenienti del dramma siriano con le centinaia di migliaia di profughi che premono ai confini e il ruolo turco di belligerante servile, non tanto della Nato cui il proprio esercito appartiene, ma dei capricci della Casa Bianca. Insomma Erdoğan perde terreno in quei circuiti anti imperialisti verso cui aveva diretto uno sguardo molto autoreferenziale. Nella fibrillazione introdotta dall’ipotesi d’un allargamento del conflitto è contro “l’anomalia” iraniana e il suo caparbio antiamericanismo che Washington punta il dito assieme al piccolo-grande alleato israeliano. E’ contro quella realtà autoctona che osa proseguire il programma nucleare concesso a India e Pakistan ma proibito agli ayatollah per la mai rinnegata rivoluzione khomeinista. Obiettivo che sa di antiche revanche e torna attuale; un fine che potrebbe trascinarsi destabilizzazioni della produzione petrolifera capaci d’infiammare i mercati del mondo alla stregua di una distruttiva guerra locale.

Restano i popoli: dimenticati, massacrati e traditi anche da chi dice di difenderli per spirito di patria, etnia, confessione, umanità. Gli ideali non li cita più nessuno. Non fanno presa, non cementano e sono fuori mercato.
 

Letta finge di aver tolto l'Imu, e tutti sono contenti

In questi giorni si recita a soggetto. Nonostante i venti di crisi globali siano più forti di prima, nonostante lo spread sia di nuovo al livello della Spagna (e non è certo un buon segno), la politica di palazzo nazionale non esce dal suo buco: bisogna tenere in piedi il governo e trovare una soluzione per il problema Berlusconi. Il resto serve a questo, non viceversa.

Così la pantomima sull'Imu (per il riassunto dei dettagli di quanto deciso dal consiglio dei ministri di ieri vi rimandiamo al servizio de IlSole24Ore, qui sotto) ha il solo scopo di consentire alle "colombe" del Pdl di sbandierare un "successo" e a Berlusconi di vedersi confermato come leader influente sul programma di governo.

Come notano anche i giornali berlusconiani doc, però, questa è una vittoria inutile, anzi disarmante. Perché ora il Presidente Detenuto non ha un altro diversivo per provocare la caduta del governo nel caso la giunta del Senato decida per la sua decadenza da senatore e l'ovvia incandidabilità futura. Se il Cavaliere deciderà in quel caso per il "muoia Sansone con tutti i filistei" (minuscolo, per forza...) non avrà alibi e dovrà farlo soltanto perché si sarà dato corso a un dispositivo di una legge (la "Severino") che lui stesso ha votato con le proprie mani.

Sul punto, vediamo che molta "sinistra manettara" balla la rumba aspettando la detronizzazione del senatore Berlusconi, ignorando però che la legge Severino ha di mira non soltanto l'estromissione dei "corrotti" dalla vita pubblica e amministrativa, ma soprattutto di quegli attivisti che incorrono nelle denunce a grappolo per le lotte sociali. Il precedente di Andrea "Tarzan" Alzetta dovrebbe essere illuminante, in proposito (qualsiasi cosa si pensi della sua attività precedente nel consiglio comunale di Roma). Basti pensare a tutti quei compagni, da Giobbe dei No Tav a Davide Rosci, e a centinaia di altri, che si vedranno preclusa qualsiasi partecipazione alla vita politica "ufficiale" nel prossimo futuro.

Ma torniamo al nodo-Imu. Con la più classica delle prestidigitazioni democristiane, Letta il Giovane - con il decisivo supporto tecnico del ministro Saccomanni - ha fatto sparire l'Imu per quest'anno, facendola ricomparire sotto altro nome nel prossimo. Il nome è già preoccupante - "Taser", come le pistole traumatizzanti in uso a molte polizie mondiali - ma soprattutto è ancora misterioso il meccanismo di questa "tassa sui servizi" che ruotano intorno alla casa.

Letta il Giovane ha tenuto infatti a precisare che non si incentrerà sul "concetto di proprietà", ma appunto sui servizi. Ora la prima questione che sorge è semplice: i servizi (fogne, strade, rifiuti, ecc) devono essere garantiti a tutte le abitazioni. Siano di proprietà, lussuose o miserande, ma anche a quelle in affitto e alle case popolari. Che infatti già pagano la tassa sui rifiuti, per esempio.

Trasferire dalla "proprietà" al "servizio" il bersaglio della tassazione puzza moltissimo di "spalmatura del prelievo" a prescindere dal reddito. Il meccanismo, dicevamo, è ancora solo nella testa dei tecnici del governo, ma il problema si pone.

Basta guardare cosa è accaduto per il rifinanziamento della cassa integrazione in deroga. Per trovare le "coperture" finanziarie alla cancellazione dell'Imu 2013 è stato dimezzato il miliardo necessario a tenere in vita i lavoratori cassintegrati. Non solo: gli "esodati" da tutelare sono stati ridotti a soli 6.500, ovvero quanti si erano licenziati volontariamente contando sulla legge pensionistica prima della criminale "riforma Fornero". Per tutti gli altri "si vedrà".

In secondo luogo, sempre in tema di casa, il governo spinge ancora di più sul pedale dell' "acquisto" dell'immobile, ignorando totalmente la condizione reale delle "giovani coppie". Le quali non possono accedere ai mutui, a dispetto della minutaglia "incentivante" decisa dal governo, perché nessuna banca ritiene sufficiente uno o due "lavoretti precari". Chiunque sia andato a uno sportello bancario negli ultimi anni sa benissimo che non bastano più neppure due lavori "a tempo indeterminato"; nemmeno se "statali".

In una condizione di mercato simile, logica vorrebbe che si rispolverasse la sana politica dell'edilizia popolare pubblica, ovviamente gestendo le assegnazioni in base ai bisogni e non alle raccomandazioni. Non potrebbe neppure essere vietato "dall'Europa", visto che in Francia e Germania circa il 40% degli immobili è di proprietà pubblica. No. Anche questo governo punta sulla "proprietà della casa", e la cosa gli si ritorce contro al momento di formulare una qualche forma di tassazione (come avviene peraltro in tutto il mondo).

Tutte buone ragioni in più per le mobilitazioni dell'autunno. È chiaro infatti che a questo governo le condizioni di vita della maggioranza della popolazione interessano quanto un fastidio ai denti: se fa male, si fa qualcosa (più con la polizia che con le politiche sociali). La loro unica preoccupazione è sistemare le proprie faccende. Tanto "il programma" viene dalla Troika...

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Sarin in Siria. Complimenti Mèdecin Sans Frontières!!!

Certo, sono lontani i tempi in cui Médecins Sans Frontières (MSF) doveva giustificarsi agli occhi dell’allora forte movimento pacifista per le tendenze belliciste di uno dei suoi fondatori, Bernard Kouchner, nominato per queste ministro degli Esteri da Sarkozy. E così pure sono state archiviate tutta una serie di incontrollate “voci” sul perché MSF avesse scelto – a differenza di altre – di operare quasi “in clandestinità” in Siria. Acqua passata, che non lede il prestigio di Médecins Sans Frontières, ritenuta – giustamente – una delle poche che possa fregiarsi del titolo di autentica organizzazione umanitaria.
 
Ecco perché sono rimasto sbigottito davanti al comunicato di MSF che, ininterrottamente strombazzato dai media Mainstream (per non parlare della bolgia su Internet) sta supportando l’ipotesi un attacco missilistico alla Siria.
 
Ma prima di soffermarmi sul comunicato, sono costretto a ritornare sulla questione del Sarin che, a differenza di altri gas militari, uccide agendo sulla pelle: una microgocciolina e via. Questo, tra l’altro, impedisce il soccorso a personale che non sia incapsulato in tute NBCR di terzo livello. Guardate, invece, questo video: dovrebbe raffigurare l’affranto padre che abbraccia il suo bambino morto per Sarin. E poi guardatevi tutti gli altri video circolanti in Rete. Fosse stato gas Sarin, che speranza di sopravvivenza dovrebbero avere i “soccorritori”? Prevengo l’obiezione: “E vabbè, questione di lana caprina. Invece del Sarin, sarà stato qualche altro gas.” No. La sintomatologia denunciata nei comunicati dell’”Opposizione anti-Assad” e delle “organizzazioni umanitarie” sono ascrivibili esclusivamente a gas neurotossici (nervini), di cui il Sarin (insieme al Tabun, Soman, VX….) è il più conosciuto.
 
E torniamo al comunicato di Médecins Sans Frontières. Preceduto, almeno in Italia, da uno, sostanzialmente analogo, emanato dalla leader di  una organizzazione certamente meno prestigiosa di MSF, che descriveva dettagliatamente la sintomatologia dei gas nervini riferitagli telefonicamente da suoi medici (ovviamente, anonimi e operanti in non meglio precisati “ospedali” in Siria).
 
Anche il comunicato di Médecins Sans Frontières si sofferma su questa sintomatologia, aggiungendo alcuni punti francamente incredibili.
 
Innanzitutto: “Tre ospedali nel governatorato di Damasco supportati da Medici Senza Frontiere (MSF) hanno riferito di aver ricevuto circa 3.600 pazienti con sintomi neurotossici in meno di tre ore.” Quali ospedali? Dopo un vorticoso giro di telefonate ad amici siriani, ho telefonato (e poi ritelefonato il giorno dopo) all’addetta stampa di MSF Italia per saperlo. Ma la sua risposta è stata sempre la stessa: “Médecins Sans Frontières non può divulgare i nomi degli ospedali  per motivi di sicurezza.” Tre ospedali che si trovano a Damasco?! Potrei capirlo per qualche ambulatorio di MSF sperduto in un territorio ancora presidiato dai “ribelli”. Ma a Damasco? Oggi piena di Ispettori dell’ONU (giunti proprio per indagare su analoghe accuse di “gas tossici” di qualche mese fa) e di giornalisti al seguito. Quali sarebbero i “motivi di sicurezza” che legittimano l’omissione del nome dei tre ospedali che avrebbero accolto “3.600 pazienti con sintomi neurotossici in meno di tre ore”?
 
E poi “Oltre alle 1.600 fiale di atropina fornite negli scorsi mesi, MSF ha inviato ulteriori 7.000 dosi alle strutture della zona.” 1.600 fiale per 3.600 pazienti lasciano fuori 2000 contaminati da Sarin. Sottraiamo i 355 deceduti e fanno 1645. Ancora vivi? Crediamo di si, per un miracolo reso possibile dall’invio di “ulteriori 7.000 dosi”? A Damasco? Senza voli aerei? Complimenti, Médecins Sans Frontières!

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Letta compra nuove armi. E in caso di uso civile i comuni pagheranno l'intervento dell'esercito

Il governo Letta, essendo espressione delle lobby dei grandi appalti e delle grandi commesse, non poteva che trovare un escamotage per aumentare le spese per gli armamenti.
Anche riducendo quelle per la formazione dei militari. Come potete leggere nell'articolo che proponiamo, nella lista dell'aumento delle spese militari spunta anche un contribuito del ministero educazione-università di 500 milioni, con le università al collasso dopo che Monti aveva tolto loro 400 milioni dai fondi ordinari. Un vero e proprio sforzo per rinnovare l'armamento del paese o, meglio, il portafoglio commesse di una serie di grandi aziende e multinazionali. Con una ciliegina, in caso di necessità di intervento dell'esercito per alluvioni, frane, neve, le amministrazioni locali, già massacrate dai tagli, dovranno pagare fattura. Così vanno le cose nel governo che cerca di restare al suo posto "per il bene del paese", ci mancherebbe. (red.) 25 agosto 2013

 
http://www.wallstreetitalia.com/article/1616548/crisi/e-intanto-letta-compra-

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Precari PA, il pasticcio del Governo. Tutte le critiche dei sindacati

Tutti più o meno scontenti i sindacati del pubblico impiego sul provvedimento del Governo che promette la stabilizzazione dei precari. I dubbi sono tanti, e riguardano innanzitutto l’incompletezza del provvedimento, “che deve passare dalle parole ai fatti”, per evidente esiguità delle risorse, e la forte parzialità rispetto alla platea effettiva. Preoccupano poi alcune "afflizioni" come la "severa selezione" a cui dovranno sottoporsi i precari. Insomma, il Governo sembra aver portato a termine la classica operazione del ‘divide et impera’. Realisticamente, solo meno di 50mila saranno i precari che potranno in futuro aspirare ad un posto a tempo indeterminato nella pubblica amministrazione. E questo a fronte di una mappatura di complessivi 250mila, di cui130mila nella scuola non interessati da questo provvedimento perché hanno una disciplina autonoma. Dei 120mila interessati a questo provvedimento, nel 70% dei casi hanno contratti con gli enti locali e le Regioni e quindi si prevedono tempi biblici.

La posizione di Cgil, Cisl e Uil
Nonostante una evidente ingiustizia, Cgil, Cisl e Uili preferiscono parlare di un “piccolo passo in avanti” certamente non risolutivo. “Senza risorse, con gli attuali vincoli di bilancio e il blocco del turn over intatti, i risultati rischiano di essere molto deludenti", sottolineano in una nota congiunta Rossana Dettori, Giovanni Faverin, Giovanni Torluccio e Benedetto Attili - segretari generali di Fp-Cgil, Cisl-Fp, Uil-Fpl e Uil-Pa. "Abbiamo apprezzato anche pubblicamente il cambio di passo da parte del Governo e del Ministro D'Alia - aggiungono i quattro sindacalisti - ma adesso agli impegni pubblici devono seguire risultati. Non vorremmo trovarci per l'ennesima volta di fronte a proclami tanto seducenti quanto effimeri. Il rischio è di creare aspettative per poi disattenderle, come già successo in passato". "Attendiamo una convocazione per poter discutere nel dettaglio le prossime iniziative su questo fronte e trovare strumenti che garantiscano l'occupazione degli oltre 150 mila precari delle pubbliche amministrazioni. Da solo - concludono Dettori, Faverin, Torluccio e Attili - il dl non basta".

La rivolta del Nidl-Cgil
A protestare con più veemenza è il Nidl Cgil che in un colpo solo vede cancellare la prospettiva per “gli ultimi tra gli ultimi”, ovvero lavoratori in somministrazione (ex interinali) e cococo. “Sia i 42.000 cococo che i quasi 10.000 somministrati - continua il sindacato - sono infatti lavoratori che in questi anni sono stati utilizzati continuativamente in sostituzione di lavoro stabile, prestando servizio in tutte le amministrazioni e assicurando assieme ai colleghi assunti direttamente la qualità e continuità dei servizi pubblici".

Usb prepara lo sciopero generale e boccia il provvedimento
Decisamente critica Usb, che per il 18 ottobre sta preparando lo sciopero generale. Per l'Usb Pubblico Impiego la soluzione individuata dal Governo che prevede la possibilità di bandire concorsi pubblici a titoli ed esami con riserva del 50% dei posti per i lavoratori che abbiano maturato almeno tre anni di contratti a tempo determinato nella pubblica amministrazione è una beffa che, oltre a non dare alcuna garanzia di stabilizzazione del rapporto di lavoro, potrà coinvolgere solo una parte dei precari della P.a''. Infatti, sottolinea il sindacato, ''restano escluse dalle selezioni le altre forme di lavoro precario (tutti i Co.co.co.), gli esternalizzati, gli interinali e tutti quei lavoratori costretti nella giungla delle partite Iva o delle finte borse di studio) ed il tempo indeterminato inferiore a tre anni''. Secondo elemento dissonante, aggiunge l'Usb, ''è il tema delle risorse, rispetto al quale il Governo non è intervenuto in nessun modo affidando la questione al 50% delle risorse che si renderanno disponibili dalle cessazioni, con un turn over previsto nei tre anni interessati dalla norma che sarà rispettivamente 20%, 50% e, solo nell'ultimo anno, 100%''. In altri termini, sottolinea l'Usb, ''le risorse per l'assunzione dei precari saranno solo del 10% il primo anno, del 25% il secondo e del 50% il terzo. Risorse del tutto insufficienti, se si considera che i precari monitorati dal conto annuale della Ragioneria dello Stato nel 2011 (TD, Interinali, LSU, Co.co.co.) contavano oltre 150mila unita'''. Quanto ai concorsi, altamente selettivi, come specificato in maniera assolutamente provocatoria dal Presidente del Consiglio, rileva l'Usb, ''riguardano precari che nella maggior parte dei casi lavorano nelle proprie amministrazioni da ben oltre 3 anni, arrivando anche a 10-15 anni di anzianità, con un'età media intorno ai 35-40 anni. Questi lavoratori, oltre ad aver già sostenuto in moltissimi casi delle vere e proprie selezioni per titoli ed esami, la vera selezione l'hanno già superata lavorando per anni ed anni, consentendo alle Amministrazioni e agli Enti di svolgere la propria missione garantendo l'erogazione di servizi ai cittadini''. Infine, rileva Usb, ''che fine fanno i precari che non vincono i concorsi riservati nel triennio? Il rischio estremamente concreto è quello dei licenziamenti di massa”. Secondo Usb P.i., occorre prioritariamente sbloccare il turn over, per dare alle amministrazioni pubbliche la possibilità di assumere, e stilare un piano complessivo di stabilizzazione che riguardi tutti i precari. Per rivendicare garanzie di occupazione ed assicurare un futuro alla pubblica amministrazione, è necessario reinternalizzare i servizi e tornare ad investire nel welfare''.

Fabio Sebastiani

Chi controlla la sicurezza del rigassificatore?

Mentre nella giornata di oggi viene segnalata la LNG LEO, nave metaniera battente bandiera Isole Marshall destinata al rigassificatore OLT per il primo allibo con conseguente rigassificazione del gas liquido, pubblichiamo questo intervento sulla sicurezza delle operazioni e del rigassificatore stesso. red. 28 agosto 2013

Il rigassificatore di Livorno FSRU Toscana sembra uno degli impianti più segreti al mondo. E’ circondato da un alone di mistero e da un area marina interdetta alla navigazione di circa 2 miglia nautiche, di un’area di limitazione di altre 2-4 miglia e un’ altra di preavviso contigua alla precedente di altre 4-8 miglia come da ordinanza della Capitaneria di Porto n°.137 del 2013.

Chiunque volesse capire quali siano i lavori in atto intorno al Rigassificatore  si sconterebbe con questa “area di sicurezza”.

Ma quale autorità è responsabile la sicurezza della FSRU, dei lavoratori dell’impianto e della cittadinanza in caso di incidente? Gli impianti offshore hanno notevoli problematiche di sicurezza come è accaduto spesso. Basterebbe, fra i tanti, pensare all’incidente della piattaforma Horizon Deep Water nel Golfo del Messico.  Se si tratta di un impianto industriale, con la trasformazione di una porzione di mare in “terreno industriale” (la FSRU ha un periodo di esercizio di 20 anni ancorata in loco) l’ autorità responsabile dovrebbe forse essere la Prefettura di Livorno? Oppure la Capitaneria di Porto responsabile dei natanti?

Ma la FSRU si può considerare come un natante? Potrebbero essere i Vigili del Fuoco e la regione Toscana i responsabili della sicurezza e dei controlli sul rigassificatore?

Ad oggi non si conosce una risposta certa come non si conoscono eventuali piani di emergenza che riguardano la cittadinanza in caso di incidente.

Credo che debba esser fatta luce molto velocemente sui lati ancora oscuri inerenti questo impianto pericoloso che ci dicono che per molti anni dovrebbe sostare davanti alle nostre coste. Inoltre i cittadini dovrebbero essere informati costantemente di quello che accade in quel tratto di mare, dello stato dei lavori e della manutenzione della FSRU Toscana, e dello stato delle conseguenze dell’uso massiccio di Cloro attivo.

Livorno 28 Agosto 2013

Dr. RUGGERO ROGNONI

(Comitato Vertenza Livorno)


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Imu abolita, Alfano esulta: “Missione compiuta”. Ma nel 2014 arriva la service tax

“Missione compiuta! Imu prima casa e agricoltura 2013 cancellata. Parola Imu scomparirà dal vocabolario del futuro”. Con queste parole il vicepremier Angelino Alfano esulta su twitter mentre il Consiglio dei ministri è ancora in corso: “E’ una legge tax free, per finanziarne non aumentano altre tasse”. In conferenza stampa aggiungerà: “Finalmente una bella notizia per gli italiani. E’ stato attuato un punto cardine del patto fondativo del governo”. Per Berlusconi, addirittura, “senza l’Imu gli italiani avranno più fiducia nel futuro”. Quello che Alfano e Berlusconi dimenticano di dire (ovvero che al posto dell’Imu ci sarà una nuova tassa), lo spiega il ministro per i Rapporti con il Parlamento Dario Franceschini: “Abbiamo superato l’Imu sulla prima casa con l’introduzione di una tassa finalmente davvero federale e affidata all’autonomia dei comuni”. Concetto approfondito da Enrico Letta in conferenza stampa: “Dal 2014 l’Imu non ci sarà più. Dal primo gennaio 2014 nasce la Service tax, che al suo interno comprenderà la Tares. L’Imu del 2013 non sarà pagata e l’operazione sarà gestita senza aumenti di tasse”. Il premier ha aggiunto che tutti i partiti della maggioranza volevano la riforma dell’Imu”.



Come verrà finanziata, quindi, la rata di dicembre? “Nel decreto che accompagnerà la legge di stabilità, il 15 ottobre, saranno indicate le coperture della seconda rata dell’Imu perché alcune coperture si svilupperanno nelle prossime settimane”, ha detto Letta, che ha ipotizzato un aumento delle tasse sui giochi per coprire il mancato gettito, da finanziare anche con tagli delle spese e iniezione di altri 10 mld di debiti della Pa. “Pago vedo voto”, ha spiegato successivamente il premier in conferenza stampa per sostenere che la nuova “service tax è realmente federalista” e quindi saranno le amministrazioni locali a modularle e a pagare il prezzo in termini di consenso in caso di aliquote eccessive e non “ripagate” da servizi.

Esulta e rivendica i meriti della cancellazione dell’Imu (anche lui senza fare riferimento alla tassa che sostituirà quella sugli immobili) anche Silvio Berlusconi: “Il Popolo della Libertà ha rispettato il patto con i suoi elettori e il presidente Letta ha rispettato le intese con il Pdl. Gli effetti positivi vanno a beneficio di tutti i cittadini. Senza Imu gli italiani avranno più fiducia nel futuro. Con la riforma di oggi invertiamo la rotta su un sentiero virtuoso di crescita: il valore degli immobili aumenta, il reddito aumenta, i consumi ripartono, si creano nuovi posti di lavoro, le aspettative sul futuro tornano ad essere positive”.

Alla conferenza stampa ha preso parte anche Fabrizio Saccomanni, il cui ministero poche settimane fa aveva pubblicato un documento molto critico sulle conseguenze “inique” della cancellazione dell’Imu. Un giornalista della stampa internazionale, in conferenza stampa, ha chiesto proprio a Saccomanni come si possano conciliare quelle posizioni con la scelta fatta. Saccomanni ha risposto così: “Quel documento non esprimeva la posizione del Tesoro, ma descriveva solo i possibili scenari”. Poi ha “corretto” il nome della nuova tassa, italianizzandolo: “Tassa servizi, quindi Taser”.

Il risultato dell’operazione Imu è tutto riassunto nella risposta che Enrico Letta ha dato a una domanda dei giornalisti: “Quanto durerà il governo?”. “Senza scadenza“, ha ironizzato Letta senza esitare. Risposta impensabile fino a poche ore fa. Basti dire che i ministri Pdl non hanno perso tempo e hanno pubblicato una nota congiunta per ringraziare pubblicamente Berlusconi: “La cancellazione di una tassa ingiusta e recessiva è certamente un risultato di tutto il governo, ma a noi ministri del Pdl sia consentito un ringraziamento particolare al presidente Berlusconi: senza la determinazione, la tenacia e la perseveranza con le quali il nostro leader ha voluto tener fede a un impegno assunto di fronte al Paese, questo risultato non ci sarebbe stato”.

“La cancellazione dell’imposta della prima casa rappresenterebbe una sconfitta per il governo (e per il suo principale azionista che è il Pd). Così parlava poche ore prima del cdm l’ex premier e leader di Scelta Civica, Mario Monti, secondo cui ”il presidente Letta, il ministro Saccomanni e il Pd hanno ceduto alle pressioni del Pdl”. Letta, in conferenza stampa, è stato interpellato su questo. E ha risposto così: “Io difendo questo provvedimento per il merito, non per l’intesa politica che c’è dietro. Questo è solo uno dei provvedimenti che abbiamo messo in campo, presto ne vedrete molti altri”. Ma Scelta civica non molla. E l’ex esponente Pd Linda Lanzillotta attacca anche sulla service tax: “Il Partito Democratico ha ceduto alla propaganda del Pdl, di nuovo non si ha il coraggio di dire e fare ciò che davvero serve agli italiani e alla ripresa economica: ridurre le tasse sul lavoro. La service tax – conclude l’esponente di Scelta Civica e vice presidente del Senato – rischia di essere un gran pasticcio e di far pagare tasse sulla casa anche agli inquilini che la casa non ce l’hanno”.

Altro tema affrontato in Cdm, il rifinanziamento della cassa integrazione e lo spinoso capitolo esodati: “I più deboli – dice il ministro dei Rapporti con il Parlamento Dario Franceschini – al centro del decreto legge varato oggi. Rifinanziata la cassa integrazione per evitare che migliaia di lavoratori restassero senza reddito e salvati dalla disperazione e dalla povertà oltre 6000 esodati da licenziamenti individuali”. La Cgil non ci sta: “Dal Consiglio dei ministri arrivano primi atti, sia pur utili e importanti, ma che lasciano irrisolti i temi della cassa integrazione e degli esodati. I fondi sono totalmente esigui, servono a coprire solo l’immediata emergenza”.

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In breve l'ennesimo provvedimento propaganda (che a giudicare dai responsi della popolazione non sta ottenendo grande successo) per dare fiato a un governo commissariato tanto dall'Europa quanto dalle beghe legali di Berlusconi. Nel mezzo una coperta finanziaria sempre più corta per coprire le esigenze di un paese allo sfascio. Come si fanno quadrare i conti dunque? Semplice, col sempreverde gioco delle 3 carte.

mercoledì 28 agosto 2013

Siria, attacco imminente

Ci siamo quasi. La rete televisiva statunitense Nbc ha reso noto che il raid aereo contro la Siria (lato Assad) scatterà domani e durerà tre giorni. L'amministrazione Obama cerca di mantenere un briciolo di effetto sorpresa e afferma che il presidente "premio Nobel per la pace" non ha ancora deciso.

Un giornale israeliano, dal canto suo, pubblica addirittura la mappa dei siti che saranno bersagliati dagli aerei di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia.


La somma di queste due notizie delinea un quadro da "intervento lampo", indirizzato a cambiare i rapporti di forza militari sul terreno, non a preparare un intervento di lunga durata. Dopo due anni di "guerra per procura", armando e finanziando una larga serie di gruppi "di opposizione" - dai filo-occidentali ai qaedisti, per capirci - l'imperialismo occidentale e le petromonarchie reazionarie del Golfo sembrano aver preso atto che la vittoria militare dei loro assisti è impossibile. Anzi, nelle ultime settimane le forze fedeli ad Assad hanno riconquistato numerose posizioni  strategiche e città prima sotto il controllo dei "ribelli". Quindi hanno deciso di cambiare questa situazione, restituendo ai "loro" un vantaggio militare.

Oggetto dell'attacco dovrebbero essere perciò sia le infrastrutture di telecomunicazione che consentono di dirigere le forze armate sul campo, sia i reparti più efficienti o strategicamente importanti, a partire naturalmente dall'aviazione di Assad.

Il portavoce di Obama continua a sostenere che l'obiettivo dell' "eventuale" attacco non sarebbe un "cambiamento di regime" (regime change), come affermato dagli Usa durante la lunga presidenza Bush. Ma in realtà è una presa in giro della propaganda di guerra: semplicemente, si interviene per indebolire militarmente il regime di Assad e facilitare così la vittoria dei "ribelli". Alla fine si potrebbe perciò intonare la fanfara della "vittoria della democrazia", per poi ritrovarsi da lì a pochi mesi a dover preparare altre azioni militari contro i "terroristi qaedisti" che si saranno impossessati del potere o di grandi fette del territorio siriano. Esattamente come in Iraq e in Libia.

Ed esattamente come in quei casi non ci sarà alcuna autorizzazione dell'Onu, che ha da pochi giorni invece inviato ispettori per verificare lo sbandierato uso di "armi chimiche" da parte del regime. Questa pantomima statunitense è logora anche agli occhi dei media occidentali più schierati, ma viene ripetuta in mancanza di argomenti migliori. Un rapporto Onu nel mese di giugno, infatti, riferiva che il gas Sarin in Siria era stato effettivamente usato sul campo, ma dai "ribelli" finanziati dagli Usa e petromonarchie.  Le forniture, rivela il parlamentare inglese indipendente, George Galloway, sarebbero arrivate direttamente da Israele. Il cerchio sembra veramente perfetto...

Per circuire ancora un po' le sconclusionate "opinioni pubbliche" occidentali, gli Usa promettono che presenteranno "le prove indiscutibili" dell'uso di armi chimiche da parte di Assad. E lo farebbero giovedì, in contemporanea con l'attacco (secondo le indiscrezioni della Nbc). Un'altra presa in giro: in pratica, gli Usa si attribuiscono ancora una volta il ruolo del giudice istruttore, quello del presidente di un tribunale internazionale inesistente e infine quello del boia (la parte che riesce loro meglio). Una pura affermazione di forza, "e vediamo chi prova a fermarci".

Non lo faranno Cina e Russia, totalmente contrarie all'intervento, ma altrettanto impossibilitate a far qualcosa per impedirlo. A questo punto solo un'opzione militare contraria - chiaramente impossibile, visto che aprirebbe scenari catastrofici imprevedibili - potrebbe fermare gli aerei occidentali.

E l'Italia? Complice la crisi economica e il costo crescente della benzina avio per gli aerei, stavolta ha deciso di assistere senza muovere un dito. Almeno è quanto vanno dichiarando Emma Bonino e Mario Mauro, falchi filoamericani e ministri rispettivamente degli esteri e della difesa. Addirittura l'aviazione nazionale non si muoverebbe neanche in caso - immaginario, ovviamente - di un mandato Onu. Spiegazione ufficiale: "non è il Kosovo, qui la situazione è molto confusa". Quasi quanto quella nel governo di Letta il Giovane.

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Due appunti:
1) la Bonino ha ragione: la Siria non è il Kosovo, è molto peggio.
2) sono convinto che per forzare il blocco di meccanismi mastodontici e inarrestabili come quelli di una guerra, ci vorrebbe un po' di "fantasia" da parte di chi si professa contro. Nello specifico se com'è vero le bombe sulla testa di Assad non fanno gli interessi di Russia e Cina  perché in questi mesi le due potenze non hanno lavorato a qualcosa di spiazzante come una 2 settimane di convegno BRICS a Damasco? Di fatto occupando le zone di bombardamento gli americani si sarebbero ben guardati dal giungere ad una simile escalation della tensione.
Questo per dire che ci vorrebbero azioni di rottura al di fuori delle istituzioni internazionali che palesemente si muovono in una sola direzione, in caso contrario ci si limita a fare la propria parte in un copione comunque univoco che giusto la recrudescenza della crisi economica mondiale potrebbe, almeno in parte, intaccare anche se la distruzione creatrice è il jolly prediletto dall'accumulazione capitalistica in affanno.

Chi salverà il soldato Letta? L'ascaro Scilipoti

Difficile parlare seriamente di un governo nazionale ridotto ad amministratore locale di politiche decise altrove (Bce, Ue, Fmi, in breve la Troika). Nonostante questo, ci si prova. Però poi accade quello che neppure il Crozza delle gag migliori avrebbe osato immaginare: il saltafossi di ritorno, l'uomo per tutte le stagioni e tutti i sottogoverni, il "professionista" dello sfruttamento dell'utilità marginale del ruolo di parlamentare. Scilipoti, insomma.

E' noto anche all'ultimo degli abitanti di questo paese che il governo di Letta il Giovane è in ambasce. La condanna definitiva dell'amico fraterno di Letta il Vecchio - Silvio Berlusconi - comporta la decadenza da senatore e l'incandabilità futura del Cavaliere (per soli sei anni, ma l'uomo, diciamolo, è anzianotto; e poi la politica italiana è una palude di sabbie mobili, una volta che sei andato sotto chi ti ripesca più...). Il monarca poco illuminato di Arcore sembra deciso a far cadere il governo se non gli sarà garantita una incostituzionale deroga alla legge (peraltro da lui stesso votata, quella firmata dall'ex ministro della giustizia Severino). E quindi c'è il problema serissimo (si fa per dire) di garantire una nuova maggioranza parlamentare se il Pdl dovesse davvero far mancare i suoi voti.

Per evitare lo stallo di qualche mese fa - visto che il Movimento 5 Stelle non mostra proprio di essere disponibile a sostituire i berlusconiani in un governo in cui comunque non vedrebbero accolto quasi nessun punto del loro "programma" - che sarebbe esiziale sia per la "fiducia internazionale nell'Italia" (leggasi: aumento rapidissimo dello spread, quindi degli interessi pagati sui titoli di stato e sui prestiti bancari). E persino per l'andamento borsistico delle aziende berlusconiane (qualcuno l'ha già chiamata la "nemesi del conflitto di interessi").

Come in tutti i crolli di un sistema, anche le connessioni immonde che hanno fatto la fortuna del berlusconismo diventano ora "cause" della sua rovina, acceleratori di una caduta inarrestabile. Il Cavaliere è finito, e l'unica cosa che può fare è chiedere un salvacondotto minacciando una crisi che finirebbe per travolgere anche il suo impero economico. Naturalmente, sul piano giuridico istituzionale, ha già trovato "attenzione" nell'ala più innominabile della nomenklatura piddina (Violante, non a caso), anche se la soluzione desiderata dal Detenuto - "agibilità politica", ovvero annullamento pieno della sentenza e dei suoi effetti - appare difficile. A meno dell'ennesima e forse definitiva forzatura costituzionale.

Ed ecco quindi farsi avanti la "necessità oggettiva" di trovare una nutrita pattuglia di senatori eletti con il Pdl (alla Camera non è quasi necessario, grazie al Pocellum) disponibile a saltare dall'altra parte della barricata. Il discorso retorico è già pronto e sempre uguale: bisogna essere "responsabili", non far cadere "un governo che sta risollevando il paese" (se qualcuno se n'è accorto ce lo faccia sapere...), sostenerlo comunque.

E chi è più "responsabile" di quello Scilipoti che abbandonò il gruppo di Di Pietro per volare tra le braccia di Berlusconi bisognoso di qualche voto? Eccolo dunque di nuovo qui, pronto a creare una "pattuglie di responsabili", curiosamente tutti esponenti meridionali del Pdl. Sono già in cinque, "audacissimi" (il Cavaliere è molto più vendicativo del Pd, ma ormai è un cane che affoga...) e responsabilissimi.

L’ex cossighiano Paolo Naccarato, un altro habituè del salto della quaglia (era sottosegretario con Prodi); il siciliano Salvo Torrisi; il  siciliano Francesco Scoma; l’ex democristiano siciliano Giuseppe Castiglione.

Per sintetizzare: se questi cinque sono indicativi di qualcosa, quel qualcosa si chiama "blocco sociale". Quello che era stato "liberamente interpretato" da Berlusconi nell'ultimo ventennio, ma che ora - anche sotto la pressione della Troika - comincia a sfaldarsi. Quando si taglia la spesa pubblica, infatti, finisce sotto le forbici anche quella clientelare e dei subappalti. E allora "mors tua, vita mea"; nel disperato tentativo di ritagliarsi un "orto" dove poter continuare a fare come prima.

Un'illusione, ma per il momento garantisce un reddito. Mica vorremo chiamare tutto ciò "politica", no?

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Sic transit gloria Belpietri, Libero affonda

Resteremo presto senza il quotidiano più forcaiolo d'Italia? O meglio, garantista solo pro-Silvio? Pare proprio che ci sia questa disperante possibilità.
Il quotidiano Libero rischia grosso. I conti 2012 del giornale diretto da Maurizio Belpietro parlano di una situazione molto grave: il giornale nell'ultimo anno ha perso 5 milioni di copie e quel che più conta, ha perso 1,5 milioni di euro di pubblicità pagante.
Lo ha riportato Il Fatto Quotidiano, che ha aggiunto un altro particolare importante: il dipartimento Editoria della presidenza del Consiglio ha tagliato 34 milioni di euro di contributi.
Si va verso la chiusura? Per ora non se parla, ma gli amministratori hanno chiesto ai soci di fare uno sforzo e mettere mano al portafoglio per un aumento di capitale. Le perdite nel 2012 sono state di 1 milione e 871 mila euro e i ricavi sono scesi del 23%.
La responsabilità, secondo quanto ricostruito dal presidente della società Editore Libero srl, Arnaldo Rossi sarebbe dell'Agcom che per anni ha "ignorato" il fatto che dietro alla testata e al Riformista c'era lo stesso editore: la famiglia Angelucci. Dopo una multa, lo Stato ha così chiesto indietro i finanziamenti e congelato l'erogazione futura. Del resto, non si poteva capire perché un giornale con un proprietario privato potesse accedere a lauti finanziamenti pubblici attinti dal fondo per l'editoria destinato ai giornali prodotti da cooperative editoriali o di partito.
Così dopo due sentenze del Consiglio di Stato, il dipartimento non verserà i 18,3 milioni del triennio 2008-2010. Anzi, ha chiesto la restituzione di 15,7 milioni incassati «indebitamente» da Libero tra il 2006 e il 2007. Fermi anche i 4,8 milioni chiesti per il 2011 e non si sa ancora nulla dei 4 milioni relativi al 2012.

Il conto finale? Tra denari non ricevuti, bloccati e da restituire si arriva a 42 milioni di euro.

Tra le cause, certamente, la crisi verticale del berlusconismo, che sembra aver nauseato quel "pubblico moderato" per qualche tempo attirato con il terrore per "i comunisti" al governo. Due anni di governo insieme a dei mangiabambini come Monti e Letta devono aver convinto molti che era inutile continuare a comprare un giornale che divulgava proclami di guerra contro gli stessi con cui votava congiuntamente in Parlamento.

I maligni del settore, però, aggiungono un'altra chiave di lettura per la crisi di Libero. Che chiama in causa il direttore dal sorrisetto sprezzante, Belpietro appunto: "ma se sta sempre in televisione, dove lo trova mai il tempo di fare davvero il direttore?".

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