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mercoledì 31 luglio 2013

Solvay, il caso Rosignano sul tavolo del governo: “I ministri intervengano”

L'inchiesta sugli scarichi irregolari si è chiusa: l'azienda ha chiesto il patteggiamento e la Procura ha dato l'ok, a patto che si proceda con il risanamento. Ma Zaccagnini (ex M5S) presenta un'interrogazione: "Come vuole agire l'esecutivo?"

La paura di una “Ilva toscana” finisce sul tavolo del governo. Ci finisce di nuovo e tutto sta nel capire se questa volta qualche ministero risponderà, al contrario di quanto accaduto durante i governi di Silvio Berlusconi e Mario Monti. L’inchiesta della Procura di Livorno ha chiamato la Solvay ad agire il prima possibile sullo stabilimento di Rosignano. Secondo i magistrati le indagini della Guardia di Finanza e dell’Arpat avevano messo in luce procedure di scarico irregolari. Ora è il deputato Adriano Zaccagnini, ex Cinque Stelle e ora nel gruppo misto, che cita proprio ilfattoquotidiano.it, a chiedere a 4 ministri (dello Sviluppo, dell’Ambiente, della Salute e della Giustizia) se siano a conoscenza di una situazione che sotto il profilo ambientale resta delicata e come abbiano intenzione di agire.

Al termine dell’inchiesta, conclusa nella primavera scorsa, a finire nel registro degli indagati sono stati l’ex direttrice dello stabilimento Michéle Huart e altri tre dirigenti responsabili della sodiera, dell’elettrolisi e dei perossidati (Fabio Taddei, Davide Mantione e Massimo Iacoponi). I reati contestati: getto di cose pericolose e il superamento dei valori fissati per legge per gli scarichi. L’azienda ha deciso di patteggiare e la Procura ha accettato. Ma i pm avevano fissato un paletto: l’accoglimento della richiesta di accordo sulla pena era condizionato all’esecuzione dei primi interventi di bonifica e riqualificazione e alla presentazione di un piano da 6,7 milioni di euro che sarà testato a fine 2014. Le pene sulle quali si sono accordati magistrati e avvocati sono pecuniarie, ma alla Solvay il sì dei pm è stato vitale perché il rischio è che se tutto non torna a una completa riambientalizzazione si potrebbe arrivare al sequestro di alcuni impianti dello stabilimento già nel 2015.

L’accostamento all’Ilva di Taranto è anche e soprattutto dovuto all’importanza che questo insediamento industriale ha per l’occupazione dell’intero territorio e si capisce dal fatto che il nome della fabbrica è diventato quello del paese: Rosignano Solvay. La multinazionale belga è sbarcata in provincia di Livorno oltre 70 anni fa: negli ultimi venti sta producendo tra l’altro carbonato e bicarbonato di sodio, cloro, soda caustica e acqua ossigenata.

Tuttavia a preoccupare non è solo il presente. Ma anche il passato. Scrive Zaccagnini nella sua interrogazione che i risultati della produzione degli ultimi 20 anni da parte della Solvay hanno rappresentato “un costo enorme in termini ambientali: un visibile degrado del mare, enormi consumi di acqua e l’estrazione di salgemma nella Val di Cecina fino alle saline di Volterra”. Mentre nel mare, come verbalizzato in una conferenza dei servizi del 2009, sono presenti almeno 400 tonnellate di mercurio. Eppure lì la gente fa il bagno e sulle Spiagge bianche (si chiamano così) prende il sole. Secondo l’ex M5s “i dati sulla salute della popolazione locale sono preoccupanti: un esubero di tumori indica chiaramente quanto la situazione sia drammatica”. Più le altre questioni già sollevate negli anni da comitati locali, associazioni, partiti. Il Pd aveva presentato un’interrogazione durante la scorsa legislatura, ma non ha mai ricevuto una risposta che fosse una.

Intanto, nel giugno scorso, la Regione Toscana ha promosso le Spiagge bianche: “Non sono mai stati rilevati scarichi a mare con livelli di arsenico superiori ai limiti di legge da parte della Solvay” ha detto l’assessore all’Ambiente Vittorio Bugli rispondendo in consiglio a un’interrogazione di Italia dei Valori e Centro Democratico. Anche l’Arpat, all’indomani dei primi articoli del Tirreno, si era affrettata a precisare che – come era emerso in un primo momento – non c’erano scarichi abusivi e ignoti all’Agenzia regionale per l’ambiente.

Insomma Zaccagnini chiede ai ministri cosa sappiano e se ritengano necessario intervenire in qualche modo, per esempio – tra l’altro – con un’indagine epidemiologica in accordo con la Regione, con l’interdizione delle Spiagge bianche, con la chiusura degli scarichi a mare (depurati o meno) o magari con un obbligo per lo stabilimento di dotarsi di un impianto a circuito chiuso dell’acqua.

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Sogin, centrale di Saluggia: nelle vasche danneggiate anche plutonio

Secondo l'Arpa all'interno dei contenitori non c'erano solo americio e stronzio. L'impianto è sorvegliato speciale da due anni, mentre alcuni mesi fa dagli impianti era fuoriuscito liquido radioattivo

Nella vasca di stoccaggio dell’impianto nucleare Eurex di Saluggia (Vercelli), dove qualche mese fa sono state riscontrate due fessure dalle quali fuoriusciva liquido radioattivo oltre all’americio e allo stronzio, è presente anche il plutonio. Sono i risultati delle ultime analisi eseguite dall’Arpa Piemonte, di concerto con la Sogin, sui sedimenti contenuti nella vasca. Una situazione non proprio rassicurante per i cittadini dei comuni limitrofi e l’ennesima tegola che si abbatte sulla Sogin, la società di Stato incaricata della bonifica ambientale dei siti nucleari italiani e della gestione e messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi. L’impianto di Saluggia è un sorvegliato speciale da circa due anni, quando si è scoperto che i liquidi presenti nella vasca di stoccaggio in questione non potevano essere scaricati nella vicina Dora Baltea poiché il livello di radioattività delle acque contenute superava determinati livelli stabiliti dall’Ispra.

Ora l’Arpa certifica drammaticamente tale rischio, evidenziando che i sedimenti presenti nel WP719 (la vasca di stoccaggio) “per la loro composizione e le concentrazioni riscontrate dovranno essere gestiti come rifiuti radioattivi” si legge nelle considerazioni conclusive dell’agenzia regionale per la protezione ambientale. Considerazioni che preoccupano molto i residenti della zona. “E’ dunque evidente purtroppo – commenta Paola Olivero, consigliere del Comune di Saluggia – come l’aver segnalato la cosa mesi fa fosse tutt’altro che un inutile allarmismo. Fino ad oggi si è cercato di minimizzare sull’ipotesi che all’origine dell’anomalia, dichiarata dalle autorità competenti, si possa essere verificato un incidente. Certo è che l’anomalia ha portato quella vasca ad essere utilizzata per uno scopo non previsto, ovvero contenere del materiale nucleare che dovrà essere rimosso con un preciso piano operativo approvato dall’Ispra. Di fatto la vasca parrebbe essere stata utilizzata come un deposito a cielo aperto, benché i fatti abbiano dimostrato che non aveva le caratteristiche idonee a svolgere tale funzione”. Preoccupa, e non poco, anche la collocazione della vasca in questione, posizionata in un’area a forte edificazione e transito di mezzi pesanti, che provocano forti vibrazioni, trovandosi nei pressi del cantiere dove stanno costruendo un nuovo deposito nucleare. La vasca inoltre si trova lungo il corso del fiume, in prossimità dei pozzi dell’acquedotto del Monferrato che serve oltre cento comuni.

“Inoltre – rimarca la Olivero – in un documento del 16 aprile 2013, Sogin afferma che durante lo svuotamento della piscina Eurex, nel WP719 fu trasferito un quantitativo di radioattività ‘non più trascurabile’. Nello stesso documento Sogin afferma che il contenuto radiologico del WP719 era comunque noto. Dunque, ci chiediamo se Sogin scrisse una frase di circostanza per tranquillizzare la popolazione oppure se sapesse fin dal 2008 che era presente anche del plutonio nella vasca. Non insinuo nulla, sarebbe invece importante fare chiarezza”.

Al fattoquotidiano.it, all’indomani della scoperta delle due fessure, Davide Galli, il responsabile disattivazione impianti e centrali del nord Italia per la Sogin, aveva rilasciato dichiarazioni tranquillizzanti: “Facendo dei lavori di scavo – spiegò nell’aprile scorso – si sono aperte queste due fessurazioni, e si è visto un trasudamento che ha bagnato il terreno circostante. Ci sono deboli segni di contaminazione ed il fenomeno è circoscritto. Ora dobbiamo svuotare la vasca e poi pulire il fondo. L’evento che comunque si è verificato è assolutamente irrilevante”. Una situazione delicata tanto che il responsabile per la Sogin del sito Eurex di Saluggia, Michele Gili, sarebbe stato richiamato urgentemente dalle ferie. Inoltre, secondo alcune fonti, è in corso, sotto il diretto controllo di Ispra, una nuova campagna di prelievi dal centro della vasca, per accertare la presenza o meno di zone molto più radioattive di quelle già individuate. Forse la situazione non è poi così tranquilla.

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Comunicato sul rapimento di Paolo Dall’Oglio in Siria

Poche ore dopo la pubblicazione della nostra “Lettera aperta” a Lucia Annunziata, inerente le dichiarazioni del gesuita Paolo Dall'Oglio sul sito ’Huffington Post Italia, diretto dall’Annunziata, le agenzie di stampa hanno diffuso la notizia del rapimento di Paolo Dall'Oglio, avvenuto nella città siriana di Raqqa, attualmente controllata dai “ribelli” anti-Assad, pare, per mano di una ineffabile banda denominata “Stato Islamico dell'Iraq e del Levante”.
 Ovviamente, esprimiamo la nostra umana solidarietà a Dall'Oglio augurandoci che il suo rapimento (se di questo si tratta, e non come già ipotizzato in alcuni siti, di marketing mediatico) non si concluda (solo per citare recenti episodi che in Siria hanno avuto vittime religiosi “cristiani”) come quello dei due vescovi ortodossi rapiti ad aprile e dei quali non si ha più notizia o di Padre Francois Mourad ucciso a giugno dai “ribelli”.
Ciò premesso, ribadendo integralmente quanto già scritto nella nostra “Lettera aperta”, ci sia consentito di dissentire dalla “beatificazione” di Paolo Dall'Oglio che viene oggi fatta sui mass-media Mainstream (primo tra tutti “Repubblica”).
Crediamo, infatti, che compito di un “operatore di pace”, per di più un religioso, in Siria non possa essere quello di invocare l’uso di armi chimiche per spingere l’Occidente (Israele in primis) e le Petromonarchie ad un intervento ancora più risoluto, così come è stato fatto per l’invasione della Libia (per la quale del resto, nonostante le tragiche conseguenze, Dall'Oglio si è speso in compiaciuti commenti); né appellarsi ad un futuro “Tribunale Internazionale” per condannare bande di “ribelli” (che oggi con i loro efferati crimini “sporcano” l’immagine della “primavera siriana” spacciata dall’Occidente) ma insieme alle quali non si è avuta, fino a ieri, nessuna remora a schierarsi.
Non comprendiamo, inoltre, come si possa presentare Paolo Dall'Oglio come un “oppositore storico del regime degli Assad” quando – e ce ne è stata diretta conferma anche da persone che lottavano e lottano democraticamente in Siria per il rispetto dei diritti umani – di questo ruolo non si trova alcuna traccia nei decenni passati da Dall'Oglio in Siria a restaurare conventi e costruire ostelli per i numerosi pellegrini che allora si recavano in questa terra.
 
La Redazione di www.sibialiria.org

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Quando si dice il contrappasso... 

Napoli. Mutazioni antropologiche e palliativi

Sentite questa ché è bella. Vicino casa mia c’è un ponte. È un piccolo ponte, niente di che, ma tutto sommato carino, soprattutto rispetto allo schifo che sta intorno. Poi sta bello in alto, e da lì nei giorni buoni si vede il Vesuvio, il mare e anche le isole. Sta sulla strada per andare alle scuole, l’ho fatto ogni mattina per otto anni, e infinite volte la sera tornando a casa. Lì si fermano ancora oggi i ragazzini, a organizzare i filoni, a guardare il panorama o a darsi i primi baci. Ci passano anche quelli che portano a pisciare il cane, e li vedi alzare un attimo la testa e guardare lontano e pensare chissà che. E ci va chiunque voglia prendere una boccata d’aria fuori da questo Rione che è solo palazzi alti, azzeccati l’uno all’altro.

Negli anni è capitato spesso che qualcuno da questo ponte si è buttato giù. Noi uscivamo da scuola, vedevamo il casino, cercavamo di sbirciare. La gente intorno commentava. Non ricordo un’atmosfera tetra, più che altro era l’occasione per parlare un po’ fra sconosciuti, le massaie e i vecchi che si improvvisavano filosofi. Dei miei amici qualcuno rideva, ma non era crudeltà: semplicemente i ragazzini c’hanno tanta di quella vita davanti che il vuoto non lo avvertono. O forse avevano già capito una grande verità: che ogni tanto va così, e non c’è da fare tante storie.

Due settimane fa da questo ponte si sono buttate giù due persone, nella stessa giornata. La crisi, hanno detto alcuni. Quando mai, erano depressi, hanno detto altri. Io non so che pensare, perché non li conoscevo, e mi fa strano attribuire motivi e casistiche a cose così intime. Forse la crisi c’entra, nessuno di loro aveva dietro situazioni stabili, stuoli di medici, lussi, ammiratori. Però mi pare che se vivi senza una prospettiva, senza trovare un senso in quello che fai, senza saperti appassionare alle cose e alle persone, a che ti serve un posto fisso, a che ti servono i milioni…

Comunque, dopo sti fatti si è scatenata una polemica infinita nel miserabile sottobosco politico/giornalistico locale. Siccome sta roba che la gente si butta giù pare brutta, e poi i poveri residenti ne escono ogni volta sconvolti, bisogna far qualcosa! L’opposizione incalza, il Presidente della Municipalità fa grandi proclami e si dice pronto a mettersi giorno e notte con una tenda sul ponte per evitare che qualcuno si suicidi… Ed effettivamente un Presidente di Municipalità può farti passare la voglia di questo e altro. In ogni caso lui il suo culo l’ha tenuto a casa, e per giorni sul ponte ci sono stati i vigili 24 ore su 24. I vigili! A presidiare un ponte! In una città come Napoli, dove il minimo che ti può capitare è finire in una voragine perché le strade cadono a pezzi! Bah. Sta di fatto che sti vigili guardavano storto ogni persona che passava da quelle parti. Ti scrutavano come un potenziale suicida. Non potevi avvicinarti alla balaustra per poggiarci i gomiti e goderti un po’ di fresco, di veduta, di rumori lontani, che subito si allarmavano. Quasi facevano venire voglia di buttarti giù solo per fargli dispetto. Che idea buffa, i vigili a vigilare sui vuoti delle nostre coscienze. E poi, mi dico, ma se sto ponte fa venire tutto sto genio, non è che poi a furia di starci su finisce che si buttano giù i vigili stessi? Come sempre: chi controlla i controllori?

Alla fine hanno trovato una brillante soluzione. Meno faticosa per il Presidente della Municipalità, meno dispendiosa per gli onesti contribuenti. Hanno tirato su, tutto intorno al ponte, delle inferriate. Ma anche inferriate è troppo, detto così pare una cosa artistica. No, sono delle reti, anche molto brutte. E mi chiedo: per anni da lì s’era buttata tanta gente, e tutto sommato la cosa passava, la si accettava come una disgrazia, un’imperfezione nel grande disegno di Dio o della Natura. Ora invece si decide di tirare su delle grate. Cos’è cambiato? Forse hanno in mano delle statistiche che dimostrano che il fenomeno dei suicidi dai ponti aumenterà? Chissà.

Io ci vedo in atto una mutazione antropologica. A Napoli abbiamo elaborato nei secoli una splendida e terribile forma di difesa dal destino crudele: il lasciar andare, lo scordare, l’accettare e il riderci, amaramente, su. Una sorta di nobile rispetto verso le cose come vengono. Adesso si pretende di intervenire, come se fossimo al Nord o in Occidente. Perché “bisogna fare qualcosa” è un imperativo indiscutibile. Solo che siccome siamo a Napoli, le reti sono basse e leggere, ché più grosse costavano, e sbilenche, ché a fissarle bene si spendevano troppi soldi…

Insomma, l’unico effetto che hanno ottenuto è che ora il panorama si vede come da un carcere. Come se non bastassero le grate e i cancelli che abbiamo già alle finestre delle scuole, intorno alle case, sui posti di lavoro… Passeggiare su quel ponte adesso fa schifo. Non puoi appoggiarti alla balaustra e tirare un respiro profondo guardando la città. E nonostante tutto sto casino, anzi, forse proprio per questo casino, quattro giorni fa un ragazzo di 25 anni si è buttato giù. E ieri un altro povero dio ha scavalcato le reti – d’altronde ce la farebbe anche un paraplegico – e minacciato di lanciarsi. Pare che fosse senza lavoro e disperato, e la polizia lo abbia convinto a desistere. Gli avranno detto che la vita è bella, però di non farsi venire il ticchio di scendere in piazza a protestare con gli altri disoccupati perché sennò poi lo dovranno manganellare.

Comunque, ora le apparenze sono salve: abbiamo fatto qualcosa. Adesso, forse, con un po’ di fortuna, la gente non si butterà giù dal ponte. E che farà, mi chiedo? Si butterà dal proprio appartamento? Aprirà il gas così magari salta tutto il condominio? Proverà folli corse in macchina così tira giù qualcun altro insieme a lui? O magari si taglierà le vene a casa, così non romperà i coglioni al prossimo e tutto si risolverà in maniera pulita, tranne per la signora delle pulizie che dovrà lavare il macello? Non è dato sapere. Però mi sento di dire che siamo entrati in Europa. Abbiamo fatto come a Parigi, che siccome troppa gente si buttava sotto i binari della metro, hanno messo su tutte le banchine delle stazioni centrali delle belle porte scorrevoli, che si attivano solo quando passa il treno. Così non ti puoi buttare sotto stile Anna Karenina. Se vuoi morire vai a qualche fermata periferica. Non ti daremo l’onore di schiattare, che ne so, sotto la Torre Eiffel o vicino Notre-Dame. Ai turisti dispiacerebbe.

In ogni caso, la gente a Parigi si butta lo stesso sotto i treni della metro. E gli altri passeggeri mica pensano: poverino. Sbuffano, sbottano, vanno di fretta e gliene sbatte il cazzo. Particolare divertente: siccome l’azienda dei trasporti se n’è accorta, e gli pareva poco corretto incitare, con i propri annunci, i passeggeri a esternare quello che pensavano, ora hanno deciso che non dicono più cosa succede. Scrivono che la circolazione è perturbata perché c’è stato un incidente. Così resti nel dubbio, e non ti va di fare commenti cattivi. Magari uno sui binari c’è caduto per sbaglio. Questo tutto sommato può capitare anche a te. Finirci apposta no, invece, quello no.

Se penso così tanto a queste cose è perché mi sembrano begli esempi di palliativi. In fondo su questa logica del palliativo si regge tutta la nostra società. Tipo: sfruttiamo i paesi del Terzo Mondo, li ricattiamo con il debito, gli distruggiamo l’agricoltura e l’industria, li costringiamo a privatizzare la scuola e la sanità. Milioni di persone muoiono di fame, i bambini ci salutano al primo raffreddore, ma noi ci portiamo lì le nostre ONG, i nostri preti, i nostri giovani fricchettoni e magari apriamo una scuola e un ospedale. Un bel palliativo, che ci mette la coscienza a posto.

Oppure adottiamo un bambino a distanza, che da piccolo è così carino, poi quando fa 18 anni e decide di venire da noi a cercare fortuna ci fa un po’ schifo e lo mandiamo in un centro di identificazione e di espulsione, una specie di lager. Poi però ci dispiace ammettere che siamo razzisti, e allora a un negro possiamo far vincere magari qualche programma televisivo. Anzi no, lo facciamo vincere a un albanese. Quelli rubano, lo sanno tutti, però ogni tanto ne esce uno che sa pure ballare. I pregiudizi continuano, tutto resta com’è, però abbiamo l’impressione che sia meglio. Palliativi.

Come quando Obama vince le elezioni, e ti dicono che è un grande passo per i neri d’America. Poi dopo ammazzano un ragazzino di 17 anni disarmato, il vigilantes che ha sparato se ne esce pulito pulito, e tutto resta com’è. Vabbè questa era facile, facciamone una più difficile. Le donne nel nostro paese. Fanno una vita di merda: lavorano in casa e fuori, o magari non lavorano perché qualcuno non le ha assunte dato il loro atavico vizio di restare incinte, o perché la famiglia gli dice: cazzo lavori a fare, trovati un marito. E comunque quando escono di casa si devono sentire qualche commento dietro, il collega che gli fa la battuta sul culo, l’allusione sessuale del capo… Però poi c’è da essere felici perché il Presidente della Camera è donna, l’ex di Confindustria è donna, il leader del più grande sindacato d’Italia è donna. E a casa gli amici o la televisione aggiungono che siccome loro c’hanno la figa alla fine la comandano, basta imparare a venderla al giusto prezzo. Palliativi. I problemi restano lì, il rapporto di subordinazione resta lì, e tutto quello che ti propongono è di adattarti, di contentarti. Vedi? In fondo anche tu hai un potere: quello di volere le grate, di mandare un SMS, di scegliere il tuo oppressore, di votare un nero nelle urne e un albanese alla tv.  

Palliativi. La droga gira nei nostri quartieri? Arrestiamo gli spacciatori, che se sono minorenni è pure più facile pestarli. Ci sono scippi e rapine? Mettiamo telecamere e militari ovunque. La gente muore per tumori e infarti perché mangia di merda, respira di merda, vive di merda? Facciamo una bella campagna pubblicitaria dove li invitiamo a rimpinzarsi di frutta e verdura. E scriviamo sui pacchetti di sigarette che fumare nuoce gravemente alla salute. Come se tutto il resto, tipo lavorare in fabbrica o stare imbottigliati nel traffico, facesse bene.

È evidente che in questa storia dei palliativi c’è qualcosa di perverso, che bisogna assolutamente capire. Perché il palliativo non è solo un intervento temporaneo, un rattoppo, qualcosa che lascia invariate le cause. Ha anche un’altra funzione. Di legittimazione dell’esistente. Ora cammini sul ponte, e le grate ti ricordano che qualcuno da lì si è buttato. Prendi la metro, e le porte scorrevoli ti fanno pensare che i tuoi simili hanno voglia di farla finita. Accendi la televisione, e l’ONG ti bombarda con la fame degli altri. Vedi le telecamere, le camionette per strada, e ti dici che ci saranno ladri ovunque e ti senti ancora più insicuro.

Qui sta la perversione: il palliativo sembrava nato per curare almeno i sintomi, ora invece te li ripresenta costantemente. Il suicidio, la povertà, il crimine, che si volevano bandire, sono continuamente evocati. Sembra un paradosso, invece serve. Il palliativo deve sempre metterci in presenza del negativo e inchiodarci lì, perché ci deve far pensare impossibile il positivo. Ci deve sottilmente convincere che una società dove la gente non si butti giù da un ponte non sia davvero possibile. Che non sia possibile un mondo dove non si muoia di fame. Che non sia possibile una città dove la gente non rubi e non si faccia le scarpe a vicenda. Questa è la fondamentale differenza fra i palliativi e le soluzioni. Le soluzioni provano a cambiare la realtà, a farla diventare un’altra cosa. La linea di separazione fra la Conservazione e la Rivoluzione ricalca esattamente la distinzione fra i palliativi e le soluzioni. 

E qui viene il brutto. La linea è chiara, ma percorrerla è durissimo. Perché, a essere sinceri, anche noi che ci pensiamo così diversi, su questo punto siamo uguali agli altri. Non pensiamo davvero alle soluzioni, ci bastano i palliativi. Per la maggior parte del tempo, anche se diamo l’impressione di agitarci, siamo passivi, ci lasciamo vivere. Ci troviamo la nostra identità, le nostre perversioni, facciamo infiniti giri per non ammettere che qualcosa va cambiato. Poi il problema si presenta in tutta la sua forza, e ci sentiamo disarmati. Tiriamo su le grate per difenderci o per non sporgerci, pretendiamo di uscirne puliti e a poco prezzo, invochiamo l’aiuto di qualche autorità. Siamo patetici, come i vigili sul ponte, come il Presidente della Municipalità, come i militari nelle piazze. Di sicuro più di quelli che si buttano giù, che qualche coraggio lo hanno trovato.

Che ci tocca fare, allora? Niente, o tutto: odiare questa parte molle di noi stessi, odiare i palliativi, dentro e fuori di noi. Forse non c’è un’altra via per essere quello che possiamo, per essere rivoluzionari.

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Lettera aperta a Lucia Annunziata sulla esaltazione dell’uso di armi chimiche in Siria

Alla Direttrice di L’Huffington Post Italia
 
Gentile dott.ssa Annunziata, le scriviamo a proposito dell’articolo “La morale cristiana e l'arma chimica siriana”, pubblicato su L’Huffington Post Italia dal suo collaboratore, il gesuita Padre Paolo Dall'Oglio, che arriva non solo a giustificare ma, addirittura, ad esaltare l’impiego di armi chimiche in Siria da parte di “ribelli” che egli ritiene di rappresentare.
 
Non sappiamo, infatti, come altro classificare quanto egli, – prima e dopo una sua lunga dissertazione sull'uso morale delle armi chimiche – scrive: “(….) Ma guardiamo alla cosa dal punto di vista etico della rivoluzione siriana. Ammettiamo per un istante che ci fossimo appropriati di armi chimiche sottratte agli arsenali di regime conquistati eroicamente. Immaginiamo di avere la capacità di usarle contro le forze armate del regime per risolvere il conflitto a nostro favore e salvare il nostro popolo da morte certa. Cosa ci sarebbe d'immorale? Tutte le armi possibili sono usate contro di noi. È ampiamente dimostrato che il regime fa esperimenti micidiali d'uso delle armi chimiche contro i partigiani rivoluzionari e la popolazione civile, proprio per vedere di superare quella maledetta linea rossa impunemente.”
 
Non entriamo qui nel merito della veridicità degli “esperimenti micidiali d'uso delle armi chimiche contro i partigiani rivoluzionari e la popolazione civile (da parte del regime di Assad)” che, al di là di qualche “scoop” giornalistico, non è oggi confermato neanche da quelle “commissioni internazionali” o da quegli “organismi dell’intelligence americana” che pure avevano avallato analoghe accuse nei riguardi del regime di Saddam in Iraq. Quello che ci preoccupa è l’ergersi del suo collaboratore a paladino dell’uso di questa infame forma di guerra: “Invece se ci lasciate sbranare dal regime assassino, allora, ve lo promettiamo, la necessaria doverosa e disperata autodifesa ci consiglierà, ci obbligherà a costituire un tale micidiale pericolo alla sicurezza regionale da obbligarvi ad assumervi comunque le vostre responsabilità.” (….) Non è per minacciare, è invece per allarmare riguardo ad un pericolo oggettivo e già reale che mi lascio andare a propositi così drammatici.” .
 
Gentile dott.ssa Annunziata, la guerra condotta dall’Occidente e dalle Petromonarchie alla Siria, così come quella alla Libia condotta in nome della difesa di una ennesima “primavera araba” (che questa guerra, in realtà, è servita a fare abortire), ha già comportato decine di migliaia di morti, un milione di profughi, immani distruzioni… Siamo sicuri converrà con noi che a questa martoriata nazione venga almeno risparmiato l’orrore delle armi chimiche che il suo collaboratore ritiene, invece, dirimente per convincere l’Occidente ad un risolutivo intervento.
 
Da parte nostra, insieme al movimento siriano di riconciliazione interconfessionale Mussalaha, partecipando a delegazioni internazionali – come quella dello scorso mese di aprile, presieduta dal Premio Nobel per la Pace Mairead Maguire – animando il nostro sito www.sibialiria.org continuiamo a mobilitarci per cercare di fermare questa guerra e ricostruire quel tessuto di pace e solidarietà che può garantire il rispetto dei diritti democratici e il ripristino di quel mosaico di etnie, culture e religioni che fino a tre anni fa era la Siria.
 
Cordialmente
La Redazione di www.sibialiria.org
sibialiria@gmail.com 
 
P.S.
Questa lettera, in attesa di una sua graditissima risposta, viene pubblicata oggi sul nostro sito.

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La Val Susa reagisce: “i terroristi siete voi”

La procura di Torino denuncia 12 attivisti No Tav per detenzione e porto di armi da guerra e per attentato con finalità terroristiche. Il Movimento No Tav risponde unito: il terrorismo è quello di chi vuole imporre le sue decisioni con la forza. Domani presidio a Bussoleno.

Detenzione e porto di armi da guerra, attentato con finalità terroristiche. Sono le ipotesi di reato che la procura di Torino ha accollato, con altrettanti avvisi di garanzia, a 12 attivisti del movimento No Tav, e in particolare del Comitato di Lotta Popolare, le cui abitazioni sono state perquisite stamattina sia in Valsusa che a Torino su ordine dei pm Andrea Padalino e Antonio Rinaudo, con la regia di Giancarlo Caselli. Al centro dell'indagine della Procura di Torino, nel cui mirino è finito l'assedio No Tav del cantiere fortino di Chiomonte del 10 luglio scorso, anche alcuni membri del "Komitato giovani no Tav", vicino al centro sociale torinese Askatasuna. La finalità terroristica, che viene addebitata per la prima volta nell'ambito degli scontri intorno al cantiere per la Torino-Lione, sarebbe giustificata secondo i magistrati dal fatto che il cantiere è stato da tempo dichiarato zona ''di interesse strategico nazionale'', e gli attacchi con molotov, considerate armi da guerra, sono diretti "a costringere i poteri pubblici a compiere o astenersi dal compiere un qualsiasi atto o destabilizzare o distruggere le strutture politiche fondamentali, costituzionali, economiche e sociali di un Paese'', come prevede l'articolo 280 del codice penale. Le perquisizioni in Valsusa hanno riguardato anche il locale di Bussoleno 'la Credenza' gestito da una delle leader del movimento, Nicoletta Dosio, e da tempo, oltre che luogo di ritrovo del popolo No Tav della valle, anche sede del locale circolo di Rifondazione Comunista.
Il sindaco di Bussoleno, Anna Allasio, si è detto ''sconvolto'' dalla decisione della Procura di Torino di procedere nei confronti di 12 attivisti No Tav per il reato di ''attentato con finalità terroristiche''. Bussoleno fa parte del gruppo di Comuni della Val Susa, circa la metà dei 43 esistenti, nettamente contrari alla realizzazione della linea ferroviaria ad alta velocità e alla devastazione della valle. ''Si paragonano al terrorismo azioni di dissenso che finora non hanno procurato alcun danno - ha commentato -. Sono sconvolta. Perché è davvero un fatto sconvolgente''.
"Chiediamo un incontro con il Presidente Letta per ristabilire un minimo di garanzia democratica sulla questione della Tav in Val di Susa" è la richiesta formale avanzata oggi da Sandro Plano, presidente della comunità montana valsusina, intervenuto oggi a Bussoleno alla conferenza stampa organizzata dal Movimento No Tav in risposta all’ennesima persecuzione di alcuni suoi attivisti. "Come amministratori - ha ribadito Plano - siamo contrari alla violenza da qualsiasi parte essa provenga, il che non vuol dire che non ci sia completa sintonia con il Movimento No Tav. Siamo per la contestazione pacifica e legale - ha aggiunto - ma far passare manifestazioni, anche dure, per manifestazioni eversive, terroristiche non ci vede d'accordo e lo respingiamo con forza". "I sindaci nei giorni scorsi - ha ricordato ancora Plano - hanno manifestato pacificamente, hanno chiesto un incontro con i presidenti Boldrini e Grasso e la risposta è stata questo ulteriore inasprimento". E poi ha osservato: "siamo invitati al rispetto della magistratura e questo invito ci viene fatto dal ministro Alfano. Bisognerebbe ci fosse maggiore dignità". Plano ha poi invitato a non utilizzare termini come "terrorismo, ritorno alle Brigate Rosse". "Un conto - ha detto - è un escavatore bruciato, gesto che non si deve fare ma che non si può certo definire tentato omicidio o atto di terrorismo. Questi sono un'altra cosa". "Si è ormai raggiunto un livello insostenibile - ha affermato invece il sindaco di Venaus Nilo Durbiano - come rappresentanti delle istituzioni chiediamo legalità, non vogliamo la violenza". "Chiediamo un incontro al Governo per riaprire il confronto, perché si faccia chiarezza, partendo dal blocco dei lavori - ha concluso - dalla smilitarizzazione della Valle".
Molto più duro ed esplicito Alberto Perino, storico portavoce della valle che resiste. "Caselli ha consentito che i suoi pubblici ministeri si permettessero di fare il salto di qualità nella gravità delle accuse per intimorire la gente che resiste a quest’opera inutile e devastante. Ci hanno ufficialmente etichettati come terroristi eversori perché ci ostiniamo a difendere il nostro territorio, a difendere le povere finanze pubbliche, a cercare di evitare gli sprechi che ingrassano banchieri, politici, cooperative rosse e affaristi di ogni colore. Ci accusano di essere terroristi perché non accettiamo i soprusi delle forze dell'ordine, perché non accettiamo che le leggi che si son fatti, vengano da loro stessi calpestate e piegate ai loro porci affari. Sono loro gli eversori terroristi". Scrive Perino in un post pubblicato sul sito di Belle Grillo: "Le forze di polizia stamattina hanno accerchiato il campeggio di Venaus. Stamattina la Digos e la polizia hanno effettuato perquisizioni in Valle e a Torino. L'imputazione è attentato per finalità terroristiche o di eversione: art. 280 c.1 n. 3 del Codice Penale e artt. 10 e 12 della legge 497/74. La manifestazione pacifica e determinata di sabato li ha infastiditi notevolmente - spiega - Soprattutto li ha infastiditi il fatto che 21 sindaci si siano nuovamente schierati apertamente con il Movimento No TAV, chiedendo che le violenze cessino da tutte le parti in causa, che si sospenda la militarizzazione della valle e si fermi il cantiere del tunnel geognostico di Chiomonte a La Maddalena".
Per rispondere alla criminalizzazione del dissenso il movimento No Tav ha deciso di organizzare per domani sera, a Bussoleno, un presidio di solidarietà con gli indagati per terrorismo dopo le perquisizioni di questa mattina. L'annuncio è stato fatto nel corso della conferenza stampa di oggi pomeriggio. "In queste perquisizioni - ha detto Perino, uno dei leader della protesta valsusina - sono stati sequestrati Pc a collaboratori di legali del Movimento. In questi Pc c'erano documenti della difesa per il processo in corso ai No tav. Questa - ha aggiunto - è una cosa inaccettabile per ogni Paese civile. Questo è un motivo più che valido per chiedere le ispezioni ministeriali". Il Movimento ha spiegato che nel corso delle perquisizioni "sono stati sequestrati Pc, telefonini, macchine fotografiche, chiavette usb, magliette nere e perfino fazzoletti rossi dell'Anpi, oltre a zaini, binocoli e torce". Ma non armi né esplosivi. Un magro bottino quello raccolto dalla Digos, che smentisce le accuse, gravissime.

"Siamo arrivati al limite dell'emergenza democratica - ha detto Ezio Locatelli, segretario provinciale Prc - ci sono i presupposti perché sia inviata dall'Europa una commissione per verificare se in Val di Susa ci sono condizioni di democrazia".

Di seguito un resoconto della conferenza stampa di oggi pomeriggio, di Massimo Bonato, dal sito www.tgvallesusa.it

È terminata alle 17.00 la conferenza stampa indetta oggi dal movimento No Tav in risposta alle perquisizioni avvenute in mattinata alla trattoria Credenza di Bussoleno e ai danni di dodici attivisti a Torino, in Piemonte e in Italia. Presenti, tra gli altri, il presidente della Comunità Montana Valle Susa Val Sangone Sandro Plano, Nilo Durbiano, sindaco di Venaus, Ivan Della Valle, deputato del M5S, Ezio Locatelli, segretario provinciale di Prc, Luigi Casel del Comitato di lotta popolare, Alberto Perino, Nicoletta Dosio e rappresentanti del Legal Team.

Ventun sindaci hanno partecipato alla manifestazione di sabato 27 luglio. Chiedevano al governo un nuovo confronto sulla questione Tav. La risposta è stata l’ondata di perquisizioni avvenuta stamane; tanto più grave, in quanto risposta repressiva e non apertura al dialogo; tanto più grave poiché motivata da capi di imputazione pesantissimi quali quelli di eversione e terrorismo. Sandro Plano mette in evidenza come “Eversione, terrorismo” siano parole da trattare con molta cautela, e che non trovano corrispondenza in Val di Susa. Che cosa è stato trovato nelle perquisizioni? Che cosa si viene a rischiare per un petardo o per fuoco d’artificio a questo punto?

Gli argomenti come la trasportistica e l’economia riguardano la Valle quanto l’Italia intera, ed è su questi temi che il dialogo va riaperto, sulla mancanza di democrazia, su quel rispetto alla magistratura che vien richiesto da personaggi come Alfano, colui che inveiva alla magistratura milanese difendendo il suo datore di lavoro.

I lavori devono essere sospesi e devono essere riaperti i dialoghi, viene ripetuto. Più che di terrorismo bisognerebbe parlare di politica del terrore, in cui sono i cittadini a essere sottoposti a repressione. Denunce per procurato allarme ad amministratori pubblici, la forza sovramisura usata la notte del 19 luglio in occasione della marcia che condusse ad arresti e alla violenza denunciata da Marta Camposana, le manganellate di nuovo ricevute per aver voluto applicare uno striscione lungo l’inferriata del Tribunale di Torino durante il presidio di solidarietà a Marta il giorno della sua udienza, sono soltanto gli ultimi episodi con cui la Procura di Torino scende la vertiginosa china che tocca il fondo ora, oggi, con questa nuova e minacciosa presa di posizione.

Dai verbali emerge che siano stati requisiti computer, cellulari, macchine fotografiche, zaini, cannocchiali, torce elettriche, mappe del progetto, ma anche libri, centinaia di magliette “nere”, fazzoletti della 42 Bgt. Garibaldi fatti stampare dall’Anpi e “manuali per costruire molotov” (non basterebbe wikipedia evidentemente).

Nulla è stato rinvenuto che possa esser riferito alla costruzione di armi da guerra. In realtà la scusa è sempre quella di requisire pc per poter acquisire informazioni.

Se è chi al governo inneggia alle imputazioni di terrorismo, si presentano ormai i presupposti per la creazione di una commissione d’inchiesta europea che verifichi quali sono le condizioni in cui la popolazione è costretta a vivere in Valle di Susa.

Parlare di tentato omicidio per un compressore che brucia non ha senso; e non ha senso tacere di quando la gente si trova un lacrimogeno sparato direttamente in casa, come accaduto il febbraio 2012. Proteste legali o non legali non possono essere poste sullo stesso piano di un tentato omicidio o del terrorismo.

“Noi non vogliamo la violenza da nessuna parte” sostiene Nilo Durbiano. “Come fa un ministro della Repubblica a dichiarare che i lavori sono iniziati quando il progetto definitivo del progetto non è stato approvato? Blocco dei lavori, smilitarizzazione della Valle e riapertura del confronto serio, a pari dignità”.  I dati propinati e proposti vent’anni fa vanno aggiornati alla situazione attuale.

Per Nicoletta Dosio “Non solo quello che è successo alla Credenza e ai ragazzi che consideriamo figli nostri rappresenta questo popolo che non arretra di un passo. Quello che continuano a fare in modo maldestro è di incutere terrore, facendo passare l’informazione che esiste un popolo tranquillo e pacifico e una parte che tranquillo non è. Vogliono colpire i centri di aggregazione e i giovani che lottano per un futuro migliore. Per questo non c’è da meravigliarsi se cercano l’informazione, se vogliono acquisire dati dai nostri computer. Perché la parola fa paura, fa paura un popolo che si informa e che non si piega”.


In solidarietà ai giovani che han subito le perquisizioni di stamattina viene indetto un presidio in piazza del Comune a Bussoleno domani sera martedì 30 luglio.

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Bankitalia, ispezioni su 20 grandi banche. Nel mirino il portafoglio crediti

Per otto gruppi bancari approfondimenti estesi a tutto il portafoglio crediti e non solo quelli a rischio. Via Nazionale precisa che gli istituti devono reperire risorse al proprio interno, riducendo quindi anche gli stipendi dei manager. E il Wall Street Journal lancia l'allarme: "Controlli potrebbero portare a vendita asset"

L’odore di bruciato arriva fino a Via Nazionale, portando la Banca d’Italia a mettere il naso nei conti delle banche italiane. L’istituto sta svolgendo ispezioni su 20 principali banche e per otto gruppi ha esteso le verifiche all’intero portafoglio dei crediti, non solo ai prestiti deteriorati. A suonare il campanello d’allarme, citando un documento della Banca centrale, è stato il Wall Street Journal, avvertendo che “le nuove ispezioni potrebbero spingere alcune banche a cedere asset“.

I controlli, finora tenuti riservati, seguono quelli dello scorso autunno, che hanno portato la Banca d’Italia a ordinare alle banche di accantonare 3,4 miliardi di euro per evitare perdite su crediti inesigibili. E si inseriscono, come spiega il quotidiano americano, “in un contesto di crescente preoccupazione per la salute di alcuni istituti di credito del Paese, in mezzo a una marea montante di prestiti in sofferenza“.

Dall’analisi dei prestiti deteriorati condotta a fine 2012 emerge che l’azione di monitoraggio sulla qualità degli attivi bancari e sul livello delle rettifiche “continuerà nel corso del 2013″ e che “è già stata estesa ad altri gruppi attraverso l’attività ispettiva ordinaria e tale azione sarà coordinata con analoghi esercizi condotti in sede internazionale”.



Dalle verifiche sono emerse “carenze nelle politiche e nelle prassi seguite da parte di diverse banche, in materie come la definizione dei criteri per la valutazione dei beni in garanzia e dei parametri per l’attualizzazione”. I gruppi ispezionati, spiega il documento, “sono stati invitati ad adottare misure per il superamento delle carenze organizzative evidenziate”.

La Banca centrale insiste su di un altro aspetto sottolineato più volte dallo stesso governatore Ignazio Visco e che sta già avendo i suoi effetti sui piani industriali di molte banche: per evitare danni ulteriori all’economia incrementando il credit crunch gli istituti di credito dovranno reperire risorse al proprio interno. Quindi riduzione dei costi operativi, contenimento delle politiche di distribuzione degli utili e remunerazione degli amministratori e dirigenti, coerentemente con la redditività e l’adeguatezza patrimoniale di ciascuna banca.

Il testo evidenzia infine che l’economia italiana ha registrato una “notevole contrazione”. Tra il 2007 e il 2012 il Pil è diminuito complessivamente di sette punti percentuali in termini reali, mentre la produzione industriale è diminuita del 25%. Una congiuntura che ha dato luogo a un “marcato incremento dei crediti deteriorati, la cui incidenza sul totale degli impieghi del sistema bancario è passata dal 4,5% di fine 2007 al 12,3% del giugno 2012″.

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Non so perché ma ho l'impressione che la Banca d'Italia si muova nell'ottica del pompiere che disperatamente cerca di tenere a bada un incendio che s'è quasi divorato tutto ciò che gli stava intorno.

Ostruzionismo, il M5S dà fiato alla democrazia

Nonostante le pernacchie e le ingiurie, alcuni giornali, ad esempio La Stampa, hanno dovuto riconoscere che la tattica dell’ostruzionismo parlamentare è radicata nella democrazia italiana tanto da dover citare alcuni nomi celebri dell’opposizione. Il record, si sa, è attribuito a Marco Boato, ex di Lotta continua, poi deputato radicale e infine verde che parlò per 18 ore e 5 minuti. Massimo Teodori, anch’egli storico esponente radicale, sostiene, invece, che il record lo abbia raggiunto lui, con 18 ore e 20 minuti. A rendere celebre questa tattica sono stati i radicali negli anni '70 e inizio '80 anche se gli inventori sono stati i socialisti di Bissolati che importarono la tattica del “filibustering” dai liberali inglesi che alla Camera dei Comuni arrivavano anche a leggere la Bibbia.

Nel dopoguerra a sfruttare l’ostruzionismo sono stati i comunisti, i “padri” politici dell’attuale Presidente della Repubblica e del partito di governo. Tra di loro si distingueva Giancarlo Pajetta capace non solo di nobile logorrea ma dedito anche allo scontro fisico. Come ricorda Aldo Cazzullo sul Corriere, citando il proprio stesso giornale, “all’ improvviso ecco balzare alto sulla mischia Giuliano Pajetta che, partito come un razzo dal terzo settore, con tre balzi aerei è piombato a tuffo nel groviglio di teste, di braccia e di gambe, e in quel groviglio sparisce inghiottito…”.

Per capire di cosa parliamo, vale la pena di citare ancora Cazzullo che riportava le parole di un Andreotti d’annata: “Razzolavano male; nel ’51 scambiarono i corpi di difesa civile dai terremoti voluti da Scelba con squadroni governativi; però predicavano benissimo. In Parlamento dominava ancora l’oratoria forense, si evocavano ‘ponti fra cielo e terra’ e ‘i garofani bianchi dei nostri vent’ anni’Tra i comunisti invece c’erano grandi oratori, come Giancarlo Pajetta, Renzo Laconi, Vincenzo La Rocca, che interveniva ogni giorno attingendo alla tradizione del teatro napoletano”.

Nobile arte parlamentare, dunque, che ha sorretto battaglie storiche come quella contro la “legge truffa” nel ’53 o contro la modifica della scala mobile nell’85. Contro l’ordinamento delle Regioni si scagliò invece il Movimento sociale di Giorgio Almirante detto anche “vescica di ferro” per la sua capacità di parlare ore senza andare al bagno. Contro il divorzio anche i deputati Dc si iscrissero tutti a parlare. Negli anni '80 sarà Bettino Craxi a far cambiare i regolamenti per contingentare i tempi e imbrigliare le intemperanze delle opposizioni.

Fin qui la storia parlamentare. Ma se a ricorrere al “filibustering” sono i Cinque stelle, ecco che scattano derisione e dileggio. Su Twitter, il deputato di Scelta Civica, Andrea Romano, già collaboratore di Massimo D’Alema, definisce i discorsi ascoltati in aula come un “mix di dietrologie, banalità e propaganda mediocre”. Come se nell’ostruzionismo si dovesse fare ricorso a chissà quali contenuti (Teodori arrivò a leggere Dante). Massimo Franco, sul Corriere della Sera, è invece più secco e ostile. L’ostruzionismo, scrive, “sta rallentando i lavori della Camera e provocando uno spreco di denaro pubblico. E acuisce il sospetto che le truppe di Beppe Grillo contribuiscano all’ingovernabilità invece di proporsi come alternativa e offrire soluzioni”.

Eppure, pochi hanno rilevato che con questa tattica il Movimento 5Stelle si è finalmente dato alla politica parlamentare. Ha sollevato un problema dirimente – la destrutturazione della Costituzione a colpi di comitati riservati – rendendolo di pubblico dominio, ha sollecitato i partiti di governo, costretto l’opposizione di Sel a svegliarsi, ha agito, insomma, come un vero soggetto politico.

Non sappiamo quanto durerà. Beppe Grillo ci ha abituato a modalità di lavoro instabili e incerte e la fase di instabilità del movimento, che è seguita alla sconfitta subita su Stefano Rodotà – sconfitta che il Pd ha inferto alla democrazia – ha portato a una flessione elettorale che ora sembra essersi arrestata. Se non avesse commesso gli errori fatti finora – cui va concessa l’attenuante dell’inesperienza e della difficoltà a padroneggiare un successo come quello del 26 febbraio – oggi i Cinque Stelle sarebbero di gran lunga il primo partito. L’inattività, se non la pericolosità, del governo Letta, i balletti di Pd e Pdl, le risse, l’arrocco partitico compiuto dal governo delle larghe intese, ha infatti concesso loro un campo sterminato di iniziativa politica. Non del tutto sfruttato e non del tutto compreso. Con l’ostruzionismo ci è sembrato di assistere a un cambio di passo. Vedremo se durerà.

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martedì 30 luglio 2013

Disastro di Santiago de Compostela: errore umano o errori disumani?

Ad ogni serio incidente ferroviario, ovunque nel mondo, le aziende e i loro fedeli media partono con il ritornello de "l'errore umano". A volte è semplicemente falso, a volte è persino vero. Ma la canzoncina serve soprattutto a non far parlare degli errori di progettazione e di gestione di un sistema ferroviario, dell'inadeguatezza - in molti casi - dei sistemi di sicurezza. Ovvero di quelle misure - sempre costose - che servono a far sì che un "errore umano", sempre possibile (per distrazione, malore, ecc.) non si possa tramutare in una tragedia.

L'analisi di chi meglio di tutti conosce il sistema ferroviario, cioè i macchinisti e i ferrovieri della storica rivista "Ancora in marcia!".

*****

Il 24 luglio, di sera, intorno alle 20 e 30 un treno con oltre 200 persone a bordo è deragliato in Spagna, nei pressi della Stazione di Santiago de Compostela sulla linea av Madrid-Ferrol.

UN INCIDENTE SPAVENTOSO - Un incidente spaventoso in cui hanno perso la vita oltre 80 persone che avevano scelto con serenità la ferrovia per i loro spostamenti. L'immane portata del disastro, le immagini strazianti dei feriti e delle vittime tra le lamiere contorte, assieme all'agghiacciante ripresa in tempo reale del deragliamento, hanno riportato all'attenzione dell'opinione pubblica mondiale il tema della sicurezza ferroviaria.

CORDOGLIO E SOLIDARIETÀ PER LE VITTIME - Esprimiamo il nostro cordoglio per le vittime del disastro, ci stringiamo ai loro familiari, partecipiamo al dolore dei feriti e manifestiamo la nostra solidarietà a tutti i cittadini spagnoli colpiti da una tale tragedia.

IL NOSTRO PUNTO DI VISTA - Sentiamo nello stesso tempo il dovere di offrire un contributo all'analisi di quanto accaduto partendo dal nostro punto di vista di macchinisti, 'interno' alla cabina di guida dei treni, per tentare di comprendere le ragioni di un fatto così grave in un'epoca in cui apparati e tecnologie molto sofisticate sono utilizzate diffusamente a supporto di ogni normale attività quotidiana.

SULLE SPALLE DEL MACCHINISTA - I treni, in quel tratto specifico viaggiavano senza alcuna protezione o ausilio tecnologico per il macchinista, sulle cui spalle e sulla cui perfetta efficienza psicofisica permanente è stata poggiata l'intera affidabilità del 'moderno' sistema dell'alta velocità ferroviaria e la vita di così tante persone. In altre parole i treni in quel maledetto raccordo, tra la nuova e la vecchia linea, si guidano come un'automobile o un camion: facendo affidamento solo sulle capacità, i riflessi e sull'attenzione di una persona. Come se su uno svincolo al termine di una grande autostrada veloce in galleria ci fosse una rampa stretta e senza guard rail. Una condizione che induce all'errore e che non è in grado eventualmente di attenuarne gli effetti.

'IL MACCHINISTA NON HA FRENATO' - Dalle prime ricostruzioni sembra accertato che la causa del deragliamento diretta sia stata l'eccessiva velocità, 190 Km/h, contro gli 80 massimi ammessi su quel tratto di linea, un raccordo di recente costruzione, che presenta una severa curva in uscita dalla linea principale. Fin dal primo momento l'attenzione delle autorità e dell'opinione pubblica si è concentrata su un'errore del macchinista che non avrebbe frenato in tempo nel tratto immediatamente precedente al luogo dell'incidente.

PERCHÉ NON HA FRENATO? - Meno attenzione è stata rivolta alle ragioni che eventualmente l'avrebbero portato a 'mancare' quel semplice gesto della mano, ovvero spostare di pochi centimetri una leva di comando, per attivare la frenata.

Le ipotesi non sono molte, da quelle assai improbabili di una volontà suicida o di follia improvvisa, a quelle di un guasto ai freni che potrebbero non aver risposto al comando, a quelle molto più probabili di un malore, un colpo di sonno, una distrazione o un errore percettivo della posizione del treno rispetto alla punto della linea. Un momento di difficoltà che ciascun essere umano conosce bene e che ogni macchinista ha provato di persona.

QUANDO "MACCHINISTA SOLO" È UN CRIMINE - Occorre precisare che, a differenza di quanto riportato da gran parte della stampa, sul convoglio era presente un solo macchinista, fatto determinante in assenza di tecnologie, (in Spagna da vent'anni i treni sono condotti ad “agente solo”). Se ci fosse stato il secondo macchinista l'incidente non sarebbe accaduto. Ridurre l'equipaggio ad un solo macchinista è sempre un azzardo per la sicurezza, dove i treni viaggiano senza ausili tecnologici è da considerare un vero e proprio crimine.

NON INFANGATE IL MACCHINISTA - Nessuna attenzione meritano invece, a nostro avviso, le ipotesi gratuitamente e cinicamente denigratorie rispetto alle frasi o alle foto che il nostro collega spagnolo  aveva posto su un social network. Anzi, da queste semmai traspare, seppur con ironia, la consapevolezza dell'importanza dei limiti di velocità e della severità con cui sono rispettati, al contrario di quanto succede su strade e autostrade. Sono pochi i macchinisti che non parlano con orgoglio del loro treno che, sfrecciando al massimo della velocità consentita, porta i viaggiatori a destinazione in orario.

MA NON BASTA DIRE LA VELOCITÀ - Restando quindi da verificare le ragioni concrete - materiali e psicologiche - della mancata frenata, da macchinisti ci sentiamo contrariati per le facili e sbrigative conclusioni che in casi come questo accomunano gran parte dei media e che rischiano la disinformazione dell'opinione pubblica e un condizionamento negativo delle misure da adottare da parte delle autorità.

ANCHE IN SPAGNA UN 'BUCO NERO' ED UN 'TRABOCCHETTO' - Un 'buco nero' di discontinuità tra sistemi di circolazione diversi – come quelli contro cui abbiamo combattuto con forza anche in Italia dove fino a pochi anni si sono verificate molte sciagure - che rappresentano una vera e propria insidia sui binari; veri trabocchetti lasciati per cinici calcoli di convenienza soprattutto nelle fasi di cambiamento. Una specie di buca aperta nel cantiere tra la cucina, nella parte vecchia e il salone, moderno e lussuoso, nella parte nuova di una casa in ristrutturazione dove continuiamo ad abitare e su cui passiamo cento volte al giorno. Prima o poi sicuramente qualcuno ci cade dentro.

ERRORE UMANO - Sebbene tutti i macchinisti europei siano sottoposti periodicamente a rigidi controlli medici, psicoattitudinali e contro l'assunzione di alcol e droghe, in assenza di dispositivi tecnici, non vi è nulla che metta al riparo dall'errore umano. Se quello del macchinista è un vero 'errore umano' per essersi distratto o aver sbagliato i tempi di frenata nei pochissimi secondi a disposizione - quelli commessi dai legislatori e dai tecnocrati europei dell'Agenzia ERA, per la sicurezza ferroviaria, dai progettisti, dai manager, dagli amministratori, dai gestori della rete ferroviaria e dal suo datore di lavoro - sono una lunga catena di 'errori umani' commessi però in luoghi e tempi molto distanti dalla curva Grandeira, teatro della sciagura.

ERRORI DISUMANI - Anzi, i loro sono 'errori disumani', mille volte più grave, perché privi delle caratteristiche essenziali di umanità, quali buon senso, emozioni, pietà. Errori, perché hanno considerato i macchinisti infallibili. Disumani per il cinismo e la crudeltà di aver 'pianificato' a tavolino e 'scelto' che i treni dovessero marciare su quel 'trabocchetto' senza perdere tempo e senza spendere quel (poco) denaro necessario ad attivare i sistemi di controllo automatico della velocità sul binario di raccordo e farli dialogare con quelli già presenti sul treno. Disumani perché non hanno dato il giusto valore alle tragiche conseguenze di un deragliamento, più che prevedibili, nel caso di malore, distrazione o anche imperizia in cui sarebbe certamente, prima o poi, incappato uno dei tanti macchinisti che quotidianamente, per anni, percorrono quel tratto.

RISCHIO CALCOLATO - Dietro questa sciagura si riaffaccia la crudele filosofia dominante – ben presente in chi costruisce infrastrutture - sul rischio calcolato, ovvero un approccio che più che sulla prevenzione degli incidenti punta ad un modello che successivamente ne individui le responsabilità per quelli che, con certezza 'statistica', accadranno.

L'ULTIMO ANELLO PAGA PER TUTTI - L'ultimo anello della sicurezza, il macchinista, che è rimasto miracolosamente illeso, pagherà comunque e pesantemente - per il suo 'banale' errore dalle conseguenze abnormi - il conto con la giustizia e con la propria coscienza; tutti gli altri che l'errore l'hanno 'scelto' seduti intorno ad una scrivania, non risponderanno affatto e anzi oggi dichiarano di correre ai ripari piangendo lacrime di ipocrisia.

È SERVITO MOLTO SANGUE - In Italia abbiamo atteso due disastri prima di intervenire con la tecnologia di 'protezione' della marcia del treno: disastro di Piacenza, 12 gennaio 1997, 8 morti, tra cui due macchinisti, per un pendolino che deraglia su una curva da cui era stato eliminato il segnale di avviso riduzione velocità. Disastro di Crevalcore, 7 gennaio 2005, 17 morti, tra cui tre macchinisti ed un capotreno, per la 'svista' di un semaforo rosso da parte del nostro collega lasciato solo con il pedale dell'uomo morto a guidare nella nebbia fitta a 120 km/h.

E ANNI  DI LOTTE - I macchinisti, che da sempre rivendicano miglioramenti della tecnologia per avere una maggiore sicurezza, per anni si sono opposti (subendo anche pesanti ritorsioni e licenziamenti) all'introduzione del “macchista solo” supportato dal cosiddetto pedale a “uomo morto”, strumento obsoleto (in pratica una sveglietta) che avrebbe dovuto controllare la vigilanza del macchinista mentre invece ne disturbava la concentrazione alla guida e risultava di disturbo anche a livello fisico. Le lotte dei macchinisti e il grande lavoro di sensibilizzazione nei confronti dell'opinione pubblica italiana ha contribuito alla modernizzazione della rete con un sistema di controllo della velocità esteso oggi praticamente su tutti i binari. Solo dopo questo tributo di sangue e grazie alle mobilitazioni, agli scioperi, alle battaglie politiche, sociali e finanche giudiziarie, che questa rivista ha sostenuto, si sono effettuati quegli investimenti che hanno fatto fare un passo in avanti alla sicurezza.

OGGI ANCHE LA SPAGNA HA PAGATO - La Spagna che insegue anch'essa il mito dell'alta velocità, paga oggi, come noi ieri, il suo altissimo prezzo all'errore 'umano' di un semplice e sfortunato ferroviere e agli errori 'disumani' di un ristretto numero di funzionari e dirigenti, commessi consapevolmente in nome del profitto e in disprezzo della vita.

NON SI SMETTE DI PERSEGUIRE LA SICUREZZA -  La sicurezza è un processo continuo, sempre migliorabile, che i macchinisti italiani perseguono, sebbene dal 2009, a seguito di un 'tradimento' sindacale ed una resa senza condizioni alle ragioni dell'impresa, anche da noi sulla maggior parte dei treni c'è un solo macchinista alla guida. Ciò intacca comunque gli standard di sicurezza raggiunti con i sistemi di controllo della velocità e comporta seri problemi non ancora risolti, relativamente al soccorso. Restano aperte le enormi problematiche della sicurezza per i lavoratori - 40 morti nel settore in pochi anni - e la grande questione del trasporto della merci pericolose - strage di Viareggio con 32 cittadini morti nelle loro abitazioni per incendio di una cisterna di Gpl deragliata in città - le quali a seguito del processo di liberalizzazione e privatizzazione in atto sono divenute molto più pericolose che in passato. Continueremo a vigilare affinché i regolamenti, la tecnologia e l'organizzazione ferroviaria siano modificati sempre e solo all'insegna della maggior sicurezza e liberi dai condizionamenti del mero risparmio economico e del profitto.

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Droni USA, Australia rischia denuncia per crimini di guerra

L'Australia si espone ad accuse di crimini di guerra davanti alla Corte Internazionale di Giustizia se non mette fine alla sua complicità con gli attacchi di droni Usa in Pakistan costati la vita, negli ultimi anni, a centinaia di civili inermi.

Attacchi condotti con il supporto d'una stazione congiunta di tracking satellitare di Pine Gap, nel centro del continente oceanico, il cui ruolo è stato rivelato dal transfuga dell'intelligence Usa Edward Snowden. Lo ha detto il giurista pachistano Shahzad Akbar, che rappresenta oltre 150 vittime civili di attacchi di droni, durante una conferenza sui diritti umani organizzata a Melbourne. Secondo Akbar il governo pachistano non potrà fare a meno di perseguire l'Australia presso la Corte internazionale per crimini di guerra, e presso il Consiglio di Sicurezza dell'Onu per violazione della sovranità nazionale, per effetto ordini emessi in maggio dall'Alta Corte pachistana di Peshawar. Gli attacchi sono ''indiscutibilmente illegali'' secondo il diritto internazionale perché hanno luogo senza l'approvazione del Pakistan o dell'Onu, ha aggiunto. Gli Usa non hanno aderito alla Corte Internazionale di Giustizia, ma Australia, Gran Bretagna e Germania possono essere citate in giudizio.

Intanto il governo del Pakistan torna a condannare le operazioni sul suo territorio di droni statunitensi, dopo il bombardamento di ieri sul Waziristan del Nord in cui sono rimaste uccise almeno sette persone. ''Questi attacchi unilaterali costituiscono una violazione della sovranità del Pakistan e della sua integrità territoriale'', si legge in una nota del ministero degli Esteri di Islamabad, all'indomani del raid contro un presunto covo dei ribelli nella zona di Shawal. ''Il governo del Pakistan ha ripetutamente sostenuto che questi raid di droni sono controproducenti, provocano vittime tra i civili innocenti e hanno implicazioni per quanto riguarda i diritti umani'', prosegue il comunicato, in cui si denuncia un ''pericoloso precedente nelle relazioni tra Stati''. ''I raid con droni - si legge - hanno un impatto negativo sul desiderio dei due Paesi di definire relazioni cordiali e di collaborazione e di garantire la pace e la stabilità nella regione''. Lo scorso 5 giugno, nel suo primo discorso davanti al Parlamento dopo le elezioni dell'11 maggio, il premier Nawaz Sharif ha chiesto la fine dei raid di droni Usa sulle regioni tribali del Pakistan, invitando al ''rispetto della sovranità'' del paese. Il bombardamento ieri è stato il quarto da quando Sharif, esponente della Lega musulmana del Pakistan-Nawaz (Pml-N), è al potere. A inizio mese, in un raid simile a quello di ieri effettuato sempre nel Waziristan del Nord, sono rimaste uccise 17 persone.

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Egitto, in marcia contro l'esercito

L'Egitto è un fiume in piena di notizie e smentite, tentativi di mediazione e un bilancio dei morti che continua a salire. La rabbia dei sostenitori di Morsi non si placa: questa mattina il Cairo è teatro di una marcia di protesta a cui hanno preso parte migliaia di manifestanti, diretti verso una base militare della capitale. Partiti dalla moschea Rabaa al-Adawiya, chiedono la fine delle violenze delle forze militari e il ritorno al potere del loro presidente, oggi agli arresti.

Un portavoce dell'esercito ha fatto sapere che le forze armate erano a conoscenza della marcia e che hanno ordinato ai manifestanti di non avvicinarsi alla base. Un ordine per ora ignorato dai sostenitori dei Fratelli Musulmani e che potrebbe portare ad ulteriori violenze. Intanto, si continua a morire a Port Said: ieri gli scontri tra oppositori e sostenitori del deposto presidente islamista si sono conclusi con altro sangue. Tre morti e circa 30 feriti, secondo i dati forniti dal Ministero della Salute. Due delle vittime sarebbero state colpite da proiettili, una terza è morta tra le fiamme di un negozio incendiato perché di proprietà - presunta - di un membro della Fratellanza.

E le proteste - e quindi le violenze - non sono destinate a concludersi: i fedelissimi di Morsi hanno chiamato ad una nuova manifestazione "da un milione di persone" per domani, martedì 30 luglio. Già per stasera è prevista una marcia verso le sedi delle forze armate in tutto l'Egitto per mostrare sdegno per l'uccisione di decine di manifestanti nei giorni scorsi. "Chiamiamo un milione di persone a marciare martedì per 'i martiri del golpe' e gli egiziani a scendere nelle piazze e nelle strade per la loro libertà e dignità, usurpata da un colpo di Stato sanguinoso", si legge nel comunicato dell'Alleanza Anti-Golpe dei gruppi islamisti.

E mentre gli Stati Uniti continuano a tentennare, si muove a piccoli passi l'Unione Europea: l'Alto Rappresentante agli Affari Esteri, Catherine Ashton, farà oggi visita al Cairo per una serie di incontri con le autorità egiziane. La Ashton incontrerà il "burattinaio" della crisi, il capo dell'esercito al-Sisi, il presidente ad interim Mansour e alcuni rappresentanti del partito Giustizia e Libertà, braccio politico della Fratellanza Musulmana.

Una visita che giunge insieme alla notizia dell'arresto di altri due membri del partito Wasat, affiliato al governo dei Fratelli Musulmani: si tratta del leader del partito, Aboul Ela Madi, e del suo vice, Essam Sultan, entrambi ricercati dalla magistratura e arrestati al Cairo. Saranno portati nella stessa prigione dove è detenuto Mubarak. E dove è detenuto il suo successore Morsi, vittima dello stesso destino


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Liberi gli assassini di Aldrovandi. Il Coisp: “bentornati”

Per Paolo Forlani e Luca Pollastri, gli unici due tra i quattro poliziotti finiti in carcere perché ritenuti colpevoli dell’omicidio, il 25 settembre del 2005 a Ferrara, del diciottenne Federico Aldrovandi durante un controllo di polizia, il fine pena scatterà domani e dopodomani.

Dopo un lungo e tortuoso processo, e vari tentativi di depistaggio delle indagini da parte anche di loro colleghi, furono condannati a 3 anni e 6 mesi per eccesso colposo nell'omicidio colposo del ragazzo. I due agenti stavano scontando, loro in carcere mentre gli altri due colleghi Monica Segatto ed Enzo Pontani ai domiciliari, i sei mesi di pena residua dopo l'applicazione dello scontro di pena e dell’indulto di tre anni. Dunque dopo le pratiche di rito, con le notifiche dell'ordine di scarcerazione, per il fine pena, usciranno dal carcere dell'Arginone Luca Pollastri (domani) e Paolo Forlani (martedì). Monica Segatto è da tempo agli arresti domiciliari (anche per lei comunque scatterà il fine pena in questi giorni) mentre per Pontani, la cui condanna esecutiva e la conseguente carcerazione scattò quasi un mese dopo gli altri per un cavillo tecnico, la libertà arriverà comunque a fine agosto. Inizialmente tutti e quattro gli agenti erano stati mandati in carcere per decisione del Tribunale di Sorveglianza di Bologna che ha respinto la richiesta dei loro difensori di concedergli misure alternative. Più tardi però, per due di loro, ci hanno pensato i Tribunali di Sorveglianza di Padova e Milano a concedere i domiciliari in applicazione delle norme del cosiddetto ''svuota-carceri''

Con il fine pena si esaurisce la fase penale (processi, condanne e pene) del caso Aldrovandi, mentre restano ancora da applicare le sanzioni amministrative decise dal ministero degli Interni con il provvedimento disciplinare a carico dei quattro agenti, che prevedeva la sospensione di sei mesi dal servizio. Per i quattro agenti è ancora pendente il giudizio davanti alla Corte dei Conti dell'Emilia-Romagna, poiché la procura regionale della magistratura contabile contesta ai quattro poliziotti un'ipotesi di danno patrimoniale per il risarcimento che il ministero dell'Interno ha pagato ai familiari del giovane ferrarese: una cifra che si avvicina ai due milioni di euro motivata dai danni materiali e di immagine che vi sarebbero stati per la polizia e l'istituzione.

Non si è fatta attendere l’entusiastica reazione al fine pena da parte del sindacato di estrema destra della polizia, il Coisp, che ha sempre sostenuto i quattro agenti condannati per la morte del giovane Aldrovandi. ''Domani sarà un giorno speciale. Non solo perché finalmente torneranno completamente liberi i colleghi travolti dalla drammatica vicenda di Federico Aldrovandi, ma anche perché registreremo il primo caso in Italia di condannati per mera colpa che scontano fino all'ultimo secondo della loro pena non in libertà. Finalmente la storia ha trovato qualcuno a cui far sentire tutta la severità della legge che diventa spietatezza… quando si deve rispondere all'onda emotiva che si leva dalla piazza ed alla voglia di vendetta di qualcuno che evidentemente conta più degli altri''. Questo è stato ciò che è riuscito a scrivere Franco Maccari, Segretario Generale del Coisp, in questi giorni.

''Rimane e rimarrà sempre, come monito per tutti gli altri appartenenti alle Forze dell'Ordine, il trattamento da criminali incalliti riservato ai colleghi'', aggiunge Maccari, ''gli unici entrati in carcere in Italia per scontare una condanna subita per una contestazione colposa negli ultimi 40 anni''. Maccari stigmatizza il trattamento subito dagli agenti ''a fronte di indegne concessioni di agevolazioni e trattamenti benevoli quando non di favore a criminali veri'' mettendo l'accento sulle ''storture di un sistema che sembra governato dai media invece che dalle leggi, un sistema in cui il boss dei boss Provenzano può lasciare il carcere duro (anche se le sue condizioni non cambieranno di fatto perché resterà semplicemente affidato alle cure mediche come già è) perché non ce ne sarebbero più i presupposti, ma quattro Poliziotti possono essere tenuti in carcere anche se non ce ne sono i presupposti''.

Insomma per Maccari e il Coisp la tragedia non è che un ragazzo di diciotto anni sia stato ammazzato di botte senza che ve ne fosse motivo, ma che gli assassini siano stati condannati a scontare nientemeno che sei mesi – sei mesi! – di carcere. E neanche tutti e quattro, ma due soltanto. Davvero un bel modo di concepire la giustizia…

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Crisi, Bundesbank: “L’Italia non è perduta, Roma deve prendere delle decisioni”

Il portavoce dell'istituto centrale tedesco: "In Germania 10 anni fa avevamo 5 milioni di disoccupati, molti pensavano che per i giovani non ci sarebbe stato futuro e che il Paese era spacciato. Oggi non abbiamo abbastanza giovani per coprire tutti i posti di lavoro qualificati che abbiamo da offrire".

“Il ritorno alla Lira sarebbe un disastro per l’Italia, provocherebbe un’inflazione pazzesca. Per andare avanti vi servono riforme strutturali, vi serve una classe politica capace di guardare avanti di 20 anni”. Chiacchiere da bar, al tavolino di Villa Vigoni (centro Italo-Tedesco per l’eccellenza europea),  dove questo fine settimana si è svolto un seminario sulla Germania, raccontata da alcuni esponenti di spicco del mondo politico, culturale ed economico. La tappa italiana dell’euro tour tedesco avviene ad un paio di mesi dalle elezioni che si terranno in Germania il prossimo 22 settembre, quando si decideranno le sorti di Angela Merkel e del suo governo. Gli analisti teutonici, senza lasciarsi andare a previsioni, assicurano che in tema di politiche comunitarie nulla cambierà, qualunque dovesse essere la coalizione chiamata a governare.

Lo ha puntualizzato il professor Eckart Stratenschulte, direttore dell’Europaische Akademie Berlin: “I partiti anti euro non hanno attecchito in Germania, l’Afd probabilmente non riuscirà nemmeno a superare lo sbarramento. I principali partiti dei due schieramenti Cdu, Fdp, Spd e Grune sono tutti sulla stessa posizione nei confronti dell’Europa, quindi su questo fronte dopo il 22 settembre non cambierà nulla, comunque vadano le cose”. Una cosa è chiara: la Germania non vuole rinunciare all’euro e all’Europa, facendone quasi una ragion di stato. Un proposito difficile da mettere in atto quando ci si deve confrontare con l’opinione pubblica. I tedeschi non vogliono pagare il prezzo della difesa dell’euro, vittime forse del complesso dei primi della classe, convinti di essere gli unici a tirare il carretto mentre italiani, greci, spagnoli e portoghesi stanno in spiaggia a tirare sera.

Allora la ricetta è quella presentata da Michael Best, portavoce del presidente della Deutsche BundesBank, che ha tenuto un intervento sul tema “Salvare l’euro, ma come? Posizioni tedesche sul futuro dell’Unione monetaria”. Posizioni che sono tutte rigore e disciplina e che non lasciano spazio a sguardi compassionevoli verso gli Stati in difficoltà. Ma è a margine che emergono le valutazioni più sincere, meno formali e meno ingessate di quelle pronunciate al microfono del convegno: “In Germania 10 anni fa avevamo 5 milioni di disoccupati, molti pensavano che per i giovani non ci sarebbe stato futuro e che il Paese era spacciato. Oggi non abbiamo abbastanza giovani per coprire tutti i posti di lavoro qualificati che abbiamo da offrire. Alla base della crescita ci sono le riforme strutturali, noi abbiamo saputo farle, ora tocca anche a voi. Il rigore da solo non basta. Non serve a niente mettere nuove tasse se non agisci sulle politiche del lavoro, sulle politiche industriali, sulla formazione e la giustizia. Per fare crescere il Paese bisogna guardare avanti di anni”.

Insomma, secondo la BundesBank, la banca federale tedesca, non tutto è perduto in Italia, nemmeno con l’enorme gap di credibilità dovuto ad una classe politica troppo impegnata a parlarsi addosso per accorgersi che il Paese, per tornare a respirare, ha bisogno di un impulso forte: “Il vostro problema più grosso è proprio la politica – continua Best – ma non può arrivare nessuno da Bruxelles o da Francoforte a fare le riforme per voi. È a Roma che devono capire quali sono le priorità e prendere delle decisioni che sappiano ridare credibilità al vostro Paese e alla vostra economia”. Decisioni prese oggi per il bene di domani, non semplici toppe per coprire le falle provocate in decenni di gestione allegra, ma riforme per crescere.

In senso più generale il destino dell’euro, secondo la posizione ufficiale della Banca federale tedesca, è legato al consolidamento del trattato europeo e all’irrigidimento delle regole di bilancio che in passato sono state interpretate troppo generosamente: “Bisogna rompere il legame tra le banche e gli Stati ed eliminare la garanzia implicita di cui godono le banche, definendo una chiara cascata delle responsabilità. Se una banca fallisce non possono pagare i contribuenti, ma azionisti e creditori devono farsi carico delle perdite e se una banca non riesce a stare in piedi è giusto che esca dal mercato”.

Per stabilizzare l’Unione monetaria bisogna seguire esclusivamente il principio della responsabilità. Ciascuno deve essere responsabile delle proprie azioni e la forza delle decisioni. Banche o Stati che siano. “Nella zona euro non c’è sempre stato questo equilibrio tra responsabilità e decisioni – ha continuato Best -. Le perdite di molte banche sono state sostenute dai contribuenti di molti Paesi”. Una regola aurea, che deve valere sempre: “Ogni paese membro deve provvedere autonomamente a che la propria economia sia produttiva e competitiva e che le finanze statali siano solide nel lungo periodo. Ogni paese deve essere in grado di assorbire con le proprie forze gli shock congiunturali. Sono obiettivi ambiziosi che dovrebbero esser ovvi. L’euro potrà avere vita lunga solo quando ogni paese garantirà da solo i presupposti della propria adesione”.

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I soliti discorsi da paraculi che vogliono far sembrare l'UE un sistema che offre a tutti i paesi membri le medesimo opportunità. Peccato che le basi di partenza dei singoli stati siano estremamente diverse e l'unione europea sia costruita per evitare qualsiasi forma di armonizzazione tra realtà tanto discordanti.  Al capitalismo tedesco tutto questo viene ovviamente benissimo,visto che la Germania sguazza nel dividi et impera.

Tre milioni di lavoratori obbligati al "nero"

Quasi tre milioni di lavoratori in nero che producono più di 102 miliardi di Pil irregolare all’anno, equivalente al 6,5% di quello nazionale, occultando al Fisco 43,7 miliardi di euro di gettito.
Tanto peserebbe in termini economici il lavoro sommerso in Italia secondo una ricerca condotta dalla Cgia di Mestre su dati al 2011, per la quale in generale è tutto il Sud a soffrire la presenza dell’economia irregolare.
Il fenomeno, evidenzia lo studio, coinvolge tutti: lavoratori dipendenti che fanno un secondo lavoro, cassaintegrati o pensionati che arrotondano i loro esigui assegni mensili, disoccupati che in attesa di rientrare ufficialmente nel mercato del lavoro racimolano delle entrate attraverso un’attività irregolare, e con la crisi economica, ha spiegato il segretario dell’associazione Giuseppe Bortolussi, l’economia sommersa ha fatto segnare una ”forte impennata: in questi ultimi anni chi ha perso il lavoro non ha avuto alternative e per mandare avanti la famiglia ha dovuto ricorrere a piccoli lavoretti per portare a casa qualcosa”.

Un ammortizzatore sociale. Quasi metà delle tasse occultate al Fisco dal lavoro irregolare, 19,2 miliardi su 43, è concentrato nel Sud del Paese.
Nello specifico, la regione con la maggior “incidenza del valore aggiunto da lavoro irregolare sul Pil” è la Calabria (18,6%), dove per ogni singolo residente si registrano 1.375 euro di imposte evase, seguita dalla Basilicata (14,7%, con “appena” 45.600 lavoratori in nero), dove per ciascun residente le tasse che mediamente vengono a mancare sono pari a 1.174 euro all’anno e, al terzo posto, dal Molise (14,6%, con 27.000 lavoratori irregolari), regione in cui le imposte non versate per residente ammontano a 1.282 euro all’anno.
“Con la presenza del sommerso la profonda crisi che sta colpendo il Paese ha effetti economici e sociali meno pesanti di quanto non dicano le statistiche ufficiali”, ha aggiunto Bortolussi, e “nel Mezzogiorno possiamo affermare che il sommerso costituisce un vero e proprio ammortizzatore sociale”.

Le analisi quantitative della Cgi di Mestre sono sempre frutto di un buon lavoro, mentre le "spiegazioni" riflettono sempre il punto di vista delle "imprese artigiane regolari", quelle che pagano le tasse.

Parlare del lavoro nero "come "ammortizzatore sociale", per esempio, può avvenire soltanto dentro una prospettiva "borghese perbene", dimenticando che è il livello bassissimo di salari, pensioni, cassa integrazione a favorire la "disponibilità" di forza lavoro in nero. Là dove invece il reddito sociale (pensioni e assegni di disoccupazione) è migliore, questo fenomeno è assai minore.

Il secondo rilievo necessario riguarda il silenzio sul fatto che comunque sono le imprese a richiedere prestazioni in nero. Non soltanto per non pagare le tasse, ma soprattutto per pagare salari da fame per i "lavoretti", senza peraltro dover assumere i ben pochi impegni "imprenditoriali" previste dalle 43 forme di lavoro precario "legalizzate in Italia" (grazie al "pacchetto Treu" del centrosinistra e alla "legge 30" del centrodestra).

Insomma, descrivere il lavoro sommerso come una "responsabilità" di quei lavoratori troppo poveri per astenersi dal farlo, è davvero insopportabile.

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Riparte un fragile negoziato israelo-palestinese

I negoziati bilaterali israelo-palestinesi riprenderanno questa sera a Washington. L'annuncio è stato dato ieri dopo il via libera giunto da entrambe le parti.

Si tratta di un incontro preliminare tra i due caponegoziatori, l'israeliana Tzipi Livni e il palestinese Saeb Erekat. A mediare ci saranno gli Stati Uniti attraverso l'ex ambasciatore a Tel Aviv Martin Indik, nominato nuovo inviato speciale in Medio Oriente. E' probabile a un certo punto anche il coinvolgimento diretto del Segretario di stato John Kerry che il 19 luglio, al termine della sua sesta missione nella regione, aveva annunciato la ripresa delle trattative.

La strada però è tutta in salita e pochi, tra israeliani e palestinesi, credono che i colloqui porteranno a un accordo definitivo dopo decenni di conflitto e di fronte alla distanza tra le due parti su questioni centrali come lo status di Gerusalemme e il futuro di 5 milioni di profughi palestinesi che chiedono di tornare ai loro centri abitati ora in territorio israeliano.

Ieri negoziatori e mediatori hanno avuto un primo assaggio delle difficoltà. Il governo israeliano si è spaccato sulla proposta presentata dal premier Netanyahu di dare il via libera alla scarcerazione di 104 prigionieri politici palestinesi in carcere da più di 20 anni, accogliendo la richiesta del presidente palestinese Abu Mazen. Solo dopo sei ore di un dibattito drammatico il primo ministro ha ottenuto il voto favorevole. Netanyahu ha dovuto però impegnarsi con i suoi ministri che sarà un referendum a decidere l'approvazione di qualsiasi futuro accordo con i palestinesi.

Le remore sono molte e la fiducia reciproca scarseggia. La liberazione dei 104 palestinesi avverrà in quattro scaglioni: il primo fra una decina di giorni, l'ultimo fra otto mesi circa. Un ministro israeliano ha minacciato che se nel frattempo i palestinesi compiranno "provocazioni", ad esempio, rivolgendosi alle istituzioni internazionali per realizzare i loro diritti, le liberazioni si fermeranno. La spinosa questione della scarcerazione di palestinesi con cittadinanza israeliana sarà rinviata fino all'ultimo. Nelle stesse ore in cui il governo Netanyahu è rimasto riunito, centinaia di israeliani ultranazionalisti e alcuni parenti di vittime di attentati palestinesi protestavano in strada e inondavano di sms i ministri contro la scarcerazione dei prigionieri politici. Contemporaneamente a Ramallah 2 mila palestinesi contestavano Abu Mazen perché torna alle trattative senza aver ottenuto lo stop all'espansione delle colonie israeliane e senza la garanzia che i colloqui saranno fondati sulla legalità internazionale e le "linee del 1967" che dividevano Israele e i Territori occupati.

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lunedì 29 luglio 2013

Stairway to Heaven


Non l'ascoltavo da una vita, ora la trovo molto più comunicativa di qualche anno fa, merito sicuramente mio che sento con orecchie diverse.
Forse è giusto il momento di rispolverare un po' di materiale accantonato, magari troppo frettolosamente, in passato.

Tra guru ed apprendisti stregoni: la necessità della rottura!

Nei giorni scorsi il guru Gianroberto Casaleggio ha lanciato l’allarme circa la possibilità di un autunno italiano animato da tensioni e rivolte a causa dell’incrudirsi dei fattori di crisi economica e dell’assenza di una adeguata risposta sociale da parte del governo e delle istituzioni.

Come al solito attorno a queste dichiarazioni si è scatenata l’ipocrita esecrazione di quanti interpretano ogni lettura della crisi che alluda al conflitto come un oltraggio ai sacri valori dell’ordinamento costituito e dell’inviolabilità di questi (odiosi) rapporti sociali.

Tutto l’armamentario giornalistico e della persuasione occulta delle coscienze è stato scomodato dai vari opinion maker dei grandi mezzi di informazione per svilire, ridimensionare e – in alcuni casi – scopertamente criminalizzare le affermazioni del guru cinque/stellato.

Casaleggio nella sua intervista intravede che nei prossimi mesi il sistema economico italiano sarà scosso da una sorta di shock che potrebbe generare una ridefinizione della rappresentanza politica ed un emergere di forme di rivolte/tumulti che segnerebbero una trasformazione delle modalità di esemplificazione della politica che scivolerebbero, inevitabilmente, in forme confuse di disordini e rivolte.

Qualche giorno dopo il presidente della Regione Campania, Stefano Caldoro, nel recepire l’allarme di Casaleggio si è spinto a precisare che, secondo lui, sarà la Campania e, specificatamente, l’area metropolitana napoletana il probabile fulcro da cui potranno lievitare queste radicali proteste.

Rispetto a queste dichiarazioni – che sembrano boutade estive – la prima sensazione che abbiamo avvertito è stata quella di rispondere con una promessa ed una forma di impegno collettivo: non vi deluderemo e faremo il massimo per far concretizzare queste previsioni che turbano i vostri sogni!

Subito dopo, però, passata la sacrosanta contrapposizione umorale che occorre avvertire nei confronti di questi apprendisti stregoni proviamo a ricapitolare alcuni concetti che possono aiutarci a comprendere lo scenario sociale prossimo venturo e la funzione che, come soggettività comunista organizzata, dovremmo essere in grado di dispiegare.

E’ certo, e lo segnalano tutti gli indicatori statistici, che nei prossimi mesi il capitalismo tricolore ed il complesso degli interessi dell’Azienda/Italia andranno incontro ad un nuovo ciclo di difficoltà derivanti dall’accentuarsi di alcune caratterizzazioni peculiari di questo scorcio della crisi del capitale.

Molte stime di crescita, sia quelle afferenti al versante generale e sia quelle dei vari segmenti economici dei diversi macrocomparti, sono date ulteriormente al ribasso nonostante le previsioni effettuate nei mesi scorsi erano state prudenti e poco avvezze a funamboliche quanto impossibili trend lineari e virtuosi.

Cresce il numero dei cassaintegrati e del complesso delle figure espulse dal mercato del lavoro che devono ricorrere al sistema degli ammortizzatori sociali il quale, come è noto, è, oramai, una specie di coperta corta che non è in grado di coprire le continue emergenze occupazionali che si determinano a causa della chiusura di imprese e del ridimensionamento di molte strette dall’accentuarsi della competizione globale.

Si vanno diffondendo, come è accaduto recentemente a Milano - a ridosso dell’affaire Expo - tipologie contrattuali che nella loro esplicitazione pratica sono vere e proprie forme di schiavitù legalizzate le quali forzando l’abusata segmentazione/frantumazione del mercato del lavoro danno vita a rapporti lavorativi veramente semi schiavistici.

L’intero sistema dei servizi – particolarmente il trasporto pubblico locale e il servizio sanitario nazionale – sono sotto l’effetto dei tagli, delle privatizzazioni e del peggioramento della qualità del servizio a causa del combinato disposto tra i diktat della Troika e il cosiddetto rispetto ossessivo e parossistico dei tetti di bilancio.

Si delinea, insomma, uno scenario dove un dato sarà immanente e certo, oltre le cortine fumogene della propaganda e della mistificazione della comunicazione deviante del capitale: il peggioramento costante delle condizioni di lavoro e di vita.

E’ evidente che la funzione teorica, politica ed organizzativa di chi, costitutivamente, ha scelto l’impresa collettiva della trasformazione sociale e della costruzione del conflitto resta quella di favorire, dentro il palesarsi dei dispositivi della crisi, la generalizzazione di ogni forma di insubordinazione e di rottura di questa narcotizzante e disciplinante pace sociale.

Da questo punto di vista, vogliamo dirlo con la necessaria nettezza, ben venga lo sviluppo di potenti movimenti di lotta ed anche lo scoppio di moti di piazza che, finalmente, provano ad assimilare e riconciliare il nostro paese alle mobilitazioni in corso nell’area Euro/Mediterranea.

Il problema, però - l’autentico rompicapo teorico di questo auspicabile passaggio - resta come trovare un percorso di generalizzazione/articolazione di questa esigenza politica la quale deve trovare forme e modalità nuove per mettere in connessione tra loro le tante vertenze sociali e sindacali che animano i nostri territori.

All’oggi il sentimento prevalente, anche tra chi alimenta conflitti e vertenzialità, resta quello di un ancoraggio alle tematiche locali, agli specifici interessi territoriali ed ad un orizzonte ristretto che non coglie l’unitarietà del complesso dell’offensiva padronale e governativa. Molti compagni ed attivisti danno l’anima in mobilitazioni che restano, spesso programmaticamente, rinchiusi in ambiti che non comunicano con la generalità della composizione di classe e con l’intero universo delle conseguenze pratiche e quotidiane delle moderne forme dello sfruttamento capitalistico.

Nei mesi scorsi abbiamo coniato il termine “sinistra a kilometro zero” non per deridere ma per evidenziare una logica politica che resta, comunque, ancorata alla logica del “minimo sforzo” e dell’inconsapevole auspicio di un possibile temperamento degli aspetti più ferocemente antisociali della crisi.

Questo dato non sarà possibile eluderlo in maniera volontaristica o ideologica ma andrà acquisito e, possibilmente superato, dentro una processualità sociale e forme di sperimentazione organizzative che dovranno prevedere un intervento a tutto tondo che provi a legare le questioni sindacali con quelle della cittadinanza, quelle attinenti alla sovrastruttura ai temi etici e culturali, quelle della “vecchia” e della “nuova” composizione di classe dentro le attuali collocazioni della crisi globale e della contemporaneità del modo di produzione capitalistico.

Insomma sarà dentro l’ulteriore passaggio del corso della crisi che dovremo mettere a valore le riflessioni che abbiamo accumulato e discusso in questi anni.

Davanti a noi si staglia - in maniera autenticamente oggettiva - una interessante materia sociale che potrà essere il banco di prova per testare le elaborazioni circa la pratica del sindacalismo metropolitano, della confederalità sociale, dell’organizzazione meticcia del conflitto e della costruzione/riqualificazione di una rappresentanza politica degli interessi popolari incardinata all’autonomia ed all’indipendenza dalle vigenti compatibilità del mercato.

Certo – a scanso di equivoci - anche noi tifiamo rivolta: nei posti di lavoro, nei territori e nella intera società!

Ma, da comunisti - senza spocchia ma con un senso di responsabilità generale - a differenza dei guru o degli interessati apprendisti stregoni, non possiamo limitarci all’osservazione/partecipazione alle espressioni della variegata fenomenologia sociale ma dobbiamo (dovremmo) essere in grado di definire, nella pratica vera, percorsi di lotta, di critica e di trasformazione capaci di connettersi sapientemente con le situazioni che si squadernano e che, spesso, si palesano con forme spurie ed inedite di espressione.

Sarà questa la porta stretta che nel prossimo autunno dovremmo essere in grado di individuare e comprendere ancora prima di attraversare le mobilitazioni e le modalità dello scontro.

Su alcune questioni ed appuntamenti, però, non partiamo da zero anzi stanno venendo a frutto alcune nostre elaborazioni su cui in questi anni ci siamo interrogati anche assieme ad altri interlocutori politici e sociali, nei movimenti ed oltre.

Le tante vertenze in atto, il processo di costruzione di Ross@, le scadenze dello sciopero generale del sindacalismo conflittuale e la manifestazione, sotto i palazzi del potere, chiamata dai movimenti per il diritto all’abitare e per il reddito, sono alcuni punti qualificanti dell’agenda politica dei prossimi mesi su cui ci sentiamo fortemente impegnati.

Sarà, quindi, in tale crogiolo che dovrà sostanziarsi una soggettività comunista agente per attualizzare la sua prioritaria ragione sociale che resta quella della rottura rivoluzionaria a partire dal suo anello debole ossia dai paesi dei Pigs e dell’area Euro/Mediterranea. Una linea di condotta da alimentare in una cornice internazionale ed internazionalistica fuori da ogni incartapecorita narrazione di mitologie consumate e mortalmente mortificate da una sinistra compatibilizzata, eurocentrica ed occidentalizzata.

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Bei discorsi però cazzo mondarli dal dizionario maroniano sarebbe d'aiuto per la comprensione del testo e anche per il semplice proselitismo, perché se io fossi il primo che passa per strada, dopo aver letto sta roba qui penserei che i comunisti sono dei fabbricatori di supercazzole.