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martedì 30 aprile 2013

I won't forget you


Sintomi e pericoli

Gli spari davanti Palazzo Chigi sono quello che sembrano: un sintomo. La loro oggettiva importanza politica traspare dalle onde reattive che provocano, le quali rivelano molto sul potere politico e la sua (in)capacità di trovare soluzioni alla malattia del paese; quindi sull'incapacità a far rientrare anche i sintomi.

Al contrario, quello che abbiamo visto in opera tra ieri e oggi – nelle dichiarazioni dei “politici con poltrona” e negli editoriali di molti media mainstream – è l'esibizione di una coazione a ripetere che rifiuta di prender atto dei problemi nella loro specificità e attualità. Una grande esibizione di retoriche pret a porter, riesumate così com'erano 30 o 40 anni fa. Un gran gridare all'emergenza, al pericolo, alla necessità di silenziare le critiche ai governo uscenti o nascenti, e di mettere tra parentesi le tragedia sociali reali per assicurare “serenità” al puro esercizio del potere conto terzi. L'ennesimo tentativo di ridurre il complesso al semplice, un clima generale a colpe individuali. Uno schema collaudato nei decenni, efficace sul piano mediatico immediato, ma alla lunga instupidente.

Proviamo ad andare con ordine.

Il muratore disoccupato che è arrivato davanti al portone del Palazzo è anche il primo che abbia interrotto la catena dei suicidi – tra lavoratori licenziati e piccoli imprenditori falliti – e rovesciato in un gesto disperato “contro la politica” quel “senso comune” che viaggia a fior di pelle. La rottura di ogni legame sociale, ideale, politico, solidale – che è sempre un obiettivo di ogni potere progettualmente debole – da un lato ostacola il formarsi di un'opposizione politica di massa, dall'altro apre la strada a mille percorsi di uscita individuale dal tunnel. Sembra geniale, si sta rivelando invece pericoloso. Non è affatto detto che l'autoeliminazione debba restare l'opzione preferita dai subalterni. Ma lo sfogo individuale, per quanto estremo e omicida, è pur sempre ciò che di meno pericoloso esiste per un sistema di potere. Ci vanno di mezzo, di solito, i “cuscinetti protettivi” schierati intorno ai posti di comando – le forze dell'ordine, ovviamente, ma anche gli impiegati di Equitalia o altri dipendenti di agenzie viste come succursali dello sceriffo di Nottingham – mentre nel “politico con poltrona” risorge per un attimo il brivido del pensiero “in qualsiasi momento potrei trovarmi davanti un disperato armato di pistola invece che di suppliche”. Nulla di preoccupante, le case farmaceutiche forniscono tranquillanti per ogni esigenza...

La reazione “governista” è invece molto più interessante. La “fronda” parlamentare del Pd è immediatamente rientrata (Civati ci farà sapere a ore se obbedisce agli ordini di scuderia oppure chiude qui la sua carriera politica), mentre il malessere della base sofferente dovrà ancora una volta scegliere tra ingoiare quintali di rospi (l'alleato Brunetta compreso) oppure alzarsi da tavola e andare altrove, di solito in pensione, lontano da questa “politica”.

Grillo ha fatto da parafulmine in mancanza di qualcosa di più serio, e la sua recitazione sopra le righe, gonfia di parole tonitruanti e gesti politici prudentemente aventiniani, è diventata la pietra dello scandalo. Come se le Di Girolamo, gli Alemanno, i La Russa e i Cicchitto, le Santanché, le Lorenzin o i Sallusti fossero degli esempi di parlar forbito e understatement.

Se persino Vendola ha cominciato a sentire “puzzetta di regime” vuol dire che il regime è da tempo all'opera. Ma il cervello, il comando, non sta a Palazzo Chigi. E forse non più nemmeno, o soltanto, a Bruxelles. Questo governo, dicevamo prima della “sparatoria”, è frutto di un compromesso in cui gli Stati Uniti hanno deciso di far pesare molto di più i propri interessi. Anche a costo di usare la fogna berlusconiana come massa di manovra temporanea.

Molto sta cambiando sotto i nostri occhi, anche a dispetto di quel che appare evidentissimo: una classe “politica con poltrona” che si chiude a riccio sperando che la tempesta della crisi passi. Molto di più cambierà nei prossimi mesi, quando le (poche) promesse elettorali – tipo “restituiamo l'Imu” e “stimoliamo la crescita” – si tramuteranno in tagli furibondi alla spesa pubblica, riduzione dell'occupazione e permanente assenza di ammortizzatori sociali adeguati (il “reddito minimo di cittadinanza” resta in Italia uno slogan buono per tutti, ma da realizzare mai).

Una sola cosa è facile prevedere: una “classe politica con poltrona” così debole, incollata con lo sputo ma divisa tra competenti e incompatibili, reagirà a qualsiasi contestazione di massa come davanti al muratore disoccupato armato. Invocherà l'intangibilità del proprio potere e delle decisioni imposte dalla Troika, ridurrà ulteriormente i margini di mediazione sociale (i lavoratori di Palermo, venerdì sera, hanno già sperimentato cosa voglia dire), “consiglierà” con maggiore fermezza quale linguaggio i media dovranno adottare (Monti e Napolitano, sul tema, si sono già più volte esibiti in numeri da Minculpop).

Battere questo avversario e questo modo apertamente antidemocratico di governare si può. Ma bisogna avere rabbia calda dentro e cervello freddo in ogni istante. Bisogna cancellare definitivamente sia la ricorrente tentazione del rifugiarsi nel “meno peggio”, sia l'autoreferenzialità da “piccolo gruppo”, pessima eredità di altre epoche.

Un movimento di massa politicamente indipendente può e deve raccogliere e coordinare la marea di conflitti esistenti, di straordinaria tensione sociale ma tutti molto isolati; può e deve mettere in campo una proposta di “politica che non mira alla poltrona”, fatta di mobilitazione sociale e orizzonte anticapitalista. Questa la nostra risposta e la nostra scommessa. A partire dalla prima assemblea, a Bologna, l'11 maggio.

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Niscemi. Oggi nuovi blocchi al Muos, nonostante il governo

Anche oggi, lunedì 29 aprile, con il consueto zelo cui ci aveva abituato la ministra Cancellieri, le forze di polizia hanno bloccato per alcune ore le contrade Apa e Ulmo di Niscemi. E come di consueto la mobilità nell’area è stata possibile solo a piedi e previa identificazione di ciascun passante.

Con l’impiego di nutriti reparti antisommossa, l’intervento in forze delle polizie ha ottenuto lo scopo di consentire a un convoglio composto da numerosi mezzi e uomini di raggiungere la base NRTF dove continua la costruzione, pardon, “la predisposizione” del MUOS.

Nonostante fosse impedito ai cittadini di avvicinarsi, decine e decine di mamme, nonni e attivisti No MUOS stazionavano lungo la strada sin dalle prime ore del giorno. Si sono opposti al passaggio con la semplice e pacifica presenza dei propri corpi lungo il percorso o stendendosi per terra.

Dopo un lungo tira e molla, la resistenza di attivisti e manifestanti è stata vinta e le persone spostate di peso con la consueta grazia dalle solite mani, guantate e non, per essere poi piantonate da numerosi agenti per persona durante il transito del convoglio. Altri agenti, in seguito, hanno provveduto a identificare numerosi manifestanti: una catena di montaggio della repressione governativa in continuità con il precedente esecutivo.

Alcuni attivisti, soprattutto le mamme, hanno avviato una sorta di dialogo con gli uomini dei reparti antisommossa e con i loro dirigenti. Non proprio un dialogo fra sordi, ma che ottiene, al più, le solite risposte: “ci dispiace, davvero, abbiamo famiglia pure noi, ma questi sono gli ordini”.  E ogni tanto un più raro “prendetevela con il governo”. Già gli ordini. Governo nuovo, azioni di sempre.

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Governo. Prima tappa obbligata a Berlino

Neanche il tempo di incassare la fiducia in Parlamento e il nuovo premier Letta sarà già oggi in Germania per ricevere il vero “via libera”. Un prevedibile segnale di subalternità che farà la differenza tra parole e fatti. 


Nella Prima e nella Seconda Repubblica si volava subito a Washington, nella Terza Repubblica occorre andare a Berlino. Cambiano i governi e le fasi storiche ma per i governi italiani serve sempre una legittimazione dall’alto (talvolta anche quella del Vaticano). Enrico Letta oggi riceverà la fiducia alla Camera e subito dopo volerà a Berlino a prendere istruzioni e soprattutto per dare spiegazioni. Angela Merkel è stata tra i primi leader europei che si sono complimentati con Letta per il suo governo, ma nel colloquio telefonico ha invitato subito il neo-premier a Berlino per ''poter parlare più approfonditamente di tutti i temi all'ordine del giorno, soprattutto ovviamente i temi di politica europea'', ha precisato un portavoce del presidente del Consiglio. L'incontro è fissato per oggi alle 17,30 a Berlino, alla fine ci sarà una conferenza stampa. Il portavoce del governo tedesco Steffen Seibert, rende noto che: ''La cancelliera ha parlato con il nuovo presidente del Consiglio Enrico Letta e si è felicitata vivamente con lui per la formazione del governo augurando pieno successo a questo governo''. Come già annunciato nel suo discorso programmatico, dopo la tappa a Berlino, Letta ha in programma una sosta a Parigi e una visita a Bruxelles giovedì. L'obiettivo di questi viaggi è quello di presentare ai partner europei la politica che intende perseguire il nuovo esecutivo: l'Italia intende proseguire nel cammino di riordino dei conti pubblici ma chiede all'Unione europea di pensare alle politiche per la crescita e non solo a quelle di austerity. ''L'Italia rischia di morire di austerità'', ha spiegato ieri Letta. Secondo le indiscrezioni, al presidente francese Francois Hollande il premier chiederà - come ha già fatto Mario Monti durante il suo mandato di primo ministro - di fare asse per chiedere maggiore impegno dell'Unione europea per la crescita. A Bruxelles il premier incontrerà Manuel Barroso, presidente della Commissione europea. E' probabile che in questa occasione Letta faccia presente che l'obiettivo del risanamento è raggiunto e che il suo governo si attende che l'Italia esca dalla procedura d'infrazione. Il presidente del Consiglio nel suo discorso di ieri al Senato ha parlato di un piano straordinario per la ricerca, di soluzione del problema esodati, di reddito minimo per le fasce sociali più disagiate, di nuove politiche industriali, di rilancio degli investimenti pubblici, di congelamento dell'Imu e dell'Iva senza spiegare dove verranno trovate le risorse per fare tutto questo. E' probabile che le visite a Berlino, Parigi e Bruxelles servano a Letta per saggiare quali sarebbero le reazioni europee alla richiesta da parte italiana di poter usufruire, come e' accaduto a Francia e Spagna, di una dilazione di due anni per il rientro dal deficit, un passaggio obbligato sul quale Letta si gioca la credibilità del rapporto tra le parole e i desideri annunciati in Parlamento e la possibilità materiale di praticarli, Troika permettendo.

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Peccato che posticipare il rientro dal deficit di qualche anno faccia fresco ad una crisi che è sistemica.

L’Egitto della protesta

Duemila azioni di protesta, dai sit-in pacifici agli scioperi (pensiamo a quelli di Port Said e del Delta del Nilo) sino alle manifestazioni cairote e ai durissimi scontri mortali con l’uso di armi da parte di polizia e manifestanti, come ad Al-Ittihadiya durante l’assedio di dicembre al Palazzo presidenziale.
Il polso sociale dell’Egitto 2012 è riassunto in un documento del Centro Egiziano per i Diritti Sociali ed Economici diffuso in queste ore. Il 36% delle proteste hanno richiesto aumenti salariali e si sono sviluppate con cinque tranche di scioperi lunghi, mentre 380 azioni erano animate da disoccupati che reclamavano lavoro. Invece in 111 casi si additavano corruzione e carenze operative di manager. Non tutto è buio nel resoconto degli attivisti egiziani del lavoro che hanno vinto alcune battaglie come quella per la rinazionalizzazione di alcune compagnie private (Omar Effend, Assiut Cement, Tanta Flax and Oil Company, Nile Ginning Cotton Company) seppure il rovescio della medaglia riguarda l’applicazione di tali sentenze rimaste spesso inevase. Quella relativa alla Tanta Flax ha visto un diretto intervento del governo nella persona del premier Qandil ma non si è tuttora sbloccata. Il malcontento sociale non si placa e anche quest’anno le cifre sono già altissime.


Una statistica del Development Centre, ennesima organizzazione dei diritti, conteggia una quarantina di proteste giornaliere riferite ad altrettante categorie sociali. Gran parte dei rinnovati scioperi sono rivolti a  carovita e aumento del prezzo del carburante mentre negli ultimi due anni i temi sociali (bassi salari, mal funzionamento dei servizi come quello sanitario e dei trasporti) s’alternavano alle più note questioni politiche sullo strapotere della Fratellanza Musulmana, la contestata Carta Costituzionale e la contrapposizione fra partititi laici e blocco islamico. Ovviamente l’alto livello d’insoddisfazione che alimenta le contestazioni è direttamente correlato alle enormi aspettative introdotte dalla ‘Rivoluzione del 25 gennaio’ cui non sono seguiti sensibili trasformazioni nella  quotidianità. Le iniezioni di capitali per rilanciare investimenti economici, dai famosi prestiti del Fmi ad altri finanziamenti targati Usa, petromonarchie (ultimamente è in ballo un accordo col Qatar per 3 miliardi di dollari), Turchia e Iran hanno continuamente oscillato sul filo della concessione in cambio di contropartite, d’interesse monetario o geopolitico. L’amministrazione Mursi sta disattendendo troppe questioni e la sua supremazia elettorale non è più così scontata. Forse per questo la data delle consultazioni continua a slittare.

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Bisogna riconoscerlo, tanto di cappello alla popolazione egiziana. 

Cosa c’è dietro l’attentato di Roma?

Nelle tre ore immediatamente successive all’attentato di Roma, sul web impazzavano articoli che sospettavano la mano dei servizi segreti: siamo un paese con una tradizione “importante” in questo senso e la suggestione dell’attentato, durante il giuramento del governo peggiore della storia repubblicana, spingevano in questo senso. Anche io, nell’immediatezza, avevo drizzato le orecchie per capire di cosa si trattasse, ma, a costo di deludere i miei lettori, devo dire che i servizi – sia italiani che stranieri – non c’entrano nulla con questa storia, che non è un episodio di strategia della tensione, ma l’ennesima manifestazione del dramma sociale nel quale stiamo sprofondando.

Ovviamente, è possibile che mi sbagli e che dietro questo ci sia una diabolica trama finalizzata a chissà cosa, ma, allo stato delle conoscenze, tutto lascia pensare che le cose stanno esattamente come sembrano: una persona psichicamente fragile, esasperata da fallimenti personali e rovinata dal gioco d’azzardo che tenta un grido disperato di protesta contro la casta e finisce per ferire (speriamo in modo curabile) un povero disgraziato come lui, che sta lì per guadagnarsi uno stipendio con cui far vivere la famiglia.

Da militante della sinistra radicale, non amo l’Arma dei Carabinieri, ma ho un moto di rivolta contro la profonda ingiustizia di un uomo che paga, casualmente per colpe di altri. Quel che mi suscita una sincera pietà umana, che sarebbe assai più tiepida in altri casi.

E qui tocchiamo il vero tasto politico di questo caso. Un deputato del M5s si è azzardato a dire che molti pensano che se Luigi Preiti avesse sparato ad un ministro la cosa non avrebbe suscitato nessuna indignazione. Subito si è levato il coro dei suoi colleghi: “Vergogna! Dimettiti!”. Ma le cose stanno proprio come dice quel deputato: questa mattina, nel bar dove ho preso un caffè, nell’ufficio postale dove ero andato, nella metro ho ascoltato un coro unanime: “Se avesse beccato un ministro avrebbe fatto una cosa santa!”. Perché l’odio per i politici (l’odio, non il generico dissenso di cui dice Vendola: non è il caso di edulcorare le cose) è una realtà.

Alemanno ha ragione di dire che quello che è accaduto ha dietro questa spinta, dove sbaglia è nel pensare che questo odio per i politici sia il prodotto di qualcuno che lo aizza (il M5s), perché non capisce che i massimi ispiratori di quell’odio sono proprio i politici in questione, con la loro incompetenza, avidità, disonestà, grettezza, ignoranza, impresentabilità, arroganza, incapacità. Cari politici nostrani, siete umanamente spregevoli, avete ridotto alla miseria centinaia di migliaia di persone con le vostre scelte politiche sbagliate, state portando il paese al fallimento con le vostre decisioni, non avete avuto la sensibilità di diminuirvi i vostri pingui stipendi di 1 euro mentre avete tagliato sulla spesa pensionistica e sanitaria e magari vorreste essere “amati”?

Il vero guaio è che la gente ha confuso l’odio (meritatissimo) per i politici, con l’odio (sbagliato) per la politica e reagisce con sentimenti elementari e non meditati. Questo provoca quel vuoto di azione collettiva che apre la porta ai gesti disperati individuali che non servono ma, anzi peggiorano le cose. Il problema non è di ordine morale ma, appunto, politico. Dal punto di vista morale questa classe politica meriterebbe ben altro, ma, ragionando per estremo,  se anche impiccassimo ai lampioni per strada tutti i componenti della casta, i nostri problemi non sarebbero risolti, sia perché resterebbe poi il conto da regolare con i banchieri, sia perché poi dovremmo sostituirli e non abbiamo una classe dirigente di ricambio. E, in ogni caso, dovremmo trovare una via di uscita da questa crisi. Il che non è affatto semplice, anche in assenza delle bestialità di questo ceto politico.

Il problema dell’assenza di alternativa sta diventando drammatico ed è quello che alimenta in modo esponenziale la disperazione sociale. Da questo punto di vista, i danni maggiori, duole dirlo, non vengono dai Berlusconi, dai Monti o dai Maroni e neppure dai Bersani o dai Letta, ma proprio dalla punta di sinistra del sistema, come quei giovanotti rampanti che si compiacciono di farsi chiamare “giovani turchi” senza reagire e questo già dice molto sulla loro vacuità. Chiarisco il punto: se qualcuno, per magnificare il loro spirito innovativo e quasi “rivoluzionario” li avesse chiamati “le nuove Brigate rosse” o, per dire del loro “estremismo” radicale li avesse detti “i nuovi nazisti”, essi sarebbero insorti, rigettando un’etichetta del genere.

Invece, si pavoneggiano nel nome di “giovani turchi” come se quel nome non si riferisse ad un gruppo di criminali che ha sterminato un milione e mezzo di armeni (a proposito: sono pienamente solidale con la comunità armena che ha protestato per questa mancanza di sensibilità). Il dubbio è che i baldanzosi giovanotti in questione non sappiano nulla né dei giovani turchi veri né dello sterminio degli armeni, perché, in realtà, la loro ignoranza è pari solo alla loro sconfinata ambizione e inconsistenza.

Sembravano i più decisi e ferventi oppositori del governissimo con il Pdl ed ecco lì Orlando che si accomoda giulivo nella poltrona ministeriale. Si dichiaravano i più fieri avversari di Renzi ed eccoli lì a fare il “patto generazionale” come se fossero Forlani e De Mita a San Ginesio. Il loro padre nobile, Fabrizio Barca si è spinto a dire che lui e Renzi sono complementari. Ed ha detto la verità – mica vero che i politici mentono sempre! – perché lui ed il rottamatore sono le due facce di un unico nulla. Ma vi pare che si possa sperare qualcosa da uno che, in un manifesto politico, si esprime con termini come “catoblepismo”, “élite estrattiva” ecc.?! Mi sembra il fratello scemo di Lucio Magri (con tutto il rispetto per la buonanima che era un politico di qualità, nonostante certe debolezze snob). Come dire: dalla “sinistra di governo e di lotta” alla “sinistra di malgovero e di salotto”.

I Fassina, gli Orlando, gli Orfini sono destinati a dissipare il loro seguito nel partito mentre fanno le belle statuite del governo Berlusconi – Letta.

Giovani turchi? Meglio “giovani pagliacci”.

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I grassetti sono del sottoscritto.

Afghanistan: dalla Cia un fiume di denaro a Karzai

Un fiume di denaro, per oltre un decennio, ha raggiunto in segreto gli uffici del presidente afghano Hamid Karzai: valigette, zaini o anche buste di plastica piene di dollari inviate quasi ogni mese dalla Cia, per 'oliare' il suo accesso al Palazzo di Kabul.

I risultati, però, non sembrano essere affatto quelli sperati. Si tratta di decine di milioni di dollari, secondo quanto ha rivelato oggi il quotidiano statunitense New York Times, utilizzati dalla Central Intelligence Agency per 'comprare influenza', ma che invece hanno alimentato la corruzione e il potere di signori della guerra e di alcuni uomini politici che hanno collegamenti con il traffico della droga e con i talebani, ostacolando di fatto la 'exit strategy' degli Usa dall'Afghanistan.

Nel giro di alcune ore, Karzai ha replicato affermando in un comunicato di aver ricevuto effettivamente negli ultimi 10 anni aiuto finanziario dagli Usa per il suo Consiglio di Sicurezza Nazionale, ma si è trattato di cifre ''ragionevoli'' e non ''esorbitanti'', che sono state usate con differenti finalità, compresi ''trattamenti per gli agenti feriti, affitto di sedi e altri obiettivi operativi''.

Secondo la definizione di Khalil Roman, vice capo di gabinetto di Karzai dal 2002 al 2005, si tratta invece di ''soldi fantasma'', che ''arrivavano in segreto e uscivano in segreto'', e che secondo un funzionario Usa, citato in forma anonima dal NYT, hanno fatto si che ''la maggiore fonte di corruzione in Afghanistan sono stati gli Stati Uniti''. Oltre ai dollari della Cia - di cui seppur non su questa scala e non con questa regolarità già era noto - nel Palazzo di Kabul sono arrivate per molti anni anche borse di soldi inviate da Teheran, come ha riconosciuto tempo fa lo stesso Karzai. Ma invece di aprire un canale privilegiato per contribuire al processo decisionale del presidente, il flusso di denaro sembra aver dimostrato che Karzai non si lascia comprare. Non risulta infatti che il presidente abbia personalmente intascato parte del denaro, mentre ha invece respinto le pressioni iraniane e ha firmato lo scorso anno un accordo di partnership strategica con gli Usa - e la cosa ha provocato la cessazione dei finanziamenti da parte dell'Iran - e ora sta anche cercando di prendere il controllo di milizie che la Cia foraggia per servirsene in chiave anti-al Qaida e anti-talebani. La pratica, sia per gli Usa che per l'Iran, è iniziata nel 2002 ed è andata progressivamente aumentando di intensità. Nelle riunioni del governo di Kabul i fondi della Cia non vengono mai citati, mentre il denaro, secondo fonti afghane citate dal NYT, viene gestito da un gruppo ristretto del Consiglio di Sicurezza Nazionale, tra cui Mohammed Zia Salehi, che è stato arrestato per un breve periodo nel 2010 nell'ambito di una indagine guidata dagli Usa su traffico di denaro e oppio e finanziamenti ai talebani. Per intercessione proprio dello stesso Karzai, Salehi fu rapidamente rilasciato, e parlando con i suoi colleghi si definì allora ''un nemico per l'Fbi e un eroe per la Cia''.

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Crisi. In quattro anni boom di suicidi per motivi economici

Negli ultimi quattro anni i suicidi dovuti a motivazioni economiche sono aumentati in Italia del 20-30%, al contrario restano piccoli i numeri totali dei suicidi in paesi come il nostro. Lo afferma il direttore dell'Osservatorio nazionale sulla salute nelle regioni italiane, a margine della presentazione del rapporto Osservasalute 2012.

I dati emergono dal Rapporto Osservasalute 2012, presentato questa mattina all'Università Cattolica di Roma, secondo il quale il consumo di farmaci contro la depressione è quadruplicato in dieci anni, passando da 8,18 (dosi giornaliere ogni mille abitanti) del 2000 a 36,1 del 2011, complice anche la "facilità di utilizzo" di questo tipo di medicinali, spesso prescritti anche "in caso di depressione lieve". Altro dato 'osservato speciale' è il tasso dei suicidi, in continuo aumento negli ultimi anni, che nel biennio 2008-2009 si é attestato a 7,23 per 100.000 residenti dai 15 anni in su (nel 2009 se ne sono registrati 3870 contro i 3.607 del 2006). Un dato che "può essere un segno, oltre che di patologia psichiatrica, del crescente disagio sociale", si legge nel Rapporto, e che "va monitorato con attenzione anche al fine di prevedere un rafforzamento delle attività preventive e della presa in carico sanitaria e sociale di soggetti a rischio". L'incremento registrato osservato negli anni più recenti, osserva il Rapporto, si deve pressoché esclusivamente a un aumento dei suicidi tra gli uomini (in particolare tra i 25 e i 69 anni) per i quali il tasso è passato da 11,70 (per 100.000) nel 2006 e nel 2007 a 11,90 (per 100.000) nel 2008 e 12,20 (per 100.000) nel 2009. A togliersi la vita è un uomo nel 77% dei casi (il tasso di mortalità è pari a 12,05 per 100.000 per gli uomini e a 3,12 per le donne).

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La contabilità dei drammi fatta dalla Cattolica, sembra quasi un ossimoro.

Il primo errore logico di Letta

Il Presidente del Consiglio Enrico Letta si presenta alla Camera per chiedere la fiducia al neonato governo. Nel suo discorso Letta cade nell’abusato errore logico di considerare il pareggio di bilancio pubblico necessario per tenere sotto controllo i tassi d’interesse. Al tempo stesso, i provvedimenti fiscali da lui elencati preannunciano un calo delle entrate tributarie che sarà difficile coprire con equivalenti tagli di spesa. Il governo sembra dunque avere fin dall’inizio una sola chance per non contraddirsi: presentarsi ai tavoli delle trattative di Bruxelles non semplicemente con una richiesta di ritocco dei vincoli di bilancio ma con una più generale proposta di riforma dei Trattati europei. Ma un acritico sostenitore dell’euro come Letta e un convinto difensore dell’austerity come il ministro dell’Economia Saccomanni, saranno in grado di assumere un simile incarico? Per questo scopo, dovrebbero in primo luogo cambiare il modo in cui hanno fino a ieri inteso il processo economico. I dubbi che una tale “rivoluzione copernicana delle menti” possa realmente verificarsi non mancano. Radio Popolare intervista Emiliano Brancaccio.


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lunedì 29 aprile 2013

Secondo me la donna


Palermo soffocata brucia mentre la polizia spara

Tutti sanno che ormai da più di un mese Palermo è in piena "emergenza rifiuti"; e tutti potranno certamente immaginare quali conseguenze, disagi, proteste questa situazione porti con se. Così ogni notte bruciano decine di roghi di immondizia, mentre i cumuli di rifiuti arrivano ormai a raggiungere vette superiori ai 2 metri. Succede dunque sempre più spesso di vedere palermitani esasperati (sono invase strade anche centrali e commerciali, in difficoltà sono persino scuole e chiese) gettare i cassonetti di traverso alla carreggiate per bloccare il traffico e costringere i mezzi ad arrivare; o a incendiare direttamente i cumuli. Ma se qualcuno trova sempre occasione per sviare e provare a sostenere che questi gesti siano "premeditati" e organizzati dalla criminalità mafiosa, in sempre meno possono negare che la situazione è divenuta semplicemente intollerabile per chiunque viva a Palermo. Ad ogni modo, neanche l'ipotesi su matrici e interessi criminali può minimamente spiegare quel che ieri sera è successo nella piazza antistante l'Assemblea regionale siciliana. Va detto che, ancora adesso a distanza di ore, le ricostruzioni non hanno chiarito lo svolgimento dei fatti di stanotte. La polizia e i media fornivano infatti una spiegazione, i lavoratori ex pip della Regione un'altra.
Ricostruendo le versioni. I telegiornali oggi ci informavano che una pattuglia di carabinieri, avendo avvistato e poi inseguito tre individui (le prime voci li indicavano come operai della Gesip, voce poi smentita) intenti a rovesciare cassonetti nel centralissmo Corso Alberto Amedeo, si sarebbe trovata costretta a fronteggiare un folto gruppo di operai ex pip (precari della società Trinacria a partecipazione regionale su cui incombe la minaccia di licenziamenti e decurtazioni salariali) presso il quale uno dei fuggitivi si sarebbe rifugiato. A quel punto, dopo avere subito sassaiole e avere chiesto rinforzi dalla vicinissima caserma, sarebbero iniziate le cariche e sarebbe stata sparata una serie di colpi di pistola in aria per dissuadere i manifestanti-aggressori. Questa almeno è la ricostruzione confusa fornita da telegiornali e questura.
Ma i manifestanti presenti al presidio serale raccontano una storia diversa. Secondo chi si trovava in presidio, in attesa che finisse la votazione ad oltranza della finanziaria regionale, le cariche dei celerini e i successivi spari non hanno nulla a che fare con uomini in fuga e cassonetti rovesciati. Nei comunicati si sostiene infatti che i fatti prendono avvio allorquando un gruppo di 5 operai, avendo visto uscire una macchina con degli onorevoli al suo interno, si sarebbero avvicinati per protestare scatenando una furiosa reazione di alcuni poliziotti scesi dalle loro auto di servizio. A quel punto, visto l'intervento degli altri operai presenti in piazza, uno dei poliziotti si sarebbe messo a sparare colpi di pistola ad altezza d'uomo; spari che solo per la prontezza dei manifestanti nel gettarsi tutti a terra non hanno colpito nessuno. E lì giù con cariche e manganellate.
Alla fine di questa folle notte un uomo è stato fermato e denunciato per resistenza e lesioni a pubblico ufficiale. Mentre continua ad esserci mistero intorno ai reali motivi che hanno scatenato la brutalità poliziesca che, come sempre, ciecamente si è sfogata su lavoratori in lotta per la difesa del posto di lavoro e di regimi salariali dignitosi. Infatti, la discussione parlamentare sulla legge di bilancio sembra invece procedere in un' altra direzione: tagli generalizzati al pubblico sia per quanto riguarda i servizi, sia per ciò che concerne il mondo del lavoro pubblico isolano.
Tornando invece un attimo all'emergenza rifiuti; sarebbe ovviamente impossibile ricostruire in poche righe la storia di un "affare" lungo decenni; possiamo però con certezza dire che questa emergenza senza vie d'uscita è la più palese dimostrazione dell'ottusità della politica e dell'insostenibilità di un sistema mal pensato e su cui si è inoltre speculato, rubato. Così, nonostante dirigenti e commissari risultano essere stati tutti ben pagati, l'Amia (azienda municipalizzata per l'igiene ambientale) è fallita e nonostante i suoi lavoratori continuino a lavorare (ma anche questi 2250 operai non sanno ancora che fine faranno e per questo hanno recentemente scioperato venendo poi denunciati per interruzione di pubblico servizio) mancano mezzi e strutture. A questo si aggiunge la perenne difficoltà in materia di "deposito" dei rifiuti: la discarica di Bellolampo è da anni al collasso e si scopre sempre satura nei momenti di emergenza. Si procede così alla costruzione di una nuova vasca di raccolta che sarà però pronta solo fra mesi e che comunque non costituisce un quantomai necessario ripensamento più complessivo del ciclo di raccolta e smaltimento dei rifiuti. Come una non-soluzione è l'appassionata richiesta del prefetto affinché regione e governo inviino uomini e mezzi della protezione civile e dell'esercito.
E mentre il Comune studia un progetto per riassorbire funzioni e personale dell'Amia ma senza chiarire come intende farlo, l'esasperazione delle persone è in esponenziale crescita. Non dimentichiamo che  l'emergenza rifiuti si inserisce in quadro che vedeva Palermo già al collasso: la disoccupazione è alle stelle e sempre più lavoratori rischiano il proprio posto. Da mesi ormai il traffico cittadino è in tilt a causa di cortei e manifestazioni che si susseguono giorno per giorno a ritmi impressionanti.
Palermo è dunque in ginocchio, e le istituzioni non sanno che pesci prendere.
Serve affermare un cambiamento radicale.

La revolucion bonita di Hugo Chavez al bivio: svolta radicale, o inizio della fine?

Dopo gli articolo che abbiamo ospitato nei giorni scorsi, una prima analisi del voto di Francesco Gattiglio e la testimonianza dal Venezuela, vi proponiamo una nuova puntata del nostro “Speciela Venezuela”, con un articolo dell’amico Angelo Zaccaria, autore del libro “La revolucion bonita: viaggio a tappe nel venezuela di hugo chavez”, che già in passato abbiamo ospitato sul nostro sito e che ringraziamo per l’ennesimo interessante contributo. Buona lettura!

Il 14 aprile si son svolte le elezioni presidenziali in venezuela, circa 40 giorni dopo la morte del presidente hugo chavez. I risultati sono noti, ma e’ utile riepilogarli. il candidato chavista Nicolas Maduro ha prevalso di stretta misura con  7.575.506 voti  (50,78%). il candidato anti-chavista Henrique Capriles Radonski ha perso per poco con 7.302.641 voti (48,95%). altri candidati han totalizzato meno di 40.000 voti. Gli aventi diritto al voto erano 18.904.364, i voti scrutinati son stati 14.983.748, con una partecipazione al voto del  79,78 %. (fonte: Cne, Consejo nacional electoral del venezuela). Si tratta dei peggiori risultati per il campo chavista, in una elezione presidenziale, da quando chavez vinse per la prima volta le elezioni del 6 dicembre 1998.

Subito dopo la dichiarazione ufficiale dei risultati, il candidato sconfitto Capriles  ha gridato ai brogli, disconosciuto i risultati, chiesto il riconteggio manuale di tutti i voti, chiamato i suoi sostenitori alla mobilitazione “a difesa del voto”. a seguito di cio’, nella giornata del 15 aprile si son scatenate nel paese una serie di squadracce anti-chaviste, che han messo in atto violenze gravissime, le quali hanno lasciato un saldo provvisorio di 8 morti e oltre 60 feriti. Son stati assediati, assaltati o incendiati edifici del governo, sedi del psuv (principale partito chavista), strutture sanitarie “colpevoli” di essere gestite dai medici cubani, zone di edilizia residenziale pubblica, case private di singoli dirigenti o sostenitori del chavismo etc….

Non meno grave il silenzio di Capriles Radonski, il quale solo nel tardo pomeriggio del 16 aprile convoca una conferenza stampa, per invitare i suoi a non lasciarsi trascinare dalla emotivita’ e ad agire secondo ragione, cita ghandi e dice che chi pratica la violenza e’ fuori dal suo progetto di opposizione democrática al chavismo. Un modo per, da un lato riconoscere che le violenze ci son state e provenivano dal suo campo, e dall’altro scaricarsi da ogni responsabilita’ política ed anche personale.

Nei fatti il supremo  vértice anti-chavista ha oggettivamente avallato e coperto, se non anche promosso, per tutta una prima fase, queste gravi violenze, con il probabile obiettivo di creare caos,  e spostare a suo favore alcuni dei fattori di potere in campo, sia interni al venezuela come l’esercito, sia esterni come le grandi potenze regionali latinoamericane.

All’orizzonte la mai sopita tentazione, per le destre di questa parte del mondo, del colpo di stato, magari del XXI secolo, cioe’ democrático, a fin di bene,  umanitario, equo e solidale. Una ultima nota sulla biografia política di Capriles Radonski, il quale ha tentato di catturare una parte del voto degli scontenti del chavismo, con una campagna elettorale dove si e’ presentato come un progressista, fautore della conciliazione nazionale e del dialogo fra venezuelani, simpatizzante acceso dell’ex presidente brasiliano lula.

Le origini politiche di destra di Capriles sono inequivocabili: nato nel 1972, avvocato, rampollo della grande borghesia venezuelana attiva nel settore della comunicazione, dell’intrattenimento e della speculazione immobiliare, fonda nel 2000 il partito primero justicia, su posizioni fieramente neo-liberiste e su questo in polémica coi vecchi partiti socialdemocratici e socialcristiani. Fra i fondatori anche alcuni suoi amici (come Leopoldo Lopez), del gruppo di estrema destra “tradicion, familia y propiedad”, del quale alcune fonti dicono abbia anche lui stesso fatto parte. Inoltre egli si distinse durante il golpe dell’aprile 2002 per aver  partecipato alla caccia all’uomo contro i dirigenti  chavisti, ed al criminale assedio dell’ambasciata cubana, fatto per il quale fu poi incarcerato per 4 mesi (fonte: www.aporrea.org).

Quindi piu’ che un progressista direi che siamo di fronte ad un trasformista, o tuttalpiu’ ad un populista di destra.
Detto tutto questo, e ribadito che non vi e’ nulla di piu’ importante dell’assassinio di 8 persone e il ferimento di 60 ad opera delle squadracce antichaviste, il secondo dato politico cruciale di questi giorni e’ un altro.

Come ho detto sopra quelli del 14 aprile sono storicamente i peggiori risultati ottenuti dal campo bolivariano in elezioni di questo tipo. Nel dicembre del 2006 Chavez vinse le elezioni presidenziali contro Manuel Rosales, per oltre tre milioni di voti. Appena nell’ottobre 2012 Chavez seppure malato sconfigge Capriles per circa 1.600.000 voti. Ora Nicolas Maduro prevale per appena 273.000 voti. Il tutto oltretutto in presenza di un aumento cospicuo e constante della partecipazione al voto, prodotto delle politiche positive attuale dal chavismo per promuovere inclusione e partecipazione política ed elettorale nel paese. Solo fra le elezioni presidenziali del 2006 e quelle del 2012, assistiamo ad un aumento di oltre tre milioni dei partecipanti  al voto.

Da sincero amico della revolucion bonita venezuelana, mi permetto queste osservazioni finali.

La trágica morte di Chavez ha accentuato ulteriormente una tendenza elettorale gia’ in atto da alcuni anni e con Chavez vivente: l’opposizione di destra e’ cresciuta costantemente e ad un ritmo molto piu’ veloce del blocco ad essa  avverso, il chavismo si vede ridotto  il divario di consenso a suo vantaggio. In altri termini, nell’ottobre 2012 i nuovi votanti votano in prevalenza per capriles, e nelle ultime elezioni  mi pare che si assista anche ad una miscela di aumento di astensione nel chavismo e a un  travaso di voti dal chavismo al campo avverso. Infatti da ottobre 2012 con ancora candidato Chavez, ad aprile 2013 con candidato Maduro, il chavismo perde oltre 600.000 voti, mentre Capriles ne prende oltre 700.000 in piu’.

Nel paese, inclusi ampi settori popolari, e’ cresciuto il malcontento per i troppi problemi rimasti ancora irrisolti: inefficienza di rilevanti settori dello stato e dei servizi pubblici, sprechi, black out elettrici, corruzione pubblica, favoritismi, scarsita’ di beni di prima necessita’, inflazione  elevata, insicurezza a e criminalita’ etc. Dopo oltre 14 anni al potere, al chavismo non e’ bastato ricordare le molte conquiste e progressi attuati in campo  sociale, gli indubbi progressi fatti rispetto ai governi criminali ed affamatori della IV repubblica, cosi’ come non e’ bastato il richiamo al pure molto amato Hugo Chavez, o addirittura i ripetuti richiami di Maduro all’esser lui “el hijo de Chavez”.

Era proprio Chavez infatti, che col suo straordinario carisma e amore popolare che riusciva a suscitare, tamponava ed in parte limitava l’impatto negativo di questo malcontento. Una volta venuto meno lui, la pentola si e´un tantino scoperchiata.

Al chavismo non e’ stato nemmeno sufficiente denunciare come ad alcuni dei gravi problemi  citati, come inflazione, criminalita’ e scarsita’ di beni, contribuiscano con attive campagne di destabilizzazione e boicottaggio, i nemici interni ed esterni della revolución bolivariana.

Su questa valutazione mi pare se ne sia imposta un altra: mai nessuna “rivoluzione” ha goduto di tante risorse finanziarie come quella venezuelana, una paese dalle immense risorse naturali, che estrae tre milioni di barili di petrolio al giorno, dove gira tanto denaro e in parte rilevante controllato dallo Stato. Le lacune ed i limiti delle politiche del potere quindi, appaiono giustificabili ma sino ad un certo punto. Cruciale pertanto la percezione diffusa in alcuni settori sociali, che parte di questo fiume di denaro sia stato sperperato a causa di disorganizzazione ed inefficienza, o incamerato indebitamente da una parte della classe dirigente chavista. Questo infatti logora o appanna in parte  quel presunto primato ético e morale, che tradizionalmente rappresenta uno dei principali punti di forza dei movimenti rivoluzionari o di cambiamento.

A questo aggiungasi che, nonostante gli sforzi compiuti in prima persona anzitutto dal grande pedagogo popolare e formatore político Hugo Chavez, una parte della popolazione e’ tuttora affascinata dai miti del consumismo, o da quello della possibilita’ di arricchirsi individualmente grazie alla propia bravura, o mancanza di scrupoli, o entrambi.

Ora che accadrà?

Francamente non lo so. Penso pero’ di poter dire che in assenza di una seria correzione di rotta, queste elezioni del 14 aprile rischiano di segnare l’inizio della fine del processo bolivariano. Una fine che potrebbe gia’ avere una data segnata: il 2016. Anno nel quale terminata la prima parte del mandato presidenziale di Nicolas Maduro, l’opposizone secondo quanto stabilito dalla Costituzione, potrebbe promuovere il referéndum revocatorio del presidente della repubblica.

Il governo ed in primis Nicolas Maduro, son molto ben coscienti della serieta’ della situazione, ed hanno gia’ annunciato la formazione di una sorta di “governo itinerante di strada”, per meglio monitorare a partire dai territorio i problemi del paese, le istanze della gente,  e attuare le necessarie correzioni. Tutto positivo, ma va ricordato che anche dopo altre elezioni, in quel caso vinte pero’ con ben piu’ largo margine, Chavez aveva annunciato in pompa magna  vaste revisioni, e “guerra a morte contro la corruzione e la contro-rivoluzione burocratica”. Ma stavolta lo scenario e´decisamente piu’ preoccupante per il prossimo futuro del chavismo, e quindi suppongo che qualche sforzo in piu’ da parte del governo ci sara’.

Credo anche che lo spazio per l’ala piu’ radicale e rivoluzionaria del processo bolivariano, di certo non e’ destinato fácilmente e crescere. quell’approfondimento del processo che non é´stato fatto nei momenti di maggior forza del bolivarismo e con chavez vivo, non sara’ facile che arrivi ora, nel momento di massima forza e consenso a favore del campo avverso. Tuttalpiu’ e senza una forte pressione dal basso, verranno attuate politiche all’insegna della razionalizzazione e dell’efficienza, dello sviluppismo economico, o della lotta contro sprechi e corruzione.

Ma se ci sta una grossa speranza per il futuro,  questa risiede anche nella energia, nella passione, nel coraggio, nella generosita’, nella forza che hanno i movimenti popolari e di base venezuelani che hanno appoggiato e creduto nella revolucion bonita, e l’hanno difesa nei momenti peggiori momenti nei quali, è bene ricordare, le donne hanno da sempre avuto un ruolo importantissimo.

Il futuro della revolucion bonita dipenderà anche se non soprattutto da come giocherà questo ultimo fattore!

Friuli, M5s e Pd

Molti avevano pensato che lo sbocco delle elezioni presidenziali avrebbe fatto come prima vittima la Serracchiani e si aspettavano un tracollo del Pd con un simmetrico successo del M5s. Poi, la Serracchiani ha vinto, il Pd ha avuto una perdita percentualmente contenuta e il M5s è crollato. Morale: il Pd si è rinfrancato, godendo dello scampato pericolo, ed i M5s ha negato di aver subito una sconfitta. Ma lasciamo perdere le percentuali e vediamo i dati assoluti, così ci capiamo qualcosa in più, anche perché, con una flessione di 20 punti sulla partecipazione al voto, rispetto a due mesi fa, il raffronto percentuale falsa molto il giudizio.

E partiamo da un dato: in questa occasione non si sono presentati né Rivoluzione Civile (15.046 voti a febbraio) né, soprattutto la Lista Monti-Udc-Fli (92.813 voti), per cui c’erano 107.859 voti “in libertà”. E’ realistico supporre che gran parte di questi elettori abbiano ingrossato le fila dei nuovi astenuti (circa 250.000), ma è altrettanto ragionevole pensare che una parte di essi abbia votato per un altro partito; in particolare è probabile che i montiani si siano divisi fra astenuti, Pdl e Pd o liste fiancheggiatrici dei due, mentre quelli di Rc si siano divisi fra astenuti e Pd ed alleati (Idv in particolare). Non avendo a disposizione i dati sezione per sezione, ipotizziamo cautamente un 10% di voti montiani (circa 10.000) a Pd ed altrettanti al Pdl, lasciando da parte le liste di fiancheggiamento, ed ipotizziamo un 20% di Rc (3.000 circa) al Pd ed all’Idv (che si presentava da sola ed ha preso 4.006 voti). La Lega ha preso 33.050 voti perdendone circa 15.000.

Il Pd a febbraio ha preso 178.149 voti, il Pdl 134.450. Concentriamoci sul Pd: considerando un possibile apporto di circa 12.000 voti dai montiani e da Rc, si deduce che ha avuto una flessione di circa 83.000 voti, cioè il 40% del proprio elettorato di partenza. Vero è che c’era una lista civica in appoggio alla Serracchiani che ha preso 21.169 voti, ma, pur ipotizzando che tutti i voti di questa lista vengano dal Pd e che non un solo voto dei montiani sia andato allo stesso Pd (ipotesi estreme che non stanno in piedi) la perdita secca del Pd è di circa 50.000 voti, cioè il 27,9% della base elettorale di partenza, più di un quarto. Se poi percentualmente la perdita è molto meno percepibile, questo dipende dall’alto numero di astenuti. Bisogna poi tener presente che nelle elezioni amministrative, non pesano solo le questioni nazionali, ma anche i problemi squisitamente locali, il voto di preferenza per i candidati ecc. che ne alterano il comportamento rispetto al voto “politico”, e questo, storicamente, è ancor più vero nelle regioni a statuto speciale dove il peso del localismo è maggiore. Al posto dei dirigenti del Pd non starei facendo tanta festa. Comunque, fra qualche settimana vedremo come va a Roma.

Passiamo al M5s che subiste un tracollo vistosissimo in percentuale, ma soprattutto in cifre assolute: da 196.218 voti di febbraio a 54.952 di domenica scorsa = -141.266, cioè -71,99% della base elettorale di partenza, nonostante l’assenza di Rivoluzione Civile e la flessione del Pd, dalla quale sarebbe dovuto venire qualcosa. La prima spiegazione del tracollo l’ha data lo stesso M5s: il diverso comportamento dell’elettorato che premia il M5s nelle politiche, ma è molto più avaro nelle amministrative.

Verissimo, come dimostra il caso di Lombardia, Lazio e Molise il 27 febbraio scorso dove, nella stessa giornata, il M5s prendeva da un quarto ad un terzo di voti in meno nel voto per la regione. E si capisce anche il motivo: il punto di forza del M5s è Grillo e la sua immagine nazionale, mentre il suo quadro locale è piuttosto scadente, per cui l’elettore non è invogliato a votare per un perfetto sconosciuto (il che, peraltro, segnala un punto debole del movimento che non è capace né di emanciparsi dalla figura “paterna” di Grillo né di tesaurizzare i consensi ai vari livelli).

Però, questo non basta a spiegare una flessione del 72% del proprio elettorato. Pur concedendo che a febbraio la coincidenza con le politiche aveva tirato la volata anche sulle regionali e che, in questo caso, una parte degli elettori non è andata a votare per stanchezza (è normale quando c’è un turno elettorale cosi ravvicinato), una flessione di queste proporzioni non si spiega solo così.

Ragionevolmente è da mettere in conto una prima decantazione del calderone di consenso messo insieme a febbraio da Grillo (lo abbiamo detto più volte). In questo caso è possibile che ad allontanarsi sia stata la frangia di elettorato meno orientata alla pura protesta e più in cerca di una alternativa. Non è un mistero, credo, che una parte dell’elettorato del M5s non abbia gradito il modo con cui Grillo ha gestito la prima fase della crisi di governo ed i sondaggi (per quel che valgono) già segnalavano questa dinamica. Certo, nel suo blog ci saranno stati molti troll e provocatori vari, ma è del tutto credibile che una parte dei messaggi di dissenso fossero autenticamente di elettori M5s con il mal si pancia.

Aver fatto finta di nulla ha aggravato la situazione ed ora non solo la “marcia trionfale” sembra interrotta, ma, quel che è peggio, dal M5s si allontana la parte più politicizzata mentre resta quella più “fondamentalista”, il che non lascia presagire una evoluzione positiva. Se Grillo non riuscirà a correggere in tempo la tendenza potrebbe avere brutte sorprese alle europee. E’ vero che, con ogni probabilità, l’eventuale governo Letta si rivelerà peggiore dei precedenti, ma non è affatto detto che questo si trasformi automaticamente in consensi al M5s. Nonostante la pessima prestazione del Pd gli elettori, a caldo, hanno preferito astenersi piuttosto che votare M5s, e questo potrebbe accadere anche fra un anno.

Anche i grillini credo abbiano molto su cui meditare.
Adesso appuntamento a Roma fra poche settimane e vediamo che tendenze si profilano.

Ha ragione “L’Espresso”: la politica italiana non si divide più in destra e sinistra ma fra vecchi e giovani. I vecchi fanno schifo, i giovani fanno pietà.

Aldo Giannuli

Fonte

Già finita la fronda Pd. Civati & co votetanno la fiducia a Letta?

Nessuna pensava che fossero pronti per la rivoluzione, ma che potessero mostrare un brandello di resipiscenza morale - visto anche quanto stava accadendo nella disperata base del loro partito - questo sembrava possibile. Quel tanto che bastava a salvare la faccia prima di arrendersi alle "soverchianti forze nemiche" incaricate dell'inciucio.
E invece niente. Civati, Puppato e gli altri "dissidenti a ore" del Pd hanno deciso che si poteva finirla qui. E rientrare nella maggioranza prima che lo sbrego con la linea "napolitania" diventasse per loro irrecuperabile, troncandone le velleità di carriera.
"Accordiamo la fiducia a questo governo assumendoci le nostre responsabilità di eletti". Così in un documento, i deputati Pd Pippo Civati, Sandro Gozi, Laura Puppato e Sandra Zampa hanno chinato la testolina. Ma come si usa in tutte le chiese, dopo aver manifestato dissenso bisogna mostrare ampia "dissociazione" e volontà di reinserimento. E quindi esprimono anche la "speranza che in questa fase di emergenza democratica, economica, sociale ed europea rinasca l'obbligo morale di rappresentare quel cambiamento di stile e di obiettivi di cui gli italiani sentono un disperato bisogno".

"In questo momento drammatico per il nostro Paese e per la democrazia sentiamo l'obbligo di rappresentare, più di quanto non sia avvenuto nel recente passato, un popolo che soffre e che teme per il proprio futuro. Abbiamo richiamato la necessità che il governo presieduto da Enrico Letta, pur nelle grandissime difficoltà di fare sintesi di linee politiche fortemente diverse, nascesse nuovo, anche nelle figure, e garante dell'unica necessità di individuare soluzioni ai problemi urgenti dell'Italia. È con questo spirito che accordiamo la fiducia a questo governo assumendoci le nostre responsabilità di eletti".

"Non vogliamo creare l'ennesima area organizzata all'interno del Partito Democratico soprattutto perché siamo convinti che le correnti e i gruppi di potere siano stati il principale problema del nostro Partito e della nostra azione parlamentare. Anche ascoltando i nostri elettori e il Paese lavoreremo affinché il Partito Democratico diventi quello che avevamo promesso e che aveva ridato speranza ed entusiasmo a milioni di italiani".

E per rispettare le promesse elettorali, anche loro adesso si daran da fare per salvaguardare i giaguari.

Ultim'ora. Civati dirama una smentita che lascia aperta la suspence.
“Circola da qualche minuto un documento che include anche la mia firma e in cui annuncio il mio voto di fiducia al Governo. Non so come sia uscito, ma non ho firmato alcuna dichiarazione di fiducia e quindi smentisco. Come ho detto più volte in questi giorni, e ancora poche ore fa in diretta su Rai 3, le mie perplessità sul Governo Letta rimangono, e prenderò una decisione in merito alla fiducia solo dopo averne discusso, come ho ripetutamente richiesto, domattina con il resto dei colleghi del Pd. Non prima”.

Fonte

Che dirigenza da avanspettacolo quella del PD.

Beatrice Lorenzin, primo ministro ufficialmente contro la salute

Che c'entra Beatrice Lorenzin con la salute dei cittadini? Niente. La sua esibizione a Ballarò sul caso Ilva è eloquente. E deve aver convinto Enrico Letta che non c'era di meglio per chiarire la linea del nuovo governo.

La tesi della signora inopinatamente ministro è semplice: il governo decide su tutto, sempre, e la magistratura si deve ben guardare dall'interferire anche quando l'azione del governo va contro le leggi esistenti e persino quando è in gioco la vita dei cittadini (non dice "sudditi", ma si capisce che potrebbe scapparle la parola).
Una buona ricostruzione della sua "collocazione" dentro il nuovo governo tratta da Ecoblog viene ripresa qui sotto.

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Beatrice Lorenzin in forza al PdL è il neo ministro per la Salute. Vi dicevo riguardo il think net VeDrò che si sta rivelando il serbatoio di Enrico Letta per la scelta delle donne e degli uomini nei dicasteri chiave del suo governo come nel caso della scelta di Nunzia Di Girolamo e Andrea Orlando. Ebbene anche Beatrice Lorenzin fa parte di VeDrò e ha preso parte allo scorso incontro che si è tenuto dal 26 al 29 agosto 2012 alla centrale elettrica parzialmente in uso “Fies-Ambienti per la produzione di performing art” di Dro (Trento)
Nel merito della sua nomina alla Sanità c’è da considerare la sua opinione riguardo l’Ilva per cui per il neo ministro diventa importante sostenere la mediazione portata avanti dall’ex ministro per l’Ambiente, Corrado Clini nel sostenere con il decreto salva Ilva l’acciaieria dei Riva a Taranto. Definisce il caso Ilva paradossale per la bocciatura della bonifica da parte della magistratura. Pone la questione sul “chi ci guadagna” con l’Ilva chiusa e addirittura propone che l’AIA sia trasformata in decreto. E tira la stoccata alla magistratura che entra in conflitto con lo Stato.
D’altronde ripercorre con linea di continuità già solcata dall’ex ministro Renato Balduzzi, suo predecessore, che evidenziava come il decreto salva Ilva contenesse prescrizioni molto rigide che rappresentavano il rispetto di quanto prescritto dalla magistratura di Taranto:
nessun conflitto tra Governo e magistrati: siamo stati attenti a non invadere lo spazio dell’autonomia della Magistratura, ma abbiamo voluto trovare il modo per far sì che quanto indicato nell’Autorizzazione integrata ambientale sia rispettato davvero”. Per il Ministro quelle contenute nella nuova Aia “sono prescrizioni più rigide del passato, ed è determinante che per la prima volta siano state inserite esplicite indicazioni di tipo sanitario” alle quali “farà seguito un vero e proprio Piano salute per Taranto e la già annunciata costituzione dell’Osservatorio in raccordo con la Regione Puglia”. Si tratta di “un progetto più mirato proprio perché Taranto ha un bisogno sanitario più forte di altri territori”.


L’Islanda svolta a destra, contro l’UE

Nel voto di ieri gli elettori islandesi hanno punito i partiti di centrosinistra e premiato quelli di centrodestra. Mandando un chiaro messaggio: contro l’adesione all’UE, l’adozione dell’euro e l’austerity.

Come ampiamente previsto dai sondaggi dei giorni scorsi, l'opposizione di centrodestra - composta dai liberali del Partito progressista (19 seggi, 24,4%) e dai conservatori del Partito dell'Indipendenza (19 deputati, 26,7%) - si è assicurata una maggioranza di 38 dei 63 seggi totali del parlamento, stando ai risultati quasi definitivi delle elezioni parlamentari celebrate ieri in Islanda. Il voto ha premiato i due partiti di centrodestra, che insieme ottengono circa il 51% dei consensi, e ha pesantemente punito l'Alleanza socialdemocratica (9 seggi, 12,9%) ed il Movimento Sinistra-Verde (7 deputati, 10,9%), partner nella coalizione di governo uscente, che perdono circa la metà dei rappresentanti all’Althing (così si chiama la camera di Reykjavik).
L'esecutivo uscente, guidato dalla premier Johanna Sigurdardottir , era salito al potere nel 2009 dopo il fallimento delle grandi banche del paese. Colpa, senza dubbio, della gestione dei partiti di centrodestra allora al governo, caratterizzata da una mancanza assoluta di controlli e dalla subordinazione delle politiche dell’esecutivo agli interessi dei grandi gruppi bancari e finanziari locali ed esteri. Socialdemocratici e verdi hanno rifiutato il pagamento del debito accumulato dal sistema finanziario locale nei confronti delle banche inglese e olandesi, il che ha scatenato un conflitto internazionale non ancora estinto salvando però il paese dalla bancarotta e i suoi cittadini da un salasso superiore a quello comunque subito. Ma il centrosinistra islandese non ha mai fatto mistero della propria volontà di traghettare il piccolo paese all’interno dell’Unione Europea, a tappe forzate. I dati sulla disoccupazione – sotto al 5%
e sulla crescita – più 1,6% nel 2012 – farebbero invidia a qualsiasi altro paese del continente. Ma l’opinione pubblica non ha gradito le misure di austerity imposte dalla settantenne primo ministro ai cittadini dell’isola, in vista di un ingresso all’interno dell’UE, e dettate dal Fondo Monetario Internazionale in cambio di un prestito di 1,6 miliardi di euro tra il 2008 e il 2011. Inoltre un terzo degli abitanti dell'isola affermano di non essere in grado di poter far fronte a spese impreviste, anche di soli 1.000 euro.

E quindi, malgrado i successi conseguiti dal governo uscente nella riduzione della disoccupazione e nelle misure per far fronte alla crisi del settore bancario, gli elettori hanno preferito il messaggio centrale della campagna elettorale del centrodestra, che ha promesso più crescita e meno austerità. E soprattutto ha affermato di voler rallentare o addirittura di riconsiderare l’adesione dell’Islanda ad una Unione Europea sempre più invisa all’opinione pubblica del paese. Che non ne vuole proprio sapere di rinunciare alla sua moneta per adottare l’Euro. Inoltre, in una situazione in cui le famiglie sono sempre più indebitate e le statistiche ufficiali che parlano di un nucleo su dieci in ritardo nei pagamenti dei mutui per la casa o nei rimborsi di prestiti immobiliari, il centrodestra ha promesso un alleggerimento del peso dei mutui, riportando i parametri di riferimento ai livelli 2008.

Oltre ai quattro partiti maggiori, altre undici formazioni politiche si presentavano alla tornata elettorale di ieri. Di queste undici due – entrambi di recente formazione – sono riuscite a superare lo sbarramento del 4% e ad entrare quindi nel nuovo Althing. Futuro Luminoso (formazione centrista) che con l’8,2% dovrebbe ottenere sei seggi e il Partito Pirata che avrebbe preso tre seggi col 5,1% dei voti, togliendo consensi ai partiti di centrosinistra.

L'incarico di premier andrà al leader del partito conservatore, il 43enne Bjarni Benediktsson. Che ha già affermato che ritirerà la richiesta di adesione all’UE presentata dalla premier sconfitta. E anche che non ha nessuna intenzione di sottoporre all’approvazione del parlamento la bozza di nuova Costituzione scritta ed emendata da migliaia di cittadini dopo il crollo delle tre principali banche del paese. D’altronde non lo aveva fatto neanche la leader del governo di centrosinistra, non rispettando gli impegni presi e facendo perdere così numerosi voti ai due partiti che la sostenevano.


Fonte

Anche in Islanda si sa cosa si vuole, ma non si ha la minima idea di come ottenerlo, a dimostrazione che lo scollamento tra società e politica non è affatto una questione tutta italiana. 

Enrico Letta, autocomplottista


In molti in questi giorni mi fanno domande sul meeting Bilderberg al quale son stato invitato a Washington lo scorso fine settimana. In sintesi, era presente una parte importante dell'amministrazione Obama e dei partiti democratico e repubblicano americani.

C'erano poi leader socialisti, liberali, verdi e conservatori di molti Paesi europei. E, inoltre, sindacalisti e imprenditori, docenti universitari e finanzieri. Senza contare rappresentanti dell'opposizione siriana e russa. La lista dei partecipanti è stata peraltro resa pubblica dagli stessi organizzatori.


Si è discusso dei principali temi in materia di economia e di sicurezza al centro dell'agenda globale. Ed è stata per me un'occasione interessante e utile per ribadire la fiducia nei confronti dell'Euro e per rilanciare con grande determinazione l'invito a compiere i passi necessari (e indispensabili) verso gli Stati Uniti d'Europa.

Nulla di queste discussioni, e del franco e 'aperto' dialogo tra i partecipanti, mi ha fatto anche solo per un momento pensare a quell'immagine di piovra soffocante che decide dei destini del mondo, incurante dei popoli e della democrazia, descritta da una parte della critica sul web e sulla stampa.

È vero: la discussione era a porte chiuse. Ma la presenza dei direttori di alcuni dei principali giornali internazionali (di tutte le tendenze politico-culturali) mi pare possa 'rassicurare' i sostenitori di una lettura complottistica del meeting.

Enrico Letta, 5 Giugno 2012

Fonte

La questione che nessuno mai sottolinea a dovere riguarda il fatto che  politici di qualsivoglia paese e colore non hanno ricevuto alcun mandato popolare per discutere di assetti globali a porte chiuse in giro per il mondo.

domenica 28 aprile 2013

Il peggiore dei governi pensabili

Non era impossibile far peggio, ma ci si è andati molto vicini. Nasce un mostro frutto del compromesso tra "partito americano" e "partito europeo". Saranno guai per noi e per loro.


Tralasciamo le tante ragioni etiche o ideologiche che rendono il nuovo esecutivo "guidato" da Enrico Letta qualcosa di indigeribile per qualsiasi coscienza democratica - non diciamo "rivoluzionaria" - ancora viva in questo paese. L'osceno connubio tra cortigiani/e berlusconiani, subcortigiani piddini e tecnici di valore indiscutibile (come Fabrizio Saccomanni, fino a ieri direttore generale della Banca d'Italia), dovrebbe suscitare orrore soprattutto in questi ultimi. E a lungo andare potrebbe diventare motivo e occasione di divisioni, rotture, dimissioni, rimpasti, ecc.
Concentriamoci invece sulla logica di questa altrimenti scombiccheratissima costruzione. Cosa abbia in comune una Beatrice Lorenzin con Maria Chiara Carrozza è un mistero glorioso. Come si possa risanare un paese affidandone le infrastrutture ai Lupi famelici e le "riforme istituzionali" a un Quagliariello, la salute alla già citata Lorenzin e l'amministrazione pubblica a Giampiero D'Alia (quello che voleva trasformare la Rete in una riserva di caccia per avvocati alla ricerca di un'"apologia di reato" da cui trarre parcella), è un altro mistero che richiede più fede dei tre di Fatima messi insieme. Eugenio Scalfari questa fede ce l'ha a prescindere, e quindi lo giudica preventivamente un "buon governo" , anzi addirittura un "medico per l'Italia".
Sorvoliamo anche sulla metafora "medica", che presuppone un paese fatto di imbecilli malati ma riottosi alle "cure" e pochi saggi che sanno dove mettere le mani. L'ha già sfruttata fin troppo Mario Monti, producendo danni e dolori che nessun medico perbene accetterebbe di provocare.

La questione principale ci sembra decisamente un'altra: l'Europa ha perso la battaglia per imporre una decisa "svolta" a questo paese. Il tentativo che aveva avuto in Monti la sua espressione più cruda e apertamente totalitaria si è scontrato con un rifiuto di massa che ha reso altamente impopolare sia l'Unione Europea che la moneta comune. Due terzi degli elettori di febbraio - più quelli che si sono astenuti restando a casa - hanno pronunciato un robusto "no" a quelle politiche. Dividendosi però sia sulle ragioni di questa ostilità che sulle soluzioni praticabili (https://www.contropiano.org/archivio-news/documenti/item/14769-tempesta-perfetta).
La tripartizione immobilizzante uscita dalle urne ha certificato sia il rifiuto della "cura della Troika" che l'assenza di soluzioni "pacifiche", quindi l'impossibilità di andare avanti come programmato in sede di Unone Europea. Un compromesso andava perciò realizzato. E il "partito europeo", fondamentalmente identificabile soltanto in parti consistenti del Pd e ovviamente i "montiani", ha dovuto cercarlo - auspice un Napolitano più premier che presidente - con quegli "interessi spurii" che le politiche di "risanamento" avrebbero a questo punto dovuto colpire per primi.
Detto altrimenti, il "blocco sociale berlusconiano" è nella visione europea una sacca purulenta da rimuovere, un tumore da estirpare, un groviglio di pesi morti che succhia risorse pubbliche, si alimenta spesso di "economia criminale" ed evasione fiscale, che impedisce l'allineamento dell'Italia con gli standard europei. Gente che non possiede alcuna sensibilità istituzionale, senso delle "regole", preferendo sempre i rapporti amicali, clientelari, individuali, le fedeltà basate sullo scambio di favori e di alcove. Tutta roba non "istituzionalizzabile". La Ue, insomma, non sa che farsene.
Al contrario, questa massa informe di interessi non apertamente confessabili è - da sempre - la "base popolare" del "partito americano". Non da sola ovviamente. Sensibilità tecnocratiche sono da sempre presenti anche su quest'altro fronte, coinvolgendo buona parte della diplomazia e delle strutture militari, gli organi di intelligence e una parte (in via di "snellimento") dell'imprenditoria. Emma Bonino, da questo punto di vista, è una garanzia  verso la Nato, così come la conferma di Moavero (e ancor più di Saccomanni e Giovannini)  serve a "tranquillizzare" Bruxelles.
Non sembri uno scherzo, ma la nomina a ministro di Nunzia Di Girolamo, sposata con il dalemiano Boccia (quello sconfitto due volte consecutive da Vendola alle elezioni per la Regione Puglia), è un "tocco simbolico" che quasi ricorda i matrimoni tra case regnanti come sigillo ai trattati di pace. Qui il matrimonio c'era già, ma il significato è lo stesso...
Il compromesso è parso inevitabile fin da subito, persino a Grillo, che non ha né avrà una "classe dirigente" alternativa da proporre, perché - semplicemente - non riesce a intercettarla, disponendo di un "programma" campato per aria e privo di "orizzonte ideale". Legalità astratta e riduzione dei costi non delineano infatti alcun "disegno di società", specie in una crisi di queste dimensioni.

Non è un governo fatto per durare a lungo. Lo si vede dagli immensi differenziali di competenza presenti al suo interno (gli esempi sono già stati fatti), dalla presenza di figure-immagine - sia detto senza offesa per le incolpevoli Iosefa Idem e Cécile Kyenge - incaricate di "rabbonire a sinistra", di testimoniare l'"innovazione" e l'afflato "progressista".
E' un governo che avrà problemi terribile di gestione della spesa pubblica (il "blocco berlusconiano" può ora trattare da posizioni di forza contro la riduzione, per dire, dell'appalto facile), ma anche di ridisegno del paese.
Una sola cosa li vedrà d'accordo senza troppe discussioni: la resistenza del mondo del lavoro, dei ceti a basso reddito in genere, andrà affrontata senza troppo rispetto per le garanzie costituzionali.
Diciamo quindi che questo mostro va affrontato e rovesciato, che ci sono contraddizioni palesi al suo interno su cui far leva, che c'è una sensibilità popolare e "di sinistra" profondamente ostile a questa oscena ammucchiata. Non è imbattibile, ma bisogna mobilitarsi con forza e ragione, con analisi e proposte, con pratiche unificanti e chiarezza di visione. Prima tappa l'11 maggio, a Bologna. Non si tratta di "provarci". Bisogna riuscirci.

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Every rose has it's thorn


Ricordando il genocidio ruandese

Volge al termine il mese che ha segnato il diciannovesimo anniversario di uno dei più sanguinosi episodi della storia del XX secolo: il genocidio rwandese. Dal 6 aprile alla metà di luglio del 1994 vennero massacrate sistematicamente tra le 800.000 e le 1.071.000 persone. 
L’idea di purezza etnica o razziale che sottese a quei tragici eventi di quasi vent’anni fa, era totalmente estranea al Rwanda precoloniale. 
La «tesi camitica» tuttavia venne a costituire l’ elemento base, fino agli anni ’60, della formazione degli intellettuali ruandesi e creò irrimediabili fratture interne alla popolazione preparando il terreno al genocidio del 1994. 
L’amministrazione indiretta coloniale per essere applicata aveva bisogno di una base ideologica semplificata. I Belgi entrarono in un contesto costellato da diversi nuclei di potere, ma fecero in modo che da questi nuclei ne emergesse soltanto uno. 
I missionari che conoscevano bene il territorio ruandese sapevano benissimo che la realtà era molto più complessa, che c’erano diversi tipi di Tutsi, che vi erano alcuni Re hutu ma si fecero anche loro operatori di quelle riforme amministrative che lentamente ruppero gli equilibri sui quali si basava la società rwandese, creando delle ingiustizie giustificate sulla base delle teorie di superiorità di una fazione sull’altra (tutsi inizialmente). 
Il censimento della popolazione degli anni ’30, durante il quale apparse per la prima volta la menzione dell’identità etnica come segno di riconoscimento sulle carte d’identità, venne deciso sulla base del numero dei capi di bestiame: con dieci e più vacche si diventava Tutsi, con meno vacche Hutu (il principio della discendenza non era valido perché gli appartenenti alla distinzione economica hutu-tutsi si sposavano tra loro).
Ecco che una distinzione economica basata su un complesso sistema di norme clientelari, divenne una identità etnica reale, e fissata per sempre, sulle carte di identità etniche del 1933. Quelli che così erano divenuti definitivamente Huti e Tutsi si preparavano ad andare incontro al loro tragico destino, perché quelle stesse carte di identità nel ‘94 vennero utilizzate per massacrare oppure risparmiare le persone.
Dagli anni ’50 cominciò a formarsi la contro-élite hutu in reazione a questa deformazione coloniale, con l’appoggio dei missionari che nel frattempo avevano abbracciato la causa hutu rispecchiando in essa la questione valloni-fiamminghi. 
La situazione si era dunque ribaltata ma i paradigmi tuttavia erano rimasti esattamente gli stessi. I vertici cattolici condannarono l’abuso di potere (creato dal regime coloniale) e incoraggiarono la fondazione di un partito cristiano hutu. Nel 1957 il malessere si concretizzò nel Manifesto degli Hutu che presentò il problema sociale con l’impiego del termine «razza» testimoniando chiaramente l’adozione di un concetto di matrice europea, con gli hutu convinti di discendere dagli autoctoni bantu spodestati dagli invasori camiti.
Il resto poi fu massacro, nel quale ciascuno finirà per servirsi di rappresentazioni storiche (false) al fine di argomentare la lotta politica in termini etnici.
Neanche venti anni fa un popolo si auto-dilaniò davanti al mondo che li guardava a braccia conserte, in nome di una distinzione falsa.
Nel ricordare quei mesi tragici voglio riaffermare la complessità dei processi di costruzione della identità, un dato non «naturale», «oggettivo», statico, ma piuttosto il risultato della sedimentazione storica.
La comprensione delle identità plurali e dei processi storici evita l’insidia violenta che si cela dietro alla narrazione delle identità uniche ed immobili, come quelle razziali e etniciste.
Qualsiasi parola scritta pesa come il piombo. E può davvero cambiare le cose, servire da alibi alla violenza o alla pace.

Per approfondire consiglio la lettura di questo articolo della medesima autrice.

Addio università, oltre il 40% si ferma al diploma

La promozione dell'ignoranza è da anni la cifra genetica di tutti i ministri dell'istruzione, da Lombardi e Berlinguer a Profumo, passando per Gelimini, ecc.

Promozione dell'ignoranza perseguita in due modi: prima dequalificando al massimo la formazione offerta (corsi semestrali, proliferazione di università, dipartimenti, corsi di laurea senza docenti all'altezza, ecc), e in secondo luogo alzando le tasse di iscrizione oltre la soglia delle possibilità delle famiglie meno ricche. Un dispositivo classista mirante esplicitamente a bloccare la scala sociale, lasciando ai piani bassi chi da lì parte (per le singole eccezioni, naturalmente una soluzione si trova sempre e non contraddice la regola).
Abbassando al massimo il rapporto qualità-prezzo, infatti, si ottiene esattamente questo risultato: i rampolli delle famiglie benestanti vanno immediatamente verso le università private (detto fra noi: con ben poche "eccellenze" in cattedra, compresi gli economisti), mentre quelli "da lavoro dipendente" rarefanno le iscrizioni anno dopo anno.
Non sono mancati i complici, naturalmente. Dagli ex portaborse ricollocati come "docenti", ai professori pavidi tutti desiderosi di diventare capi-dipartimento (e quindi favorevoli per decenni alla proliferazione insensata di nuovi corsi inutili), a quella parte di studenti che pensava di essere ribelle quando chiedeva un "apprendimento lento" e "compatibile con le esigenze di vita".

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Record negativo di iscritti all'università in Italia: nel 2012/2013 immatricolati solo il 57,7% dei diplomati. In 24 mesi il sistema universitario italiano ha perso quasi 100mila iscritti. Le cause sono nelle politiche di de-qualificazione portate avanti dai governi negli ultimi anni.

Sempre più cara, sempre più d’elite, sempre meno di massa. Che l’università italiana stesse vivendo un periodo non facile in termini di immatricolazioni, di qualità della didattica e di appeal, gli studenti lo denunciavano da anni con le loro mobilitazioni. Nei giorni scorsi è però arrivato il dato che certifica una situazione che va ben oltre la criticità: nell’anno 2012/2013 solo il 57,7% dei diplomati hanno poi deciso di proseguire gli studi.

Calcolare il tasso di diplomati che ogni anno si immatricolano è molto semplice: basta incrociare i dati forniti dal Ministero dell’Istruzione che quantificano in numeri assoluti i diplomi annuali con quelli resi noti dalle Università. Il risultato documenta il drammatico fallimento del sistema d’istruzione italiano che negli ultimi 10 anni ha visto pericolosamente abbassarsi il tasso di laureandi e di laureati. In realtà, andando molto indietro nel tempo, il record negativo toccato quest’anno regge per ben 30 anni, visto che nel 1982 oltre 7 giovani diplomati su 10 proseguirono gli studi. Un dato che è risultato in crescita costante sino al picco del 1991/1992 quando gli immatricolati furono il 79,9% dei diplomati. Da allora risultati altalenanti ma comunque positivi negli anni ‘90, fino al continuo trend negativo degli anni 2000 e al record negativo di quest’anno, che ragionando in termini assoluti rende ancor più l’idea delle proporzioni del fenomeno: in soli 12 mesi il sistema universitario italiano ha perso quasi 100mila immatricolazioni.

Un risultato, quello italiano, ancor più grave se si travalicano i confini nazionali per fare un confronto col contesto europeo. Con il suo misero 19,8% di popolazione compresa tra i 30 e i 34 anni fornita di laurea, l’Italia è il paese europeo con il minor tasso di laureati. Lontanissime Germania e Francia, che rispettivamente registrano tassi del 30% e del 43%. Altrettanto irraggiungibili, allo stato dei fatti, gli obiettivi fissati dall’Unione Europea che per il 2020 prevedeva percentuali del 40%. Cifre astronomiche, soprattutto per l’Italia, che ricordiamo essere stato uno dei pochissimi paesi che in tempo di crisi ha cercato di reperire risorse proprio dal mondo dell’istruzione, con tagli al bilancio tra il 2010 e il 2012 nell’ordine del 10%. Così, mentre l’Italia nel 2008 si apprestava a sforbiciare 100mila cattedre, la Germania incrementava il numero degli insegnanti del 13% e la Turchia guidava il filotto di paesi che puntavano sull’istruzione con un aumento del 16,5% degli investimenti.

Il perché in tempo di crisi in molti puntino sull’istruzione è molto semplice: solo con una qualificazione della mano d’opera e con lo sviluppo tecnologico è possibile reggere la concorrenza di sistemi economici impostati sullo sfruttamento e sul basso costo del lavoro. La considerazione non è nemmeno troppo d’avanguardia se è vero che molti economisti negli ultimi anni si sono spesi nel definire l’istruzione e la cultura due veri e propri volani per l’economia. Investire oggi per quadruplicare i benefici domani è però una teoria che solo i nostri governanti non hanno compreso. Persino dalle parti di Bruxelles, dove i conti li sanno fare bene, si sono convinti dell’importanza degli investimenti in università e ricerca, tanto che proprio l’Italia è stata nei mesi scorsi oggetto di un forte richiamo da parte della Commissione, che per bocca di Androulla Vassiliou commentava: "Se gli Stati membri non investono adeguatamente nella modernizzazione dell'istruzione e delle abilità ci troveremo sempre più arretrati rispetto ai nostri concorrenti globali e avremo difficoltà ad affrontare il problema della disoccupazione giovanile".

Parole che suonano come un’accusa nemmeno troppo velata contro le politiche messe in campo dagli ultimi governi che avrebbero dovuto, nelle intenzioni sbandierate, snellire e rilanciare l’università italiana nel segno della meritocrazia, e che invece hanno solo avuto l’effetto di rendere alienante la didattica (a causa della riduzione e dell’invecchiamento dei professori) e di aumentare i costi chiudendo le porte ai meno abbienti. Un vero disastro, dunque, che sembra non dispiacere però a qualche nostro miope politico visto che per il nascente governo Letta qualcuno ha fatto il nome di Mariastella Gelmini per il ministero dell’istruzione. Come a dire, al peggio non c’è mai fine.

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Israele punta a collegare la crisi in Siria con quella iraniana

Mentre l'attenzione dei media internazionali è stata rivolta alla distruzione dello splendido minareto di Aleppo, la guerra civile in Siria si va pericolosamente collegando alla questione iraniana, per tramite di una ben condotta azione politica israeliana.
La questione dell'impiego delle armi chimiche in Siria, che Israele ha infatti subito indicato come "linea rossa" della propria sicurezza e del possibile intervento dello stesso Stato ebraico nel conflitto, è ormai all'ordine del giorno, dopo che alti esponenti dell'establishment militare israeliano hanno dato per certo che il governo siriano ne stia facendo uso.
Ma la notizia si è tinta subito di giallo: infatti il ministro della difesa americano Hagel, la cui nomina, come si sa, è stata duramente contestata dalla lobby ebraica americana, che lo considera troppo acquiescente verso l'Iran, si è dichiarato sorpreso del fatto che la notizia sia stata diffusa a distanza di poche ore dal suo incontro di lunedì scorso con il responsabile della difesa israeliano Moshe Yaalon, nel corso del quale nulla gli era stato detto in merito. "Forse la valutazione non era ancora completa", si è affrettato ad aggiungere diplomaticamente.
Sta di fatto che, una volta di più, il governo Usa si trova incalzato da Israele ad intervenire nel conflitto. E qualcosa in questa direzione sta già avvenendo, dato che è confermato lo schieramento in Giordania, presso il confine meridionale siriano, nella base aerea di Mafraq, di 200 uomini della 1a divisione corazzata Usa, una delle unità d'urto più blasonate delle forze armate americane. Secondo quanto pubblicato lo scorso 17 aprile dal Los Angeles Times, questo primo contingente potrebbe preludere allo schieramento di oltre 20.000 uomini, come punta offensiva del possibile intervento occidentale in Siria, un intervento al quale, secondo quanto precisa il giornale israeliano Haaretz, Israele prenderebbe parte, non foss'altro che per garantirsi la sicurezza della zona contesa del Golan e per chiudere definitivamente i conti con Hezbollah.
Infatti, dopo l'episodio già verificatosi lo scorso ottobre, pochi giorni fa le forze armate israeliane hanno abbattuto un altro drone, che viaggiava a dieci chilometri dalla costa israeliana in direzione di Haifa, proveniente, secondo le autorità israeliane dal Libano. Il drone è stato abbattuto sopra la foresta di Yatir, presso Be'er Sheva, probabilmente anche grazie ad un preavviso da fonti di intelligence dislocate in Libano. Nonostante il movimento Hezbollah ha negato qualsiasi responsabilità nell'accaduto, per Israele la paternità del tentativo di penetrazione nel proprio spazio aereo non lascia adito a dubbi.
La questione siriana, con la sua appendice libanese, si collega così, anche per tramite del filo-iraniano Hezbollah, all'obiettivo fondamentale israeliano, la soluzione della questione iraniana. Israele, non soddisfatta dalla tiepida disponibilità americana ad intervenire, sta ormai dichiarando in lungo ed in largo di essere in grado di colpire l'Iran anche da solo. Lo ha fatto pochi giorni fa il capo di stato maggiore israeliano Benn Gant alla radio israeliana; lo ha confermato il ministro della difesa israliano Moshe Boogie Yaalon nel corso di una conferenza ad Herzliya, affermando che "Israele deve prepararsi per l'ipotesi di doversi difendere da solo con i propri mezzi".
Ma, nello stesso tempo, Israele sta esercitando fortissime pressioni sugli Usa, alimentando la convinzione che l'Iran sia in grado in pochi mesi di giungere alla bomba atomica: la "linea rossa" di Israele, però, è legata alla capacità di arricchimento in uranio, mentre Obama la colloca dove tutti i componenti di un'ordigno nucleare fossero stati effettivamente prodotti e assemblati.
La pressione israeliana ha comunque ottenuto un risultato che potrebbe rappresentare un elemento estremamente pericoloso nell'immediato futuro: in occasione del 65° anniversario della fondazione dello stato ebraico, infatti, il Senato Usa ha approvato una impressionante risoluzione, la Risoluzione 65 appunto, su proposta del presidente della commissione esteri del Senato, sen. Robert Menendez (D-NJ) e del sen. Lindsey Graham (R-SC), sostenuta da 79 membri bi-partisan del Senato Usa. Questa storica risoluzione, che nel suo preambolo ricostruisce in sintesi la storia delle relazioni Usa-Iran e dello speciale rapporto Usa-Israele, riaffermando il sostegno degli Stati Uniti al diritto israeliano all'auto-difesa, conclude testualmente:
"qualora il governo di Israele fosse costretto ad intraprendere un'azione militare di legittima auto-difesa contro il programma di armamento nucleare iraniano, il governo degli Stati Uniti affiancherà Israele, fornendo, nel rispetto della legge americana e delle responsabilità costituzionali del Congresso ad autorizzare l'uso della forza militare, supporto diplomatico militare ed economico al governo di Israele nella difesa del suo territorio, del suo popolo e della sua esistenza".
Si comprende bene quindi che il collegamento fra la "linea rossa" rappresentata dalle armi chimiche siriane e la "linea rossa" del nucleare iraniano, rischia una volta di più di porre l'impegno militare americano a rimorchio di una politica militare israeliana, diretta con ogni evidenza a risolvere quanto prima e con la forza le due crisi principali dell'attuale Medio Oriente.

Moody's: "l'Italia andrà ancora peggio"

L'agenzia di rating rompe la tregua nei confronti dell'Italia e avverte: la recessione sarà molto più lunga e grave di quanto finora previsto. O meglio; raccontato.

Moody's conferma il rating 'Baa2' per l'Italia, con prospettive negative. E avverte: senza un mandato chiaro per il governo le riforme sono a rischio. Lo stallo politico può pesare anche sulla fiducia degli investitori, con il rischio di costringere il governo a cercare l'aiuto dell'Europa tramite l'Esm, il fondo salva Stati, e ''potenzialmente la Bce''.
Un'ipotesi, quest'ultima, ''complicata'' dalle difficoltà politiche perché ogni appoggio esterno ''richiederebbe inevitabilmente un impegno credibile del governo a ulteriori riforme''.
L'analisi di Moody's dipinge un quadro severo per l'economia italiana, con una recessione più profonda delle attese. L'agenzia di rating rivede infatti al ribasso le stime di crescita del prodotto interno lordo (pil) 2013 che dovrebbe contrarsi dell'1,8% rispetto all'1% precedentemente stimato. Una previsione peggiore anche a quella del Fondo Monetario Internazionale (Fmi), che ha stimato per l'Italia un calo del pil dell'1,5%.
La crescita - secondo Moody's - tornerà solo nel 2014, quando il pil dovrebbe salire di un modesto 0,2%; una cifra così bassa da non costituire neanche un'inversione di tendenza (in economia viene chiamato il "rimbalzo del gatto morto"), ma soprattutto rientrante nel normale "margine di errore" di ogni previsione.
L'outlook negativo riflette ''l'elevato rischio che l'Italia possa perdere la fiducia degli investitori e l'accesso ai mercati privati del debito in seguito allo stallo politico e all'incertezza sulla futura direzione politica, così come al rischio contagio'' dagli altri paesi della periferia dell'area euro. A complicare il quadro, è anche la debolezza del sistema bancario e il credito ''limitato e costoso'' per le piccole e medie imprese, ''motore di crescita dell'economia italiana''.
Moody's, comunque, conferma il rating grazie all'avanzo primario (le entrate dello Stato sono comunque superiori alle uscite, grazie alla mostruosa pressione fiscale) che aumenta le possibilità di un debito sostenibile nonostante le aspettative di una crescita bassa nel medio termine. Ma anche per la ''resistenza dell'economia, sostenuta da un relativamente basso indebitamento del settore privato e la probabilità di un appoggio finanziario, se necessario, dall'area euro visti progressi degli ultimi anni in termini di risanamento e l'importanza sistemica dell'Italia per l'area euro''.

Moody's, insieme a Standard & Poor's e Fitch, è una delle tre maggiori agenzie di rating al mondo, con oltre seimila dipendenti e un fatturato di 2,35 miliardi dollari. Fondata nel 1909 da John Moody, un giornalista economico interessato alla "trasparenza finanziaria delle aziende", ha sede a New York e l'azionista di controllo è il magnate statunitense Warren Buffett che opera tramite il suo fondo Berkshire Hathaway. Il quale, naturalmente, si avvantaggia delle "previsioni" fatte dalla "sua" agenzia. Sia nel senso di avere accesso prima degli altri a notizie rilevanti per il business, sia nel senso di far circolare previsioni che facilitano la sua individuale attività speculativa. Mica pensavate che lo chiamino "l'oracolo di Omaha" perché possieda un "fiuto" più raffinato degli altri...
Finita nella bufera in seguito al crac di Lehman Brothers (2008), cui Moody's assegnava un rating di massima affidabilità (la cosiddetta tripla A) fino a poco tempo prima della bancarotta, l'agenzia insieme a Standard & Poor's e Fitch finisce nel mirino delle autorità italiane per manipolazione dei mercati, rivelando a più riprese l'imminente declassamento del rating dell'Italia.
La Procura di Trani e la Guardia di Finanza contestano alle agenzie di rating anche l'aggravante di ''aver cagionato alla Repubblica Italiana un danno patrimoniale di rilevantissima gravita'''. Nel caso di Moody's, la Procura di Trani apre una indagine dopo il report diffuso il 6 maggio del 2010 a mercati aperti in cui si affermava che il sistema bancario italiano, in seguito al tracollo della Grecia, era tra quelli a rischio. La diffusione del report, che la Procura ritiene basato su ''giudizi infondati e imprudenti'' provocò il crollo del mercato dei titoli italiani. L'inchiesta è stata ovviamente archiviata a luglio del 2012.
Mica vorrete disturbare la finanza globale...

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