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09/03/2013

24 anni fa il "caracazo": una storia di attualità (in Europa)

Il 27 febbraio 1989 iniziò nel municipio di Guarenas, a 30 chilometri da Caracas, una rivolta popolare che sarebbe stato il punto di partenza di un cambiamento di ciclo politico, economico e sociale in Venezuela e, per estensione, in buona parte dell’America Latina, che si è prolungato fino ad oggi.

Febbraio 1989

Tre settimane prima, il 4 febbraio 1989, aveva preso possesso della Presidenza della Repubblica del Venezuela Carlos Andrés Pérez (conosciuto come CAP), candidato del partito socialdemocratico Azione Democratica, membro dell’Internazionale Socialista, organizzazione della quale CAP era vicepresidente.

Dopo un precedente periodo presidenziale (1974-1979) caratterizzato da politiche nazionalizzatrici, da opere pubbliche e programmi sociali, CAP disponeva di una solida reputazione politica di democratico e terzomondista. D’altro canto, con un’inflazione annuale del 29,5% nel 1988 ci si attendeva un “pacchetto economico”, che il candidato aveva già annunciato, anche se non in maniera concreta, con il nome di “Programa Nueva Venezuela”, basato su un prestito condizionato del Fondo Monetario Internazionale (FMI) di 4 miliardi e mezzo di dollari. Pérez fece in modo di divulgare il ragionamento secondo cui ogni nuovo prestito futuro del FMI dipendeva dall’accettazione delle condizioni del primo. La “Venezuela saudita” dei felici anni ‘70 doveva cedere il passo a una Venezuela indebitata, tutelata dalle istituzioni economiche del sistema capitalista mondiale.

Il programma dettagliato si conobbe presto, nella sua presentazione per televisione di fronte all’aspettativa popolare: il prestito era subordinato all’abbandono delle sovvenzioni al debole settore industriale, alla privatizzazione delle imprese pubbliche, una seconda svalutazione del bolívar e una liberalizzazione dei prezzi, in particolare quelli dei combustibili. Si trattava quindi di una resa totale del Paese di fronte alle condizioni del FMI. Impoverire la maggioranza per accedere a crediti che avrebbe dovuto trovare senza problemi data la sua condizione di grande esportatore di petrolio. Doveva accelerare il suo indebitamento e un impoverimento della popolazione che si prolungava già da più di un decennio.

Inoltre la riduzione automatica del potere d’acquisto dei salariati, l’aumento dei prezzi del combustibile ebbe ripercussioni  immediate in particolare nei prezzi del trasporto pubblico: gli autobus non esitarono ad aumentare le loro tariffe quello stesso giorno perfino del 200%. Si trattava del mezzo di trasporto che utilizzava l’immensa maggioranza della popolazione.

Era quindi un aggiustamento strutturale duro e puro, come altri che sarebbero stati imposti nella regione alla fine degli anni ’80 e agli inizi degli anni ’90 del XX secolo. Che si verificava per di più in un contesto di proteste e scioperi, tra cui quelli del  personale della scuola –230.000 persone in sciopero permanente– e di forti mobilitazioni studentesche.

Il 27 febbraio il rifiuto di massa dei lavoratori di pagare il biglietto dell’autobus con le nuove tariffe triplicate dette il segnale d’inizio della rivolta di Guarenas, che in poco tempo si allargò alla capitale. Gli scontri con la polizia –che presentava anch’essa le sue proprie rivendicazioni– cominciano quello stesso giorno, così come gli attacchi ai negozi i cui proprietari avevano raddoppiato e triplicato i prezzi dei loro prodotti in parallelo all’aumento del prezzo del trasporto pubblico.

In un Paese con un’assenza quasi totale di reti di protezione sociale, un tasso di povertà intorno all’80% –58% di povertà estrema–, e nel quale le entrate del petrolio erano captate interamente dalle élites economiche e sociali, le misure proposte attaccavano direttamente e immediatamente le condizioni di vita dell’immensa maggioranza, deteriorando ancor di più il livello di vita.

Il 28 febbraio fu “il Giorno in cui scesero i cerros”, secondo un’espressione di Rafael Rivas-Vázquez: si paralizzò la vita nella capitale e la rivolta assunse proporzioni nuove. Nonostante i tentativi della maggioranza dei media di presentare i manifestanti come orde di delinquenti, l’atteggiamento di questi fu abbastanza selettivo: in generale vennero rispettate le farmacie, i dispensari e gli ospedali, le scuole, ecc., e i saccheggi si accentrarono sulle attività commerciali di beni di consumo che avevano aumentato i prezzi, così come sulle banche e sui posti di polizia. Ma la copertura mediatica, specialmente da parte delle grandi catene generaliste della televisione, si orientò fin dal primo momento a fomentare la paura della popolazione, presentando la rivolta come una minaccia generale per la pace ed esigendo un intervento di forza.

Marzo 1989

In quella stessa giornata del 28, il governo di CAP lanciò il Piano Ávila, un insieme di misure di emergenza cucinato nelle  ultime ore del 27 nel palazzo di Miraflores tra il Governo, le autorità militari e i partiti di opposizione.

Per mettere in atto la repressione, il Governo decretò la sospensione delle garanzie costituzionali e l’introduzione della legge marziale, carta bianca che rese possibile l’uso della forza militare contro la popolazione civile e una repressione particolarmente dura, specialmente nei cerros, quartieri poveri della periferia della capitale e delle città dove si verificò la sollevazione (Maracay, La Guaira, Barquisimeto, Mérida, e altre). La rivolta non poté essere controllata che dopo quattro giorni di massacri da parte dell’esercito. Il Governo avrebbe ammesso in seguito cifre ufficiali di morti di 276 persone ma successive stime indipendenti parlano di una cifra molto più alta e credibile, intorno a 3.000 vittime 1 . Il numero totale non si saprà mai, tra l’altro perché l’esercito si occupò di far scomparire centinaia di cadaveri in fosse comuni scavate in tutta fretta.

Il Piano Ávila rappresentò la militarizzazione della risposta alla crisi, e contò sul nulla osta degli uomini forti delle istituzioni capitaliste internazionali presenti nel Governo, tra i quali Moisés Naím, noto opinionista di El País, in quel momento ministro dello Sviluppo del gabinetto di CAP ed ex direttore esecutivo della Banca Mondiale, membro del Forum Economico Mondiale, consigliere di agenzie degli Stati Uniti, come il National Endowment for Democracy , ecc. Attualmente la sua incessante attività di divulkgazione della buona nuova neoliberista è valsa a questo grande guru della destra neocon ispanoamericana un posto di rilievo nei principali media della galassia propagandistica del sistema, in particolare quelli legati al gruppo Prysa, Globovisión, NTN24, ecc. Per questo, il suo sito web 2 cancella opportunamente qualcuna delle sue impronte nella strage venezuelana e lo “libera” dalla sua presenza nel Governo nel febbraio del 1989. Ma altre fonti confermano che è stato membro del gabinetto di CAP fin dal 2 de febbraio, cioè dall’insediamento di questo, e partecipe diretto nell’applicazione delle misure di aggiustamento neoliberista, niente meno che dal suo posto di ministro dello Sviluppo, e la sua responsabilità nella successiva repressione come membro del Governo.

I precedenti presidenti venezuelani (Luis Herrera Campins, Jaime Lusinchi) avevano già attuato alcune misure di taglio delle spese sociali e svalutazione. Ma è CAP che opta, su richiesta del FMI, per introdurre un aggiustamento duro e puro, confidando sul suo proprio prestigio personale e sull’appoggio delle istituzioni internazionali. Inoltre, lo farà introducendo tutte le misure –tagli al bilancio, privatizzazioni, aumento dei prezzi, riduzione dei salari– in un colpo solo, anziché scaglionare l’imposizione di  misure chiaramente impopolari come gli raccomandavano alcuni membri del suo Gabinetto, per esempio Teodoro Petkoff, ex guerrigliero convertito al neoliberismo e uomo forte in materia economica con diversi governi dell’epoca, che sosteneva un “programma graduale, equilibrato ed equitativo”.

Febbraio 1992

Con lo scatenamento delle forze militari contro la popolazione e con l’erronea successiva imposizione delle misure del suo programma sarebbe apparsa palese la debolezza istituzionale non solo dello stesso presidente ma anche del regime politico predominante nel Paese a partire dal 1958, sorto dall’accordo conosciuto come “Pacto de Punto Fijo” 3 –la Quarta Repubblica– che stabiliva una spartizione del potere tra i due partiti maggioritari: Acción Democrática (gli adecos, socialdemocratici) e Copei (copeyanos , democristiani).

Lo Stato venezuelano creato nel 1958 –la Quarta Repubblica– era l’ambito arbitrale di distribuzione delle rendite da petrolio tra le classi e i gruppi dominanti. Questo era il suo oggetto principale e la sua ragion d’essere. Negli anni dell’aumento dei prezzi del petrolio, il modello funzionò, ma gli avvenimenti del 1989 (“caracazo”, malcontento e indignazione popolare) e le pretese degli organismi internazionali, il FMI in particolare, portarono in breve tempo all’esaurimento del regime “puntofijista”. L’epilogo sarebbe arrivato con l’imputazione di Pérez, accusato di corruzione su grande scala, che sarebbe fuggito dal Paese e morto in esilio perseguito dalla giustizia venezuelana.

Dall’altra parte il 4 febbraio del 1992, il colonello Hugo Chávez Frías e altri ufficiali misero in atto un tentativo di espellere il presidente Pérez e prendere il potere con la forza, con una sollevazione militare che fallì a Caracas. Tuttavia la divulgazione del video di un minuto di durata 4 nel quale Hugo Chávez si assumeva la responsabilità dei fatti fece conoscere l’esistenza di un movimento militare “bolivariano” in sintonia con la sensibilità e le richieste delle maggioranze popolari venezuelane che godeva di grande popolarità.

Dopo due anni di prigione, Hugo Chávez organizzò un movimento finalizzato ad arrivare al potere e creare un regime di tipo nuovo definito “bolivariano”. Lo strumento politico per ottenere questo risultato fu l’MVR (Movimiento Quinta República). Nel 1998 le elezioni cacciarono dalla prima linea della scena politica i due partiti la cui turnazione al potere aveva dominato gli ultimi quattro decenni. Con l’elezione di Hugo Chávez Frías alla presidenza della Repubblica, e soprattutto con la successiva  Costituzione Bolivariana, si pose fine al regime instaurato nel 1958 alla caduta del dittatore Marcos Pérez Giménez, e si dette inizio a un processo socioeconomico di tipo nuovo.

Insieme a processi paralleli successivi in Brasile, Bolivia, Ecuador e Argentina, i cambiamenti radicali iniziati dai primi anni ‘90 dal regime bolivariano del Venezuela hanno comportato un deciso cambio di rotta nell’orientamento politico del subcontinente: maggior rappresentatività e partecipazione delle classi popolari; maggior indipendenza degli Stati di fronte alle potenze economiche e politiche dominanti; creazione di istituzioni internazionali indipendenti (Unasur, CELAC, etc.) 5, maggior giustizia sociale all’interno dei loro Paesi: riduzione drastica della povertà e della povertà estrema, accesso alla sanità alla casa, all’educazione; miglioramenti in tutti gli indicatori di benessere ed equità sociale (indici educativi, indice Gini, speranza di vita, ecc.) 6

NOTE

2 “Prima di dedicarsi all’analisi e al giornalismo, Naím lavorò nel settore pubblico e nell’insegnamento: fu ministro dell’Industria e Commercio del Venezuela agli inizi degli anni ‘90, direttore della Banca Centrale del Venezuela e direttore esecutivo della Banca Mondiale”. http://www.moisesnaim.com/es/about_moises_naim




6 Ignacio Ramonet: “Dal 1999, 80 milioni di persone sono uscite dalla povertà in America Latina” http://www.aporrea.org/internacionales/n205138.html


Traduzione per Senzasoste Andrea Grillo, 27.2.2013

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