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28/02/2013

La crisi dell'Euro non è finita

Diciassette anni fa, Bernard Connolly predisse la miseria che attendeva l'Unione europea. Allora rivestiva una figura fondamentale nella burocrazia europea e per aver pubblicamente espresso i suoi dubbi in un libro intitolato "The Rotten Heart of Europe" (il cuore marcio dell’Europa) , fu prontamente licenziato. Connolly non ha piacere di aver visto avverarsi la sua predizione. E non è confortato dall’opinione comune per cui l'Ue abbia attraversato il momento peggiore della sua crisi e sia sul punto di rinascita.

Per Connolly, come spiega in questa intervista rilasciata al The Wall Street Journal, il cuore dell'Europa sta ancora marcendo.

La classe politica europea, dice, ritiene che la crisi "abbia raggiunto il suo punto più alto" la scorsa estate, "perché c’era un pericolo imminente, dal loro punto di vista, che il loro sogno meraviglioso scomparisse." Ma dal punto di vista "delle persone in carne e ossa, le famiglie, le imprese e le economie", dice, la situazione "è sempre peggio." La scorsa settimana, l'UE ha riferito che l’economia della zona euro si è ridotta dello 0,9% nel quarto trimestre del 2012. Per l'intero anno, il prodotto interno lordo è sceso dello 0,5%.

Due sono le soluzioni che si prospettano, sostiene Connolly, nessuna delle quali appetitosa. O la Germania paga "qualcosa come il 10% del suo Pil ogni anno, per sempre" ai paesi colpiti dalla crisi per tenerli nell’euro. O l'economia peggiorerà talmente in Grecia o in Spagna o altrove che gli elettori alla fine diranno: "Beh, ora andatevene tutti al diavolo”, prospettiva non molto piacevole, come dimostra la crescita di movimenti come i neofascisti di Alba Dorata in Grecia.

Connolly non è solo una Cassandra. Quando aveva previsto il disastro, presiedeva il comitato affari monetari della Comunità europea, la parte della burocrazia di Bruxelles incaricata di innescare il processo dell’euro. La sua confessione pubblica, per cui l'unione monetaria avrebbe provocato inevitabilmente una crisi economica, non soltanto gli è costata il suo lavoro, dice, ma anche la pensione: il suo accesso all’ufficio gli fu negato ancora prima che il suo licenziamento fosse ufficializzato. Nell'introduzione all'edizione paperback di "The Rotten Heart of Europe", Connolly ricorda che la sua fotografia fosse stata pubblicata agli ingressi degli uffici della Commissione, come quella di un criminale ricercato.

Connolly ha continuato la sua carriera di economista nel settore privato. La sua ricerca, svolta nella divisione commerciale della American International Group (NYSE: AIG - notizie), ha continuato a essere senza compromessi. Nel 2003, quando l’ allora presidente della Federal Reserve Alan Greenspan portò i tassi di interesse a un 1% senza precedenti, Connolly descrisse l'economia degli Stati Uniti come una catena di sant’Antonio del debito e previde che i tassi di interesse sarebbero scesi ancora di più per mantenere in vita il sistema.

Oggi Connolly fornisce i suoi appunti di ricerca a clienti che presumibilmente li pagano profumatamente. Generalmente non ama parlare con la stampa. E non fa dichiarazioni pubbliche o di mercato, perché non vuole "agitare" i suoi clienti.
Ma con il suo libro nuovo in stampa, Connolly ha accettato di sedersi nell'ufficio del suo editore a spiegare perché l'euro è andato storto, perché nulla è stato risolto, e che cosa si aspetta che succederà.

A un prima impressione, vi è un certo fondamento nell’opinione ufficiale che il peggio della crisi sia alle spalle: spread, disavanzi delle partite correnti e deficit di bilancio sono in calo. L’uscita della Grecia dalla moneta unica non sembra più imminente.

Eppure la disoccupazione è vicina al 27% in Spagna e Grecia. L'economia dell’euro-zona si è ridotta sempre più velocemente per tutto il 2012. E, più importante per Connolly, i fondamentali economici in Francia stanno peggiorando. La scorsa settimana la Francia ha annunciato di mancare il suo obiettivo di riduzione del deficit per l'anno in corso a causa dell’oscuramento delle prospettive di crescita.

“Una cosa è salvare la Grecia o l'Irlanda” afferma Connolly, ma "se i tedeschi a un certo punto pensassero: ci tocca salvare la Francia, e su base continuata, che faranno? Io non lo so, ma questa è la domanda a cui rispondere".

Il punto di vista ufficiale è che i salvataggi di Grecia, Irlanda e Portogallo, e forse presto della Spagna, sono aberrazioni, e non appena questi paesi rimetteranno i bilanci in sesto, le loro economie seguiranno e il cerotto resterebbe un ricordo. Connolly la definisce propaganda.

E qui arriviamo al nocciolo del concetto del cuore marcio di Connolly contro la moneta unica: secondo la propaganda, la causa della crisi è stata "l’indisciplina fiscale in paesi come la Grecia e l’indisciplina finanziaria di paesi come l'Irlanda. " Di (KSE: 003160.KS - notizie) conseguenza, "la risposta si è concentrata sulle regole di bilancio, sui salvataggi di bilancio e sulle regole per il settore finanziario, con la prospettiva di salvataggi finanziari attraverso l’unione bancaria, anche se non è chiaro."

Ma anche se i Greci erano indisciplinati, dice, "sia la crisi del debito sovrano sia la crisi bancaria sono sintomi, non le cause. La causa è la bolla enorme generata in tutto il mondo dalle politiche monetarie, in particolare nella zona euro" da parte della Bce (Toronto: BCE.TO - notizie) .

La bolla si è formata così: quando paesi come l'Irlanda, la Grecia e la Spagna aderirono all'euro, i tassi di interesse immediatamente scesero a livelli quasi tedeschi, in alcuni casi da livelli a doppia cifra. "L'ottimismo creato in questi paesi, quando scoprirono che potevano avere bassi tassi di interesse senza far crollare le loro monete come in passato, ha portato la gente a pensare che ci fosse una vera e propria rivoluzione dei rendimenti", dice .

C'era stato un aumento dei tassi di rendimento in Irlanda "e in una certa misura in Spagna" nel periodo che precedette l'adesione all'euro, grazie alle riforme strutturali nei paesi in quel periodo. Ma dal momento in cui arrivò l’euro, il denaro cominciò ad arrivare massicciamente in questi paesi, ben oltre le opportunità disponibili.

"Ciò che favoriva questo grande afflusso," dice Connolly, "era essenzialmente la credenza che vi fosse un forte rendimento nel settore delle costruzioni, che a sua volta dipendeva dalle aspettative di apprezzamento del mercato della casa, in qualche modo non dissimile da quello che stava accadendo negli Stati Uniti a metà del decennio scorso, ma molto più grande. "

Quanto più grande? "Se si guarda al rapporto tra costruzioni e popolazione, il boom del mercato immobiliare in Spagna e in Irlanda è stato qualcosa come tre o quattro volte più intenso rispetto al picco del boom negli Stati Uniti. Sconvolgente."

Questo fiume di denaro ha favorito un aumento dei salari molto più veloce del miglioramento della produttività, mentre l'indebitamento a basso costo ha portato a maggiori deficit di bilancio. Dopo il panico finanziario del 2008, la bolla è inevitabilmente scoppiata.

Quindi, ciò che è necessario ora non è semplicemente un irrigidimento fiscale, o anche un ridimensionamento con una riforma bancaria. Per rendere queste economie di nuovo competitive, salari e prezzi devono semplicemente tornare a qualcosa di simile a dove erano nel pre-bolla , sostiene Connolly. “Un modo per raggiungere questo obiettivo sarebbe una massiccia svalutazione dell'euro, davvero massiccia".

Se questo non è possibile, dice, l'Europa può cercare di "ricreare la bolla" riportando le condizioni che hanno consentito alla Spagna di prendere denaro in prestito così a buon mercato. Questo è "essenzialmente ciò che Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea, sembra stia tentando di fare: ricreare una bolla". Draghi, con la minaccia di intervenire sui mercati del debito sovrano, ha spinto i tassi di interesse in Spagna notevolmente all’ingiù. Ma poiché il sistema bancario è in difficoltà, e poiché i prezzi delle case continuano a scendere, anche questi tassi bassi non sono sufficienti per stimolare gli investimenti nel paese come in precedenza. E anche se Draghi dovesse avere successo, dice Connolly, il presidente della BCE starebbe soltanto "ricreando esattamente la pericolosa insostenibile situazione che abbiamo avuto a metà del decennio scorso."

Il che lascia l'Europa con l'ultima opzione: paga la Germania. Connolly la mette così: "Si può dire a un paese come la Spagna: 'Non avete bisogno che miglioriate la competitività, non c'è bisogno di avere una bilancia commerciale da piena occupazione. Potete ancora avere una bilancia delle partite correnti da piena occupazione perché vi trasferiremo noi il denaro”. E se si vuole evitare di riaggiustare la situazione, questi trasferimenti monetari devono essere compiuti per l'anno in corso, per il prossimo, per quello dopo ancora, e così per sempre."

Questo non è il modo in cui la vedono Bruxelles e Francoforte. A loro parere, un piccolo aiuto attuale si limiterà a facilitare la transizione verso un futuro stabile, dopodiché i trasferimenti cesseranno. Di tutti i paesi che sono stati salvati finora, l'Irlanda si avvicina alla realizzazione di questo obiettivo. Ma l'Irlanda, nota Connolly, "è un’economia molto più flessibile e molto più aperta di Spagna, Grecia, Portogallo, Francia, Italia." Le (Parigi: FR0000072399 - notizie) economie meno flessibili sono state più lente a fare le riforme, con la conseguenza che i salari, invece di cadere a un livello sostenibile post-bolla, restano alti, e fanno crescere la disoccupazione di massa.

Il che ci riporta alle politiche della crisi dell'euro. A un certo punto, la gente dei paesi colpiti presumibilmente pretenderà di porre fine al dolore e affidarsi a un governo disposto a pensare l'impossibile: per esempio lasciare l'euro.

Per evitare questa situazione, la Germania potrebbe accettare di finanziare i trasferimenti, sperando che non siano permanenti, o che siano meno costosi della frantumazione dell’euro. Ma, avverte Connolly, una volta che il meccanismo di trasferimento di denaro dalla Germania al conto corrente dei paesi in deficit sarà in atto, sarà solo questione di tempo prima che la Germania si trovi di fronte la Francia da aggiungere alla lista delle nazioni a carico, cosa che neanche Berlino vorrebbe o potrebbe permettersi.

La riunificazione tedesca è costata all'ex Germania occidentale circa il 5% del Pil l'anno e ancora a tempo illimitato. La spesa si è rivelata politicamente tollerabile, per Connolly, perché c'era un forte senso che "stavano riunendo il loro paese." Ma questa solidarietà non esiste all’interno dell’Europa.

"Non c’è un popolo europeo, e non si riuscirà a creare un unico popolo attraverso la creazione di un sistema in cui si dice, 'Noi vi diamo i soldi, voi seguite queste regole'", dice Connolly. "Semplicemente, non funziona".

tratto da http://it.finance.yahoo.com/

24 febbraio 2013

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