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25/02/2013

Elezioni - Le responsabilità della sinistra: uno scenario

Per aprire questa piccola riflessione pre-elettorale si potrebbero citare molti dati, ma per non annoiare il lettore con cose che del resto tutti sanno è sufficiente ricordarne solo uno: negli ultimi anni in Italia il saldo migratorio si è invertito. Il numero delle persone che hanno abbandonato il Paese è superiore a quello degli immigrati. Si tratta di giovani, per lo più scolarizzati, che cercano all'estero il lavoro che non trovano qui per colpa della “crisi” o del clientelismo imperante. Ma anche di pensionati che si trasferiscono in Paesi dove il loro reddito gli consente di vivere più dignitosamente, o gente che semplicemente molla tutto e se ne va, stufa di un quotidiano invivibile, cercando di ripartire da zero in qualche altro posto. Una tendenza, quella del “si salvi chi può”, che accomuna tutte le fasce di età, alla faccia della cosiddetta “guerra tra generazioni”. Non è più soltanto il fallimento di un sistema politico ma quello di un modello complessivo di società dominata dalle mafie, dove non ci sono più neanche prospettive di cambiamento ma solo di evasione individuale.

Se tutti coloro che ne hanno voglia se ne potessero andare, nel giro di un paio d'anni l'Italia rimarrebbe probabilmente con meno abitanti di San Marino.

Soltanto nel mondo delle favole, quello dei media e dei politici di regime, si continua a parlare di una fantomatica fase due, quella dello “sviluppo” (che sarebbe comunque insostenibile) e della “crescita”. Nel frattempo, solo in questi ultimi due mesi di ossessiva campagna elettorale sono stati persi 186mila posti di lavoro. Sono gli effetti, assolutamente prevedibili e chiaramente premeditati, delle politiche recessive del governo Monti, che ha trasferito un'immensa quantità di ricchezza dai lavoratori, dai pensionati, dalle famiglie e dalle piccole imprese al sistema bancario e alla speculazione finanziaria, così come prescritto dai dettami dalla tecnocrazia europea.

Nella cosiddetta “seconda repubblica”, nata dal progetto piduista di “rinascita democratica”, hanno governato a turno centro-sinistra e centro-destra, fino ad arrivare al Grande Inciucio del governo “tecnico” in cui i due schieramenti hanno sostenuto congiuntamente le politiche dettate dalla grande finanza, dal Vaticano e delle lobby massoniche e confindustriali. Una vera e propria guerra di annientamento delle classi subalterne.

Scimmiottando gli aspetti più deteriori della politica statunitense, tra primarie, convention e governatori, PD e PDL hanno agito come rappresentanze politiche di gruppi di interesse che hanno depredato il territorio, azzerato i diritti, privatizzato i beni comuni, mentre si finanziavano spese militari sempre crescenti in cerca di avventure neo-colonialiste nei Paesi del Sud ricchi di risorse.

È stato cinicamente utilizzato il ricatto occupazionale per imporre lo smantellamento dei diritti dei lavoratori (modello Marchionne) o del diritto alla salute (modello ILVA).

E se è vero che il marchio culturale di questo ventennio è stato quello di Mediaset e del berlusconismo, non può essere sottaciuto il ruolo di gruppi editoriali come Repubblica - L'Espresso che hanno costruito un vero e proprio oligopolio informativo al servizio di un sistema politico bloccato, corrotto e autoritario.

Non è esatto dire che nessuno in Italia si sia opposto a questo stato di cose: in ogni paese, in ogni città, movimenti, comitati e associazioni locali si sono battuti e si battono contro i predatori di ogni risma per difendere i servizi pubblici e i beni comuni contro le privatizzazioni, la chiusura degli uffici postali, la sparizione dei trasporti, lo smantellamento degli asili o dei distretti sanitari, gli sfratti. Si oppongono alle politiche di guerra o alla distruzione della scuola e dell'università, ma soprattutto per difendere il loro territorio, il loro ambiente e la loro salute.

Di queste lotte, che i politici di regime definiscono spesso spregiativamente “estremistiche” o “nimby”, è diventato il simbolo il Movimento NO TAV. È grazie alla lotta NO TAV che è venuto alla luce tutto un sistema degli inciuci bipartisan e si è palesato il ruolo delle cooperative edilizie legate al PD come motore della politica delle grandi opere inutili.

Ma in questa miriade di lotte locali ci sono stati dei grandi assenti, ovvero le forze organizzate della sinistra. A parte singoli militanti e gruppi locali, il funzionariato della cosiddetta “sinistra radicale” non si è mai staccato dal cordone ombelicale dei finanziamenti pubblici e delle connivenze con il PD a livello nazionale o locale.

La realtà è che dopo il G8 di Genova a sinistra si è affermata una logica perversa di autoriproduzione di piccoli gruppi burocratici e di abbandono di ogni pratica politica di inchiesta e di radicamento nel sociale.

Questo vale non solo per le forze politiche ma anche per organizzazioni sindacali e i mezzi di informazione tradizionali.

Il fallimento indecoroso della manifestazione del 15 ottobre 2011 contro le politiche di austerità, del tutto rimosso dal dibattito politico, ha palesato come ognuna delle componenti più o meno organizzate cercasse soltanto una propria visibilità mediatica, da chi voleva la passerella per lanciare la propria candidatura elettorale a chi bruciava le macchine a due metri di distanza dal passaggio del corteo.

Avanza con fatica e con sonore frenate il progetto di costituire un sindacato di base unitario alternativo alla CGIL soprattutto a causa di settarismi e personalismi. Vi sono dirigenti sindacali che sono al loro posto da più tempo di quanto Breznev sia stato presidente del Soviet Supremo.

I finanziamenti pubblici di cui la sinistra parlamentare ha goduto per vari anni sono serviti a mantenere una pletora di funzionari, ma non a costruire iniziativa sui territori e neppure a finanziare media alternativi, come dimostra la fine ingloriosa dei quotidiani Manifesto e Liberazione. Il primo incapace di allargare la propria audience oltre una nicchia di reduci radical-chic e dilaniato tra lotte interne tra una vecchia guardia incartapecorita arrivata perfino a giustificare l'intervento militare in Libia e una nuova direzione appiattita sul supporto a SEL, il secondo distrutto da Sansonetti tra indecenti uscite contro i governi progressisti dell'America Latina e assurde esaltazioni della vittoria di Vladimir Luxuria all'isola dei famosi. Entrambi comunque rimasti dipendenti dai finanziamenti di Stato per l'editoria.

In nome delle varie forme di finanziamento pubblico la sinistra cosiddetta “radicale” ha ingoiato tutto, approvando le missioni in Afghanistan o il taglio delle pensioni, fino ad arrivare al disastro della “Sinistra Arcobaleno” del 2008 in cui l'ormai screditato cartello rosso-verde è stato spazzato via dall'elettorato.

Ma neanche oggi la sinistra cosiddetta “radicale” sembra aver capito la lezione. La formazione di Ingroia, oltre a candidare ogni genere di zombie, da Diliberto in giù, continua a cercare ambigue convergenze con il PD (“Al governo? Con il PD sì, con Monti no”) che la rendono del tutto impresentabile.

L'ottimo editoriale di Infoaut sul Movimento 5 Stelle uscito qualche giorno fa ha il merito di evidenziare che il successo dei “grillini” dipende in gran parte da questa clamorosa assenza della sinistra. Ed è normale che oggi si affermino formazioni che si dichiarano “né di destra né di sinistra” quando la sinistra ha dato negli ultimi anni questa immagine di sé. Né vale appellarsi a pregiudiziali ideologiche che in questo periodo di rabbia e frustrazione lasciano solo il tempo che trovano.

Anche qui da noi i militanti di partito (con pochissime eccezioni) sono spariti tutti da tre mesi a questa parte, affaccendati nella loro campagna elettorale, e quando hanno partecipato a iniziative di movimento lo hanno fatto solo per cercare di recuperare consenso e militanti.
In questo quadro la presentazione di liste elettorali ha un carattere del tutto autoreferenziale, non rappresenta e non aiuta nessuno. Anche senza essere astensionisti per principio, la partecipazione alle elezioni può avere un senso come momento di visibilità di un movimento di massa, che al momento non c'è, o che comunque non ha una struttura decisionale definita che possa o voglia esprimere una coalizione elettorale.

La chiave è tornare a misurarsi nel sociale, nei territori, dimostrando che la politica è prima di tutto passione e impegno disinteressato. Sperimentare forme di economia solidale, di fuoriuscita dalla dittatura del mercato, di ricostruzione di reti di protezione sociale che facciano da argine alla desertificazione neoliberista.

Sarebbe riduttivo però parlare soltanto di un problema di prassi politiche. Rimangono a tutt'oggi irrisolti dei nodi fondamentali come la questione della democrazia diretta e della partecipazione popolare, della pianificazione non burocratica dell'economia, delle forme che può assumere un processo di uscita dal sistema capitalistico nel Terzo millennio e della costruzione di una società sostenibile e solidaria.

Su questi temi si continua a rimanere sotto una cappa di provincialismo: nessuno ha cercato veramente di costruire una forza alternativa europea (coordinandosi con i movimenti greci o spagnoli) o addirittura globale (gli snob continuano a storcere il naso di fronte alle interessanti esperienze dell'America Latina).

Per questi ritardi non è sorprendente che soggetti sociali che avrebbero come riferimento naturale la sinistra alternativa si riconoscano oggi in una forza come il Movimento 5 Stelle. Una forza che non proviene dalla tradizione della sinistra ma che ha saputo lavorare sui nuovi strumenti di comunicazione e ha quanto meno cercato di dare delle risposte ai loro problemi più sentiti.

Il Movimento 5 Stelle ha saputo offrire una prospettiva, sia pure ingenua, di cambiamento, bastata su un'idea di comunità e su un'economia solidale e sostenibile. Ma soprattutto ha saputo lavorare sui nuovi strumenti di comunicazione meglio di chiunque altro.

Una comunità “virtuale” ma non solo, visto che non si vedeva tanta gente ad ascoltare comizi in piazza dall'immediato dopoguerra.

Sulle ambiguità e i limiti del Movimento 5 Stelle abbiamo già scritto in occasione dell'ultima venuta di Beppe Grillo a Livorno e non vogliamo ripeterci, ma è innegabile che la partita che si giocherà in queste elezioni è quella tra i partiti di regime (quelli che hanno sostenuto il governo Monti) e questo movimento.

Di fronte a questo dato di fatto, rimangono due opzioni: non votare, ricordando che in un sistema capitalistico le elezioni servono solo a sanzionare i rapporti di forza tra le classi che si determinano su ben altri terreni, o votare per “il nemico del nostro nemico”, cercando di rendere difficoltosa la governabilità dei fiscal compact e delle spending review, che i vari candidati, dietro le polemiche di prammatica, hanno già dichiarato di sottoscrivere.

Entrambe queste opzioni hanno un loro senso e sono rispettabili, e hanno comunque delle “controindicazioni”. Il non voto è già abbondantemente messo in conto dal sistema politico dominante, e sostanzialmente non preoccupa nessuno. Il voto per il Movimento 5 Stelle potrà essere tranquillamente riassorbito se non si creeranno quei presupposti di analisi e di radicamento sociale che sono imprescindibili per una forza di alternativa, e in mancanza dei quali non c'è risultato elettorale che possa assicurare un sia pur minimo cambiamento. Sulla base di queste riflessioni, ognuno faccia come crede. Certo, dopo anni di leggi elettorali truffa, di sbarramenti e di tormentoni sul “voto utile” vedere Bersani e Monti nel panico perché privi di una maggioranza parlamentare sarebbe divertente...

per Senza Soste, Nello Gradirà

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