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giovedì 31 gennaio 2013

Gli Usa preparano l'intervento militare in Bolivia

Minacce Usa alla Bolivia rivoluzionaria. E in nome della "green economy". Un articolo rivelatore uscito su Wall Street Italia, branca italiana del network di Murdoch.

Il Litio sarà fondamentale per il futuro, la battaglia per controllarlo sta per iniziare. Il paese diventerà presto un pilastro fondamentale della green economy. Rischio di un nuovo scenario libico.

Il presidente boliviano Evo Morales ha gridato: "Viva la Coca, morte agli Yankee", perché è riuscito a farsi riconoscere dall’ONU la depenalizzazione della masticazione delle foglie di coca, che fino ad adesso erano considerate al pari dell’alcaloide estratto, chiamato comunemente cocaina. Quindi le coltivazioni di coca presenti in Bolivia, già permesse e incoraggiate dal governo boliviano, acquistano uno stato di legalità internazionale. Su 183 membri dell’assemblea delle Nazioni Unite sarebbero serviti 65 voti contrari per porre il veto alla richiesta del governo di La Paz, invece i no sono stati solo 15: Italia, Israele, Irlanda, Portogallo, Finlandia, Svezia, Paesi Bassi, Stati Uniti, Francia, Germania, Regno Unito, Canada, Russia, Messico, Giappone, essenzialmente i paesi che subiscono le maggiori importazioni di cocaina.

In Sudamerica la masticazione di foglie di coca sta prendendo piede anche in Perù, Argentina, Cile e Brasile e ora il governo di Morales è pronto ad una nuova battaglia: ricevere dall’ONU il permesso di esportare legalmente le foglie di coca. E’ un mercato importante per il povero paese sudamericano, che rappresenta già ora una fetta consistente del PIL Nazionale e se riusciranno ad esportare le loro foglie energizzanti in tutto il mondo, questo mercato diventerebbe una miniera d’oro.

Ma la Bolivia non è solo coca. Recenti ricerche hanno stabilito che sono probabilmente presenti le riserve di Litio più importanti del pianeta. E vogliamo ricordare che il Litio è un minerale fondamentale nella produzione delle batterie e quindi di importanza vitale per l’industria delle auto elettriche e per l’industria dei computer.

Il governo boliviano già ha iniziato ad estrarre questo minerale e ha già studiato un piano di estrazione centennale che potrebbe portare dal 2015 il paese ad essere un pilastro fondamentale della green economy.

Gli Stati Uniti, ovviamente, non vedono di buon occhio che queste risorse siano in mano ad un paese ostile come la Bolivia che inoltre continua a sfidarli sulla coca. Recentemente è stato scoperto come un team di ricercatori americani entrati con visto turistico e con l’intento ufficiale di studiare gli effetti delle alte quote sul corpo umano, siano in realtà uomini del Pentagono impiegati in operazioni di intelligence sul territorio boliviano.

Tutto questo, che sarebbe dovuto rimanere segreto, è stato invece scoperto dalle autorità boliviane che hanno tuonato dicendo che questa era un’operazione non autorizzata, che violava i rapporti tra i due paesi ed era chiaramente un’atto aggressivo teso alla preparazione di un intervento militare.

Il governo boliviano ha inoltre reagito dicendo che porrà sotto sorveglianza le attività dell’ambasciatore statunitense e di tutte le organizzazioni non governative. Probabilmente il piano di Washington, più che essere diretto verso un’intervento militare è teso a destabilizzare la politica interna del paese, finanziando i partiti ostili al regime di Morales e incrementando il clima di ostilità sia verso il governo e sia tra l’etnie autoctone e le minoranze bianche.

E’ possibile che il piano dell’intelligence americana vada nella direzione di riproporre lo scenario libico anche in Bolivia, così da capovolgere il governo sfruttando storiche contrapposizioni interne e magari intervenendo alla fine, appoggiando i ribelli come è successo contro Gheddafi, o come ha fatto al contrario, appoggiando il governo, la Francia in Mali. Una volta rovesciato il governo grazie ad una guerra interna, Washington appoggerà poi un governo amico che gli farà sfruttare agevolmente le riserve di Litio.

Ovviamente se questa ipotesi troverà conferma in futuro, per gli USA sarà facile fare anche una campagna mediatica interna contro il governo boliviano equiparandolo ad uno stato narcotrafficante e quindi pericoloso per tutti noi. L’unico rischio di questa strategia è il riproporsi del fallimentare scenario siriano*, dove la guerra civile interna inizia ma la resistenza del governo e l’appoggio esterno, che nel nostro caso potrebbe arrivare dal Venezuela, da Cuba e anche dal Perù (che recentemente è governato da un governo ostile agli States), porterebbe soltanto ad una situazione di doloroso stallo.

Concludendo, sicuramente gli Stati Uniti non staranno a guardare un Sudamerica che si sta gradualmente liberando dal giogo occidentale e le recenti scoperte possono veramente presupporre il crescere dell’instabilità di quell’area. Il Litio sarà fondamentale per il futuro, la battaglia per controllarlo sta per iniziare.

da Wall Street Italia

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* eh certo, perchè lo scenario libico, invece, è stato un corollario di successi... sì vede che sì tratta di un articolo di parte.

MontePaschi. Il problema è proprio la banca

Colpa "della politica" o della normale attività bancaria? Il caso Mps usato da molti per gettare fumo negli occhi e nascondere i meccanismi di funzionamento "normali" delle grandi banche.

Nell'analizzare la tragicommedia di MontePaschi, intervistato da Fabio Fazio, il direttore del Sole24Ore, Roberto Napoletano, invitava tutti a “metter da parte la politica”. Ovvero a non concentrarsi troppo sul fatto che la banca aveva un rapporto speciale con il Pd e a badare piuttosto alle conseguenze sistemiche sul sistema bancario e l'economia nazionale.

L'invito, da parte di un giornalista, è sembrato quasi sorprendente (dove c'è scandalo ci sono copie da vendere). Evidenziando quindi la preoccupazione che domina all'interno di Confindustria e dell'Abi, che nella vicenda ha perso addirittura il presidente.

Ma è un invito che almeno in parte va raccolto, perché – dal nostro punto di vista – la questione più interessante è il modo di funzionamento di una grande banca, non le singole macchinazioni dei suoi “azionisti di riferimento”. Ma anche perché, avendo potuto ascoltare diverse fonti non sospette sulla vicenda, l'immagine di MontePaschi come “banca del Pd” è decisamente sovradimensionata. Il Pd vi gioca naturalmente un grande ruolo, ma nella storia recente e non di questo istituto, hanno avuto udienza le necessità di finanziamento di soggetti decisamente diversi. Berlusconi stesso, di primo acchitto, ha confessato il suo “affetto” per la banca che gli aveva permesso di portare a termine le operazioni immobiliari “MilanoDue” e “MilanoTre”. Membri noti e importanti della P2 e della P4 – rivelava ieri Repubblica – si sono potuti sedere, illustrare i propri progetti e uscirne contenti. La massoneria, toscana e non, ha da sempre parecchi terminali in quella Rocca.

Il Pd, del resto, anche su questo fronte, non è più il Pci semi-monolitico di una volta. A far data dall'uscita di scena di Achille Occhetto (ultimo segretario di quel qualcosa chiamato Pci, non a caso), il segretario del partito non è stato più il “controllore” assoluto di quanto si muoveva anche a livello di cordate finanziarie.

Con l'avvento dei D'Alema & co. si passa infatti a un “sistema di cordate” che cercano un equilibrio anche all'interno del Pd, oltre che del mercato, e l'unica governance possibile è l'autonomizzazione delle varie “cordate” con modalità di rapporto reciproco non devastanti per la tenuta dell'insieme. Difficile, insomma, chieder conto a Bersani – referente certo delle cordate emiliane (da Unipol alle Coop, ecc) – di cosa accadeva in Mps, che ricadeva in pieno sotto il raggio di interesse dei “toscani”. Che infatti tacciono, a partire da Matteo Renzi, mentre Bersani minaccia di “sbranare” chi cerca di tirarlo in mezzo.

Il problema vero è che una grande banca è quella roba lì. È una “camera caritatis” dove poteri di vario livello, territorializzati o meno, cercano le risorse per operazioni di dubbio valore come per progetti degni di nota. È una centrale idraulica in cui entra capitale reale e si crea capitale fittizio, in uno scambio che deve essere complicato fino al punto da rendere indistinguibili i flussi. E in cui il controllo complessivo è continuamente a rischio. Perché laddove il credito diventa "scommessa" può accadere di tutto, anche l'indesiderabile...

Mps si crea un problema patrimoniale irrisolvibile quando tenta di diventare una “grande banca”. Bisogna ricordare che la prima metà degli “anni zero” del nuovo millennio sono anni di veloci fusioni tra banche italiane; un processo messo in moto da un lato dalla privatizzazione dei cinque istituti di credito “di interesse nazionale”, dall'altro dalle normative europee “liberalizzatrici” che solo l'Italia si sbriga a mettere in pratica. Diventare "grandi", insomma, era anche un modo di non essere ingurgitati dalle banche straniere, come avvenne a Bnl.
Mps parte tardi in questa corsa che vede come principali protagoniste – ad un certo punto – Unicredit e IntesaSanPaolo. Le sue acquisizioni (Banca Toscana, l'Agricola Mantovana, Banca della Marsica, Banca del Salento, ecc) sono allo stesso tempo troppo costose e insufficienti a garantire la “massa critica”. Quando tracolla AntonVeneta, acquisita in un primo momento dagli spagnoli del Santander, a Rocca Salimbeni si accende la spia rossa: prendere quella banca è forse l'ultima occasione per diventare finalmente “grandi”.

Ma siamo già in piena crisi e il valore di borsa delle banche crolla più rapidamente degli indici azionari industriali. Mps, nel 2005, valeva in borsa quasi 12 miliardi; alla fine del 2011, nonostante il “gigantismo” finalmente raggiunto, soltanto 2,7.

Non volendo rinunciare a una fusione ritenuta “strategica” i vertici di Mps pagano un prezzo folle (10,3 miliardi, mentre Santander soltanto due mesi prima ne aveva spesi soltato 6,6), rinunciano persino alla normale “doppia due diligence” sui conti di AntonVeneta, ci aggiungono degli extracosti che ora i magistrati ritengono essere fondi neri per mazzette politiche e premi aggiuntivi per i dirigenti... e infine devono mettere in piedi alcune operazioni basate su “prodotti derivati” per coprire le immense perdite di questa acquisizione.

Qui entrano in gioco le grandi banche d'affari globali – JpMorgan, in primo luogo – che creano, manipolano, fanno circolare i “derivati”. Qui Mps perde definitivamente il controllo della situazione e inizia a mettere in atto le pratiche illegali che ora hanno portato alla contestazione di reati penali specifici: manipolazione del mercato, ostacolo alle funzioni della vigilanza da parte della Banca d'Italia, aggiottaggio e infine – sembra – truffa nei confronti degli azionisti.

Se questa ricostruzione è anche approssimativamente esatta, in effetti “la politica” conta abbastanza poco. Certo, i soldi per finanziare il Palio e altre iniziative sportive (Siena calcio e basket) venivano di lì; i fondi per imprese legate al Pd e dintorni, anche. Ma questi sono spiccioli, nel bilancio complessivo e disastroso di Mps.

La parte principale è la “normale attività” di una grande banca. È questo che anche molti compagni dovrebbero mettere al centro dell'attenzione, evitando di farsi come sempre deviare lo sguardo verso “il dito” (il Pd, in questo caso) perdendo di vista “la luna” della finanza nel suo perverso operare.

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Una guerra può nasconderne un’altra

di Thierry Meyssan
traduzione a cura di Matzu Yagi


«L’appetito vien mangiando», dice il proverbio. Dopo aver ri-colonizzato la Costa d’Avorio e la Libia, e dopo aver tentato di accaparrarsi la Siria, la Francia mira di nuovo al Mali per attaccare di spalle l’Algeria.

Durante l’attacco alla Libia, i francesi e i britannici hanno fatto ampio uso degli islamisti per combattere il potere di Tripoli, poiché i separatisti della Cirenaica non erano interessati a rovesciare Muammar Gheddafi una volta che Bengasi si fosse resa indipendente. Dopo la caduta della Jamahiriya, sono stato personalmente testimone della ricezione dei dirigenti dell’AQMI (“Al-Qa’ida nel Maghreb Islamico”, NdT) da parte dei membri del Consiglio nazionale di transizione all’hotel Corinthia, reso nel frattempo sicuro da un gruppo specializzato britannico giunto appositamente dall’Iraq. Era evidente che il successivo obiettivo del colonialismo occidentale sarebbe stata l’Algeria e che AQMI vi avrebbe giocato un ruolo, ma non vedevo ancora quale conflitto avrebbe potuto essere usato per giustificare un’ingerenza internazionale.

Parigi ha concepito uno scenario in cui la guerra penetra in Algeria attraverso il Mali.

Poco prima della presa di Tripoli da parte della NATO, i francesi riuscirono a corrompere e riguadagnare gruppi tuareg. Ebbero il tempo di finanziarli abbondantemente e di armarli, ma era già troppo tardi perché potessero giocare un ruolo sul terreno. Una volta finita la guerra, fecero ritorno nel loro deserto.

I Tuareg sono un popolo nomade che vive nel Sahara centrale e ai bordi del Sahel, ossia un grande spazio comune tra la Libia e l’Algeria, il Mali e il Niger. Mentre hanno ottenuto la protezione dei primi due stati, sono invece stati abbandonati dagli ultimi due. Pertanto, sin dagli anni sessanta, non hanno mai smesso di mettere in discussione la sovranità del Mali e del Niger sulle loro terre. Assai logicamente, i gruppi armati dalla Francia decisero di utilizzare le loro armi per finalizzare le loro rivendicazioni in Mali.

Il Movimento Nazionale per la Liberazione dell’Azawad (MNLA) ha preso il potere in quasi tutto il Mali settentrionale presso cui vive. Tuttavia, un piccolo gruppo di islamisti tuareg, Ansar Dine, legato ad AQMI, ne ha approfittato per imporre la shari’a in alcune località.

Il 21 marzo 2012, uno strano colpo di stato sì è verificato in Mali. Un misterioso «Comitato per il recupero della democrazia e la restaurazione dello Stato» (CNRDRE) rovescia il presidente Amadou Toumani Touré e dichiara di voler ripristinare l’autorità del Mali nel nord del paese. Ciò si traduce in una grande confusione, perché i golpisti non sono in grado di spiegare in che cosa la loro azione migliorerebbe la situazione. Il rovesciamento del presidente risulta tanto più strano in quanto le elezioni presidenziali erano previste cinque settimane più tardi e il presidente uscente non si ripresentava. Il CNRDRE è composto da ufficiali addestratisi negli Stati Uniti. Impedisce lo svolgimento delle elezioni e trasmette il potere a uno dei candidati, in questo caso il francofilo Dioncounda Traoré. Questo gioco di prestigio è legalizzato dal CEDEAO, il cui presidente è nientemeno che Alassane Ouattara, messo al potere un anno prima dall’esercito francese in Costa d’Avorio.

Il colpo di stato accentua la divisione etnica del paese. Le unità d’elite dell’esercito del Mali (addestrate negli USA) con un comando tuareg si uniscono armi e bagagli alla ribellione.

Il 10 gennaio, Ansar Dine – con il sostegno di altri gruppi islamisti – attacca la città di Konna. Lascia così il territorio tuareg per estendere la legge islamica al sud del Mali. Il presidente di transizione Dioncounda Traoré decreta lo stato di emergenza e chiede aiuto alla Francia. Parigi interviene nelle ore successive per impedire la presa della capitale, Bamako. Previdentemente, l’Eliseo aveva pre-posizionato in Mali gli uomini del 1° Reggimento Paracadutisti della Marina («la coloniale») e del 13° Reggimento paracadutisti Dragons, elicotteri del COS, tre Mirage 2000D, due Mirage F-1, tre C135, un C130 Hercule e un C160 Transall.

In realtà, è assai improbabile che Ansar Dine abbia rappresentato una minaccia reale, poiché la vera forza combattente non è rappresentata dagli islamisti, bensì dai nazionalisti tuareg, che non rivolgono alcuna ambizione al sud del Mali.

Per condurre il suo intervento militare, la Francia chiede aiuto a molti Stati, tra cui l’Algeria. Algeri è in trappola: accettare di cooperare con l’ex potenza coloniale o assumere il rischio di un riflusso degli islamisti sul proprio territorio. Dopo qualche esitazione, accetta di aprire il suo spazio aereo al transito francese. Ma alla fine, un gruppo islamista non identificato attacca un impianto metanifero della British Petroleum nel sud dell’Algeria accusando Algeri di complicità con Parigi nella questione del Mali. Un centinaio di persone sono prese in ostaggio, ma non solo algerini e francesi. L’obiettivo è palesemente quello di internazionalizzare il conflitto portandolo in Algeria.

La tecnica di ingerenza francese è una riedizione di quella adottata dall’amministrazione Bush: utilizzare gruppi islamisti per creare dei conflitti e poi intervenire e installarsi sul posto con il pretesto di risolvere detti conflitti. È per questo che la retorica di François Hollande ricalca quella della «guerra al terrorismo», malgrado sia stata abbandonata da Washington. Ritroviamo in questo gioco i protagonisti di sempre: il Qatar ha acquisito azioni di grandi società francesi installatesi in Mali, e l’emiro d’Ansar Dine è vicino all’Arabia Saudita.

Il piromane-pompiere è anche un apprendista stregone. La Francia ha deciso di rafforzare il suo dispositivo anti-terrorismo, il piano Vigipirate. Parigi non teme tanto un’azione degli islamisti del Mali sul suolo francese, quanto il riflusso degli jihadisti dalla Siria. In effetti, nel corso di due anni, la DCRI (il servizio informazioni all’interno della Francia, NdT) ha promosso il reclutamento di giovani musulmani francesi per combattere con l’ESL contro lo Stato siriano. A causa della disfatta dell’ESL, questi jihadisti stanno attualmente tornando al loro paese d’origine, dove potrebbero essere tentati, per solidarietà con Ansar Dine, di utilizzare le tecniche terroristiche che sono state loro insegnate in Siria.

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La disfatta dei salari, i sindacati e Petrolini

Ci sono notizie che durano il tempo di una breve del telegiornale, e poi vengono inghiottite dal bidone aspiratutto degli scandali e della campagna elettorale, mescolati tra loro.

L'ISTAT ci ha comunicato che la dinamica attuale dei salari è la peggiore degli ultimi trent'anni. Questo dato dovrebbe essere alla base di ogni proposta che si fa per affrontare la crisi. Ma non è così. La caduta dei salari è diventata un dato di colore, fa parte dello spettacolo del dolore mostrato in televisione, sul quale meditano e dissertano i candidati. Ma senza che si pronunci la frase semplice e brutale: aumentare la paga!

Poco tempo fa il CNEL ha comunicato un altro dato su cui riflettere davvero. Negli anni '70 la produttività del lavoro in Italia è stata la più alta del mondo, poi è solo calata. Sì, proprio quando il lavoro aveva più salario e più diritti, "rendeva" di più!

Anche questa notizia è stata rapidamente metabolizzata e poi successivamente ignorata dal sistema politico informativo. Immaginiamo infatti come sia difficile collegarla alla precedente. La produttività e i salari calano assieme da trenta anni, ma non ci sarà un rapporto tra i due dati?

No, una seria analisi su tutto questo non la si può fare, altrimenti bisognerebbe concludere che sono fallimentari tutte, ma proprio tutte le politiche economiche e sociali tese ad agire sulla compressione del costo del lavoro.

Insomma tutte le politiche del lavoro di tutti i governi degli ultimi trenta anni hanno concorso a determinare il disastro attuale. E tutte le ricette in continuità con esse, flessibilità competitività blablabla, cioè quelle delle principali coalizioni che si contendono il governo del paese, sono inutili, sbagliate, dannose.

Ma tutto questo non avviene, anche perché mancano all'appello coloro che per funzione, per primi dovrebbero sollevare scandalo ed indignazione per tutto questo.

Il grande comico Petrolini una volta si trovò in teatro uno spettatore che dalla galleria lo insultava. Ad un certo punto interruppe la recita e si rivolse al disturbatore dicendo: io non ce l'ho con te, ma con chi ti sta vicino e non ti butta di sotto!

I grandi sindacati confederali hanno accompagnato con i loro accordi questi trenta anni di ritirata dei salari e del lavoro, a volte ottenendo come scambio vantaggi di ruolo e potere. I lavoratori andavano indietro, ma il sindacato confederale andava avanti sul piano istituzionale.

Il disastro dei salari ed il declino economico sono dunque anche figli delle politiche di moderazione rivendicativa, di concertazione e complicità, che hanno prevalso in questi ultimi trenta anni nel movimento sindacale.

Grazie a queste politiche, per lungo tempo l'organizzazione del sindacato confederale non ha risentito del peggioramento delle condizioni del mondo del lavoro. Finché Monti ha ufficialmente affermato che si poteva fare a meno anche di quello scambio, il consenso sindacale non era più necessario, si potevano massacrare le pensioni senza accordo. Così dopo la ritirata del lavoro è cominciato il vero declino sindacale.

Non è vero che i sindacati non servono, ma è vero che il sindacato che pensa di sopravvivere continuando ad accettare le compatibilità e i vincoli economici degli ultimi trenta anni non serve più a niente. Neanche a se stesso.

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Aldo Giannuli - Una campagna elettorale diversa: carcere a vita per alcuni reati finanziari

Per certi versi, lo scandalo del Monte dei Paschi cade come il formaggio sui maccheroni, perché mette a nudo una serie di questioni di cui proprio non si fa cenno in questa sordida campagna elettorale. E partiamo proprio da una questione che mi è stata posta: si tratta del solito scandalo “ad orologeria” che in questo caso cerca di impedire la vittoria elettorale del Pd? Risposta:  “Ma certo! Che altro volete che sia?”. Che il Mps navigasse fra i guai di titoli obbligazionari basati sul nulla era cosa che si sapeva già da un bel po’, e già da maggio dell’anno scorso, i senatori Pancho Pardi ed Elio Lannutti dell’Italia dei Valori avevano chiesto il suo commissariamento. Che la crisi esploda in modo irreparabile proprio ora, a 30 giorni dal voto non sembra davvero una coincidenza casuale.

E si capisce anche che Alessandro Profumo, che di suo non è certo ostile al Pd, per salvarsi, abbia anticipato i tempi di qualcosa che stava per arrivare. Ora lui può prendere le distanze dalla gestione del passato e presentarsi come la persona corretta che svela le magagne dei predecessori. Questo, però, non significa che il Pd sia una vittima innocente. E cerchiamo di capire perché.

La gente si è fatta l’idea che il Mps sia “la banca del Pd” come se il Pd possedesse direttamente il pacchetto azionario di maggioranza e nominasse gli amministratori della banca. Le cose non stanno così o, per lo meno, non stanno in modo così semplice. Il Mps  ha come suo cuore una fondazione che è espressione del Comune di Siena e che fu istituita nel 1995, per separare la proprietà pubblica dalla gestione della banca. Come è noto, Siena ha da sempre amministrazioni locali rosse, nelle quali il Pci-Pd ha tutto in mano (negli anni migliori, il Pci da solo prendeva fra il 55 ed il 60% dei voti in città). Dunque, chi ha responsabilità  indiretta di controllo e nomina degli amministratori è il Pd locale, per il tramite degli enti locali e della Fondazione che li esprime.

Peraltro, il Mps è il terzo gruppo italiano avendo assorbito Antonveneta, pertanto a Siena  si è costituito un complesso centro di potere che associa il locale Pd ad una delle massonerie più importanti d’Italia ed anche a rilevanti pezzi di Opus Dei. Un gruppo di pressione che ha una sua autonomia dal Pd nazionale ed agisce come un gruppo di pressione a sé stante. Questo, però, non assolve il gruppo dirigente nazionale, perché bisogna tenere presente il ruolo del Mps come spina dorsale finanziaria del sistema organizzativo del Pci-Pd che va dagli enti locali tosco emiliani alla Lega delle Cooperative, all’Unipol ed allo stesso partito, tutti beneficiari della cornucopia senese. E l’ormai celebre “Allora siamo padroni di una banca? Facci sognare” detto da Fassino all’allora Ad dell’Unipol Giovanni Consorte, esprime abbastanza bene quale sia il complicato intreccio politico-finanziario che lega il Mps al Pd nazionale.

Certo, il Pd nazionale non ha il potere di disporre nomine e linee del Mps, ma non può essere ignaro di quel che succede a Siena. Insomma, a dirla in due parole molto semplici, conta troppo poco per decidere, ma abbastanza per sputtanarsi. E scusate il tono esplicito, ma il conflitto di interessi non c’è solo per Berlusconi che è insieme capo partito e padrone di Mediaset. Qui il problema è quello di tracciare un confine molto netto fra politica e finanza: i partiti facciano i partiti e le banche facciano le banche (pubbliche o private che siano). Anche perché, poi va a finire che non è il partito che dice alla banca quel che deve fare (che sarebbe sbagliato) ma la banca a dare la linea politica al partito (che è ancora più sbagliato).

Ed allora, la prima cosa di cui discutere è come realizzare questa separazione: l’espediente delle Fondazioni non ha risolto un accidenti, come il caso senese dimostra. E non servono reazioni scomposte come quella di Bersani che sbraita: “Li sbraniamoooo!!!”, anzi la cosa fa un po’ pena ed è anche contro producente.

Entriamo nel merito delle cose da fare e non caviamocela con la proposta di commissariamento, che può andar bene, ma, alla fine, risolve poco, perché non si tratta del solo Mps ma di una melma che avvolge tutto il sistema bancario internazionale.

Ed allora veniamo ai punti davvero decisivi:

a- Rapporto politica-finanza: garantire la separazione netta fra potere politico e finanza, il che non significa necessariamente che la finanza debba esse sempre e solo privata (anzi, sarebbe auspicabile un ritorno della finanza pubblica), ma separare nettamente gli interessi e non creare “centri di potere misto”. A questo proposito occorrerà studiare adeguate misure per le nomine dei responsabili, per garantire l’indipendenza del loro operato dal potere politico, ma anche per garantire forme di controllo efficace del loro operato;

b- Tornare alla separazione fra banche di raccolta e banche d’affari: l’inizio della serie ininterrotta di scandali bancari degli ultimi 10 anni (dal caso Enron a Parmalat, dalla Lehman Brothers a Dexia) in un modo o nell’altro è sempre riconducibile all’infausta decisione degli anni novanta di cancellare la separazione fra banche d’affari e banche di raccolta. Che ne dite se riconsideriamo questa norma che, tecnicamente, possiamo definire solo con una parola: criminogena;

c- Derivati: quello che ha fatto il gruppo dirigente del Mps è stata la stessa cosa che hanno fatto tutte le banche del mondo negli ultimi anni: nascondere i propri imbrogli nel tritacarne dei derivati che sono alla base del crack del 2007-2008 e che sono ripresi in piena forma, superando il volume pre-crisi. Credo che sia arrivato il momento di dire che non esistono derivati tossici e derivati non tossici, ma che i derivati, per definizione sono titoli tossici da mettere fuori legge. Non sarebbe il caso di iniziare una campagna internazionale in questo senso? Quantomeno si possono prendere decisioni limitative a livello nazionale;

d- Pene per i reati finanziari: che ne dite di inserire nella campagna elettorale la proposta di ripensare completamente i reati finanziari comminando pene dai 20 anni all’ergastolo in base alla gravità del fatto? Possibilmente con l’applicazione, ad essi, del 41 bis. O pensate che i reati finanziari siano meno pericolosi di quelli di terrorismo e mafia?

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mercoledì 30 gennaio 2013

Il mistero di Giulia


Oltre le ideologie il fascismo light

L’apertura, con conseguenti capriole dialettiche, di Beppe Grillo a Casa Pound, le dichiarazioni di Berlusconi su Mussolini e le leggi razziali, le critiche di Monti all’inadeguatezza odierna destra e sinistra. Cosa hanno in comune? L’affermazione del superamento di destra e sinistra, visti come schemi culturali inadatti alla concretezza di oggi. 

sinistra_destraLe ideologie sono viste come qualcosa di assimilabile al fideismo presente nelle guerre di religione nel momento in cui nasce il mondo moderno. Lo schema del superamento di destra e sinistra, che si vuole come novità da molti lustri, non si tenta ovviamente di applicarlo solo in politica. Al contrario, ha continui tentativi di applicazione nel mondo economico e dei diritti. Basti ricordare, per fermarsi alla cronaca, che Marchionne ha affermato che in un mondo in cui sarebbero cadute le ideologie la rigida materialità dei diritti dei salariati è impossibile. Stesso rimando, elogio della concretezza nel momento in cui i diritti sostanziali vengono classificati come fenomeno ideologico ed inerogabile, lo troviamo in tutti i teorici dello smantellamento del welfare.  La retorica della fine delle ideologie, l’al di là di destra e sinistra, nel momento i cui assimila le culture politiche ad una fede senza riscontro reale mostra quindi la sua base materiale. Da ritrovarsi nella compressione dei diritti, nella riduzione del salario e nella eliminazione delle tutele collettive.

Eppure la retorica della fine delle ideologie e quella dell’essere al di là di destra e sinistra sono fenomeni che si intrecciano in modo diverso anche se oggi sono visti come saldati. Bisogna infatti ricordare come non sia possibile parlare di fine delle ideologie senza un riferimento diretto a Daniel Bell. Teorico americano della tecnocrazia e del pragmatismo che coniò direttamente l’espressione a metà anni ’50 per ripetersi in un testo tutto dedicato alla fine delle ideologie. Le tesi di Bell avevano un esplicito avversario: la possibilità dell’instaurazione di qualsiasi forma di socialismo negli Usa. Ma Bell non era il classico maccartista tutto isteria e repressione. Al contrario le tesi di Bell registravano il raggiunto benessere materiale di buona parte della società Usa di allora. A questo livello di benessere, argomentava Bell, ideologia e socialismo non fanno più presa nella società americana. Al di là di una serie di passaggi la fine delle ideologie di Bell è una teoria politica, ed una antropologia, della società spoliticizzata del consumo dove il potere di indirizzo complessivo è nelle élite.  Insomma la fine delle ideologie è una retorica contro la sinistra e i movimenti socialisti americani visti sostanzialmente come inutili in una società del benessere. Differente è la questione del superamento della dicotomia destra sinistra, comunque contenuto in Bell, che ha un’origine di gran lunga precedente e distintamente di destra. Per farla breve. Basti ricordare una figura come Ernst Niekisch,  uno degli esponenti di punta del nazionalboscevismo tedesco degli anni ’20, che mescolava antisemitismo, bolscevismo e nazionalismo fino a vagheggiare una opposizione di destra ad Hitler negli anni ’30. O i tentativi di confusione, simbolica e nelle parole d’ordine, tra destra e sinistra operati dal fascismo sin dalla sua nascita.

Fine delle ideologie e della dicotomia destra-sinistra hanno quindi una robusta tradizione teorica (appena intuibile in queste poche righe), niente affatto nuova come si vede,  nel momento in cui dalla chiacchiera, e dalla dimensione mediale, passano alla fase più compiutamente analitica.  Dalla dimensione mediale a quella teorica c’è quindi un tratto comune: queste teorie del “superamento” servono per mettere all’angolo la sinistra oppure la rivendicazione di diritti concreti e legati al reddito. Nella comunicazione politica la teoria più efficace, quella del catch-all-party, del partito capace di prendere voti da destra e da sinistra è della metà degli anni ’60, per l’esattezza di Otto Kirchheimer che è stato esplicitamente lettore di Bell. E, semplificando, se Bell è stato un autore, nella polemica con Mills, in grado di celare di nuovo la natura violenta e gerarchica del potere delle élite, Kirchheimer di tutto questo ha fatto una tecnologia politica di tipo mediale. In grado di svuotare le sinistre attirando, sui partiti istituzionali, consensi da destra e da sinistra.

La grossa differenza, oltre alla morfologia sociale e mediale, tra l’epoca della nascita della retorica della fine delle ideologie e della tecnologia politica del catch-all-party e la nostra, sta nella differente prognosi sulla società. Mentre all’inizio degli anni ’60 potevano essere giustificabili teorie politiche del “benessere”, così come negli anni ’80 è avvenuto per la fine delle narrazioni, oggi il superamento delle ideologie e della dicotomia destra-sinistra è tutto giocato nel discorso della crisi. Il tutto, e questo è il tratto comune, in una società sostanzialmente spoliticizzata in grado di pensare per interessi frammentati. Ma i tratti di fascismo nascosti in queste argomentazioni del superamento, fin dagli anni ’20 e quindi da un’epoca di grave crisi, in qualche maniera riemergono nelle retoriche di oggi. Della necessità di ripescare subculture di destra, nel contesto del superamento delle ideologie, se ne è quindi accorto Berlusconi, dopo una più che probabile analisi dei sondaggi e dei focus-group, ripescando Mussolini appena tre anni dopo la prima celebrazione, da presidente del consiglio, del 25 aprile. In tutte queste (molto) diverse retoriche del superamento destra-sinistra (da Monti a Grillo, da Berlusconi a Marchionne) emerge quindi la possibilità della formazione di una differente ideologia light del fascismo. Formazione che non riguarda solo la sua rielaborazione, in termini sia postmoderni che di antica fattura (ci si riferisce al “Mussolini bene fino alle leggi razziali”), ma proprio lo spessore delle cultura politica istituzionale italiana. Per fascismo light intendiamo un forte autoritarismo, capace di sospendere libertà essenziali, liberato da aspetti militari, di intolleranza spettacolare tipico del fascismo anni ’20. Un forte autoritarismo nel quale però è presente il richiamo ossessivo alla necessità della decisione, tratto della cultura di destra che ha sfondato presto anche a sinistra, del trasferimento del consenso generale ad una precisa leadership per la rottura di assetti sociali consolidati (rappresentati, spesso caricaturalmente, come corporazioni). Un autoritarismo che, nel momento in cui riceve consenso alla propria struttura verticale, non esita ad usare la forza nei confronti degli strati sociali verso il quale ha puntato il proprio mirino. Si tratta di fascismo light anche per un altro motivo: produce forte, anche drammatico autoritarismo non entro strutture corporative e antidemocratiche per costituzione ma attraverso dispositivi di deliberazione democratica e tramite le elezioni. Si dirà, il centrosinistra? Non usa totalmente le retoriche del superamento ma ne è prigioniero grazie ad un presupposto importante già presente nelle analisi di Bell. Quello che vuole la politica schiacciata sull’immediato presente, tecnocratica, legata ad élite come presupposto della fine delle ideologie. Per cui la differenza tra centrodestra e centrosinistra, e formazioni varie, oggi si da tutto sul piano, costitutivamente contro sinistra e movimenti, della fine delle ideologie. Quello delle retoriche del ripescaggio della destra in forma di fascismo light, o di corporativismo light alla Marchionne e di nuovo autoritarismo liberista alla Monti, e quelle del pragmatismo, del “fare” del centrosinistra. Si tratta di un polo politico che,  a parte qualche pallida eccezione, ha persino abbandonato la dicotomia destra-sinistra così come era stata formulata dal moderato Norberto Bobbio all’alba del berlusconismo. Bobbio definiva “di sinistra” la capacità di mantenere l’ideale regolativo, non la sostanza ma le retoriche e la forma giuridica quindi, dell’eguaglianza. In questa forma, lungo tutti gli anni ’90, Bobbio fu adottato dal centrosinistra. Salvo essere abbandonato, nella decade successiva, a favore di retoriche, provenienti dall’impianto teorico di Rawls, sull’equità. Che altro non è che un dispositivo di giustificazione etica dell’ineguaglianza su basi pragmatiche e contingenti.

Siamo quindi di fronte a schieramenti, complessivamente in declino se si confrontano i risultati elettorali degli ultimi anni con i sondaggi di oggi, dove lo scontro è tra la riproposizione di un fascismo light e quella di una diseguaglianza, detta equità, tutta interna a dispositivi fiscali, di revisione dei contratti di lavoro e finanziari. Con in mezzo tutta una serie di formazioni politiche, come Grillo, che rielaborano i movimenti come apertura a destra e a sinistra in nome del superamento delle ideologie oppure che rivedono, al rialzo, il pragmatismo dell’equità, come nella lista Ingroia, secondo un dispositivo teorico e comunicativo sostanzialmente eticista (di qui la scelta di candidare un magistrato).

Una cosa appare sicura: di fronte ad una crisi che non cesserà a breve, basta vedere le previsioni dell'Fmi, che rischia di abbattersi ulteriormente su lavoro e salari (come ammette lo stesso Pd che vuol governare il fenomeno con una nuova concertazione) lo scenario politico istituzionale è costituito da culture e pratiche politiche che, salvo anomalie, coralmente e sostanzialmente negano l’eguaglianza e l’universalità dei diritti materiali. Questo è il significato della fine odierna delle ideologie comunque, come si nota, ben diversa dalla formulazione originaria di Bell seppur esplicitamente antisocialista. Questo è l’oggi, con l’ombra di un fascismo light che spunta dietro l’angolo.

per Senza Soste, nique la police

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martedì 29 gennaio 2013

Al via il programma di ricerca applicativa del Graphene Monday, 28 January 2013 12:42 Al via il programma di ricerca applicativa del Graphene

Le nanotecnologie dal laboratorio alla possibile industrializzazione. Con fondi stanziati dalla Ue, perché sennò "i privati" ci dormirebbero sopra, in attesa di capire che cosa farsene...


Si occupasse  più di queste cose, l'Unione europea avrebbe un senso. La Comunità Europea lancia oggi a Bruxelles la Flagship 'Graphene', uno dei due progetti scelti tra le iniziative dei prossimi 10 anni. Il progetto viene finanziato con un miliardo di euro, quasi un record per una nanotecnologia. Ma comunque una cifra non immensa. Stupisce solo gli ingenui il fatto che una cifra così non sia stata messa insieme da imprenditori privati. I quali, notoriamente, preferiscono aspettare che "il pubblico" faccia le scoperte, anche sulle modalità di industrializzazione, e solo dopo intervengono per rilevare i brevetti e cominciare a far soldi. Senza correr rischi.

L'obiettivo è sviluppare le potenzialità del grafene e di altri materiali bidimensionali, producendo uno spettro di nuove tecnologie che possono rivoluzionare molti settori industriali.

Il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) è tra i principali coordinatori dell'iniziativa e guiderà le attività di Graphene dedicate ai settori energetico e dei materiali compositi. Il progetto coinvolge anche altri partner italiani quali Fondazione Bruno Kessler, Istituto Italiano di Tecnologia, Università di Trieste, Politecnico di Torino, Politecnico di Milano e STMicroelectronics.

Il grafene ha innescato un'esplosione di attività scientifica fin dai primi esperimenti che meno di dieci anni fa portarono alla sua scoperta, premiati con il Nobel per la fisica nel 2010 a Andre Geim e Kostya Novoselov. «'Graphene' è il più ambizioso programma di ricerca congiunto mai messo in campo dalla Comunità Europea: coinvolge 126 gruppi di ricerca tra enti, università e industrie in 17 paesi», evidenzia Luigi Ambrosio, direttore del dipartimento Scienze chimiche e tecnologie dei materiali del Cnr. «Le attività, suddivise in 15 aree strategiche, seguiranno una roadmap che porterà il grafene dai laboratori di ricerca alla vita di tutti i giorni con applicazioni in elettronica, ottica, dispositivi flessibili, fino ai materiali compositi e alle batterie di nuova concezione».

Fra i campi di applicazione, ad esempio, l'elettronica di consumo veloce, resistente e flessibile come 'la carta elettronica' o cellulari indossabili e pieghevoli, aerei più leggeri ed energeticamente efficienti.

In particolare, il Cnr coordinerà due attività strategiche. Le ricerche dedicate ai materiali compositi saranno coordinate da Vincenzo Palermo dell'Istituto per la sintesi organica e la fotoreattività (Isof-Cnr). «Il grafene è il materiale più sottile che esista in natura», spiega il ricercatore. «La sua forma, resistenza e stabilità possono essere utilizzate per creare materiali mai visti prima, provocando una rivoluzione simile a quella causata nel secolo scorso dall'utilizzo dei polimeri per produrre plastica».


Per quali proprietà il graphene è così “rivoluzionario”?

Si tratta di una materiale artificiale, da fabbricare con macchinari non proprio semplicissimi, costituito da uno strato singolo di atomi di carbonio ordinati secondo la struttura della grafite; può essere considerato come l'elemento finale della serie naftalene, antracene, coronene, ecc. La parola grafene va quindi utilizzata per indicare gli strati singoli di carbonio all'interno dei composti della grafite. Il termine "strato di grafene" viene comunemente utilizzato all'interno della terminologia del carbonio.

Nelle prime applicazioni tentate, il grafene ha mostrato ottime caratteristiche come conduttore, ed è quindi utilizzabile per la realizzazione di sistemi a semiconduttori. Nel 2010, un gruppo di ricerca della IBM è riuscito a realizzare un transistor al grafene con una frequenza di funzionamento massima di 100 GHz e lunghezza del gate di 240 nm; Nel 2011, sempre IBM è riuscita a realizzare un transistor dello stesso materiale con una frequenza di 155 Ghz e lunghezza del gate di 40 nm. Sempre nel 2010, all’UCLA, un altro test con il grafene ha toccato il record di velocità di un transistor raggiungendo i 300 GHz.

Un secondo tipo di applicazione, invece, potrebbe riguardare gli impianti di desalinizzazione dell'acqua. Un esperimento di osmosi inversa è stato infatti condotto negli Stati Uniti dai ricercatori del Massachussets Institute of Technology. "La struttura molecolare peculiare del grafene consente di creare dei fori di qualsiasi dimensione sulla sua superficie. Questo ci ha permesso di far passare l'acqua da una parte e i sali dall'altra", hanno spiegato i ricercatori sulla rivista dell'American Chemical Society. "La dimostrazione di questo processo di osmosi inversa non è nulla di nuovo, ma prima erano necessari equipaggiamenti ingombranti e un alto consumo energetico. Tramite il grafene, invece, il processo di desalinizzazione si può svolgere 1000 volte più velocemente e a un costo energetico pari a zero".

(parti, nel finale, tratte anche da Wikipedia)

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Con la "gaffe" su Mussolini, Berlusconi oscura lo scandalo bipartisan del Monte dei Paschi

Ma davvero siamo ancora qui a chiederci se ha fatto apposta o no a dire che Mussolini in fondo non era poi così male? Nessuno conosce questo Paese quanto lui. Detta l’agenda da diciannove anni. E i media abboccano puntuali. In Italia come all’estero. E Mps e il suo scandalo bipartisan perde il centro della scena.

Chiamala gaffe, avrebbe scritto Henry Roth. E l’aspetto più sorprendente della vicenda è che, diciannove anni dopo, un intero Paese si attardi ancora nel chiedersi se l’abbia fatto apposta o se sia l’ennesima esternazione senile di uno sprovveduto. Eppure, qui su Linkiesta lo abbiamo ricordato, proprio sabato scorso è ricorso il diciannovesimo avversario del suo primo discorso, quello della discesa in campo e dell’Italia è il Paese che amo. Da allora, come dicono gli esperti, è lui che detta l’agenda, politica e comunicativa. Da allora, non si parla che di lui. In Italia e non solo.

E allora la domanda viene spontanea: come si fa a credere che nel giorno della Memoria, con la bufera che imperversa sul Monte Paschi e sul Pd, possa essersi lasciato sfuggire una frase su Mussolini che ha fatto tante cose buone? Veramente non sapeva che cosa sarebbe accaduto? Beh, occorre francamente un portato d’ingenuità di cui non osiamo farci carico.

Solo lui poteva cambiare le priorità di questa campagna elettorale. Lo sapeva e lo ha fatto. Date uno sguardo ai siti, italiani e non. Si parla di Silvio Berlusconi. È la quarta notizia nella sezione Europa della Bbc; c’è un video a lui dedicato in bella evidenza sulla Cnn. Per non parlare, ovviamente, di quelli italiani. Ieri tutti a condannare la sua frase su Mussolini che in fondo ha sbagliato solo sulle leggi razziali, altrimenti sarebbe stato un ottimo governante. Hanno scomodato tutti, l’israeliana candidata nel Pdl, l’immancabile donn’Assunta e gli editorialisti che stancamente hanno riaperto il loro archivio e condito i loro affreschi con tutto il materiale che il Cavaliere ha fornito loro negli ultimi quattro lustri. Oggi i riflettori sono ancora puntati su di lui. È intervenuta persino l’Unione europea (che, onor del vero, quando c’è un dibattito inutile non si lascia mai trovare impreparata).

Chiamala gaffe, quindi. Ci eravamo lasciati sabato con il Pd sulla graticola per Mps, Mario Monti che aveva cominciato ad attaccare Bersani, e ci ritroviamo lunedì con lo scandalo senese quarta notizia. Si è ripreso la scena, Berlusconi. Facendo un favore non da poco al segretario del Pd. Ha cambiato scenografia. Ha gettato l’osso e i cani, noi tutti, ci siamo gettati. Famelici e ciechi, come sempre. Gli esperti la chiamano agenda setting. In campagna elettorale è fondamentale. Stabilire a tavolino di che cosa si occuperanno i media. In Italia la detta solo lui. Anche adesso, alla sua sesta competizione politica.

Ci sarebbe davvero da interrogarsi, ma seriamente, sul legame tra quest’uomo e il Paese che diciannove anni fa dichiarò di amare. Bisognerebbe cominciare, sì cominciare, con l’ammettere che pochi conoscono l’Italia e gli italiani come lui. Sa perfettamente come aizzare gli avversari, come prendersi la scena, come recitare il ruolo dell’anziano un po’ rimbambito, per poi mostrarsi come un leone in uno studio tv e uscire raggiante come un ventenne dopo aver conseguito 110 e lode alla tesi di laurea.

Vent’anni dopo è amaro constatare che lui gioca con i media e gli italiani come al gatto col topo. E fin quando la reazione non sarà una naturale indifferenza, vorrà dire che questo Paese non sarà ancora adulto per vivere senza Berlusconi. Anche quando, davanti ai nostri occhi, c’è uno scandalo finanziario e politico grande così. 

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Il contratto schiavitù. Regolarizzato l'apprendistato senza formazione

Con una circolare diramata lunedì 21 (5/2013), il ministero del lavoro stabilisce in merito ai contratti d'apprendistato che un datore di lavoro non in incorre sanzioni in caso d'inadempimento dell'obbligo formativo previsto dallo stesso contratto. Eventuali sanzioni, comunque evitabili sanando ipotetici "debiti formativi" attraverso il reintegro delle ore di formazione evase, possono essere comminate al datore di lavoro a partire dal secondo anno di contratto.
Così l'apprendistato, lo strumento principale della Fornero per l'imposizione della flessibilità in entrata, viene ricondotto, senza fingimenti, alla propria cornice naturale, quella di essere un contratto schiavitù: inserire nel mondo del lavoro un esercito di giovani tra i 16 e 29 anni con contratti a termine sottopagati perché inseriti fino a due livelli inferiori rispetto alla categoria spettante.

Questo già si intuiva nel testo della Riforma Fornero che apportava sostanziali modifiche alla disciplina dell'apprendistato. Se prima il rapporto tra apprendisti e dipendenti stabili specializzati era di uno a uno, con la Fornero il rapporto diventa di tre apprendisti ogni due dipendenti stabili, portando a un' evidente insostenibilità dei fini formativi. Addirittura, qualora un'azienda non disponga di dipendenti qualificati, può comunque assumere tre apprendisti. Inoltre, se la riforma Fornero già praticamente uniformava la durata dei contratti di apprendistato, stabilendone la durata minima – e dunque media – di sei mesi, la circolare del Ministero stabilisce ora che le procedure per l'applicazione di misure sanzionatorie per i datori inadempienti rispetto ai fini formativi possono essere avviate solo dopo il primo anno di lavoro da apprendista senza apprendistato. Come dire: tutti (sotto)pagati da apprendista per sei mesi senza obbligo di formazione alcuna.

Leggendo con più attenzione la circolare emergono altri importanti aspetti. Viene chiarito che gli ispettori, prima di applicare le sanzioni – a partire, come detto, dal secondo anno – dovranno identificare l'effettiva responsabilità del datore di lavoro. Solo laddove il datore di lavoro è esclusivo responsabile della parte formativa gli ispettori potranno procedere al sanzionamento della violazione. Appare chiaro che difficilmente sarà possibile identificare questa responsabilità esclusiva. Infatti, nonostante le ampie facilitazioni contributive concesse ai datori di lavoro nell'adozione dei contratti di apprendistato, l'effettiva diffusione di questi particolari rapporti di lavoro si sta avendo negli ultimi anni nell'ambito di ampi programmi, per lo più regionali, di promozione dell'occupazione giovanile.

Dove il pubblico, istituzionalmente, per la fragilità dell'apparato produttivo e imprenditoriale del paese, si assume il compito di omogeneizzare una forte base di precariato giovanile per il mercato del lavoro italiano, emerge allora la necessità di identificare con chiarezza gli agenti responsabili della svalorizzazione delle nostre capacità. Programmi regionali per la formazione lavorativa o percorsi di apprendistato nelle università, costituiscono esempi lampanti di dispositivi pubblici di "produzione di precarietà". I soggetti politici e istituzionali interpreti di questi strumenti sono le nostre controparti immediate e ben riconoscibili. In quanto tali sono anche l'oggetto collettivo del nostro rifiuto e dunque la condizione della nostra unione, a dispetto dell'immaginario solipsistico – propagandato da tutti i nostalgici lavoristi – del soggetto a reddito e rapporto di lavoro intermittente ma che sappiamo essere continuativamente produttivo nelle sue relazioni sociali. Ciò che infatti risulterà determinante, in ogni contesto di conflittualità contro la precarietà, sarà la capacità di organizzare socialmente l'eccedenza del nostro produrre contro i dispositivi che invece mirano a impoverirlo e a svalorizzarlo.
 
Proprio per questo, Elsa, non basta Fiorello a farci credere che meglio di così non si può.

Aldo Giannuli - Una campagna elettorale diversa: l’azionariato dei dipendenti

Dalla Confindustria alla Fiat, sino alla Lista Monti (non che il percorso sia tanto lungo!) molti chiedono la crescita della produttività del lavoro per reggere la concorrenza sul mercato globale. Niente di nuovo: si sta cercando di abbassare il costo unitario per prodotto, pagando lo stesso salario, musica vecchia. Comunque, il problema di reggere la concorrenza dei paesi emergenti, dove il costo del lavoro è seccamente più basso (sia per i livelli retributivi, sia ed ancor di più per i cambi valutari) non è un problema inventato ma reale. E, dunque, può anche starci il fatto che cerchiamo di abbassare il costo unitario per prodotto. Però: dove sta scritto che questo deve produrre solo profitto per l’imprenditore?
Certo, se all’incremento produttivo corrispondesse un aumento di paga più o meno corrispondente non avremmo fatto molto: avremmo solo ammortizzato un po’ di impianti.  Ma questo non vuol dire che i lavoratori debbano solo offrire una quota di forza lavoro eccedente a titolo gratuito. Ad esempio, questa ulteriore prestazione di lavoro potrebbe essere – almeno in parte – compensata in forma di azioni e, in futuro, è possibile pensare che una parte degli aumenti salariali venga corrisposto sotto forma di azioni, quel che non presuppone un esborso da parte dell’impresa, ma compensa il lavoratore associandolo agli utili ed al potere decisionale di impresa. Intendiamoci: non intendo dire che ogni singolo lavoratore riceva un piccolo numero di azioni, ma che le azioni vengano conferite solidarmente all’intera maestranza che la gestisce collettivamente attraverso i suoi rappresentanti , inoltre penso ad azioni non vendibili, perché lo scopo non è quello di trasformare queste azioni in un po’ di salario aggiuntivo, ma quello di espandere il peso decisionale dei lavoratori.

E, infatti, gli eventuali dividendi sarebbe bene che fossero maggioritariamente reinvestiti in azioni e solo in parte minore data come utile aziendale ai singoli lavoratori.
Questo significherebbe che i lavoratori acquisterebbero una crescente capacità decisionale sulla scelta del management (in fondo, il manager è un dipendente della proprietà e non il proprietario dell’azienda). Sulla retribuzione dei manager (dove sta scritto che lo stipendio del manager non debba essere calcolato nel costo del lavoro come il salario dei lavoratori e, quando necessario, tagliato); soprattutto, la rappresentanza dei lavoratori in consiglio di amministrazione potrebbe intervenire su eventuali decisioni di delocalizzazione, chiusura di reparti, “creazione di valore” ecc.

Vi sembra una proposta troppo audace, al limite della rivoluzione bolscevica? Negli anni settanta qualcosa di molto simile venne proposto dalla socialdemocrazia svedese, si chiamava piano Meidner. Non mi direte che la socialdemocrazia svedese era un covo di bolscevichi!

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lunedì 28 gennaio 2013

Ustica, la Cassazione: “Aereo abbattuto da un missile, lo Stato risarcisca i familiari”

Chi sostiene ancora oggi, nonostante l’implausibilità giudiziaria di questa tesi, la teoria della bomba a bordo si rassegni. La Corte di Cassazione, dando ragione al tribunale civile di Palermo, stabilisce che l’aereo abbattuto il 27 giugno 1980 sui cieli sopra Ustica venne distrutto da un missile. E per questo lo Stato italiano deve risarcire i familiari delle vittime. La ragione? Non seppe garantire la sicurezza del volo partito da Bologna e diretto a Palermo. E non lo fece né con i radar civili né con quelli militari.

La sentenza per la quale si è pronunciata la Cassazione si riferisce a un pronunciamento civile della Corte d’Appello di Palermo del 2010 seguito dagli avvocati Vanessa e Fabrizio Fallica, poi confluiti nel pool legale che ha seguito il processo di primo grado giunto a conclusione nel settembre 2012. In quel caso si trattava di 6 risarcimenti per i quali i magistrati siciliani erano giunti alla stessa conclusione dei colleghi che hanno sentenziato l’anno successivo: fu un missile a uccidere le 81 persone imbarcate sul Dc9 dell’Itavia.

A questo punto si riaprono anche i discorsi sul fronte europeo. dove la vicenda Ustica sarebbe potuto approdare se ci fosse stata la sicurezza che ad abbattere l’aereo fosse stato un missile. “Ora questa sicurezza c’è”, dice Daniele Osnato, uno degli avvocati che ha seguito il procedimento civile successivo a quello giunto un Cassazione. “Dunque il parlamento europeo adesso può avviare le procedure per una petizione o per una commissione d’inchiesta. Sta di fatto che la sentenza di oggi chiude finalmente ogni chiacchiera in fatto di bomba“. Per quanto invece il processo civile d’appello che deve discutere del maxi risarcimento alle vittime (100 milioni di euro più interessi e oneri accessori), occorre attendere l’avvio delle udienze, fissato per l’aprile 2014.

Venendo alla sentenza del 2010, era stata pronunciata il 15 giugno di quell’anno (la vicenda era partita nel 1990 e nel 2007 si era arrivati alla fine del primo grado) e aveva condannato tre ministeri – Interno, Trasporto e Difesa – al pagamento di un milione e 240 mila euro a 6 familiari di 3 vittime della strage di Ustica (erano le famiglie Volanti, Parrinello e Diodato). Con gli avvocati Fallica c’era anche un legale di Varese, Alessandro Zanzi e già in primo grado sempre il tribunale di Palermo aveva riconosciuto la responsabilità istituzionale della sciagura proprio per la mancanza di sicurezza del volo partito il 27 giugno 1980.

“Siamo in attesa di conoscere i contenuti dalla Cassazione”, dice l’avvocato Vanessa Fallica, che rappresenta la famiglia Volanti. “Ma già la notizia ci riempie di gioca e lo stesso accade ai familiari che rappresentiamo. Le prime informazioni che arrivano da Roma ci dicono infatti che si conferma quanto abbiamo sempre sostenuto e che il missile è il responsabile della strage, come era stato ricostruito. Adesso vedremo esattamente i dettagli e cercheremo di capire il quantum, accertandoci dell’esatto ammontare dei risarcimenti”.

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Ci sono voluti 33 anni per avere almeno una verità, per il resto attendiamo con scarsa fiducia buone nuove nei prossimi 30 anni...

Fo "intervista" Grillo e Casaleggio

Una passeggiata ideale dal porto del Pireo ad Atene – sulle tracce di quella di Luciano di Samosata e due suoi amici – per discutere, confrontarsi, proporre soluzioni azzardate, “impossibili” per superare la crisi. E sul filo del cammino Dario Fo, Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio hanno composto questa conversazione a tre, “Il Grillo canta sempre al tramonto. Dialogo sull’Italia e il Movimento 5 Stelle”, edito da Chiarelettere, in libreria dall’11 febbraio. Ve ne diamo un’anticipazione.

Leader o Amish - Blog e telefono, come nasce un post al giorno

Casaleggio: Il cambiamento è anche nelle parole (…) per esempio “leader” per il M5S è una parola del passato, una parola sporca; leader di che cosa? Vuol dire che tu attribuisci ad altri l’intelligenza e la capacità decisionale, allora non sei neanche più uno schiavo, sei un oggetto. Con le primarie è stato definito il leader del centrosinistra, ma cosa vuol dire? Se facessimo un’analisi del significato della parola…

Fo: È questo che bisogna fare…

Casaleggio: Dietro la parola “leader” non c’è nulla. Prendiamo Occupy Wall Street: a New York si è svolta una manifestazione spontanea contro gli istituti di credito in cui i manifestanti si sono autodefiniti “Occupy Wall Street” (…). Un fenomeno che poi è dilagato: “Occupy Madrid”, “Occupy Toronto”… Quell’espressione è diventata uno slogan, ma nelle varie manifestazioni non è mai emerso un leader, l’importante era il movimento. David Graeber, antropologo e attivista anarchico, lo ha definito leaderless, “senza leader” (…). Rientra nel concetto stesso di comunità. Basti pensare alla comunità degli Amish. (…) La parola leaderless è una parola nuova. La rete favorisce questo cambiamento lessicale. Beppe e io ci esercitiamo ogni giorno sul blog, scriviamo insieme i testi.

Fo: Molti sono curiosi di sapere come fate…

Grillo: ll post nasce ogni giorno dopo cinque-sei telefonate in cui scegliamo l’argomento. Gianroberto ha la sintesi, io ho l’analisi. Io parlo, parlo, parlo… Tutto nasce dal confronto e dalla conversazione.

Casaleggio: Ogni tanto parlo anch’io… Grillo: Ogni tanto lo lascio parlare. (…) Qualche tempo fa è stata fatta un’analisi pseudoscientifica del linguaggio del nostro blog ed è stato scoperto che dentro ci sono cinque personalità diverse… cinque autori ben distinti!

Croce e Primarie - Non buttiamo fuori nessuno. È la Rete, bellezza

Casaleggio: Il Pd ha fatto le primarie per eleggere un presunto leader, dico presunto perché in Italia non c’è il premierato. (…) Loro hanno usato un metodo, noi ne usiamo un altro (…). Abbiamo operato una selezione di candidati, le parlamentarie. Una votazione solo online per 1400 cittadini che si sono candidati (…).

Fo: Molti hanno detto che il vostro metodo non era abbastanza trasparente.

Casaleggio: Balle, è vero il contrario. I candidati erano persone nate sul territorio: chi ha votato, grosso modo, conosceva i candidati perché di frequente erano persone vicine al MoVimento, si erano incontrate… Quindi le liste elettorali sono state realmente votate dal basso.

Fo: Passiamo all’altra critica che vi rivolgono: i votanti alle parlamentarie sono stati troppo pochi rispetto ai 250.000 iscritti al MoVimento.

Casaleggio: Sono stati pochi per una precisa scelta politica, altrimenti bastava dire che poteva votare chi inviava la sua email e avremmo avuto subito 2 o 3 milioni di persone. Cosa ci voleva? Siamo seri… (…) C’è stata probabilmente anche un po’ di pigrizia o sottovalutazione da parte degli iscritti perché solo 40.000 su 250.000 hanno inviato i documenti digitalizzati. (…) Abbiamo già fatto miracoli. La via è questa. (…)

Fo: Se ho capito bene, quando saranno eletti, ogni sei mesi ci sarà una verifica dell’operato, giusto?

Casaleggio: No, perché chiunque può verificare quotidianamente l’operato del portavoce eletto. Già adesso i ragazzi eletti nei comuni possono essere controllati sulla rete ogni giorno dai loro elettori. E se qualcosa non funziona perché va contro le linee del MoVimento vengono messi sotto osservazione e, nel caso, in croce.

Fo: Cosa vuol dire messi in croce?

Casaleggio: Vuol dire che sulla rete arriva immediatamente uno tsunami tale che questa persona deve spiegare, giustificare le sue azioni. In Lombardia un candidato non aveva dichiarato di appartenere alla massoneria: è stato scoperto ed è stato escluso dalle votazioni… (…) Chi dichiara il falso è oggetto dello sdegno dei votanti. (…)

Fo: Quindi niente dimissioni?

Casaleggio: No, le dimissioni non esistono, perché in Italia non abbiamo il vincolo di mandato. Il MoVimento non può far dimettere nessuno. Se vuoi ti dimetti, se non vuoi non ti dimetti. L’unica cosa che ha fatto Beppe è negare l’utilizzo del simbolo a chi andava contro le regole. (…) Beppe è stato dipinto come un dittatore, ma il Pd ha espulso decine di suoi rappresentanti nel più assoluto silenzio dei media.

Divieto di talk show - La lotta tra galli (a meno che non sei da solo)

Grillo: Un altro motivo per cui ci attaccano è la partecipazione dei nostri rappresentanti in tv. Dicono che non vogliamo che vadano in televisione. Non è vero! Noi non vogliamo che partecipino ai talk show (…).

Casaleggio: Il talk show è una cosa, l’informazione è un’altra. Se vengono a intervistarti sulla tua attività di sindaco a Parma è giusto che tu faccia l’intervista. (…) Diverso è un talk show dove si discute del nulla (…), si aizza una lotta tra galli per il dio share. (…) Tu parli ma se la telecamera si sofferma sul naso che ti cola, quello che dici nessuno lo ascolta più. (…) Parliamo del caso di Bologna (il ritiro dell’uso del simbolo alla consigliera comunale Federica Salsi in seguito alla sua partecipazione a Ballarò e a sue dichiarazioni successive, ndr). Qui va fatto un discorso sul rispetto delle regole. In una comunità non puoi andare contro le regole, altrimenti non esiste la comunità. La regola in questo caso è che i rappresentanti del MoVimento sono portavoce della comunità che li ha eletti e possono parlare per ciò che la comunità li ha incaricati. Non puoi andare in tv a parlare dell’Imu a nome del MoVimento oppure dei finanziamenti regionali senza l’assenso della base.

Grillo: Se sei eletto consigliere comunale e vuoi parlare dei problemi di Bologna in tv lo puoi fare, ma dal momento in cui tu esprimi un parere di politica nazionale e internazionale, non lo puoi fare a nome del MoVimento. Come consigliere tu non hai questa facoltà.(…)
Il Robespierre della Val d’Aosta - Il pirogassificatore e gli anti-nazi

Casaleggio: Noi abbiamo scritto delle regole di comportamento molto semplici per i parlamentari. Una di queste, la più semplice, è che non dovranno più chiamarsi o farsi chiamare “onorevoli” ma “cittadini”, un po’ come durante la Rivoluzione francese, e non è un caso. E tu, caro Beppe, farai la parte di Robespierre…

Fo: A proposito di termini riferiti alla militanza politica, una volta, nei Comuni, si usava il termine “compare”, era un termine perfetto che poi è stato sostituito da “compagno”.

Grillo: Dario, la situazione è arrivata ormai a un punto decisivo: o il sistema della rappresentanza politica cambia veramente oppure c’è il rischio di un disordine sociale spaventoso, noi rappresentiamo un cuscinetto contro i nazisti, i movimenti estremisti (…) Bisogna crederci, le cose in Italia possono cambiare. Lo scorso dicembre si è verificato un miracolo in Val d’Aosta. La Regione voleva costruire un pirogassificatore da 70.000 tonnellate, allora è stato indetto un referendum propositivo (…). Cosa è successo? Molti ragazzi (…) hanno fatto un’informazione capillare spiegando ai 128.000 cittadini della Valle cos’è un pirogassificatore. Sono andato ad Aosta con il M5S, abbiamo riempito piazza Chanoux e siamo stati visti a casa da oltre 30.000 valdostani grazie a una diretta streaming. Il giorno dopo ha votato il 50% dei valdostani e il 94% ha detto no all’inceneritore. Fine, non si fa più.

Sesso a chilometro zero - La fine dei magnaccia (porno fai da te)

Grillo: Sulla rete c’è di tutto. Forse Dario non lo sa, ma tra i primi dieci siti più visti nel mondo ce n’è uno che si chiama YouPorn. Ecco come funziona. Tu hai voglia di avere un rapporto con una donna. Se prima andavi per le strade, ti mettevi d’accordo con una prostituta e la portavi in albergo, adesso ti colleghi al sito YouPorn, vai a vederti un filmetto porno che ti piace, due donne insieme, in tre, con un cavallo, quello che vuoi. Dopo che hai visto questo filmato gratis, sul monitor appare automaticamente il genere di donna che hai visto. Abita vicino a te, nella tua città e se vuoi si collega con te immediatamente. Lei è in casa sua che ti guarda con una webcam e tu guardi lei. Se vuoi parlarle clicchi, fai conoscenza e ti metti d’accordo per una prestazione. In questo modo il rapporto è diretto, non c’è più il magnaccia, lo sfruttatore, e non vai più per strada. La rete toglie tutte le intermediazioni, toglie anche le donne o gli uomini dalla strada. Vuol dire che tu fai pornografia in proprio, tu direttamente, ti metti in rete e ti pagano. Se non vuoi pagare la prestazione ti fai filmare in una scena sessuale con un quadratino nero sul volto così non ti si riconosce. Ti filmano e mettono il filmato sul sito, e tu non paghi niente, è tutto gratis. Insomma sesso a chilometro zero. Poi può capitare che chi ti contatta è la tua collega che si è connessa online dall’adiacente angolo del tuo ufficio… è successo davvero.

I figli e la Corea del Sud - Quella brutta bestia della tecnologia

Casaleggio: Il sapere va condiviso e ciò si può fare con i mezzi che abbiamo a disposizione, per esempio con la diffusione nelle scuole dei supporti mobili: iPad, tablet, e-reader. In molti paesi (anche nella Corea del Sud) i testi scolastici in forma cartacea sono stati sostituiti dai tablet in tutte le scuole, ogni classe ha un collegamento Wi-Fi. (…)

Grillo: Il risultato però è che i miei figli hanno un elevato grado di apprendimento culturale, ma non sanno scrivere.

Fo: E quante parole hanno nella testa? Perché è indubbio che il bagaglio lessicale dei ragazzi si è impoverito, ed è mutuato soprattutto dalla tv e dai nuovi mezzi digitali. (…)

Casaleggio: Quando perdi le parole perdi anche il concetto che c’è dietro. Però io non credo che il linguaggio si stia semplificando, il linguaggio sta invece mutando. (…)

Grillo: I miei figli accendono il computer, seguono un telefilm alla televisione e magari inviano un messaggio sul cellulare alla loro fidanzatina. Tutti i ragazzi fanno così. Entro in camera loro e dico: “Che cazzo fate?”. Gli spengo il televisore… S’incazzano come bestie anche se non lo guardano. (…)

Il tetto alla ricchezza - Al massimo 3 o 4 milioni di euro per uno

Casaleggio: (…) Al denaro andrebbe attribuito un peso marginale nella società perché in sostanza è una forma di scambio di beni. Nessuno dovrebbe possedere più di un certo livello di beni materiali, un massimo di 3 o 4 milioni di euro. Non è un discorso francescano ma politico. L’accumulo di denaro non va d’accordo con la democrazia. Chi concentra molto denaro può influenzare la società, piegare la politica e quindi la gestione della cosa pubblica ai suoi interessi. Gli esempi li abbiamo davanti agli occhi eppure fatichiamo a capire. Finché il denaro rimarrà concentrato nelle mani di poche persone e le banche disporranno del potere attuale, la democrazia rimarrà un puro esercizio retorico, una caricatura di se stessa. (…)

Guarire con un clic - Malati (e ipocondriaci) del mondo, unitevi

Grillo: La salute dipende dal grado di informazione che hai e dal tuo stato sociale. (…). Se tu accedi a un bagaglio d’informazioni giuste, puoi fare prevenzione da solo, per esempio puoi cominciare a capire che devi cambiare stile di vita. Lo puoi fare da solo. Puoi imparare cosa non mangiare, il tipo di dieta migliore, e questo grazie al confronto con chi ha i tuoi stessi disturbi, senza andare al pronto soccorso o dal medico. Se ti fa male il gomito o hai male a una gamba, la prima cosa che fai è andare su internet e verificare da cosa dipende il problema. In pratica fai l’autodiagnosi. Poi sulla rete scopri che altri hanno lo stesso sintomo ed entri in un forum specializzato cui partecipano esperti e malati, e riesci ad avere in poco tempo un quadro di quello che hai e delle possibili soluzioni. (…)

Casaleggio: L’autodiagnosi l’ha fatta anche Matteo Dall’Osso, un ragazzo avvelenato dai metalli pesanti che si era rivolto più volte ai medici senza arrivare a nessun risultato. Disperato, ha cercato in rete tutte le possibili soluzioni. Alla fine ha trovato da solo la cura ed è guarito. Viveva su una sedia a rotelle e ora ha pubblicato in rete un filmato che lo ritrae mentre si getta con il paracadute da un aeroplano.

Fo: Spero che non si sia rotto subito le due gambe appena guarite!

Il governissimo - Alla fine anche Ingroia finirà alleato del Pdl

Grillo: Io credo che se il presidente del Senato Schifani si è lasciato scappare che bisogna fare una nuova legge elettorale per bloccare il MoVimento 5 Stelle, altrimenti va all’80 per cento, vuol dire che ci temono davvero e che hanno stime diverse dalle nostre. Può succedere di tutto, anche qualcosa di veramente clamoroso con l’entrata in parlamento di 80-100 nostri rappresentanti.

Fo: Ma la sinistra non può mettersi con la destra contro di voi, sarebbe osceno.

Casaleggio: Scusa, ma pensi che ci sia qualche partito fra quelli tradizionali che si faccia scrupolo a inventarsi balletti con giravolte del genere? Vuoi la mia previsione? Se il M5S avrà una forte rappresentanza, Pd, Pdl, Sel, Udc, forse Ingroia, daranno vita a un governissimo, come è avvenuto per il sostegno a Monti, non cambierà nulla.

Fo: Perché la sinistra deve fare il governissimo?

Casaleggio: Per il semplice motivo che non avranno i numeri per governare da soli.

Chi va fuori di matto - Primo comandamento: non reagire

Casaleggio: Non deve essere un caso che non esista un papa che si sia fatto chiamare Francesco. Noi abbiamo scelto appositamente la data di San Francesco per la creazione del MoVimento. Politica senza soldi. Rispetto degli animali e dell’ambiente. Siamo i pazzi della democrazia, forse molti non ci capiscono proprio per questo e continuano a chiedersi chi c’è dietro. (…)

Grillo: (…) Ritorno a san Francesco, è il nostro riferimento. Tu hai fatto uno spettacolo su di lui. Se san Francesco avesse avuto all’interno del suo gruppo, che so, tre prelati di Roma, come sarebbe andata? Sarebbe finito il francescanesimo se lui li avesse accettati?

Fo: (…) C’è il cardinale Colonna (…) è lui che lo presenta al papa. “Di che hai bisogno?” chiede Innocenzo III. E Francesco: “Vorrei avere il permesso di (…) raccontare il Vangelo parlando la mia lingua, cioè il volgare”. Una pratica allora del tutto proibita. Bene, dice il papa, allora mandiamolo a predicare tra i porci (…) Quando Francesco torna, puzza di sterco come un maiale e dice: “È stato meraviglioso, li ho abbracciati e baciati e loro hanno fatto altrettanto con me” e abbraccia il papa, che schifato si ritrae: “Cazzo, sei pieno di merda!”. “Scusa, scusa. Ho abbracciato dei maiali.” (…) Colonna mette sull’avviso il papa che voleva schiaffare Francesco in galera: “Così tu pensi di buttarlo in galera e farlo picchiare dai tuoi sbirri, magari ammazzarlo? Attento a te! Lui non è uno qualsiasi, lui è figlio ed è anche padre di tutti quelli che stanno qui fuori e lo aspettano. Guai se togli solo un pelo a uno che ha una famiglia così!”. (…)

Grillo: Bellissima storia!

Fo: Te l’ho raccontata perché tu la prendessi a esempio. Il non reagire li fa impazzire, perché quello che vogliono è che tu vada fuori di matto. Non cadere in questa trappola. Sei troppo, troppo più forte. (…)

Grillo: C’è da dire che noi abbiamo due facce: una è costituita da un’organizzazione manageriale, di strategia e di comunicazione, l’altra è quello che sono io, la strada, la piazza, la gente.

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Non ci siamo, per niente. Questa gente è totalmente ottenebrata dal mito della rete che tutto può... presto o tardi si sveglieranno sudati e saranno cazzi amari.

La conferenza elettorale della Cgil

Giorgio Cremaschi - Non dovrà certo lamentarsi la segreteria della CGIL se l'informazione collocherà la sua conferenza programmatica nel contesto della campagna e dei messaggi elettorali. E neppure potrà sdegnarsi se il principale sindacato italiano verrà collocato e misurato nella geografia delle correnti del centrosinistra. 

È questo il ruolo assegnato da Monti, l'ala sinistra Camusso Vendola da tagliare assieme a quella destra di Maroni e forse Berlusconi. I malumori delle correnti del PD sul rinnovo della foto  di Vasto , con il segretario della CGIL al posto di Di Pietro, insomma il teatrino non sarà una distorsione, ma un inevitabile effetto della scelta compiuta.(...)

La segreteria CGIL ha convocato la conferenza, anticipandone la data rispetto a quella prevista, proprio per avere la presenza esclusiva dei leaders del centrosinistra. Un ruolo centrale nella conferenza è riservato a Giuliano Amato, sì proprio il pensionato di platino riserva della presidenza della repubblica, autore nel '92 di un disastroso accordo sindacale che Trentin definì come un agguato prima di firmarlo e dimettersi. 

La conferenza nasce dunque così, come il lancio nel mondo del lavoro della campagna elettorale di Bersani e Vendola  e di quella presidenziale di Amato. 

Il Piano del Lavoro, che richiama nel titolo quello rivendicato negli anni '50  dalla CGIL di Di Vittorio, con quel piano c'entra ben poco. 

La proposta è  costruita  tenendo ben conto del programma elettorale di Italia Bene Comune e delle sue compatibilità. I patti europei, che sono alla base delle disastrose politiche di austerità e che  il PD conferma, vengono accettati. La proposta per il lavoro si basa su misure fiscali e interventi pubblici nell'abito delle compatibilità date. Siamo dunque di fronte a una sorta di grande emendamento alle politiche di rigore del governo Monti e della Unione Europea, che comunque vengono accettate nei loro principi di fondo.

Non può che essere così se si vuol far parte di uno schieramento politico: se ne accettano i capisaldi e si lavora nel territorio da essi delimitato per allargare lo spazio per i propri interessi. La segreteria della CGIL non chiede la cancellazione per nessuna delle controriforme del lavoro e delle pensioni di questi anni, solo qualche correzione e misure aggiuntive che però partono dalla accettazione di quanto sanzionato.

Anche la CISL fa la stessa cosa con Monti e la sua agenda, che in alcuni suoi punti è indigesta persino  per gli stomaci di ferro dei dirigenti di quella organizzazione: si sostiene lo schieramento elettorale e si prova a condizionarlo dall'interno.

La domanda ingenua da porsi è dunque: come mai i gruppi dirigenti dei due principali sindacati italiani salgono in politica proprio nel momento di massima caduta del consenso dei cittadini verso di essa? Perché non contano più sulla forza e il valore dell'agire sociale, perché non spendono il proprio residuo consenso, non alto ma superiore a quello dei partiti, nel far pesare per via indipendente il lavoro massacrato dalla crisi?

Perché le sconfitte del lavoro di fronte alla crisi hanno prodotto nei gruppi dirigenti sindacali la paura di perdere tutto.

Il disastroso accordo del '92 che abbiamo ricordato segnò per il sindacato confederale l'avvio della stagione della concertazione. Durante essa il confronto di vertice tra governo e parti sociali amministrò le politiche liberiste sul lavoro e sullo stato sociale. Il risultato fu che i lavoratori peggioravano progressivamente le loro condizioni, ma il sindacato che amministrava questa ritirata acquisiva funzioni e potere. 

Con la crisi economica questo sistema è  saltato e il sindacato confederale  ha visto arretrare progressivamente la propria posizione di potere, assieme al nuovo peggioramento delle condizioni dei propri rappresentati. 

La CISL ha pensato di reagire con l'aziendalismo. Ma nel chiuso della sua stanzetta anche Bonanni non può fare a meno di riconoscere che in Fiat la sua organizzazione conta meno dell'ultimo caporeparto.

La CGIL ha cercato disperatamente di riconquistare un tavolo vero di concertazione e su questo si è mobilitata. Ma non ci è riuscita e l'ultimo dei governi tecnici, a differenza dei predecessori Dini e Ciampi, si è dato merito di aver soppresso la concertazione.

Alla base del neo collateralismo  dei gruppi dirigenti della CGIL e della CISL sta dunque la sconfitta nelle proprie strategie. E con essa la paura di perdere tutto, di diventare completamente marginali.

Certo si potrebbe partire da questa situazione per rinnovare completamente l'azione sindacale, riorganizzassi attorno alla sofferenza delle persone in carne de ossa, riconquistare e comunicare voglia di conflitto, cambiare strategia e pratica dopo più di venti anni di accettazione del liberismo e delle compatibilità. Ma questo non è nella natura di gruppi dirigenti e di una struttura di apparati che è stata così educata secondo un modello sindacale istituzionale e concertativo, da non saper che fare in un diverso contesto.

Nell'attuale collateralismo di CGIL e CISL c'è dunque uno spirito rassegnato e triste, rappresentato da un concetto più volte chiaramente espresso: con l'azione sindacale non ce la facciamo più, abbiamo bisogno di partiti e governi amici.

Chi non si rassegna al  declino sindacale deve dunque seguire una via completamente diversa da quella indicata da questa triste conferenza. Per quel che ci riguarda cominciamo il primo a febbraio a Milano ad organizzare l'opposizione CGIL, convinti che l'indipendenza del sindacato dai padroni dai governi e dai partiti sia oggi necessaria e vitale come non mai.
 

Davos, specchio di fratture

Seppellito, forse per sempre, il sogno della globalizzazione stile Wto, a Davos sono emerse tutte le differenze che disegnano uno scenario di "competizione" per nulla pacifica tra aree monetarie e sistemi economici.

Il vertice di Davos, quest'anno, non ha goduto dei favori della stampa europea, e men che meno di quella italiana. Non c'erano notizie o previsioni rassicuranti da mettere in prima pagina, solo preoccupazioni provenienti dai paesi “a capitalismo maturo” e irritante soddisfazione degli “emergenti” soprattutto asiatici – che invece ancora crescono a rotta di collo. O quasi. Sta di fatto che la “crescita” 2012, tra Europa e Stati Uniti (più il Giappone), non ha superato in media l'1,5%; e che le previsioni per l'anno in corso non sono affatto migliori. Al contrario, la media degli emergenti supera spesso il +5,5%; il che significa che le differenze di ricchezza si vanno riducendo molto rapidamente. Anche perché questi “nuovi mercati” non sono stati così stupidi da affidare le proprie chance soltanto alle esportazioni, ma hanno – chi più, chi meno – cominciato a strutturare un mercato interno con capacità di assorbimento crescenti. Il che modifica la composizione sociale (aumenta la cosiddetta “classe media” che può accedere ai consumi evoluti, come moderna casa di proprietà, elettronica, automobile, telecomuncazioni, ecc) e convoglia consensi verso i rispettivi governi. Un segnale chiaro arriva dalla Corea del Sud, dove il Pil pro capite è stato per la prima volta più alto della media europea.

Tutto il contrario dell'Europa, insomma. Dove l'imprinting tedesco ha imposto una politica deflazionistica – quindi assurdamente “pro-ciclica” in piena crisi, perseguendo come priorità il pareggio di bilancio mentre calano le entrate “virtuose” (tipo l'Iva) e quindi aumentano quelle “dissanguanti” sull'economia e le famiglie. Paradossalmente, qui la “crescita” viene ricercata tramite la compressione del salario medio (“riforme del mercato del lavoro” e della contrattazione) e affidando alle esportazioni il ruolo di traino. In un mondo, peraltro, sottoposto al logorio dell'invecchiamento, ma ancora avvantaggiato – nel punti alti – da una ricerca/sviluppo di qualità superiore. Vantaggio, anche questo, in rapidissima diminuzione se è vero – e lo è – che nel 2020 dovrebbero esserci 135 milioni di laureati cinesi e indiani, mentre soltanto 30 tra gli statunitensi.

Cosa vuol dire? Che mentre l'Europa cerca la “competitività” sulle fasce basse di produzione (tranne che in Germania o nei poli di eccellenza), rischia seriamente di essere superata anche nei settori ad alto valore aggiunto perché soffoca le proprie stesse capacità di miglioramento comprimendo la spesa per istruzione e ricerca. C'è insomma un difetto di “disegno strategico” che corrisponde perfettamente alla diversità di impostazione tra “maturi” ed “emergenti”, per quanto diversi tra loro. I “maturi” si affidano ciecamente alle forze di mercato (in realtà al potere della finanza più opaca, quella dei “derivati” che fanno il bello e cattivo tempo sulle piazze di tutto il mondo), gli “emergenti” perseguono obiettivi propri, utilizzando anche le spinte del mercato per raggiungerli. Anche a costo di “forzarne” i meccanismi e fare scelte che in Europa suonano ormai una bestemmia.
Tutt'altra la strada scelta esplicitamente dal Giappone: svalutare la propria moneta, lo yen, comprare euro sui mercati internazionali per far contemporaneamente "apprezzare" la divisa Ue e così rosicchiare altri margini competitivi (non a caso la Toyota è tornata primo produttore al mondo, con un aumento delle vendite superiore al 22%), proteggendo contemporaneamente il proprio mercato interno dalle merci straniere (in primo luogo cinesi, ma questo non viene detto esplicitamente). E' l'apertura di fatto di una fase di guerre commerciali basate sulle aree monetarie, che manda in soffitta ogni tentativo di inaugurare l'era dell'open market globale. Non sarà indolore, specie per "noi europei", privi di una banca centrale che possa operare nello stesso modo di BoJ, Fed e BoE.

Il secondo tema è la divisione interna all'Unione Europea, resa clamorosa dall'atteggiamento inglese, ormai completamente “nemico” e “competitivo”. Promettere il referendum “in or out” è forse anche un problema secondario, mentre annunciare la riduzione della tassazione al 20% per qualsiasi tipo di attività imprenditoriale significa porre un'ipoteca serissima sulla capacità di “ripresa” del vecchio continente. Che sta, sì, smantellando il suo storico “modello sociale”, ma non così velocemente da poter rinunciare alle entrate fiscali provenienti dalla imprese.

Dal lato opposto stanno i paesi Piigs, che non possono – nello scenario attuale – né sottrarsi ai diktat della Troika né sopportarne i costi in termini di tagli alla spesa pubblica, che si trasformano immediatamente in perdite di Pil superiori, in percentuale, ai tagli stessi. Per i quali, insomma, la tenaglia rappresentata dell'euro e dall'impossibilità di praticare politiche pubblici anticicliche può essere rotta solo da scelte che al momento possono apparire “rivoluzionarie”. E per lo scenario attuale, indubbiamente, lo sono.

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sabato 26 gennaio 2013

Negrita


Giunge finalmente il tempo di scrivere dei Negrita!
Perché dopo due anni di presenza più o meno costante nella mia vita, sono finalmente riuscito a mettere le mani sul primo, auto titolato, album, che nella mia personale classifica di gradimento sì colloca al vertice della discografia della band aretina.
L'ho bramato a lungo sviscerandone ogni anfratto, ma in questo momento non saprei da dove e con cosa iniziare per descriverlo.
Parto quindi da quella che solitamente è la coda di una recensione scrivendo che a mio giudizio questo è, insieme a Terremoto dei Litfiba, il disco rock più bello che il Bel Paese abbia regalato al mondo negli ultimi 20 anni.
Merito di un'intensissima carica blues che dimostra a chiare lettere la passione per i Rolling Stones anche senza nemmeno conoscere il nome della band (derivante da Hey! Negrita proprio degli Stones ed omaggiata in chiusura d'album) e di un'infilzata di testi sublimi perché incazzati, spaventosamente attuali, (figli di un'Italia che aveva ancora qualcosa da dire come società, altro che le puttanate cantate dai rapper di sto belino odierni, mannaggia alla Madonna!!!) e capaci di disegnare negli occhi le parole cantante con voce perfetta da Pau.
La cosa che probabilmente più mi garba di questo disco è la perfetta sinergia tra musica e testi, che fino ad ora avevo riscontrato con tanta enfasi soltanto nelle registrazioni dal vivo di De André accompagnato dalla PFM nel biennio '79-'80.
Ascoltando brani come Man in the corner (che mi stende anche soltanto per la kafkiana visione con cui si apre), Militare, Bonanza o Lontani dal mondo, ci si rende perfettamente conto di come i Negrita trovarono la quadratura del cerchio nelle loro composizioni, mettendo insieme pezzi in cui le linee melodiche e i tesi s'accompagnano e poi trascinano con una naturalezza che a primo impatto sorprende, soprattutto uno abituato ad ascoltare metal e quindi con l'orecchio avvezzo magari ad ottima musica ma a testi che nel 90% dei casi sono un corollario di cazzate che fanno luce.
Che altro aggiungere... beh nulla, godetevi un pezzo con cui vien da dire "ai Negrita piaceva vincere facile" e gli riusciva anche bene!


venerdì 25 gennaio 2013

Emiliano Brancaccio: il caso MPS è solo la punta dell'iceberg

«Trovo maldestro, al limite del comico, il tentativo di certi media di valutare il caso del Montepaschi come un effetto di ingerenze politiche nella gestione bancaria. Sergio Rizzo, sul Corsera, ha addirittura candidamente affermato che il problema chiave sarebbe la dipendenza della banca senese dal potere politico. A suo avviso, quindi, per risolvere i problemi di MPS è sufficiente che la politica faccia un passo indietro e lasci la banca alle logiche del mercato. Ma qualsiasi osservatore che non abbia il prosciutto dell’ideologia liberista sugli occhi sa bene che questa è una interpretazione fuorviante e manichea dei fatti. La verità è un’altra: la crisi di MPS è soltanto il segno precoce e più evidente di una crisi bancaria di carattere sistemico, che ha le sue radici nell’onda speculativa che ci ha portato al tracollo dell’ottobre 2008 e dei cui danni si stanno facendo carico sempre di più i bilanci pubblici e i contribuenti».


L’economista Emiliano Brancaccio non conosce le banche semplicemente alla luce dei suoi studi sul “capitale finanziario” di Rudolf Hilferding, ma parla per conoscenza diretta dei fatti. Nel 2006 era stato chiamato in Banca Toscana per contribuire al risanamento del piccolo istituto di credito territoriale, di proprietà del Monte dei Paschi di Siena. Due anni dopo, nonostante i progressi di gestione, Banca Toscana venne improvvisamente chiusa e incorporata nel Monte. Non fu un caso isolato:  l’intero gruppo MPS venne sottoposto a una profonda ristrutturazione. Giuseppe Mussari, allora presidente, la giustificò con la necessità, per la banca senese, di dirottare tutte le risorse interne sul finanziamento della costosa acquisizione di Antonveneta. Una decisione che molti definiscono poco azzeccata, col senno di poi…

«In realtà anche col senno di prima, ma non da parte di tutti. Oggi è di moda puntare il dito su quella operazione, ma è il caso di ricordare che all’epoca dei fatti gran parte dei media nazionali elogiarono l’acquisto di Antonveneta da parte del Monte dei Paschi. Personalmente, con altri, criticai la scelta dei vertici del Monte di concentrare tutti gli sforzi sull’acquisto di Antonveneta. I nostri rilievi critici, tuttavia, erano decisamente minoritari. E soprattutto erano ben diversi da quelli sui quali oggi svariati commentatori sembrano concentrarsi. Il problema che ponevamo era che l’operazione stava avvenendo a un prezzo che probabilmente si situava sul picco massimo di una enorme bolla speculativa. Una bolla, a nostro avviso, destinata a esplodere. Il Sole 24 Ore, che forse giudicò l’operazione con più equilibrio di altri, riconobbe il problema. Ma anch’esso poi affermò che dopotutto “le turbolenze dei mercati passano, gli sportelli invece restano”. Il guaio è che non si trattava di una mera “turbolenza”. In realtà eravamo alla vigilia della più violenta crisi finanziaria ed economica dal dopoguerra, che di lì a poco avrebbe determinato un crollo verticale dei valori delle banche. La vera responsabilità di Mussari, dunque, è di non aver capito che stava cercando di inserirsi nel grande boom dei valori finanziari quando l’orgia speculativa era già finita. Tutti gli errori successivi non sono altro che una logica conseguenza di quella illusione originaria».

Anche la mancata informazione relativa alle operazioni sui derivati, sulla quale oggi la stampa si concentra, sarebbe da ascrivere a quel vizio speculativo originario?  

Ovviamente sì. Se la mancata informazione agli organi interni ed esterni di vigilanza sarà confermata, ci troveremo di fronte a una violazione della legge e degli statuti. Ma è da ingenui considerare questa vicenda in un’ottica semplicemente deontologica o giudiziaria. In questo modo si finisce per interpretare il caso come se fosse un banale problema di “mele marce” in un sistema altrimenti sano. In realtà il caso Montepaschi è solo la punta di un iceberg di problemi che attanaglia larga parte del settore bancario, e che sta lentamente affiorando. Alla fine del 2007 il Monte assumeva di fatto una improvvida posizione da “rialzista” quando il mercato già volgeva al ribasso. Per questo motivo la banca senese è stata tra le prime a registrare pesanti perdite di bilancio, che ha cercato poi di tamponare con operazioni finanziarie sempre più discutibili e gravose, che oggi salgono alla ribalta delle cronache. Ma questa dinamica perversa non è affatto circoscritta al perimetro delle mura di Siena. In misura più o meno accentuata essa investe l’intero assetto del potere bancario. Il tentativo di rimediare al crollo dei valori di bilancio con operazioni di copertura finanziaria che a lungo andare si rivelano gravose e al limite controproducenti, è una prassi diffusa all’interno di un sistema in grave debito d’ossigeno, che ancora per lungo tempo sconterà i fasti delle onde speculative degli anni passati.

Si dice però che le banche italiane siano più solide di quelle estere, perché hanno partecipato in misura solo marginale al baccanale finanziario.

E’ una semplificazione. E’ vero che nei bilanci delle banche italiane ci sono meno titoli cosiddetti “spazzatura”. Ma è anche vero che il nostro sistema bancario, come tutti quelli situati nelle aree periferiche della zona euro, patisce in misura particolarmente accentuata la caduta dei redditi dei debitori e l’aumento conseguente delle sofferenze bancarie e dei fallimenti. Queste difficoltà sul versante dei rimborsi rendono le nostre banche ancora più sensibili al crollo dei valori azionari iniziato nel 2008. Per queste ragioni l’epicentro della prossima crisi bancaria potrebbe situarsi nelle periferie della zona euro, piuttosto che al centro della stessa.

C’è chi afferma che per dare respiro alle banche in difficoltà bisognerebbe rapidamente completare la costruzione della Unione bancaria europea e della connessa Assicurazione europea dei depositi.

Ho qualche dubbio su questa linea, mi sembra che rifletta un europeismo un po’ ingenuo. Se l’assicurazione europea dei depositi sarà istituita in cambio dell’attribuzione all’autorità europea di vigilanza del potere di avviare e gestire un processo di ristrutturazione bancaria su scala continentale, le banche dei paesi periferici potrebbero diventare oggetto di acquisizioni estere a buon mercato. Se così andasse, non sarebbe un esito positivo.

In che modo allora bisognerebbe intervenire? Non solo i giornalisti, ma anche svariati economisti di orientamento liberista, parlano della necessità di sganciare le banche dalle fondazioni, in modo da sottrarle all’influenza della politica e sottoporle in termini più trasparenti al giudizio del mercato.

La causa principale della crisi in cui oggi versa il Monte e che domani colpirà altre banche verte sulle dinamiche speculative del mercato finanziario, che hanno comportato un enorme rialzo dei valori dei capitali fino al 2007 e un successivo tracollo dopo quella data. Queste violente oscillazioni sono connaturate al regime globale di accumulazione finanziaria che abbiamo ereditato dagli anni del cosiddetto “pensiero unico” e che, sebbene in grave affanno, resta tuttora egemone. Sarà scomodo e demodé doverlo ammettere, ma la cosiddetta “influenza” della politica sulle fondazioni non c’entra un bel niente. Piuttosto, bisognerebbe prendere atto che la situazione di bilancio del Monte dei Paschi non potrà essere sanata con dei prestiti al nove percento erogati dal governo. Né si può pensare che questi prestiti favoriranno l’erogazione di credito a favore delle imprese e delle famiglie. L’unica soluzione razionale, a questo punto, dovrebbe esser quella di avviare immediatamente un percorso verso la nazionalizzazione dell’istituto. Le ricerche più recenti evidenziano che le banche di proprietà pubblica possono erogare credito a condizioni più favorevoli e soprattutto in un’ottica di più lungo periodo, servendo così meglio il territorio in cui operano, e senza lasciarsi condizionare da tentazioni di tipo più o meno smaccatamente speculativo.

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