Presentazione


Aggregatore d'analisi, opinioni, fatti e (non troppo di rado) musica.
Cerco

09/11/2012

Sinistra: la “dannazione” delle alleanze

L'implosione della Federazione della Sinistra è avvenuta esattamente lì dove era attesa: le alleanze per le prossime elezioni. E' una dannazione non risolta che ha condannato la sinistra ex parlamentare “all'entropia”. Senza una rottura culturale e politica con l'elettoralismo fine a se stesso, non si andrà da nessuna parte.


Sabato scorso i due principali partiti della Federazione della Sinistra – Prc e PdCI – hanno separato i loro destini e compromesso l'esperimento unitario messo in piedi nel 2009. Il motivo? Le alleanze elettorali. Diliberto, Salvi e Patta hanno esplicitato da tempo il loro obiettivo di un accordo con il Pd (riscoperto come socialdemocratico!?) che consenta il ritorno in parlamento di due/tre esponenti della sinistra. Ferrero da tempo evoca invece una lista di sinistra, alternativa al Pd, con un più marcato programma anti-Troika ma alleata a qualcun altro (dall'IdV ad Alba), perché consapevole che sia con la vecchia che con la nuova legge elettorale, la sinistra alternativa non supererebbe lo sbarramento. Con posizioni differenziate all'interno degli stessi due partiti, sono due modi diversi di intendere e di darsi il medesimo obiettivo: rientrare in Parlamento.

Sta in questo la “dannazione” dei residui della sinistra ex parlamentare nel nostro paese, una dannazione che si trascina dal 2008, quando l'ultima innovazione bertinottiana – L'Arcobaleno – si trasformò nel canto del cigno. Veniva così disperso il tesoretto accumulato dal Prc dopo lo scioglimento del Pci, triturato dall'ultimo atto della partecipazione al governo Prodi (caduto sulla moglie di Mastella ma non sulle pensioni, il lavoro o le missioni militari nonostante quasi 70 parlamentari della sinistra). Per la prima volta dal dopoguerra, la sinistra era fuori dal parlamento ed era diventata – suo malgrado – tutta extraparlamentare.

Ma questa non è stata l'unica novità. Infatti mentre la caduta del governo Prodi riportava in sella Berlusconi, in Italia e in Europa si palesava la crisi economica latente dagli anni '70. Dunque mentre la crisi cominciava a mordere i settori proletari ma anche a proletarizzare via via le classi medie, la sinistra era fuori dal Parlamento e la preoccupazione di come rientrarci si è rivelata sistematicamente superiore a qualsiasi ragionamento sulla funzione antagonista di una sinistra di classe dentro la crisi del capitalismo.

Non è scritto da nessuna parte, infatti, che un'ipotesi di classe e alternativa possa esistere solo se è rappresentata in Parlamento. La presenza istituzionale può aiutare e affiancare, ma non può determinare il conflitto politico e sociale. Soprattutto quando la riorganizzazione capitalistica punta a imporre il dominio totale del capitale sul lavoro, anche sgretolando tutti i corpi intermedi che nei decenni trascorsi avevano assicurato concertazione e rappresentanza di una parte della società.

Se questo scenario era già leggibile nella raffica di trattati imposti dall'Unione Europea dal 2010 in poi (e che hanno portato all'uscita di scena di Berlusconi), con il governo Monti questa partita è diventata nitida e maledettamente cattiva. Le regole, i soggetti, il campo da gioco, sono stati scompaginati radicalmente. Le stesse istituzioni elettive (dal Parlamento alle autonomie locali) sono state commissariate dalle oligarchie europee che hanno verticalizzato bruscamente tutti i poteri decisionali per reggere i ritmi e i conflitti della competizione globale.

Insomma il mondo in cui ci è toccato vivere e combattere è cambiato, è altro e diverso dai decenni del dopoguerra e dallo stesso ventennio della “seconda repubblica” uscita dalle ceneri di Tangentopoli. Tant'è che oggi anche i residui della prima stagione di antipolitica (che portò al potere Berlusconi, fece crescere la Lega, costrinse i Ds a fondersi con un po' di democristiani) sono nel mirino di forze nuove e destabilizzanti; sia in alto (Monti e i “montiani” distribuiti nei vari partiti) sia in basso (il Movimento 5 Stelle che scompagina il quadro e sottrae voti di protesta soprattutto alla sinistra).

Ma i partiti ex parlamentari della sinistra non sono riusciti a liberarsi dalla nostalgia del piccolo mondo antico e hanno continuato ad arrovellarsi solo sulle alleanze elettorali, a farlo in condizioni di subalternità (verso il Pd o altri alleati) e senza riconquistare alcun margine di identità, autonomia, indipendenza, organizzazione e progettualità da gettare nel conflitto sociale anche nella condizione extraparlamentare. Sembra che questa capacità di incidere nella realtà anche in assenza di deputati, sia una dote che appartenga solo a formazioni spurie come i Radicali o Grillo.

Eravamo stati facili profeti in una lettera aperta inviata alla Federazione della Sinistra nel settembre 2010 quando individuavamo proprio in questa “gabbia psicologica”, più che politica, il germe che avrebbe continuato a divorare le residue risorse vitali della sinistra italiana fino a portarla all'entropia. Una gabbia che a nostro avviso poteva e doveva essere rotta innanzitutto da una rivoluzione culturale nei e tra i militanti, gli attivisti, gli “elettori” della sinistra. Con la Federazione della Sinistra è stata una scommessa che abbiamo dovuto abbandonare dopo qualche mese.  Con la realtà del conflitto di classe è invece una scommessa che si può abbondantemente giocare. Come? Ad esempio riaprendo subito il confronto sull'identità e la funzione della sinistra di classe – e dei comunisti - nella crisi, sull'organizzazione nei vari segmenti della società, sul come dare strumenti al conflitto sociale, sulla natura della militanza dopo anni di devastante funzionariato “acchiappa-poltrone”.

Ma la vera sfida è il come rimettere in campo “la prospettiva” ossia il quadro del cambiamento possibile come idea generale che faccia muovere uomini e donne. Un cambiamento che non è, e non potrà essere compatibile con i diktat dell'Unione Europea, con Monti e il montismo e dunque con il Pd che ne accetta i parametri di fondo. Oggi, dentro la crisi, sono sempre di meno coloro che intendono rischiare qualcosa con la sola prospettiva di tirare per la giacca Bersani. Magari guardano altrove oppure rinunciano al voto, ma quando danno un'occhiata vorrebbero vedere qualcosa e qualcuno che intenda rovesciare il tavolo, tanto per cominciare.

Fonte

Nessun commento:

Posta un commento