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venerdì 31 agosto 2012

I sindaci multicolor

I sindaci scendono in campo. Si sentono leader. I loro concittadini li hanno eletti per fare gli amministratori pubblici, ma loro, ovviamente, se ne fregano chiamati come sono dalla forza del destino, dalla predestinazione dei grandi e dall'ego smisurato a più alti incarichi. E' tutto un fiorire di sindaci in camper, in conferenza, in televisione, in raduni di partito. Multicolor, in arancione, ma anche in rosso stinto pdimenoelleino o in viola appassito. Liste annunciate e programmi formidabili, pret a porter autunno/inverno saltano fuori ovunque. Chi li ha eletti e gli paga lo stipendio rimane attonito, cornuto e mazziato. I sindaci vogliono portare esperienze e capacità (mai) dimostrate dai Comuni in Parlamento. Si sentono sottovalutati, sono tutti potenziali premier, da De Magistris a Renzi a Pisapia. Bersani deve sentirsi come Cesare alle Idi di marzo, con dei Maramaldi ("Vili, voi uccidete un uomo morto!" - zombie non si può dire -) al posto di Bruto. I sindaci dovrebbero occuparsi solo delle città che amministrano fino alla conclusione del loro mandato. I municipi non sono dei trampolini di lancio per la loro carriera politica. Scherziamo? Ti rompono gli zebedei per farsi eleggere e poi non si occupano del Comune a tempo pieno? E' una presa per il culo. Chi gestisce città complesse come Firenze non dovrebbe neppure avere il tempo di andare al cesso. Se vuol fare altro aspetti la fine del suo mandato.
Discutiamo allora dei successi dei sindaci, in particolare dei debiti che le varie amministrazioni hanno accumulato in questi anni. Alla fine del 2011 la classifica delle città più indebitate vedeva al primo posto Milano con 3.931 milioni di euro (avete letto bene, quasi QUATTRO MILIARDI DI EURO), quindi Torino con 3.200, Napoli 1.589, Genova 1.328, Roma 1.149, Catania 522, Firenze 495, Verona 409 e Palermo 338. Un qualunque sindaco sotto il peso di questi debiti, come un buon padre di famiglia, non dovrebbe dormire di notte. Quando il debito di un'amministrazione cresce, aumentano le tasse comunali e le tariffe delle municipalizzate, come i trasporti pubblici a Milano, e diminuiscono i servizi ai cittadini. Un Comune può avvitarsi, finire in bancarotta e commissariato come Parma e recentemente Alessandria. Potrebbe succedere nel 2013 alle città più indebitate. L'unica risorsa prima del crack è vendere i beni del Comune (o meglio dei cittadini) all'asta, come avviene a Torino. Eletto lo sindaco, gabbato lo santo. Se un'azienda va in bancarotta, il titolare finisce in galera. Se un Comune va in bancarotta, il sindaco finisce in Parlamento e, magari, diventa pure ministro.

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L’Occidente al tavolo siriano

Una serie di vertici ad alto livello e di dichiarazioni ufficiali negli ultimi giorni hanno prospettato un prossimo intervento militare esterno da parte degli USA o dei loro alleati in Medio Oriente per rovesciare il regime di Bashar al-Assad e, apparentemente, cercare di risolvere la crisi in Siria. I segnali più significativi in questo senso sono giunti nuovamente dalla Turchia, dove, dopo la recente visita di Hillary Clinton, l’amministrazione Obama ha inviato nei giorni scorsi l’assistente al Segretario di Stato per il Vicino Oriente, Beth Jones, e alcuni esponenti dell’intelligence per pianificare i dettagli di un’operazione militare contro Damasco.
La posizione sempre più aggressiva di Washington è stata poi ribadita lunedì dallo stesso presidente Obama, il quale in una conferenza stampa alla Casa Bianca ha affermato per l’ennesima volta che Assad ha perso ogni legittimità a governare il proprio paese e deve quindi andarsene al più presto, poiché ormai non sussistono più le condizioni per una transizione politica concordata con le forze di opposizione.
Per Obama, l’impegno americano per il momento rimarrà di natura “umanitaria”, vale a dire che gli Stati Uniti continueranno a sostenere, finanziare e armare i ribelli anti-Assad. Secondo il presidente democratico, tuttavia, c’è una “linea rossa” che la Siria non deve oltrepassare e, cioè, l’utilizzo contro i civili delle armi chimiche di cui disporrebbe. Quest’ultimo scenario, così come l’eventualità in cui tali armi cadessero nelle mani sbagliate, costringerebbe gli USA a intervenire militarmente.
In sostanza, dal momento che Washington non riuscirà ad ottenere il via libera ad un attacco militare contro la Siria dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU a causa delle resistenze di Russia e Cina, le parole di Obama confermano come si stia studiano una soluzione che permetta di agire anche senza il mandato delle Nazioni Unite. L’occasione che permetterebbe tale scorciatoia sembra essere sempre più la necessità di mettere al sicuro il presunto arsenale di armi chimiche del regime di Damasco, oppure di prevenirne l’uso.
I piani di Washington sono stati in parte confermati recentemente da fonti del Dipartimento della Difesa citate dal Los Angeles Times. Il Pentagono avrebbe infatti già redatto un piano d’azione per inviare sul campo in Siria le proprie forze speciali con il compito di rispondere ad “una effettiva minaccia di guerra chimica”. L’operazione non verrebbe in ogni caso intrapresa dagli USA unilateralmente, riporta il quotidiano californiano, ma farebbe parte di uno “sforzo internazionale” coordinato con gli alleati europei e mediorientali.
Secondo i servizi di intelligence occidentali, come hanno riportato i media in questi mesi, la Siria disporrebbe di un certo numero di armi chimiche, come quelle al gas nervino (Sarin e VX) o all’iprite, stoccate in cinque depositi, situati anche in località gravemente colpite dagli scontri di questi mesi, come Hama e Homs. Nel sito di Cerin, inoltre, sorgerebbe un centro di ricerca e produzione di armi biologiche.
Il programma siriano per la costruzione di armi chimiche sarebbe iniziato negli anni Ottanta, grazie alla collaborazione con l’Unione Sovietica, per ridurre parzialmente il divario con il potenziale militare di Israele. Le notizie sono però incerte, dal momento che la Siria non è firmataria della Convenzione sulle Armi Chimiche del 1993 e perciò non è tenuta a dichiararne l’eventuale possesso.
La posizione di Damasco è stata finora quella di negare più o meno apertamente il possesso di queste armi, attribuendo le varie indiscrezioni alla propaganda occidentale. Il 23 luglio scorso è arrivata tuttavia una dichiarazione ufficiale che è stata universalmente interpretata come un’ammissione indiretta dell’esistenza di un arsenale chimico in Siria. Quel giorno, infatti, il portavoce del ministero degli Esteri, Jihad Makdissi, ha affermato che eventuali armi di distruzione di massa (WMD) della Siria non verrebbero mai usate contro i propri cittadini bensì solo in caso di invasione esterna.
L’accusa da parte di Washington ad un governo sgradito di possedere o voler utilizzare WMD non è d’altra parte nuova e il precedente più importante e rovinoso è ovviamente quello dell’invasione dell’Iraq del 2003 dopo una deliberata campagna di disinformazione orchestrata dall’amministrazione Bush. Ironicamente, Barack Obama vinse le elezioni presidenziali del 2008 proponendosi come il candidato che più si era opposto alla guerra contro il regime di Saddam Hussein, mentre ora è ad un passo dallo scatenare un nuovo conflitto in Medio Oriente sulla base di quelle stesse menzogne diffuse più di nove anni fa dal suo predecessore per operare un cambio di regime a Baghdad.
Inoltre, Obama e gli uomini a lui vicini, anche grazie ai media, parlano come se l’opinione pubblica fosse all’oscuro dei fatti che stanno accadendo in Siria. Quando cioè il presidente sostiene di voler evitare che le armi chimiche siriane finiscano nelle mani sbagliate si riferisce ai gruppi estremisti attivi da tempo in Siria. Questi stessi gruppi legati ad Al-Qaeda, tuttavia, sono sostenuti direttamente o indirettamente proprio dagli Stati Uniti e dai loto alleati, i quali li ritengono utili in questa fase della crisi per dare una spallata ad Assad che, di fronte alle sole forze ribelli sunnite, in gran parte disorganizzate e indisciplinate, avrebbe garantita una lunga permanenza al potere.
In altre parole, mentre è stata precisamente la politica americana di destabilizzazione nei confronti di Damasco a gettare le basi per l’afflusso in Siria di operativi di Al-Qaeda dai paesi vicini, gli USA affermano ora che il timore che questi stessi estremisti possano entrare in possesso di armi di distruzione di massa potrebbe spingerli ad intervenire militarmente.
Una simile posizione, oltretutto, fornisce credito a quanto ripetuto fin dallo scorso anno da Assad, secondo il quale le sue forze di sicurezza stanno combattendo dei terroristi armati e non civili siriani che si battono per la democrazia. Rigorosamente allineati alla propaganda dei governi occidentali e dei regimi sunniti del Golfo, però, i media “mainstream” si astengono dal sottolineare tale contraddizione.
La retorica di Obama e degli altri leader impegnati sul fronte anti-Assad nasconde a malapena la vera ragione che li spinge ad appoggiare i ribelli siriani, anche se pesantemente infiltrati da membri di Al-Qaeda, e cioè la volontà di rimuovere con la forza il regime di Damasco, tassello fondamentale per l’asse di resistenza mediorientale che comprende anche l’Iran e Hezbollah in Libano. Ciò che guida la politica statunitense sono dunque esclusivamente i propri interessi nella regione, da perseguire anche con una nuova guerra, senza alcun riguardo per gli effetti devastanti che avrebbe su una popolazione civile già duramente provata o per la quasi certa esplosione di un conflitto settario le cui avvisaglie si stanno da qualche tempo osservando drammaticamente in Libano.
La questione delle armi chimiche, possibile casus belli per giustificare un’aggressione contro Assad, è stata discussa intanto anche mercoledì nel corso di un colloquio telefonico tra Obama e il premier britannico, David Cameron. La conversazione è stata ben propagandata dai media che stanno contribuendo allo sforzo dei governi occidentali di preparare l’opinione pubblica per un prossimo attacco contro la Siria.
I due leader hanno concordato nell’affermare che l’uso o la minaccia dell’uso di WM da parte di Damasco è “del tutto inaccettabile”, perciò una tale mossa da parte di Assad li “obbligherebbe a rivedere l’approccio mantenuto finora” sulla crisi siriana.
Queste dichiarazioni allarmate si scontrano con quanto riportato invece dal quotidiano russo Kommersant, secondo il quale il Cremlino ritiene che la Siria non abbia alcuna intenzione di usare armi chimiche nel conflitto interno e che il governo è in grado di proteggere adeguatamente il proprio arsenale.
Rassicurazioni in questo senso la Russia le avrebbe ricevute nel corso di “colloqui confidenziali” con le autorità di Damasco. Lo stesso punto lo ha ribadito poi venerdì anche il vice-ministro degli Esteri russo, Gennady Gatilov, in un’intervista alla Associated Press. Quest’ultimo ha affermato che le autorità siriane stanno collaborando con Mosca per mantenere le armi chimiche al sicuro ed esse rimarranno negli attuali siti che le ospitano.
Il pretesto delle armi chimiche ha come previsto provocato l’ulteriore irrigidimento dei governi vicini a Damasco, a cominciare dalla Cina, aumentando le probabilità di un coinvolgimento delle principali potenze del pianeta in un eventuale conflitto. Nella giornata di mercoledì, infatti, l’agenzia di stampa di Pechino, Xinhua, ha pubblicato un duro editoriale che sembra riflettere il pensiero dei vertici del regime.
L’articolo critica apertamente Obama, accusato di aver utilizzato la presunta pianificazione da parte della Siria dell’uso di WMD come giustificazione per intervenire militarmente. Per Xinhua le parole di Obama sono “pericolosamente irresponsabili”, poiché potrebbero causare un aggravamento della situazione in Siria e allontanare ulteriormente le residue possibilità di trovare una soluzione pacifica alla crisi.
Le accuse cinesi all’amministrazione Obama si allargano fino a comprendere l’intera strategia americana in Medio Oriente e altrove, dal momento che gli Stati Uniti, “con il pretesto dell’intervento umanitario, hanno sempre cercato di rovesciare governi considerati come una minaccia ai propri interessi nazionali per rimpiazzarli con altri meglio disposti” nei loro confronti. Questo, avverte Pechino, è il copione che Washington sta seguendo anche in Siria, dove l’obiettivo ultimo è il cambio di regime, da ottenere con o senza il via libera della comunità internazionale.

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giovedì 30 agosto 2012

Brescia: la parabola del più bell’inceneritore del mondo

“Il troppo stroppia” ci ricorda la saggezza popolare dei nostri antenati. Sembra proprio che si stia parlando dei dirigenti di Asm prima e di A2a ora, impegnati nell’inutile e dannosa impresa dell’inceneritore più grande d’Europa.

Una prima imprudente e sgangherata esagerazione fu quando si volle costruire a tutti i costi un inceneritore decisamente troppo grande. Tutte le autorizzazioni ponevano il vincolo imensionale di 266.000 tonnellate di rifiuti all’anno, ma Asm se ne fece un baffo e costruì un mostro tre volte più grande, da 800.000 tonnellate, spinta dall’ingordigia dei contributi Cip6, un malloppo da circa 500 milioni di euro, con la finzione tutta italiana che i rifiuti fossero energie rinnovabili. L’artefice,occorre ricordarlo, fu il buon Pierluigi Bersani che regalò così miliardi di euro agli inceneritoristi e ai petrolieri per bruciare rifiuti e morchie di raffinazione, costringendo l’Italia ad un ritardo di alcuni anni nell’intraprendere la strada delle vere rinnovabili. Curiosamente lo stesso Bersani fu tra i ministri dell’ultimo governo Prodi quello che raccolse i più alti contributi privati per la propria campagna elettorale, 480mila euro di fronte ad una spesa di 65mila: 50mila da Federacciai, 49mila dal Consorzio nazionale dei servizi, 49mila da Ilva, 50mila da Trading per l’energia… ( Bersani, il più attivo nel raccogliere fondi elettorali. Nella Cdl è Casini, “l’Unità”, 18 aprile 2007).

Come fu possibile una simile forzatura, da 266.000 tonnellate autorizzate a 800.000 realiazzate? Grazie alla “maggioranza compatta” che sostenne all’epoca il meraviglioso “termoutilizzatore”, dal centro destra al centrosinistra, dalle istituzioni “scientifiche” (Istituto Mario Negri e Politecnico di Milano, Università di Brescia statale e cattolica…) all’ambientalismo istituzionale (Legambiente fu protagonista di primo piano). Unici ad opporsi, ambientalisti informali del Comitato ambiente città di Brescia e di Cittadini per il riciclaggio, Rifondazione comunista e all’inizio i Verdi; questi ultimi, però, appena entrati nella stanza dei bottoni, si convertiranno anch’essi all’incenerimento consentendo la realizzazione dell’inutile terza linea per un piatto di lenticchie di contributi ad opere
di “mitigazione ambientale”.
Una “maggioranza compatta”, dunque, usando l’espressione, carica di significati terribili per le sorti delle moderne democrazie, coniata con incredibile lungimiranza profetica da Ibsen nel suo straordinario dramma protoecologista, Un nemico del popolo (1884).

Dunque 800.000 tonnellate di rifiuti sono davvero troppi per una provincia come Brescia. Per di più ora l’Unione europea pone esplicitamente l’obiettivo del supermento di questi impianti, in favore del recupero come materia. Del resto, attuando la legge nazionale che impone entro il 2012 una raccolta differenziata al 65% a Brescia i rifiuti urbani da smaltire sarebbero poco più di 100.000 tonnellate. Un bel pasticcio per i dirigenti di A2a, alle prese oggi con lo “stroppia” del loro precedente “troppo”. Intanto dal 17 giugno per un certo periodo hanno dovuto chiudere la terza linea, perché, esauriti i Cip6, non è più economico bruciare rifiuti speciali, che sono un costo, a differenza degli urbani che sono un ricavo, grazie alla tariffa imposta ai cittadini. Ora per reggere, dovrebbero continuare a costringere i comuni del Bresciano a non rispettare la legge sugli obiettivi di raccolta differenziata (per Brescia città è troppo facile perché giocano in casa). Inoltre dovrebbero convincere i cittadini di Brescia, la terza su 221 città europee con l’aria più inquinata, ad importare non più solo le attuali 50.000 tonnellate di rifiuti urbani (già di per sé scandalosi), ma 300.000 tonnellate, pari ad un grande inceneritore. Ma ad una simile prospettiva suicida per la salute dei bresciani, A2a potrà godere ancora in città di una “maggioranza compatta” nel momento in cui non è più nemmeno in grado di ripassare al Comune quei congrui profitti che garantiva alle Giunte Corsini?

Una seconda imprudente e sgangherata esagerazione fu quando si volle sostenere che l’inceneritore era troppo pulito, al punto tale che, s’è detto, avrebbe utilizzato grandi quantità d’aria della città inquinata all’entrata, per restituirla in uscita dai camini perfettamente priva di inquinanti. Mitica è rimasta l’immagine dell’ing. Capra insieme al sindaco Corsini e all’assessore all’ambiente dei Verdi Brunelli davanti all’inceneritore sotto il titolo a tutta pagina del Giornale di Brescia del 28 febbraio 1999, Aria più pulita col termoutilizzatore. Anche in questo caso si riprodusse la stessa “maggioranza compatta”, mentre l’Università si profuse in studi “scientifici” per dimostrare l’inconsistenza, 0,0…%, del contributo dell’inceneritore all’inquinamento della città. Spicca il sempre citato studio della Facoltà di ingegneria di Brescia prodotto insieme al Comune di Brescia, proprietario dell’impianto e finanziatore dello stesso studio: è possibile che i professori di ingegneria di Brescia non sappiano che uno studio simile verrebbe cestinato da qualsiasi rivista scientifica internazionale, per palese conflitto di interessi? Sta di fatto che grazie a questo “troppo” i dirigenti di Asm e A2a si sono permessi di non rispettare per un certo periodo i limiti di emissione imposti dalla normativa a tutti gli altri inceneritori per l’ammoniaca, precursore delle PM10. Quando poi, con calma hanno deciso di mettersi in regola, investendo a loro dire 110milioni di euro, si sono sentiti in diritto di non adottare le migliori tecnologie disponibili come quelle, ad esempio, installate sull’inceneritore Silla di Milano, ma di sperimentare un sistema “innovativo” di riduzione dell’ammoniaca, che aveva la caratteristica di consentire una maggior resa energetica dell’impianto, risparmiando sul metano aggiuntivo.

Peccato che queste nuove apparecchiature adottate sperimentalmente nell’inceneritore di Brescia, alla prova dei fatti, non funzionino al meglio, con il risultato che mediamente le emissioni di ossidi di azoto, ammoniaca, anidride solforosa, acido cloridrico, tutti precursori delle PM10 e PM2,5, sono pari al doppio di quelle del Silla di Milano, ancorché entro i limiti di legge. Ma l’inceneritore di Brescia è quasi doppio dell’inceneritore di Milano, con il risultato che i bresciani si prendono quasi 4 volte le emissioni che ricadono sui milanesi. Si tratta di qualcosa come circa 250 tonnellate di composti inquinanti precursori delle PM10, in più rispetto alle emissioni dell’inceneritore Silla di Milano. Di nuovo i dirigenti di Asm e A2a sono incappati nello “stroppia”, sbagliando totalmente un importante investimento, risultato del tutto incompatibile con la migliore tutela della salute dei cittadini.

Quando i bresciani se ne accorgeranno, resisterà ancora quella “maggioranza compatta” nel momento in cui A2a non è più nemmeno in grado di ripassare al Comune quei congrui profitti che garantiva alle Giunte Corsini?

Infine sembra che A2a si voglia accingere al terzo “troppo”, illudendosi di poter far leva ancora su quella maggioranza compatta, con la proposta di collocare a Buffalora un impianto “sperimentale” per il trattamento delle polveri leggere, rifiuti classificati pericolosi.
Staremo a vedere. Sta di fatto che per ora ha collezionato solo perplessità e opposizioni. Sarebbe paradossale che per trattare le polveri di un inutile inceneritore una delle zone già più disastrate della città debba farsi carico di un impianto doppiamente inutile. Se l’inceneritore non serve a maggior ragione non serve trattare le polveri che non deve produrre. E sarebbe davvero umiliante per il sindaco Paroli accettare un miserevole baratto con il sì all’impianto in cambio di qualche milione di euro ripassato da A2a al Comune.

“Multatuli”, (ne sopportai molte) fu lo pseudonimo adottato dell’autore di Max Avelard, il libro denuncia delle nefandezze del colonialismo olandese. Ne sopportò molte, ma poi il colonialismo finì. Ne hanno sopportate molte anche i bresciani, ma “il troppo stroppia”, e forse è il caso che anche A2a se ne accorga al più presto.

PDmenoelle a carbone

"Recentemente si è scoperto che la centrale a carbone 'controllata' dal tesserato numero 1 del Partito Democratico De Benedetti ha tenuto nascosti per 6 anni alla cittadinanza gli inquietanti dati sull'inquinamento ambientale di Savona, con valori elevatissimi, mai riscontrati in Italia! Chi è il fassissta?
Il PD non ha speso una parola di sdegno sull'occultamento alla cittadinanza da parte di Tirreno Power dei dati di grave inquinamento del territorio. Chi è il fassissta?
Il PD vuole nuovi gruppi a carbone di maggiore potenza, che dureranno per altri 50 anni, nonostante la contrarietà di 18 comuni e della popolazione. Chi è il fassissta?
A Savona ci sono state 2.664 morti premature in più in 16 anni; se in Italia (ogni anno su 100.000 abitanti) muoiono 7 donne per tumore ai polmoni, a Noli ne muoiono ben 36. Più di 5 volte tanto. E il PD non ha mai voluto dare una probabile spiegazione del perché.
Chi è il fassissta?
dati-nascosti-th.jpgDa anni volevano provare a convincerci, con comunicati stampa e sponsorizzazioni, che 'andava tutto bene, che si poteva persino ampliare la centrale a carbone, ma ci hanno tenuto nascosti dati devastanti di inquinamento del territorio, valori in molti casi molto più alti dei valori massimi mai riscontrati in Italia.
Nel frattempo, anche le indagini ambientali dei periti della Procura di Savona pare stiano evidenziando 'sofferenze pesanti' e dati allarmanti di inquinamento, nell'ambito del fascicolo aperto per omicidio colposo plurimo (per adesso a carico di ignoti).
mappa-valori-th.jpgMalgrado ciò, PD e PDL vogliono egualmente ampliare la centrale, con nuovi gruppi a carbone di maggiore potenza che inquineranno per altri 50 anni e questo incuranti del volere contrario della grande maggioranza di cittadini, associazioni, partiti, incuranti delle delibere contrarie dei 18 Comuni interessati, incuranti del parere dei medici e degli esperti, incuranti dei molti esposti, delle diffide legali, delle interrogazioni parlamentari, delle petizioni, incuranti dell’inchiesta della Magistratura per i gravissimi reati di “lesioni colpose e omicidio colposo plurimo”, incuranti dell’interessamento di tv e giornali nazionali, dell’opposizione dei principali intellettuali italiani, incuranti dei tassi di mortalità altissimi nella provincia di Savona (con migliaia di morti premature in più rispetto alla media regionale). Questo pur ben sapendo della insufficiente misurazione delle nocive polveri PM2,5 e PM1 da parte dell’ARPAL (i cui dirigenti regionali peraltro sono indagati dalla Procura di Genova in altre circostanze proprio per falso e turbativa d’asta), della mancanza di controlli pubblici delle emissioni delle ciminiere della centrale (il controllo è effettuato dalla stessa Tirreno Power: il controllato è anche il controllore!), della mancanza di controlli pubblici degli scarichi idrici (il controllo è effettuato dalla stessa Tirreno Power), della non ottemperanza di molte prescrizioni, della mancanza da anni di Autorizzazione Integrata Ambientale dovuta per legge, di valori di inquinamento di aria, acqua e terreno fuori norma (l’inquinamento dei fondali marini davanti agli scarichi della centrale arriva a essere anche 100 volte superiore ai limiti di legge!), dell’assenza di una indagine epidemiologica, dell’assenza di una Valutazione di Impatto Sanitario, dell’assenza di un Registro Tumori, in generale, del non allineamento di Tirreno Power ai valori previsti dalle normative italiane e europee.
Attendiamo da più di 20 anni il depotenziamento e la completa metanizzazione di questa "centrale in città" come richiesto autorevolmente dall’Istituto Superiore di Sanità e dall’Ordine dei Medici."  
MoVimento Cinque Stelle - Savona

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mercoledì 29 agosto 2012

La guerra inevitabile di Israele contro l’Iran


L’establishment israeliano sta costruendo la legittimità morale della guerra all'Iran. Il consenso degli Stati Uniti non è più una condizione necessaria. I rischi dello squilibrio internazionale. La guerra all’Iran è già in corso in Siria. Quello che va detto.

Non parliamo di risposta ad un attacco: a Israele spetta la prima mossa”. Non lascia adito a dubbi la valutazione del generale israeliano Ephraim Sneh. Il generale Sneh era uno dei comandanti del raid israeliano ad Entebbe nel 1976 ed è l’alto ufficiale che dal 1993 spinge sulle autorità di Tel Aviv brandendo il dossier iraniano come “un pericolo strategico per lo stato di Israele”. Sono quasi venti anni che rilevanti settori della politica e delle forze armate israeliane spingono per una azione di forza contro l’Iran. In questi anni venti anni hanno dovuto incassare diversi no: da parte di Ytzhak Rabin e da parte dello stesso Ariel Sharon. Più recentemente hanno visto sbarrarsi la strada dal capo del Mossad, Meir Dagan, (rimosso un anno e mezzo fa) e dall’ex Capo di stato maggiore Gabi Askhenazi che ritengono un attacco iraniano non imminente e con conseguenze catastrofiche un attacco militare israeliano. Ma oggi il gruppo di potere che in Israele e negli Usa spinge per l’attacco militare contro l’Iran sembra essere diventato maggioritario e risoluto.

La costruzione “morale” dell’aggressione israeliana all’Iran
La rappresaglia (iraniana,NdR) sarebbe dolorosa per Israele, ma sostenibile” sostiene il generale Sneh. Quando si comincia a parlare del rapporto tra costi e benefici è il segnale che le cose stanno precipitando. L’establishment israeliano sta mobilitando non solo l’apparato militare sia nella sua dimensione offensiva (aerei, testate missilistiche sui sommergibili etc.) che difensiva (scudo antimissile, esercitazioni etc.), ma ha chiesto anche l’intervento di filosofi, moralisti, intellettuali per giustificare lo “strike”, il primo colpo contro l’Iran, e preparare così l’opinione pubblica israeliana (di quella internazionale non gli è mai interessato molto) di fronte ai possibili costi umani di una guerra devastante con l’Iran.

Il primo ministro Netanyahu ha fatto ricorso a tutto l’arsenale di argomentazioni bibliche e storiche per legittimare l’idea che Israele debba e possa colpire per prima. Per Netanyahu “l’Iran è il nuovo Amalek che apparirà nella storia per provare, ancora una volta, a distruggere gli ebrei. Ricorderemo sempre che cosa ci ha fatto l’Amalek nazista. Non dobbiamo dimenticare di essere pronti ad affrontare i nuovi amaleciti” (1).

Argomentazioni come queste, non possono che far interrogare tutti coloro che continuano a pensare allo scontro tra Iran e Israele come ad uno scontro tra esaltati religiosi e un paese moderno. I fatti dimostrano che così non è, anzi, che la visione quasi messianica e la logica della sopravvivenza degli ebrei al nuovo Olocausto che le autorità israeliane stanno imponendo al dibattito sulle tensioni internazionali , rende il ruolo di Israele assai più destabilizzante e pericoloso di altri paesi nel quadro mediorientale e internazionale. Se infatti una società è convinta di essere a rischio di sopravvivenza, accetterà qualsiasi soluzione dal suo governo, anche dolorosa, che lasci un margine di speranza o di prospettiva. A tale scopo le autorità israeliane stanno ricorrendo a diversi intellettuali affinché sostengano con motivazioni etiche la necessità che Israele attacchi e per prima l’Iran.

Circa dieci anni fa, le autorità israeliane chiesero ad un gruppo di studiosi e accademici di formulare una dottrina “morale” per l’attacco militare preventivo. Questa dottrina ha preso il nome di “Progetto Daniele” e deve costituire la giustificazione strategica per l’eventuale attacco contro l’Iran. Del gruppo di studiosi hanno fatto parte Naaman Belkind (ingegnere nucleare), il generale Isaac Ben Israel, il colonnello Yoash Tsiddon-Chatto. Ma anche filosofi e pensatori.

Moshe Halbertal, allievo di Michael Walzer, afferma ad esempio che “Ci potrebbe essere una situazione in cui l’unico modo per prevenire un attacco nucleare contro Israele sarà quello di distruggere lo stato iraniano. Con questo intendo la sua volontà di agire come uno stato”. Mentre Louis Renè Beres, esperto di genocidio in una università statunitense e che ha scritto il “Progetto Daniele” afferma che “Noi abbiamo spiegato per primi che l’equilibrio del terrore non funziona con Teheran. Per Israele non difendersi preventivamente davanti ad un nemico esistenziale sarebbe un suicidio”.

La dottrina dello “strike”, cioè del colpire per primi, se oggi è portata avanti dalla destra, è stata in realtà partorita da un intellettuale israeliano “di sinistra”, Asa Kasher, docente di Filosofia etica all’università di Tel Aviv e che ha curato il manuale per l’etica delle forze armate israeliane (sic!). “La giustificazione di un attacco preventivo israeliano, poggia sulla dottrina della “guerra giusta” e sullo spirito della legge internazionale”. Per lo strike serve dunque una buona causa e per il prof. Kasher la buona causa è il pericolo imminente rappresentante non dal lancio di testate atomiche iraniane, “ma dalla capacità di farlo”. Dunque è il fatto stesso che l’Iran possa disporre di armi nucleari (come ne dispone notoriamente Israele, NdR) anche senza utilizzarle, a rappresentare una buona causa per bombardarlo. Il progressista morale Kasher dice anche di più: “Non faremo affidamento su nessun altro quando si tratta di proteggere i nostri cittadini. Anche se i nostri nemici dovessero portare dei bambini sui tetti delle case per spararci addosso, noi non capitoleremo. E’ tragico, ma non molliamo”.

Dello stessa opinione è anche Avi Sagi, filosofo morale e coautore dello “Spirit of Idf”, cioè il codice di condotta etica dell’esercito israeliano: “Se Israele è certo che possa finire sotto atomico, allora ha diritto ad un attacco preventivo…. L’attacco preventivo venne già usato durante la seconda Intifada, quando Israele eliminò alcuni capi terroristi in esecuzioni extragiudiziali. E’ una moralità che fa parte dell’ethos ebraico. Israele è da sempre prigioniera di una guerra asimmetrica in cui soldati combattono terroristi vestiti in abiti civili”. (2)

Questa breve rassegna di come stiano operando gli apparati ideologici di stato israeliani nella preparazione “morale” della guerra all’Iran, per un verso mette i brividi, per un altro mette tutti noi di fronte alla realtà della infrastruttura ideologica che sta costruendo un possibile e devastante conflitto nel Medio Oriente, in pratica alle porte di casa nostra.
 
Israele attaccherà l’Iran. Con o senza gli Stati Uniti 
L’autore del libro “The secret war with Iran”, il giornalista israeliano “insider” Ronen Bergman, ha recentemente pubblicato un lungo articolo sul New York Times, nel quale arrivava a queste conclusioni: “Dopo aver parlato con molti alti funzionari, ufficiali e uomini dei servizi segreti, mi sono convinto che Israele attaccherà l’Iran nel 2012”. Non si tratta di un aspetto inquietante della profezia dei Maya, ma della conclusione a cui arriva Bergman sulla base di conversazioni e interviste parzialmente rivelate nell’articolo sul New York Times (3).

Bergman prevede cinque scenari possibili: un attacco israeliano, un attacco statunitense, israeliani e statunitensi che attaccano insieme, l’Iran che rinuncia all’atomica, cambiamento di regime a Teheran. Secondo Bergman il secondo e il quinto scenari sono improbabili mentre il primo è quello più possibile.

Sono in molti a chiedersi, forse in forma un po’ auto-consolatoria, se Israele possa attaccare l’Iran senza il consenso degli Stati Uniti. Potremmo rispondere che è già accaduto nel 1981 in Iraq, quando gli aerei israeliani bombardarono il reattore nucleare di Osirak mettendo l’amministrazione Reagan davanti al fatto compiuto. Nell’articolo sul New York Times, Bergman lascia ad un altro esperto il compito di rispondere alla domanda se Israele attaccherà con o senza il consenso degli Stati Uniti. Si tratta di Matthew Kroenig, esperto di sicurezza nucleare dell’influentissimo Council of Foreign Relations e consulente del Pentagono: “Secondo me gli israeliani avviseranno gli Stati Uniti solo un’ora e due ore prima, un lasso di tempo sufficiente per non incrinare i rapporti tra i due paesi ma non per permettere a Washington di impedire l’attacco”. Non solo, Kroenig taglia la testa al toro affermando che “La cosa più interessante non è se succederà, ma il come”.

Un esperto israeliano del National Security Studies di Tel Aviv, Yoel Guzansky, lo esplicita in modo ancora più chiaro” Per Israele oggi conta soltanto la sopravvivenza del popolo ebraico, non il rapporto con gli Stati Uniti… Netanyahu potrebbe decidere di lanciare una campagna militare anche senza il consenso americano. Tutto dipende dai dati che Israele avrà in mano, non certo dal dispiacere che potrebbe provocare negli Stati Uniti” (4).

Ma a rafforzare la tesi che Israele potrebbe attaccare a breve l’Iran, vi sono anche le valutazioni dello stesso Segretario alla Difesa statunitense Leon Panetta. Nel corso di una visita al Comando Nato di Bruxelles, Panetta ha rilasciato alcune dichiarazioni al Washington Post. A raccoglierle è stato un giornalista “esperto” come David Ignatius, editorialista del WP, che le ha riportate testualmente su uno dei maggiori quotidiani statunitensi: “Panetta ritiene che sia molto probabile un attacco di Israele contro l’Iran in primavera, prima che l’Iran entr in quella che gli israeliani definiscono una “zona di immunità” dove poter cominciare a costruire la bomba nucleare”. Poco prima del viaggio a Bruxelles e dell’editoriale del Washington Post, Panetta aveva ricevuto il capo del Mossad Tamir Pardo, un viaggio segreto rivelato però dalla presidente della Commissione Intelligence del Senato, Dianne Feinstein (5).

Visto con gli occhi di sempre, tutto questo può apparire come propaganda o come il capitolo di una guerra di nervi verso l’Iran per costringerlo a cedere e a rinunciare al programma nucleare. Ma questa somiglia molto ad una fotografia di almeno cinque anni fa, prima che la crisi economica globale iniziasse a squassare le economie capitaliste in Europa e negli Stati Uniti e le relazioni internazionali nel loro complesso. Oggi la situazione mondiale è enormemente più instabile e i fattori che agiscono a livello regionale, non paiono più pianificabili e controllabili dal centro. Anche l’establishment israeliano percepisce l’indebolimento della leadership globale statunitense ed è portato a ritenere che questa consente margini di manovra indipendente più elevati che in passato. Se fino a pochi anni fa in qualche modo la concertazione tra le maggiori potenze aveva consentito di gestire l’asimmetria geopolitica dovuta alla dissoluzione dell’Urss, oggi gli equilibri si stanno rimodellando sulla base di una competizione globale sempre più aspra.

Il “messaggio dei Brics”
Il vertice di fine marzo di Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica a Nuova Delhi, ad esempio, ha dato il segno dei cambiamenti nelle relazioni internazionali. I vecchi paesi a capitalismo avanzato che dal dopoguerra a oggi hanno determinato i processi decisionali del mondo, hanno ricevuto un avviso chiaro e forte dai Brics, le potenze emergenti. Occorre ridisegnare le istituzioni internazionali, ridistribuendo poteri e responsabilità. È questo il messaggio che arriva dal vertice dei cinque paesi membri del Brics riuniti nel vertice di New Delhi. E’ il quarto vertice dal 2009 tra i capi di Stato di queste nuove potenze (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) che hanno manifestato chiaramente il proposito di voler contare di più nel dibattito mondiale e nelle decisioni, anche se la “Dichiarazione di Delhi” da loro firmata, dichiara di non essere nulla di più che “una piattaforma di dialogo e cooperazione”. Una piattaforma che però raccoglie il 43% della popolazione mondiale, il 20% del prodotto interno lordo (pil) globale e più della metà della crescita economica (56%) prevista dal Fondo monetario internazionale per il 2012. I Brics sollecitano una riforma del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che tenga conto delle potenze emergenti, ma nel frattempo propone che la comunità internazionale operi per disinnescare le crisi più importanti, avviando senza esitazione il negoziato per la soluzione del conflitto israelo-palestinese, che è fonte di molti altri conflitti nella regione. Non solo la Dichiarazione di Delhi sollecita che nelle crisi in Siria e Iran si utilizzi il dialogo e non il conflitto, permettendo nel caso dei siriani “l’avvio di un processo nazionale con la partecipazione delle parti coinvolte”. Nel caso dell’Iran, invece, i cinque paesi sono piuttosto espliciti e “riconoscono il suo diritto all’uso del nucleare a fini pacifici, pur rispettando gli obblighi internazionali”. “Non si può trasformare la situazione riguardante l’Iran in un conflitto – si afferma nella dichiarazione – le cui conseguenze non sono nell’interesse di nessuno”. Sul piano economico Brasilia, Mosca, New Delhi, Pechino e Pretoria si dicono preoccupati dell’attuale situazione economica mondiale, determinata dalla persistente crisi della zona euro, con un aumento dei debiti sovrani e con l’introduzione di misure di aggiustamento fiscale a medio e lungo termine che producono in ambiente incerto per la crescita economica. Si registra una dura dichiarazione della presidente brasiliana Dilma Roussef sulle misure con cui Usa e Unione Europea stanno affrontando la crisi economica globale, “Una crisi – ha sottolineato la Rousseff – cominciata nel mondo sviluppato e che non potrà essere superata attraverso semplici misure di austerity, deprezzamento della forza lavoro, senza parlare delle politiche di allentamento monetario che hanno scatenato uno tsunami valutario, hanno avviato una guerra monetaria e hanno introdotto nuove e perverse forme di protezionismo nel mondo”. I Brics in particolare contestano duramente “L’eccessiva liquidità generata dalle politiche aggressive varate dalle banche centrali per stabilizzare le loro economie si è riversata sui mercati dei Paesi emergenti, causando una volatilità eccessiva dei flussi di capitale e dei prezzi delle commodities”. Una esortazione esplicita verso i vecchi paesi a capitalismo avanzato “ad adottare politiche finanziarie ed economiche responsabili, a evitare di generare eccessi di liquidità e a intraprendere riforme strutturali in grado di creare crescita e occupazione”.

Secondo i Brics dovrebbe diventare il G20 e non più il G8, l’organismo che può e deve facilitare il coordinamento delle politiche macroeconomiche “anche con un miglioramento dell’architettura monetaria e finanziaria internazionale» che «deve contemplare una maggiore rappresentanza dei paesi emergenti” per ottenere «un sistema monetario internazionale che possa servire gli interessi di tutti i paesi». In questo ambito i Brics stanno studiando la creazione di una Banca di sviluppo tra i paesi del sud del mondo, la cui realizzazione sarà esaminata nel prossimo vertice dei Brics che si svolgerà nel 2013 a Johannesburg, Nel frattempo i presidenti degli istituti di credito per lo sviluppo nazionale dei Paesi Brics hanno siglato a New Delhi un accordo che consentirà il finanziamento del commercio e degli investimenti in valuta locale. Lo scopo dell’intesa è l’incremento della cooperazione tra le banche statali e l’aumento degli scambi commerciali tra i paesi del blocco.

Nel mondo si sta dunque accentuando la polarizzazione con la nascita di nuovi blocchi e, tendenzialmente, di aree monetarie diverse e competitive tra loro. In un contesto di crescita progressiva tutto ciò può anche portare ad un nuovo e positivo riequilibrio dei rapporti di forza internazionali, ma in un contesto di crisi sistemica del capitalismo dominante può diventare un fattore di conflitto a tutto campo. Le vecchie potenze – in questo caso gli Usa e quelle europee – non hanno mai accettato un ridimensionamento della loro egemonia senza tentare di ripristinarla ad ogni costo. E questo rende il mondo del XXI Secolo un posto molto pericoloso in cui vivere.

La guerra all’Iran è già in corso, in Siria
Dobbiamo riconoscere che l’escalation che porterà alla guerra contro l’Iran da parte di Israele, con o senza l’aiuto degli Stati Uniti, è già iniziata.

In Iran è cominciata con le operazioni coperte del Mossad, che ha portato all’uccisione di diversi scienziati che lavorano al programma nucleare o con sanguinosi attentati contro i pasdaran e altre strutture militari che hanno visto coinvolti anche commandos di Stati Uniti e Gran Bretagna.

Nella regione è cominciata con la destabilizzazione della Siria, alleata di Teheran. In particolare c’è la questione dei cosiddetti “corridoi umanitari” che configura sia una spinta verso la guerra civile in Siria sia un attacco ai collegamenti tra Iran e la linea del fronte con Israele: il Libano. Obiettivo dei corridoi umanitari – sostenuto da Turchia, Usa, petromonarchie, è quello di creare una retrovia per i gruppi armati anti-Assad ma anche quello di interporsi sul confine tra Siria e Libano ed impedire così che giungano rifornimenti strategici agli Hezbollah libanesi alleati dell’Iran che hanno già dimostrato di poter essere un serissimo problema per Israele. “Nel 2006 l’Iran, tramite Hezbollah, ha sconfitto lo stato ebraico” lamenta Ronen Bergman. Così viene vissuta dall’establishment israeliano la difficoltà e le perdite subite nell’aggressione al Libano sei anni fa, quando gli Hezbollah si dimostrarono un nemico tenace, motivato, organizzato e ben armato capace di resistere ai tank e ai bombardamenti a tappeto israeliani.

La Siria dunque potrebbe essere l’agnello sacrificale che gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, le petromonarchie del Golfo e la Turchia sono disposti ad offrire a Israele in cambio della sua rinuncia a scatenare a breve l’attacco contro l’Iran. L’indebolimento o la sconfitta del maggiore alleato regionale di Teheran e la garanzia della fine dei rifornimenti agli Hezbollah (dando così mano libera a Israele in Libano), vorrebbero essere il tentativo di mettere sul piatto del rapporto costo-benefici un qualcosa che possa fermare l’escalation israeliana. Israele vedrebbe indebolirsi due nemici ai suoi confini più diretti (Siria e Libano) e accettare che il braccio di ferro con l’Iran proceda attraverso le sanzioni, l’embargo, le azioni terroristiche all’interno del paese, la ripresa di movimenti sponsorizzati da Usa, Europa e petromonarchie che prima o poi ottengano il “regime change” auspicato.

Ma questo scenario potrebbe non realizzarsi a breve. Assad sembra voler e poter resistere più di quanto preventivato e la posizione dei Brics su Siria e Iran non coincide con quelle della coalizione dei “Friends of Syria” sponsorizzata dagli Usa né con quelle israeliane. Il vertice di Nuova Delhi ha “riconosciuto il diritto dell’Iran all’uso del nucleare a fini pacifici, pur rispettando gli obblighi internazionali”. Una posizione questa che è sostanzialmente corretta e butta la contraddizione direttamente in mezzo ai piedi di Israele che dispone di un arsenale nucleare, non ha firmato il Trattato di Non Proliferazione e non consente ispezioni dell’Aiea nei propri impianti.

Quello che va detto
In conclusione ci sembra di poter riaffermare che, anche nel Medio Oriente, il “meglio rimane nemico del bene” ma che di fronte alla prospettiva di un attacco militare israeliano all’Iran occorrerà augurarsi nel breve tempo almeno il “meglio”. Il bene sarebbe indubbiamente una conferenza regionale sul disarmo nucleare che porti allo smantellamento dell’arsenale atomico israeliano e al divieto di armamento nucleare iraniano, il meglio sarebbe che l’Iran disponga, e prima possibile, del potere di deterrenza nucleare che dissuada e impedisca a Israele di attaccarlo provocando un conflitto dalle conseguenze devastanti e imprevedibili, è sufficiente pensare alle ripercussioni sul prezzo del petrolio o all’estensione del conflitto ad altri paesi della regione.

Il nostro compito sarà quello di impedire innanzitutto che l’Italia prenda parte ad avventure militari contro l’Iran o la Siria, che cessi la collaborazione militare e la complicità politica con Israele e denunciare pervicacemente l’ormai inaccettabile costo democratico, economico, morale della permanenza in alleanze come la Nato. I pacifisti per mobilitarsi hanno bisogno di una realtà in bianco e nero, con i buoni da una parte e i cattivi dall’altra. L’internazionalismo dei comunisti ha il dovere di fare i conti con le molte sfumature di grigio dei conflitti che sono stati scatenati in questo già turbolento XXI° Secolo, conflitti in cui non è facile delineare i buoni e i cattivi, ma i nemici principali sì e sono quelli che con le loro azioni mettono a rischio le sorti dell’umanità: lo stato di Israele è tra questi, se ne facciano una ragione i sionisti e i loro coccolatori nelle file della sinistra o della destra.

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martedì 28 agosto 2012

Il capitalismo inclusivo

"Molte cose andarono storte. Ma cinque debolezze in particolare hanno provocato il disastro. Esse sono: la cattiva distribuzione dei redditi, la debolezza delle imprese, la fragilità del sistema bancario, la pessima bilancia commerciale, la povertà del pensiero degli economisti".

Sono parole del 1955. Le scrisse il grande economista John Kenneth Galbraith, nel suo libro "La grande crisi del 1929". Queste parole, con la loro involontaria analogia rispetto alla situazione attuale, ci confermano il pensiero di Hegel: "Ciò che l'esperienza e la storia insegnano è questo: che uomini e governi non hanno mai imparato nulla dalla storia, né mai agito in base a principi da essa edotti". Diversamente, politici ed economisti avrebbero già realizzato una Bretton Woods del capitalismo finanziario. Ma così non è stato.

Purtroppo, fino a quando questo non verrà fatto siamo destinati ad avvitarci in crisi finanziarie ripetute, con effetti negativi sull'occupazione e per le tasche della gente. Sì, perché il punto è che il capitalismo finanziario sregolato e ipertrofico produce disoccupazione e povertà, mentre arricchisce indecentemente i suoi protagonisti. Il 55% di disoccupazione giovanile in Spagna, il 36% in Italia, sono tassi di disoccupazione post-bellici.

A una disoccupazione in crescita si aggiunge una disuguaglianza socio-economica in aumento, provocata dalle continue manovre finanziarie draconiane dei governi, messi con le spalle al muro dagli speculatori. Ma il 2012 è peggio del 1929. Nel '29 non c'erano i computer per muovere masse enormi di denaro sui mercati finanziari nello spazio di un secondo, né c'era la possibilità di investire in "scommesse" (derivati) con le garanzie misere (massimo il 10%) che oggi si richiedono agli speculatori, né c'erano i famosi CDS (Credit Default Swap) "completamente svincolati" dai relativi titoli di stato: vale a dire CDS acquistabili anche da parte di coloro che non ne possiedano il titolo obbligazionario. In pratica, come se qualcuno potesse stipulare l'assicurazione sulla vita di una persona senza essere quella persona. Il che, evidentemente, è una sorta d'incitazione all'omicidio. Il punto è di principio: perché si è permesso che uno strumento, concepito per assicurarsi contro il rischio di fallimento da parte di coloro che possedevano titoli di uno stato, fosse trasformato in un mercato libero delle scommesse in cui è lecito puntare sul fallimento di quello stato?

Quello che manca nel dibattito sulla crisi europea è una chiara azione, concertata a livello internazionale, per il ridimensionamento dell'uso degli strumenti speculativi come i derivati o i CDS. Fino a quando quest'azione non sarà compiuta, vivremo il paradosso di paesi messi con le spalle al muro da una pressione speculativa senza freni né limiti, che li costringe a piani di rientro del debito così ingenti nell'entità, e così accelerati nella tempistica, da tradursi in riduzioni del PIL le quali, a loro volta, aumentano il rapporto debito/PIL di quei paesi.

E siamo da capo, solo più poveri e arrabbiati. Il buon senso esigerebbe una constatazione: non si cambiano i fondamentali dell'economia reale in poche settimane, ci vogliono alcuni anni. Mentre questa speculazione selvaggia (s)ragiona in mezza giornata. Bene: se non possiamo abolirla (che sarebbe l'optimum) almeno ridimensioniamola. Staremmo tutti meglio, e potremmo rientrare in modo fisiologico e graduale sul debito, accompagnando i tagli e le efficienze necessarie allo scopo con investimenti in innovazione e nuove imprese in grado di aumentare il tasso di occupazione e il benessere della gente. Certo, nella situazione che stiamo vivendo non aiuta l'ortodossia di buona parte degli economisti, i quali continuano a parlare di mercati razionali (!). Ma cosa c'entra la razionalità? Qui occorre parlare di mercati regolati bene o di mercati regolati male. Questo solo conta. Quando il governatore della BCE Mario Draghi ha dichiarato che si è "pronti a tutto per salvare l'EURO", e questo ha determinato un'immediata e rilevante discesa degli spread di Italia e Spagna, qualcuno ha scritto su Corriere della Sera che questa è la nuova maniera di governare l'economia, orientando le attese a livello psicologico degli investitori. Ma scherziamo? E secondo questo qualcuno noi in che mondo dovremmo vivere? In un mondo nel quale ci alziamo la mattina preoccupandoci di cosa penseranno trader e speculatori del nostro futuro di nazione?.

Beh aboliamo il loro, di futuro, e potremo finalmente ricostruire il nostro. Detto questo, dal dibattito chiassoso che si compie ogni giorno sul tema "EURO salvo - EURO in rovina", e sue possibili conseguenze, accompagnato dall'ossessiva litania tedesca sul necessità del rientro del debito da parte dei PIIGS, sono assenti le riflessioni che veramente contano. Primo: la doverosa constatazione che il rientro del debito pubblico da parte dei paesi viziosi è sì da compiersi, ma che i mercati drogati dalla troppa speculazione stanno esigendo percorsi di riduzione troppo veloci e quindi dannosi e depressivi, mentre nell'interesse di tutti questi rientri andrebbero programmati su periodi più lunghi. Nel frattempo, bisognerebbe imbrigliare la speculazione aumentando le somme minime a copertura delle "puntate" degli scommettitori finanziari, e vietare quelle vere e proprie bische che sono i mercati dei CDS (credit default swaps) svincolati dai titoli di credito. Secondo: la ancora più doverosa constatazione della vergogna di un'Europa tutta che, con la sola eccezione dei paesi scandinavi, vede crescere costantemente il proprio tasso di diseguaglianza economico-sociale e, in parallelo, diminuire il tasso di occupazione e la mobilità sociale.

La riduzione della diseguaglianza e l'aumento del tasso di occupazione, accompagnati da sistemi economici che consentano a chi è nato povero di diventare benestante nell'arco della vita grazie al proprio merito e lavoro, dovrebbero essere i temi al centro dell'agenda europea, non la crescita. A questo proposito, occorre sfatare il mito che l'occupazione non potrebbe crescere, e la disuguaglianza ridursi, senza crescita. Non è vero. Nuove politiche fiscali, che tassassero di più le rendite e i patrimoni e di meno il profitto e il lavoro, ridurrebbero la disuguaglianza e aumenterebbero il tasso di occupazione anche in uno scenario di crescita zero. In un bellissimo articolo dell'Herald Tribune di qualche tempo fa, si faceva rilevare come un sistema economico sano non dovrebbe consentire ai ricchi di diventare dei "rent seekers".

La perpetuazione dei grandi patrimoni senza che questi corrano veri rischi imprenditoriali (e quindi senza investire in impresa e lavoro) non è un bene per l'economia, ma un male. A livello mondiale in pratica oggi esiste un sistema organizzato fatto di paradisi fiscali, e relativa elusione fiscale, che realizza questa perpetuazione. Esso, insieme con l'eccesso di speculazione consentita, forma un capitalismo esclusivo che premia troppo i ricchi, e crea crescente disoccupazione e povertà per tutti gli altri. Terzo, manca una riflessione condivisa, al centro dell'agenda politica ed economica internazionale, per rispondere alla domanda essenziale: "quale forma di capitalismo adottare per il nostro futuro e per il nostro benessere?".

E qui occorre dire, in modo forte e chiaro, che chi si è in questi anni arrischiato a sottolinearne la necessità è stato prontamente etichettato come, a seconda dei casi, disfattista o comunista. Per essere poi liquidato con battute come: "il capitalismo è la peggiore forma di economia che abbiamo, ma è l'unica possibile" (parafrasando, sic, Winston Churchill con la sua famosa battuta sulla democrazia). Batture che dimostrano, in capo a chi le pronuncia, di non aver capito né Churchill né il nostro attuale problema. Perché la battuta di Churchill deriva da una constatazione storicamente "robusta": tremila anni di storia politica conosciuta provano che le dittature non possono essere alternative alle democrazie. Mentre la crisi del capitalismo attuale è la crisi di un modello che ha solo duecento anni di storia alle spalle. Se poi lo valutiamo nella forma del capitalismo finanziario attuale, appena quaranta.

Vale a dire troppo poco tempo per farci arrivare a dire che quello attuale è l'unico capitalismo possibile. E invece questo è quello che, sotto sotto, connota ancora la real politik e l'ortodossia economica dominanti: l'idea che questo capitalismo sia il "meno peggio" e che vi sia una sorta di inevitabilità in quello che stiamo vivendo. Nossignori. Questo tipo di capitalismo non funziona. Perciò cambiamolo. Il che non significa affatto, come cantano molte sirene (altrettanto idiote), che il capitalismo sia morto. Significa che dobbiamo interrogarci, e sarebbe meglio che lo facessimo in fretta, su quale forma dovrebbe avere il capitalismo del futuro. Per darci una risposta che avrebbe, già di per sé, il beneficio di restituirci una prospettiva per l'avvenire. In questa nostra ricerca di una risposta non è un dettaglio trascurabile e, anzi, ne rappresenta un requisito fondamentale, il darci delle priorità. Occorre che ci domandiamo che cosa viene prima, e che cosa viene dopo. Vogliamo favorire il profitto da innovazione o la rendita da speculazione?

Vogliamo tutelare la dignità e il lavoro oppure subordinarli, sempre e comunque, alla massimizzazione del profitto "costi quello che costi". Perché chi scrive ha visto, una sera del 2005, lo sguardo umiliato di un gruppo di donne cinesi che, vestite tutte uguali con delle tute da lavoro sporche e lacere, attendevano in fila che venisse dato loro un martello a testa, per spaccare a mano le strade da riasfaltare nel mezzo di una delle più grandi citta cinesi, Chongqing. Perché chi scrive ha visto, giorni fa in televisione, lo stesso sguardo umiliato negli occhi degli operai dell' ILVA di Taranto, che si sentono burattini di un gioco più grande di loro e che viene deciso senza di loro. Perché chi scrive non può non notare, come oggi un operaio italiano guadagni 1.000 euro al mese e uno cinese 200.

Vale a dire, fatte le debite proporzioni in termini di costo della vita e relativo potere d'acquisto in Italia e in Cina, lo stesso stipendio. E chi scrive allora pensa, che il capitalismo del futuro dovrebbe mettere la dignità dell'uomo e il suo lavoro allo stesso livello, e con altrettanto potere contrattuale, rispetto al profitto. Non al di sotto. E se qualcuno ancora sostiene che in realtà il capitalismo sregolato e globalizzato di questi ultimi venti anni è stato un bene, adducendone a dimostrazione il fatto che l'operaio cinese (neanche tutti poi, ma solo alcuni) possa arrivare a guadagnare 200 euro al mese, beh allora quel qualcuno dimostra di non avere capito proprio nulla. Dimostra di non vedere come la globalizzazione si sia in pratica tradotta in uno "squeezing globale" del reddito da lavoro, a esclusivo vantaggio del reddito da capitale. Alla fine del grande trasferimento a oriente della produzione europea, a dieci anni dall'entrata della Cina nel WTO, lo stipendio dell'operaio italiano e quello del suo corrispondente cinese ci restituiscono una comune povertà redistribuita su scala globale, per il reddito da lavoro. Eppure, la disinformazione e la superficialità dominano.

Ancora alcune settimane or sono, sul Corriere della Sera, qualcuno ha scritto che in Europa dovremmo ispirarci al vecchio proverbio di Deng Xiao Ping secondo il quale "non è importante il colore del gatto, ma è importante che acchiappi il topo". Insomma: il fine giustifica i mezzi in salsa cinese. Non ci siamo. Sono questa amoralità, questo pensiero convenzionale secondo il quale in fondo i mercati sono comunque razionali, e si regolano da soli, che ci hanno portato a questo disastro economico e sociale. Ed è davvero incredibile come, ancora oggi, si continui a pensare che le dimostrazioni delle persone a Madrid o quelle di Occupy Wall Street a New York siano soltanto rigurgiti di comunismo di piazza, o proteste di lavoratori che non vogliono perdere privilegi ormai insostenibili nel grande gioco spietato del capitalismo finanziario. Se andiamo avanti a pensarla in questo modo, non ascoltando queste proteste che sono invece figlie di un'economia reale bistrattata dalla finanza, e di una cittadinanza vittima designata e carne da macello fiscale dei disastri che combinano i banchieri, senza rispondervi con un progetto nuovo di economia e di società, saremo destinati a veder degenerare questa protesta in violenza. Il che, davvero, non è augurabile.

Dobbiamo invece ribaltare la nostra prospettiva attuale e andare al cuore del problema, per risolverlo. Problema che risiede essenzialmente nel nostro credere che anteporre l'uomo al profitto sia inefficiente, mentre è vero il contrario. Perché creando un'economia in cui l'uomo viene mercificato, si determina un contesto talmente spietato da indurre nella collettività stessa la mancanza di una vera speranza per l'avvenire. E un'economia senza futuro, che vive unicamente il presente senza investire per gli anni che verranno, è non solo triste e becera, ma anche profondamente inefficiente. Lo aveva già capito oltre quarant'anni fa un grande economista, Ernst Friedrich Schumacher, il quale scriveva: "Qual è il significato di democrazia, libertà, dignità umana, tenore di vita, autorealizzazione, appagamento? E' una questione di beni o di persone? Certamente, è una questione di persone".

Quindi, se il capitalismo è prima di tutto una questione di persone, e la dignità dell'uomo non è merce negoziabile, allora il capitalismo non può che essere inclusivo di tutti gli uomini. Deve essere l'opposto, per intenderci, di questo capitalismo esclusivo che permette l'accumulo di ricchezze tanto immense da diventare quasi irrealistiche, nella loro entità. Ricchezze in grado di acquistare per capriccio quadri da 200 milioni di dollari ciascuno, mentre nella sola città di New York vi sono quarantamila (quarantamila!) "senza tetto". Ma quali sono le condizioni che un nuovo capitalismo dovrebbe soddisfare, per essere inclusivo? In primo luogo, si dovrebbero favorire fiscalmente il profitto d'impresa e il reddito da lavoro, e penalizzare con tasse più elevate le rendite di qualsiasi tipo (finanziario, immobiliare, ecc.).

Un'eccessiva tesaurizzazione del capitale o, in altre parole, un capitale che ha maggiore convenienza nell'essere perpetuato attraverso la rendita, invece che nell'essere investito in attività produttive, è la ragione del declino economico e sociale delle nazioni. Ce lo dice la storia. In secondo luogo occorre discriminare tra le diverse "qualità" di profitto, in economia. Un imprenditore che dà lavoro a mille operai non può pagare, alla fine dell'anno sul suo reddito d'impresa, la stessa aliquota di un gioielliere che dà lavoro a quattro o cinque dipendenti. Deve pagare un'aliquota inferiore, se vogliamo far crescere l'occupazione. Altrimenti non andiamo da nessuna parte. Inoltre: è ormai comprovato come vi sia una correlazione tra grado d'innovazione associato al profitto d'impresa e "robustezza" dei posti di lavoro generati da quella data impresa. In pratica: più un'impresa investe in innovazione più è probabile che, nel futuro, essa mantenga i suoi posti di lavoro. Questo perché tanto più elevata è l'innovazione quanto più è difficile l'imitazione da parte dei concorrenti, in primis quelli dei paesi a basso costo della manodopera.

Di conseguenza, quanto più un'impresa investe in ricerca e sviluppo tanto meno dovrebbe pagare di tasse. Anche in questo caso, con il fine ultimo di far crescere il tasso di occupazione stabile, in quel paese. Che è poi quello che conta. Perché di un tasso di occupazione in crescita, ma infarcito di posti di lavoro temporanei nei call center, non ce ne facciamo nulla. Sono posti di lavoro di serie "Z", che non generano in chi li occupa nessun sogno, nessuna volontà di progettare il proprio futuro e di investire. Sono posti di lavoro inutili per una buona economia. In terzo luogo, occorre ripristinare a livello internazionale il principio fiscale per cui le aliquote "sostanziali" (cioè il prelievo effettivo) devono crescere al crescere del reddito. Oggi ci ritroviamo in una situazione opposta, nella quale il miliardario Warren Buffett (sono le sue stesse parole) paga tasse inferiori in percentuale sul reddito di quanto non ne paghi la sua segretaria. C'è qualcosa che non funziona. Il punto è che il sistema organizzato dei paradisi fiscali, e della relativa elusione fiscale, è più avanti delle normative e della politica.

Dunque occorrerebbe, così come per la finanza, una Bretton Woods per le tasse che si ponesse l'obiettivo di eliminare questi paradisi fiscali, costringendo il capitale accumulato a emergere per essere reinvestito in attività produttive e generatrici di nuovi posti di lavoro. Non, come accade ora, per essere parcheggiato in luoghi nei quali la tassazione è praticamente nulla e, dunque, esso può perpetuarsi senza correre rischi. In un libro recentemente pubblicato, un economista americano ha calcolato che la quantità di denaro depositata in questi luoghi "protetti" ammonta ormai a parecchi trilioni di dollari, vale a dire una percentuale rilevante del PIL mondiale. Un accordo internazionale in merito, quindi, permetterebbe la re-immissione di tutto questo denaro "inattivo" nel circuito, con indubbi benefici per le attività imprenditoriali e produttive. Quarto: un capitalismo inclusivo deve coniugare la riduzione della diseguaglianza sociale ed economica con l'aumento della mobilità sociale intra-generazionale. Il perseguimento contestuale di una ridotta diseguaglianza e un'elevata mobilità sociale è l'obiettivo fondamentale di un capitalismo inclusivo.

Perché significa creare una società nella quale da un lato non ci sono esclusi ed emarginati, e dall'altro il valore del bene-merito vince sulla rendita di posizione del bene-stante. In pratica, una società in cui la condizione in cui si nasce non determina la propria vita ma, invece, sono il proprio talento e capacità di lavoro a farlo. In questo tipo di capitalismo inclusivo "l'ascensore sociale" funziona a due vie: per una persona che sale grazie al proprio merito ce n'è un' altra che scende a causa del proprio demerito. Per un povero in gamba che diventa benestante grazie alla propria capacità e competenza, ci deve essere un ricco che s'impoverisce a causa della sua incapacità e incompetenza. Altrimenti non funziona.

Una delle due azioni fondamentali da portare avanti affinché l'ascensore sociale a due vie si realizzi, è proprio la determinazione di un sistema fiscale che favorisca il reddito da lavoro e il capitale di rischio (impresa) da un lato, penalizzi la rendita finanziaria e patrimoniale dall'altro. La seconda azione da implementare è un sistema d'istruzione pubblica di alto livello a disposizione di tutti, anche dei più poveri. Non si scappa: nell'economia della conoscenza in cui viviamo, il non garantire ai meno abbienti l'accesso a quella conoscenza equivale a una ghettizzazione preventiva. Ma il capitalismo inclusivo funziona? O meglio ancora, conviene? La risposta è si, che funziona e che conviene. Solo che fino ad adesso siamo riusciti a realizzarlo in paesi piccoli come Danimarca, Svezia, Norvegia, Svizzera, Olanda. Ma funziona, eccome. Non caso quelli citati sono i paesi nei cui titoli di stato tutti vogliono investire.

Il motivo è che questi sono paesi stabili. E la stabilità, unita a una superiore robustezza del sistema economico, sono le conseguenze più rilevanti per quanto concerne i fondamentali macro-economici, per quei paesi che perseguono la via del capitalismo inclusivo. Ben più rilevanti sono le conseguenze per la società: meno violenza, meno furti e truffe, meno reati e, quindi, anche meno persone incarcerate. E poi meno divorzi, un superiore tasso di natalità (tra i paesi a economia matura), un grado di salute delle persone migliore rispetto a quello degli altri paesi. In generale, siamo tutti più onesti, più felici e più sani, in uno stato il cui capitalismo persegua una minore diseguaglianza e l'inclusività. Ma non è finita qui, perché come dimostra uno studio compiuto da alcuni ricercatori un paio di anni fa, il capitalismo inclusivo conviene. Il motivo è che, alla fine dei conti, è meno costoso per la società. Se traduciamo in termini economici i minori divorzi, i minori obesi, il maggiore tasso di fertilità (ribadisco, per un paese maturo) dei paesi a capitalismo inclusivo, quello che troviamo sono costi inferiori da sostenere per la collettività e una demografia più favorevole. Naturalmente questi dati e queste analisi sono note.

Allora perché non se ne parla abbastanza? Beh, oltre alle solite ragioni di miopia politica, di opportunismo e d'interesse precostituito, si aggiungono anche alcuni economisti che hanno l'ardire di sostenere come questo modello non sia applicabile, se non in paesi di piccola dimensione. Per paesi come gli Stati Uniti, la Cina, o anche l'Italia, esso non sarebbe replicabile a causa della dimensione geografica e demografica in gioco. Beh, è falso: chiunque abbia un minimo di nozione di teoria dei sistemi infatti, sa che quello che conta in un sistema (e quindi anche in un sistema economico o in un paese) non è la dimensione, ma la struttura. Come ben c'insegna il sistema migliore che vi sia: la natura. Per usare una bella immagine: il gatto e la tigre. Metteteli fianco a fianco, e non troverete praticamente nessuna differenza in termini di struttura tra il nostro simpatico micio domestico e la regina dei felini. Come scrisse Leonardo da Vinci, "Dio inventò il gatto, affinché l'uomo potesse accarezzare la tigre". Per cui, la dimensione non è un ostacolo all'applicabilità del modello del capitalismo inclusivo. Semplicemente, nessuna tra le grandi economie del mondo (con la sola parziale eccezione della Germania) ha fino ad ora seriamente tentato la cosa.

I motivi per cui questo non è ancora avvenuto nei grandi paesi a economia avanzata come gli Stati Uniti, l'Inghilterra, la Francia, ecc.. sono molteplici e multiformi, e un'analisi completa richiederebbe un libro, non un articolo. Ciò che conta è ricordarci che non c'è nessun limite, né teorico né pratico, alla diffusione del capitalismo inclusivo nei grandi paesi del mondo. Il motivo per cui non si è ancora fatto risiede unicamente nella mancanza di una volontà politica (e di una correlata visione politica) da un lato, nella forza degli interessi precostituiti che difendono il capitalismo esclusivo, e che si oppongono al capitalismo inclusivo, dall'altro. Eppure i dati parlano chiaro: il capitalismo esclusivo è socialmente doloroso. Gli Stati Uniti, che sono i campioni di quel modello, hanno un numero di detenuti che in proporzione è il quintuplo di quello della Danimarca. Sempre negli Stati Uniti, un individuo che nasce povero ha il 50% di probabilità di rimanere povero anche da adulto.

In Danimarca questa probabilità scende al 25%. In poche parole, le probabilità di diventare benestante sono a tuo favore, se nasci povero in Danimarca. E ancora: il capitalismo esclusivo è ingordo, e si tiene per se tutta la torta lasciando al ceto medio-basso giusto poche briciole per sopravvivere. Nel 2010, che fu un anno di ripresa economica negli Stati Uniti, l'1% degli americani più ricchi si accaparrò il 93% degli utili addizionali generati in quella ripresa. In pratica, tutti gli utili. Infine: il capitalismo esclusivo non fa pagare la crisi a tutti, ma solo al ceto medio-basso. In tempo di crisi infatti, sono i posti di lavoro ad essere eliminati e gli stipendi degli impiegati e operai ad essere ridotti, non quelli dei CEO. Ma soprattutto, i grandi patrimoni occultati nei paradisi fiscali, e gestiti da professionisti all'uopo preparati, non vengono intaccati dalla crisi. E' la perpetuazione della rendita organizzata su scala globale. Sono i "rent-seekers", come li chiama l'economista Joseph Stieglitz. Quel 20% di americani che, attualmente, possiede l'85% (l'85%!!) di tutta la ricchezza degli Stati Uniti. Tornano alla mente le parole di Jack London nel Tallone di Ferro: "La classe lavoratrice (...) era annientata. Eppure la sua sconfitta non pose fine alla crisi. Le banche, che già costituivano una forza non indifferente per l'oligarchia, continuavano ad accettare i risparmi dei lavoratori. Il gruppo di Wall Street trasformò la borsa in un turbine che spazzò via tutti i beni del paese. E sui disastri e sulle rovine, s'innalzò la forza della nascente oligarchia: imperturbabile, indifferente e sicura di sé.

Questa serenità e sicurezza erano terrificanti. Per ottenere lo scopo, essa non ricorreva soltanto a tutta la propria potenza, ma anche a quella del Tesoro degli Stati Uniti. I capitani dell'industria si erano poi volti contro la media borghesia. Le associazioni padronali, che li avevano aiutati a sconfiggere l'organizzazione del lavoro, erano alla loro volta sconfitte dai loro antichi alleati. In mezzo al crollo dei piccoli finanzieri e industriali, i trust resistevano magnificamente. Non solo erano solidi, ma anche attivi. Seminavano vento, senza paura né esitazioni, perché essi solo sapevano il modo di raccogliere tempesta e trarne profitto." Ci risiamo da capo. E possiamo fare due cose. Aspettare che questo capitalismo esclusivo si autodistrugga, vittima della sua stessa ingordigia e cupidigia, oppure cercare come cittadini di portare avanti il capitalismo inclusivo. A noi la scelta.

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domenica 26 agosto 2012

Gemellaggio Italia - Colombia

Contrariamente a quanto si possa pensare la Colombia è un Paese molto simile all'Italia. Ci sono mari e montagne, si insacca il maiale che è una meraviglia, le donne sono splendide e parte delle istituzioni scendono a patti con il crimine organizzato.
Intendiamoci, le “trattative” restano prodotti made in Italy, ci teniamo al marchio di origine, ma con la globalizzazione oramai si trovano dappertutto.
Nel 2001 senatori, sindaci, governatori della Colombia firmarono il Patto di Ralito con il quale si cercò di dare vita a un progetto di rifondazione del Paese, una sorta di versione caraibica del Piano di Rinascita Democratica di Gelli.
Oltre ai politici lo firmarono alcuni tra i capi del narco-paramilitarismo più potenti di allora. Lo firmò Diego Fernando Murillo, alias Don Berna, per anni padrone di Medellin e lo firmò Salvatore Mancuso un narcos amico della mafia calabrese.
Don Berna e Mancuso erano leader dell'AUC (Autodifese Unite della Colombia), un'organizzazione paramilitare che per anni terrorizzò la popolazione colombiana. Il fondatore dell'AUC, Carlos Castaño, è stato forse il criminale più influente in Colombia. L'AUC fu responsabile, in accordo con servizi segreti deviati, parte della polizia e dell'esercito, dell'annichilamento dell'Unione Patriottica, il partito di sinistra colombiano. Tra il 1985 e il 2002 migliaia di simpatizzanti dell'UP vennero ammazzati, squartati vivi, gettati a pezzi nel Rio Magdalena. L'AUC che si finanziava con i dollari della droga ma anche con donazioni di imprese private, nazionali e multinazionali, agì nella totale impunità. Anche questo fu frutto di un accordo: «Voi ci eliminate l'opposizione e noi vi lasciamo liberi di trafficare coca e armi». In Colombia c'è chi giura che fu Carlos Castaño a guidare il commando che uccise Pablo Escobar, il leggendario trafficante di droga. E' soltanto un'ipotesi ma quel che è certo è che nei primi anni 90', mentre in Italia le richieste dei corleonesi arrivavano a Roma, lo Stato Colombiano scendeva a patti con i cartelli rivali di Escobar e con Castaño per poter catturare il “Patron” del male! I fratelli Rodríguez, narcotrafficanti a capo del Cartello di Cali, contribuirono con importanti informazioni, Castaño ci mise uomini fidati, la CIA dollari e ingerenze, dall'Israele arrivò un'apparecchiatura per localizzare Escobar e lo Stato colombiano, ovviamente, diede loro qualcosa in cambio. Nel 93' Escobar si tradì restando per troppo tempo al telefono con il figlio e venne ucciso mentre cercava di scappare saltando sui tetti di Medellin.
Tuttavia il traffico di droga non risentì affatto della morte del “Patron”.
Ma non sono le sole trattative a renderci simili ai colombiani. Anche in Colombia si ha paura di denunciare, anche in Colombia la magistratura libera subisce pressioni, anche in Colombia i giornalisti che inseguono la verità vengono minacciati. Anche in Colombia, gran parte della popolazione sembra anestetizzata, è così abituata alla prepotenza dell'illegalità da non pensare che esistano mondi differenti. Per distruggere la mentalità alternativa in Colombia si è investito in stragi, omicidi e sparizioni, da noi la scelta, per lo meno negli ultimi vent'anni, è ricaduta soprattutto sulle televisioni commerciali. Anche per questo e' bene smetterla di dargli soldi!
Escobar è morto, i capi paramilitari sono stati estradati negli USA ma l'idea che con la violenza, gli illeciti e la furbizia si possa controllare il potere circola ancora indisturbata nel Paese. Un canale nazionale sta trasmettendo in questi giorni una fiction sulla vita di Escobar. In milioni restano incollati davanti alla TV. In un parco di Bogotá ho ascoltato un bimbo chiedere alla mamma: «Non ho capito, ma allora Escobar era buono o cattivo?». Escobar era un criminale, un criminale particolare, se vogliamo anche romantico, ma pur sempre un criminale. Non è più tempo di giustificare trattative, stragi e silenzi con la scusa della Ragion di Stato. Né in Italia e né in Colombia.
Un'ultima cosa ci rende simili ai colombiani: il coraggio. Nonostante i poteri forti siano forti per davvero c'è tanta gente che in Sicilia, come in Antioquia, lotta quotidianamente contro l'arroganza del crimine, contro la legge della savana, contro i sicari del potere e quelli della povertà. Ho intervistato giornalisti coraggiosi, giovani procuratori, studenti stanchi del fatalismo contornante. E' proprio vero, come diceva De André, che “dai diamanti non nasce niente e dal letame nascono i fiori”.  

Alessandro Di Battista

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giovedì 23 agosto 2012

Passera, l'ovetto kinder senza sorprese

Il banchiere Passera, l'ovetto kinder della terza repubblica, si sta candidando alla successione di Rigor Montis. È l'uomo adatto! Do you remember la privatizzazione di Alitalia con Berlusconi (tessera 1816 della P2) e la fine della Olivetti, dove era il braccio destro di De Benedetti (lo svizzero tessera numero uno del Pdmenoelle)? Beppe Grillo
Lettera della dott.ssa Maria Rita D'Orsogna, dalla California
"Caro signor Passera,
stavo per andare a dormire quando ho letto dei suoi folli deliri per l'Italia petrolizzata. Ci sarebbe veramente da ridere al suo modo malato di pensare, ai suoi progetti stile anni '60 per aggiustare l'Italia, alla sua visione piccola piccola per il futuro. Invece qui sono pianti amari, perché non si tratta di un gioco o di un esperimento o di una scommessa. Qui si tratta della vita delle persone, e del futuro di una nazione, o dovrei dire del suo regresso.
Lei non è stato eletto da nessuno e non può pensare di "risanare" l'Italia trivellando il Bel Paese in lungo ed in largo. Lei parla di questo paese come se qui non ci vivesse nessuno:
metanodotti dall'Algeria, corridoio Sud dell'Adriatico, 4 rigassificatori, raddoppio delle estrazioni di idrocarburi.
E la gente dove deve andare a vivere di grazia? Ci dica. Dove e cosa vuole bucare? Ci dica.
I campi di riso di Carpignano Sesia? I sassi di Matera? I vigneti del Montepulciano d'Abruzzo? Le riserve marine di Pantelleria? I frutteti di Arborea? La laguna di Venezia? Il parco del delta del Po? Gli ospedali? I parchi? La Majella? Le zone terremotate dell'Emilia?
Il lago di Bomba? La riviera del Salento? Otranto? Le Tremiti? Ci dica.
Oppure dobbiamo aspettare un terremoto come in Emilia, o l'esplosione di tumori come all'Ilva per non farle fare certe cose, tentando la sorte e dopo che decine e decine di persone sono morte?
Vorrei tanto sapere dove vive lei. Vorrei tanto che fosse lei ad avere mercurio in corpo, vorrei tanto che fosse lei a respirare idrogeno solforato dalla mattina alla sera, vorrei tanto che fosse lei ad avere perso la casa nel terremoto, vorrei tanto che fosse lei a dover emigrare perché la sua regione - quella che ci darà questo 20% della produzione nazionale - è la più povera d'Italia.
Ma io lo so che dove vive lei tutto questo non c'è. Dove vive lei ci sono giardini fioriti, piscine, ville eleganti soldi e chissà, amici banchieri, petrolieri e lobbisti di ogni genere.
Lo so che è facile far cassa sull'ambiente. I delfini e i fenicotteri non votano. Il cancro verrà domani, non oggi. I petrolieri sbavano per bucare, hanno soldi e l'Italia è corrotta.
È facile, lo so.
Ma qui non parliamo di soldi, tasse e dei tartassamenti iniqui di questo governo, parliamo della vita della gente. Non è etico, non è morale pensare di sistemare le cose avvelenando acqua, aria e pace mentale della gente, dopo averli lasciati in mutande perché non si aveva il coraggio di attaccare il vero marciume dell'Italia.
E no, non è possibile trivellare in rispetto dell'ambiente. Non è successo mai. Da nessuna parte del mondo. Mai.
Ma non vede cosa succede a Taranto? Che dopo 50 anni di industrializzazione selvaggia - all'italiana, senza protezione ambientale, senza controlli, senza multe, senza amore, senza l'idea di lasciare qualcosa di buono alla comunità - la gente muore, i tumori sono alle stelle, la gente tira fuori piombo nelle urine? E adesso noialtri dobbiamo pure pagare il ripristino ambientale? E lei pensa che questo è il futuro?
Dalla mia adorata California vorrei ridere, invece mi si aggrovigliano le budella.
Qui il limite trivelle è di 160 km da riva, come ripetuto ad infinitum caro "giornalista" Luca Iezzi. Ed è dal 1969 che non ce le mettiamo più le trivelle in mare perché non è questo il futuro. Qui il futuro si chiama high tech, biotech, nanotech, si chiamano Google, Facebook, Intel, Tesla, e una miriade di startup che tappezzano tutta la California.
Il futuro si chiama uno stato di 37 milioni di persone che produce il 20% della sua energia da fonti rinnovabili adesso, ogni giorno, e che gli incentivi non li taglia a beneficio delle lobby dei petrolieri.
Il futuro si chiama programmi universitari per formare chi lavorerà nell'industria verde, si chiama 220,000 posti di lavoro verde, si chiama programmi per rendere facile l'uso degli incentivi.
Ma non hanno figli questi? E Clini, che razza di ministro dell'ambiente è?
E gli italiani cosa faranno? Non lo so.
So solo che occorre protestare, senza fine, ed esigere, esigere, ma esigere veramente e non su facebook che chiunque seguirà questo scandaloso personaggio e tutta la cricca che pensa che l'Italia sia una landa desolata si renda conto che queste sono le nostre vite e che le nostre vite sono sacre."  

Maria Rita D'Orsogna

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Nemmeno Scajola avrebbe proposto delle puttanate più colossali di quelle spinte da Passera per "sviluppare" il Paese.
Con questi "tecnici" e le loro "professionalità" bisognerebbe soltanto pulircisi il culo.

Palermo, azzerata la squadra antimafia.

I cacciatori di mafiosi più esperti sostituiti tutti nello stesso momento e rimpiazzati di punto in bianco da colleghi con minore esperienza sul campo. E nello stesso periodo anche la procura sarà animata da un corposo turn over che coinvolgerà diversi magistrati della direzione distrettuale antimafia: se non è l’anno zero delle indagini su Cosa Nostra, poco ci manca. Quel che è certo è che in autunno, a Palermo, andrà in scena un vero e proprio giro di vite sul fronte antimafia. Nomi importanti che rappresentano la memoria storica dell’Arma nella lotta alla mafia. Come quello del maggiore Antonio Coppola per esempio. Coppola è il comandante del nucleo investigativo dei carabinieri, autore delle principali indagini che hanno portato all’azzeramento dei vertici di Cosa Nostra, la piovra dalle mille teste, che tenta continuamente di riorganizzarsi: durante l’operazione Araba Fenice (coordinata proprio da Coppola), venne filmato il summit dei boss palermitani che avevano deciso di ricostituire la Cupola, prima di finire tutti in manette. Adesso il maggiore dovrà lasciare Palermo, smetterla di occuparsi di mafia per essere probabilmente trasferito al nucleo tutela patrimonio culturale di Roma. Una scelta che non è piaciuta a 35 magistrati dell’antimafia, che hanno scritto al procuratore capo Francesco Messineo per chiedergli di intercedere con i vertici dell’Arma e ritardare il trasferimento di Coppola.
“Non si possono azzerare i vertici degli organi investigativi dell’Arma tutti nello stesso momento: questa è un’iniziativa senza precedenti che credo non si sia mai verificata negli ultimi 30 anni” commenta Vittorio Teresi, procuratore aggiunto di Palermo. Oltre a Coppola, stanno infatti preparando le valigie anche altri uomini di punta nella caccia ai boss mafiosi. Come il colonnello Paolo Piccinelli, per esempio, che alla guida del Reparto Operativo ha smantellato la rete di fiancheggiatori del boss Gianni Nicchi. O come il generale Teo Luzi, coordinatore delle indagini sul misterioso omicidio dell’avvocato Enzo Fragalà, l’ex deputato di An assassinato a colpi di bastone due anni e mezzo fa da un uomo in motocicletta rimasto ancora oggi senza volto. In autunno andranno via anche i colonnelli Giuseppe De Riggi e Pietro Salsano, che guidano i gruppi di militari a Palermo e Monreale. “Il dato allarmante – spiega Teresi – è che i vertici dell’Arma destineranno a quei delicati incarichi ufficiali con quasi nessuna esperienza in fatto di lotta alla mafia: non si può pensare che i nuovi investigatori facciano esperienza sulla pelle delle nostre indagini, sarà quindi naturale per noi magistrati coordinarci maggiormente con le altre forze di polizia giudiziaria che hanno già maturato ampie conoscenze su Cosa Nostra”.
E negli stessi mesi in cui saranno sostituiti i vertici investigativi dell’Arma, anche negli uffici del palazzo di giustizia palermitano avverrà una massiccia rotazione. Se per i militari, però, gli spostamenti vengono decisi dai vertici, il turn over dei magistrati prenderà il via soltanto dopo il volontario trasferimento richiesto dalle stesse toghe. “Ci sarà comunque da riorganizzarsi” rileva sempre Teresi. Da ottobre si libereranno sicuramente due posti da procuratore aggiunto: sono quelli di Ignazio De Francisci, che si trasferirà negli uffici dell’avvocatura generale dopo la votazione unanime del Csm, e di Antonio Ingroia, il coordinatore dell’inchiesta sulla Trattativa Stato – mafia che invece andrà a lavorare per l’Onu in Guatemala. Una terza poltrona da aggiunto potrebbe essere presto lasciata libera da Nino Gatto, che dopo mesi in malattia potrebbe andare in pensione. Palazzo dei Marescialli ha già bandito il concorso per i posti da aggiunto: in lizza per succedere a Ingroia e De Francisci c’è Nico Gozzo, già pm del processo contro Marcello Dell’Utri e attualmente procuratore aggiunto a Caltanissetta. Proveranno a tornare a Palermo anche il sostituto procuratore della Dna Maurizio De Lucia, il procuratore di Barcellona Pozzo di Gotto Salvo De Luca, il facente funzioni di Reggio Calabria Ottavio Sferlazza e il capo dei pm di Termini Imerese Alfredo Morvillo: una corsa apertissima in cui gli appoggi interni al Csm sono fondamentali.
Se n’è accorto Roberto Scarpinato che rischia di essere tagliato fuori dalla corsa alla procura generale di Palermo dal procedimento disciplinare richiesto dal consigliere del Csm Nicolò Zanon, dopo il suo intervento in via d’Amelio il 19 luglio scorso. Sfidante del procuratore generale nisseno è Francesco Messineo: l’attuale procuratore capo di Palermo era stato indicato per la poltrona di procuratore generale dalla commissione incarichi direttivi del Csm, che avrebbe dovuto votare il nuovo procuratore generale entro fine luglio. La riunione plenaria è stata però spostata a settembre e indiscrezioni lasciano immaginare come Messineo possa alla fine pagare il ciclone istituzionale che si è scatenato dopo che il capo dello Stato è ricorso alla consulta sollevando un conflitto d’attribuzione contro il suo ufficio.
Se il Csm dovesse riaprire i termini, in lizza potrebbe tornare il procuratore capo di Messina Guido Lo Forte, che non ha mai ritirato la domanda per la procura generale. E a breve potrebbe anche aprirsi la battaglia per la poltrona di procuratore capo: se Messineo dovesse pensare di cedere il passo, in corsa per l’ufficio che fu di Giancarlo Caselli ci sarebbero Sergio Lari e lo stesso Lo Forte.

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mercoledì 22 agosto 2012

Hot Summer. Moody's e Fitch scrivono il programma-massacro del centrosinistra. Repubblica e Unità delirano

Poche settimane fa il declassamento del debito italiano da parte delle agenzie di rating, alla stessa valutazione data al Kazakistan (titolo a rischio speculazione), suscitò il coro di riprovazione del mondo istituzionale.
Da parte del centrosinistra si arrivò a dire che le agenzie di rating andavano ignorate perché parziali e inaffidabili. Era vera solo la parte del discorso legata all'inaffidabilità, perchè i punteggi assegnati dalle agenzie di rating vengono aggiornati in automatico nei sofware che operano in transazioni ad alta frequenza. Un fenomeno da nulla che copre il 35 per cento delle operazioni in Europa, il 50 per cento in Italia e il 73 per cento a Wall Street. Pochi giorni dopo il ribasso del rating  infatti, quando c'era ancora qualche teorico di "Standard & Poor's è stata ignorata dai mercati", lo spread ha toccato di nuovo 500. Di lì le dichiarazioni di Mario Draghi sull'intervento possibile della Bce e poi la calma di questi giorni.
In breve, le agenzie di rating sono inaffidabili (è ormai leggenda il loro ruolo di depistaggio, non riuscito, nella crisi del 2008) ma le loro parole e i loro numeri sortiscono effetti concreti. I report sull'Italia diffusi da Moody's e Fitch in questi giorni non toccano i livelli di rating ma entrano direttamente in politica. Con una strada già preparata dall'attuale presidente del consiglio, e beneficiario dei loro giudizi, che da settimane ripartisce gli attori della politica nazionale in coloro che "fanno salire lo spread" e "coloro che lo fanno scendere". Ma cosa dicono Moody's e Fitch?
Per gli analisti delle due società di certificazione, l’attuale situazione di squilibrio dei paesi periferici dell'Eurozona (Italia compresa) è simile alla crisi che colpì Finlandia e Svezia tra il 1990 e il 1993. Allora alla Svezia servirono tre anni per uscire dalla recessione e tornare ai cosiddetti livelli pre-crisi mentre alla Finlandia ne servirono ben sei. Il paragone (che pare molto forzato) tra il caso dei paesi nordici e la situazione attuale dei paesi periferici dell’Europa spinge Moody’s ad affermare che “su base comparativa le contrazioni registrate nei due Paesi iberici e in Italia sono relativamente modeste (almeno fino ad ora), simili a quelle della Svezia mentre i casi di Irlanda e Grecia sono più simili a quello della Finlandia”.
In poche parole, per l'Italia si prevedono tre anni di recessione a partire dalla crisi del 2011 e poi una ripresa del Pil (poi, che la ripresa oggi non generi occupazione è altro tema, sicuramente non d'interesse per Fitch). Se si vuole, al netto degli applausi della stampa italiana di oggi, una previsione peggiorativa rispetto a quella della Banca d'Italia che di anni di recessione ne aveva stimati due.
Ma cosa deve fare l'Italia per tornare ai livelli pre-crisi (del 2011 perché per tornare al livello 2007 la strada è molto più in salita)? Moody's di fatto scrive le stesse parole ripetute da Monti dall'inizio del suo mandato “gran parte della responsabilità cadrà sui governi nazionali piuttosto che sui programmi esterni di aiuto“. Tradotto in italiano: forti ulteriori privatizzazioni, tagli per evitare un eventuale commissariamento della Bce. Moody's e Fitch si muovono secondo automatismi concettuali ultra reaganiani: privatizzare è sinonimo di crescere quindi di futura fiducia dei mercati. Giusto sulla stampa italiana, dopo essersi agitati per i giudizi negativi di luglio, si è accettato questo modo di concepire l'economia come se fosse una cosa reale.
Viene da se che Repubblica e Unità hanno rimosso, nei loro bollettini di esultanza, Moody's quando afferma “C’è un considerevole livello di rischio associato con l’implementazione di queste riforme". Il rischio sarebbe quello di privatizzazioni così forti e radicali da essere respinte dal paese. Perlomeno generando reazioni tali da metterle in discussione. Moody's, e soprattutto Fitch, chiedono quindi Monti come garante per il dopo elezioni su un programma, come è facile intuire, che è un annunciato massacro sociale.
Il bello è che testate intrise nell'Lsd, come Repubblica e l'Unità, da queste parole ne deducono "Italia salva nel 2013". Qui si sta parlando del ritorno a un Pil del 2011, quindi bassino, generato da una forte ondata di privatizzazioni (così forte, socialmente invasiva, da necessitare un garante robusto) e da tagli alla spesa pubblica di decine di miliardi di euro l'anno. Ma l'ignoranza, interessata, di Repubblica e Unità non finisce qui. Qualsiasi cosa significhi la parola "salva" l'Italia non può essere separata dal destino dell'intera eurozona. In un panorama finanziario dove, a partire da quest'estate, si declassano le banche tedesche (che possiedono titoli tossici...) tutta questa salvezza è ipotetica. Per assurdo se i conti italiani fossero "in ordine", il declino economico e finanziario del paese potrebbe tranquillamente continuare a causa degli squilibri continentali. Ma con il procedere dell'autunno si capiranno molte cose.
Una la si è compresa già ora, però. Il centrosinistra può benissimo fare le sue primarie carnevale come e quando vuole. Il programma per il 2013 l'hanno già scritto Fitch e Moody's. Le quali hanno già indicato un nome o per la futura presidenza del consiglio o per quella della repubblica. Il nome che le agenzie di rating vedono come garante di un programma di pesanti privatizzazioni e di ulteriore compressione di salari e diritti (basta leggersi i rapporti per credere). Intanto Repubblica e Unità possono continuare a delirare di "Italia salva nel 2013", inquinando l'infosfera italiana. Finché dura è così.