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venerdì 29 giugno 2012

Guerra al MES

Rischiamo di finire come la Grecia, dove la Troika, in cambio di aiuti finanziari, ha posto tutta una serie di politiche di austerità, di taglio dei dipendenti, di riduzione delle pensioni che non sono aiuti, ma un mero scambio di natura finanziaria. Cioè: danno del denaro a uno Stato, il quale in cambio cede loro la sovranità, e poi saranno loro ad imporre al popolo tutta una serie di condizioni insopportabili, soprattutto per le fasce più deboli.

Bene, adesso anche gli italiani rischiano di ritrovarsi come i greci. Infatti un passaggio fondamentale del trattato MES dice espressamente che uno Stato che intenda chiedere un prestito al cosiddetto fondo salva stati (il MES, appunto) deve sottostare a condizioni molto rigorose. Non abbiamo sentito né un parlamentare nazionale né uno comunitario riferire al popolo italiano i dettagli di questo trattato, nonostante già di per sé preveda un vincolo di 125 miliardi di euro che influenzerà giocoforza le nuove generazioni nonché le politiche di ogni futuro governo. Nessuno, nessuno ha voluto chiedere alle istituzioni competenti dei chiarimenti, per poi riferire ai cittadini.

Per tale ragione abbiamo lavorato tanto, in rete. Personalmente ho lanciato una iniziativa, tesa soprattutto a sensibilizzare l'opinione pubblica. Per fortuna la società civile ha mostrato grande impegno e lucidità, consentendo alla denuncia di una singola studiosa di diventare una battaglia nazionale. Adesso è arrivato il momento, anche per il singolo cittadino, di partecipare attivamente contro questo tipo di politica europea che mira, sostanzialmente, a togliere la sovranità politica alle singole nazioni. Per tali ragioni ho realizzato un volantino, che contiene le indicazioni di base per riuscire a far comprendere l'argomento, o quanto meno per sensibilizzare i singoli cittadini. Sul retro del volantino troverete una serie di domande da fare alla classe politica italiana, tra cui ad esempio: "In cosa si tradurranno le condizioni rigorose contenute nel trattato, per il popolo italiano?". Questo è uno dei punti fondamentali da sciogliere. E visto ciò che è accaduto in Grecia, dubito che si tratti di condizioni migliorative per la collettività.

Fra le altre domande, proprio perché siamo nel periodo intermedio tra la strage di Capaci e quella di via D'Amelio, voglio fare una domanda a tutti i "professionisti dell'Antimafia", senza alcuna polemica (ndr: non mi riferisco alla magistratura per la quale nutro grandissimo rispetto). Poiché il MES farà ricorso al mercato finanziario esterno, per potere soddisfare le richieste di prestito, in che modo gli stati saranno protetti dal rischio di ingerenza dei capitali sporchi nelle operazioni finanziarie? Il dubbio sorge in relazione al fatto che, in un periodo di grave crisi in cui lo Stato è indebolito dal punto di vista economico-finanziario - ma direi anche istituzionale -, nel momento in cui lo Stato debitore si rivolge a questa organizzazione e questa, tra immunità e inviolabilità dei documenti, si pone in qualche modo da intermediario nei confronti dei finanziatori esterni, in operazioni finanziarie di carattere internazionale enormi e in uno stato di diritto sempre meno funzionante, chi ci garantisce che di fatto non si avrà una svendita degli stati nei confronti di organizzazioni finanziarie esterne, facenti riferimento ad organizzazioni criminali o meno?  Ma in ogni caso, prima di vincolare l'attuale Governo, le future legislazioni e le future generazioni a pagare 125 miliardi di euro e a condividere le decisioni di politica interna con questa organizzazione finanziaria, perché nessuno vuole discuterne, nessuno dei parlamentari dei partiti di destra, di sinistra, grandi e piccoli, ipocriti e meno ipocriti? Su questi aspetti sono tutti d'accordo! Io mi sento priva di rappresentanza in Italia e credo che in questo Paese attualmente non ci sia una opposizione al Governo delle banche. L'articolo 15 del trattato MES prevede che il consiglio dei governatori dell'Organizzazione può decidere - attenzione a questo passaggio - di concedere assistenza finanziaria a un membro del MES ricorrendo a prestiti con l'obiettivo specifico di ricapitalizzare le istituzioni finanziarie dello stesso membro. Prestiti provenienti da organizzazioni esterne o private. Noi questo non lo dobbiamo, non possiamo permettercelo. Non abbiamo tanto tempo, perché siamo stati indifferenti troppo a lungo.

 Viviamo in un sistema sociale e politico marcio. Basta pensare alle dichiarazioni del presidente della Corte dei Conti, in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario 2011, in cui è stato messo in evidenza come le privatizzazioni e le esternalizzazioni si sono ridotte a un mezzo per la gestione clientelare del potere politico amministrativo. Cioè la nostra pubblica amministrazione non è completamente rivolta verso il bene comune, bensì verso interessi ed affari privati. Pensate a tutti gli scandali politici che stanno uscendo, da destra a sinistra. Anche il Fondo Monetario Internazionale, che si inserisce mediante Monti nelle decisioni di politica interna, volendo ancora una maggiore flessibilizzazione del mercato del lavoro (quando sappiamo che questo strumento ha fallito ormai da diversi anni), ora spinge per le privatizzazioni. Adesso la soluzione sarebbe dunque questa, per porre rimedio alla grande crisi? La svendita del patrimonio pubblico? Qui siamo alla follia! Uno Stato senza patrimonio pubblico non è uno Stato. Non può garantire i propri cittadini, non può tutelarli. Vogliono la nostra identità!

I trattati ESM e Fiscal Compact necessitano dell'autorizzazione del Parlamento. Cioè è necessaria l'autorizzazione alla ratifica. Dunque si invertono completamente i rapporti tra il Governo e i parlamentari, perché da un lato abbiamo questa Europa, rappresentata da Mario Monti, che vuole a tutti i costi ulteriore cessione di sovranità da parte dello Stato italiano (in questo caso mediante questi due trattati), mentre dall'altro i nostri parlamentari hanno un potere enorme, in quanto saranno loro a decidere se concedere o meno l'autorizzazione alla ratifica. Ora, immaginate per un attimo questo potere spropositato nelle mani di un Parlamento che si è dimostrato di fatto incapace di portare l'Italia verso uno sviluppo virtuoso, con i parlamentari appartenenti a partiti politici soggetti a continui scandali. Ma davvero voi volete far sì che a decidere il futuro delle nuove generazioni siano questi soggetti, che siano cioè loro a ratificare trattati di una importanza gigantesca per la sopravvivenza del nostro stato di diritto? E' possibile accettare tutto questo? E sono tutti d'accordo!

Una notizia importantissima, arrivata in questi giorni dalla Germania, è che la Corte tedesca ha fatto slittare la ratifica dei trattati poiché i verdi si sono opposti. L'hanno fatto perché non c'era stato un adeguato dibattito e approfondimento in Parlamento. Il secondo portavoce del partito di sinistra, Linke, ha annunciato che se il Parlamento concederà l'autorizzazione alla ratifica sottoporrà alla valutazione della Corte Costituzionale una serie di profili di illegittimità. Al di là di come andrà a finire, quantomeno in Germania un minimo di dibattito politico, un minimo di opposizione contro il Governo delle banche, c'è! Noi qui invece abbiamo questi giornali, questi mezzi di informazione che tengono in sala di rianimazione dei partiti che sono morti, ma che purtroppo oggi hanno ancora un potere enorme. E i primi a gridare contro l'informazione di regime sono proprio quelli che oggi ne stanno approfittando. Non dimenticatelo in futuro. Abbiate memoria di ciò che sta accadendo.

Quindi vi invito a divulgare il più possibile il volantino che potete trovare su www.crisiesoluzioni.it. Soprattutto ora che è periodo di elezioni e tutti questi politici silenti se ne andranno in giro a fare campagna elettorale per se stessi, per i propri amici o per i propri candidati. Ponete loro le domande contenute nel volantino. Soprattutto diffondetelo presso i vostri concittadini, i vostri amici, i vostri parenti, i vostri conoscenti, in qualsiasi occasione anche durante le vacanze. Parlate a tutti del MES. E mi riferisco anche alla società civile, ai movimenti, alle associazioni: dovete cogliere tutte le occasioni, dovete mettervi in prima fila per difendere il nostro Stato rispetto a queste scellerate cessioni di sovranità, dove il popolo è stato completamente tagliato fuori. Attenzione, non per colpa di Monti*, ma per colpa dei nostri parlamentari nazionali ed europei che non stanno dicendo assolutamente nulla sull'argomento.

 Per scaricare il volantino: www.crisiesoluzioni.it


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* che è picciotto della finanza quindi una persona intelligente dovrebbe essere in grado di cogliere cosa può aspettarsi da un personaggio del genere.

giovedì 28 giugno 2012

Via libera della camera alla Fornero: passa la riforma "contro" il lavoro

I voti a favore sono stati solo 393, i contrari 74, numerose le astensioni: 46. L'ok definitivo alla riforma, ora alla firma del capo dello Stato per la promulgazione e la successiva pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Esulta Cesare Damiano per il ddl che affossa l'articolo 18.
Via libera dell'Aula della Camera alla riforma del mercato del lavoro (L'abc della riforma). I voti a favore sono stati solo 393, i contrari 74, numerose le astensioni: 46. L'ok definitivo alla riforma, ora alla firma del capo dello Stato per la promulgazione e la successiva pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, è arrivato con un' accelerazione impressa dalla richiesta del premier Mario Monti per poter arrivare al Consiglio europeo di domani con la riforma in tasca e concessa, tra diversi malumori, dai partiti che sostengono la maggioranza in cambio della promessa che l'esecutivo interverrà ancora, in tema di esodati, flessibilità in entrata e ammortizzatori.  
Esulta Cesare Damiano che ha redatto la riforma di lady Elsa e azzoppato l'articolo 18.
“'Con l'approvazione alla Camera del disegno di legge sul mercato del lavoro, i partiti che sostengono il governo hanno dimostrato la coerenza del loro impegno e l'alto senso di responsabilita' nelle scelte'', afferma Cesare Damiano, capogruppo Pd nella Commissione Lavoro di Montecitorio. ''Abbiamo ascoltato la richiesta del premier - aggiunge - e ci rendiamo perfettamente conto dell'enorme situazione di difficoltà economica e sociale che sta attraversando l'Europa. Abbiamo altresì preso atto della disponibilità e della capacità d'ascolto del presidente del Consiglio che ancora ieri ha ribadito nell'aula di Montecitorio la volontà di realizzare tempestivamente gli impegni assunti con i partiti della maggioranza sulle correzioni al sistema pensionistico e al mercato del lavoro. Per noi è fondamentale dare corso alla soluzione del problema dei lavoratori che sono rimasti senza stipendio e senza pensione a seguito della riforma della previdenza, anche attraverso un decreto. Sul mercato del lavoro abbiamo sollevato il tema degli ammortizzatori sociali: chiediamo di posticipare di un anno il decollo della nuova Aspi, considerato il prolungarsi della crisi e l'esigenza di mantenere le attuali tutele in caso di mobilita'. Abbiamo poi posto la questione delle partite Iva: quando si tratta di autentico lavoro autonomo, non e' accettabile che il contributo previdenziale sia aumentato al 33%. A partire da questi contenuti - conclude - la nostra battaglia continuerà anche utilizzando le proposte di legge unitarie in via di definizione alla commissione Lavoro''.  
E il Pd ha scoperto la sua Marianna, usata per la dichiarazione di voto contro i giovani.
Quando, a soli 28 anni e sconosciuta ai più, Walter Veltroni la candidò capolista Pd nel Lazio, su Marianna Madia e sul segretario caddero gli strali ironici di commentatori e opinionisti. In tanti, anche dentro al partito, non perdonarono all'allora leader del Pd quella scelta. E lei ci mise del suo nella prima dichiarazione pubblica: "Porterò in Parlamento la mia straordinaria inesperienza", disse. Nel frattempo ha preso le distanze dal suo mentore, che non ha seguito in Movimento democratico, e lavorato nella commissione Lavoro in tandem con Cesare Damiano. Ma quattro anni dopo l'ex ricercatrice di economia, mamma da pochi mesi, si è presa la sua rivincita. E' stata affidata proprio a Madia, infatti, la dichiarazione di voto finale del Pd alla Camera su un provvedimento molto contrastato, la riforma del mercato del lavoro. E lei ha parlato per dieci minuti senza esitazioni o inciampi. Ha difeso il provvedimento nel suo complesso: "Vorrei assicurare a una generazione di precari che i passi avanti ci sono e sono molti", ha scandito. Ma ha anche criticato il ddl sui punti che il Partito democratico ha tentato inutilmente di correggere: ammortizzatori sociali, esodati e partite Iva.
tratto da http://www.ilmanifesto.it - 27 giugno 2012

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L'ILVA e il mare



L'ennesima notizia che non sì vedrà mai in prima pagina (di sti tempi si fa il tifo per super mario vs Merkel e per gli europei). Personalmente mi fa pensare ai fondali antistanti Genova, che non credo siano molto differenti, e alla vergognosa miopia ed ignoranza di lavoratori tarantini e sindacati, incapaci di concepire e pretendere un modello di sviluppo differente per il proprio territorio.

mercoledì 27 giugno 2012

Fanno saltare il banco e si prendono tutto

Non bastava l'EFSF, il fondo salva stati europeo. Non bastava il MES, il Meccanismo Europeo di Stabilità. Non bastava l'ERF, il Fondo di Redenzione (ripianamento) Europeo: ora Giuseppe Vegas, il presidente della Consob, vuole l'FSF: il Fondo di Stabilità Finanziaria, o Financial Stability Fund italiano. Cos'ha in comune quest'ultimo con l'Erf, il fondo europeo proposto da Monti che mira ad abbattere al 60% del Pil il debito dei paesi "virtuosi", pignorando le loro entrate fiscali fino al 2035? Ma la garanzia naturalmente, perché se chiedo soldi, qualcuno ce li dovrà pur mettere, e di questi tempi nessuno versa un centesimo se non ha una qualche forma di assicurazione. E dunque qual è questa assicurazione proposta da Monti per l'ERF? L'oro, il nostro oro. E quale sarebbe la garanzia proposta da Vegas per il FSF? I migliori beni dello Stato: gli immobili, le grandi società, le riserve valutarie ed auree.


Insomma, l'ideona è questa: siccome l'Italia ha ancora qualcosina da parte, rappresentato da Eni, Enel, Finmeccanica (che fatturano bene e hanno come azionista di controllo il Ministero dell'Economia), immobili prestigiosi e una riserva aurea tra le più cospicue al mondo, diamo questi 150 miliardi in garanzia e chiediamo soldi, emettendo obbligazioni del Tesoro per un massimo di 120 miliardi. A chi? Già: a chi? E' un fondo, qualcuno dovrà pur metterceli questi soldi. E ce li metteranno, perché siccome stiamo impegnando i gioielli di famiglia (che non sono fuffa, ma beni reali), il fondo avrà la tripla A. E potrà essere usato (udite udite) anche dalle banche come collaterale per le loro ricapitalizzazioni. Che significa: soldi buoni in cambio dell'assicurazione che se qualcosa va male, i creditori (grandi banche d'affari, come nel caso Monte dei Paschi di Siena, tra cui JP Morgan e Goldman Sachs) potranno rivalersi su Eni, Enel, Finmeccanica e affini. Nonchè sul nostro oro. Lo stesso oro che sarà messo a garanzia dell'ERF, se tale meccanismo dovesse entrare in funzione.

E cosa farci, con i capitali attratti da queste obbligazioni del Tesoro, che già sta sborsando 4 miliardi per salvare Monte dei Paschi e 20 miliardi per salvare le banche spagnole? Semplice: ci si comprano i nostri titoli di Stato sul mercato secondario, che è quello che determina lo spread, per abbassarlo. All'occasione, ci si comprano anche i titoli rimasti invenduti sul mercato primario (cioè le emissioni dirette), che funzionano con il meccanismo dell'asta marginale, in modo da abbassare il rendimento alla fine della giornata. Insomma, il solito giro: ci si indebita per potersi permettere il lusso di indebitarsi meglio. Vegas calcola (nella previsione più ottimistica) un risparmio di 2,5 miliardi all'anno fino al 2025 e un risparmio sui maggiori interessi dei titoli di Stato di circa 8,7 miliardi. Tra i 35 e o 40 miliardi, indebitandosi per 120 e mettendo a garanzia tutto quello che abbiamo. Così se salta qualcosa, perdiamo tutto.

Sembra il giochetto di colui che siccome ha un debito con un usuraio che non riesce più a saldare, fa un secondo debito più grande con un secondo usuraio per saldare le rate del primo, e poi ne fa un terzo per saldare le rate del secondo e così via. Finchè perde tutto, lui e tutti gli usurai che gli hanno prestato i soldi. Tutti tranne il primo. Già, ma in questo caso chi è il primo? Perchè vuoi vedere che il primo è quello che si è comprato il nostro debito, e con i soldi degli interessi ora si compra anche le obbligazioni di Vegas, per poi far saltare il banco e prendersi tutto?


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domenica 24 giugno 2012

Sette brevi lezioni dal voto in Grecia

Il voto greco che ha portato i moderati di Nuova Democrazia alla maggioranza relativa, guadagnando un bonus di 50 seggi, ci regala qualche breve lezione per il futuro. Italiano ed europeo.

PRIMA, Non è vero, come è accaduto in Grecia, che le forti proteste non incidono sul quadro politico istituzionale. In tre anni Pasok e Nuova democrazia sono passate da una percentuale vicina all'80 per cento a poco più del 40. Da partiti alternativi sono stati costretti a coalizzarsi contro il resto della società greca. Oggi in Grecia la rappresentanza politica antiausterità è attorno al 50 per cento dei voti.

SECONDA, non è vero che alle elezioni i premi di maggioranza garantiscono la governabilità e sono politicamente neutri. Con una legge simile a quella studiata da Violante mesi fa, uno dei due ex partiti reciprocamente alternativi entro schemi di compatibilità sistemica (Nuova Democrazia) ha guadagnato il bonus e si è potuto permettere di attirare in una alleanza l'ex avversario (il Pasok). In Italia questo esempio potrebbe dire qualcosa.

TERZA, I governi neoliberisti e i media europei influiscono sul voto degli altri paesi mentre le sinistre no. La Merkel si è augurata, prima delle elezioni, una vittoria di Nuova Democrazia, i media europei (per tacere di quelli italiani) hanno presentato una eventuale vittoria di Syriza come il caos. Tirando la volata ai grandi fondi speculativi per un'eventuale affossamento di ciò che resta della Grecia. Le sinistre europee, quelle italiane in testa, non hanno fatto presenza nello spazio comunicativo continentale. Quando si vota in un paese che si sente isolato, tutto questo conta e sposta voti. Per esempio, era così impossibile per Vendola, Landini, die Linke, Front de Gauche andare in Grecia a non far sentire solo Tsipras? Provincialismo delle sinistre e internazionalizzazione del capitale producono un flusso di opinione pubblica che qualche voto decisivo, per la destra, lo sposta.

QUARTA. Il neoliberismo in Grecia si aggrappa a residui di consenso e di clientelismo. In Grecia la chiesa ortodossa non paga un'euro di tasse, i partiti ex sistemici hanno un residuo di clientele e favoritismi e tutto questo conta. Poi in Grecia c'è stata una spaccatura generazionale marcata. Giovani contro ND e Pasok, generazioni più mature, specie meno scoperte dalla crisi, a favore dei due partiti ex sistemici. La BBC, ad esempio, ha aperto un servizio su Nuova Democrazia come un partito sostanzialmente di anziani. Su questo genere di elettorato, facilmente strumentalizzabile nella crisi e incline ad ancorarsi a vecchie soluzioni, si basa molto del consenso liberista europeo. In un continente che invecchia, puntare solo al giovanilismo politico può essere un errore.

QUINTA. I mantra della propaganda neoliberista devono essere smontati. L'euro ha fatto rinascere i nazionalismi, dividendo un continente tra nazioni e partiti nazionali come mai prima della caduta del muro. Una moneta non è un continente e si vede. E soprattutto il continente può vivere benissimo senza una moneta neoliberista. Il terrorismo che vive dello slogan euro=europa=pace e stabilità è un dispositivo orwelliano che va saputo ancora smontare.

SESTA. I governi neoliberali, come abbiamo visto in Grecia, perdono anche metà dei consensi in pochi anni. L'alternativa può crescere anche velocemente, come ha fatto Syriza, ma non sostuisce il vecchio in tempo reale. Questo per capire, specie in Italia, che nessun cartello elettorale (per quanto auspicabile come Syriza) può egemonizzare o addirittura esaurire lo spazio del politico. Per delle sinistre italiane in declino, drogate di opinione pubblica come spazio prevalente del politico, minimaliste emerge un doppio classico problema (il governo e il movimento). A dimostrazione che la storia presenta sempre il conto di tutto ciò che è stato rimosso dalle generazioni precedenti. Hic Rhodus hic salta.

SETTIMA. Lo spazio politico tedesco è centrale, quanto la politica nazionale di ogni singolo paese, per il presente e il futuro dell'Europa. Oggi abbiamo una portavoce dei verdi che, a proposito della Grecia, parla come un'ultraliberista, il partito dei pirati che cresce (molto) come se esistesse solo la Germania, la Linke in crisi, la Spd pronta ad un prossimo governo di grande coalizione della Merkel. Sono tutte pessime notizie: altro che primarie e candidati, un'offensiva diplomatica verso lo spazio politico tedesco è qualcosa di vitale per ogni spazio politico nazionale, vista l'importanza della Germania.

Infine, complimenti ad Alexis Tsipras. Nessuno rimuove i difetti, i problemi, le aporie di una esperienza come Syriza. Ma Tsipras e Syriza hanno mostrato una dote sconosciuta alla politica attuale delle sinistre del continente: il coraggio. Un coraggio non certo irresponsabile e romantico ma tutto politico. Un coraggio che ha coalizzato attorno a sé la voglia di futuro di una parte significativa e giovane della Grecia. Un esempio per guardare positivamente alla dissoluzione della attuale sinistra italiana decadente e ruffiana, incapace di staccarsi dal Pasok italiano (il Pd). E chissà se stavolta Leonida non torni a casa da vincitore.

per Senza Soste, nique la police

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venerdì 22 giugno 2012

Tutti i numeri di un paese "a rischio Grecia"

Meno lavoro, meno diritti, meno futuro. Il bilancio per l’Italia del Rapporto sui diritti globali 2012, pubblicato oggi dall’Associazione Società Informazione e promosso da Arci, Cgil e un gruppo di associazioni, è pessimo. “La prima guerra mondiale della finanza ha provocato l’11 Settembre dello Stato sociale e dei diritti”, si legge nel Rapporto. La conferma è nei numeri, che raccontano un Paese in cui povertà e disuguaglianze sono in aumento, mentre le voci principali di spesa sociale, tra il 2008 e il 2011 hanno subito tagli complessivi dell’80%.
Una tendenza che si aggraverà nel 2013, spiega il Rapporto, che quest’anno si intitola ‘La Grecia è vicina’. Al centro delle 1300 pagine di questa decima edizione, non poteva che esserci la crisi. Ma se gli Usa hanno provato a dare qualche impulso alla crescita, l’Europa, denuncia il Rapporto, sarebbe tutta concentrata sullo smantellamento dello Stato sociale e dei diritti acquisiti da lavoratori e pensionati. Un giudizio che si traduce nella sostanziale bocciatura delle scelte di Mario Monti. “Un governo in linea con quello di Berlusconi”, critica il segretario della Cgil Susanna Camusso, che nella prefazione al Rapporto non usa mezzi termini: “I salari sono fermi, i redditi calano, la disoccupazione aumenta, la recessione si acuisce, la disperazione delle persone senza futuro si diffonde”.
Parole dure che trovano conferma nei numeri. L’arretramento dello Stato sociale è tutto nei dati sulla spesa per il Welfare. L’Italia è infatti passata dai due miliardi e mezzo di euro del 2008 a soli 538 milioni per il 2011. Mentre per il 2013 il Rapporto annuncia un ulteriore dimezzamento, per una spesa sociale che non supererà i 270 milioni. Ma non basta. Il Fondo nazionale per le politiche sociali (Fnps), la principale linea di finanziamento statale per la realizzazione di interventi e servizi sul territorio, è passato dai 518 milioni di euro stanziati nel 2009, ai 44 milioni del 2012 (guarda tutti i numeri nell’infografica di ilfattoquotidiano.it).
Ad aggravare il quadro è la condizione delle famiglie italiane, che diventano sempre più povere. A fornire i numeri è l’indagine ‘Reddito e condizioni di vita’ presentata lo scorso dicembre dall’Istat. Già nel 2010 il 18,2% dei residenti in Italia risultava esposto al rischio di povertà. Un dato che preoccupa soprattutto per la percentuale in crescita di coloro che vivono in famiglie a bassa intensità di lavoro, dove le persone tra i 18 e i 59 anni lavorano meno di un quinto del tempo. Tra 2009 e 2010 si è passati dall’8,8% al 10,2%. Inoltre, stando a una misurazione effettuata a livello comunitario, il 24,5% degli italiani è a rischio povertà, in un Paese dove i redditi dei più ricchi crescono percentualmente con un rapporto di 10 a 1 rispetto a quelli dei meno abbienti.
A fare da spartiacque tra le conseguenze della crisi economica è il lavoro. Le famiglie che hanno come entrata principale un reddito da lavoro autonomo mostrano minori difficoltà, mentre si registra “un serio problema di penalizzazione del lavoro dipendente”. Tra il 2000 e il 2010 le retribuzioni reali dei nuclei con capofamiglia dipendente sono scese del 3,2%, mentre quelle con capofamiglia lavoratore autonomo sono aumentate del 15,7%. Dati in continua evoluzione, soprattutto alla luce di quelli che riguardano la disoccupazione. In appena tre mesi, il tasso di disoccupazione in Italia è salito di mezzo punto percentuale: dall’8,9% dello scorso dicembre siamo passati al 9,3% di febbraio. Una media che rimane al di sotto di quella dell’Eurozona (10,6%), ma che in Italia fa i conti con un tasso di attività effettiva decisamente preoccupante.
Nel 2010, infatti, il tasso di attività di chi ha tra i 15 e i 64 anni è del 62,2%, rispetto a una media dell’Unione Europea a 27 Paesi del 71%. Un divario destinato a crescere e che vede dietro a noi soltanto Malta, con il 60,3%. Svezia e Danimarca, con il 79,5%, appaiono lontanissime. A essere colpiti sono in particolare i giovani. Tra questi, il 36% è disoccupato, i precari superano quota 3 milioni e i cosiddetti Neet, che né studiano, né lavorano, sono ormai 2 milioni. E altrettanti hanno già lasciato l’Italia per cercare una vita migliore all’estero.
“Le cifre negative vengono lette non già come indizio dell’errore, come evidente tossicità del farmaco somministrato, bensì come suo insufficiente dosaggio”, si leggeva nella prima edizione del Rapporto sui diritti globali, pubblicata dall’Associazione Società Informazione nel 2003. E ancora: “Anziché soffermarsi sull’eziologia del male, i nostri apprendisti ministri e statisti s’incaponiscono nella terapia sbagliata. Allora si moltiplicano le leggi delega, si opera per dividere i sindacati e i lavoratori, si approfondiscono i conflitti sociali, si tenta di isolare la Cgil”.
A dieci anni di distanza, secondo il curatore Sergio Segio, nulla è cambiato: “Si tratta di un’analisi che potremo ribadire oggi, parola per parola, guardando all’Italia e al panorama globale”. Nonostante la sua crisi, conclude, “il capitalismo finanziario continua a governare il mondo, e senza la ricostruzione di un interesse generale ci condurrà nel baratro”.

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Contro chi abbaia Giorgio Napolitano?


napolitano_tricoloreLe ultime due giornate afose di questo strano mese di giugno hanno visto protagonista il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Presidente che ha lanciato accuse pesanti quanto generiche sull'esistenza di "una campagna di sospetti, ricostruzioni arbitrarie e tendenziose". Accuse alle quali segue l'affermazione di una ferma, quanto altrettanto generica, linea di condotta: "terrò fede ai miei doveri costituzionali".
Impossibile cercare di capire di più dai telegiornali. I tg, puntando all'effetto propaganda istituzionale piuttosto che al dovere di informazione, reiterano le frasi di Napolitano, assieme alla solidarietà dei vertici istituzionali nei suoi confronti, senza una minima ricostruzione del contesto da cui sono scaturite queste frasi. Quel che si vuol creare è un evidente effetto di solidarietà al presidente reiterando, quanto possibile, le sue ragioni. Impressionante, in questo dispositivo di comunicazione, la somiglianza con la recente crisi dello Ior che ha toccato il papa e i vertici del vaticano. I tg danno esclusivamente informazione dello sdegno ufficiale senza far conoscere contro cosa o chi si rivolga questo sdegno. E come le istituzioni vaticane, in un vortice di smentite senza riferimenti diretti e nemmeno senso, riaffermano l'infallibilità del papa, quelle italiane si inventano l'infallibità del presidente della repubblica nel momento in cui solidarizzano con lui.
Scendiamo qundi da questa dimensione goffamente misterica per capire cose molto semplici. Napolitano sta difendendo un proprio incaricato che si è messo a trattare, e a proteggere (fanno fede le intercettazioni telefoniche), l'ex ministro degli interni e presidente del senato, Nicola Mancino.
Mancino è stato recentemente inquisito per falsa testimonianza dalla magistratura di Palermo per una cosa di non piccolo conto: l'esistenza o meno della trattativa tra stato e mafia durante il periodo delle stragi '92-'93.
Mancino ha sempre sostenuto l'inesistenza di questa trattativa e, una volta trovatosi inquisito, ha trovato sponda e appoggio nell'incaricato del Quirinale.
Qui una traccia delle intercettazioni che riguardano il comportamento di Mancino, una volta trovata sponda nel presidente Napolitano.

http://www.antimafiaduemila.com/2012061937828/primo-piano/trattativa-nelle-intercettazioni-le-pressioni-di-mancino.html

E così a 20 anni dalle stragi di mafia le uniche dichiarazioni che risuonano, nello spazio autoreferenziale della comunicazione istituzionale, riguardano la solidarietà degli alti vertici dello stato con sé stessi. Oltretutto Napolitano ha auspicato, proprio per le prossime settimane, l'approvazione della legge sulle intercettazioni. Quella chiesta dal Pdl di Dell'Ultri che, come si sa, con la stagione '92-'93 non c'entra nulla.
Contenti chi li vota, si sarebbe detto un tempo. Ma ormai si stenta davvero a credere che queste istituzioni possano durare a lungo. E con loro i partiti che le sostengono.
Quanto a Napolitano, dopo una stagione da diplomatico (per il Pci) presso il governo Andreotti (quello dei "sacrifici e dell'unità nazionale") ecco la conseguente fine di una purtroppo lunga carriera politica ed istituzionale.

giovedì 21 giugno 2012

Il piano della Deutsche Bank per privatizzare l'Europa

Un piano di dismissione gigantesco, proporzionale a quello che coinvolse la ex Germania dell’Est dopo la riunificazione del 1990. E’ questa la richiesta che la Deutsche Bank ha fatto all’Europa, e in particolare al governo tedesco, in suo rapporto di qualche mese fa e che ora abbiamo potuto leggere grazie al sito Alencontre.org. Il documento è del 20 ottobre 2011 e si intitola “Guadagni, concorrenza, crescita” ed è firmato da Dieter Bräuninger, economista della banca tedesca dal 1987 e attualmente Senior Economist al dipartimento Deutsche Bank Researc. Un testo importante perché aiuta a capire meglio cosa sono “i mercati finanziari”, chi è che ogni giorno boccia o promuove determinate politiche di questo o quel governo. La richiesta che è rivolta direttamente alla cosiddetta Troika, Commissione europea, Bce e Fmi è quella della privatizzazione massiccia e profonda del sistema di welfare sociale e di servizi pubblici per un valore di centinaia di miliardi di euro per i seguenti paesi: Francia, Italia, Spagna, Grecia, Portogallo e Irlanda. Il rapporto stretto con gli “attacchi” dei mercati internazionali si vede a occhio nudo.

Gli autori del rapporto hanno come modello di riferimento per questo piano di privatizzazione il vecchio Treuhandanstalt tedesco (l’Istituto di Gestione fiduciaria che, tra il 1990 e il 1994 garanti la dismissione di cira 8000 aziende dell’ex Ddr soprattutto a vantaggio delle imprese dell’Ovest). Stiamo parlando di un valore patrimoniale di 600 miliardi di marchi tedeschi del 1990 secondo le stime ufficiali, circa 307 miliardi di euro attuali. Nonostante quell’agenzia abbia terminato il suo lavoro con una perdita di 256 miliardi di marchi, lo schema viene riproposto nel documento Deutsche Bank – e a giudicare dalle intenzioni, anche dai progetti governativi: “La situazione difficile sui mercati finanziari non è un ostacolo – scrive il rapporto. Una modalità consisterebbe nel trasferire gli attivi a un’agenzia incaricata esplicitamente di privatizzazione. Questa potrebbe in seguito, a seconda della congiuntura dei mercati, scaglionare la vendita nel tempo”. Si mette tutto in un fondo comune, dunque, senza fare di questa o quella privatizzazione l’emblema del progetto, in modo da non sapere più cosa e quando viene venduto, aggirando eventuali opposizioni.

Il capitolo che riguarda l’Italia è molto dettagliato, al pari di quelli degli altri stati. Dopo aver fatto una breve disamina della situazione pregressa – dall’Iri alle privatizzazioni di Telecom e delle altre grandi aziende - il documento ammette che “lo stato nel suo complesso nel corso dell’ultimo decennio si è ritirato in modo significativo” da diversi settori. Però esistono ancora “potenziali entrate derivanti dalla vendita di partecipazioni in grandi aziende”. Almeno 70-80 miliardi. Ma “particolare attenzione meritano gli edifici pubblici, terreni e fabbricati. Il loro valore è stimato dalla Cassa Depositi e Prestiti per un totale di 421 miliardi”. E, si aggiunge, “la loro vendita potrebbe essere effettuata relativamente con poco sforzo”.

“Secondo i dati ufficiali, è di proprietà dello Stato (comprese le regioni, i comuni) un patrimonio complessivo di 571 miliardi, ossia quasi il 37% del Pil”. Quindi, non si tratta di vendere solo qualche quota di Eni o Enel ma interi pezzi del patrimonio pubblico “in particolare l’approvvigionamento di acqua”, misura che appare “utile” soprattutto per via delle “enormi perdite, fino al 30%, dell’acqua distribuita”.

In effetti il testo dedica molto spazio ai servizi pubblici, non solo l’acqua pubblica: “A differenza delle telecomunicazioni, certe parti del settore energetico e dei trasporti (innanzitutto ferroviari) sono ancora suscettibili di privatizzazioni radicali e di una deregolamentazione, da condurre nell’insieme dell’Europa”. E nel testo non c’è alcun imbarazzo a scrivere che “in principio, la privatizzazione di servizi pubblici di interesse generale presenta dei vantaggi, come ad esempio l’approvvigionamento d’acqua, la gestione delle fognature, l’assistenza sanitaria e le attività non statali dell’amministrazione pubblica”.

Oltre all’Italia, come detto, il rapporto si occupa di altri paesi. La Francia, ad esempio dovrebbe avere circa 88 miliardi di euro di beni capitalizzabili sul mercato, il 4,6% del Pil ma, spiega la Deutsche Bank, “l’intervento statale nell’economia va oltre queste cifre”. Ci sono le infrastrutture, le centrali idroelettriche a partire dall’Edf che è di proprietà statale e ampi spazi del settore bancario. Per quanto riguarda la Spagna, l’accento è posto sulla vendita di aeroporti, sui servizi di navigazione, i cantieri navali, le Poste, le ferrovie. Infine, per quanto riguarda la Grecia, si ricorda che gli impegni presi dal paese nei confronti della Troika riguardano il 22% del Pil, circa 50 miliardi di euro di privatizzazioni. Ma, si sottolinea, “lo Stato controlla il 70% del Paese”, quindi c’è ancora molto da fare.

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Ormai è chiaro come il sole che la finanza tedesca vuole fare in Europa quanto ha fatto la finanza americana 20 anni fa in Sud America.

mercoledì 20 giugno 2012

Perchè la Grecia non può fallire

Da una parte le nazioni del centro-europa, Germania su tutti, con la loro efficienza, il loro rigore, la loro saccente, cattedratica presupponenza nel voler essere da esempio. Dall'altra quel che rimane delle democrazie in svendita del sud Europa, con la loro inefficienza, il loro permissivismo, la loro inciviltà, la loro corruzione. Ma sotto la patina dei luoghi comuni, a ben vedere, i buoni non sono poi così buoni, e si scopre che i cattivi non erano soli, nella parte. Forse, più semplicemente, tutto il mondo è paese.

Così, accade che l'ex ministro della Difesa greco, Akis Tsochatzopoulos, sia finito dentro con l'accusa di corruzione, insieme alla sua bella moglie di 35 anni più giovane. E se c'è un corrotto, come insegna il caso Mills, da qualche parte c'è un corruttore. Peccato che il corruttore questa volta non sia un greco, ma guardacaso un tedesco. Dodici anni fa, la tedesca Ferrostaal avrebbe pagato sotto banco 8 milioni di euro a Tsochatzopoulos per acquistare quattro sottomarini di Classe U-214, tra l'altro di cui tre ancora da consegnare. Il tutto mentre la Goldman Sachs di cui Draghi era vicepresidente aiutava Atene a falsificare i bilanci, in cambio di 300 milioni di euro. Non male per Berlino, che oggi punta il dito contro la corruzione del popolo greco.

Ma c'è di più. Secondo il Wall Street Journal la Merkel avrebbe preteso dalla Grecia, in cambio degli stanziamenti da 130 miliardi della troika, l'acquisto dei suoi armamenti. La Grecia in passato aveva già acquistato dalla Germania 170 panzer Leopard costati 1,7 miliardi di euro, 223 cannoni dismessi dalla la Difesa tedesca e 4 sottomarini prodotti dalla ThyssenKrupp, che Papandreou non voleva (un buon motivo per farlo fuori). Tutta roba usata, di cui il vice di Papandreu aveva denunciato pubblicamente l'inutilità. Come puoi chiedere a un Paese di tagliare i salari e le pensioni, e contemporaneamente obbligarlo a comprare le tue armi? Tra il 2001 e il 2006 la Grecia era il quarto acquirente mondiale in fatto di produzioni belliche, concentrando sulle sue esili spalle il 15% dell'export dell'industria militare tedesca e il 10% di quella francese. Già, perché anche Sarkozy, in una visita di Papndreou a Parigi, ha obbligato Atene ad acquistare 6 fregate e 15 elicotteri francesi, per un totale di 4 miliardi di euro. E venerdì scorso, a due giorni dal voto, i greci hanno comprato dagli olandesi 13 milioni e mezzo di euro in munizioni per i carri armati, quelli tedeschi. Una spesa militare che per il 2012 assommerà a 7 miliardi di euro.

Certo, tutti questi miliardi di euro in commesse militari sarebbero di difficile esigibilità per la Germania e per la Francia, se la Grecia fallisse. Se a questo si aggiunge che l'esposizione delle banche tedesche nei confronti di Atene è di 18,6 miliardi, mentre il sistema bancario di Parigi teme addirittura per i suoi 47,9 mliardi, il quadro è completo. L'uscita dall'euro della Grecia non sarebbe un dramma di per sè, dato che una popolazione di 11 milioni di persone con un debito pubblico di 300 e rotti miliardi non è esattamente un Armageddon inaffrontabile. Ma chi pagherebbe i conti delle aziende tedesche e di quelle francesi?

Prestiti subito, dunque! Ma per saldare i crediti dell'asse franco-tedesco si usano i soldi degli aiuti internazionali, che sono i nostri!

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Un articolo consigliato e dedicato a tutti gli onanisti pro Germania, quella manica di provinciali affetti da un atavico complesso d'inferiorità nei confronti d'ogni foresto, convinti che qualsiasi cagata detta e ordinataci oltre confine sia sacrosanta e per il nostro bene.
Non avete capito un cazzo, quindi andatevene a fanculo!

martedì 19 giugno 2012

Lusi: comunque vada sara' un successo

Comunque vada sarà un successo. Domani, 20 giugno 2012, il Senato voterà per l'arresto di Lusi, tesoriere della Margherita, il "mariuolo" della seconda Repubblica (quello della prima fu Chiesa che trascinò il PSI nel baratro). "Essere o non essere, questo è il dilemma per Bersani. Se sia più nobile nella mente soffrire i colpi di fionda e i dardi di un oltraggioso processo, o negare l'arresto contro un mare di affanni e, contrastandoli, porre forse fine al pdmenoelle." Analizziamo pacatamente, serenamente, le due ipotesi sul tavolo.
Prima ipotesi. Il Senato autorizza. Lusi viene arrestato e parla, e porta prove a sostegno (e ha detto che lo farà), mezzo pdmenoelle potrebbe essere trascinato sul banco degli imputati. Una riedizione di Tangentopoli con nuovi Forlani con la bavetta. Tutti i percettori dei contributi elettorali dispensati da Lusi a ummaumma dovrebbero trasferirsi all'estero e abbandonare i tanto amati talk show con conduttore a seguito. Previsione elettorale: pdmenoelle sotto il 15%, destinato alla fine della Lega.
Seconda ipotesi. Il Senato non autorizza. Lusi non viene arrestato, non parla e fa il pesce in barile in attesa degli eventi. L'opinione pubblica insorge. Il pdmenoelle attribuisce il salvataggio ai voti (infidi) del Pdl e della Lega. Il Pdl e la Lega respingono indignati l'accusa. Previsione elettorale: Il pdmenoelle perde il 2/3% del consenso elettorale nei sondaggi e si apre una discussione, seria, interna al partito sui rimborsi elettorali, che comunque altrettanto seriamente non verranno restituiti ai cittadini. Se voi foste il Politburo del pdmenoelle, rappresentato da Bersani, D'Alema, Bindi e Letta nipote, con la ruota di scorta dell'inconsapevole Rutelli, cosa fareste? Puntereste sulla ipotesi a minor rischio. E quindi il buon senso suggerisce il salvataggio. "Fiat Lusi". Meglio tirare a campare che tirare le cuoia. Lo disse Andreotti, lo faranno in Senato se non vogliono rischiare l'estinzione. Ma comunque vada, arresto o non arresto, sarà un successo.

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Bidoni tossici, 6 mesi di storia: denunce, inchieste, responsabilità e proteste

Il 17 dicembre il cargo "Venezia" della Grimaldi perdeva 198 bidoni tossici in un tratto di mare fra l'isola di Gorgona e la costa livornese a causa di una violentissima mareggiata che tuttavia non aveva scoraggiato il comandante della nave ad affrontare la traversata. 198 bidoni che inizialmente sembravano contenere Cobalto, poi in mezzo a titubanze, incertezze e carte poco chiare è venuto fuori che si trattava di nichel.
Una storia fatta di sottovalutazioni e ritardi, tanto che la popolazione è venuta a sapere di questo incidente solo due settimane dopo. Le istituzioni coinvolte, dalla Capitaneria di Porto, al Comune, alla Provincia e all'Arpat, hanno immediatamente operato per scaricarsi addosso responsabilità quando non hanno minimizzato l'accaduto coperti dai media locali.
Durante il Consiglio Comunale del 17 gennaio, parlando del contenuto dei bidoni finiti in mare un mese prima, il sindaco Cosimi affermò che se questo “va a contatto con l’acqua, essendo materiale granulare, per entrare nella catena alimentare ci vuole cinque anni, ammesso che ci possa mai entrare”.
Intanto una parte di associazioni ecologiste, partiti e movimenti intrapresero una mobilitazione dal basso, anche se purtroppo insufficiente e osteggiata da media locali e istituzioni, e si iniziò a parlare di disastro ambientale. Sono stati fatti presidi, manifestazioni, video di denuncia, inchieste (fra cui quella di Senza Soste con l'intervista shock a a un pescatore), sono stati svelati documenti (come i fax inviati dalla Capitaneria al Comune di Livorno) e piano piano i reali pericoli di questo disastro sono venuti fuori.
Negli ultimi 2 mesi è cambiata la linea editoriale del Tirreno, sono cambiati i toni dell'arrogante assessore all'ambiente Grassi e addirittura "cittadini" vicini alle istituzioni (un giornalista di una emittente locale organica ai poteri locali, un ex superdirigente del comune ora in pensione, un ex partigiano organico al Pci, al Pds, ai Ds e ora al Pd, il portavoce della lista civetta che ha fatto vincere Cosimi al primo turno e un ex anarchico ora in Cgil) hanno iniziato a raccogliere delle firme. Un cambiamento di atteggiamento e un interesse fuori tempo massimo con molti bidoni che ormai sono aperti e le navi che stanno cercando di riportarli a galla che hanno già dichiarato che 102 bidoni non sono stati individuati e sarà difficilissimo individuarli. Qualcuno sembra che voglia ora lavarsi la coscienza e raccontare una storia diversa. Ci vengono in mente, pertanto, due domande da fare:
1) Non sarà che qualcuno sta cercando di separare la responsabilità del Comune da quella della Capitaneria proprio prevedendo di portare le firme alla Capitaneria? 2) Non sarà che il disastro è davvero annunciato e questo risveglio tardivo arriva proprio per venire incontro al Comune?
E allora noi la ripercorriamo attraverso i nostri articoli che raccontano di una miriade di appelli e iniziative con in testa l'associazione ecologista Vertenza Livorno e che riportano a galla la verità e chiarisce "chi diceva cosa" in quei mesi dove la parola d'ordine nelle istituzioni era "minimizzare". red. 17 giugno 2012
30 dicembre

2 gennaio

5 gennaio

8 gennaio

13 gennaio

14 gennaio

15 gennaio

16 gennaio

28 gennaio

3 febbraio

16 febbraio

17 febbraio

18 febbraio

3 marzo

27 marzo

21 aprile

26 aprile

29 aprile

1 maggio

30 maggio

1 giugno

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A Livorno c'è ancora gente con le palle.

mercoledì 13 giugno 2012

Travaglio intervista Grillo

Ora mi tocca diventare moderato, sennò questi partiti spariscono troppo rapidamente. Sono anni che dico che sono morti, ma insomma, fate con calma, non esagerate a prendermi alla lettera…”.
Beppe Grillo se la ride mentre strimpella la sua pianola canticchiando su una base vagamente jazz, nel salotto della sua villa bianca con vista sul mare di Sant’Ilario (Genova). Accanto c’è quella rossa dove viveva Bartolomeo Pagano, l’attore che interpretava Maciste nei kolossal degli anni ’10 e ’20, ora abitata dai suoi eredi. Ma “Grillo contro Maciste” è un film che rischia di uscire presto dalle sale: l’ultimo sondaggio di La7 dà i Cinquestelle al 20 per cento, seconda davanti al Pdl, a 5 punti dal Pd.
“Se ne stanno andando troppo in fretta. Io faccio di tutto per rallentare, mi invento anche qualche cazzata per dargli un po’ di ossigeno, ma non c’è niente da fare, non si riesce a stargli dietro. Devo darmi una calmata nell’attaccare i partiti, anzi devo convincere la gente a fare politica, a impegnarsi, a partecipare. È una fase nuova, dobbiamo cambiare un po’ tutti, anch’io. La liquefazione del sistema è talmente veloce che domani rischiamo di svegliarci e non trovarli più. E poi come si fa? Non siamo pronti a riempire un vuoto così grande”. In casa, alla spicciolata per il pranzo, arriva l’intero Comitato Centrale del terribile M5S: il fratello maggiore Andrea, pensionato, la moglie Parvin e i figli più piccoli Rocco, 18 anni, e Ciro, 11. Andrea ha già letto tutti i giornali e fa la rassegna stampa al volo. Parvin dice che Renzo Piano telefona in continuazione per sapere come sta Beppe, ha paura per lui dal primo V-Day. Rocco non sopporta che il padre venga riconosciuto per strada, lo vorrebbe sempre col casco della moto in testa. Per Ciro invece, che si allena in giardino col pallone contro le finestre, un po’ di popolarità non guasta. “Ma cosa scrivi, facciamo due chiacchiere e basta. Per le interviste è presto, lasciami godere ancora qualche giorno lo spettacolo. Poi penseremo al Parlamento, che lì le rogne cominciano per davvero”.

Come te lo immagini, il prossimo Parlamento?
Me lo sogno pieno di rappresentanti di tante liste civiche, movimenti di gente perbene. Ragazzi, professori, esperti. I nostri di Cinquestelle, i No-Tav, quelli dell’acqua pubblica, dei beni comuni, gli altri referendari. Mi sa che, almeno per ‘sto giro, qualche avanzo travestito dei vecchi partiti ce lo ciucciamo ancora. Vediamo se ce la fanno a mettersi tutti insieme, in ammucchiata, quelli che adesso tengono su Monti: allora noi ce ne staremo soli all’opposizione. Magari ci troviamo il povero Di Pietro, mi sa che stavolta non lo vuole nessuno”.

I partiti preparano liste civiche-civetta per sfruttare l’onda.
Poveretti, si illudono di copiarci: mettiamo un Saviano qui, un Passera lì, un Montezemolo là. Partono dall’alto, non capiscono che noi abbiamo fatto l’esatto contrario. Siamo partiti dal basso e da lontano. Io ho cominciato vent’anni fa girando il mondo, visitando laboratori, intervistando ingegneri, economisti, ricercatori, premi Nobel. Ho rubato conoscenze ai grandi. Mi sono informato, mi son fatto un culo così, anche se molti mi prendono per un cialtrone improvvisatore. E ora questi pensano di metter su movimenti in quattro e quattr’otto: ma lo sanno che fra otto mesi devono presentare le liste? Fanno tenerezza, quasi quasi faccio il tifo per loro. Ma non ce la fanno.

Il rischio è che fra qualche mese scavalchiate pure il Pd.
Non mi ci far pensare. Cinquestelle primo partito, col premio di maggioranza della porcata Calderoli che non riescono a cancellare, 300 deputati…

E Napolitano che ti chiama per formare il nuovo governo.
Eh no eh, io mica mi candido.

Ma il premier può benissimo non essere un parlamentare.
Allora ci vado solo per vedere la faccia che fa Napolitano quando gli dico: ‘Presidente, stavolta l’ha sentito il boom?’.

Poi però vi tocca governare.
A me no, figurati, non ci casco. L’ho detto e lo ripeto, io nel palazzo non ci entro: non mi lascio ingabbiare. Preferisco restare un battitore libero, un franco tiratore. Ma troveremo persone competenti e oneste per fare il premier e i ministri. Con i nostri candidati abbiamo già saltato due generazioni, vista l’età media che hanno i partiti. Ma per le politiche vorrei scendere ancora: l’ideale è sotto i 30 anni. Sopra, la gente ha già il Dna corrotto dall’organizzazione-partito. E poi ci inventiamo un meccanismo di democrazia partecipativa per far governare i cittadini.

Ci vorrà anche un programma.
Fosse dipeso da me, ci saremmo fermati ai comuni e alle regioni, il movimento è nato dimensionato sulle realtà locali. Il Parlamento è fatto su misura dei partiti. Ma ora come fai a deludere le aspettative di tanta gente? Ci costringono a presentarci alle politiche.

Ma il programma?
Intanto ne abbiamo uno che non è niente male. Poi, ovvio, per le politiche dovremo cambiarlo, rimpolparlo, ampliarlo, dopo averlo discusso in rete. Cambieremo anche il blog, che ha i suoi anni: 2-300 mila contatti unici al giorno e, per accessi ai vari social network, mi dicono che siamo secondi solo a Obama. E siamo in Italia, con un quarto della popolazione americana e la connessione a singhiozzo.

Il problema della democrazia interna al movimento, che già fa discutere, quando entrerete in Parlamento con decine di parlamentari esploderà. Non è il caso di prepararsi per tempo con una qualche forma di struttura elettiva interna?
Non voglio sentir parlare di strutture. Siamo un movimento orizzontale, se ti sviluppi in verticale diventi un partito. Poi lo so anch’io che ci sono i dissidi, le divisioni, un Meetup contro l’altro. I gruppi storici, i mitici, i preistorici… come i New Trolls.

In quel caso, con due o tre Meetup che rivendicano il marchio per fare la lista, come vi regolate?
È capitato a Torino e a Genova. Prima ho provato a fare da paciere, fatica sprecata. Allora ho scelto i primi che mi han portato la lista con tutti i crismi. Adesso vanno abbastanza d’accordo.

Ma dovrete scegliere i candidati, che poi saranno inevitabilmente nominati con questa legge elettorale. Il gruppo parlamentare dovrà avere un coordinamento, altrimenti su ogni votazione ciascuno va per conto suo. E, senza una politica delle alleanze, rischiate l’irrilevanza.
Calma, una cosa alla volta. Le alleanze certo, se necessario le faremo, ma solo sulle cose da fare, e in forme trasparenti, senza giochini sottobanco.

I candidati come li sceglierete?
Abbiamo otto mesi per decidere. Su 200 mila iscritti al movimento – esclusi ovviamente i sindaci, i consiglieri comunali e regionali che non potranno correre perché devono completare il loro mandato – troveremo i nomi giusti. Ma li sceglieremo in rete, e così le procedure per sceglierli. Certo non mi metto a selezionarli io.

Finora come vi siete regolati?
Semplice. Il Meetup locale indica i candidati, mi manda i documenti di residenza e la fedina penale e, se è tutto in regola, se nessuno ha avuto più di un mandato elettivo con altri partiti, può usare il simbolo di Cinquestelle sulla lista. Ora è chiaro che, per le elezioni nazionali, dovremo cambiare. Ma il principio resta valido: niente condannati, niente riciclati, competenza e professionalità, scelta dal basso. Se qualche cialtrone si infiltra, la rete lo smaschera subito. Parliamo di buonsenso e onestà, mica di chissà quale rivoluzione.

Così anche per eventuali ministri?
No, i ministri devono essere esperti nelle loro materie. Ci vuole una selezione molto più stringente: vedremo.

Le “materie” e le “cose da fare” sono tutt’altro che scontate. Chi decide come si vota sull’euro, sulla politica estera, sulla cittadinanza, sull’immigrazione, sulla bioetica e le altre grandi questioni di principio?
Appunto: questioni troppo grandi perché possa decidere un partito, o un non-leader. Faremo referendum popolari propositivi. In Svizzera fanno così da 200 anni. Lo so, è difficile. Ma è difficile anche continuare così.

Per far questo bisogna cambiare la Costituzione.
E la cambieremo, se gli italiani vorranno. Non per dare l’impunità alle alte cariche o altre menate tipo la devolution o il premierato. Ma per far decidere ai cittadini. Stiamo per lanciare una nuova manifestazione, un “Costituzione Day”, con alcune proposte. Primo, ancorare la nuova legge elettorale alla Costituzione: non è possibile che ogni maggioranza si faccia la legge elettorale su misura. Modello libanese corretto alla turca… Secondo, ampliare le forme di democrazia diretta: referendum propositivo senza quorum e obbligo per il Parlamento di discutere le leggi di iniziativa popolare. E magari ci mettiamo anche la class action e i bilanci partecipativi. Così ci portiamo avanti col lavoro, per quando ci tocca governare”.

Referendum anche per uscire dall’Europa?
Ma qui c’è una grande mistificazione. Io mica ho detto questo: me l’han fatto dire per spaventare la gente. Intanto uscire dall’euro non significa uscire dall’Europa: ci sono fior di paesi che stanno in Europa e non hanno l’euro.

Sì, ma – obietta il fratello Andrea, leader dell’“ala prudente” del Comitato Centrale di casa Grillo – chi ha l’euro non può abbandonarlo senza uscire pure dalla Ue.
E allora ci mettiamo a tavolino con gli altri e facciamo i conti dei pro e dei contro, dei costi e dei benefici dell’euro. Poi decidiamo. Mica lo dico io che il sistema dell’euro così non va: lo dice Krugman, premio Nobel, non comico. E ‘sti due Parlamenti europei, uno a Strasburgo e uno a Bruxelles, che cazzo fanno? E del trattato di Lisbona, che ci ha sottratto sovranità, chi sa qualcosa? Non ho soluzioni in tasca bell’e pronte, ma voglio che i cittadini ne discutano.

Porte aperte a gente di destra e di sinistra?
Etichette preistoriche. Dobbiamo ricostruire un’identità, una comunità, locale e nazionale. Se lo Stato diventano i cittadini, non più i partiti, anche ‘nazionalizzare’ diventa una bella parola: le reti autostradali e telefoniche, le frequenze radio e tv, sono roba di tutti, quindi i gruppi privati che se ne sono impossessati le dovranno restituire ai cittadini. E settori vitali come energia e acqua devono essere pubblici. Nessuno deve rimanere indietro. In Italia ci sono un milione di volontari: io ne vorrei 60 milioni, di volontari. Il mio dentista, per qualche ora alla settimana, dovrà operare gratis chi ha bisogno.

Chiunque governi, non ha mai un euro in cassa. Voi che fareste?
Si studia quel che serve e quel che non serve. Il Tav Torino-Lione non serve, via: si risparmiano 20 miliardi. I cacciabombardieri non servono, via: si risparmiano 15 miliardi. Le province non servono, via: altri miliardi risparmiati. Le pensioni non devono superare i 3 mila euro netti al mese, tanto se guadagnavi milioni qualcosa da parte avrai messo, no? Altro che ‘spending review’.

Torniamo alla democrazia interna al movimento. È normale che il marchio sia nelle mani di Grillo e Casaleggio?
Ahah, Casaleggio viene dipinto come una figura luciferina, misteriosa, oscura. Sarà, ma sono anni che lo rivoltano come un calzino e non gli han trovato un belino di niente fuori posto. Mai visto una vita più normale, ripetitiva e noiosa della sua. Va in ufficio la mattina, lavora tutto il giorno, la sera torna a casa dalla moglie e dal bambino. Un persuasore talmente occulto che non riesce nemmeno a convincere la moglie a seguirlo nella casa di campagna a Quincinetto, sopra Ivrea. Ogni tanto mi chiama dall’orto e mi chiede di andare a fargli compagnia. Ecco, la centrale operativa della Spektre è a Quincinetto.

Ma nel movimento in Emilia ancora brucia l’espulsione di Tavolazzi.
Non voglio parlar male di Tavolazzi, lo conosco da una vita, l’ho sostenuto quando presentò la sua lista a Ferrara e al Cinquestelle manco ci pensavo. È onesto e competente. Ma fa politica da troppi anni, ha la testa a forma di partito: faceva riunioni, parlava ai nostri ragazzi di votazioni, organismi interni, cariche, strutture verticali. Noi non siamo così. Non essendo iscritto, non c’è stato bisogno di espellerlo. Ma ci portava lontano dai nostri obiettivi e divideva il movimento. Semplicemente non gli abbiamo più dato il simbolo.

Sta di fatto che Pizzarotti voleva farlo assessore e ha rinunciato.
Tu puoi non credermi, ma da quando è stato eletto Pizzarotti non l’ho più visto né sentito. Nemmeno al telefono. Qui non mi telefona mai nessuno, a parte Casaleggio che chiama sette volte al giorno per il blog. Ma è giusto che sia così: se non chiamano, vuol dire che se la cavano da soli. Se poi han bisogno, siamo qui coi nostri consulenti. Molti hanno il complesso di Grillo alla rovescia: vogliono dimostrare di essere totalmente autonomi. Uno dei nostri candidati, sul palco in una piazza di non so più dove, appena l’ho presentato e invitato la gente a votarlo, ha detto: ‘Guardate che io con Grillo non ho nulla a che fare, se mi gira lo mando pure affanculo!’. Il nostro sindaco di Mira s’è subito ridotto lo stipendio, ma mica gliel’ho detto io. Ha fatto tutto lui.

Pizzarotti non ha cominciato benissimo. Prima l’intervista a “Chi”, poi quell’idea di mandare i rifiuti a bruciare in Olanda perché tanto, se i bambini olandesi si beccano il cancro, “non sono io che governo l’Olanda”. E la giunta non c’è ancora.
“Ma dai, dobbiamo concedere qualcosa all’inesperienza di questi ragazzi. Parlo dell’intervista e alla giunta, che comunque adesso arriva: se è del livello dei consulenti che ha scelto il Pizza, da Pallante alla Napoleoni e Ganapini, sarà ottima. Quanto ai rifiuti, meglio mandarli – in attesa di arrivare al traguardo massimo della differenziata e al ciclo completo di smaltimento – in paesi ecologicamente avanzati come la Germania, dove si brucia la minima parte, il resto viene separato, riciclato, o diventa compost o va in discarica.

Se le penali sono troppo alte, l’inceneritore di Parma si fa lo stesso?
Non scherziamo. Le penali, se obbligatorie, si troverà il modo di pagarle. Ma l’elezione di Pizzarotti è stata anche un referendum contro l’inceneritore. Che non è nemmeno un impegno preso dal Comune di Parma sotto l’ultimo sindaco. È una truffa col “project financing”, che vede al centro una società privata finanziata dalle banche a loro volta garantite dal Cip6 sulla bolletta energetica. Queste ‘multiutility’ sono il cancro dei comuni, hanno buchi stratosferici, sono fallite, campano solo sulla garanzia di un tot di rifiuti da bruciare. Nessuno in Europa progetta nuovi inceneritori: entro il 2020 saranno proibiti. Ma possibile che a San Francisco e in tutta la California queste cose sono normali e da noi sembrano follie? Conosco fior di ingegneri che vetrificano i tossico-nocivi senza emissioni, costretti a vendere i brevetti all’estero perché qui i petrolieri non vogliono.

Vedi mai i dibattiti politici in tv?
Una goduria pazzesca. La miglior prova della bancarotta mentale dei partiti: la prendono alla larga, partono dai massimi sistemi, non vorrebbero parlare di noi, poi girano e rigirano nel labirinto e alla fine si ritrovano tutti al punto di partenza, con una grande foto dell’orco: ‘Aaaarghhhh Grillo!’. Finiscono sempre per parlare di me, non ci dormono la notte, è più forte di loro.

Quando ancora pensavi di costringerli ad autoriformarsi, alcuni politici li hai incontrati.
Qui no, in casa mia è entrato solo Di Pietro, una volta. Gli ho fatto vedere un dvd, che avevo solo io, di una sua lezione di procedura penale al Cepu. Se l’è messo in tasca e se l’è portato via.

Napolitano mai incontrato?
No. Pertini sì, mi invitava il 1° giugno nei giardini del Quirinale. Parlavamo in genovese. ‘Cumme scia stà, presidente?’. E lui: ‘A bagasce’…

Non portasti a Napolitano le firme alle tre leggi popolari?
No, a Franco Marini, allora presidente del Senato. Mi disse che suo figlio è ingegnere elettronico, dunque va in rete. Lui no, mica è ingegnere elettronico.

Poi tornasti in Senato da Schifani?
No, mi ha cercato lui. Lo incalzavo sulle tre leggi popolari imboscate al Senato, allora un giorno che eravamo entrambi in Emilia mi ha fatto cercare. Prima da un poliziotto, poi dal questore, infine dal prefetto. Voleva un incontro privato. E io: ‘Vengo con la webcam, così le persone che hanno firmato vedono l’incontro in streaming’. Ma quelli, alle parole ‘webcam’ e ‘streaming’, si spaventavano e correvano a riferire ai superiori. Non se n’è fatto nulla.

E Prodi?
Gli ho portato il programma delle primarie online. Prima ha chiuso gli occhi per concentrarsi, poi s’è appisolato.

Ora però i politici han cominciato a parlar bene di te.
E questo mi preoccupa molto. Ci copiano. Dicono tutti: fuori i condannati dal Parlamento, massimo due legislature, cambiare la legge elettorale: erano le tre leggi popolari del primo V-Day, quando ci davano dei fascisti qualunquisti anti-politici. Perché non le hanno discusse e approvate? Adesso è tardi.

Bersani dice che vuol dialogare.
Sì, dopo aver detto che parlo come i mafiosi e che ho fatto l’accordo col Pdl a Parma. Crede ancora che gli elettori siano proprietà privata dei partiti.

Anche Vendola parla di dialogo.
Beh, prima ha detto che io grugnisco: in che lingua dialoghiamo?

Berlusconi ti sta studiando.
Povero nano, si sta guardando tutti i miei discorsi. Ma te la immagini la scena? ‘Via, basta, tutti fuori, niente più figa o Ghedini, via tutti gli avvocati e le bagasce, voglio vedere solo Grilloooo!’. Fa quasi pena. Prima, di me, non parlava mai. E io lo chiamavo psiconano e testa d’asfalto. Poi mi sono stufato. Ma, appena ho smesso di parlare di lui, lui ha cominciato a parlare di me. Pensa che il movimento vinca per le mie battute. Ora magari andrà in giro a urlare in genovese ‘Belìn è una cosa pazzescaaaa!’ (si autoimita, ndr). Vede solo la vetrina. È proprio bollito.

Nessun politico ha mai pensato di avvicinarti, cooptarti, anche solo di contattarti?
Mai sentito nessuno. Si vede che mi vedono irrecuperabile, e han ragione.

Non temi qualche polpetta avvelenata? Nei cambi di regime, chi rompe lo status quo rischia.
Mah, preferisco non pensarci. Magari qualche operazione di discredito… Ma son cinque anni che ci provano. Scheletri nell’armadio non ne trovano: vita privata, cose fiscali, tutto a posto. Andrea (il fratello, ndr) conserva tutto dalla notte dei tempi, anche le bollette, le ricevute, le fatture degli spettacoli, anche di quella festa dell’Unità dei primi anni 80 che il Tg1 tirò fuori per insinuare chissà cosa. Provano a dire che dalla politica ci guadagno: meglio che non ti faccia il calcolo di quanto ci ho rimesso di tasca mia con i due V-Day e la Woodstock in Romagna. Abbiamo provato a ripagarci le spese con qualche libro e dvd a offerta libera, ma la gente s’è fatta l’idea che tanto sono ricco e quindi non li compra. Ora abbiamo dovuto mettere un po’ di pubblicità sul blog. Ma finanziamenti pubblici mai.

E se fallite?
Se falliamo, ci appendono per i piedi: almeno quelli che si ostinano a pensare che l’Italia la salva l’uomo della Provvidenza che mette le cose a posto mentre loro delegano e si disinteressano. Ma dai, ragazzi, basta coi leader e i guru, diventiamo adulti: a Parma Pizzarotti non l’ho mica messo io, ce l’han messo i parmigiani, e tocca a loro aiutarlo a salvare Parma. Così per l’Italia. La gente si dia da fare, partecipi, rompa i coglioni, s’impegni. E io sarei il nuovo Mussolini: più democratico di così! Lo so benissimo che non posso salvare l’Italia: io getto le basi, faccio il rompighiaccio, dissodo il terreno, propongo un metodo e qualche strumento. Poi ogni cittadino deve camminare con le sue gambe. Io il mio lavoro l’ho fatto. Ora tocca agli italiani.

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martedì 12 giugno 2012

Nino Galloni e gli ultimi 40 anni di storia economica italiana



Messora si dimostra ogni giorno più gagliardo come giornalista.

Qualcuno era comunista


Perché Berlinguer era una brava persona.


Il problema, però è che in politica conta fino ad un certo punto quanto si è brave persone... ha invece molto più peso gli interessi che si perseguono e Berlinguer, con i governi di unità nazionale (la proto versione delle odierne larghe intese) e i primi esempi di austerità e compressione salariale, fu il primo comunista a sposare fin dagli anni '70 le politiche contro proletarie che la fecero da padrone con gli anni '80 e fino ad oggi.

Quindi no, politicamente parlando, Berlinguer, non è stata una brava persone.

lunedì 11 giugno 2012

Parma ancora senza giunta

I riflettori sono tutti puntati su di lui e sulla macchina comunale che aspetta di ripartire. Ma Federico Pizzarotti, il nuovo sindaco di Parma del Movimento 5 stelle, schiva flash e taccuini dei giornalisti che lo assediano sotto il Comune per buttarsi a capofitto negli impegni istituzionali. Poco importa se c’è chi grida allo scandalo perché a quasi tre settimane dalla sua nomina ha presentato solo un assessore. “Non è facile scegliere le persone con le giuste competenze – spiega a chi gli fa notare il ritardo – abbiamo selezionato centinaia di curricula ed è necessario anche incontrare i possibili assessori, che devono avere, oltre che le competenze tecniche, anche caratteristiche personali compatibili con i principi del Movimento, e possibilmente dovrebbero anche andare d’accordo con me e la mia squadra”.
I colloqui, le convocazioni e le discussioni tra i Cinque stelle sono proseguiti a ritmo serrato dai primi giorni dall’elezione di Pizzarotti. Ma ad oggi l’unico assessore certo è Gino Capelli, a cui è stata affidata la delicata delega al Bilancio. La nomina è avvenuta lunedì a porte chiuse, con una comunicazione via streaming del sindaco sul canale YouTube del Comune. E da allora è calato di nuovo il massimo riserbo sugli altri sei membri della giunta. Mistero che però dovrebbe essere svelato domani, in una conferenza stampa convocata dal sindaco stesso per snocciolare almeno altri tre nomi e rispondere ai tanti dubbi che hanno assillato in questi giorni, più che i cittadini, la stampa locale e nazionale. Una rivoluzione annunciata finita nel pantano? “Non direi – risponde Nicoletta Paci, consigliera a Cinque stelle in pole position per il ruolo di vicesindaco – La rivoluzione è proprio il fatto che, a differenza degli altri partiti, non avevamo già poltrone pronte da spartire con gli amici o per ricambiare favori”.
Tra i papabili di cui si è parlato nelle ultime ore ci sono Gabriele Folli dell’associazione Gestione corretta rifiuti per la delega all’Ambiente, insieme ai due avvocati no termo Arrigo Allegri e Pietro De Angelis, mentre a Cristiano Casa, presidente di Centopercento Pmi, dovrebbe andare l’assessorato alle Attività produttive. Tante le proposte per il settore Cultura, in cui al primo posto risulterebbe il nome di Roberto De Lellis, docente universitario e ex direttore del Teatro delle Briciole. In lizza con lui anche l’ex soprintendente ai Beni culturali Lucia Fornari Schianchi, la direttrice artistica della Fondazione Teatro Due Paola Donati e Mario Mascitelli, del Teatro del Cerchio. “I nomi sono praticamente pronti – assicura Pizzarotti – dovete solo aspettare l’annuncio”.
E pronti e già al lavoro sarebbero anche i consulenti esterni gratuiti, che in molti nelle ultime settimane davano già per persi. A garantirlo è stata proprio una di loro, l’economista internazionale Loretta Napoleoni, che pochi giorni fa su Twitter se la prendeva con un articolo del Corriere della Sera: “La cattiva informazione del Corriere: ieri noi consulenti ci siamo incontrati a Parma con Pizzarotti!”. Con lei in pista ci sarebbero anche Maurizio Pallante (esperto di tecnologie ambientali) e Pierluigi Paoletti (analista finanziario), tutti pronti a dare una mano ai Cinque stelle e al “laboratorio Parma”, in cui tutti, anche i cittadini, sono chiamati a contribuire alla vita politica e amministrativa della città.
Gli esterni però finiscono ai consulenti. Almeno per il momento è archiviata la questione Valentino Tavolazzi, ex esponente del Movimento 5 stelle espulso da Grillo che sarebbe stato chiamato in un primo momento da Pizzarotti e i suoi per il ruolo di direttore generale del Comune. La cosa aveva mandato su tutte le furie Beppe Grillo e ancora di più Gianroberto Casaleggio, considerato il deus ex machina del Movimento, al punto che ad appena tre giorni dalla vittoria già si parlava di spaccatura tra il sindaco parmigiano e il leader dei Cinque stelle. Con il passare dei giorni però la crisi sarebbe rientrata con la retromarcia sulla nomina del direttore generale, e in particolare su Tavolazzi. Molteplici i motivi addotti: mancanza del ruolo nella pianta organica del Comune, competenze inadeguate e infine budget limitato per una figura esterna. Che sia la verità o solo scuse, la realtà dei fatti è che il ferrarese Tavolazzi a Parma probabilmente non metterà piede.
Intanto in città tutti attendono un segnale dal Municipio. Dopo la relazione del commissario Mario Ciclosi sui debiti del Comune, che ammonterebbero a 846 milioni di euro, Pizzarotti ha incontrato l’ad di Cariparma Crédit Agricole Gianpiero Maioli per fare il punto sulla situazione delle casse comunali e su possibili finanziamenti. Per il sindaco 24 ore non bastano per gli impegni, figuriamoci per i pensieri: gli Industriali hanno chiesto che il Comune saldi i debiti con le aziende con la massima urgenza, e in fila davanti ai Portici del grano si accumulano i problemi, dall’inceneritore ai cantieri bloccati. Tutti pendono dalle labbra di Pizzarotti, mentre la sua squadra lavora instancabile su diversi fronti, designando intanto il giovane Marco Bosi, 25enne record di preferenze, come capogruppo in consiglio. Ancora incerto il ruolo di presidente, che si contenderebbero Marco Vagnozzi, Patrizia Ageno e Fabrizio Savani. Le scelte non sono ancora del tutto definite, ma il tempo stringe.
Del resto, anche nel Pd, dopo la sconfitta, non si è ancora riuscito a decidere un bel niente. Il presidente della Provincia Vincenzo Bernazzoli, dopo che la sua ascesa al Municipio è stata bloccata dall’avversario Cinque stelle, si è chiuso nel silenzio e non ha ancora comunicato cosa farà. Accetterà di sedere tra i banchi dell’opposizione in consiglio comunale o continuerà a rimanere semplicemente presidente della Provincia? E chi sarà il capogruppo dell’opposizione? A contendersi il titolo per ora sono Nicola Dall’Olio (indicato anche da Bernazzoli) e Massimo Iotti, già attivo nell’ex minoranza.
Mentre le risposte scarseggiano e si dilatano le attese, l’unica cosa certa è che il count down è cominciato, per vincitori e vinti. Alla prima seduta di consiglio fissata il 14 di giugno tutti i nodi verranno al pettine. E anche tutti i nomi di assessori, consiglieri e controconsiglieri.

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Di questo passo diventeranno dei Cioccolatai a 5 Stelle, con buona pace di qualunque buon proposito iniziale.

La gallina liberata è già al capolinea?

È un addio polemico quello che dalla fine della scorsa settimana ha separato Massimo Marchiori (nella foto a lato) dalla sua creatura Volunia.

Il ricercatore padovano, che nei mesi scorsi aveva conquistato le prime pagine dei quotidiani nazionali e l'attenzione di quelli internazionali con il suo progetto di un motore di ricerca sociale, lascia infatti il suo ruolo di direttore tecnico della società, non senza amarezza né qualche polemica.
Lo fa con una lettera aperta, inviata a Il Sole 24 Ore e a Wired, nella quale racconta tutta la "sua" storia. La storia di un progetto che nasce dal successo di un altro, quell'algoritmo di ricerca - il Pagerank - con il quale aveva contribuito allo sviluppo dell'algortirmo stesso di Google, cosa che del resto gli riconoscono anche gli stessi Larry Page e Sergey Brin. Ma anche la storia di un uomo che ha scelto la ricerca prima del suo successo personale.

"Non sono l'Amministratore Delegato di Volunia" - si legge nella lettera - "se il mio obiettivo fosse l'arricchimento personale, avrei da tempo abbandonato l'Università e l'Italia e accettato una delle offerte provenienti dall'estero. Mi sono invece immerso anima e corpo in questo progetto per la bellezza di far progredire il mondo del web, per il piacere di dare una scossa al futuro e fare qualcosa di utile. Ed anche per altri motivi, come quello di dare stimoli all'Italia, mostrare che si deve cercare di innovare, e non serve necessariamente scappare da questo Paese per farlo".

Marchiori racconta del lancio di Volunia, delle critiche, degli errori parlando anche di incomprensioni di fondo. Il riferimento è ad un progetto secondario che in Volunia prende il sopravvento sullo scopo primario della ricerca perché più "appealing" dal punto di vista del richiamo mediatico. Spiega Marchiori: "il progetto iniziale - per come lo avevo concepito già anni fa - non hai mai avuto un motore di ricerca proprietario. Il nome in codice era "metamaps", e la comprensione di tutto sta nel nome, appunto: meta. Un metalivello, perché è questa la chiave: essere su di un livello superiore, e riusare l'informazione presente nei livelli sottostanti. [...] Certo idee per fare un motore di ricerca semantico e non solo, soprattutto diverso da quelli esistenti, le ho da tempo. Ma il progetto metamaps, che ora in una piccola parte conoscete come Volunia, è ambizioso e richede tempo, risorse ed attenzioni. Fare un motore di ricerca proprietario è tutt'altra cosa che necessita di tempo e risorse completamente dedicate, ed ha alti gradi di difficoltà: e non si possono voler fare insieme tutte e due le cose. Ciononostante, il termine "motore di ricerca" attira di più, specie i non addetti ai lavori, che non "metalivello". E - contro il mio parere - è stato introdotto nel progetto l'elaborazione di un motore di ricerca proprietario".
Di certo quel "contro il mio parere" rende l'idea di dissapori non certo recenti. Ma il desiderio di proseguire nella ricerca, pur nella diversità di vedute, sarebbe bastato a Marchiori per non abbandonare progetto e azienda.
Invece, così lui scrive, c'è qualcosa di più. "Qualcun altro vuole dirigere al posto mio. Vuole poter decidere tutto, senza di me. E si è quindi sostituito alla mia posizione, intimandomi di farmi da parte". Marchiori ha deciso quindi di abbandonare il progetto pur senza lasciare le sue quote sociali né il posto in consiglio di amministrazione, in modo definitivo: "non guiderò più il team, non troverò più soluzioni a tutti i problemi che quotidianamente usciranno nel progetto, tantomeno darò supporto per il codice e gli algoritmi che ho ideato e che sono attualmente usati in Volunia".
Per il ricercatore padovano, forse, la libertà riconquistata. Per Volunia, certamente, un abbandono a se stessa.

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Si direbbe l'ennesimo buco nell'acqua all'italiana...

giovedì 7 giugno 2012

Italia: lecco dunque sono

Nel suo ultimo libro, "Il culo e lo stivale" (edito da Chiarelettere), Oliviero Beha traccia un quadro dell'Italia di oggi. E non risparmia un capitolo con un titolo cartesiano: "Lecco dunque sono". Italiani popolo di leccaculo? Perché?
Ci siamo davvero ridotti così. Naturalmente è un'iperbole, esagero per eccesso, ci sono delle eccezioni, però il trend, l'atteggiamento, l'andazzo è questo. In questo capitolo del libro scherzo con Cartesio, ma c'è poco da scherzare.
Questo è un paese che ha perso dignità. Ogni tipo di dignità. Ha perso la dignità nel lavoro che è un altro dei temi forti di questo libro. Oggi il lavoro non c'è più, ma già prima si era persa la dignità del lavoro. La sequenza è stata proprio questa: prima si perde la dignità del lavoro e poi si perde il lavoro.
Questa è la dimostrazione di un Paese che purtroppo ha smarrito qualunque idea di meritocrazia, di autostima, di fiducia in sé stesso, di solidarietà. La solidarietà è il contrario del cosiddetto familismo amorale che porta alla mafia e alla mafiosità. Questo è un paese terribilmente mafioso, nel senso più antropologico, culturale, politico del termine. Ed è quello che mette più paura, soprattutto per il futuro, perché non ci sono esempi differenti. Uno lecca il culo perché pensa che sia meglio leccare il culo che affidarci a quello che sa tare. Quindi veramente manca l'identikit della persona. L'identikit è quello dei leccaculo!

Parlando di meritocrazia ci viene in mente immediatamente la Germania. Dobbiamo diventare tedeschi?
Diffiderei di questi confronti, di questi paragoni, perché sono un po' atterrito da quelli che dicono: ma cosa vogliamo essere in futuro? La Germania o la Grecia? Né la Germania né la Grecia. Vogliamo essere un'Italia, ma un'Italia migliore, certamente abbiamo molto da imparare, ma non solo da imparare, abbiamo anche dei valori, basterebbe riscoprirli, bisogna molto scrostare le radici. Questo è un Paese che ha le radici interrate, che sembrano addirittura divelte, invece le radici sotto ci sarebbero. Bisognerà però scrostare parecchio, levare molta polvere. E chi lo fa? Questo è il problema, chi lo fa?

Intanto l'ennesimo scandalo sul calcio anticipa questi Europei. Tutto previsto? Cosa succede?

Tutto da rifare è una famosa frase di Bartali che rimane uno dei politologi più affermati di questo paese, soprattutto visto quello che passa il convento adesso. Certo, il calcio poi spesso viene usato come valvola di sfogo e di distrazione di massa. Adesso concentra invece le incazzature degli italiani che dicono: ma pure il calcio? Rubacchiano, fanno, truccano, scommettono. Pure il calcio? Sì signori, perché che pensavate che quella fosse una zona franca? Una ricreazione pulita del Paese? Ma quando mai? La classe dirigente del calcio dipende dalla classe dirigente del paese. E se la classe dirigente del Paese non va bene, perché dovrebbe andare bene il calcio?

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mercoledì 6 giugno 2012

Fallimento dell’Euro: perché?

La fine dell’Euro non è più fantascienza, ma una ipotesi considerata nel campo del possibile (anche se deprecata) da tutti i politici europei e dai banchieri di tutto il Mondo. Non è detto che finisca necessariamente così, ma tutti pensano che possa accadere. O perché ne esca la Grecia, avviando un processo a catena, o perché ne esca la Germania, facendo perdere senso a tutta l’operazione e spingendo tutti a tornare all’ovile della moneta nazionale. Nessuno più esclude che questo possa accadere. I presupposti ci sono tutti e anche il più sprovveduto capisce che:

a-la Grecia non sarà mai in grado né di restituire il suo debito né di pagare gli interessi che man mano si accumulano, in una dinamica  di ammortamento negativo

b-che il Portogallo non è in condizioni migliori

c-che il sistema bancario spagnolo non è in grado di reggere la pressione dei mercati internazionali

d-che l’Italia, forse, può sostenere il peso degli interessi alle scadenze, a condizione che la tempesta dello spread non superi certe soglie, forse potrà restituire qualche frazione del suo debito svendendo il suo asset, ma, comunque non sarà mai in grado di raggiungere la mitica soglia 60% sul Pil, perché, nel frattempo, la politica di austerità farà crollare il Pil, azzerando ogni miglioria

e-che il sistema bancario francese è troppo esposto con Grecia, Spagna, Portogallo ed Italia, per cui  la crisi è destinata a rimbalzare su di esso

In queste condizioni, questo gruppo di paesi è tecnicamente fallito e si tratta solo di vedere se, con qualche giochino finanziario si riesce a prendere tempo o no; e pare che di tempo ormai ce ne sia davvero pochino: diciamo al massimo 5 o 6 mesi. George Soros è stato anche più drastico parlando di 3 mesi oltre i quali l’Euro perderà la fiducia dei mercati finanziari e crollerà (S24 3.6.12 p. 7).

Da un punto di vista finanziario la situazione non ha speranze perché non ci sono le condizioni strutturali per uscire dalla trappola: le banche hanno la pancia piena di titoli di stato inesigibili (oltre ad ogni altro tipo di spazzatura) e  gli Stati non sono in grado di invertire la tendenza che li ha travolti. Soros ha ragione a sostenere che la crisi europea, prima ancora che finanziaria è fiscale: in questo ventennio si è creata una enorme bolla di denaro finito nei paradisi fiscali della stessa Ue (a cominciare dall’Olanda o dall’Irlanda di qualche anno fa) o appena dal di fuori (si pensi alla Svizzera), Questa massa di denaro, alla ricerca di bassi prelievi, è fuggita proprio dai paesi che oggi hanno un alto debito, anche perché hanno compensato con il debito il gettito fiscale mancante.

Ma il fallimento dell’Euro è qualcosa di ben più profondo. La scommessa era che  la moneta unica avrebbe creato convergenza fra le economie di diversi paesi ed avrebbe fatto da traino al processo di unificazione politica. Non si è verificata né l’una né l’altra cosa. Le economie dei diversi paesi dell’Eurozona sono rimaste quali erano, anzi, i vantaggi della moneta unica, che consentiva anche a paesi tradizionalmente deboli e ad alto rischio finanziario, come appunto la Grecia, di piazzare i propri titoli di debito ad interessi bassissimi, ha incoraggiato la politica dell’indebitamento crescente, senza attuare alcuna riforma economica. Chi ha tratto i vantaggi maggiori è stata la Germania che ha potuto esportare massicciamente nei paesi vicini ed, alla fine, il differenziale fra i diversi paesi è rimasto lo stesso, quando non è ulteriormente cresciuto. Sinché le cose sono filate lisce nell’economia mondiale, il problema non si è posto, ma quando la crisi ha iniziato a mordere si è rotto il giocattolo e la moneta unica, non governata da nessuno Stato, è diventata una camicia di forza che tiene tutti in sofferenza.

Quanto all’unificazione politica, va detto che dopo la demenziale proposta di “trattato istitutivo” (detto anche “Costituzione”) della Ue -e la sua sonora bocciatura nei referendum di Francia, Danimarca ecc.- semplicemente non se ne è parlato più. Il punto è che gli stati non si inventano e non bastano le più spericolate acrobazie giuridiche a farli esistere. L’Europa, come nazione non esiste nella coscienza degli europei che, volenti o no, continuano a sentirsi prima di tutto tedeschi, francesi, danesi, spagnoli, olandesi ecc. E’ vero che sono sempre esistiti Stati pluri nazionali (dalla Cina all’Urss, dalla Svizzera alla Spagna) ma si è sempre trattato di stati  con un gruppo nazionale dominante che ha affermato la sua come lingua dello Stato e considerato gli altri come “minoranze nazionali” più o meno garantite e riconosciute, ma sempre marginali. Non era e non è questa la situazione dell’Europa, dove nessuno è in grado di porsi come nazione dominante. Né la cosa è risolvibile in modo negoziale: le alchimie giuridiche per cui la Ue è qualcosa di più di una alleanza, ma qualcosa di meno di una confederazione, non è uno Stato, ma assorbe funzioni statali come la moneta, ha un Parlamento comune che emana direttive che poi devono essere recepite dai parlamenti nazionali ecc. non ha incantato nessuno. Quello che veniva fuori erano testi indigeribili di 6-700 articoli ciascuno con una selva di commi e sotto commi, che descrivevano un processo decisionale farraginoso, lento ed incoerente. E, infatti le bocciature referendarie sono fioccate, mentre in molti paesi (compresi Italia e Germania) non ci si è neppure preoccupati di fare un referendum.

Le burocrazie degli stati nazionali  (sicuramente poco vogliose di vedersi declassate rispetto allo Stato confederale) hanno colto la palla al balzo per annacquare sempre di più il processo di unificazione politica di cui si è poi smesso di parlare. Con il risultato che, quello che doveva essere un momento transitorio (la moneta senza Stato) è diventato definitivo e tutti hanno pensato che, in fondo, andava bene così. E così, invece, non va affatto bene, come la crisi sta dimostrando. Questa situazione di una moneta sospesa nel vuoto e non  governata, ma che, anzi, vorrebbe governare gli Stati, è un assurdo politico ed economico, prima che giuridico, che è arrivato al capolinea.

Oggi le alternative secche sono due: o il debito dei vari paesi membri viene assunto dalla Ue in quanto tale e si va rapidamente ad un’unione politica (cioè ad uno Stato europeo), o la moneta salta in aria. Puramente e semplicemente: non ci sono alternative. In astratto, la soluzione più auspicabile sarebbe la prima, ma, personalmente non ci credo affatto: se l’unione politica non si è fatta in tempi favorevoli, quando il vento soffiava nelle vele dell’Europa, non si capisce perché dovrebbe riuscire ora che la crisi accentua tutti gli egoismi nazionali, con un ceto politico di mezza tacca in ciascuno dei paesi membri, dopo la raffica di fallimenti sul piano della politica estera (dove mai l’Unione è riuscita a parlare con una sola voce), in una situazione sociale difficilissima. Qualcuno pensa che sono proprio le asprezze della crisi a poter fare il miracolo, costringendo gli europei a fare per forza quello che non sono riusciti a fare per amore. Certamente la situazione richiederebbe una soluzione del genere, ma avere bisogno di 1000 talleri ed avere 1000 talleri non è la stessa cosa, avrebbe detto, più o meno, Kant.

D’altra parte, le condizioni strutturali per l’edificazione di un “Io” collettivo europeo continuano a non esserci per la mancata unificazione linguistica e culturale del continente. Tutto quello che può venir fuori da un processo forzato di unificazione sarebbe una buro-tecnocrazia centralizzata e totalmente priva di qualsiasi legame con la base popolare, un orrendo pasticcio antidemocratico assai poco auspicabile. Ma in ogni caso, anche questo appare come un disegno del tutto velleitario.

Ed allora che si fa? Semplicemente non resta che prendere atto del fallimento politico dell’operazione Euro e cercare di guidare il processo di  scioglimento dell’Eurozona attraverso una exit strategy concordata. E magari farlo prima che salti tutto in aria, con costi ben peggiori da sopportare.

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