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26/03/2012

Fornero: la coccodrilla preventiva

Lacrime di coccodrillo”: così la Camusso ha definito il rammarico della Fornero perché la sua controriforma “non è condivisa da tutti”, cioè perché qualcuno ancora si ostina a non pensarla come lei. Non sappiamo se madama Fornero sia un coccodrillo. Ma, se lo è, trattasi di esemplare nuovo, geneticamente modificato: il coccodrillo che piange prima. Il 18 dicembre, un mese dopo le sue lacrime in favore di telecamera, la Fornero disse al Corriere: “L’articolo 18 non è un totem” (forse voleva dire tabù). Poi, di fronte alle prevedibili polemiche, ingranò la retromarcia: “Non avevo e non ho in mente nulla che riguardi in modo particolare l’art. 18. Sono stata ingenua, i giornalisti sono bravissimi a tendere trappole. Vogliamo lasciarlo stare questo art. 18? Io son pronta a dire che neanche lo conosco, non l’ho mai visto”. L’ 8 gennaio Monti smentì la retromarcia: “Niente va considerato un tabù. In questo senso il ministro Fornero ha citato l’art. 18”. Il 30 gennaio la Fornero smentì la smentita: “L’art. 18 non è preminente, ma non dev’essere un tabù”. E via a sproloquiare sul “modello tedesco”: quello che prevede l’intervento del giudice per ogni licenziamento. Invece la controriforma Fornero esclude dal reintegro giudiziario i licenziamenti per motivi economici, anche se camuffano quelli disciplinari e discriminatori. È così, tra una bugia e l’altra, che s’è svolta tutta la trattativa su un non-problema, “non preminente”, “mai visto”: infatti alla fine l’art. 18 esaurisce praticamente l’intera “riforma del mercato del lavoro”. Il resto è fuffa, anzi truffa. Monti dice che l’art. 18 frena gli investimenti esteri. Ma l’ha subito sbugiardato persino il neopresidente di Confindustria, Squinzi: “In linea generale non credo sia l’art. 18 a bloccare lo sviluppo del Paese. Le urgenze sono altre: burocrazia, mancanza di infrastrutture, costi eccessivi dell’energia, criminalità”. Per Napolitano la “riforma è ineludibile per adeguarsi alla legislazione dell’Europa”. Monti aggiunge che, se avesse stralciato l’articolo 18 dalla “riforma”, “l’Europa non avrebbe capito”. E allora perché l’Europa capisce benissimo la Germania, che consente a ogni licenziato, per qualunque motivo, di appellarsi al giudice che può decidere sempre fra l’indennizzo e il reintegro? Sul Corriere, Ferruccio de Bortoli trova “inquietanti” i “toni apocalittici di molti commenti” che “descrivono un paese irreale”, “tradiscono una visione novecentesca, ideologica e da lotta di classe, che non corrisponde più alla realtà della stragrande maggioranza dei luoghi di lavoro. Dipingono gli imprenditori (che hanno le loro colpe) come un branco i lupi assetati che non aspetta altro se non licenziare migliaia di dipendenti”. Potrebbe chiedere informazioni al suo principale azionista, la Fiat, che a Melfi ha cacciato tre lavoratori solo perché facevano i sindacalisti e a Pomigliano richiama al lavoro solo i cassintegrati non iscritti alla Cgil, facendo carta straccia della Costituzione e dello Statuto dei lavoratori. Poi de Bortoli violenta due volte la logica, usando i numeri bassissimi di licenziati reintegrati per dimostrare che la controriforma dell’art. 18 non fa male a nessuno. È vero che “solo l’ 1 % delle pratiche di licenziamento gestite dalla sola Cgil tra il 2007 e il 2011 è sfociato in riassunzioni o reintegri”: ogni anno i giudici si occupano di 6 mila licenziati e ne reintegrano solo 60. Ma questo dimostra l’opposto di quel che vuol sostenere de Bortoli. E cioè: l’art. 18 è un argine fondamentale contro i licenziamenti ingiusti, che con la controriforma saranno molti di più; ed è falso che oggi i giudici impediscano alle aziende di licenziare in caso di necessità. Ergo non c’è alcun motivo di toccare l’articolo 18. E quanti lo vogliono stravolgere non sono mossi da ragioni economico-produttive, cioè tecniche. Ma politiche o, come direbbe de Bortoli, ideologiche. Ecco, per favore: ci risparmino almeno le balle.

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