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22/01/2012

L’induzione rituale ai sacrifici. La pericolosa antropologia mediale di Giorgio Napolitano

E´ rimasto patrimonio degli storici come degli umoristi, l´aneddoto sullo scambio di telegrammi, avvenuto tra il governo tedesco e quello austriaco tra il ´15 e il ´16, durante uno dei i tanti momenti tragici di battaglie della prima guerra mondiale. All´epoca, come ricorda Slavoj Zizek alla Frankfurter Allgemeine, da Berlino partì un telegramma di valutazione dell´andamento della guerra che conteneva il seguente giudizio: "la situazione è seria ma non catastrofica". Pronta la risposta, da Vienna, da parte dell´alleato austriaco: "per noi la situazione è catastrofica ma non seria". Analizzare gli interventi pubblici di Giorgio Napolitano, pratica che porta a comprendere il funzionamento reale dei poteri istituzionali italiani più di quanto si sospetti, suggerisce invece un cambio di rotta nell´uso di questi giudizi. Infatti, Napolitano va preso tanto più sul serio quando usa una retorica che cerca di drammatizzare ma anche di sfuggire ai toni catastrofici. Perché mira a conservare e rilegittimarsi sui dispositivi disciplinari e omeostatici della società, quelli messi in discussione dalle prospettiva delle catastrofi.
L´uso indissolubilmente mediale, politico e cerimoniale della sua carica rappresenta infatti un serio tentativo, del tutto moderno, di ricomporre, e gerarchicamente, la frattura tra stato e società nel nuovo liberismo. Tentativo che va nel solco della tradizione di una procedura politica che non si immagina. E se si vuol portare il pensiero politico dove si fa politica, comprendendo necessariamente la traiettoria storica di questa nuova e già robusta tradizione, si analizzino le considerazioni che, ne Il discorso del re di Tom Hooper, Giorgio V fa al duca di York, che finirà per succedergli sul trono di Inghilterra:"un tempo ad un sovrano per mostrarsi tale bastava non cadere da cavallo. Oggi il potere sovrano è la capacità di entrare in milioni di case sapendo parlare alla radio".
Questo potere sovrano nei primi decenni del ventunesimo secolo sta ancora nell´uso della televisione generalista come strumento di connessione sociale, dispositivo di accumulazione del consenso politico. Uso che dopo un quindicennio di media di rete ha mostrato capacità di adattamento alle ristrutturazioni della forma sociale di comunicazione. In un contesto dove, a parte qualche significativa sconfitta, i media generalisti sono, fino a quando decideranno gli dei delle ristrutturazioni tecnologiche, il punto di riferimento per la connessione complessiva delle società e per la legittimazione del potere istituzionale. In contrapposizione alle miriadi di network generati dalla rete. Il carattere strategico di questa connessione sociale complessiva dei media generalisti, che talvolta si sovrappone e talvolta si contrappone alle connessioni della rete, lo si comprende dall´incapacità di destrutturarla da parte delle sinistre e dei movimenti. Non importa che si tratti di sinistre e di movimenti in continuità o in discontinuità con il passato: tutti questi soggetti hanno perso fino ad adesso perché incapaci, o inadatti, a crepare nel profondo questa capacità di connessione sociale e politica creata dall´intreccio, fatto di negoziazioni complesse, tra media generalisti e potere politico istituzionale.
Il cuore della capacità di connessione interna e sociale del potere politico liberista sta lì.  Poco importa se si tratti o meno del centro della società, la sua collocazione spesso è problema di punto di vista:  ovunque si collochi si tratta di un dispositivo dal quale la società si governa. Si tratta poi di una capacità di connessione la cui funzionalità è irrobustita dalla intensità dei cerimoniali che riesce a generare. Un potere profondamente antropologico e di conseguenza per niente di superficie. Quando Napolitano parla di sacrifici, nonostante sembri proveniente da una qualche parte indeterminata dell´ottocento, va quindi preso sul serio. Che ne sia consapevole o meno, l´istituto della presidenza della repubblica celebra infatti un rito di rigenerazione del potere istituzionale del nuovo liberismo che è tanto più efficace quanto più la capacità di connessione sociale dei media generalisti detiene l´egemonia nella diffusione di contenuti, linguaggi e simbolica della politica ufficiale.  
Ma cosa significa, dal punto di vista antropologico, celebrare il rito del sacrificio?
Cominciamo da un elemento essenziale per ogni rito, anche  minimo o standard. Il governo dello scorrere della temporalità. L´uso presidenziale del discorso di fine anno, in Italia come altrove, è l´esercizio di una governamentalità dello scorrere del tempo da parte del potere costituito. Che celebra lo scandire della temporalità con i ritmi del rito mediale, a reti unificate. E chi celebra i riti, se detiene anche potere politico, è un potere sovrano. Non a caso quindi Napolitano ha focalizzato il rito di passaggio dall´anno nuovo a quello vecchio, come molti altri durante l´annata, sulla celebrazione del sacrificio. Che altro non è che un gesto rituale conosciuto in antropologia come un atto di adorazione e di sottomissione nei confronti di forze sovrumane. Napolitano antropologizza in questo modo i mercati del nuovo liberismo,  dopo che i media li hanno naturalizzati come l´unica realtà possibile, rendendoli come una forza sovrumana verso i quali l´unico comportamento possibile è il sacrificio. Il recupero, che avviene nel profondo della memoria collettiva, del sacrificio propiziatorio tipico delle società contadine avviene così con un secco spostamento del senso del sovrumano. Da quello legato ai ritmi della natura a quello dettato dagli spostamenti degli indici di borsa. Il rito del sacrificio celebra in questo modo quel genere di seconda natura reificata attualmente dagli algoritmi di borsa che appaiono sugli schermi piatti dei pc.
Va ricordato che Durkheim e  Merton parlavano dell´utilità esclusivamente sociale, cioè qualcosa che serve solo per tener assieme un aggregato di persone, dei riti propiziatori e di sacrificio.  Si comprende così come Napolitano si trovi al centro di un rito fatto per tenere in connessione la società, dargli un´ideologia dominante, mantenere una gerarchia di potere in fusione propiziatoria con i "mercati". Anche se tutto questo, come notavano Durkheim e Merton, non ha senso. Non importa infatti che la danza della pioggia faccia piovere quanto che tenga unita una comunità e fissi i ruoli sociali. E non si deve nemmeno trascurare il fatto che la celebrazione del rito dei sacrifici, che antropologizza e naturalizza i "mercati" rendendo la rappresentazione delle loro forze sovrumana e regolatrice dei destini delle società, avviene in sovrapposizione con il linguaggio della mobilitazione da stato d´emergenza. La logica da Goldman Sachs si naturalizza così assieme a quella di Schmitt. Non deve infatti stupire che Napolitano utilizza , non solo il primo dell´anno, quest´espressione "siamo sotto attacco". Deve usare il linguaggio della mobilitazione totale per condurre celermente verso il rito dei sacrifici. Piuttosto si noti come questo essere "sotto attacco" manchi sempre di un soggetto preciso, identificabile. Insomma non si spiega mai chi attacchi l´Italia salvo generiche e tiepide accuse contro la "speculazione". Gustave Le Bon nella celeberrima Psicologia delle folle spiegava come, nel mondo contemporaneo, queste non si mobilitassero secondo i dettati di una logica consequenziale (del tipo "il nemico sono loro perché") ma per immagini. Le piattaforme mediali, nelle quali è innestato il gesto rituale dei sacrifici celebrato da Napolitano, sono in grado così di entrare naturalmente in questo dispositivo antropologico. Riproducono il rito rendendolo comprensibile socialmente per immagini. Scompare così ogni logica consequenziale, e gli approfondimenti su chi sia il nemico e perché, per produrre immagini (mentali, mediali) che rafforzano il potere mediatico e politico del rito prodotto.
Inoltre Napolitano si muove secondo la logica del sacrificio infinito e non solo perché i sacrifici possono essere infiniti quando il nemico, in nome della cui sconfitta si celebra il rito, è indefinito o può variare a seconda delle necessità retoriche. Come dice Papademos, l´attuale primo ministro greco, i sacrifici potranno terminare solo quando i sacrifici precedentemente fatti saranno portati a buon fine. Il che è davvero al di fuori di ogni logica consequenziale e politica: non si tira un bilancio dell´utilità dei sacrifici ma li si legittimano fino a che non produrranno i frutti promessi dal rito. Il che rende, paradossalmente, un futuro a questi sacrifici estendendoli fino all´infinito. In questa logica non si interroga sul senso dei sacrifici, come su quello dei mercati, ma sono i sacrifici precedenti che legittimano i successivi e poi ancora all´infinito. Potenza dell´attrazione delle masse per immagini.
Ma la potenza dell´immagine è destinata a scontrarsi con quella della realtà. Napolitano parla di sacrifici "per i figli e i nipoti" rivolgendosi ad una struttura sociale dell´Italia messa giù in discussione nel secondo dopoguerra. Quella che vede, nella distribuzione dei sacrifici, il primato del padre di famiglia (quello che in prospettiva lavora per i figli e per i nipoti). Nell´Italia di oggi questa struttura sociale famiglia "naturale" è sinistrata da milioni di divorzi e dalla composizione di reti postfamiliari molto diverse e diffuse in maniera radicalmente differente da quanto pensato dall´ideologia Pd-Udc-Pdl. I riti di sacrificio, per riuscire, devono prevedere la conoscenza dei partecipanti. In questo modo, con l´Italia reale che è lontana da Napolitano quanto il presidente della repubblica è lontano dall´ascolto degli antichi Killing Joke, il rito non è partecipato ma somiglia sempre più all´autoaffermazione di un potere in difficoltà.
E il vero confronto per Napolitano, per adesso, non è con una società o delle piazze attualmente silenti e comunque con poche idee. Ma con una logica dell´audience. Il confronto con la legittimazione del rito dei sacrifici, fatta da Napolitano a reti unificate, è con la pay tv di Sky quando manda in onda i sondaggi degli abbonati che mostrano un gradimento sotterraneo, tramite un giudizio su Grillo, verso gli attentati ad Equitalia. Ma le logiche dell´audience spostano i poteri mediali, e quelli politici a loro intersecati, non cambiano la dura realtà sociale.
Piuttosto, per risalire la corrente, bisogna tener conto della consistenza e della composizione di questi poteri e di questa antropologia mediale del politico. L´induzione rituale ai sacrifici, celebrata da Napolitano con il ritmo sociale dello scorrere del tempo, va bloccata. In fondo sono tempi duri, dal punto di vista mediale, per i presidenti. Basta vedere cosa sta accadendo in Germania al presidente Christian Wullff. Nell´assoluto silenzio dei media italiani, come se cosa accade alla presidenza del paese chiave dell´Europa non ci riguardasse.
Tenendo sotto pressione il dispositivo antropologico mediale di Napolitano si aprono poi forze sociali tenute, fino ad adesso, ai margini. E bisogna pensare politicamente in questo modo visto che la situazione si fa o seria o catastrofica. Anche perché lo humour della capitale viennese non sembra servire per mobilitare gli abitanti di questo paese, in questo scorcio di secolo.

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