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martedì 31 gennaio 2012

Le linee guida della difesa Usa 2012

Lo scorso 5 gennaio, il ministro della Difesa americano Leon Panetta ha pubbicato la Defense Strategic Guidance 2012, il documento che contiene le linee guida per l'impiego delle forze armate americane per l'anno appena iniziato, alla luce del quadro strategico attuale.
Un primo punto davvero significativo è che con questo documento sembra chiudersi un decennio, quello 2001-2011, caratterizzato dalle operazioni in Iraq e Afghanistan, che hanno comportato per gli Usa un bilancio di 6.200 caduti e di 46.000 feriti: pur affermando che "gli Stati Uniti ed i loro alleati e partner hanno appreso importanti insegnamenti ed hanno applicato nuovi approcci operativi sul piano del contro-terrorismo, della contro-insurrezione e del supporto alle forze di sicurezza", il ministro della Difesa americano dichiara senza mezzi termini che in futuro "le forze armate Usa non saranno più disegnate per condurre operazioni di stabilizzazione prolungate su larga scala", riconoscendo quindi per la prima volta in modo assai esplicito che la gestione post-bellica dei due grandi conflitti mediorientali ha dimostrato che le forze armate Usa non sono adatte a questo tipo di operazioni.
Una svolta tanto radicale è del resto chiaramente motivata dall'emergere di una nuova priorità strategica su cui gli Usa spostano in modo deciso la propria attenzione globale: "gli interessi economici e di sicurezza Usa sono inestricabilmente collegati agli sviluppi che si verificano nell'arco che si estende dal Pacifico occidentale e dall'Asia orientale all'Oceano Indiano ed all'Asia meridionale, che determinano un insieme di sfide e di opportunità". È la Cina quindi il nuovo competitore strategico e dunque la nuova sfida alla leadership mondiale americana: "A lungo termine, l'emergere della Cina come potenza regionale ha la capacità di influire sull'economia e sulla sicurezza statunitensi in diversi modi. I nostri due Paesi hanno un grande interesse alla pace ed alla stabilità dell'Asia orientale così come nel costruire relazioni di collaborazione bilaterale. Tuttavia, la crescita della potenza militare cinese deve essere accompagnata da una maggiore chiarezza sulle sue intenzioni strategiche, per evitare il sorgere di tensioni in questa regione".
Per rispondere a questa nuova priorità, all'enfasi posta sul ruolo delle alleanze multilaterali nel Pacifico si accompagna un'esplicita dichiarazione relativa al rapporto privilegiato degli Usa con l'India, la cui funzione di bilanciamento di forze in senso anti-cinese è ovvia: "gli Stati Uniti investono in un partenariato strategico a lungo termine con l'India, per sostenere le sue capacità di operare come punto di riferimento economico nella regione e come fornitore di sicurezza per la più ampia area dell'Oceano Indiano". Appare quindi chiaramente definita la visione americana del ruolo dell'India, ora doppiamente importante: sul piano terrestre, per la sua presenza al fianco meridionale della Cina; sul piano navale, dinanzi all'estendersi nell'Oceano Indiano del "filo di perle" delle basi navali cinesi che, nel corso del 2011, si è arricchito di due nuovi elementi, in Pakistan e nelle Isole Seychelles.
Ancora la Cina è alla ribalta quando il documento affronta un fattore classico del pensiero strategico anglosassone, vale a dire la capacità di "proiezione di potenza" degli Usa, ora riproposto con la nuova sigla A2/AD, anti-access and area denial: si tratta in sostanza di "implementare il concetto di accesso operativo congiunto (Joint Operational Access Concept), sostenendo le nostre capacità sottomarine, sviluppando un nuovo bombardiere invisibile, potenziando la difesa antimissile e proseguendo gli sforzi per rafforzare l'elasticità e l'efficacia di capacità operative basate nello spazio". L'obiettivo è quello di assicurare agli Usa il libero accesso a tutte le aree di interesse strategico, nonostante la volontà di forze ostili, che vengono chiamate con nome e cognome: "Taluni Stati, come la Cina e l'Iran, continueranno ad utilizzare strumenti asimmetrici per contrastare la nostra capacità di proiezione di potenza, mentre la proliferazione di armamenti e tecnologie sofisticate si estenderà anche ad attori non statali".
Ecco quindi che il Medio Oriente conferma il suo valore strategico per gli Usa, in relazione a due elementi essenziali, l'ostilità all'Iran ed il sostegno a Israele: "La politica degli Stati Uniti, darà particolare enfasi alla sicurezza nel Golfo Persico, quando necessario in collaborazione con il Consiglio di Cooperazione del Golfo, per prevenire lo sviluppo di una capacità militare nucleare dell'Iran e per contrastare le sue strategie destabilizzanti. Gli Stati Uniti faranno questo allo stesso tempo difendendo la sicurezza di Israele e la pace globale nel Medio Oriente".
La questione mediorientale tutta focalizzata sull'Iran, è quindi soprattutto proposta in relazione con la sicurezza del Golfo Persico, l'area da cui prese inizio nel 1991 l'impegno militare diretto statunitense, in continuità con la "dottrina Carter" del gennaio 1980. Ora, la sicurezza del Golfo si collega all'altro concetto chiave delle classiche politiche di potenza anglosassoni: alla "libertà di accesso ai beni comuni globali (global commons), quelle aree al di là della giurisdizione nazionale che rappresentano il tessuto connettivo vitale del sistema internazionale", fornendo le fondamenta a un concetto che sembra perfettamente idoneo a rappresentare la futura base giuridica dei nuovi interventi internazionali americani, soprattutto se collegato opportunamente con le già viste esigenze A2/AD.
In questa complessa prospettiva, viene definito il nuovo standard minimo di capacità operativa americana, sintetizzabile nel concetto di "una guerra e mezzo". "La nostra pianificazione - si legge nel Defense Strategic Guidance 2012 - prevede forze sufficienti a contrastare pienamente gli obiettivi aggressivi di uno Stato in una regione conducendo una campagna militare combinata in tutte le dimensioni, terra, aria, navale, spaziale e del cyber spazio. (...) Anche se le forze statunitensi saranno impegnate in operazioni su larga scala in una regione, esse dovranno essere in grado di contrastare, o di imporre un costo inaccettabile, agli obiettivi di un aggressore che sfrutti questa situazione in una seconda regione". Una simile capacità, nonostante gli espressi riferimenti al ridimensionamento del bilancio Usa, si collega al fatto, significativamente evidenziato nel documento, che, forse per la prima volta da decenni, si osserva che "la maggior parte dei Paesi europei sono ora produttori di sicurezza invece che consumatori di essa", come avveniva nel periodo della Guerra Fredda: il coinvolgimento degli europei nelle campagne mediorientali americani ha consentito questa inversione di tendenza, che ora permette agli Usa di "lavorare con la Nato per sviluppare una "difesa intelligente" per coordinare, condividere e specializzare le capacità richieste per affrontare le sfide del XXI secolo".
Gli Usa riorientano quindi tutto il proprio dispositivo strategico verso il Pacifico e di conseguenza rileggono anche la stessa visione strategica mediorientale: in un simile quadro strategico, il ruolo degli alleati in Europa si riduce sempre più a quello di sub-fornitori di sicurezza, in relazione alle priorità individuate dagli Stati Uniti, ad esempio per supportarli, via Nato, in qualche possibile futura "mezza guerra" per difendere global commons come le fonti energetiche mediorientali che passano per lo Stretto di Hormuz.


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Le guerre di Bush: un bilancio

Con i ritiro delle truppe americane, nei giorni scorsi, si è chiusa (almeno per ora) la guerra in Irak. Per il ritiro dall'Afghanistan occorrerà attendere qualche tempo, ma, a quanto pare, non oltre il 2014. Dunque, è tempo di un bilancio a partire dagli obiettivi che gli Usa si ripromettevano di conseguire. Partiamo dall'Afghanistan. Il motivo ufficiale era la cattura di Osama Bin Laden e del Mullha Omar oltre che la distruzione di Al Quaeda. Come è noto, Bin Laden è stato ucciso il 2 maggio 2011, ma il Mullha Omar è ancora uccel di bosco, mentre Al Quaeda, pur seriamente e ripetutamente colpita non è del tutto sconfitta.
Ma questi erano solo gli obiettivi dichiarati. Gli Usa si ripromettevano molto di più: inserirsi stabilmente al centro dello spazio strategico sino-russo esercitando una pressione su tutta l'area centro asiatica. Quello che presupponeva la creazione di uno stabile regime filo-Usa che garantisse la presenza di basi americane immediatamente a ridosso della Cina (con la quale l'Afghanistan confina attraverso una stretta striscia di terra dell' Hindukush). Considerando anche le basi presenti ad Okinawa, nella Corea del Sud ed in Pakistan, questo avrebbe consentito di tenere la Cina sotto minaccia da più fronti ed autorizzato la presenza americana in tutte le vicende asiatiche.

Da questo punto di vista, i risultati sono tutt'altro che positivi: probabilmente gli americani otterranno la concessione di basi in Afganistan, ma, per quanto la guerra non sia ancora conclusa, nulla fa presagire che, quando gli americani torneranno a casa, a Kabul ci sarà un regime particolarmente solido ed amico degli Usa. E non solo perchè i talebani appaiono tutt'altro che sconfitti, ma anche perchè lo stesso "alleato" Karzai non appare particolarmente affidabile, come dimostra l'accordo concluso a maggio con il Pakistan e l'Iran. Soprattutto, la guerra decennale con i talebani ha logorato i rapporti con il Pakistan, spingendolo definitivamente fra le braccia della Cina. Islamabad ha giocato una partita molto ambigua con i talebani e con Osama Bin Laden (chi mai potrà credere che l'Isi non era al corrente della presenza di Osama nel compound di Abbotabad dove abitualmente passano le vacanze i più alti ufficiali pakistani?). Inoltre non sembra del tutto un caso che tutti i maggiori capi di Al Quaeda sin qui caduti, sono stati sorpresi in città pakistane (Khalid Sheikh Mohammed a Rawalpindi, Abu Zubaydah a Faisalabad, Ramzi Binalshibh a Karachi). Tuttavia, non è un gioco di cui gli americani fossero inconsapevoli (diversamente, dovremmo credere che la Cia e tutti i servizi segreti americani sono solo una manica di inetti mangiapane a tradimento) e, per una serie molto complessa di ragioni avevano deciso di stare al gioco. Poi quello strano equilibrio si è frantumato e la morte di Osama, lungi dal rinsaldare i rapporti con Islamabad (come sarebbe stato logico fra due alleati che colgono un risultato decisivo) ha avviato una crisi sempre più profonda dei rapporti pakistano-americani. Con l'ulteriore risultato di aggravare le tensioni fra India e Pakistan e, di riflesso, fra India e Cina che rappresentano oggi la linea di faglia più pericolosa del Mondo.

Dunque, un risultato complessivamente molto negativo che molto difficilmente potrà essere ribaltato o anche solo riassorbito dallo scorcio di guerra che resta ancora.

Ancora più critico appare il bilancio dell'impresa irakena di Bush.
Lasciamo da parte i motivi ufficiali (le mitiche armi di distruzione di massa di Saddam, che nessuno ha trovato e nessuno ha cercato perchè nessuno credeva che esistessero davvero) e veniamo al sodo. Le mire erano diverse: scontata quella di mettere le mani su una delle più ricche riserve petrolifere del pianeta, anche in questo caso l'obiettivo era quello di consolidare un regime "amico" da usare come base di condizionamento dello scacchiere mediorientale. Ma non solo questo; la seconda guerra del Golfo fu anche il test di prova per quella "coalizione dei volenterosi" raccolta intorno agli Usa che avrebbe dovuto soppiantare tanto l'Onu (dove gli USa non in tendevano più fare i conti con il diritto di veto di Russi, Cinesi e persino Francesi) quanto la Nato resa "inutile" ai fini della politica americana dalla riottosità degli "alleati" francesi e tedeschi.

L'unilateralismo di Bush fu la massima espressione del progetto "per un nuovo secolo americano", un compiuto progetto imperiale che intendeva stabilizzare l'ordine monopolare come nuovo ordine mondiale definitivo. Questo avrebbe richiesto una schiacciante vittoria in tempi brevissimi ed, almeno sulla carta, i rapporti di forza erano tali da rendere inimmaginabile un risultato diverso. In effetti, le forze armate di Saddam furono schiacciate in una manciata di settimane. L'imprevisto è stato la guerra asimmetrica delle forze islamiste che trovarono un insperato aiuto nella decisione americana di sciogliere l'esercito irakeno, con la conseguenza di consegnare alla guerriglia molte centinaia di uomini addestrati ed armati.

La guerra è durata otto anni, è costata alla coalizione occupante più di 4.000 morti (in massima parte americani). Per gli Usa il costo economico, sinora, è stato di circa 700 miliardi di dollari che si sommano ai quasi altrettanti della guerra in Afghanistan, ma a questi costi dovremmo aggiungere quello occulti e quelli futuri (per la smobilitazione, per le ultime operazioni di guerra in Afghanistan, per le pensioni di invalidità e di reversibilità per i caduti, ecc) che il premio Nobel Joseph Stigliz e Linda Bilmes, calcolano a circa 3.000 miliardi la sola guerra dell'Irak. Ma, anche stando alle sole cifre ufficiali abbiamo un totale (ancora parziale) di circa 1.500 miliardi che rappresentano i ¾ dell'aumento al tetto di debito pubblico richiesto da Obama al Congresso ad agosto. E, comunque il 10% del debito pubblico totale dell'Amministrazione Usa, considerando anche gli interessi versati in proporzione durante questi 10 anni.

A fronte di questi costi, i risultati ottenuti dagli americani sono stati praticamente nulli. Il regime di Saddam è stato abbattuto, ma quello che gli americani lasciano è un paese tutt'altro che stabile, a rischio di dissoluzione fra i tre gruppi principali (curdi, sunniti e sciiti).
Ma, soprattutto, è sconfitto il progetto unilateralista ed appare fortemente a rischio anche la prospettiva monopolare: la guerra è durata 10 anni in un caso ed 8 nell'altro, e con avversari di forza relativamente modesta. Già una guerra a terra con l'Iran (e probabile guerriglia in caso di occupazione) appare oggi come un impegno economico maggiore dei precedenti e non alla portata di Stati Uniti alle prese con il pareggio di bilancio. Nel frattempo, il divario fra il potenziale bellico americano e quello degli altri grandi soggetti mondiali (Cina, ma anche Russia, India, Brasile) si è modificato a svantaggio degli Usa. La preminenza militare americana è ancora netta e, ancora oggi, non si profila una coalizione in grado di reggere una guerra convenzionale con gli Usa. Ma, appunto, una guerra convenzionale. Ancora nel 2004 la spesa militare degli Usa eguagliava quella di tutti gli altri paesi del Mondo; oggi la proporzione si è modificata a svantaggio degli Usa ed ancor più è probabile che si modifichi nei prossimi anni, se davvero gli Usa taglieranno il disavanzo di bilancio che, per ora, è di circa il 35%.

Dunque, il progetto imperiale americano, pur non definitivamente sconfitto, ha subito un severo ridimensionamento che la crisi rende ancora più duro.

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Belìn, quello che sì dice un successo!

L’Italia aderisce all’Acta: a rischio libertà della rete

“Immagina il tuo internet provider che controlla tutto ciò che fai online. Immagina farmaci generici, che potrebbero salvare delle vite, messi al bando. Immagina semi che potrebbero nutrire migliaia di persone tenuti bloccati nel nome dei brevetti? Tutto questo diventerà realtà con Acta: l’accordo commerciale anti-contraffazione negoziato in segreto da 39 Paesi”.
Dal 26 gennaio questa inquietante prospettiva, descritta in un video di denuncia che circola in rete*, da giovedì ha iniziato a tradursi in realtà. Giovedì scorso a Tokyo i rappresentanti di 22 Paesi europei, tra cui l’Italia, hanno firmato l’adesione all’Acta, che dovrà essere ratificata l’11 giugno dal Parlamento europeo. Usa, Cana, Giappone, Australia e altri hanno già aderito lo scorso ottobre. Per l’Italia, a nome del ministro degli Esteri ‘tecnico’ Giulio Terzi, la firma è stata apposta dall’ambasciatore Vincenzo Petrone.
Di questo ‘monstrum’ legislativo internazionale si è parlato molto poco (il testo dell’accordo è rimasto segreto per un anno e mezzo, inaccessibile perfino al Parlamento europeo) nonostante le pesanti limitazioni che, una volta in vigore, esso avrà sulla privacy e la libertà degli utenti di internet e sul diritto alla salute e al cibo: diritti fondamentali che verranno sacrificati in nome della tutela dei diritti d’autore e dei brevetti gestiti dalle multinazionali dell’industria musicale, cinematogarfica, farmaceutica e agroalimentare. In una parola, in nome del profitto.
Non è un caso che, in coincidenza con la firma di Tokyo, il relatore dell’Acta per il Parlamento europeo, l’europarlamentare socialista francese Kader Arif, si sia clamorosamente dissociato e dimesso dal suo incarico, “allertando l’opinione pubblica” e denunciando “nel modo più vivo” la “mancanza di trasparenza nei negoziati” che hanno portato a un accordo che “può avere grosse conseguenze sulla vita dei nostri concittadini” e che “pone problemi per l’impatto sulle libertà civili, per le responsabilità che si fanno gravare sui provider, per le conseguenze che avrà sulla fabbricazione di medicinali generici”.
Grandi Ong internazionali, come Oxfam e Action Aid, hanno pubblicamente denunciato il devastante impatto che l’Acta avrebbe sulla produzione e commercializzazione di farmaci e vaccini generici a basso costo, massicciamente utilizzati nei Paesi poveri. Stesso discorso per la libertà di utilizzo di sementi e prodotti agricoli brevettate dalle multinazionali del settore.
Ma l’effetto dell’Acta che tocca più da vicino i cittadini italiani ed europei riguarda la privacy e la libertà degli utenti di internet. L’accordo, infatti, rende le aziende che offrono accesso alla rete (in Italia, ad esempio, Telecom, Vodafone, Infostrada, Tiscali, Tele2, Fastweb, ecc.) legalmente responsabili per ciò che fanno i loro utenti online non di fronte alla magistratura nazionale, ma di fronte alle multinazionali titolari di diritti d’autore.
A questi soggetti privati l’Acta riconosce il potere di agire direttamente, senza autorizzazione di un giudice, a tutela dei propri interessi commerciali, facendosi consegnare dai provider informazioni per l’identificazione dei loro utenti sospettati di violazione del copyright. In quanto legalmente corresponsabili della condotta dei loro utenti, i provider saranno spinti a monitorare preventivamente e costantemente l’attività di tutti i loro utenti.
Ricorrendo a sistemi di filtraggio degni delle peggiori dittature, le aziende che offrono accesso alla rete si trasformeranno così in poliziotti del web al sevizio delle multinazionali titolari dei diritti, censurando le proprie reti per evitare guai legali, con evidenti conseguenze sulla riservatezza e la libertà di espressione degli utenti.
L’accordo Acta è, in sostanza, la versione globale delle proposte di legge statunitensi Sopa e Pipa (contro cui lo scorso 18 gennaio è stato indetto il primo sciopero del web della storia), con l’aggravante di riguardare anche i brevetti farmaceutici e agroalimentari e di essere stato negoziato senza alcuna trasparenza, il che non è mai un buon segnale.
L’adesione all’Acta dei Paesi europei ha scatenato proteste in rete (in Italia Agorà Digitale ha lanciato una petizione online). Solo in Polonia la mobilitazione è uscita dal mondo virtuale con grandi manifestazioni di piazza e un’originale iniziativa dei parlamentari dell’opposizione di sinistra, che hanno indossato in aula maschere di V per Vendetta.

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Le conseguenze inattese dell'embargo petrolifero all'Iran

Se la triste sfilata di tirapiedi europei - o quelle che l'analista Chrys Floyd soprannominò deliziosamente le Euromascotte – avesse una qualche conoscenza di cultura persiana, avrebbe saputo che le conseguenze delle proprie dichiarazione di guerra economica sotto forma di embargo petroliero all’Iran sarebbero nient’altro che heavy metal.
Meglio ancora: death metal. Il Majlis (il parlamento iraniano) discuterà questa domenica, in una sessione aperta, se cancellare immediatamente tutte le esportazioni di petrolio ai paesi europei che hanno appoggiato l’embargo, secondo Emad Hosseini, relatore della Commissione Energetica del Majlis. E ciò è stato abbinato dalle necessarie avvertenze apocalittiche, trasmesse dall’agenzia di stampa Fars e rilasciate dal membro del parlamento Nasser Soudani: “L’Europa arderà nel fuoco dei pozzi petroliferi iraniani."

Soudani esprime il punto di vista di tutto l'establishment di Teheran quando afferma che "la struttura delle loro raffinerie [europee] è adatta al petrolio dell'Iran", e che pertanto gli europei non hanno alcuna possibilità di sostituzione; l’embargo "causerà un aumento nei prezzi del petrolio e gli europei si vedranno obbligati a comprare petrolio a prezzi più alti"; cioè, l'Europa “sarà costretta a comprare indirettamente petrolio iraniano attraverso gli intermediari".
In base al pacchetto di sanzioni dell'UE, i contratti esistenti verranno rispettati fino al 1° Luglio e non ne verranno stilati di nuovi. Ora immaginate cosa potrebbe succedere se questo progetto di legge iraniano venisse approvato nei prossimi giorni. I paesi del Club Med colpiti dalla crisi, come Spagna e specialmente Italia e Grecia, soffriranno un colpo mortale, non avendo tempo per trovare una possibile alternativa al greggio di alta qualità dell'Iran.
L’Arabia Saudita – per quanto possano raccontarci i media corporativi occidentali - non ha una capacità addizionale; ed inoltre, la priorità assoluta della Casa di Saud è un alto prezzo del petrolio, per poter corrompere - oltre a reprimere - la propria popolazione per farle dimenticare le idee nocive della Primavera Araba.
E così, le economie europee che sono già in bancarotta si vedranno obbligate a continuare ad acquistare il petrolio iraniano, ma ora lo dovranno comprare dai vincitori del caso, gli intermediari avvoltoi.
Non è sorprendente che i perdenti di queste tattiche da Guerra Fredda applicate in modo anacronistico a un mercato aperto globale siano proprio gli europei. La Grecia - che è già di fronte all'abisso - sta comprando il petrolio fortemente scontato dall'Iran. Continua a esistere la possibilità che l’embargo petrolifero determini un default sulle obbligazioni del governo greco, e persino un catastrofico effetto a cascata sull'Eurozona, su Irlanda, Portogallo, Italia, Spagna, e anche oltre.
Il mondo ha bisogno di un Erodoto digitale per decifrare come queste mascotte europee che pretendono di rappresentare la "civiltà" siano riuscite, in un colpo solo, a infliggere un dolore simultaneo alla Grecia - la culla della civiltà occidentale – e alla Persia - una delle civiltà più sofisticate della storia. In una sorprendente riedizione della tragedia, è come se i Greci e i Persiani si fossero uniti alle Termopili per affrontare l'attacco degli eserciti della NATO.

Segui il ritmo eurasiatico
Ora facciamo un paragone con ciò che è successo in Eurasia. Il Ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha asserito: “Le sanzioni unilaterali non sono efficaci”. Il Ministro degli Affari Esteri di Pechino, pur con estremo tatto, è stato inequivocabile: "Fare pressioni alla cieca e imporre sanzioni all'Iran non sono metodi costruttivi."
Il Ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu ha detto: "Abbiamo eccellenti rapporti con l'Iran e stiamo facendo molti sforzi per rinnovare il dialogo tra Iran e il gruppo dei mediatori dei 5+1 (i Sei dell’Iran, i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite più la Germania). La Turchia continuerà a cercare una soluzione pacifica alla crisi."
Anche l’India che fa parte dei paesi BRICS – assieme a Russia e Cina – ha rifiutato le sanzioni. L'India continuerà a comprare petrolio iraniano pagando con rupie o oro. Corea del Sud e Giappone otterranno inevitabilmente un esonero per le sanzioni dall’amministrazione Obama.
In tutta l’Eurasia gli scambi si stanno allontanando rapidamente dal dollaro statunitense. La Zona Asiatica di Esclusione del Dollaro significa chiaramente che l'Asia si sta lentamente distanziando dalle banche occidentali.
Questo sommovimento potrebbe essere guidato dalla Cina, ma è irreversibilmente transnazionale. Ancora una volta, seguite i soldi. I membri del BRICS Cina e Brasile hanno iniziato a lasciare da parte il dollaro nei loro commerci già dal 2007. Anche Russia e Cina hanno fatto la stessa cosa nel 2010. Giappone e Cina - i due pesi massimi asiatici – si sono mossi in questa direzione il mese scorso.
Solo nell'ultima settimana Arabia Saudita e Cina hanno presentato un progetto per una gigantesca raffineria petrolifera nel Mar Rosso. E l’India, più o meno segretamente, sta pattuendo il pagamento del petrolio iraniano in oro, volendo bypassare l'attuale intermediario, una banca turca.
L'Asia auspica un nuovo sistema internazionale e ci sta lavorando sopra. Le inevitabili conseguenze a lungo termine: il dollaro statunitense – e, di conseguenza, il petrodollaro – scivoleranno lentamente nell’irrilevanza. "Troppo" grande per fallire” potrebbe non essere più un imperativo categorico, ma solo un epitaffio.

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Se il tecnico non legge Bankitalia

Avevamo capito che il governo Monti fosse un governo “tecnico”. Cosa c’è di più tecnico degli studi della Banca d’Italia per farsi un’idea del paese e delle ricette economiche più giuste ed efficaci allo stesso tempo? E invece, a giudicare dalle reiterate manovre – prima casa, pensioni, liberalizzazioni limitate ai ceti medi, mercato del lavoro – sembra che quelle cifre e quegli studi i ministri e le ministre dell’autorevole professore nemmeno le leggano. Eppure quelle cifre sono impietose.
Dice la Banca d’Italia nel suo rapporto sui Bilanci delle famiglie italiane che “nel 2010 il reddito familiare medio annuo, al netto delle imposte sul reddito e dei contributi sociali, è risultato pari a 32.714 euro, 2.726 euro al mese. Il reddito equivalente, una misura che tiene conto della dimensione e della composizione del nucleo familiare, si è attestato sui 18.914 mila euro per individuo, un valore inferiore, in termini reali, dello 0,6 per cento a quello osservato con l’indagine sul 2008“. Quindi, in soli due anni le famiglie italiane sono diventate un po’ più povere. A diventare più poveri sembrerebbero i redditi da lavoro indipendente: “Il reddito da lavoro dipendente ricevuto in media da ciascun percettore è risultato pari a 16.559 euro, pressoché lo stesso livello in termini reali rispetto al 2008 (-0,3 per cento). Quello da lavoro indipendente è risultato di 20.202 euro, con una diminuzione del 2,3 per cento”. Ma con i dati sull’evasione fiscale in Italia – il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Attilio Befera, l’ha quantificata ieri a 120 miliardi di euro – il dato non è del tutto attendibile.
Resta che i poveri, da lavoro, aumentano. La loro quota – convenzionalmente identificata in redditi inferiori alle metà mediana - è risultata pari al 14,4 per cento, un punto in più rispetto al 2008. “Nel 2010 – continua ancora Bankitalia – il 29,8 per cento delle famiglie reputava le proprie entrate insufficienti a coprire le spese, il 10,5 per cento le reputava più che sufficienti, mentre il restante 59,7 per cento segnalava una situazione intermedia. Rispetto alle precedenti rilevazioni emerge una tendenza all’aumento dei giudizi di difficoltà”.
Ma i dati sulla povertà delle famiglie sono significativi se raffrontati alla distribuzione complessiva della ricchezza. “La ricchezza familiare netta – è ancora la Banca d’Italia a parlare - data dalla somma delle attività reali (immobili, aziende e oggetti di valore) e delle attività finanziarie (depositi, titoli di Stato, azioni, ecc.) al netto delle passività finanziarie (mutui e altri debiti), presenta un valore mediano di 163.875 euro. Il 10 per cento delle famiglie più ricche possiede il 45,9 per cento della ricchezza netta familiare totale (44,3 per cento nel 2008). La concentrazione della ricchezza, misurata in base all’indice di Gini, è risultata pari a 0,62, in lieve aumento rispetto alla precedente rilevazione del 2008 (0,61)”. Il punto continua a essere rappresentato da questa distribuzione ineguale delle risorse su cui nessun governo al mondo ha finora avanzato proposte decenti.
La stessa analisi è stata fatta qualche giorno fa dall’Ocse nel suo rapporto “Divided we stand” (vedi sul megafonoquotidiano) reso pubblico alla presenza della ministra Elsa Fornero (presso l’Istat dove ai precari che la contestavano la ministra non ha potuto dedicare neanche una risposta). In quel rapporto si legge che “la disuguaglianza dei redditi tra le persone in età lavorativa è aumentata drasticamente nei primi anni Novanta e da allora è rimasta a un livello elevato, nonostante un leggero calo verso la fine del primo decennio degli anni duemila. La disuguaglianza dei redditi in Italia è superiore alla media dei Paesi Ocse, più elevata che in Spagna ma inferiore che in Portogallo e nel Regno Unito”. E ancora: “Nel 2008, il reddito medio del 10% più ricco degli italiani era di 49.300 euro, dieci volte superiore al reddito medio del 10% più povero (4.877 euro) indicando un aumento della disuguaglianza rispetto al rapporto di 8 a 1 di metà degli anni Ottanta”.
Cosa ha contribuito ad aumentare questo scarto? Attenzione: “Le aliquote marginali dell’imposta sui redditi più alti si sono quasi dimezzate passando dal 72% nel 1981 al 43% nel 2010″. Oltre all’evasione fiscale si è assistito in Italia a una progressiva diminuzione della pressione fiscale sui redditi finanziaria e societari che ha avuto un impatto, mai preso in considerazione, sull’evoluzione del debito pubblico. Un impatto riscontrabile anche su scala europea. Si guardino questi cifre offerte da Eurostat: dal 2000 al 2010 la pressione fiscale dell’Europa a 27 è passata dal 44,7 al 37,1 per cento con una riduzione del 7,6 per cento. Le imposte sui redditi delle società sono passate dal 31,9 al 23,2 con una riduzione dell’8,7 per cento. Se la pressione complessiva in Italia è rimasta più o meno stabile, riducendosi solo dello 0,3 per cento in dieci anni – ma compensata da un’evasione fiscale gigantesca – quella sui redditi delle società è passata dal 41,3 per cento al 31,4 con una riduzione del 9,9 per cento.
La pressione fiscale è rimasta invariata, o è aumentata, solo sui redditi da lavoro dipendente o da pensione: l’88 per cento dei contribuenti italiani è infatti composto da lavoratori dipendenti e pensionati e il gettito fiscale che producono è pari al 93 per cento delle entrate. Tutti gli altri pagano solo il 7 per cento. Un vero tecnico partirebbe da questi dati.

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La penisola dei penosi

La Stampa ci informa con entusiasmo che forse, se non piove e se la famosa farfalla di Pechino non sbatte le fatidiche ali, entro primavera si libereranno 7,9 miliardi di fondi strutturali UE che potremo utilizzare per lavoro e sviluppo. Lo chiamano il Jolly Europeo. Io lo chiamo il gioco delle tre carte. Ti fanno vedere 8 miliardi, ma devi puntarne 90, che alla fine della prestidigitazione regolarmente perdi.

I 90 miliardi sono la nostra quota parte (17,9%) nel nuovo fondo salva-stati permanente, il cosiddetto MES (in inglese ESM), che partirà con una dotazione di 500 miliardi. Il MES sarà firmato entro luglio e i suoi 17 governatori supremi (tra cui Mario Monti) potranno chiedere aumenti di capitale in qualsiasi momento e a loro insindacabile discrezione (godendo di immunità totale e di inviolabilità giudiziaria delle loro sedi e dei documenti personali), che dovranno essere corrisposti dagli stati membri con le modalità e con i tempi che loro riterranno opportuni. Tanto che stanno già discutendo di portare la dotazione iniziale a 700 miliardi. Il che, per l’Italia, significa sganciare pressoché sull’unghia circa 125 miliardi di euro.

Questo, però, sui giornali è un dato che non esce mai. Parlano di MES (ESM) come se si trattasse di una partita a tombola con i fagioli. Se dicessero che ci costerà subito 125 miliardi, che potranno diventare 150, 200 o anche di più senza che l’Italia, una volta firmato il trattato, possa minimamente opporsi, questo "fondo salva stati" suonerebbe in maniera altrettanto neutrale? Probabilmente no. Per questo il giornalista servo tace. Ti spiegano solo quello che la tua struttura psicologica può sopportare senza farsi tante domande. Il resto non si dice, ma si fa.

Anche se ce ne danno 8 siamo sempre e comunque in credito di 117 miliardi. Quindi dovete spiegarmi cosa c’è da saltellare di gioia. Con 117 miliardi ci ristrutturavamo casa tanto che la bella Svizzera al confronto sarebbe sembrata una via periferica di Nairobi.

Sempre in tema di referendum, invece, l’Irlanda sta pensando di indirne uno sul Fiscal Compact, la disciplina che obbliga alla costituzionalizzazione del pareggio di bilancio, imponendo pesanti sanzioni ai trasgressori, che secondo molti economisti sarà un suicidio collettivo. Ci sono paesi dove i cittadini sono affetti dal letale morbo della democrazia, una malattia spesso letale che costringe a ficcare il naso continuamente nella cosa pubblica. Ma non vi preoccupate, noi siamo immuni: ratifichiamo qualsiasi cosa e senza scocciare il popolo, dal Trattato di Lisbona al Mes al Fiscal Compact. Siamo ratificatori di professione.

Ma forse, in fondo, facciamo bene. La Grecia voleva fare un referendum ma la Merkel non gliel’ha permesso: fregata! Francia e Olanda hanno fatto un referendum contro la Costituzione Europea, che hanno orgogliosamente bocciato, ma la UE gliel’ha reintrodotta tale e quale nel Trattato di Lisbona: fregate! L’Irlanda ha bocciato con il primo referendum il Trattato di Lisbona, ma gliel’hanno fatto rifare indi ratificare, secondo alcuni non senza qualche broglietto: fregata! I croati sono appena andati al referendum per entrare in Europa, hanno detto sì ma con l’affluenza storicamente più bassa di tutte le tornate elettorali, il 43,5%. Il che secondo i croati pone seri dubbi sulla legittimità della consultazione al punto che molti vorrebbero farla ripetere. Ma entro luglio 2013, ormai, saranno dei nostri: fregati?

Dunque ecco svelato il motivo per cui il nostro Parlamento ratifica senza neppure scomodarsi a dircelo, non c’è nessun complotto: è solo che gli italiani, che saranno anche un popolo di pasticcioni confusionari ma sanno benissimo come impegnare le loro energie solo su ciò che può garantirgli un reale tornaconto. Non perdono neppure tempo in cose che tanto non servono a niente. E un qualsiasi referendum sull’Europa sarebbe una di queste: una inutile formalità da ripetere fino a quando l’esito non è quello voluto.

Abbiamo di meglio da fare. Per esempio, ora è ricominciata L’Isola dei Famosi! Anzi, la Penisola dei penosi.

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lunedì 30 gennaio 2012

The one

Iran: embargo petrolifero UE errore strategico

Roma, 28 gennaio 2012, Nena News – La decisione europea di dichiarare l’embargo sulle importazioni di petrolio dall’Iran «è un errore strategico», ci dice una voce importante della diplomazia iraniana, benché ora fuori dai ranghi. L’ambasciatore Seyed Hossein Mousavian, classe 1957, già capo della commisione esteri del Consiglio di sicurezza nazionale durante la presidenza Khatami, ha guidato tra il 2003 e il 2005 il negoziato tra l’Iran e tre nazioni europee sul dossier nucleare. Dopo l’elezione di Mahmoud Ahmadi Nejad alla presidenza della repubblica è rimasto come consigliere del nuovo negoziatore-capo, Ali Larijani. Nel 2007 però è stato arrestato con l’accusa di spionaggio: si parlò di una lotta di potere dietro le quinte, e l’imputazione è poi caduta; lui però è stato bandito dagli incarichi diplomatici per cinque anni. Oggi Mousavian è visiting professor all’Università di Princeton, negli Stati Uniti. Lo scorso agosto ha rotto il silenzio con una conferenza pubblica in cui sosteneva la necessità del dialogo. In questa intervista con il manifesto, realizzata via e-mail, Hossein Mousavian ammette che l’Iran è ormai in grado di costruire armi atomiche, anche se non ha intenzione di farle (mai finora la «capacità nucleare» è stata ufficialmente ammessa, e in effetti anche qui si tratta di una voce ufficiosa). E continua a sostenere la disponibilità dell’Iran al dialogo.

Come commenta la decisione europea di dichiarare l’embargo sul petrolio dell’Iran e congelare i beni della banca centrale iraniana in Europa? Pensa che le sanzioni spingeranno l’Iran a modificare la sua politica sul nucleare?
Gli europei hanno fatto un grave errore strategico. Potevano giocare un ruolo costruttivo impegnando Tehran nel dialogo: invece, questo gesto ha distrutto le fondamenta delle relazioni tra Europa e Iran nell’ultimo secolo. Le sanzioni, di ogni tipo, danneggeranno l’economia iraniana e i suoi cittadini, ma non spingeranno l’Iran a rinunciare ai suoi legittimi diritti garantiti dal Trattato di Non Proliferazione, che includono l’arricchimento dell’uranio. L’Iran ha subìto sanzioni fin dalla rivoluzione nel 1979, e questo non ha impedito al paese di fare grandi progressi nei campi del nucleare e delle tecnologie chimiche, biologiche e missilistiche.

L’embargo si accompagna allo scambio di minacce circa lo Stretto di Hormuz, mentre si moltiplicano le voci di un possibile attacco militare di Israele agli impianti nucleari iraniani. Anche negli Stati Uniti si parla di «opzione militare». Crede che il rischio di scontro militare sia reale?
Dalle ultime dichiarazioni ufficiali dei ministeri degli esteri e della difesa, l’Iran non minaccia di chiudere lo Stretto di Hormuz. Il rischio di attacco militare è reale, ma confido nel fatto che gli Stati Uniti non lo cercano e sono ben consapevoli che avrebbe conseguenze catastrofiche, che trascinerebbero la comunità internazionale in un caos ingestibile. Gli israeliani? non credo che attaccheranno l’Iran senza il consenso di Washington, e del resto un attacco militare all’Iran minaccerebbe più che mai l’esistenza di Israele. Nondimeno, credo che finché la politica degli Stati Uniti è fondata su «tutte le opzioni sono sul tavolo», la politica iraniana non cambierà. E lo Stretto di Hormuz sarebbe una delle vittime di un attacco militare contro l’Iran.

I cittadini occidentali si sentono dire che l’Iran vuole costruire armi nucleari, e che anche solo un Iran dotato di «capacità nucleare» sarebbe una minaccia inaccettabile. L’Iran è in grado di costruire armi atomiche? E secondo lei, Tehran continua a non volere la bomba atomica?
Posso dire con sicurezza che l’Iran non intende sviluppare armi atomiche. L’Iran è membro del Trattato di Non Proliferazione e non vuole armi nucleari. Non solo: l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, Aiea, ha confermato in numerose occasioni che l’Iran non ha deviato il suo programma nucleare verso scopi bellici – mentre Israele è il solo paese in Medio Oriente che ha armi nucleari e respinge le richieste dell’Aiea e della comunità internazionale. Sì, l’Iran ha raggiunto la capacità nucleare, cioè è in grado di costruire armi atomiche se decidesse di farlo. Avere la capacità però non è in violazione del Tnp. Altri stati membri del Trattato, come il Giappone, la Germania, il Brasile e l’Argentina hanno la capacità di costruire armi atomiche e non per questo sono sotto scrutinio internazionale. Non solo: in un evidente caso di doppio standard, gli Stati Uniti e l’Occidente hanno stabilito relazioni strategiche con stati che hanno armi atomiche e non sono membri del Tnp, come India, Pakistan e Israele. Il fatto è che l’atteggiamento contraddittorio dell’Occidente sulle armi nucleari e di distruzione di massa è un disastro proprio per il futuro della non-proliferazione. Le pressioni e l’ostilità imposti l’Iran sono enormi, senza paragone con quelle fatte alla Corea del Nord: eppure Tehran è membro del Tnp e non ha bombe atomiche, mentre la Corea del Nord si è ritirata dal Trattato e ha armi nucleari. In sostanza, così l’Occidente sta dicendo all’Iran: se devi pagare un prezzo così alto, tanto varrebbe avere la deterrenza – cioè avere la bomba atomica.

In queste circostanze, vede la possibilità di una ripresa del dialogo tra l’Iran e le potenze del Consiglio di sicurezza?
Gli iraniani hanno fatto sapere di essere pronti a colloqui fondati sul mutuo rispetto, anche tra nuove sanzioni, minacce e isolamento. Di recente il ministro degli esteri iraniano Ali Akbar Salehì ha detto che Tehran è pronta a riprendere i colloqui con le sei potenze mondiali, appena saranno concordati luogo e data. I negoziati passati sono falliti perché i P5+1 ndr] non erano disposti a riconoscere i legittimi diritti dell’Iran n base al Tnp, che includono l’arricchimento. Se l’Occidente modifica questa sua posizione irrealistica, l’Iran sarà aperto alla massima trasparenza e a misure di «costruzione della fiducia». Ricordo che gli iraniani di recente avevano offerto di limitare l’arricchimento di uranio al 20% in cambio della fornitura di barre di combustibile nucleare per il Reattore di ricerca di Tehran. Questa offerta è ancora sul tavolo: e se l’Occidente si preoccupa che l’Iran possa arricchire uranio fino al livello necessario per usi bellici, questa offerta dovrebbe rassicurarli. Ancora più importante, c’è il «piano russo step by step», passo dopo passo, che copre tutte le principali richieste dell’Iran, del P5+1, e delle risoluzioni dell’Aiea e del Consiglio di sicurezza. Questo piano comporta l’implementazione del Protocollo aggiuntivo e degli Accordi sussidiari, affronta i «presunti studi militari» e anche la sospensione per un breve periodo procedere a revocare le sanzioni e normalizzare il dossier nucleare iraniano. Sia il presidente Mahmoud Ahmadi Nejad che il ministro Salehi hanno detto che l’Iran è disponibile a discuterne i dettagli. E’ un piano che può portare a una soluzione diplomatica realistica e pacifica. Ma gli Stati Uniti e l’Unione Europea l’hanno respinto.

Nel 2004 lei ha negoziato l’accordo tra l’Iran e tre nazioni europee che ha portato alla sospensione del programma di arricchimento. Tehran in seguito ha denunciato l’accordo: è stata una conseguenza del cambiamento di amministrazione in Iran dopo le presidenziali del 2005, quando è stato eletto il presidente Ahmadi Nejad?
No: dall’inizio, la sospensione del programma di arricchimento accettata da Tehran era un gesto volontario, temporaneo e non vincolante, una misura di «costruzione della fiducia». Sei mesi prima di quelle presidenziali, quando nessuno poteva immaginare che Ahmadi Nejad sarebbe divenuto presidente, avevamo già detto agli interlocutori europei che l’Iran non avrebbe tollerato una sospensione indefinita e che se loro non erano in grado di mandare avanti l’accordo Tehran avrebbe ripreso l’arricchimento a prescindere dalle conseguenze. Il legittimo diritto dell’Iran alla tecnologia nucleare, incluso l’arricchimento, è stata una linea rossa per tutte le amministrazioni iraniane, prima e dopo la rivoluzione, e lo resterà in futuro nonostante pressioni e sanzioni.

Ci può dire perché lei è stato arrestato nel 2007 – e perché dopo le presidenziali nel 2009 ha scelto di lasciare l’Iran, sia pure temporaneamente?
Nell’aprile 2008 la magistratura iraniana mi ha condannato a due anni di carcere, ora sospesi, e a cinque anni di interdizione dalle cariche diplomatiche. Io ho lasciato il paese nel luglio 2009 perché ho deciso di usare questo tempo per dedicarmi al lavoro accademico, ed è ciò che sto facendo come ricercatore alla Princeton University. Quanto alle ragioni del mio arresto, ho deciso allora di mantenere il silenzio e continuerò a farlo.

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Cuba e l'autosufficienza alimentare

A sessantacinque anni Nelson Campanioni è fiero di fare il contadino e non vuole essere trattato da sognatore quando spiega che a Cuba le città possono accogliere distese di orti. Campanioni è il segretario esecutivo del Programma nazionale d'Agricoltura urbana e suburbana, “una rivoluzione agroecologica” secondo lui, che consiste nel moltiplicare le aree agricole e orticole in città, occupando anche i tetti dei palazzi.
Lanciato nel 1997, il piano è uno dei pilastri della strategia di autosufficienza alimentare del presidente Raul Castro. Interessa frutta, verdura, ma anche fiori, piante d'appartamento e piante medicinali, come anche fertilizzanti naturali, con un obiettivo preciso: produrre 300 grammi di verdure e 60 grammi di frutta al giorno per abitante, per 11,2 milioni di cubani. Ad oggi non si è ancora raggiunto nemmeno il 10% di questo obiettivo, a causa della siccità, della burocrazia e dell'embargo americano, come sostiene Nelson Campanioni.
Con 10,5 milioni di tonnellate di verdure prodotte nel 2010, il piano è comunque tornato al suo livello del 2008, quando tre cicloni avevano devastato l'agricoltura cubana, provocando più di un miliardo di dollari di danni. Per mancanza di mezzi, la produzione si fa senza concimi e diserbanti chimici e a causa dell'assenza di macchine agricole e di benzina, il cavallo e il bue danno una mano per i lavori più pesanti. Si tratta dunque di 'biologico per necessità'.
“Tre anni fa c'erano 50.000 fattorie, oggi sono 100.000 ed entro il 2015 speriamo di raggiungere quota 140.000”, spiega Companioni. A qualche chilometro dall'Havana, Alamar con i suo palazzi in stile sovietico accoglie una delle coltivazioni guida del progetto, gestita da una cooperativa. Con i suoi undici ettari, produce ogni anno 400 tonnellate di frutta e verdura per i 100.000 abitanti della zona, una periferia dormitorio della capitale cubana. La preoccupazione principale dell'agronomo capo dell'azienda agricola è il divieto di vendere al di fuori della zona di Alamar.
“Abbiamo bisogno di un sistema di commercializzazione più dinamico” afferma il capo dell'azienda biologica di Alamar, che ripone le sue speranza nel 6° congresso del Partito Comunista che a fine aprile dovrà adottare le misure economiche lanciate dal governo.

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L'autosufficienza alimentare ed energetica dovrebbero essere i pilastri fondanti di ogni programma di governo che si rispetti, altro che le liberalizzazioni di taxi e farmacie... 

Argentina vs Gran Bretagna: la Kirchner punta sulle Malvinas

Dopo la convalescenza dovuta all’operazione subita alla tiroide, la presidente argentina Cristina Fernandez Kirchner, è tornata al lavoro. Davanti all’esecutivo argentino la Fernandez ha subito affrontato quello che nell’ultimo periodo è uno degli argomenti principali nel Paese: il contenzioso con Londra per l’arcipelago delle Malvinas/Falkland.
La presidente argentina non ha esitato e ha chiesto alla Gran Bretagna di accettare di sedersi al tavolo delle trattative e del dialogo per dibattere sulla giurisdizione delle isole.
“Insisteremo con rigore giuridico e diplomatico” continuando a chiedere all’Onu di far applicare la risoluzione per l’inizio dei colloqui. Non solo. La Fernandez ha anche criticato il comportamento britannico dopo le uscite dei giorni scorsi sulla sovranità delle isole.
Certo è che l’arcipelago è seguito con molto interesse sia da Londra che da Buenos Aires, soprattutto per le risorse petrolifere che cela il sottosuolo che dovrebbero aggirarsi intorno agli 8 miliardi di barili. “Londra ci sta depredando del petrolio e della pesca” dicono da Buenos Aires dove le manifestazioni anti-britanniche si moltiplicano con il passare dei giorni. Anche ieri, infatti, centinaia di persone si sono date appuntamento davanti all’ambasciata britannica della capitale argentina e al grido “Fuori gli inglesi dall’arcipelago, fuori gli yankee dall’America latina”.
“Non abbiamo nulla contro il popolo britannico” dice un manifestante che aggiunge “noi siamo contro il sistema politico inglese che ci ha colonizzato per troppi anni”.
Secondo la Fernandez la guerra che 30 anni fa contrappose inglesi e argentini “fu un atto suicida per giovani ragazzi che non erano preparati”.
La polemica, nel trentesimo anniversario della guerra delle Falkland, non sembra poter finire a breve.

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La soluzione sette per cento

I sondaggi danno il MoVimento 5 Stelle in forte crescita, superiore al 7%. Una soluzione venefica per il Sistema che con l'ingresso in Parlamento nel 2013 di 40 cittadini non soggetti ai giochi di potere sarebbe FINITO. Se il M5S fa il 7%, la paura fa 90. Questa previsione ha avuto per i partiti e per i media l'effetto di un elettroshock. I politici e le lobby, non potendo più ignorare un fenomeno imprevedibile, incontrollabile e assente dal programma della P2, sono passati alla fase diffamatoria. Alla ricerca del pelo dell'uovo, di frasi estrapolate dal blog e reinterpretate. Alla caccia di grillini che non si sentono più grillini. I giornali e le televisioni conoscono alla perfezione il loro mestiere di macchine della merda, Feltri con Boffo in confronto era un dilettante. In particolare i quotidiani della sinistra eccellono. Progressisti con il culo degli altri, sanno fare molto bene il loro lavoro di sputtanatori mettendosi su un piedistallo.
La macchina della merda che vede in prima fila vignettisti grandi firme, pennivendoli della Repubblica e dell'Unità, ma anche, in varia misura, di tutti gli altri giornali, si è mossa all'unisono. L'obiettivo, neppure nascosto, è quello di staccare Grillo dall'opinione pubblica e di far rientrare i "bravi ragazzi" del M5S nel recinto progressista, razionale del Pdmenoelle benedetto da Napolitano, ma anche nella nuova destra rosè di Fini che ha diviso il talamo (nella parte di Ruby ) con Berlusconi per vent'anni.
In poche settimane sono stato etichettato prima "evasore" e "terrorista" per una frase quasi banale su Equitalia "Se Equitalia è diventata un bersaglio bisognerebbe capirne le ragioni oltre che condannare le violenze", poi attaccato per una pornostar in lista per il M5S per le prossime comunali a La Spezia (notizia falsa... peccato) dai nostalgici del bunga bunga, quindi additato come razzista per aver scritto che la cittadinanza automatica agli stranieri nati in Italia è oggi un oggetto di distrazione che serve solo ai partiti per prendere voti. A proposito, chi ha scritto la legge "Bossi- Fini", forse proprio Fini? Proprio lui? Io non sono per nulla contrario alla cittadinanza per gli immigrati, ma vanno valutati modi e tempi a livello europeo. Perché invece delle manfrine, delle cittadinanze onorarie, dei banchetti a uso elettorale, non è stata messa in discussione dai partiti a Bruxelles? Meglio le solite sceneggiate del Pdmenoelle con banchetti e abbracci.
"E' il potere dei più buoni" come cantava Gaber "penso alle nuove povertà che danno molta visibilità". Ultima porcata la Tav in Val di Susa, uno spaventoso scempio economico, ambientale, ma soprattutto della democrazia. Per un accenno alla geometrica potenza, mi ritrovo brigatista. Non mi fermerete e soprattutto non fermerete i cittadini. Nel frattempo continuate a scrivere cazzate, è la sola cosa che un servo può fare.

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Per come la vedo io, poco prima delle elezioni salterà fuori qualche balzello legale per eliminare in via preventiva dal Parlamento qualsivoglia movimento popolare.

For whom the bell tolls



Presi a piccole dosi, i Metallica riescono ancora a regalare qualche soddisfazione.
Mortacci ad ogni inflazionamento!

Dove sono finite le rose di Damasco?

A Damasco regna la calma. Una calma  che é solo apparente. Abu Samer, proprietario di un piccolo chiosco, che vende menaish (focacce) nel quartiere centrale di Babtuma, é da mesi ormai che alle sei del pomeriggio torna  a casa.
”Le strade di sera  sono vuote e ritornare tardi diventa  sempre più  pericoloso”, racconta pensando a come farà a pagare i debiti che gli restano, visto che le vendite si sono più che dimezzate da quando é iniziata la rivoluzione.
”I servizi segreti del regime  controllano i vari quartieri della capitale sopratutto le strade che dal centro di Damasco portano verso la periferia”, racconta Yassin, 23 anni, che da mesi ormai non riesce a seguire i corsi alla facoltà di lettere all’Università di Damasco dove é iscritto da tre anni. A marzo gli mancavano solo tre esami per finire e poi si sarebbe dovuto sposare, racconta, ”ma nella rivoluzione non c’é tempo nemmeno per l’amore”, dice ironico.
”Il regime presto cadrà”, é questo un ritornello che accomuna le tante conversazioni avute con alcuni residenti di Damasco,  una certezza questa che però spalanca le porte dell’ignoto o forse dell’inferno.
Abu Ahmad, un impiegato di 50 anni, racconta preoccupato: ”Siamo certi che il regime sta utilizzando le ultime carte a disposizione, ma purtroppo abbiamo anche paura che con la caduta del Ba’ath e di Bashar al-Assad sarà un intero Paese a sprofondare in una guerra che potrebbe essere molto lunga”.
E’ questo quello che pensa la maggior parte delle persone intervistate, soprattutto notando come nelle ultime settimane le notizie che arrivano da Homs e da Hama, le due città più martoriate, assieme a Deraa dall’inizio di questa rivoluzione dieci mesi fa, sono sempre più atroci e drammatiche.
”La situazione si fa sempre più difficile, il caos ormai é dappertutto e la paura di un conflitto civile e’ sempre più reale”, racconta Ahmad, un commerciante di 40 anni mentre Yussef, un suo amico gli ricorda: “Ma siamo gia in una guerra civile non vedi che ad Homs e ad Hama la gente si ammazza tra di loro?”.
Un guerra che si delinea su confini confessionali ma anche e forse soprattutto su divisioni politiche. Appartenenza. ”Non é uno scontro tra sunniti e alawiti”, ci tiene a precisare Khalil Ibrahim, docente di sociologia all’Università di Damasco. ”Bisogna tener presente che la maggior parte della comunità sunnita che vive a Damasco e ad Aleppo, le due grandi citta’ siriane, sono col regime per ovvii interessi economici”.
La maggior parte della gente che vive a Damasco ha parenti o amici ad Hama e ad Homs, e visto che non è cosi facile mettersi in macchina e uscire dalla capitale la maggior parte delle rassicurazioni e delle informazioni passano via telefono, quando l’elettricità e le linee telefoniche  lo permettono. “Cerco di chiamare mia sorella anche più volte al giorno”, spiega Afif, un residente di Damasco che ha una sorella ad Homs. ”Al telefono la conversazione é surreale perché mia sorella non può raccontare niente a parte parlare del meteo e di cosa ha mangiato. Tutte le linee sono controllate ma a me basta sentire la sua voce per capire che lei sta bene”.
Se la maggior parte della gente si arma per difendersi c’é anche, però, chi rifiuta di prendere le armi e continua a manifestare pacificamente.
La sensazione che Bashar al-Assad questa volta non perdonerà spinge molti a continuare la rivolta. “Non abbiamo scelta ci saranno altri morti, ma anche se ci fermassimo adesso ce ne sarabbero altri. Assad non perdonerà nessuno, nel 1982 non sono stati soli i Fratelli Musulmani ad essere uccisi ad Hama, ma anche i loro familiari e i loro vicini e tutti quelli che il regime accusava di collaborare con loro, crisitiani inclusi”. Non ha pietà, il Ba’ath, questo i siriani lo sanno bene ormai.

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Di questo passo l'intero Medio Oriente farà la medesima fine delle rose di Damasco.

Trapassato Scalfaro



Chissà se la prossima campana suonerà per chi sproloquia d'integrità e coerenza.

domenica 29 gennaio 2012

Mondo cane, mondo fame

A Davos i banchieri discutono della fame nel mondo. Il rappresentante dell'Unilever ha detto "Ogni sei secondi un bambino muore di fame. Il numero di persone che soffre la fame è aumentato dopo la crisi, in questi ultimi tre anni". Già, ma chi è il responsabile? Lo spread? I CDS? I derivati? Il fato? O le aziende che producono semi geneticamente modificati e rendono schiave dei loro prodotti intere popolazioni? O gli Stati che vendono armi alle nazioni più povere in cambio delle loro ricchezze? O le industrie che trasformano il grano in biofuel? O i Paesi che comprano terreni agricoli nel Terzo mondo, li fanno coltivare agli autoctoni, per predare quantità enormi di derrate alimentari? O le imprese che distruggono il clima e desertificano la Terra? O la trasformazione di terreni agricoli in allevamenti di carne? O la cementificazione selvaggia del territorio? O l'ipocrisia di chi dà un euro in beneficenza e butta nella spazzatura 10 euro di cibo avanzato?
L'India ha il maggior numero di persone che soffrono la fame. Quale dovrebbe essere la soluzione? Semi OGM Monsanto? Più produzione, stomaci pieni. Eppure, nel Paese più affamato del mondo, hanno avuto la forza di dire no. Il governo ha fatto una moratoria sull'introduzione dell'OGM nell'agricoltura "Non c'è urgenza di introdurre l'OGM con il pretesto della mancanza di cibo", ha detto il ministro indiano per lo sviluppo rurale Jairam Raimesh (*). Grandi industrie come Unilever, Nestlé e PepsiCo stanno aiutando lo sviluppo dell'agricoltura nel mondo con microfinanziamenti, semi e fertilizzanti. Ma in cambio di cosa? E l'ONU a che serve?
Il business della fame è uno dei più redditizi e sicuri del prossimo futuro. Infatti, entro il 2050 la popolazione mondiale aumenterà di altri due miliardi. Quota 9 miliardi. Una bonanza per le aziende produttrici di OGM. Strano un mondo che si preoccupa dello spread, ma ignora la morte per fame di cinque milioni di bambini ogni anno.
(*) fonte FT

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Grecia a sovranità limitata

Nella serata di ieri il Financial Times, ha pubblicato un documento scioccante, che potrebbe intitolarsi “nuovo meccanismo di sorveglianza sulla Grecia”. Stando al giornale, la Germania lo ha fatto circolare tra i membri dell’Eurogruppo, venerdì pomeriggio e il testo tedesco esprime la piena sfiducia di Berlino nella capacità del governo greco di ottemperare, ancora una volta, come scritto nel documento, agli obiettivi fissati per il 2011. A tal fine si propongono “elementi istituzionali innovativi”, come scritto. Questi sono la priorità del debito, ovvero l’impegno, da parte della Grecia, che le entrate dello Stato siano indirizzate prima alla soddisfazione dei creditori e solo dopo alle linee di spesa nazionale; l’altra proposta è il trasferimento della sovranità finanziaria a un commissario europeo scelto dall’eurogruppo, il quale dovrà esercitare, attraverso lo strumento del veto sulle decisioni del governo di Atene, controllo finanziario per un periodo di tempo non altrimenti determinato. Il tutto dovrà essere assicurato attraverso la legislazione greca, preferibilmente a livello costituzionale.

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I nazisti sembrano dei principianti a confronto con l'attuale governo cristiano-democratico tedesco, chissà che menti sopraffine ci sono dietro.

Pari sono

Mentre l'italietta delle sottili analisi linguistiche è impegnata a valutare se rimuovere la pagliuzza dall'occhio di Michel Martone, e mentre si sprecano grandi energie investigative per scoprire tutti i segreti del suo cv, le travi oscillano paurosamente sulle nostre teste. Non siate superficiali e non scambiatemi per un anti-europeista. Io sono solo uno dei tanti cittadini presi in giro dalla leggenda delle grandi democrazie liberali. Sono solo uno stanco di ascoltare favole e in ognuna delle tante sere ormai piovose mi metto intorno al fuoco della rete per raccontarvi un'altra storia: quella delle oligarchie che lasciano il popolo ad azzuffarsi sull'opportunità o meno di avere il pane anche la domenica, ma sulle cose da grandi decidono loro. In silenzio.

 Intendiamoci: può anche starvi bene così. Può essere che la responsabilità di decidere quello che un giorno i libri di storia scriveranno, se dopo di noi resterà ancora una storia, sia un peso eccessivo che non volete sopportare. Può essere che la tentazione di lasciare ad altri il compito di scegliere al vostro posto, con tutto il peso e la fatica che questo comporta, sia tutto sommato irresistibile. Può anche darsi che in fondo sia legittimo decidere che non siamo tartarughe e che non possiamo reggere il peso del mondo sulle nostre spalle. Ma allora lo dobbiamo dire forte e chiaro. Basta non prendersi in giro. Una democrazia come quella in cui viviamo è forse un passo avanti rispetto alle forme di governo nelle quali è negato perfino il diritto di parola, ma volendo grattare via un po' di vernice dalla carrozzeria potremmo anche domandarci a cosa serve avere il diritto di parlare se a fargli da contraltare poi non esiste anche un diritto ad ascoltarle, queste parole. Perché di parole siamo sommersi, comprese le mie, ma quelle che possono essere ascoltate lo decidono i giornali, le radio e soprattutto le televisioni. E sono sempre le stesse.

 Ma potremmo anche domandarci quante differenze reali ci siano fra il periodo delle aristocrazie nobiliari e quello delle élite affaristico-intellettuali che decidono di cambiare un governo in due giorni e non solo hanno il potere di farlo, ma anche quello di convincere il contadino che lo hanno fatto per il suo bene. Credete forse che al tempo dei faraoni si vivesse in un'era fatta di soprusi quotidiani, dove la vita valeva sempre e comunque meno di zero? Sbagliate: nell'antico Egitto gli schiavi che lavoravano alle piramidi avevano garanzie, protezioni e diritti che rivendicavano in maniera organizzata. Forse non avevano molte altre scelte rispetto al loro ruolo sociale se non costruire piramidi, è vero. Ma perché, scusate: oggi un operaio della Fiat, al quale Marchionne sta togliendo perfino il diritto di contrattare condizioni di lavoro meno sfavorevoli, cosa può fare se non andare in fabbrica e sperare di non perdere il lavoro? E andate a dirlo a tutti i giovani e gli anziani morti sotto le presse, nelle cisterne, negli incendi, in quelle che chiamano morti bianche e che ogni anno presentano un conto da guerra civile: chiedetelo a loro quali alternative avevano rispetto all'accettazione supina di condizioni di sicurezza precarie. Oltre il 90% dei cittadini di una "grande democrazia liberale", compresi quelli che vivono nel "grande sogno americano" dove chiunque può diventare milionario, non hanno alcuna chance di abbandonare la loro classe sociale: nasci operaio e ci muori; nasci contadino e ci muori, con una precisione da orologio svizzero. Puoi anche provare a fare l'avvocato, se vuoi, ma le probabilità di farlo con un certo grado di successo anziché soccombere di fronte agli studi professionali di tutti i Martone d'Italia, continuando a fare lo schiavo in un settore diverso, sono estremamente basse.

 Credete che la guerra in Iraq e in Afghanistan l'abbiano decisa forse i cittadini americani? Pensate forse che abbiano esplicitamente votato, per andare ad esportare la democrazia in tutto il mondo? O pensate invece che possano essere stati indotti ad accettare l'inevitabilità di una sceltra politicamente trasversale, indipendente dal risultato elettorale e quindi fuori da ogni garanzia di controllo democratico? Allo stesso modo, chi di voi crede realmente di avere mai votato per la costruzione degli Stati Uniti d'Europa, a fronte di un dibattito pubblico approfondito che ne illustra vantaggi e svantaggi, mettendo in grado un popolo di scegliere se cedere o meno la propria sovranità nazionale?

 No, non l'avete scelto. Lo sapete bene. Siete talmente poco "informati" che credete perfino che "informarsi" non valga la pena, che la costruzione di organismi indipendenti da tutto e da tutti come il MES, così come la nascita di un apparato militare unico o della Forza di Gendarmeria Europea o l'introduzione di una sostanziale licenza di uccidere durante le sommosse, contenuta nel Trattato di Lisbona votato segretamente a Ferragosto 2008, siano temi poco interessanti, quisquilie, o viceversa temi troppo complessi, da demandare a chi ne sa di più.

 Ecco: nel momento esatto in cui pensate di non capirne abbastanza per rivendicare il vostro diritto ad essere informati, nel momento preciso in cui nella vostra testa prende forma il fatidico pensiero: "Ma sì, se lo dicono loro, in fin dei conti, sarà una cosa buona. Lasciamoli fare, che ne sanno di più...". Ecco, in quel momento lì la vostra grande democrazia liberale e una qualsiasi altra organizzazione sociale dall'antico Egitto fino all'ottocento, più o meno, pari sono.

Fonte.

Per farla breve la democrazia non esistente perché la gente non ha voglia di sbattersi per "partecipare" alla vita pubblica. Del resto, l'uomo cova in se una dose di pigrizia notevole e per di più viene allevato nella pigrizia mentale più totale, non a caso una vaccata come il calcio spopola da decenni.

Face without soul

La Valsusa non si arresta. Torino, cronaca della manifestazione

La val Susa cala a Torino in una giornata d’inverno, la prima di quest’anno. Ma anche la città è uscita, un po’ ma non troppo, di casa, ed è andata a manifestare. Sotto una gelida nevicata circa cinquemila manifestanti  – diecimila secondo gli organizzatori – hanno marciato nelle vie centrali di Torino per esprimere indignazione contro la recente ondata repressiva che ha colpito il movimento. Ventisei ordini di custodia per provvedimenti accaduti sei mesi fa. Alcuni eseguiti ai danni di uomini simbolo della parte più popolare e non violenta del movimento.
Alle due del pomeriggio il corteo partiva dalla stazione Porta Nuova e dopo aver attraversato via Roma giungeva in piazza san Carlo. Qui si fermava sotto la sede di Intesa san Paolo, una delle banche maggiormente coinvolte nella vicenda Alta Velocità, nonché la padrona della città per mezzo del suo debito. I manifestanti si sono avvicinati al portone d’ingresso ma sono stati respinti, senza alcun uso di violenza, da parte delle forze dell’ordine. Nonostante le numerose maschere nere sui volti si capiva in quel momento che la manifestazione sarebbe stata determinata e pacifica. Dopo il potere finanziario era il momento di quello politico e quindi sotto le finestre della Regione Piemonte venivano scaricate alcune cassette di macerie e lacrimogeni provenienti dal cantiere di Chiomonte. Il corteo terminava in piazza Vittorio dopo aver attraversato la centralissima via Po. Nella piazza più grande di Torino prendevano la parola i rappresentanti dei gruppi colpiti oggi dai provvedimenti giudiziari: Rifondazione Comunista, il Comitato di lotta popolare di Bussoleno ed il Fai. Molte voci per un unico messaggio: non si farà un passo indietro nonostante la repressione. Di fatto la manifestazione ha dimostrato la capacità di mobilitazione immediata per circa cinquemila manifestanti in condizioni climatiche estreme. Numeri che Torino non vede nemmeno durante gli scioperi generali.
Al termine degli interventi il blocco più giovanile mal accettava la conclusione pacata della manifestazione e si organizzava per un contro corteo che ricalcasse la via del ritorno. Il movimento però si sfilava. Un piccolo confronto con forze dell’ordine che indietreggiavano era quindi il massimo momento di tensione di una giornata simile ad altre che costellano la storia ventennale del lotta contro l’alta velocità. Il prossimo appuntamento, decisamente più solido, è in programma per il ventisei febbraio. Nel periodo che intercorre con questa data dovrebbero iniziare le famose procedure di esproprio dei terreni appartenenti ai Notav. Si tratta di circa mille lotti per i quali si preannuncia una dura battaglia legale.

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I pensionati (ma non solo loro)

"Questa mattina ho avuto una discussione con mio padre 61 anni, andato per sua fortuna in pensione da qualche mese. Il suo distacco dalla realtà mi ha lasciato senza parole! Mi ha chiesto come andava il lavoro e gli ho risposto "Questo mese le entrate sono state basse e i costi sono sempre quelli, la banca non mi concede il finanziamento se non ad un tasso altissimo", non so se ce la faccio. Mio padre "Vedrai che adesso si mette tutto a posto. Monti ha fatto i miracoli in due mesi, vedrai che mette a posto tutto quello che ha fatto Berlusconi". Io "Papà la pensione ti fa male meglio se lavoravi fino a 80 anni come dovrò fare io". Gli ho spiegato che le banche hanno i soldi da darci, ma non ce li danno perchè devono sistemare tutti i loro casini. Lui "Ma perchè devi sempre essere cosi pessimista, hai la stessa mentalità di Berlusconi (offesa enorme), guarda lo spread con Monti è intorno ai 400 con Berlusconi sopra i 500". Vede Monti come il salvatore... si papà, ma delle banche, non dell'attività di tua figlia e del suo futuro... e neanche dei nipoti che non avrai... è triste per me spiegare a mio padre cosa stiamo vivendo noi giovani ed è ancora più triste che faccia parte di quella bolgia di persone che leggono tutte le mattine tre quotidiani comprati tassativamente in edicola ''Corriere della sera'' ''Repubblica'' ''Unità''.. ecco la sua informazione... che tristezza...".

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Mi capita spesso di ascoltare le medesime stronzate al mattino da gente che la pensione la vede ancora dal lontano, o non la vede proprio.

Italiani, gente cretina.

L’altro Vaticano: truffe, furti nelle ville pontificie e fatture contraffatte

Furti nelle ville pontificie coperti dal direttore dei Musei Vaticani, monsignor Paolo Nicolini. E poi fatture contraffatte all’Università Lateranense a conoscenza addirittura dell’arcivescovo Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per l’evangelizzazione. E ancora: interessi del monsignore in una società che fa affari con il Vaticano ed è inadempiente per 2,2 milioni di euro. Ammanchi per centinaia di migliaia di euro all’Apsa – rivelati dal suo stesso presidente – e frodi all’Osservatore, rivelate da don Elio Torregiani, ex direttore generale del giornale. C’è tutto questo nella lettera che Il Fatto pubblica oggi. I toni e i contenuti sono sconvolgenti per i credenti che hanno apprezzato gli appelli del Papa. “Maria ci dia il coraggio di dire no alla corruzione, ai guadagni disonesti e all’egoismo” aveva detto nel giorno dell’Immacolata del 2006 Ratzinger.

EPPURE il Papa non ha esitato a sacrificare l’uomo che aveva preso alla lettera quelle parole: Carlo Maria Viganò, l’arcivescovo ingenuo ma onesto, approdato alla guida dell’ente che controlla le gare e gli appalti del Vaticano. La lettera di Viganò è diretta a “Sua Eminenza Reverendissima il cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato della Città del Vaticano”, praticamente al primo ministro del Vaticano. Quando scrive a Bertone è l’8 maggio del 2011, Viganò è ancora il segretario generale del Governatorato. Ed è proprio dopo questa lettera inedita, e non dopo quella del 27 marzo già mostrata in tv da Gli intoccabili, che Viganò viene fatto fuori. La7 si è occupata mercoledì scorso della lotta di potere che ha portato alla promozione-rimozione di Viganò a Nunzio apostolico negli Usa. L’arcivescovo-rinnovatore aveva trovato nel 2009 una perdita di 8 milioni di euro e aveva lasciato al Governatorato nel 2010 un guadagno di 22 milioni (34 milioni secondo altri calcoli). Nonostante ciò è stato fatto fuori da Bertone grazie all’appoggio del Papa e del Giornale di Berlusconi. A questa faida vaticana è stata dedicata buona parte della trasmissione condotta da Gianluigi Nuzzi che, nonostante lo scoop, si è fermata al 3, 4 % di ascolto. In due ore sono sfilati anche il direttore del Giornale Alessandro Sallusti, un uomo del Vaticano in Rai, Marco Simeon e il vice di Viganò al Governatorato, monsignor Corbellini. Sono state poste molte domande sulle lettere scritte prima e dopo ma non su quella dell’ 8 maggio che è sfuggita agli Intoccabili. Peccato perché proprio in questa lettera si trovano storie inedite che coinvolgono nella parte di testimoni o vittime di accuse anche diffamanti, gli ospiti di Nuzzi.


E PECCATO anche perché nella lettera ci sono molte risposte (di Viganò ovviamente) ai quesiti posti da Nuzzi. Tipo: chi è la fonte del Giornale che ha scatenato la polemica tra Viganò e i suoi detrattori? Oppure: perché Viganò è stato cacciato? Probabilmente dopo la lettera che pubblichiamo sotto era impossibile per il Papa mantenere Viganò al suo posto. Il segretario del Governatorato non scriveva solo di false fatture e ammanchi milionari. Non lanciava solo accuse diffamatorie sulle tendenze sessuali dei suoi nemici ma soprattutto metteva nero su bianco i risultati di una vera e propria inchiesta di controspionaggio dentro le mura leonine. E non solo spiattellava i risultati, (tipo: la fonte del Giornale è monsignore Nicolini che vuole prendere il mio posto. O peggio: Monsignor Nicolini ha contraffatto fatture e defraudato il Vaticano) ma sosteneva che le sue fonti erano personaggi di primissimo livello come don Torregiani, monsignor Fisichella e monsignor Calcagno.

Infine minacciava: “I comportamenti di Nicolini oltre a rappresentare una grave violazione della giustizia e della carità sono perseguibili come reati, sia nell’ordinamento canonico che civile, qualora nei suoi confronti non si dovesse procedere per via amministrativa, riterrò mio dovere procedere per via giudiziale”. Una minaccia ancora valida nonostante l’oceano separi l’arcivescovo dalla Procura. Anche perché il telefonino di Viganò continua a squillare a vuoto.

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L'altro Vaticano... ma c'è qualcosa di diverso oltre lo schifo in questa parassitaria struttura di potere?

Janie's got a gun



Gli Stati Uniti hanno ragione d'essere giusto per un po' di musica.

Eccovi gli Stati Uniti d'Europa

Mario Monti è lì per costruire l’Europa unita. Politicamente unita, sfruttando le condizioni propizie per la cessione della nostra sovranità. La persegue lui, la persegue Draghi, la persegue la Merkel, Papademos, la perseguono tutti tranne i popoli, che ogni volta cui è stato concesso di esprimersi sul tema hanno bocciato il progetto. Un referendum in Irlanda ha bocciato il Trattato di Lisbona. I referendum francesi e olandesi hanno bocciato la nuova Costituzione Europea. Ogni volta che questo accade, la UE trova un modo nuovo per aggirare la volontà popolare. La Costituzione Europea, gettata dalla finestra, è rientrata dalla porta dentro al Trattato di Lisbona. L’Irlanda è stata costretta a ripetere il referendum e a votare sì. In Grecia, il referendum sull’austerity è stato impedito dalle banche prima ancora di riuscire ad essere indetto. Come dice Nigel Farage: l’Europa conosce solo due risposte possibili alle consultazioni popolari: “Sì” e “Sì, per favore!”.
 In Italia un referendum sulla questione è tabù. Nessuno lo chiede. Nessuno lo concede. Il Trattato di Lisbona è stato ratificato dal Parlamento a Ferragosto del 2008, quando la gente era ebbra di vino. Una questione di mera precauzione, quasi inutile. Se lo avessero ratificato in qualsiasi altro giorno sarebbe stato lo stesso: i media avrebbero parlato della Champions o degli acquisti di Natale in forte calo.

 Mercoledì scorso, nel silenzio generale, il Parlamento italiano all’unisono ha conferito a Mario Monti il mandato ufficiale di costruire Gli Stati Uniti d’Europa. Un passaggio di consegne dopo le dimissioni del professore dalla Commissione Trilaterale, che lo impegnava allo stesso obiettivo. Nessuno vi ha chiesto niente. Siamo una democrazia rappresentativa, è vero, ma sulle questioni di grande interesse – e questa non può che esserlo – una vera democrazia consulta il popolo. Noi invece siamo considerati incapaci di comprendere. Forse per questo nessun dibattito pubblico è stato alimentato sul tema. Meglio Schettino e i plastici della Concordia.
 Le mozioni presentate sono state approvate tutte, tranne quella della Lega Nord. Tutte hanno impegnato il governo a rafforzare i trattati europei e a costruire una unione fiscale, economica e in molti casi anche politica. Ora non possiamo più dire che Monti persegua i suoi obiettivi. Persegue quelli del Parlamento, cioè i vostri. Siete stati unificati a vostra insaputa. Forse è una cosa buona, dopo tutto. Da oggi potrete chiedere due etti di bologna a un salumiere di Berlino senza essere guardati male.
 La mozione della Lega chiedeva al Governo di costringere l’EBA, l’autorità bancaria europea, a tornare sui suoi passi per quanto riguarda le norme sulla capitalizzazione che rende povere le nostre banche, con evidenti ricadute sulla nostra economia, e ricche quelle tedesche. Spiego bene cosa significa nel video. Una proposta che ha rimediato 53 sì e 400 no. Al Parlamento italiano non interessa se Unicredit è costretta alla ricapitalizzazione, finendo per addebitala sui nostri conti correnti. Del resto decide il PDL, il partito che era al governo quando l’EBA, nell’assenza totale dell’Italia da ogni tavolo di lavoro, prendeva questa decisione assolutamente iniqua.
 Ma è proprio Angelino Alfano, a sorpresa, che dopo avere parlato del “Grande sogno degli Stati Uniti d'Europa”, conferma che questo loro sogno per il popolo si è sempre rivelato un incubo.

“ Presidente del Consiglio, se chiediamo a un nostro concittadino se per lui l’Europa ha un mercato, qualunque nostro concittadino ci risponderebbe che un mercato lo ha; se chiediamo a qualunque nostro concittadino se l’Europa ha una moneta, qualunque nostro concittadino ci risponderebbe che ha una moneta, l’Euro; se chiediamo a qualunque nostro concittadino se l’Europa ha un popolo ed è un popolo, credo che qualunque nostro concittadino ci risponderebbe di no, che l’Europa non ha ancora un popolo. È questo l’insegnamento di questo decennio, l’idea, cioè, che il mercato e la moneta non sono in grado di costruire un popolo. […] E forse anche per questo, quando a ratificare i Trattati sono stati chiamati i Parlamenti, i Trattati sono stati ratificati immediatamente, ma quando a ratificare i Trattati sono stati chiamati i popoli europei con i referendum confermativi l’Europa ha preso e ha subito gran dispiaceri ”.

E subito dopo chiede “la rapida entrata in funzione dell'European stability mechanism (Esm)”,  in italiano il MES , “migliorato quanto a modalità di azione e a quantità di risorse”. Come se 125 miliardi di euro da sganciare sull’unghia per gli italiani non fossero già abbastanza, e come se la totale impunità e inviolabilità delle sue sedi e dei documenti personali dei suoi governatori (tra cui Mario Monti) fossero garanzie ancora troppo deboli.

 L’Italia dei Valori, viceversa, prima di impegnare il Governo a “un rafforzamento delle politiche di coesione europea con misure e provvedimenti che delineino una vera unione politica del continente”, ci spiega che la crisi iniziata il 7 luglio 2007 con il crollo dei mutui subprime era sostanzialmente una crisi del debito privato, e che dopo l’iniezione di liquidità per oltre 6 mila miliardi di cui hanno beneficiato le banche (ma Bloomberg ha svelato recentemente che solo la FED, di nascosto, ha pompato più di 7700 miliardi di dollari a tutte le istituzioni bancarie americane), queste ultime hanno deciso di reinvestire nei debiti sovrani, che erano più sicuri. “Ma”, aggiunge la mozione presentata da Massimo Donadi, “essendo i tassi pagati dagli Stati molto bassi, si è pensato di operare un attacco speculativo sui debiti sovrani dei Paesi dell'Unione europea ritenuti più deboli, obbligando questi ultimi ad alzare i loro tassi di interesse”.
 Erano i tempi del colpo di spread e del "Fate presto!" del Sole 24 Ore. I tempi della fulminea ascesa di Mario Monti. Quelli in cui tutti erano d'accordo che non c'era il tempo di restituire la parola agli elettori. I tempi in cui la crisi indotta rendeva il momento propizio per proseguire nella cessione di parti di sovranità nazionali.
 Da 48 ore, in ogni caso, l’Italia ha impegnato il suo presidente del Consiglio a perseguire il “Grande sogno degli Stati Uniti d’Europa”.  Ma per non “dare subito gran dispiaceri” alla UE, direbbe Alfano, a voi non è stato detto niente.

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Della serie, la crisi che non c'è e il fascismo che non se n'è mai andato.

L'Europa della Goldman Sachs



La BCE ha erogato 498 miliardi di euro alle banche europee al tasso dell' 1% per tre anni. A fine febbraio è previsto un altro mega prestito di 400 miliardi alle stesse condizioni. Lo scopo dichiarato è nobile, far ripartire l'economia con finanziamenti alle imprese. I soldi sono ovviamente nostri, pagati attraverso l'aumento dell'inflazione e la sottrazione di agevolazioni degli Stati all'economia reale. Ricordo di passaggio che il sistema bancario è sostanzialmente parassitario e, senza un tessuto produttivo, non esisterebbe. Al più i banchieri potrebbero giocare a Monopoli con Monti e Draghi con banconote finte.
898 miliardi di euro sono una cifra colossale. Le piccole e medie imprese dovrebbero fare quindi salti da canguro, le loro sofferenze finanziarie sono finalmente finite. E presentarsi in banca per un fido, un prestito temporaneo, un piccolo finanziamento, per pagare Equitalia, per dare le tredicesime almeno un mese dopo. Mi pare di vederli, partite iva, capi azienda, piccoli proprietari, allegri come un italiano in gita, correre agli sportelli di Unicredit, IntesaSanPaolo, Monte dei Paschi di Siena, che insieme hanno prelevato circa 35 miliardi dalla BCE a gennaio, per vedersi il solito gentile rifiuto con il solito untuoso sorriso di compatimento. I soldi (nostri) le banche ovviamente se li tengono. Qualcuno ne dubitava? Le banche li investiranno in titoli di Stato, che le remuneranno con il 6/7%, e per coprire investimenti sbagliati che le hanno lasciate senza liquidità. I nostri soldi (la BCE è solo un tramite) serviranno quindi a far guadagnare senza alcun rischio le banche e a piazzare titoli pubblici senza valore. Nel frattempo le aziende chiudono, le persone sono licenziate, le famiglie perdono le case perché non riescono a pagare le rate del mutuo, gli imprenditori si suicidano.
Se invece che alle banche italiane il prestito all'1% per tre anni, che si aggirerà alla fine a circa 100 miilardi (nella prima rata hanno prelevato circa 50 miliardi) fosse stato erogato alle imprese l'Italia sarebbe già ripartita. Caro Rigor Mortis, a quando la liberalizzazione delle banche italiane, tra le più care d'Europa? L'Italia fallisce mentre i banchieri brindano.

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venerdì 27 gennaio 2012

Una soluzione di buon senso

Pubblico un articolo di Giovanni Sartori dal Corriere di oggi sul tema dell'immigrazione.

"...l’esplosione demografica dell’Africa è già avviata; e siccome gli affamati non cercano la salvezza tra altri affamati, è piuttosto ovvio che un numero sempre crescente di povera (poverissima) gente cercherà la salvezza in Europa. È un problema che sinora abbiamo affrontato in chiave ideologica (di razzismo o no), che è un modo di renderlo insolubile o comunque mal risolto. Ma due giorni fa Beppe Grillo lo ha inopinatamente risollevato. Tanto vale, allora, ricominciare a pensarci. E avrei un’idea, una proposta." Giovanni Sartori (dal Corriere della Sera).

Un’idea, una proposta
Non sappiamo se l’Europa verrà sottoposta nei prossimi anni a migrazioni bibliche a seguito della "primavera araba" che senza dubbio ha rotto le dighe che sinora la frenavano. Il fatto è che l’esplosione demografica dell’Africa è già avviata; e siccome gli affamati non cercano la salvezza tra altri affamati, è piuttosto ovvio che un numero sempre crescente di povera (poverissima) gente cercherà la salvezza in Europa.È un problema, questo, che sinora abbiamo affrontato in chiave ideologica (di razzismo o no), che è un modo di renderlo insolubile o comunque mal risolto. Ma due giorni fa Beppe Grillo lo ha inopinatamente risollevato. Tanto vale, allora, ricominciare a pensarci. E avrei un’idea, una proposta.
Inghilterra e Francia sono a oggi i Paesi più "invasi" (anche per via della loro eredità coloniale) e oramai accomodano una terza generazione di immigrati da tempo accettati come cittadini. La sorpresa è stata che una parte significativa di questa terza generazione non si è affatto "integrata". Vive in periferie ribelli e ridiventa, o sempre più diventa, islamica. Si contava di assorbirli e invece si scopre che i valori etico-politici dell’Occidente sono più che mai rifiutati.
Che senso ha, allora, trasformare automaticamente in cittadini tutti coloro che nascono in Italia, oppure, dopo qualche anno, chi risiede in Italia?


Quanti saremo?
Questa è stata, finito il comunismo, la tesi della nostra sinistra, sostenuta dall’argomento che chi lavora e paga le tasse in un Paese si paga, per ciò stesso, il diritto di cittadinanza. Ma non è così. Le tasse pagano i servizi (polizia, pompieri, manutenzione delle strade e simili) dei quali qualsiasi residente usufruisce e che non paga, o meglio che paga, appunto, pagando le tasse.E vengo alla mia idea. Da sempre il diritto di cittadinanza è fondato sui due principi del ius soli (diventi cittadino di dove nasci) oppure del ius sanguinis (mantieni la cittadinanza dei tuoi genitori). Vorrei proporre un terzo principio: la concessione della residenza permanente trasferibile ai figli, ma pur sempre revocabile. Chiunque entri in un Paese legalmente, con le carte in regola e un posto di lavoro non dico assicurato ma quantomeno promesso o credibile, diventa residente a vita (senza fastidiosi e inutili rinnovi). In attesa di scoprire quanti saremo, se li possiamo assorbire o meno, questa formula dà tempo e non fa danno. Certo, se un residente viene pizzicato per strada a vendere droga, a rubare, e simili, la residenza viene cancellata e l’espulsione è automatica (senza entrare nel ginepraio, spesso allucinante, della nostra giurisprudenza).
Insisto: l’inestimabile vantaggio di questa formula è che dà tempo. Quanti saremo? Quale sarà il punto di saturazione invalicabile? L’unica privazione di questo status è il diritto di voto; il che non mi sembra terribile a meno che i residenti in questione vogliano condizionare e controllare un Paese creando il loro partito (islamico o altro). Se così fosse, è proprio quel che io raccomanderei di impedire.
 Fonte.

Tav, Tir, forconi. Il governo di unità nazionale di fronte al problema dell’uso della forza

Il procuratore capo Giancarlo Caselli ha provato a rappresentare l’operazione di polizia ai danni del movimento no-tav come una sorta di provvedimento neutro che non criminalizza la protesta. Al netto del gergo da magistrato, e della cura che storicamente Caselli adopera nell’uso di un linguaggio orecchiabile verso l’opinione pubblica di centrosinistra, ci sono dei segnali da cogliere in questo genere di operazione di marketing.
Il primo è tutto legato al contesto della lotta per la tav. E’ il consueto (stavolta vano) tentativo di spaccare, dopo una serie di provvedimenti giudiziari, un movimento e di impedire che la solidarietà nei confronti degli arrestati rafforzi la protesta contro un mostro di acciaio e cemento legittimato solo dai fatturati che può generare. E’ una premura, nell’uso del linguaggio da parte di Caselli, che è marketing giudiziario che deve andare, in ultima istanza, tutto a vantaggio delle cooperative del Pd e delle grandi ditte appaltatrici che temono l’impantanarsi del progetto. Quando si dice che la magistratura non è autonoma dalla mistica delle grandi opere e dei loro flussi di finanziamento: Caselli parla in termini diplomatici, non solo per salvaguardare l’autonomia del giuridico nella lotta politica (stavolta il Pdl non protesterà) ma per neutralizzare l’opinione pubblica, riducendo così il rischio di impresa nella tentata attivazione di 22 miliardi. Il secondo segnale, nel linguaggio di Caselli, è tutto rivolto al contesto nazionale dell’ordine pubblico. Che è tutt’altro che pacifico con rischi di pericolosa precipitazione per la tenuta del governo di unità nazionale.
Si tratta di un tipo di governo che in questo paese abbiamo già visto: il governo Andreotti ‘76-79 con il decisivo appoggio esterno del Pci e con Napolitano capo delegazione del partito guidato da Berlinguer per i rapporti con l’esecutivo. A differenza di allora, al netto quindi di Napolitano, il governo di unità nazionale ha però solo l’appoggio della propaganda dei media generalisti e il voto in parlamento. Manca cioè di quell’appoggio infrastrutturale, organizzazione dei partiti come dei sindacati e del mondo delle associazioni, in grado di fare tessuto connettivo con la società governando le frizioni più gravi con quei settori sociali strategicamente condannati dalle politiche di una grande coalizione.  In poche parole, non c’è nessuno sul campo, dove si esercitano i conflitti più acuti, a difendere il governo e a prendere le sue parti. Sul campo ci sono solo i giornalisti e le volanti. Di fronte ad un’assenza così grave di consenso diffuso, ed organizzato, nei confronti di un governo che carica a testa bassa settori interi di società non bastano quindi i sondaggi e la spettacolarizzazione degli indici di gradimento del presidente del consiglio.
Manca, come allora, un Luciano Lama che si immola sulla piazza, una Cgil che fa una svolta dell’Eur, abbandonando progressivamente la difesa del salario, per prendersi in carico la difesa del capitalismo in Italia. La Camusso che ruggisce contro gli autotrasportatori a giorni alternati è solo un eco lontanissimo ai caselli autostradali occupati, nelle pagine dei giornali e figuriamoci sui social network. L’ordine pubblico in questi casi, come Caselli sa, non può essere gestito con gli squilli di tromba ordinati dal questore prima delle cariche. Non c’è consenso verso il governo, non c’è strutturazione della società civile che gli sia favorevole, c’è una società frammentata che però può coalizzarsi contro l’esecutivo in caso di repressione spettacolare. Non a caso fino ad adesso sia in Sicilia che verso gli autotrasportatori si è proceduto con una certa cautela. Persino gli incidenti tra polizia e pescatori davanti a Montecitorio, per quanto non siano mancate le manganellate contro persone che erano a mani nude, rientrano dal punto di vista del Viminale entro la logica della gestione cautelare delle proteste.
Perché problema vero è che il combinato dei decreti Monti, e di enormi problemi sociali che si sono sedimentati nel corso degli ultimi anni, non provoca tanto la protesta delle “corporazioni” (fa veramente presto il capitalismo a rappresentare come medievale ogni categoria che gli si oppone con il lessico delle “corporazioni” e dei “privilegi”) ma la reazione di qualsiasi componente organizzata nella società o comunque semplicemente dotata di un‘opinione sul mondo. E si tratta di una reazione frutto di una sovrapposizione, come abbiamo visto in Sicilia, tra aggregati sociali e politici molto diversi. L’utopia delle “riforme” del liberismo, importata in Italia per via europea e con zelo coloniale, vorrebbe una società formata da imprese che “concorrono” e da individui che si adattano positivamente. Giusto Herbert Spencer nell’ottocento poteva pensare esistenza e funzionalità sociale di una simile empatia tra mercato, norma e società. Dietro i decreti Monti, che scompongono reddito e forme di vita, c’è un genere di reazione anche scoordinata, di settori di società anche diversi tra loro,  che se permane può portare ad una ingovernabilità di fatto. Senza strutture sociali d’appoggio convinto al governo , come durante l’unità nazionale degli anni settanta, la società può avvitarsi in una dinamica centrifuga ingovernabile nonostante i moniti di Napolitano. E con l’ingovernabilità elevata non si fanno profitti. Come sanno le aziende in crisi a causa del blocco dei trasporti.  Quindi, come sanno Caselli e la ministro Cancellieri, è il caso di frasi e comportamenti misurati per non alimentare il mostro. Perché l’eventuale ingovernabilità di un paese, una volta scatenata, non la si neutralizza con i sondaggi e neanche con uno spettacolo a settimana di una catastrofe come quello della Costa Concordia. Nel frattempo però alla ministro degli interni è arrivata una telefonata dall’Ue, riportata dalle agenzie. L’Ue, come si nota, parla direttamente al ministro degli interni e non al presidente del consiglio. Chiede  il ripristino immediato dell’ordine in materia di trasporti. Vedremo se prevarrà  la prudenza dei Caselli e delle Cancellieri o la necessità di mettersi sull’attenti in nome dell’ “Europa”.  In quel caso il neoliberismo italiano non avrebbe altre soluzioni che ripescare le politiche del vecchio liberalismo politico dei governi Rudinì e Pelloux: prima contenere, anche ferocemente, le masse poi si vedrà. Nel caso, appunto, auguri: l’Italia dell’inizio del XXI secolo non è comunque quella della fine del XIX. Ma queste sono cose che il linguaggio ufficiale della politica italiana non conosce. E’ troppo intento a disseminare concetti di “liberale” e “liberalizzazioni” come il classico inquinatore indifferente all’impatto dei propri prodotti.  Ma se il tempo volge al brutto stabile, e le condizioni ci sono, anche il mainstream politico e mediale potrebbe accorgersi che non sono più i tempi né del giovane né del vecchio Benedetto Croce. E un risveglio che prevede che il mantra delle “liberalizzazioni” sia ridotto al rango di rito inefficace potrebbe rivelarsi particolarmente traumatico, per chi crede a questo genere di magia nera.

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