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17/11/2011

Primavera araba e Libia, il punto.

La vittoria dei "ribelli libici" è stata soprattutto la vittoria della Nato. E l'assassinio di Gheddafi è l'ennesimo atto di una politica cominciata nell'ex Jugoslavia. L'opinione del giurista e filosofo Danilo Zolo.

A marzo, intervistato sull'impegno della Nato in Libia, lei già immaginava l'assassinio di Gheddafi. In effetti, da Slobodan Milošević a Saddam Hussein, a Osama bin Laden, i nemici dell'Occidente finiscono tutti per morire. Proprio adesso che con la Corte Penale Internazionale sarebbe possibile processarli. Solo casualità?

Era facile prevedere che anche Muammar Gheddafi avrebbe perso la vita per volontà degli Stati Uniti, ancora una volta vincitori di una guerra di aggressione. Le guerre contro la Serbia, contro l'Iraq e contro l'Afghanistan si sono tutte concluse con una vendetta: Milošević è stato quasi sicuramente avvelenato nelle carceri del tribunale dell'Aja, mentre Saddam Hussein è stato impiccato per esplicita volontà del presidente George Bush Jr a conclusione di un finto processo organizzato a Baghdad dagli invasori americani. Sei mesi fa Osama bin Laden è stato barbaramente assassinato in Pakistan per volontà degli Stati Uniti. Altrettanto è accaduto con la Libia per opera della Nato. Gheddafi è stato vittima di un linciaggio spietato che Barack Obama ha prontamente approvato. La vittoria americana non sarebbe stata completa se non si fosse celebrato un rito giudiziario o un assassinio tout court che decretasse la sconfitta morale dei vinti. La logica imperiale esige la degradazione morale del nemico e la sua sconfitta totale. Quanto alla Corte Penale Internazionale, è meglio non parlarne: è un'istituzione irrilevante.

Si parla di una vittoria dei ribelli - nessuno, tra l'altro, ha ancora capito bene chi siano. Ufficialmente, la Nato si è limitata a proteggere la popolazione civile attraverso una no-fly zone, su autorizzazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Tutto regolare, dunque, per il diritto internazionale?

In realtà, la guerra contro la Libia è stata illegale come poche altre. I leader politici occidentali hanno dichiarato che intervenivano per sostenere gli insorti della Cirenaica che intendevano liberarsi dal regime di Gheddafi. Ma a questo proposito è fondamentale il comma 7 dell'articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite: l'intervento militare all'interno di uno Stato, a sostegno dei combattenti di una guerra civile o contro di essi, è lecito solo a precise condizioni, e cioè in applicazione degli articoli 39 e 42 della Carta. Questo significa che la guerra in corso deve essere di intensità tale da mettere a repentaglio "la pace e la sicurezza internazionale". E significa quindi che il Consiglio di Sicurezza non ha il potere di autorizzare uno o più stati a intervenire militarmente all'interno di un altro stato nel quale sia in corso una guerra civile di scarso rilievo. Questo è il punto decisivo, e questo è l'argomento che rende giuridicamente illegittima la risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza del 17 marzo 2011: una risoluzione con la quale gli Stati Uniti hanno deciso prima la no-fly zone contro la Libia, e subito dopo l'intervento militare, in totale assenza di un pericolo per la pace internazionale. Un intervento legittimo, e forse efficace, avrebbe dovuto essere molto diverso: il ricorso agli strumenti della diplomazia preventiva, l'intermediazione politica, l'interposizione consensuale di forze di pace, ed eventualmente anche l'embargo e le sanzioni economiche. Con la partecipazione della Lega Araba e dell'Unione Africana.

Lei è stato un critico feroce di George W. Bush e delle sue guerre. Crede sia cambiato qualcosa, nella politica estera degli Stati Uniti, con la presidenza di Barack Obama?

Non posso negare di essere stato un critico molto severo della politica estera di George Bush Jr, responsabile della strage di decine di migliaia di innocenti in Afghanistan e in Iraq. Ho visto con i miei occhi la tragedia dell'Afghanistan: la povertà estrema, la devastazione dei paesi e delle città, le deformazioni fisiche dei bambini provocate dalle mine, le migliaia di invalidi. Dopo il discorso al Cairo del giugno 2009, avevo sperato che il nuovo presidente americano fosse orientato verso una politica internazionale molto diversa, a cominciare proprio dall'Afghanistan. Invece, l'operazione militare Strike of the Sword da lui decisa è stata la più imponente operazione di invio di truppe avio-trasportate dai tempi del Vietnam. Le nuove truppe erano state incaricate di fare strage dei Taliban - in realtà dell'etnia pashtun - nel profondo sud-ovest dell'Afghanistan. E si pensi adesso all'aggressione alla Libia: la politica estera del nuovo presidente coincide con quella del suo predecessore. Sopravvive in lui l'ideologia del monoteismo imperiale e del potere globale. Un solo esempio: nonostante gli sia stato attribuito il premio Nobel per la pace, Barack Obama si è rifiutato di sottoscrivere il trattato che impegna a non produrre e a non usare mine anti-uomo.

Per contrastare l'egemonia americana, lei ha sostenuto la necessità di un'Europa meno atlantica, meno occidentale. Eppure, Francia e Gran Bretagna sono state protagoniste dell'intervento in Libia. Ed è stata l'Italia, negli ultimi anni, a sdoganare Gheddafi. Ha ancora fiducia in un'alternativa mediterranea?

Purtroppo non ho la minima fiducia nella possibilità che l'Europa si dissoci dagli Stati Uniti e dalla loro politica atlantista e occidentalista. L'intervento della Nato contro la Libia ha provocato, con la complicità di molti paesi europei, la morte di migliaia di innocenti. E questa è stata la prova definitiva della servile dipendenza dell'Europa dagli Stati Uniti. Controllano ormai quasi l'intera area mediterranea, da Israele alla Giordania all'Egitto, al Marocco, all'Italia, alla Grecia. Intendono cancellare definitivamente l'autonomia del Mediterraneo, e per questo fingono di condividere le rivendicazioni delle nuove generazioni arabe. In realtà, nascondendo la loro vocazione coloniale sotto il mantello dell'ennesimo intervento umanitario, gli Stati Uniti puntano al controllo politico della Libia, e non solo allo sfruttamento delle sue ricchissime risorse. L'Italia è ovviamente subordinata alla loro volontà più di ogni altro paese europeo, come prova se non altro l'improvvisa rottura dei suoi rapporti con Gheddafi e la servile complicità con gli aggressori.

Insieme a Tunisia ed Egitto, la Libia è comunque arrivata a un cambio di regime, mentre in Siria, invece, in Bahrein, in Yemen le cose sembrano più complicate. E più dimenticate. Che opinione ha della cosiddetta primavera araba? Molti, adesso, temono il dominio degli islamisti.

Da tempo cerco di capire quale potrà essere in un prossimo futuro il destino della cultura e della civiltà islamica. Ho tentato di studiare, in particolare, a quali condizioni il mondo arabo, senza rompere con la tradizione islamica e i suoi principi, possa aprirsi ai valori della libertà e della democrazia, così come si augura un autore di rilievo quale Abdullahi An-Na‘im nel suo "Per una riforma dell'Islam". Devo confessare che per ora non sono giunto a conclusioni sicure, in particolare per quanto riguarda il possibile processo di democratizzazione di paesi come la Tunisia, l'Egitto e la Libia, un processo che sembra in movimento grazie al dinamismo delle nuove generazioni. Le recenti elezioni in Tunisia - il paese più "modernizzato" del mondo arabo - inducono tuttavia a pensare a una ripresa del movimento islamista, sia pure moderato. E sembra che anche in Libia emergano delle organizzazioni islamiste. Il destino della primavera araba, e delle sue importanti aspettative, dipenderà dallo sviluppo di questi movimenti.

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