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Aggregatore d'analisi, opinioni, fatti e (non troppo di rado) musica.
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domenica 30 ottobre 2011

Il debito pubblico delle Grandi Opere.

Si discute, ormai quotidianamente, del debito pubblico, del suo peso enorme sull'economia italiana. Una valanga che rotola a valle e travolge pensioni, diritti acquisiti, posti di lavoro e sta cancellando il futuro di una o due generazioni. Non si è ancora discusso però di COME questo debito è stato generato e a cosa sono stati destinati i 1.900 miliardi accumulati dai vari governi, da Craxi a Berlusconi. E soprattutto CHI ha preso questi soldi.
Il giudice Imposimato ha spiegato che i soldi pubblici stanziati per l'alta velocità hanno finanziato le mafie, le lobby politiche e i soliti grandi gruppi con le pezze al culo. La responsabilità del debito viene attribuita alle pensioni, ai dipendenti pubblici, allo Stato sociale, unici colpevoli. Sono loro a dover pagare il conto. La pensione a 67 anni e il licenziamento libero, i tagli alla scuola e alla sanità sono le cambiali per aver vissuto sopra le nostre possibilità. E mentre questo sfacelo sociale è in atto, i partiti continuano a indebitarci con opere inutili. L'alta velocità Roma - Napoli è stata un aperitivo. Oggi il banchetto è sontuoso dalla Tav in Val di Susa, costo 22 miliardi, alla Gronda di Genova, all'Expo di Milano. Tagliamo le pensioni e chiudiamo gli ospedali mentre continua il solito immondo gioco con al tavolo i partiti, la Confindustria e le mafie. Una torta per tre. La presunta modernità del cemento, la santità delle Opere Pubbliche, quasi fossero Opere Pie è l'alibi per indebitare gli italiani.
Quanto debito pubblico è dovuto alle cosiddette infrastrutture necessarie per lo sviluppo del Paese? Quanto ci hanno indebitato le Grandi Opere Pubbliche? E' probabile che senza questi sperperi il nostro debito sarebbe più che gestibile. Forse la metà. La corruzione genera il debito pubblico, non è una novità, ma perché devono pagare solo i fessi? La UE e la BCE ci chiedono riforme che in sostanza sono solo tagli allo Stato sociale, ma non ho mai sentito Trichet o Barroso chiedere il blocco della Tav. Strano... Una storia puntuale di chi ha dilapidato il patrimonio di una nazione è necessaria, indispensabile. Prima di pagare il conto dobbiamo sapere chi ha mangiato a nostre spese e, se possibile, chiedergli indietro i (nostri) soldi, o almeno quelli che sono rimasti.

Fonte.

sabato 29 ottobre 2011

Hello Vietnam



Questo è il pezzo emotivamente più devastante che abbia mai ascoltato in vita mia.
Cristo che botta!

Stronger than hate

giovedì 27 ottobre 2011

Il sorrisetto.

Il sorrisetto di Sarkozy è fuori luogo. Non per il soggetto al quale è stato indirizzato, sul quale ci sarebbe da sganasciarsi dalle risate per giorni, ma per i crediti amari della Francia. L'Italia potrebbe ben presto ridicolizzare la grandeur francese. Spezzeremo le reni ai cugini d'oltralpe, partiremo dal Col di Tenda e arriveremo fino al Golfo di Biscaglia senza colpo ferire. La forza del nostro debito schianterà le banche francesi. Altro che Mirage e force de frappe.
Le banche francesi possiedono 366 miliardi di dollari del nostro debito (*). E non siamo soli. Oltre al nostro debito, gli istituti di credito posseggono 53,9 miliardi di debito greco, 18,3 miliardi portoghese, 17,3 irlandese e 118 miliardi spagnolo. I debitori sono tutte nazioni a rischio default i cui titoli sono stati svalutati sui mercati dal 15% al 50%, e di riflesso il valore detenuto dalle banche. Il gran totale dei debiti dei Piigs nelle banche francesi è di 573,5 miliardi (**). Il cerino acceso del debito pubblico europeo è nelle mani di Sarkozy che non sembra preoccupato. Lui e l'altro vicini ricordano il film "Lui è peggio di me!". Nessun sistema bancario è esposto come quello francese al rischio di un default greco o italiano e alla diminuzione di valore sui mercati dei titoli portoghesi, irlandesi e spagnoli. Se fallisce la Grecia per le banche francesi sarà un terremoto, se salta l'Italia, la Francia ne seguirà il destino. Per questo la Grecia non può e non deve fallire e neppure l'Italia: per evitare il crack del sistema bancario, in particolare quello francese.
Perché la Francia ha comperato più di ogni altra nazione titoli a rischio? L'unica risposta è il voler ottenere, attraverso il debito pubblico, una parte della sovranità popolare di altri Paesi e imporgli scelte di carattere economico, come Alitalia e Parmalat, energetico, l'esportazione di centrali nucleari, e militare, il coinvolgimento forzato dell'Italia nella guerra in Libia. Il problema è che gli investimenti francesi in titoli di debito riguardano tutti e cinque i Piigs insieme. Cinque cavalli perdenti per il fantino Sarkozy. Essere disarcionati con il sorriso sulle labbra è un attimo.

(*) I valori riportati sono calcolati al netto dei titoli francesi posseduti dai Piigs
(**) fonte The New York Times

Fonte.

mercoledì 26 ottobre 2011

La solita situazione.

Quello di cui scrivo è un classico che sì rinnova da ormai diversi anni nel levante ligure, più preciso e puntuale della fluidificazione del sangue di San Gennaro (che puttanata cazzo!!!).
L'arrivo dell'autunno, sì sa, porta con se una cospicua quantità di precipitazioni che, grazie ai "recenti" cambiamenti climatici, assumono sempre più il carattere monsonico, insomma, viene giù che Dio la manda e non risparmia nessuno.
Ieri in Liguria è stata giornata di allerta meteo, concretizzatasi in 50 centimetri di pioggia caduti in meno di 24 ore nella provincia di La Spezia e nella porzione più settentrionale della provincia di Massa. Risultato di questa pioggia vietnamita 8 morti e 8 dispersi.
Contro la furia della natura sì sa, non può un cazzo nessuno. Tanto sì potrebbe, invece, adoperandosi per il consolidamento e la messa in sicurezza del patrimonio idrogeologico di questo devastato Paese (magari fosse un problema solo ligure) dove, in ogni stagione, due gocce d'acqua fanno costantemente scappare il morto (che non si caga nessuno, mentre pare un dovere straziarsi di disperazione se a trapassare è un motociclista) fino al nubrifragio-smottamento-terremoto-supercazzola successiva.
Tempo fa lessi alcune righe in cui s'affermava che il dissesto del territorio (risultato dalla speculazione edilizia) incide annualmente sulle tasche del contribuente per circa 25 miliardi di Euro e che necessiterebbe di un investimento pari per essere debellato.
Con un po' di matematica spicciola anche un analfabete giungerebbe alla conclusione che dirottando i fondi destinati alle opere inutili (TAV, terzo valico, ponte sullo stretto, litoranea tirrenica ecc.) si avrebbero a disposizione i liquidi necessari non solo per mettere in sicurezza il territorio ma anche per valorizzarlo al meglio (i fiumi di fango per Monterosso sono proprio un bel biglietto da visita per il turismo nazionale).
Non chiudo con la domanda di rito "perché non sì fa?" dal momento che la risposta è scontata quanto banale.
Resto in attesa di tempi migliori e dello sbocciare di un'autentica coscienza civica del cittadino italiano, che per il momento sì manifesta soltanto in Val di Susa.

Sinistra tedesca e sinistra italiana.

Viene da chiedersi quale sia il peccato originale italiano, perché il paese sia condannato a sprofondare in una politica paludosa incapace di indicare una via di salvezza, un cammino che rassicuri quanti si sentono oppressi, indignati e impotenti. La domanda diventa più ossessiva quando, inevitabilmente, si tenta un raffronto con quanto accade altrove.
Mentre il presidente del Pd, Rosy Bindi, flirta con l'ex banchiere Alessandro Profumo che ha offerto di mettere la sua esperienza al servizio della politica attiva (forse era al corrente di un'imminente indagine nei suoi confronti, che di questi tempi è come una wild card per entrare nell'agone politico), il capo dei socialdemocratici tedeschi, il principale partito di opposizione, apre il dibattito sul predominio delle banche nella vita pubblica e la necessità di riformare un sistema finanziario che ha portato i mercati sull'orlo della rovina.
Tutt'altri argomenti rispetto alle ritirate sull'Aventino, abbandonando il campo di battaglia. Per Sigmar Gabriel, il leader del Spd, è il momento di affrontare la grande questione sociale che si è imposta negli ultimi anni.
Nell'intervista concessa allo Spiegel, Gabriel mette in guardia la politica, che ha perso la fiducia dei cittadini poiché si è dimostrata incapace di arginare la supremazia del sistema bancario e dei mercati finanziari. In altre parole, ecco la questione: il governo è attribuito al popolo o ai mercati finanziari? Le teorie neoliberiste si sono rivelate un disastro ovunque sia praticato alla stregua di una religione. Si è sostenuto che se non si fossero seguite le (non) regole dei mercati finanziari le economie interne sarebbero rimaste staccate dal carrozzone che invece le aveva adottate con ortodossia.
L'obiettivo è riconquistare il modello di sviluppo dell'economia sociale di mercato, restituendo alla giustizia sociale la stessa dignità di cui gode la libertà di mercato. Una riconduzione all'equilibrio tra capitale e benessere collettivo. Per questo motivo, Gabriel ritiene che "è importante che il maggior numero di persone si unisca alle iniziative pacifiche contro il dominio dei mercati finanziari".
Il leader dei socialdemocratici non si ferma alla teoria - che sarebbe già qualcosa di buono rispetto allo sterile refrain della politica nostrana - ma propone soluzioni concrete: la prima mossa sarebbe quella di separare nettamente le banche commerciali, che devono sostenere le imprese, l'economia reale, dalle attività di investimento devote alla speculazione selvaggia. Il motivo è molto semplice: se la banca che compie entrambi le attività - senza una parete divisoria - rischia la bancarotta a causa di "scommesse" sbagliate, le imprese che chiedono accesso al credito per produrre e mantenere in piedi migliaia di posti di lavoro si vedrebbero stringere i cordoni della borsa. Facile, giocare come al casinò con i soldi altrui quando una banca è troppo grande per fallire. Troppo facile, quando lo Stato soccorre con iniezioni di liquidi gli incalliti giocatori (leggasi banchieri), salvo far ricadere tutto sulle spalle della società. Il principio sacrosanto per cui Responsabilità e Rischio debbano procedere di pari passo, è stato stralciato di netto dalle pratiche finanziarie. Sigmar Gabriel, in Germania, può permettersi di sfidare anche un colosso come le Deutsche Bank che ricava il 70 per cento dei profitti dal ramo investimenti. La domanda che poniamo al nostro principale partito di opposizione - inutile chiederlo alla maggioranza che (non) governa il paese - è se anche loro sono in grado di fare lo stesso con Unicredit e Intesa San Paolo. O, forse, un peccato tanto originale, quanto "misterioso", glielo impedisce?

Fonte.

Ti puoi capire, si parla di una catto-comunista come la Bindi... per fortuna che non sì è tirato in ballo il baffo in barca a vela...

L'1 per cento che controlla il mondo.

Non solo uno slogan: una ricerca scientifica svizzera individua la rete di multinazionali, soprattutto banche, che controllano l'economia globale.

"Siamo il 99 per cento contro lo strapotere dell'1 per centro", lo slogan del movimento di protesta globale contro il sistema capitalista, finora si basava su dati empirici e assunti ideologici. Da oggi ha invece una base scientifica.
La prestigiosa rivista New Scientist ha rivelato nei giorni scorsi i risultati di un complessa ricerca condotta da un team di economisti dell'Istituto Svizzero di Teconolgia, che rivela come una rete di poche decine di multinazionali, soprattutto banche, controlli di fatto l'economia mondiale.
Gli studiosi di sistemi guidati dal professor James Glattfelder hanno analizzato le relazioni che intercorrono tra circa 43mila multinazionali, scoprendo che al centro della mappa della struttura del potere economico mondiale vi sono 1.318 multinazionali che detengono l'80 per cento della ricchezza economica globale.
Tra queste, secondo la ricerca, ce ne sono 147 che controllano il 40 per cento del sistema. Le più potenti di queste super-entità sono quasi tutte banche (Barcalys, JP Morgan Chase, Ubs, Merryl Lynch, Deutsche Bank, Credit Suisse, Goldman Sachs, Bank of America, Unicredit, Bnp Paribas), più alcune grandi società finanziarie americane e compagnie assicurative.
"La realtà è molto complessa - ha dichiarato Glattfelder - e dobbiamo rifuggire dai dogmi, siano essi teorie della cospirazione o del libero mercato: la nostra analisi si basa sui fatti".


Chi glielo dice ora a quelli di Repubblica e del Fatto Quotidiano, convinti che tutti i mali del mondo siano causati da Berlusconi?

martedì 25 ottobre 2011

A lezione dal peggiore.

Berlusconi: "In Ue nessuno può darci lezioni".

 

Roma, 24 ott. (LaPresse) - Inedita strategia di comunicazione del premier, che stretto tra la visita al Quirinale e l'imminente cdm, ha scelto di rispondere con una nota stampa alle critiche rivoltegli da più parti. "L'Italia ha già fatto e si appresta a completare quel che è nell'interesse nazionale ed europeo, e che corrisponde al suo senso di giustizia e di equità sociale" ha esordito in una nota diffusa alle 18 il premier. "Onoriamo il nostro debito pubblico puntualmente, abbiamo un avanzo primario più virtuoso di quello dei nostri partner, faremo il pareggio di bilancio nel 2013 e nessuno ha alcunché da temere dalla terza economia europea, e da questo straordinario paese fondatore che tiene cara la cooperazione sovranazionale almeno quanto la sua orgogliosa indipendenza" ha proseguito Berlusconi.
Poi la stoccata a Sarkozy: "Nessuno nell'Unione può autonominarsi commissario e parlare a nome di governi eletti e di popoli europei. Nessuno è in grado di dare lezioni ai partner". "Abbiamo posizioni ferme, che porteremo al prossimo vertice dell'Unione - ha aggiunto Berlusconi - l'euro è l'unica moneta che non abbia alle spalle, come il dollaro o la sterlina o lo yen, un prestatore di ultima istanza disposto a difendere strutturalmente la sua credibilità di fronte all'aggressività dei mercati finanziari. Questa situazione va corretta una volta per tutte, pena una crisi che sarebbe crisi comune di tutte le economie europee".
C'è spazio anche all'altra protagonista del siparietto di ieri a Bruxelles con Sarkozy, la cancelliera tedesca: "Stiamo facendo qualche timido passo avanti per un governo dell'area euro, ma resta ancora molto da fare. La Germania di Angela Merkel è consapevole di questo, e il suo lavoro si avvarrà della nostra leale collaborazione".
L'appello più forte però Berlusconi lo riserva a "l'insieme della classe dirigente italiana" che se vuol essere considerata tale "invece che un coro di demagoghi, dovrebbe unirsi nello sforzo dello sviluppo e delle necessarie riforme strutturali sulle quali il governo ha preso e sta per prendere nuove decisioni di grande importanza". Perché l'Italia "del lavoro e dell'impresa sa come stanno le cose, vuole un deciso impulso alla libertà e alla concorrenza, e non partecipa a giochi di potere, interni ed europei". Perciò, in una conclusione venata di ottimismo, Berlusconi chiede: "Sarebbe un bene se l'Italia dei partiti e delle fazioni si scrollasse di dosso le vecchie abitudini negative, e per una volta si mettesse a ragionare in sintonia con il paese reale abbandonando il pessimismo e il catastrofismo".

Fonte.

Quando tocca ammettere che uno come Berlusconi (peggio di lui giusto Andreotti) dice, almeno in parte, il vero significa che il fondo del barile è stato bucato per bene a furia di raschiamenti.
Il futuro è sempre più fosco.

Pubblicità progresso.


Sono sempre più convinto che la prostituzione vada legalizzata e tassata quanto prima.
Il gettito fiscale ottenuto dalla gnocca "riconosciuta ufficialmente" sarebbe certamente considerevole, senza contare il fatto che ci libereremmo dall'ingombrante presenza di quel fiume di finte bocche di rosa che s'inventano ogni giorno nuovi termini (accompagnatrice, escort ecc.) pur di non ammettere d'essere "semplici" puttane.

lunedì 24 ottobre 2011

Sparisce il ponte sullo stretto.

Il Ponte sullo Stretto non si farà. Questa, l'implicita ammissione contenuta in una lettera indirizzata, il 24 Settembre scorso, dal premier Berlusconi al Presidente della Commissione europea Barroso. Nel documento, Berlusconi manifesta a Barroso la preoccupazione del Governo circa la possibilità che il Mezzogiorno e la Sicilia in particolare possano essere escluse dalle nuove linee guida per le reti transeuropee di trasporto, ribadendo la centralità del corridoio 1 Berlino- Palermo quale asse di collegamento strategico tra il Continente e il bacino del Mediterraneo. Nessun cenno, o indicazione invece per il Ponte. Un nuovo corso quello seguito da Berlusconi, evidentemente consapevole dell'insostenibilità economica dell'opera, oltre che della condizione disastrata delle finanze statali.

Perché si era scelto di fare il Ponte? A chi era stato promesso?

"La questione del Ponte è una storia antica. E' stato sempre presentato come l'unica alternativa, l'unico modello di sviluppo per un'area svantaggiata. Su questo si sono costruite le fortune politiche e finanziarie di una classe dirigente che è stata del tutto inefficiente e incapace di trovare concrete alternative di crescita.
Sicuramente, la manna del Ponte sullo Stretto fa gola anche alle organizzazioni criminali, nazionali e locali, a cui per anni è stato promesso un enorme flusso di denaro. Per le sue caratteristiche, l'impiego di cemento e calcestruzzo e la conseguente movimentazione di milioni e milioni di metri cubi di 'materiali di risulta', l'opera diventerà il grande affare, il banchetto a cui le imprese si sono già preparate da tempo."

Perché non si sarebbe potuto realizzare e non si realizzerà mai?

"Il Ponte non si può fare perché è un'idea astratta: va contro le leggi della fisica, dell'ingegneria, e persino contro le leggi dell'economia. Quindi è chiaro che non ci sono assolutamente le condizioni minime per realizzarlo. Ripeto, è un grande mito su cui si sono costruite delle fortune politiche, e in ragione del quale si sono bloccate le possibilità di uno sviluppo alternativo concreto per una realtà che avrebbe avuto bisogno di altre risposte."

Chi ha siglato un accordo da cui non si può tornare indietro? Qual è la vera partita che si sta giocando?

"La grande partita è quella del "Ponte senza Ponte", cercare di raschiare le ultime risorse finanziarie pubbliche per darle in mano ai privati. Non è vero che non possiamo tornare indietro. Di certo, quel contratto prevede una norma "anomala", in base alla quale se il governo dovesse recidere il contratto anche prima del completamento dei lavori, si pagherebbe una penale astronomica, dell'ordine di 400 o 500 milioni di euro. Questa clausola, però, avrà valore solo nel momento in cui i lavori prenderanno il via, cioè dopo che verrà approvato il progetto definitivo dal Comitato Interministeriale per la programmazione economica. Sino a quel momento qualsiasi governo può revocare il contratto senza pagare la penale. Pertanto, è questo il senso delle battaglie che non devono essere solo locali ma nazionali, per impedire che un'enorme quantità di denaro pubblico vada al General Contractor senza che questo metta neanche una pietra. E' possibile farlo in qualsiasi momento, finché non esisterà il progetto definitivo e questo non sarà andato al vaglio del Comitato Interministeriale per la programmazione economica."

Visto che i soldi non ci sono come lo faranno? Che senso ha avere un'opera come il Ponte e trovarsi l'Italia in crisi, teatro di scontri come la Grecia?

"Soprattutto qual è il senso di non avere il Ponte! Abbiamo già dilapidato qualcosa come 400-500 milioni di euro nella produzione di carte e cartacce e per tenere in vita la società Stretto di Messina. Abbiamo vincolato 1.300 milioni di euro di Fondi FAS che andavano spesi per la messa in sicurezza dei territori, per dare risposte infrastrutturali a realtà del Sud Italia dove veramente ancora si viaggia a 10 km orari. Ebbene, è impensabile che si sprechino ulteriori risorse attraverso la penale, o che soprattutto si inizi la realizzazione del Ponte sapendo benissimo che non esiste un progetto definitivo reale, che il Ponte non può essere costruito ma che soprattutto il Ponte richiede quella enorme quantità di risorse finanziarie, stiamo parlando di qualcosa come 10 miliardi di euro, che è impossibile trovare sui mercati finanziari, perché non c'è gruppo bancario o finanziario disposto a rischiare un euro per un progetto economicamente insostenibile. Non è un caso che l'Unione Europea abbia detto per l'ennesima volta 'No' all'opera."

Cosa succede ora che la promessa a quei gruppi di potere, non è stata rispettata?

"Attorno al Ponte si sono ristrutturati gruppi di potere, gruppi economici, non criminali e criminali a cui per anni si è detto: "guardate che i soldi ci sono, guardate che il Ponte si fa". Oggi dover fare marcia indietro è difficile, forse per questo il governo continua a bluffare dicendo: "anche senza l'Unione Europea noi il Ponte lo facciamo" perché c'è il problema di doversi confrontare con queste classi inette e parassitarie a cui per anni sono state promesse risorse finanziarie, e a cui oggi bisognerà dire che si è bluffato, che il Ponte non esiste e non esisterà mai. Quello che deve preoccupare i cittadini italiani, è che non possiamo continuare a sperperare risorse finanziarie in questa fase economica devastante solo per "un mito" che non potrà mai essere realizzato e che invece sarà la manna per queste classi dirigenti e soprattutto per le organizzazioni criminali mafiose."

Fonte.

S'inizia col demolire il ponte e magari sì finisce demolendo la TAV. 

Presidenziali in Argentina: una vittoria annunciata.


"E' inedito che si stiano facendo analisi post-elettorali e non pre, quando ancora manca una settimana alle elezioni". Il giudizio pronunciato domenica 16 ottobre dal sociologo Fabián Perechodnik, direttore di una delle più importanti agenzie di exit-poll dell'Argentina, è stato ripetuto, quasi identico, anche dalle altre agenzie paritetiche. È che più di un mese prima delle elezioni di oggi, domenica 23, già si aveva la certezza che Cristina Fernández de Kirchner (CFK) sarebbe stata rieletta per un secondo mandato. Manca solo di sapere il numero finale, ossia se trionferà con il 52 percento dei voti, come dice qualche sondaggio, o con il 56 come dicono altri.
L'opposizione, atomizzata, senza programmi e senza etica, ripete quello che dicono i grandi mass media che, data la mancanza di una leadership, si sono convertiti nei loro ideologi e, perché no, anche nei loro mandanti. Cosa dice? La cosa più scontata: senza un progetto unificatore, il voto si ripartirà fra i sette candidati che si disputano la medesima fetta di elettorato. Evitando di dire quello che, in realtà, sarebbe molto più semplice: ammettere che il governo iniziato da CFK nel 2007 - in continuità con quello inaugurato nel 2003 da suo marito Néstor Kirchner, morto esattamente un anno fa - è riuscito con le sue politiche inclusive a raggiungere successi economici, politici e sociali mai visti nel paese.
L'Europa di oggi - Grecia, Irlanda, Spagna, Portogallo, Italia - sta soffrendo le medesime sofferenze che ha vissuto l'Argentina fino al 2003, quando per uscire dalla crisi e dai tagli selvaggi che solo puniscono i più poveri - il "risparmio" come lo chiama il Fondo monetario internazionale - ruppe i legami con gli organismi internazionali di credito e si lanciò a sviluppare un modello proprio, con il riscatto del ruolo dello Stato, un ripartimento della ricchezza equo, con la difesa del mercato interno e la promozione dell'attività politica. E il tutto senza isolarsi, bensì unendo il proprio futuro a quello della regione, attraverso un progetto di integrazione economica (Mercosur) e uno di integrazione politica (Unasur).
Che in questi otto anni dei due "governi K" - come li chiama in tono dispregiativo la grande stampa che tutela l'opposizione - il prodotto interno lordo è cresciuto a un ritmo del 6 percento annuo, con un picco del 9 nel 2010. E questo non è un aneddoto. Questo ha permesso allo Stato di riprendere il controllo del sistema pensionistico, delle aziende dell'acqua, delle poste e degli aerei, e anche parte della rete ferroviaria è tornata in mano allo Stato, dopo la privatizzazione avvenuta nell'ultima decade del secolo scorso, negli anni del neoliberalismo fondomonetarista. E che dire della disoccupazione, scesa dal 20,4 percento al 6,9 dello scorso settembre. È stato anche pagato un assegno universale a beneficio di 3,5 milioni di bambini di famiglie umili e questo ha fatto crescere del 22,3 il numero degli alunni. E le pensioni sono aumentate addirittura del 912 percento. Non solo: si sono duplicati gli investimenti per la ricerca scientifica e tecnologica e quelli destinati all'educazione. E soprattutto è stata messa in atto la più rigorosa politica di difesa dei diritti umani. E, tralasciando un'infinità di altri traguardi, voglio concludere dicendo che l'Argentina è il primo paese latinoamericano dove esiste il matrimonio parificato per persone dello stesso sesso.
Il 10 dicembre, CFK riassumerà la presidenza. Nei prossimi quattro anni il suo paritto, il Frente para la Victoria, e i suoi alleati governeranno praticamente in tutti i distretti provinciali e potranno contare su una comoda maggioranza nei due rami del parlamento. E questo permetterà un ulteriore approfondimento di questo modello inaugurato otto anni fa. Affinché l'Argentina sia ancora migliore, mancherebbe solo che l'opposizione si scrollasse dalla tutela dei grandi media e iniziasse a pensare al paese con generosità. Perché ogni democrazia, per crescere, ha bisogno di una sano dissenso.

Fonte.

Forse sarebbe il caso di guardare all'Argentina con occhi diversi da quelli che il 90% degli italiani, politici compresi, poggiano sulle chiappe di Belén Rodríguez.

Autunno caldo.

Sono convinta che siamo all'inizio di un periodo caldissimo in cui assisteremo a scontri non solamente purtroppo per le strade greche, ma anche nel resto d'Europa.
E' quello che pensano qui in Asia: in particolare in Australia si teme il contagio, che la fallimentare politica di austerità che ha portato la Grecia al collasso sociale e molto presto anche al collasso economico, possa essere applicata anche negli altri Paesi europei secondo la politica perseguita da Bruxelles. Questo porterà a tensioni sociali anche in questo paese.
Quello che si dice qui è che la situazione della Grecia è sicuramente di default pilotato, con un'uscita dall'Euro. Se si fossero mossi in questa direzione 6/9 mesi fa avrebbero evitato queste sofferenze tremende alla popolazione e questo vale anche per l'Italia.
Il motivo principale per cui la situazione sta degenerando, per cui esistono delle grosse similitudini tra quello che è successo in Argentina e quello che sta succedendo in Grecia e che succederà probabilmente anche in Italia, è legato al fatto che questi Paesi non hanno più la sovranità monetaria, il che vuole dire che non gestiscono più le proprie monete. L'Argentina aveva stabilito un tasso di cambio fisso tra il peso e il dollaro e quindi praticamente era costretta a rivolgersi al mercato dei capitali per poter coprire il proprio deficit. Lo stesso discorso vale per l'Euro, che è una camicia di forza, perché la Grecia non può stampare la propria moneta, non può svalutare né controllare la propria moneta. I mercati questo lo sanno, ed ecco perché trattano la Grecia in un modo completamente diverso da come trattano invece il Giappone, il quale ha un debito superiore a quello della Grecia, ha un'economia a crescita zero, si trova in una situazione di deflazione da 10 anni, eppure riceve più fiducia rispetto alla Grecia o all'Italia. Il Giappone infatti si indebita a tassi più bassi di quelli ai quali noi ci indebitiamo, perché ha la sovranità monetaria, cioè può utilizzare la propria moneta come vuole, la può svalutare e può stampare moneta.
Questo aspetto è fondamentale: o lo capiamo adesso, oppure ci verrà imposto dai mercati il giorno in cui diranno: basta non daremo più soldi in prestito neanche all'Italia, neanche alla Spagna...

Se sarà l'Italia a trascinare l'Europa nel baratro? L'Italia è la terza economia europea, però sono convinta che se la Grecia esce dall'Euro, a quel punto anche la Germania molto probabilmente cambierà atteggiamento nei confronti della moneta unica. Già adesso, la Germania sta guardando sempre di più verso L' Estonia, la Lettonia, è come se stesse quasi abbandonando il Sud dell'Europa, quale mercato importante di sbocco per la propria esportazione, per concentrarsi invece su questi altri mercati.
Ciò significa che se la Grecia esce dall'Euro, molto probabilmente la Germania farà marcia indietro e quel supporto fondamentale che c'è stato fino a oggi, verrà a mancare. Quindi, prima ancora che la caduta dell'Italia trascini l'Europa nella dissoluzione dell'Euro, secondo me questo fenomeno si avvererà per un cambiamento di atteggiamento della Germania.

Fonte.

Fortuna che l'Euro sarebbe stato la panacea di tutti i mali economico/finanziari della "nuova" Europa. E' piuttosto ironico che il fautore italiano più convinto di questo ginepraio a base di debito e precarizzazione della vita, vada ancora in giro a dar lezioni di economia, per altro seguitissime, a dimostrazione che la gente è più stupida di quanto sì possa pensare.

venerdì 21 ottobre 2011

Militare

Gheddafi è morto, ma la Libia non è ancora nata.

Ucciso dai miliziani del Cnt a Sirte, città natale del Colonnello, il rais è stato portato a Misurata.
Quello che resta di quaranta anni di potere è un corpo, ferito, rigirato nella polvere. La morte di Gheddafi, dopo i dubbi delle prime ore, è confermata dal Consiglio Nazionale di Transizione (Cnt), l'autoproclamato organo di governo provvisorio degli insorti libici. La Nato, per ora, non conferma. E non offre la sua ricostruzione degli avvenimenti, cosa che non chiarisce se il raid decisivo per l'uccisione del Colonnello Gheddafi abbia visto o meno protagonisti i caccia bombardieri dell'Alleanza Atlantica.
Le uniche informazioni che si hanno per il momento, a parte il video trasmesso da al-Jazeera e poi da tutti gli altri, dove Gheddafi ricorda il Mussolini di piazzale Loreto, parlano della salma in viaggio per Misurata. Sarà portato in un luogo segreto. Secondo le informazioni frammentate, Gheddafi si nascondeva sottoterra. In un bunker, per alcuni, in una cantina per altri. Secondo altri ancora in fuga su un convoglio che ha tentato (ancora Mussolini) la fuga all'ultimo secondo. Sarebbe stato ferito durante la cattura, avrebbe implorato pietà, morendo poco dopo per le ferite riportate. E sollevando insorti e alleati Nato dalla gestione di un prigioniero scomodo, che avrebbe fatto del Tribunale Penale Internazionale dell'Aja che lo attendeva una tribuna politica molto scomoda per tutti coloro che in questi quaranta anni lo hanno sostenuto e finanziato.
Gheddafi è morto, dunque, ma sono tante le questioni che la sua scomparsa non risolve. In primo luogo quello della guerra nel Paese nord africano. La più semplice interpretazione sarebbe quella di immaginare un pugno di lealisti, irriducibili e fedeli fino alla morte al Colonnello, che adesso deporranno le armi. Non è così. Le tribù di Sirte, città natale di Gheddafi, non sono state fedeli tanto alla persona del Colonnello, quanto al potere che per mezzo di lui hanno esercitato per anni. I proventi del petrolio come un bancomat, migliaia di notabili hanno cogestito il potere con il Colonnello e hanno combattuto, e combatteranno ancora, per difendere la loro vita. Non è prevista, nella Libia di oggi, una via di mezzo. Chi vince non farà prigionieri e chi perde non si aspetta un finale differente dalla lotta fino all'ultimo sangue.
Difficile stabilire quanto tutto questo possa andare avanti. Le riserve di denaro contante e di armi che Gheddafi ha portato con sé a Sirte, dopo che un numero imprecisato di paesi gli hanno rifiutato l'asilo, non sono quantificabili. Di sicuro il controllo di Sirte e Bani Walid chiude la fase ufficiale del conflitto, con i governi membri della Nato che si sono affrettati a dichiarare praticamente finita la missione internazionale. Soddisfatti, evidentemente, della fine del nemico. Ma l'aspetto bellico vivrà ancora i suoi titoli di coda, che non hanno un esito scontato. Le divisioni tra gli insorti, in questi mesi solo accennati, si riveleranno in tutta la loro complessità. Un esempio è proprio il fatto che il corpo del rais viene portato a Misurata, città martire di questo conflitto. I suoi combattenti si sono guadagnati un posto di rilievo in questa rivoluzione e non hanno alcuna voglia di cedere il passo - senza una succosa contropartita di potere - al gruppo di potere di Bengasi. Il tutto condito dalla presenza di armi ovunque, nel Paese.
Un'altro aspetto che la morte di Gheddafi non chiarisce è di sicuro quello del ruolo della rivolta in Libia all'interno del più vasto movimento ormai battezzato 'primavera araba'. Sarebbe un grave errore ritenere quello che è accaduto in Libia simile alle rivolte popolari in Egitto e Tunisia. Mubarak e Ben Alì non sarebbero mai finiti come Gheddafi, per il semplice motivo che i movimenti egiziani e tunisini sono legati al ruolo svolto dalla forze armate. Che, ritenuti ormai indifendibili i dittatori, di fronte alla pressione popolare spontanea e appoggiata dall'estero, li hanno messi da parte. Nessuno, però, avrebbe accettato che Mubarak e Ben Alì finissero così. La guerra in Libia, dal primo momento, è stata una guerra decisa altrove. Finanziata attraverso la fornitura di armi ai ribelli, preparata con l'acquisto del voltafaccia di una serie di ex sodali di Gheddafi. Quando il rais, dopo essere faticosamente - nel 2003 - rientrato nel novero degli amici dell'Occidente, ha ancora una volta cambiato opinione rispetto ai rapporti con Europa e Nord America, è stato deposto.
Oggi inizia la nuova Libia? No, oggi potrebbe essere il giorno nel quale nasce la Libia, che fino a oggi non è mai esistita. Una colonia per secoli, dagli antichi romani ai turchi, fino alla conquista degli italiani. Un gruppo di tribù senza legami, uniti a forza sotto una bandiera. Poi la guerra e la monarchia fantoccio, rovesciata dal golpe di Gheddafi nel 1969. Ecco che per la prima volta il popolo che abita quella terra, senza una società civile (altro elemento di fondamentale differenza da Egitto e Tunisia) dovrà essere capace di gestire il proprio futuro.
Come insegnano l'Iraq e l'Afghanistan, però, l'aiuto occidentale non è mai a costo zero. Proprio nei giorni che hanno preceduto la morte di Gheddafi, senza che se ne parlasse troppo, il Cnt si è diviso e infiammato in una polemica rovente, sulla questione dei contractors. Veniva chiesto loro, infatti, di ratificare accordi con le compagnie di sicurezza privata, ma alcuni esponenti del Cnt hanno rifiutato. Gesto interessante, ma che rende l'idea di come la Nato va via per lasciare il posto a una serie di interessi che adesso sono tutti da valutare.
Tanti dubbi, quindi. Mentre di Gheddafi restano solo immagini di un corpo trattato senza pietà. Un corpo, però, che da tempo era solo un simulacro. Del giovane ufficiale di meno di trenta anni, affascinante e determinato, capace di guidare una rivoluzione e di affascinare il mondo con il suo socialismo eretico non restava - da tempo - più nulla. Il fantoccio eccentrico, sempre più smarrito tra i suoi continui cambi di rotta, capace di dichiarasi panafricanista ma di trattare i neri come animali da macello, non aveva più nulla in comune con l'uomo divenuto un'icona negli anni Sessanta.
Resta un rapporto speciale con l'Italia che, adesso, potrebbe essere oggetto di una riflessione approfondita. L'espulsione degli italiani nel 1970 e il ruolo (passivo) nella strage di Ustica. I missili contro Lampedusa e i migranti usati come un'arma. I risarcimenti per il periodo coloniale e l'esame del Dna per i cittadini delle Tremiti, dove erano stati confinati i libici durante il colonialismo italiano. Una storia di violenze e di eccessi, fin dall'arrivo al potere di Gheddafi, caratterizzata da patti di amicizia firmati da governi di centrodestra e centrosinistra. Senza differenze e senza dignità. ''Sic transit gloria mundi'', ha commentato Berlusconi, interrogato sulla morte del vecchio amico. Purtroppo, oltre alla gloria, in Italia passa in fretta anche la memoria.

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giovedì 20 ottobre 2011

Verso uno Stato di polizia?

Il responsabile del Viminale annuncia nuovi provvedimenti restrittivi delle libertà civili. fermi preventivi, arresto differito, nuovi reati associativi, pene più pesanti, maggiore copertura legale, civile e penale, per gli agenti di polizia.

E adesso occhi puntati sulla Val di Susa. Fin dal giorno dopo gli scontri di Piazza San Giovanni molti organi di informazione hanno iniziato una campagna che punta sulla manifestazione di domenica 23 ottobre, quando il messaggio che è stato fatto circolare dai No tav è quello di andare a tagliare le recinzioni del cantiere per l'alta velocità.
Il ministro dell'Interno Roberto Maroni è apparso in Senato per riferire sugli scontri, anzi sul 'terrorismo urbano', come  lo ha battezzato. Ha annunciato quei provvedimenti che fanno tornare indietro l'Italia a un clima dei primi anni 70, almeno sotto il profilo della normativa liberticida.
Fermo preventivo, arresto differito, nuove tipologie di reato associativo per la violenza di piazza, obbligo di fornire idonee garanzie economiche per gli organizzatori di manifestazioni, maggiori tutele legali civili e penali ( vale ripeterlo, anche penali) per gli agenti di polizia impegnati nell'ordine pubblico. Maroni si è presentato in Senato dopo aver strappato al suo collega dell'Economia la promessa di non tagliare 250 milioni di euro nella prossima manovra economica e con 60 milioni di euro in due anni da investire proprio nel comparto dell'ordine pubblico. L'autunno è caldo, sostiene il ministro, e si surriscalderà ancora di più. E poi cita la Val di Susa.
Già Antonio Di Pietro ieri aveva suggerito di tornare a una sorta di legge Reale bis, il provvedimento del 1975 che ha causato 625 vittime e sostanziale impunità per gli agenti impiegati nel contrasto, allora, alla lotta organizzata e poi armata.
Principali accusati, senza appello, tutte le formazioni di natura anarchica e anarco-insurrezionalista, con un elenco di alcuni nomi che sono stati pronunciati in aula: dall'Askatasuna di Torino, al Gramigna di Padova, l'Acrobax di Roma, i red anarchist skinheads, i Corsari di Milano. Ma il ministro, con un salto storico e logico impressionante è arrivato anche a ipotizzare la creazione di un reato associativo proprio per gli anarchici, perché - ha sostenuto - la Federazione anarchica informale è diventata una sorta di collettore, di istigatore e di organizzatore occulto dei disordini di piazza.
Poche e sbrigative parole per la mancanza di prevenzione nella giornata di sabato: i rapporto c'erano e i servizi di sicurezza erano informati, ha sostenuto Maroni, "ma le leggi attuali non permettono di fare vera prevenzione, perché non permettono agli agenti di fermare anche solo i sospetti o quanti vengono colti con armi improprie sui loro mezzi di viaggio.
Nel finale del discorso Maroni ha evidenziato il tallone d'Achille del decreto che si appresta a presentare, sentite tutte le forze politiche: gran parte dei provvedimenti sono largamente invasivi dei diritti costituzionali previsti per chi intende manifestare.
Basti pensare cosa possa significare per una realtà che organizza una manifestazione fornire 'garanzie idonee' dopo che lo stesso ministro leghista ha dichiarato che i danni materiali di sabato 15 ottobre sono saliti a cinque milioni di euro. Senza contare il passaggio sulle garanzie legali aggiuntive per gli agenti di polizia, laddove è utile ricordare come ancora oggi in Italia non vi siano nomi o numeri di matricola di riconoscimento su caschi o divise, garantendo così nei fatti già ora la più assoluta impunità.
Libertà civili ristrette, più potere a uno stato di polizia, più discrezionalità a chi ha una divisa, maggiore controllo sociale. È la ricetta di chi non è riuscito, o non ha voluto, a governare la piazza sabato. Erano tremila, ha sostenuto il Viminale. Aggiungendo che sono giovanissimi e spesso senza precedenti penali - "non attenzionati dalla Digos" - un fatto che dovrebbe far riflettere più le allegre 'camere' del Palazzo che le severe stanze delle questure.

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Una classe politica tirata su a pane e strategia della tensione non poteva venire su diversamente. Bravo Maroni, Cossiga sarebbe compiaciuto dal tuo progetto, nel frattempo il cerchio si stringe.

mercoledì 19 ottobre 2011

Sweet emotion

I black bloc salveranno la Seconda Repubblica?

I black bloc salveranno la Seconda Repubblica? I media e i partiti ci provano. L'Italia sembra in preda a black bloc organizzati che scorrazzano nelle città, rompono vetrine e incendiano macchine. La gente ha paura, deve avere paura. Si preparano leggi speciali. Maroni le proporrà in Parlamento con il supporto, forse anche di una preziosa consulenza, dell'opposizione. I movimenti vanno messi fuori gioco con qualunque mezzo. Gli utili idioti per queste operazioni si trovano sempre. La crisi economica che sta travolgendo il Paese è improvvisamente scomparsa. I partiti, che ne sono responsabili, si sono riverginati grazie una manifestazione di 200.000 persone senza un servizio d'ordine degno di questo nome. Chi l'ha autorizzata? Un corteo appoggiato dal centro sinistra controllato a distanza dalle Forze dell'ordine di Zanna Bianca Maroni totalmente impreparate, lasciate a sé stesse. Un finale scontato e forse voluto.
Chi sono i black bloc? Il solo nome mette paura. Neri come la notte. Evocano nuovi fascismi. Perfetti per un'operazione di marketing e per spaventare le vecchiette. I violenti di Roma non sono un corpo alieno, sono persone, ragazzi esasperati che pagheranno per i loro gesti. Ma non vengono da Marte e senza una svolta radicale della politica il loro numero è destinato ad aumentare. Chi non ha più speranze, un posto di lavoro, una casa, è pericoloso per il Sistema. Divieti di manifestazione, arresti preventivi, irruzioni in centri sociali diventeranno routine.
La demonizzazione dei movimenti è in atto. La Repubblica titola un inquietante articolo di di Carlo Bonini e Giuliano Foschini "Il black bloc svela i piani di guerra. Ci siamo addestrati in Grecia". Un'intervista a un ragazzo, del quale è nota solo l'iniziale "F.", che svela l'esistenza di gruppi di black bloc istruiti militarmente in Grecia per seminare il panico in Italia. Il dialogo termina con queste battute:
Repubblica "Parli come un militare"
F. "Parlo come uno che è in guerra"
R. "Ma di quale guerra parli?"
F. "Non l'ho dichiarata io. L'hanno dichiarata loro"
R. "Loro chi?"
F. "Non discuto di politica con due giornalisti"
R. "E con chi ne discuti, ammesso che tu faccia politica?"
F. "Ne discuto volentieri con i compagni della Val di Susa"
R. "Sei stato in val di Susa?"
F. "Ero lì a luglio"
R. "A fare la guerra"
F. "Si. E vi do una notizia. Non è finita"
La Procura della Repubblica competente (credo che sia quella di Roma) deve accertare l'identità di questo fantomatico "F.". I giornalisti devono provare che le sue affermazioni hanno basi fondate. L'articolo collega gruppi terroristici con la protesta legittima dei valsusini contro un'opera devastante per il territorio, che costerà 22 miliardi di euro pagati dalle nostre tasse, che finirà tra vent'anni per trasportare merci in costante diminuzione. I treni attuali che transitano in Val di Susa sono pieni solo al 50/60%. Gli anarco insurrezionalisti in Val di Susa sono studenti, agricoltori, anziani, preti e sindaci. A quando la retata, caro Ingegnere?

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martedì 18 ottobre 2011

I cortei non servono ad un accidente.

Francamente me lo sarei risparmiato, di scrivere sull'ennesima puntata del serial "Blac bloc contro pacifisti, la Polizia sta a guardare" che va avanti con successo dagli anni '70. Ma qualcuno me lo chiede via email, e così ecco qua.
Negli anni '70, i blac bloc al loro esordio furono battezzati "autonomi", e facevano esattamente le stesse cose di oggi: devastavano le città durante le manifestazioni del movimento (sì, si chiamava "movimento" anche allora). In caso di oceaniche manifestazioni sindacali, operaie, del Partito Comunista, invece degli autonomi non c'era traccia e tutto si svolgeva in perfetto ordine.
30 anni e tutto è ancora uguale. E da 30 anni stampa, opinione pubblica, governo e forze dell'ordine si interrogano sul mistero misterioso di chi siano mai questi facinorosi. Sappiamo persino chi è il colpevole di Ustica, pensate, e ancora non sappiamo nulla di questi sfuggentissimi blac bloc. Infiltrati del governo di turno, ultrà del pallone, ragazzini esaltati che si divertono così, o forse sono ancora gli stessi autonomi del '77 che, con la panza e i capelli bianchi, si stanno guadagnando la sudata pensione.

Il piagnisteo generale è ora sul tema "Tutti parlano delle devastazioni, e nessuno parla dei motivi importanti della manifestazione". La mia opinione è che, se il corteo si fosse svolto tranquillamente, di tali motivi importanti non sarebbe fregato nulla a nessuno lo stesso. O pensate forse che oggi, a reti unificate e in tutti i bar d'Italia, si starebbe parlando di debiti, default, banche predatorie, crisi, derivati, e crollo del sistema economico globale? Un milione di persone in strada, come è successo altre mille volte in Italia, e come altre mille volte non serve a un accidente.
Noi siamo maniaci dei cortei. In nessun posto come qui, c'è la fissa dei cortei. C'è gente che ne ha fatto quasi un mestiere, dell'organizzare cortei: la "mani", la chiamano tali specialisti. Non credo si siano mai chiesti se la manifestazione serva a qualcosa, in particolare se serva a qualcosa quando si protesta contro organismi e decisioni sovranazionali. Un conto è il corteo contro la Gelmini, un conto contro il sistema finanziario globale. Ma in Italia si vuole fare la sfilata, tutti insieme con gli amici, "festosa e gioiosa" come chiede orribilmente Vendola: evidentemente ci si aspetta che si festeggi la crisi e le sue conseguenze saltellando in strada e poi tutti a casa.
Un atteggiamento completamente schizzato: ieri hanno intervistato una pacifista, che condannava gli scontri. Il suo collettivo? "Atenei in rivolta".
La mia sensazione è che il movimento italiano non stia capendo nulla della situazione, non abbia una strategia di protesta o persino di "rivolta", e che propabilmente sia capeggiato, come tutte le cose in Italia, dai soliti quattro babbioni vecchi come il cucco che sanno usare solo i sistemi di 30 anni fa.
Un milione di persone in piazza andrebbero spese molto meglio. Se non si fa la presa del Palazzo d'Inverno (la rivoluzione violenta su cui, con la massima nonchalance, discettavano fino a ieri persino autorevoli giornalisti e politici, gli stessi che oggi invocano sistemi gandhiani), che si usino almeno in un modo intelligente. Accampate al Circo Massimo, diecimila persone basterebbero per fermare Roma a brevi flash e, studiando uno straccio di cartina, potrebbero bloccare l'arrivo dei pezzi grossi dall'aeroporto di Ciampino, che regolarmente attraversano la città a duecento all'ora facendo strage di motociclisti e passanti costretti a buttarsi nei fossi per evitare le auto blu.
Occupy Wall Street sta in strada da 30 giorni. Erano 20 persone, all'inizio, oggi sono migliaia. E si fanno arrestare in massa, ogni giorno, disobbedendo alle assurde leggi repressive che vigono colà (ad esempio: vietato scendere dal marciapiede). Noi abbiamo un "potenziale di fuoco" pacifico di un milione di persone, e lo sprechiamo piagnucolando sui blac bloc che ci rovinano la festicciola, e poi tornando a casa con la coda fra le gambe. Il Circo Massimo era a due passi, ieri: ci fosse stato un cane pronto a lanciare un'idea alternativa lì per lì.
Il modello di battaglia di questa era, è piazza Tahrir. Occupare in migliaia uno spazio, permanentemente, e tenerlo col ricambio delle presenze (tutti trovano un'ora o due giorni per andare a presidiare): allestendo tendopoli, chioschi, facendo assemblee, disturbando con flash mob, resistendo allo sgombero, facendosi arrestare. Da piazza Tahrir a Wall Street, sta funzionando bene e trova la solidarietà della popolazione, della stampa che non può fiatare e persino di qualche membro delle forze dell'ordine.
Ma in Italia tale geniale idea non è venuta ancora a nessuno, di quelli che organizzano "le mani". Forse non sono venuti a saperlo. Sarà che, come i blac bloc, anche loro sono un poco anziani e con Internet hanno poca dimestichezza.

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Essere alternativi è difficile.

Rossobruni? No, rivoluzionari! - Lettera aperta ad Alternativa.
 
Un marchio d'infamia s'aggira nel web: il rossobrunismo.
È ormai sufficiente accostare questo neologismo a qualunque personaggio o meglio ancora movimento politico per screditarne per sempre proposte e opinioni. Il rossobruno, infatti, è ambiguo; cerca di infiltrarsi e riciclarsi; finge di essere un compagno ma in realtà è un fascio, e dei peggiori; condensa su di sé ogni risma di reducismo; è uno sconfitto e un reietto della storia; è uno sfigato; è per indole complottista; odia; la sua natura è violenta e antisemita; va da sé che in ogni rossobruno si nasconda un negazionista.
Perché questa onda di riprovazione così radicale sta investendo esponenti a cui la storia politica ha sempre lasciato uno spazio davvero marginale, che raramente si sono presentati come un movimento organico e davvero riconoscibile, e in cui sono stati inseriti, a torto o ragione, anche figure complesse e affascinanti? (dichiaro qui, ad esempio, la mia personale ammirazione per la figura misconosciuta di Nicola Bombacci, fondatore insieme a Gramsci e Bordiga del Partito Comunista d'Italia e finito fucilato a Dongo nel 1945 dai partigiani).
Probabilmente perché il rossobrunismo è una categoria che torna di estrema utilità nell'attuale lotta politica. Nell'area antagonista, infatti, da sempre divisa tra estremisti di destra e sinistra, si sta profilando con sempre maggior forza la tendenza a unire le forze e i pensieri antisistema orientandosi verso il superamento dei tradizionali concetti di destra e sinistra. Ecco, dunque, che appiccicare l'etichetta di rossobrunismo a queste tendenze risulta il modo più semplice per liquidarle e screditarle sbrigativamente, togliere loro ogni spazio di manovra senza bisogno di soffermarsi un secondo in più sull'analisi politica e di merito.
Ben si capisce, dunque, anche il riflesso condizionato di cui soffrono, spesso, i movimenti che si vedono attaccare addosso il cartello: Attenzione, passaggio rossobruni!
Riflesso condizionato che mi è parso di cogliere anche nel preambolo dell'ultima bozza programmatica di Alternativa, derivante probabilmente anche da recenti polemiche con l'accusa a Giulietto Chiesa, a Megachip, e quindi inevitabilmente alla stessa Alternativa, di andare a braccetto con rossobruni e filo-gheddafiani di vario genere.
In particolare il documento programmatico citato contiene questo brano: "Un altro concetto fondamentale per guidare politicamente una transizione verso una civiltà più umana è il superamento della contrapposizione tra destra e sinistra. Ciò non significa una confusione di valori, né significa cambiare il giudizio storico su ciò che hanno significato fascismo e nazismo, e sul decisivo valore di civiltà che ha avuto la lotta antifascista negli anni Trenta e Quaranta. Significa piuttosto rendersi conto che oggi l'opposizione di destra e sinistra è ormai del tutto interna a quel mondo che sta entrando in crisi irreversibile".
Il passaggio condensa almeno tre aspetti di grande rilievo. Su due mi trovo profondamente d'accordo, anche se voglio specificare e integrare meglio il mio pensiero a proposito, il terzo solleva a mio avviso alcune problematicità. Andiamo per ordine.
"Ciò non significa una confusione di valori". È un aspetto fondamentale. "Superamento" di destra e sinistra significa esattamente questo, non fare una commistione tra ciò che non sta insieme, una alleanza innaturale tra "sconfitti" della storia, ma appunto andare oltre, senza chiedere a nessuno di rinnegare, semmai mantenendo alcuni valori condivisi e in qualche modo universali, sviluppandoli e arricchendoli secondo le necessità che le inedite crisi epocali che stiamo affrontando impongono.
"Né significa cambiare il giudizio storico su ciò che hanno significato fascismo e nazismo". Perfetto, e aggiungerei anche il comunismo. Ma andrei oltre. Se a nessuno viene chiesto di rinnegare o annacquare il proprio giudizio storico, ciò dovrebbe valere in senso sia positivo che negativo. Chi ritiene che fascismo e nazismo siano stati, ad esempio, espressioni del "male assoluto", sarà ben legittimato a continuare a farlo. A chi non lo pensa non potrà essere chiesta abiura, e il confronto su questi temi, anche aspro, dovrà essere demandato al suo giusto e naturale ambito, appunto al dibattito culturale secondo una prospettiva storica. E ancora, se a nessuno viene chiesto di cambiare il proprio giudizio storico, a maggior ragione a chiunque si deve lasciare la possibilità di modificarlo, di nuovo sia in senso positivo che negativo, come naturale conseguenza del confronto storico-culturale.
"E sul decisivo valore di civiltà che ha avuto la lotta antifascista negli anni Trenta e Quaranta". Mi pare l'aspetto più delicato. Infatti, se non viene chiesto di rinnegare (nel senso sopra indicato) il proprio giudizio storico, come si può dichiarare l'antifascismo quale "valore di civiltà" in un documento programmatico? A me pare che i due concetti siano in contraddizione e non possano tenersi insieme, infatti l'antifascismo viene elevato al di sopra del giudizio storico, diviene valore politico, addirittura fondante. In quanto tale esso rappresenta una discriminante, una pregiudiziale escludente nei confronti di chi non si riconosca nel valore di civiltà dell'antifascismo, a meno di non richiedere una sua eventuale abiura.
Non entro nella questione di merito (se l'antifascismo possa considerarsi o meno un valore di civiltà), pongo una questione di metodo ma che non è questione formale ma sostanziale.
È giusto porre oggi una pregiudiziale antifascista quando il fascismo è morto settanta anni fa? È utile porre una pregiudiziale verso chi ha avuto una personale storia "fascista", e trova lì le radici valoriali del suo essere, oggi, contro l'imperialismo americano, la globalizzazione capitalistica, il sionismo, o il modello di democrazia rappresentativa di stampo anglosassone, senza per questo essere terrorista, xenofobo, antisemita, o fautore della dittatura?
Se la pregiudiziale antifascista viene posta, se ne devono trarre tutte le necessarie conseguenze. Innanzitutto la distinzione tra destra e sinistra, fatta uscire vigorosamente dalla porta, rientra dalla finestra dopo essersi cambiata nome. Mi si potrà obiettare che non sono esattamente la stessa cosa le distinzioni tra destra/sinistra e fascismo/antifascismo. Lo concedo. Ma faccio notare che oggi, in Parlamento, il 100% dei nostri rappresentanti, molti dei quali hanno avuto un passato da comunisti e da neofascisti, si dicono o anticomunisti, o antifascisti, o meglio ancora entrambe le cose contemporaneamente. Sfido a trovarne uno pronto a dichiararsi apertamente anticapitalista o addirittura (orrore!) antisionista. Ecco che, allora, c'è qualcosa che non torna.
Ritengo che per un movimento radicalmente antisistema non sia più utile, oggi, fare riferimento all'antifascismo come ad un valore di civiltà, un valore fondante il proprio impegno politico. Esso può risultare fuorviante e sterile. Se la "casta" contro cui combattiamo si dichiara fieramente anticomunista e antifascista, noi non dobbiamo di converso dichiararci comunisti e fascisti, ma rompere questo schema. Né comunisti né fascisti ma rivoluzionari. Perché solo una rivoluzione può salvare i nostri valori di civiltà, certamente una rivoluzione democratica, una rivoluzione pacifica, ma una rivoluzione.
Sarà dunque necessario cominciare a smontare, anche a livello comunicativo, i paradigmi di chi vuole imbrigliare il nostro essere rivoluzionari in vecchi schemi asfittici. A chi ci chiama rossobruni, dobbiamo rispondere fermamente.
Rossobruni? No, rivoluzionari!
Ps: Ma chi lo dice, all'ex comunista Giorgio Napolitano e all'ex neo-fascista Ignazio La Russa, di essersi tenuti a braccetto sulla guerra in Libia con la stessa linea politica interventista, in stile perfettamente rossobruno?

Non sono d’accordo con chi condanna le violenze.

"E' meglio essere violenti, se c'è violenza nei nostri cuori, che vestire i panni della non violenza per nascondere l'impotenza. C'è speranza perché il violento diventi non-violento. Non c'è speranza per colui che è impotente".
                                          Mahatma Gandhi

Se per trent’anni si è spinta la società dei consumi oltre il limite stesso del denaro, il "conflitto" è il meno che possa accadere. 
Ho letto centiaia di articoli, analisi e opinioni sugli scontri di Roma. In tutti si stigmatizza la violenza senza se e senza ma. Fiumi di parole per criticare chi ha distrutto vetrine e auto, critiche perché “avevano l’iPhone”, perché sono “fuori dalla democrazia” o perché sono dei “poveracci”. Alla fine di questa lava di parole mi resta un solo sentimento: la tristezza. Anni di informazione da stadio hanno trasformato questo mondo in un’arena in cui il migliore è colui sa puntare il dito verso il fango piuttosto che investigarlo. Il migliore è colui che si “eleva” sopra questo “fango” per dirci cosa è giusto e cosa è sbagliato. Il migliore è colui che decide chi può indignarsi e chi no. Il migliore è colui che celebra per giorni la morte di Jobs e poi critica il manifestante sfasciavetrina che compra l’iPhone.
Per trent’anni in Italia abbiamo perorato un’idea di emancipazione sociale non legata alla scolarizzazione – tipica della cultura contadina – ma al possesso di prodotti. Chi si sente indenne da questo pensiero rilegga le prime pagine dei giornali che hanno condotto un’interminabile celebrazione di uno degli uomini più ricchi del mondo, il quale ha costruito la sua fortuna economica sulla decentralizzazione della produzione in Cina e sulla sua enorme capacità comunicativa capace di trasformare il prodotto in culto. Qual è il frutto di questa celebrazione se non l’istigazione all’acquisto? 
Perché siamo così ipocriti da parlare, ancora oggi, di uno spettacolo a Broadway sulla vita di Steve Jobs e poi ci indignamo se un giovane vuole un oggetto Apple? Chi ha deciso dove mettere la soglia di ciò che si può desiderare? Il PD? Sel? L’IDV? Gli intellettuali di questa gauche caviar? Solo gli operai di Termini possono “incazzarsi” o può farlo il ragazzo per il quale l’iPhone è l’unico oggetto di riscatto sociale? 
Ciò che è terribile che da una parte si perora un sistema che pretende la crescita attraverso l’aumento dei consumi – da cui dipende l’aumento della produzione e non viceversa - e dall’altro si stigmatizza chi li acquista se non è conforme al gruppo che può possederlo. Dire che sono dei “poveracci”, inoltre, pone lo scrivente in una posizione di superiorità che non vuole sforzarsi di capire i perché di una reazione violenta. E’ fin troppo facile dire “sono delle merde”; e soprattutto ricorda i discorsi post 11 settembre in cui da destra a sinistra si diedero la mano per scatenare la guerra in Afghanistan – si leggano in proposito le ultime dichiarazioni di Di Pietro su una Legge Reale 2 che ha subito trovato una sponda favorevole in Maroni -.
Ricorda il pensiero unico che non vuole capire ma solo accusare. Sa di società che esclude chi non si siede al tavolo delle regole prestabilite. Sa di gruppo chiuso che per nulla al mondo pretenderà mai di riscrivere, realmente, le regole di una società allo sbando. Se è questa l’Italia che sognate, mi spiace ma io non ci sto. Non ci sto anche se a scrivere le regole fosse il 99% della popolazione, perché è da chi non si allinea che, spesso, nascono i cambiamenti. I cambiamenti non emergono da un gruppo di amici che si tutelano, ma da visioni differenti, da incontri di mondi differenti. I cambiamenti non nascono nel seno della reazione “indignada” del “cancelliamo il debito?” (anche se fosse tra trent’anni che facciamo? Lo ricancelliamo?). I cambiamenti non nascono in seno a questo consumismo laico. E nemmeno in seno alla frase fascista che condanna le violenze “senza se e senza ma”. Quanto è reazionario il pensiero unico buonista postveltroniano? Ciò che dovrebbe indignare è che in questo sentimento nazionalpopolare non c’è ricerca di dialogo ma solo la solita Italia fatta di guelfi e ghibellini. Non conta se in questo caso i guefli siano la stragrande maggioranza, perché non hanno necessariamente ragione tout court. E non starò qui a tediarvi con vecchi discorsi sulle maggioranze oceaniche...
Sulle bacheche dei reazionari del “senza se e senza ma” si continua a citare Pasolini e la sua Valle Giulia senza attualizzarlo e senza aprire gli occhi alla diversità che emergono dagli scontri. Perché la violenza è diversità, che ci piaccia o no. E’ un sentimento umano che esisteva prima di noi e continuerà ad esistere anche dopo piazza San Giovanni. Stigmatizzarla non aiuterà a fermarla ma ne accrescerà solo le dimensioni. Se non fosse chiaro guardate questo video del Fatto Quotidiano e la frase del manifestante “pacifico” che invita il “black-bloc” a coordinarsi con loro. La violenza è un sentimento che esiste in ciascuno di noi, comprenderne i fattori scatenanti è uno sforzo necessario
Sono stanco di questa Italia ipocrita sempre pronta a delineare il limite dell’indignazione. Di quest’Italia che condanna la violenza “senza se e senza ma” ma che celebra Piazza Tahrir o la fine di Ben Ali.
Se la rabbia cresce, sale, esplode e ha bisogno di sfogarsi, un motivo ci sarà. Cerchiamolo, invece di sentirci migliori. Poniamoci la domanda se sia giusto continuare a perorare modelli di vita irragiungibili – vedi il caro Jobs – o se questo porterà, prima o poi, ad una condizione per cui chi non può accedervi si stancherà di fare il precario/emarginato a vita e si unirà a chi già ha rotto le vetrine. E allora saranno ancora di più mentre noi continueremo a sentirci migliori. La rabbia crescerà e potrebbe trovare sponda negli strati più esposti della popolazione
Invece di continuare a emarginarli cerchiamo di capirne le ragioni; ascoltare servirà a capire quali bisogni abbiamo “indotto” e poi non siamo stati in grado di mantenere. Ascoltiamo anche se non ci vogliono parlare, anche se è difficile, anche se all'inizio diranno che "noi non discutiamo di politica con i giornalisti". E' difficile, è vero... Se fosse semplice sarebbe banale e non saremmo qui a scriverne. Ascoltandoli possiamo inziare ad immaginare un mondo in cui non ci sia, per forza, una continua richiesta di consumo dei beni. Ascoltiamo i "black bloc" (perdonatemi la banalizzazione), ascoltiamo gli spacciatori, ascoltiamo i carcercarati, ascoltiamo i folli, ascoltiamo gli immigrati, ascoltiamo gli emarginati: solo loro ci possono dire dove abbiamo sbagliato. Solo ascoltandoli possiamo inziare ad immaginare un mondo che non sia esclusivo e top-down ma che sia, veramente, partecipato. L’informazione è specchio di questa realtà che guarda dall’alto in basso le persone, basta leggere il Corriere di oggi che, riguardo al caso dell’uomo con il giaccone, parla di “ingenuità del popolo della Rete”. Come se in rete esistesse un “popolo”, magari anche un po’ di serie b...
In fondo è tutto qui il problema pretendiamo un mondo 2.0 ma solo quando non tocca il nostro orto o destabilizza le nostre certezze. Non siamo pronti, davvero, ad ascoltare tutti ma solo chi non si allontana troppo dal nostro pensiero (fermatevi a riflettere, ad esempio, su come navigate e vi informate in rete). L'ascolto serve per costruire un'alternativa alla violenza e finché non saremo capaci di offrirne una, continueremo a costuire una società fondata solo sulla repressione. Ne arrestiamo 800? Benissimo, tra sei mesi ce ne saranno altri 800 che ne prendereanno il posto, perché non avremmo affrontato le ragioni sociali e culturai che spingono al "conflitto".
I tempi non sono maturi per una società post-capitalista data la mancanza di modelli economici antagonisti. I tempi non sono maturi per gettarci alle spalle il capitalismo perché crediamo di avere ancora troppo da perdere.
Ma siamo sicuri che ci sia rimasto ancora qualcosa?

Mi sa che ho un tantino sottovalutato la portata della cagnara romana del 15.

lunedì 17 ottobre 2011

Eat the rich



Sul finire di una giornata del cazzo.

domenica 16 ottobre 2011

Siria, il Vietnam del Medio Oriente.

Sauditi (e Usa) da una parte, iraniani dall'altra: Damasco sempre più in crisi.

In un primo momento si era parlato di sceneggiatura degna di Hollywood, ma la storia del complotto iraniano per colpire obiettivi negli Stati Uniti d'America si arricchisce ogni giorno di nuove dichiarazioni scottanti. L'ultima della serie proviene dalla diaspora iraniana all'estero.
A parlare è il Consiglio nazionale della Resistenza dell'Iran, network di gruppi anti regime, che ha nei Mujaheddin del Popolo la formazione di riferimento. Secondo Maryam Rajavi, moglie del leader storico e presidente del Consiglio, il complotto negli Usa rientra in ''una nuova fase di esportazione del terrorismo da parte del regime e rappresenta un'evidente dichiarazione di guerra contro la comunità internazionale. La fermezza è l'unica politica corretta verso questo regime. La politica dell'Occidente va completamente cambiata. Fin quando questo regime sarà al potere, non abbandonerà l'esportazione del terrorismo e del fondamentalismo''.
Nulla di nuovo: già i passato il Consiglio e i Mujaheddin del Popolo si erano espressi sulla certezza che il regime degli ayatollah fosse già in possesso della bomba atomica. Si sono sbagliati. Di certo hanno tutto l'interesse ad accusare il governo dell'Iran, tanto che il portavoce europeo del gruppo, Shahin Gobadi, ha dichiarato di essere certo - senza specificare la fonte - che l'ordine di ordire ed eseguire il complotto sia partito direttamente dall'ayatollah supremo Alì Khamenei.
Nulla pare dimostrato, tranne la fretta degli Usa. Prima il vicepresidente Joe Biden, poi il presidente Obama, hanno tenuto a ribadire che non è ''esclusa alcuna opzione, compresa quella militare''. Davvero un'aggressività inspiegabile, alla luce dei fatti accertati. I sauditi, almeno dal 2004, vedono nell'Iran il male assoluto. Questioni politiche, nel senso del dominio regionale, e religiose - sempre buone da strumentalizzare - rispetto all'internazionalismo sciita inaugurato dalla presidenza di Mahmoud Ahmadinejad. La Siria, in questo gioco, è nel mezzo. La Siria, invece, accusa ''bande di terroristi'' di voler portare il caos nel Paese e di aver ucciso più di mille uomini delle forze di sicurezza.
Resta un dato di fatto: quello che accade in Siria, sul modello della Libia, ha poco in comune con quanto è accaduto in Egitto e Tunisia. Di sicuro perché le forze armate, in gran parte, son rimaste fedeli ad Assad, ma anche per altre dinamiche. Sembra quasi che la Siria sia ostaggio di una forza centrifuga, all'interno, ma anche di un moto dall'esterno, dove l'Iran e l'Arabia Saudita appoggiano i loro gruppi di riferimento per rovesciare - o tenere in sella - Assad. La sensazione è che se Assad mollasse l'Iran, spezzando la catena 'sciita' che unisce Teheran ad Hezbollah in Libano, la situazione tornerebbe sotto controllo. Sempre che l'Iran, come ha fatto per mesi in Yemen e per anni in Iraq, non sostenesse l'insurrezione sciita.
L'Iran, nella visione di Ahmadinejad, deve diventare il faro della rivincita sciita. L'ayatollah supremo Khamenei, invece, è più pragmatico, anche sulla difesa di Assad, non a caso tra i due la luna di miele sembra finita da tempo. Il coinvolgimento iraniano in affari di paesi come il Bahrein e lo Yemen, dove gli sciiti sono una minoranza oppressa, non è affatto un segreto. Ma un complotto antisaudita, in territorio Usa, con manovalanza messicana, sembra davvero uno scenario impensabile. Ma la reazione Usa tradisce la volontà di fare pressione in un modo più pesante. Per appoggiare i sauditi? Per costringere Khamenei a saldare i conti con Ahmadinejad? Per distogliere l'attenzione dalla crisi finanziaria? Chi può dirlo, ma la sensazione è che questa storia non promette nulla di buono.

Fonte.

Dopo che si fa?

In questi giorni c'è aria di arrocco, di Pallacorda, di Aventino. In un Parlamento mezzo vuoto il Presidente del Consiglio spiega le sue ragioni. Fuori, l'opposizione, che spera: il governo cadrà? Non cadrà? Non importa come sia andata a finire. Stiamo solo perdendo tempo. E occasioni.

Un governo regge fino a quando ha la maggioranza. Se compra i voti a suon di corruzione fa un reato. Qualcosa che, in politica, credo abbiamo visto da sempre. Ma l'opposizione che fa? Aspetta, spera, che già il sole si avvicina. Prima o poi, come tutte le cose di questo mondo, anche il governo Berlusconi finirà. Chissà a che prezzo, certo. Speriamo sia il prima possibile, al prezzo inferiore. Ma quel giorno finamente cambieremo. Ecco, il punto: cambieremo... in che direzione?

Non mi risulta che in questi ultimi decenni gli intellettuali, i filosofi, gli economisti, gli uomini di cultura, di scienza, abbiano elaborato un nuovo modello, le tracce di fondo per un nuovo sistema. In questo hanno mancato la loro missione fondamentale, storica, naturale. Comunismo e Capitalismo sono falliti. Erano stati pensati, teorizzati, progettati, e l'umanità si è avvalsa di quei pensieri tentando. Dopo i secoli della monarchia e della tirannia, hanno costituito una speranza. Hanno prodotto qualcosa, ma molto hanno distrutto. I due grandi pensieri del Novecento sono entrambi, pur in tempi diversi, falliti. Oggi ne subiamo le tristi conseguenze. Ebbene, che sistema pensiamo, allora, per il presente e il futuro? Silenzio...

Io non so ancora cosa pensa il PD, la sinistra in generale, sulla necessità di decrescere, di abbattere il consumismo, di ridurre l'impatto con l'ambiente, o sulle coppie di fatto, sul nucleare, sulla procreazione assistita e le coppie gay. E' mai possibile? Non so cosa pensa la sinistra di un nuovo mondo da realizzare, fatto di lotta alla schiavitù del lavoro, fatto di tetto ai megastipendi, fatto di rifocalizzazione del Paese sulla cultura, la creatività, la ricerca, il turismo, invece che sulla produzione di automobili con cui rimpinzare le famiglie indebitandole sempre più. Non ho mai sentito parlare la sinistra di un grande progetto edilizio per recuperare i borghi antichi del Paese, cosa che farebbe lavorare milioni di persone per decenni, risolvendo il problema della disoccupazione e della crescita del PIL. Non ho mai sentito fare programmi per ripulire il Paese, sporco e malandato, le spiagge, impraticabili, i mari, ormai distrutti, e predisporci a diventare il Paese leader nell'accoglienza e nel turismo. Non so perché la sinistra parli dell'esigenza di far riprendere i consumi e la produzione, perché questo è quello che dice la destra, che ha sempre detto il potere, e che serve a cloroformizzare e schiavizzare tutti, a renderli preda del debito, tutti a lamentarsi e poi in fila da Abercrombie & Fitch.

Insomma, io aspetto la caduta del governo Berlusconi come pochi altri, ma sono inquieto. Invece che stare come avvoltoi accanto alla bara, che tanto non serve a velocizzare la fine, bisognerebbe che l'opposizione andasse a lavorare. E il suo lavoro, il suo compito, oltre a quello tradizionale parlamentare, è quello politico di pensare come cambiare, studiare un nuovo modello capace di mettere insieme, almeno, il meglio del comunismo e del capitalismo, sistemi ormai falliti. Il suo lavoro è dare a noi la speranza che potremo cambiare direzione, chiunque governi. Così, invece, sappiamo bene che, chiunque venga dopo Berlusconi, noi continueremo nella direzione sbagliata. Non abbiamo bisogno di guide migliori nella direzione sbagliata, ma di direzioni giuste. Possibilmente con buone guide

Fonte.

Io sono convinto che mai (diciamo "difficilmente" via...) i cambiamenti sono migliorativi per davvero, ma ogni tanto un po' di positivismo ci vuole.

Rocket man



Spettacolo quando la gente mi dice che sta ascoltando sta roba qua!

A proposito di Guevara e del maggioritario becero nella stampa.

Domenica scorsa era l'anniversario della morte di Ernesto Che Guevara, assassinato sulle Ande boliviane 44 anni fa e personaggio storico della Rivoluzione cubana di Fidel Castro. Cliccando su un motore di ricerca - lo dico per i più giovani - potete sapere immediatamente abbastanza su di lui, ricordato in molte parti del mondo in questa data e più in generale con libri, film, opere teatrali ecc. Nel piccolo spazio dedicato ai necrologi, tra un parente scomparso e la memoria di gente comune, Repubblica aveva questo minimo trafiletto: "Oggi ricorre l'anniversario della morte di Ernesto Che Guevara. Quel giorno anche gli uccelli si fermarono in volo e versarono lacrime di pietra. All'Uomo straordinario che ha speso la sua esistenza nella lotta per le cause più nobili. Ancora oggi, ovunque, enormi moltitudini vivono nel suo incancellabile ricordo". Era siglato EC.

Ovviamente, essendo della generazione che in quegli anni adolescenziali pensava di cambiare il mondo salvo doversi successivamente difendere dall'aggressione della realtà che vuole cambiare te, questo trafiletto mi ha scatenato ricordi, emozioni ed immagini. Da dove ero quando ho saputo la notizia, all'idea di lui che si aveva nel mondo arrotolata e srotolata nel tempo, alla sua icona da tee-shirt, ai reportage che ho girato per la Rai a Cuba vent'anni fa in cui mostravo le grandi conquiste e l'alto prezzo nella moneta della libertà pagato nell'isola sotto Fidel (per cui giù botte da destra e da sinistra), ecc. Di sicuro senza il Che la nostra memoria sarebbe assai più povera, comunque lo si giudichi.

Il giorno dopo, ieri, con evidenza titolistica difficilmente ignorabile, che cosa ti trovo su Il Giornale di Paolo Berlusconi (e quindi non di Silvio, proto informatico fai attenzione...)? Una cosa come: " La sinistra nostalgica celebra il Che su Repubblica. Lo spietato guerrigliero sudamericano osannato come un eroe in un necrologio sul giornale di De Benedetti", un articolo a sette colonne firmato GioSal. Si va da un incipit straordinario ("Con l'atto capitalistico per eccellenza, e cioè pagando") a una serie di osservazioni sulle carceri cubane e sulla Costituzione castrista ("Nessuna libertà può essere esercitata in contrapposizione agli obiettivi dello Stato socialista"), fino a una citazione del Che che ammetteva di aver fatto fucilare delle persone, nel corso della guerra di liberazione da Battista, il dittatore servo fin dal cognome che aveva fatto di Cuba quel "bordello degli americani" che immagino presto tornerà ad essere, finito il mezzo secolo di castrismo. Castrismo a luci e ombre, ripeto. Insomma, immaginatevi Garibaldi al posto di Guevara, fucilazioni comprese...

Perché ne scrivo? Perché mi colpisce come un pezzo di storia di una popolazione, di un continente o subcontinente, di un'ideologia oggi a malapena sopravvivenziale in un mondo che di ideologie ne ha all'apparenza soltanto una, quella di non avere ideologie ma soltanto globalizzazione del denaro e per "happy few", sia ridotto a questa roba qui, che vi ho citato: poveri noi, il maggioritario dell'informazione ha fatto danni colossali alla materia grigia e all'obiettività un po' di tutti. Si perdono occasioni per commemorare - alla lettera, fare memoria - e analizzare le facce della storia, e tutto viene buttato nel tritacarne del tifo politico. "A ridatece il Che", verrebbe voglia di dire, se oggi trattiamo con questo livello di contestazione.

Fonte.

Nel giorno in cui i rivoluzionari di tutto il mondo scendono in piazza per indignarsi, mentre l'Italia fa la sua canonica pessima figura (1 - 2) e in regia si tenta di sfruttare il sempre valido divide et impera, io casco su questo articoletto.
Mi sa che sto 15 ottobre l'ho passato decisamente meglio rispetto a tanti altri.

sabato 15 ottobre 2011

Il respiro della sinistra.

La città più inquinata d'Italia è Torino con 47 microgrammi per metro cubo all’anno. Milano segue a ruota con 44 microgrammi per metro cubo. Dati riportati dal rapporto dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) a fine settembre. Le conseguenze sono ormai note: tumori alla gola e ai polmoni, leucemie infantili, insufficienze respiratorie, infarti.
A Torino e a Milano si muore per l'aria inquinata. Gli edifici di queste città hanno i colori dello smog con gradazioni che vanno dal nero dei piano terra al grigio tenue degli ultimi piani. Pisapia ha affrontato il problema di petto con un'idea geniale: l'incentivazione del mezzo privato. Subito dopo il suo insediamento ha aumentato i biglietti dei mezzi pubblici. Una misura che colpisce chi per scelta o necessità ha deciso di NON inquinare. Un aumento del biglietto urbano del 50%! Da un euro a un euro e cinquanta. La popolazione milanese ha risposto con entusiasmo. Nel mese di settembre sono stati acquistati meno di sei milioni di biglietti contro i sette milioni trecentomila del settembre dello scorso anno. Circa un milione in meno in un mese. Persone che hanno scelto l'auto per motivi economici. Infatti i costi fissi dell'auto si pagano comunque: bollo, assicurazione, tagliandi. La differenza tra il costo del biglietto e la macchina è data dalla benzina. L'auto diventa conveniente.
Il boom del traffico ha fatto raddoppiare per giorni il livello massimo di guardia del Pm10, in questo caso non si possono accusare i termosifoni dato il caldo africano di ottobre. La misura di Pisapia è stata di fermare il traffico a Milano la domenica. Il giorno in cui non ci sono pendolari e i milanesi fuggono dalla città. Una presa per il culo. La colpa viene data alla siccità o alla mancanza di vento. Per non morire bisogna fare la danza della pioggia. Nel frattempo Pisapia con i soldi del Comune, ottenuti anche grazie all'aumento delle tariffe, finanzia la cementificazione di Expo 2015. Il Comune ha infatti incassato dall'aumento dei biglietti un milione e settecentomila euro in più in settembre nonostante il crollo dei passeggeri. Il Comune entrerà nella società di gestione dei terreni dell'Expo, Arexpo, con un versamento di 32 milioni di euro. I mezzi pubblici vanno agevolati. Resi gratuiti tassando l'ingresso delle automobili nelle città e predisponendo aree di parcheggio nelle vie esterne di accesso. Vanno introdotte le targhe alterne. Chi usa l'auto dovrebbe pagare il biglietto a chi prende il tram, invece a Milano chi paga l'aumento del tram incentiva il cemento dell'Expo!
Ps: Qualcuno mi sa dire dov'é Fassino? Dopo la nomina a sindaco ha invocato il pugno di ferro contro la Tav e poi è scomparso. Veni, Vici, Tav!

Fonte.

venerdì 14 ottobre 2011

Lo sai che il Minnesota è fallito?

Proprio non lo sapevo e non mi consola il fatto d'essere accompagnato nell'ignoranza dalla stragrande maggioranza degli Italiani e non solo.
Inoltre, m'inquieta il fatto che questa bomba da prima pagina, in prima pagina non ci sia mai finita, guarda caso nel momento in cui la mina dei debiti sovrani deflagrava prima sulla testa degli USA (declassati finanziariamente e "costretti" ad innalzare per l'ennesima volta l'asticella del proprio indebitamente, divenuto maggiore della "ricchezza" che "producono" in un anno) e poi dell'Europa con epicentro l'Italia, che senza dubbio è il bottino più ghiotto del Vecchio Continente peché la mostruosità del nostro debito è direttamente proporzionale alla dimensione del patrimonio pubblico su cui la finanza mondiale può ancora mettere le mani (ultimamente quattro nomi tengo banco più di qualsiasi altro ENI, ENEL, Finmeccanica, Fincantieri) a prezzo di saldo ovviamente.
Le prospettive future non mi sono mai sembrate così rosee...

giovedì 13 ottobre 2011

Waiting for the night

Il mito della crescita.


Quando sei bambino ti dicono che per fare certe cose devi prima crescere. Non lo sai ancora ma la crescita sarà per te una condanna a vita, non smetterà mai. Il PIL, di cui ignoravi l’esistenza e del quale mamma e papà per pudore non ti avevano mai detto nulla, diventerà il tuo padrone. Se il PIL non cresce perdi il lavoro, se diminuisce non paghi il mutuo e ti sequestrano la casa. PIL nostro che stai nelle banche e nelle industrie delocalizzate, proteggi il WTO e dacci oggi il nostro rating quotidiano. Tu lavori di più, guadagni di meno, ce la metti tutta per aumentare il PIL. Nel mondo però, qualcun altro, guadagna meno di te, è pagato meno di te e il PIL del suo Paese cresce più del tuo. Non ti rassegni, se il
PIL non aumenta la colpa è tua. Non sei abbastanza competitivo. E allora al diavolo i diritti sindacali e le tutele sociali che impediscono la crescita.
Diventi uno schiavo e nei fiero!

Fonte.

mercoledì 12 ottobre 2011

Afghanistan - Abu Ghraib

Perché siamo in Afghanistan? Sono passati 10 anni e non lo sappiamo ancora. I nostri soldati sono rientrati nelle bare di Stato con la bandiera tricolore e le autorità ad accoglierli, le stesse che li hanno mandati a combattere una guerra insensata. Perché sono morti? Non lo sappiamo. Decine di migliaia di civili afgani sono rimasti uccisi a causa del conflitto e dei bombardamenti alleati e, anche di questo, non sappiamo nulla. Una strage di cui siamo corresponsabili anche se le bombe non le abbiamo lanciate noi, con i nostri aerei, ma i nostri alleati con i droni e i puntamenti satellitari. Perché l’Italia ha dichiarato guerra all’Afghanistan? Non lo sappiamo. Bin Laden era arabo, non afgano. Nel 2001 il mullah Omar era il capo riconosciuto di uno Stato legittimo. Gli fu chiesto dagli americani di consegnare Osama. Rispose che avrebbe avuto un regolare processo e chiese agli Stati Uniti le prove del suo coinvolgimento nella strage dell’11 settembre. Non ricevette alcuna risposta e nei giorni seguenti il suo Paese fu invaso. Siamo parte di una forza di occupazione che ha violato tutte le regole internazionali e non sappiamo perché.
L’Afghanistan si è gemellato con Abu Ghraib. Lo ha denunciato l’ONU in un rapporto rilasciato ieri. I detenuti nelle prigioni afgane sarebbero stati appesi per le mani, torturati sistematicamente, colpiti con scosse elettriche in varie parti del corpo e nei genitali fino allo svenimento. La convenzione contro le torture dell’ONU proibisce il trasferimento di un prigioniero a uno Stato in cui possa essere torturato. La Nato, con grande tempismo, dopo aver letto una prima versione del rapporto dell’ONU, dallo scorso settembre ha deciso di non dare più in custodia i detenuti a 16 carceri dove la tortura viene praticata. Ci sono voluti 10 anni e una denuncia dell’ONU per accorgersene. La Nato trasferirà ora i combattenti afgani catturati a Guantanamo dove i diritti civili sono più rispettati?
Dopo 10 anni di occupazione l’Afghanistan è per l’80% in mano ai cosiddetti “ribelli”. Manca loro solo Kabul. Se la Nato lasciasse l’Afghanistan, il Paese ritornerebbe sotto il controllo del mullah Omar in pochi giorni. Un disastro politico, bellico e umanitario di cui l’Italia è responsabile. Via dall’Afghanistan! La nostra Costituzione lo pretende, perché non lo pretendono le Istituzioni, a iniziare dalla presidenza della Repubblica, e il Parlamento? Perché siamo in Afghanistan? Qualcuno può rispondere? C’è qualcuno in casa?

Rapporto dell'ONU sulle torture in Afghanistan

Fonte.

E' sufficiente un po' di "malizia" per comprendere perché siamo in Afghanistan.