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venerdì 30 settembre 2011

La Cina sì avvicina ma con circospezione.

"Non salviamo nessuno, noi. Dobbiamo prima pensare a salvare noi stessi". Più chiaro di così, si muore. Gao Xiqing, presidente della China Investment Corporation, non sembra per nulla interessato a dare una mano alla vecchia Europa che stenta sotto il fardello del debito. Nei giorni scorsi si era diffusa la notizia che Pechino avrebbe potuto comprare quantità massicce di bond di Eurozona così come da anni fa con quelli statunitensi ma, durante un vertice del Fondo Monetario Internazionale, tutti i funzionari cinesi ivi presenti si sono affrettati a precisare che il problema non è in cima ai loro pensieri.
Gao si è parzialmente corretto poco dopo, quando ha dichiarato che sì, la Cina potrebbe comprare Eurobond - cioè debito garantito da tutti i membri di Eurolandia o dall'Europa come entità unica - ma solo se "il profilo di rischio è conforme ai nostri stanziamenti". Come a dire: dimostrateci che possiamo credervi e, soprattutto, non provate a rifilarci i buchi neri del debito greco o italiano.
Secondo alcuni analisti, la Cina potrebbe dare benefici all'asfittica Europa anche tenendo il piede ben schiacciato sull'acceleratore della crescita - chiamiamolo "effetto traino" - ma il problema di Pechino - che viaggia intorno al 9 per cento - è un altro: trovare un equilibrio tra la necessità di ampliare la ricchezza e l'eccessivo surriscaldamento dell'economia che, se produce inflazione (come in effetti sta succedendo), ottiene il risultato contrario: abbatte i salari reali e genera povertà di ritorno.
Come al solito, l'Occidente auspica anche che la Cina lasci fluttuare lo yuan/renminbi o, come minimo, lo rivaluti notevolmente. In tal modo, le nostre esportazioni potrebbero finalmente avere più accesso all'enorme mercato d'oltre Muraglia. Ma uno stretto controllo "politico" della propria valuta è per Pechino imprescindibile, soprattutto in un contesto internazionale in cui la moneta di scambio e riserva resta il dollaro - dei cui destini decide non la comunità internazionale bensì la Federal Reserve statunitense - e di fronte al pessimo e sempre più recente esempio della speculazione internazionale: nessuno potrà mai impoverire la Cina speculando sulla sua valuta.
Se il tema della crescita più o meno accelerata e quello della rivalutazione dello yuan sono degli evergreen nel rapporto Cina-Occidente, la questione dell'acquisto di debito europeo da parte di Pechino è la vera novità che promette di ritornare anche in futuro.
Perché, ci si chiede, la Cina compra bond statunitensi ed è riluttante a fare lo stesso con i nostri?
Esiste sicuramente un problema tutto economico, riassumibile così: evidentemente Washington offre più garanzie di solvibilità rispetto a Roma o Atene. E non fa una grinza.
C'è poi una questione politica: finché resta in piedi l'economia dei "galeotti incatenati", cioè il meccanismo per cui la Cina vende merci agli Usa e poi ricompra il loro indebitamento, Pechino ha una garanzia in più che Washington non possa tirare troppo la corda e promuovere anche oltre Muraglia "rivoluzioni del gelsomino" (o golpe) per interposta persona, come in Medio Oriente.
E infine sussiste una ragione tra il politico e il culturale. Quando parla con l'Europa, Pechino non sa con chi sta parlando: con un organismo che rappresenta tutti, con l'asse franco-tedesco o con la Banca Centrale? Quando il Dragone guarda a Bruxelles, è il mondo che ha perseguito e protetto (spesso a fatica) un'unità politico-amministrativa lungo i 5mila anni della sua storia che osserva, con sospetto, il mondo dei comuni, delle signorie, dei principati e degli stati-nazione.
Curioso che, quanto meno indirettamente, sia la Cina a indicare la via d'uscita all'Europa: un unità non solo monetaria ma soprattutto politica. O, se proprio non è cosa, dateci almeno "robusti" Eurobond.

Fonte.

A quanto sembra anche venderci il culo ai cinesi non sarà facile come appariva poche settimane fa.
Tremonti ne sarà certamente rammaricato.

giovedì 29 settembre 2011

Sì torna a parlare di BCE.

La fantomatica lettera scritta da Jean Claude Trichet e Mario Draghi, rispettivamente attuale e futuro presidente del consiglio direttivo della Bce, che ha infiammato il dibattito estivo, esiste. Ne è entrato in possesso il Corriere della Sera che ha pubblicato oggi l'originale in inglese e una traduzione in italiano.
Si tratta della lettera, datata 5 agosto, con la quale il vertice della Bce avrebbe suggerito integrazioni alla manovra finanziaria al governo di Silvio Berlusconi. È un testo breve, diviso in tre sezioni. "Il Governo italiano ha deciso di mirare al pareggio di bilancio nel 2014 e, a questo scopo, ha di recente introdotto un pacchetto di misure. Sono passi importanti, ma non sufficienti", si legge nel testo.
Il Consiglio direttivo suggerisce al governo una "radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali", "di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d'impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende", con la precisazione che l'accordo siglato il 28 giugno tra le parti sociali va in questa direzione; il governo, inoltre,"dovrebbe essere adottata una accurata revisione delle norme che regolano l'assunzione e il licenziamento dei dipendenti".
Seguono misure per "assicurare la sostenibilità delle finanze pubbliche", con un preciso riferimento a una riforma del "sistema pensionistico, rendendo più rigorosi i criteri di idoneità per le pensioni di anzianità e riportando l'età del ritiro delle donne nel settore privato rapidamente in linea con quella stabilita per il settore pubblico" e la raccomandazione di procedere ad uno snellimento dell'amministrazione, con "l'eliminazione di strati amministrativi intermedi, come le province" e l'introduzione di un coefficiente di performance per i dipendenti pubblici, soprattutto "nei sistemi sanitario, giudiziario e dell'istruzione".

Fonte.

La "fortuna" di esserci impantanati nella palude unitaria europea sta tutta nel contenuto di questa famigerata lettera. Sempre le medesime soluzioni (del cazzo) da parte di queste sedicenti cassandre dell'economia, che negli ultimi 30anni, tutto hanno fatto, tranne migliorare la vita alla gente.
Attendo con ansia la prossima svendita di patrimonio e diritti nazionali in favore del privato, sono curioso di vedere chi la porrà in essere e come reagirà la gente.

What's the frequency, Kenneth?



Vengo a conoscenza dello scioglimento dei R.E.M. con notevole ritardo.
Uno scioglimento da signori quali sono sempre (o quasi) stati i 3 georgiani.
Che altro dire, mi spiace.

mercoledì 28 settembre 2011

La faccia da culo dell'Unione Europea.

Era il 5 maggio del 2010 quando Daniel Cohn-Bendit, esponente franco-tedesco dei Verdi al Parlamento europeo, criticava con veemenza e passione la politica ipocrita dell'Unione europea che pochi giorni prima aveva approvato un piano di salvataggio per la Grecia da 110 miliardi di euro.

Diverse tranche, trenta miliardi a carico del Fondo monetario internazionale e ottanta provenienti dai paesi membri, che avrebbero dovuto salvare la Grecia dal baratro. Un'operazione folle, quanto inutile. Si chiedeva alla Grecia di riformare il sistema lavoro e pensionistico in tre mesi. Cohn-Bendit puntava il dito contro l'ipocrisia di Francia e Germania che solo poco mesi prima, mentre Atene era messa a ferro e fuoco dalle proteste della società civile, vendevano alla Grecia sei Fregate per 2,5 miliardi di euro, elicotteri per 400 milioni, caccia Rafale per 100 milioni, sottomarini per un miliardo di euro. In pratica, affermava l'europarlamentare "prestiamo soldi alla Grecia per far loro acquistare le nostre armi!".



I paesi europei che hanno accettato di "aiutare" la Grecia, hanno imposto un tasso del 5 per cento sui capitali che loro stesso hanno preso a prestito a un tasso che varia dal 1,5 al 3 per cento. Un altro modo di fare soldi sulle spalle dei greci "che sono essere umani". Cohn-Bendit chiedeva trasparenza e proponeva una soluzione: "Chiediamo ai greci se è più efficace un taglio sugli stipendi di mille euro", diceva il rappresentante dei Verdi oppure "smettere di vendere armi alla Grecia, di far impegnare la Commissione nel disarmo della regione, far ritirare i turchi da Cipro nord, tagliare l'esercito greco che è composto da 100 mila soldati per 11 milioni di abitanti, contro i 200 mila tedeschi per 80 milioni di abitanti..."
Tutte proposte cadute nel nulla, dimenticate. E oggi - un anno e mezzo dopo l'intervento di Cohn Bendit - anche la componente olandese della Bce prospetta lo scenario del default, dell'insolvenza "pilotata", della Grecia.

martedì 27 settembre 2011

Usa, la bolla dei prestiti agli studenti.

È stata definita la prossima bolla dell'economia statunitense, ma i suoi effetti, pur se meno intensi sul breve periodo rispetto a quella immobiliare, potrebbero costituire una bomba a orologeria per l'immediato futuro. Gli studenti Usa, scaraventati in un mercato del lavoro asfittico, non trovano più redditi sufficienti a rimborsare i debiti che hanno contratto per darsi una formazione. E a ogni rata non corrisposta, aumentano gli interessi, generando un circolo vizioso che opprime un'intera generazione. I dati parlano chiaro. Dall'inizio della recessione, nel 2008, tutte le forme di credito si sono ridotte, tranne una: sono proprio i prestiti agli studenti, cresciuti del 511 per cento dal 1999 all'inizio del 2011, raggiungendo la cifra complessiva di 550 miliardi di dollari. Il dipartimento dell'Istruzione statunitense stima che sono già a 805 miliardi e che quota mille miliardi non è poi così lontana.
Parallelamente cresce l'insolvenza: circa l'11,2 per cento dei rimborsi eccede di 90 giorni la data prevista. Solo le carte di credito hanno un tasso d'insolvenza superiore.
In media, secondo altri dati, un (ex) studente Usa esce dal college con circa 24mila dollari di debito sulle spalle, mentre solo il 56 per cento dei neolaureati trova lavoro.
All'origine del fenomeno, c'è l'alto costo delle rette scolastiche, quelle che in inglese si chiamano tuition e che comprendono, oltre i corsi strettamente intesi, anche tutti quei servizi che offrono un'istruzione completa e qualificata: la stanza dove alloggiare al college, le spese di viaggio, i libri, l'attrezzatura tecnologica. Rientrano alla voce tuition anche quelle spese accessorie che permettono di essere più competitivi, come le lezioni private.
Ad acuire la necessità di ricorrere al prestito privato, ci sono i tagli alle borse di studio e ai finanziamenti pubblici operati da molti stati.
Ma perché le rette scolastiche crescono mentre l'economia è in recessione? Perché le iscrizioni ai college hanno continuato comunque ad aumentare, dai 14,8 milioni del 1999 ai 20,4 milioni del 2009. Buona notizia, se parallelamente non fosse diminuita l'occupazione nell'industria, cioè il lavoro "sicuro" che consentiva a molte famiglie operaie di entrare dignitosamente nell'ambita middle-class: lo status che permetteva a genitori non istruiti di iscrivere i propri figli al college.
Ed ecco quindi il fiorire di prestiti appositamente dedicati agli studenti, facilissimi da ottenere ma complicati da rimborsare, alla luce di un altro dato: le rette crescono più dei salari.
Se è vero che il debito medio di un neolaureato è inferiore a quello delle famiglie che avevano contratto un mutuo ai tempi della bolla subprime, è del tutto evidente un altro fatto: là, si potevano almeno ipotecare le case; qui, uno studente non ha nulla da ipotecare se non se stesso, o le risorse che dovrebbero servirgli a competere nel mondo del lavoro. Valga per tutti, questo esempio tratto da AlterNet, che rivela un vero e proprio circolo vizioso.
"Tarah Toney ha lavorato in due posti a tempo pieno per permettersi il college, la McMurry University di Abilene, in Texas, e ha ancora 75mila dollari di debito. Dopo sei anni ha ottenuto una laurea in letteratura inglese, il suo desiderio era di insegnarla in una scuola superiore.
«Proprio al momento di laurearmi, il Texas ha preso la grave decisione di tagliare i finanziamenti all'istruzione - grazie governatore Perry [il candidato favorito alle prossime primarie repubblicane, ndr] - e i distretti scolastici in tutto lo stato hanno bloccato le assunzioni e cominciato a licenziare. È apparso subito chiaro che non c'era lavoro per me nella scuola pubblica del Texas.
Dopo due mesi di ricerca, ho trovato un lavoro temporaneo in un'agenzia immobiliare. Ad agosto il mio periodo-finestra dopo la laurea è finito e la rata per ripagare i miei prestiti da studentessa è di 500 dollari al mese. Sommando questa alle altre spese, si arriva a 2.100 dollari al mese. Se non pago, mi revocheranno la licenza da agente immobiliare, di cui ho bisogno per lavorare»."
Per disinnescare la bomba a orologeria del debito studentesco, alcuni pensano a palliativi. L'assemblea legislativa del New Jersey, per esempio, ha allo studio un disegno di legge per vietare un aumento superiore al 2 per cento annuo nelle rette del college. Altri, come l'ex manager e attuale blogger RJ Eskow, propongono di rispolverare una soluzione da New Deal roosveltiano: lo stato assuma i neolaureati per costruire le infrastrutture di cui il Paese ha bisogno.
Ma da alcuni settori si propone anche una soluzione "islandese": l'annullamento del debito, da considerarsi come un vero e proprio stimolo alla crescita economica. Il democratico Hansen Clarke ha presentato una risoluzione al Congresso (firmata da altri 12 parlamentari) che prevede proprio questa via d'uscita, che permetterebbe a circa 35 milioni di cittadini Usa di risparmiare tra i 400 e i 1000 dollari al mese per reinvestirli, così si spera, in un'economia asfittica.

Fonte.

lunedì 26 settembre 2011

Dove i banchieri pagano.

A oggi (1 settembre 2011), se digitate "Hördur Torfason" su Google, vi ritorneranno relativamente pochi risultati in lingua inglese. Se poi ci provate con Google News, in tutta la prima pagina compariranno solo notizie in lingue diverse da quella.
Di lui, nel modo anglosassone si parla poco. Si cerca di ignorarlo, se non in poche testate "alternative". Forse perché quello è il mondo (e la lingua) del business, del capitalismo finanziario, delle ricette "lacrime e sangue" per le economie in crisi.
Hördur Torfason è infatti il leader piuttosto casuale di un'Islanda "altra" che è riuscita a divenire maggioritaria e a indicare l'unica ricetta equa contro le crisi - che messe insieme diventano la crisi globale - provocate dalla speculazione finanziaria: non pagare.
Intervistato dal Mundo durante un suo viaggio spagnolo al fianco degli indignados, ha detto l'ovvio così ovvio da spaventare la stanza dei bottoni: i responsabili del crack finanziario ci hanno truffati e perciò sono loro a dover pagare (leggi "finire in galera"). Non è vendetta, è solo giustizia.
Ex attore e militante gay, il 65enne Torfason non è un forcaiolo. Al di là dell'esito giudiziario, è il principio che conta. In base a una delle ricette che le istituzioni del capitalismo internazionale - Fmi, Banca Mondiale e, dalla nostre parti, Bce - stanno imponendo a tutti gli Stati che non riescono a sostenere il proprio debito pubblico, ogni famiglia islandese avrebbe dovuto versare 50mila euro per "salvare" le proprie banche sull'orlo del fallimento.
Nel 2008, dopo anni di neoliberismo galoppante e di finanza creativa, gli istituti islandesi erano stati infatti travolti dalla crisi dei mutui subprime, accumulando un debito verso i propri creditori stranieri (soprattutto britannici e olandesi) che superava di gran lunga il Prodotto interno lordo del Paese. Il governo di allora, presieduto dal leader del Partito dell'Indipendenza (centro-destra) Geir Haarde nazionalizzò le maggiori banche (Landbanki, Kapthing and Glitnir), accettò l'"aiuto" del Fondo Monetario e della Comunità Europea (un prestito da 4 milioni e 600mila dollari) e decise di redistribuire il fardello tra la popolazione.
Aveva fatto male i suoi conti. Ogni sabato, gli islandesi scesero in piazza a migliaia, ci furono scontri e il governo si dimise. Dalle elezioni del 2009 uscì vincitrice una coalizione di sinistra (senza "centro" di mezzo) che nonostante i proclami contro il neoliberismo non riuscì per ad emanciparsi dalla logica del debito e finì per proporre solo una diversa soluzione di pagamento alle famiglie.
Furono allora gli stessi islandesi a prendere in mano la situazione: in un referendum del marzo del 2010, il 93 per cento votò contro la restituzione del debito, nonostante strilli e minacce della finanza internazionale. Il Fondo Monetario Internazionale congelò immediatamente il prestito e il governo islandese, incoraggiato dal consenso della stragrande maggioranza della popolazione, lanciò un'inchiesta civile e penale contro i responsabili del crack.
È tutto incredibilmente semplice: il debito che privati (le banche) contraggono con altri privati (gli investitori stranieri) non deve ricadere sulla testa di tutti.
Oggi l'Islanda ha tranquillamente dichiarato default, cancellando con un colpo di spugna i debiti contratti da banchieri senza scrupoli e anche la vecchia classe politica: un'assemblea di semplici cittadini sta riscrivendo la Costituzione, per svincolare il benessere collettivo dagli interessi dei poteri forti internazionali. È composta da 25 adulti eletti tra 522 candidati, non appartenenti a nessun partito politico ma segnalati da almeno 13 cittadini. La carta costituzionale su cui stanno lavorando è disponibile online ed evolve secondo suggerimenti e integrazioni che arrivano attraverso i social network.
Al giornalista spagnolo che gli chiede se non è troppo comodo vivere anni di vacche grasse per poi rifiutarsi di pagare, Hördur Torfason risponde così: "Non sono d'accordo [...] ci hanno fatto credere di vivere nel Paese più felice del mondo.. ci hanno ingannato in forma sistematica".
Tutto estremamente ovvio. È per questo che di Hördur è meglio che si parli poco.

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Carbone pulito, torna la cazzata!

Il carbone può diventare verde e trasformarsi in energia pulita. Ma il sogno economico, occupazionale e, perché no, ambientalista dell’unica miniera di carbone ancora attiva in Italia rischia seriamente di rimanere lettera morta per l’immobilismo di chi gestisce il potere centrale. Una storia di sviluppo mancato.

I tecnici lo chiamano “sistema integrato miniera centrale” e altro non è che un ambizioso (e all’avanguardia) progetto per la produzione di energia, gas metano e acque termali utilizzando il carbone e l’anidride carbonica che si ricava dalla combustione. Di fatto, un programma di interventi in grado di ridurre al minimo le emissioni di sostanze inquinanti nell’ambiente e allo stesso tempo produrre ricchezza.

Non è fantascienza, bensì quello che dovrebbe succedere (governo permettendo) nella miniera di carbone di Nuraxi Figus, piccola località della Sardegna sud occidentale in provincia di Carbonia Iglesias. Proprio qui si trova l’unica miniera di carbone ancora funzionante in Italia. Un sito che ha un giacimento ricchissimo con il quale si potrebbe scrivere una nuova pagina dello sviluppo del territorio, alle prese con una crisi drammatica che concede poche speranze all’esercito di disoccupati, cassintegrati, lavoratori in mobilità. Da qui dovrebbe ripartire il rilancio della Carbosulcis, con la privatizzazione della concessione mineraria (attualmente in mano alla Regione), la realizzazione di una centrale elettrica da alimentare con il carbone e impatto ambientale praticamente azzerato perché l’anidride carbonica prodotta dalla combustione del carbone dovrebbe essere catturata e iniettata nel sottosuolo invece che dispersa nell’atmosfera.

Da non trascurare le prospettive occupazionali: ai 500 posti di lavoro della miniera, dovrebbero aggiungersi 700 lavoratori della centrale e altri 1000 legati agli investimenti in innovazione per lo stoccaggio della Co2. Il progetto prevede la costruzione di una centrale capace di produrre energia elettrica attraverso la cattura della Co2 ed il suo stoccaggio in profondità, fino a 1000 metri sotto il livello del mare. In pratica le emissioni di anidride carbonica che derivano dalla combustione in una centrale andrebbero canalizzate e “sparate” nel sottosuolo attraverso un complesso impianto meccanico. Dalla reazione dell’anidride carbonica stoccata in una profondità così elevata e in un’area ricca di carbone si ricaverebbero gas metano e acqua termale. La produzione della miniera di Nuraxi Figus dovrebbe attestarsi attorno alle 800 mila tonnellate di carbone l’anno da vendere per la produzione di energia utile alle aziende di Portovesme, quelle periodicamente alle prese con gli alti costi energetici e la minaccia di sanzioni da parte dell’Ue per gli aiuti di Stato.

Il costo dell’investimento è di un miliardo e mezzo di euro. Primo passo è la predisposizione di un bando per l’individuazione del soggetto contraente per la realizzazione del sistema miniera centrale; la sua realizzazione, invece, deve avvenire tramite un bando internazionale. Il tutto attraverso una serie di passaggi che partono dall’azienda: la Carbosulcis, attraverso la Sotacarbo (acronimo di società tecnologie avanzate carbone), ha predisposto il progetto che è stato poi presentato alla Regione; da qui è passato al ministero dello Sviluppo economico che, a sua volta, ha inoltrato il tutto all’Unione europea. Il coinvolgimento delle istituzioni europee è necessario per scongiurare il rischio che, in caso di utilizzo di risorse pubbliche, si possa parlare di aiuto di Stato in virtù della partecipazione della Regione al progetto.

Si attendono dunque risposte dall’Unione europea, ma molto dipende dall’azione di Regione e Governo. Francesco Sanna, senatore del Pd, segue con attenzione la vicenda Carbosulcis e caldeggia il progetto, ma si mostra scettico: “Sono un sostenitore critico perché il progetto è ottimo, ma in mani sbagliate. E’ da due anni che chiediamo al governo nazionale di sapere che fine ha fatto il progetto in sede comunitaria: in Parlamento non hanno mai dato le delucidazioni del caso. Il risultato della latitanza del governo è che sono stati dati 100 milioni di euro non al nostro progetto, ma a quello di Porto Marghera, dove il carbone non c’è e va portato con le navi”. La speranza si unisce alla preoccupazione per le sorti dell’unica miniera di carbone ancora attiva sul territorio nazionale. Un mondo che ha ispirato anche un lavoro artistico, ovvero una mostra (dal titolo “Mauri/Minatori/Mineros”) del fotografo Adriano Mauri che dà spazio alle memorie dal sottosuolo attraverso gli sguardi in bianco e nero dei minatori. La mostra è approdata di recente in Argentina e nei prossimi mesi sarà ancora in giro per il mondo: 35 ritratti in bianco e nero, con testi scritti da Marco Delogu, direttore artistico del Festival della fotografia di Roma.

Fonte.

Le cazzate purtroppo non hanno le gambe corte come le bugie.
A distanza di sei anni dalla prima uscita pubblica del "carbone pulito" citato da Prodi intorno al 2005 quale soluzione per i mali energetici dell'Italia , l'argomento ora torna d'attualità in Sardegna.
Casualmente, anche qui troviamo un prestanome della cosiddetta sinistra a far da sponsor al carbone, la stessa sinistra che in Liguria ha fatto quadrato col PDL avallando l'ampliamento della centrale a carbone di Vado Ligure di proprietà Tirreno Power, società casualmente partecipata per il 39% dalla Sorgenia di Carlo De Benedetti, casualmente sponsor mediatico e non del PD.
Madonna quante casualità che girano intorno al carbone... sarà per questo che, da nero qual'è, attraverso una marea di informazione spazzatura si tenta di farlo divenire verde...

domenica 25 settembre 2011

La polizia s'incazza.



Questa è la polizia che da spolvero al nostro paese.

sabato 24 settembre 2011

venerdì 23 settembre 2011

La Difesa della Casta.

Per tutti c’è la certezza di andare in pensione con il 50 per cento di soldi in più rispetto agli altri dipendenti pubblici. E a fine carriera, cinque anni a pensione praticamente raddoppiata solo perché esiste la (remota) possibilità di essere richiamati in servizio. Per 44 generali c’è un appartamento di rappresentanza che può arrivare a 600 metri quadri per cui lo Stato paga tutto, anche le pulizie. E per sei di loro c’è anche una “speciale indennità pensionabile” che si traduce in 409.349 euro l’anno a testa e che si somma alla pensione ordinaria. Ecco quanto costa lo spirito di sacrificio delle forze armate italiane. Qui non parliamo dei 41 soldati italiani mai rientrati dall’Afghanistan, né dei carabinieri che si ritrovano a pattugliare le strade con auto vecchie e senza benzina. Parliamo di quella stretta cerchia di militari italiani che alle missioni all’estero preferisce un soggiorno tra le cime di Dobbiaco a 30 euro a notte in alta stagione.

Casa pulita, all inclusive
Prendiamo i 44 generali e ammiragli delle Forze Armate (Esercito, Marina, Aeronautica e Carabinieri) che hanno diritto all’alloggio di servizio e rappresentanza, il cosiddetto ASIR. “Questi alloggi – rilevava già nel 2006 la senatrice di Sinistra democratica Silvana Pisa – sono idealmente suddivisi in un’area di rappresentanza, i cui costi di gestione e mantenimento stanno a carico dell’amministrazione della difesa, e in un’area per così dire privata affidata alla gestione dell’alto ufficiale al quale l’alloggio è stato temporaneamente assegnato”. Nulla da eccepire se non che “tra le spese a carico dell’amministrazione vi sono naturalmente anche quelle quotidiane di pulizia dei locali degli alloggi, di rifacimento letti”. Di che si tratti, lo spiega bene l’ultimo capitolato di gara disponibile: “Spazzatura e lavatura dei pavimenti delle camere, corridoi, scale, ballatoi, con idonei prodotti disinfettanti; spazzatura e lavatura dei bagni comprese le relative pareti piastrellate, (…) spolveratura di tutti i mobili; battitura di cuscini e divani; pulizia e battitura degli scendiletto e pulizia di tappeti e moquette con idoneo aspirapolvere e/o battitappeto; (…) spolveratura e lucidatura di argenteria, oggetti in rame ed ottone; battitura dei tappeti e delle guide; ceratura dei pavimenti in parquet con prodotti specifici; pulizia, esterna ed interna, con aspirapolvere dei mobiletti porta condizionatori; spolveratura e pulizia con prodotti specifici dei lampadari; lavaggio e lucidatura con idonei prodotti di tutta la posateria in alpacca argentata/argento, (…) lavaggio delle tende, con esclusione delle mantovane e sopratende”. Il tutto alla modica cifra di 76.260 euro ogni anno per pulire un solo appartamento (fa 3 milioni e mezzo per tutti e 44).

Pensioni e indennità speciale
La pensione media per chi ha lavorato nel comparto militare è di 32 mila euro l’anno: quella dei dipendenti dei ministeri “civili” si aggira invece sui 20 mila euro. Oltre alla pensione ordinaria, al Capo di Stato maggiore della Difesa, ai tre Capi di Stato maggiore delle Forze Armate, al comandante generale dell’Arma dei Carabinieri e al Segretario generale della Difesa spetta una “speciale indennità pensionabile”: 409 mila 349 euro l’anno, che moltiplicati per sei sfiorano i due milioni e mezzo di euro annui.

L’ausiliaria
Dopo la pensione, per cinque anni, ufficiali e sottufficiali restano a disposizione della Difesa: per esempio, capita che in un lustro, per un paio di giorni vengano richiamati per partecipare a qualche commissione di concorso. Ecco, l’ausiliaria, il disturbo per intenderci, nel 2011 pesa 326 milioni di euro. Senza contare quanto vale in aumento del costo delle pensioni, ricalcolate alla fine dei 5 anni con l’anzianità maturata in più.

Terme e vacanze
Villa Irma, a Dobbiaco, era un albergo: oggi è considerata un Centro di addestramento alla sopravvivenza in montagna. Eppure, sempre albergo è: con 30 euro a persona, militari e famiglia possono soggiornare tra le cime delle Alpi. Nel Mar Ligure, all’isola Palmaria bastano 22,22 euro (le tariffe sono del 2005), al Terminillo 28, mentre “trascorrere periodi di riposo e di recupero psico-fisico” ad Alghero costa 27 euro per notte. Anche qui la domanda è semplice: perché devono essere colonnelli (con quello che costano) a gestire strutture del genere?
Le spese per il personale costituiscono il 65 per cento dei costi per la Difesa. Se al totale aggiungiamo le uscite non contemplate dal bilancio “ufficiale” (per esempio le pensioni) si superano i 23 miliardi di euro l’anno: l’1,44 per cento del Pil nazionale dicono i dati Nato, molto più dello 0,8 raccontato dalla “vulgata” governativa. E mentre in Gran Bretagna il governo Cameron, tra le proteste dei generali, “rottama” 200 mezzi corazzati e 100 caccia F35, noi “abbiamo ancora centinaia di carri armati come se domani dovessimo affrontare i carri sovietici sulla soglia di Gorizia”, dice Toni De Marchi, giornalista a lungo consulente parlamentare in commissione Difesa. “Ma le scelte di politica militare dell’Italia sono molto spesso dettate dalla naturale tendenza di un corpo burocratico di perpetuare se stesso e i propri privilegi: preparandosi a una guerra che non si farà mai, si difende un potere che non esiste più”.

Fonte.

Una classe dirigente che teme "ci scappi il morto" è comprensibile foraggi così lautamente i vertici delle forze armate, prima o poi potrebbero venire utili pure loro...

Parco Sempione

Quando il bue dice cornuto all'asino.

“Se il Parlamento è vivo la democrazia è certa, se il Parlamento è povero o pezzente, come oggi, allora c’è da dubitare molto che ci sia democrazia”. L’analisi impietosa è di Oscar Luigi Scalfaro ed è un passaggio della videointervista che è stata realizzata da Stefano Rodotà e trasmessa questa sera per la prima giornata del Festival del Diritto, a Piacenza fino a domenica.

“Chi ha fatto parte dell’Assemblea Costituente ha mantenuto nella carne viva il marchio della Costituzione – ha detto ancora l’ex presidente della Repubblica – noi avevamo, vorrei dire quasi naturalmente, per essere stati all’Assemblea Costituente il senso del Parlamento, della democrazia parlamentare. La Dc ebbe il culto del Parlamento. Il Parlamento come marchio di fabbrica di una democrazia, indice di quanto la democrazia è entrata dentro il Paese, starei per dire di come la democrazia si è incarnata nelle persone. Oggi guardare il Parlamento è una desolazione gravissima. Oggi purtroppo si può sostenere che la democrazia è defunta e defunta malamente”.

E rispondendo a una domanda sullo stato della moralità pubblica, Scalfaro ha rincarato: “Leggendo le cronache dei giornali, sembra che ogni giorno nascano a centinaia i nuovi profittatori, i nuovi ladri, le persone che nel momento in cui si avvicinano a un incarico, a una responsabilità, pensano per prima cosa a rubare, a tradire. Una cosa che fa spavento. La corruzione dilaga come una peste bubbonica”.

A commentare la video intervista, durante la tavola rotonda “I valori della Costituzione”, anche Rosy Bindi: “Siamo in una situazione molto complicata perché questo è un Parlamento di nominati sottoposto alla dittatura della maggioranza”. Una maggioranza che, prosegue la Democratica, “impone numeri e con i numeri decide anche contro il rispetto fondamentale delle regole. C’ è un parlamentare che ha approfittato dell’istituto dell’immunità per assicurarsi impunità e questa è una ulteriore prova che c’è qualcuno meno uguale degli altri davanti alla legge”.

Fonte.

Mancava giusto Scalfaro sul palco del teatrino di vacche sacre bollite che fanno invettive sulla democrazia dopo aver contribuito a sfasciarla.
Assistere all'esaltazione di un 90enne che rivendica il culto del Parlamento da parte della DC e sputa sentenza su ladri e approfittatori avendo alle spalle un decennale carriera politica a fianco dei peggiori personaggi della prima repubblica (Andreotti e Craxi) va oltre lo spavento, fa proprio vomitare!
Auspico anche per Scalfaro un fulmineo trapasso, prima va a far compagnia a Cossiga meglio sarà per tutti.

giovedì 22 settembre 2011

La polemica.

Quando mancano le capacità di replica due sono le strade percorribili: il silenzio e la polemica.
La classe dirigente italiana è egualmente abile in entrambe le discipline, in buona sostanza perché non ha mai un cazzo di valido e produttivo da dire alla gente.
Viste le condizioni generali (manca giusto che ci frani la terra sotto i piedi poi il quadro sarà completo) quella del silenzio è una strategia non più produttiva per soffocare le voci del dissenso proveniente dal basso, domina quindi la polemica più o meno chiassosa che sia.
E' il caso di questi ultimi giorni, in cui, nella bolgia delle ennesime intercettazioni indecorose con protagonista Berlusconi, è tornata a far parlare di se la TAV della Val di Susa, a seguito dell'incontro che Fazio ha tenuto nella sua trasmissione con Luca Mercalli. Il meteorologo, dissertando di clima e riscaldamento globale parla per 60 secondi di TAV e il giorno dopo parte la caciara politica, PD in  prima fila, che deve avere le mani ben in pasta in quest'affare da 20 miliardi di euro per brandire nei confronti di Fazio le medesime invettive che fino alla scorsa stagione il PDL scaricava sui Santoro o Floris di turno.
Ennesima dimostrazione che la sinistra, in Italia, non è più tale da almeno 20 anni.

Chetatasi la questione TAV, lo scontro verbale s'è inasprito con l'approssimarsi del voto sull'autorizzazione a procedere nei confronti di Milanese, il pupillo di Tremonti indagato nell'ennesima inchiesta di corruzione. Il più "estremo" sulla faccenda è stato Di Pietro che in un video messaggio ha esortato il Presidente del Consiglio a dimettersi al fine di sfrondare le tensioni sociali che montano nel Paese "prima che ci scappi il morto". L'aspra condanna in merito all'infausto presagio evocato dal segretario dell'IDV non sì è fatta attendere, anche questa volta prima di tutti è arrivato il PD.
Personalmente non credo che la moderazione dei toni sia stata invocata e imposta solo per salvaguardare la coesione nazionale, ma anche e soprattutto perché la classe dirigente (Di Pietro compreso)  ha sentore che il morto potrebbe scappare proprio tra le sue fila piuttosto che tra quelle dei "soliti" pezzenti.

Della serie "paura eh?"

mercoledì 21 settembre 2011

Quarto Reich.

Più la crisi economica si aggrava, più il rafforzamento dell'Unione europea viene presentato come unica soluzione in grado di scongiurare il collasso dell'euro. Lo scenario auspicato ormai in maniera esplicita da più parti è quello di un'unione federale sul modello di quello nordamericano, che sottragga sovranità economica ai governi nazionali per centralizzarla nelle mani di un apparato sovranazionale.
Oltre ai sempre più insistenti appelli per la creazione di "un'autorità centrale europea capace di gestire la crisi" (l'ultimo in ordine di tempo, George Soros, sul New York Times di martedì), un'autorità con potere di emettere titoli di Stato e imporre sanzioni economiche ai Paesi che sgarrano, si sente sempre più spesso parlare di 'Stati Uniti d'Europa': negli ultimi giorni lo hanno fatto il premier britannico David Cameron, auspicando questo sbocco per l'Ue, e il presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, candidandosi addirittura a diventarne futuro presidente.
L'idea che all'autorità degli Stati nazionali, già in piena crisi di rappresentatività della volontà popolare, si sostituisca quella di un Superstato centrale europeo, ancor più distante dai cittadini e vicino ai poteri forti (banche, multinazionali, ecc.), evoca in molti euroscettici lo spettro di un modello tecnocratico e autocratico che cancellerà ogni traccia di democrazia, intesa non come processo elettorale, ma come reale potere dei cittadini di influenzare le decisioni dei governanti.
Paure che si sono andate rafforzando negli ultimi anni, in seguito al modo assai poco democratico in cui i burocrati europei sono riusciti a imporre a tutti gli Stati membri la ratifica del Trattato di Lisbona del 2007, che in pratica è la carta costitutiva dei futuri 'Stati Uniti d'Europa'. Il documento, già bocciato con referendum da francesi e olandesi nel 2005, venne ripresentato tale e quale direttamente ai parlamenti per la ratifica finale.
Lo ammise candidamente uno dei suoi estensori, Giuliano Amamto, in un'intervista all'EuObserver. "Hanno deciso che il documento dovesse essere illeggibile, per nascondere la valenza costituzionale. Insomma il tipo di documento burocratico di Bruxelles che non cambia nulla e che quindi viene ratificato dai parlamenti senza bisogno di referendum. Capendo che esso conteneva qualcosa di nuovo, il referendum sarebbe stato necessario".
Gli irlandesi però hanno capito e nel 2008 hanno bocciato il Trattato con un referendum popolare. Mostrando un inquietante noncuranza per la volontà di un intero popolo, l'Unione europea ha ignorato l'esito del referendum, che in teoria avrebbe dovuto bloccare il processo di ratifica, e nel 2009 ha costretto Dublino a indire un nuovo referendum, facendo di tutto per rovesciare il verdetto popolare dell'anno prima. E infine riuscendoci.
A soffiare sul fuoco delle paure degli euroscettici democratici è stata poi la scoperta, nel 2009, del 'Rapporto della Casa Rossa': un'informativa dei servizi segreti Usa del novembre 1944 (codice EW-Pa 128) che dava conto di come i vertici del regime nazista stessero pianificando per il dopoguerra, assieme ai principali banchieri e industriali tedeschi, la risurrezione di un 'Quarto Reich' sotto forma di un mercato comune europeo con una singola valuta comune basata sul marco tedesco.
Al di là di queste suggestioni storiche, a legittimare i dubbi sul carattere democratico del disegno europeista ci pensano le parole degli stessi suoi fautori. Di nuovo Giuliano Amato, in un'intervista a La Stampa di diversi anni fa.
"Sbriciolare a poco a poco pezzi di sovranità, evitare bruschi passaggi da poteri nazionali a poteri federali. Non credo a un dèmos europeo e al sovrano federale. (...) Perché non tornare all'epoca precedente Hobbes? (...) Il Medio Evo è bellissimo: sa avere suoi centri decisionali, senza affidarsi interamente a nessuno. E' al di là della parentesi dello Stato nazionale. (...) Anche oggi abbiamo poteri, senza territori su cui piantare bandiere. Senza sovranità non avremo il totalitarismo. La democrazia non ha bisogno di sovrani".

Fonte.

Victims of war

Vittime della crisi.

Ad Atene, a ridosso del centro storico, c’è un viale percorso dai binari della ferrovia; là si trova una casa piccola, dipinta di rosso e giallo, con un giardino oltre la soglia: tavolini di metallo, sedie di paglia intorno, un bicchiere d’acqua ghiacciata. Un’oasi nel caldo torrido del pomeriggio, un rifugio per la decina di senza tetto che vivono qui, uno dei ricoveri di ‘’Klimaka’’, la Ong che, dal 2001, si occupa anche di loro.

Ti accolgono con un sorriso, salutano allegri: sono quasi tutti uomini, giovani o di mezza età, greci o stranieri. Poi riprendono a giocare a tavli; il rumore dei dadi scandisce un altro tempo, quello di un presente senza passato né futuro.

Panaghiotis si fa avanti timido: fra poco deve andare a un colloquio di lavoro ma il suo sguardo non nasconde rassegnazione e un vago imbarazzo. Ha quaranta anni e per diciotto è stato cuoco. Viveva bene, amava il suo lavoro, aveva amici, si innamorava, girava il mondo. E comprò casa, con un mutuo decennale. Per sei anni pagò le rate puntualmente, riuscendo a restituire il 60 per cento del debito contratto ma poi perse il lavoro. Presto il suo appartamento fu espropriato dalla banca e per Panaghiotis cambiò tutto.

"E’ successo un anno e mezzo fa. Per sei mesi non riuscii a pagare e allora la banca mi prese la casa. All’inizio stavo da amici ma è stato per poco. Sono finito per strada. Ero sotto shock e avevo paura. Per la mia incolumità fisica in primo luogo. Trovai un edificio abbandonato, lontano dal centro e mi ci infilai.
Tempo per trovare un nuovo lavoro non l’avevo, dovevo prima pensare a sopravvivere. Questo significava andare, due volte al giorno, alla mensa comunale e poi cercare il modo per rimanere pulito. Qui ad Atene non ci sono bagni pubblici, neanche a pagamento. E questo mi faceva soffrire più di tutto: essere sporco. Sono un cuoco, la pulizia è una questione vitale e, infatti, abbiamo l’obbligo di fare esami periodici. Dermatiti, epatiti e così via. Tutto sporco, come presentarmi come candidato chef?’’. Ho saputo, alla mensa del comune, dell’esistenza delle strutture di Klimaka. All’inizio venivo solo per lavarmi. Poi sono stato fortunato: si è liberato un posto e ora ho una casa. Questa. Qui cucino per tutti, sono pulito, ho un letto. E delle persone con cui parlare. Insomma, vivo una parvenza di normalità che mi permette di dedicarmi alla ricerca di un lavoro. Quando lo troverò, prenderò un monolocale in affitto e questa fase della mia vita sarà, finalmente, finita".
Eppure non è chiaro, dallo sguardo di Panaghiotis, se egli creda nel futuro.

"Lo shock di trovarsi a vivere all’aperto è maggiore per quelli che sono definiti ‘neo senza tetto’, che per la tradizionale categoria composta, prevalentemente, da malati mentali o tossicodipendenti’’. Ada Alamanou, responsabile dei rapporti con la stampa di ‘’Klimaka’’ fa il punto della situazione. "C’è un dato impressionante: nell’ultimo anno si è registrata un’impennata del 25 per cento nel numero di senza casa in tutta la Grecia. Eppure, non si tratta solo di un mutamento quantitativo: è qualitativo il vero problema. I neo senza tetto sono, per la maggior parte, vittime della crisi economica, persone di istruzione medio – alta che, nel giro di poche settimane hanno perso tutto. Faccio un esempio: un uomo, Arghiris, ha divorziato e, lasciata la casa alla moglie e ai figli, ha perso anche il lavoro. I risparmi, in casi come questo e con l’incidere della crisi, finiscono presto. Lavori non se ne trovano e anche il fratello di Arghiris è disoccupato. Non avendo la possibilità di farsi ospitare per lunghi periodi, Arghiris e tanti come lui, finiscono per la strada, con tutti i rischi che questo comporta. L’insorgere di malattie psichiche, alienazione. E, ovviamente, povertà.
Lo Stato greco non ha mai affrontato il problema dei senza tetto. Solo alcuni comuni, come quello di Atene, si mobilitano ma quelle prese sono sempre misure filantropiche, la mensa, per esempio, che altro non fanno che riciclare il problema.
C’è un altro aspetto da tenere presente: perché un cittadino greco abbia diritto a medicine gratuite, deve dimostrare di essere povero ma per ottenere il libretto d’indigenza, la persona non deve avere debiti col Fisco e col Fondo delle pensioni. Tuttavia, si capisce che la maggior parte dei senza tetto hanno problemi, anche gravi, di debiti".

Malati mentali, neo – senza casa, immigrati: sono ancora in cortile, chiedono una sigaretta, contenti: Ada ha appena annunciato loro che Ghiannis ce l’ha fatta, ha trovato un lavoro, "e ora gli cerchiamo casa’’. Perché, per Ghiannis, il tempo riprenda a scorrere.

Fonte.

martedì 20 settembre 2011

Default nostro unico amico.

Quando anche sui media generalisti inizia a farsi largo l'idea che la via argentina o islandese sia l'unica da percorrere per uscire dalla melma a base di debito, speculazione e recessione economica signifca che la resa dei conti sì avvicina a grandi passi.
La stessa gente che in questi giorni apre più o meno timidamente all'insolvenza greca con conseguente ristrutturazione del debito (che in parole spicce significa la penalizzazione dei creditori esteri e la salvaguardia di quelli interni) è infatti la medesima che fino all'altro ieri starnazzava in merito alla coesione dell'euro, alla necessità dei piani di salvataggio (strozzinaggio) di FMI/BCE con annesso massacro del walfare per pareggiare il bilancio e che, soprattutto, non s'è mai presa la briga di dire e scrivere che la situazione attuale è banalmente figlia di uno sviluppo scellerato basato unicamente sul profitto e totalmente distaccato dal miglioramento della qualità della vita che, almeno per qualche decennio (ma solo in apparenza) aveva affiancato la corsa del capitalismo rampante.
Meglio tardi che mai, ora bisognerebbe giusto cucire la bocca ai banchieri, che per ovvi motivi spandono analisi da fine del mondo nel caso in cui uno degli stati membri abbandoni la nave Euro, che è stato tutto tranne che sinonimo di Europa, almeno fino ad ora.

Like a Rolling Stone

Pur non apprezzando i gruppi cover e detestando ancora di più le formazioni tributo, sono dell'idea che per una band sia sempre cosa buona e giusta cimentarsi nella reinterpretazione di quei pezzi su cui i singoli componenti sì sono formati, musicalmente o per affinità di pensiero.

Mentre ero in metropolitana mi è venuta in mente la cover di Like a rolling stone con cui gli Stones rilanciarono nel '95 una carriera che artisticamente aveva già dato da un pezzo tutto quello che poteva dare.

Bazzicando su You Tube, ho trovato una miriade di versioni dell'originale bomba di Dylan. Tra nomi più e meno famosi, anche i Green Day (?!?), che dopo Working class hero fanno un'altra bella figura alle mie orecchie anche se con roba d'altri.

domenica 18 settembre 2011

Piove, governo ladro!!!

Con le ultime 24 ore sì può tranquillamente dire che il nord-ovest italiano abbia definitivamente pensionato l'estate 2011.
Un'estate decisamente gagliarda che merita a propria celebrazione un pezzo come sì deve!



UHA!

venerdì 16 settembre 2011

Rambo col turbante.

C'è chi ha paragonato l'azione talebana a Kabul di ieri con l'attacco dei vietcong a Saigon del 1968 che diede il via alla famosa offensiva del Tet. A parte il fatto che in entrambi i casi sono stati attaccati l'ambasciata Usa e il palazzo presidenziale, le due operazioni appaiono imparagonabili per le loro dimensioni: cinque battaglioni comunisti a Saigon, meno di dieci talebani a Kabul. Facendo però le debite proporzioni l'analogia appare meno assurda. Se una decina scarsa di guerriglieri è riuscita a penetrare nella zona più sorvegliata della capitale, a colpire gli obiettivi più sensibili e a tenere in scacco per ben venti ore centinaia di soldati appoggiati da elicotteri da guerra, cosa sarebbe accaduto se e l'attacco fosse stato sferrato da cinque battaglioni di talebani?
Nonostante Usa e Nato minimizzino, a nessuno sfugge la gravità di quanto accaduto. Un pugno di guerriglieri travestiti da donna a bordo di un pulmino pieno di armi sono riusciti a penetrare fino ai margini della blindatissima 'Green Zone' di Kabul, superando senza problemi tutti i checkpoint disseminati per la città, mentre altri loro compagni attuavano attentati suicidi diversivi in differenti zone della città.
Il commando è poi riuscito a prendere posizione in un edificio in costruzione a ridosso della Zone Verde all'interno del quale, nei giorni precedenti, era stato nascosto un vero e proprio arsenale. Da lassù i talebani hanno comodamente bersagliato per ore l'ambasciata Usa, il quartier generale della Nato, il palazzo presidenziale e la sede dei servizi segreti afgani.
Le immagini dei soldati americani che rispondono al fuoco talebano dall'interno del compound dell'ambasciata Usa, diffuse dalla Nato a scopo propagandistico, ricorda le scena di un film western con il fortino militare di 'visi pallidi' assediato da centinaia di indiani. Peccato che gli indiani-talebani che hanno tenuto sotto tiro per venti ore i soldati americani fossero solo cinque. Fossero stati cinquecento avrebbero conquistato Kabul?
"Impossibile preparare ed effettuare una simile operazione senza la collaborazione di qualche simpatizzante all'interno delle forze di sicurezza", ha dichiarato Mohammed Naim Hamidzai Lalai, presidente del Comitato sicurezza del parlamento.
Anche secondo l'agenzia americana privata d'intelligence Stratfor, "riuscire a fare arrivare in quella zona di Kabul diversi uomini, esplosivi e armi pesanti implica per forza di cose un qualche sostegno da parte delle forze di sicurezza afgane addette alla sorveglianza".
Visto e considerato che, al di là delle cessione formale delle responsabilità avvenuta a luglio, la gestione della sicurezza di un area sensibile come il centro di Kabul è ancora supervisionata dall'intelligence Usa, qualche ruolo in questa clamorosa vicenda potrebbe averla giocata anch'essa.
Questo piccolo 11 settembre afgano avrà il suo peso nelle trattative in corso tra Kabul e Washington sul mantenimento di basi permanenti Usa in Afghanistan dopo il 2014. Un'eventualità che il consigliere di Karzai alla sicurezza, Rangin Dadfar Spanta, ha ufficializzato per la prima volta al parlamento afgano proprio mentre il commando di supertalebani metteva a ferro e fuoco Kabul. Coincidenze.

Fonte.

I tormboni.

Pochi cazzi, quando sì cerca un po' di sana, gagliarda cagnara non c'è niente di meglio dei Sodom anni '90, alla faccia di tutti quei finocchi che passarono dai giubbotti toppati alle camicie di flanella al primo soffio di vento proveniente da Seattle.

Introduzione delirante a parte,  sono qui per vomitare un po' di schifo a seguito delle ennesime stronzate uscite dalla bocca dalla nostra classe politica.
Sì parte martedì 13 con la nuova stagione di Ballarò e la visione di Bersani che ride fintamente divertito alle battute di Crozza sul PD e il caso Penati, come se il salumiere piacentino non fosse il segretario del medesimo "partito" sputtanato.
Ha fatto più bella figura Alfano ribadendo con coerenza a mezzo delle sue espressioni da leso, d'essere uno schifo d'uomo.
Sì prosegue giovedì 15 con il libertario del futuro Fini che su 8 e mezzo, col consueto aplomb che lo contraddistingue (e gli fa fare sempre un figurone, lo ammetto), scarica la consueta vagonata di merda sul Governo, dispensando successivamente perle di saggezza in merito alla necessità di una nuova legge elettorale, alla fiducia nella giustizia e alla necessità di un patto generazionale che nella sua mente si concretizza nell'innalzamento dell'età pensionabile per consegnare un futuro più sereno e certo ai giovani. Un delirio di cazzate profuso con una pacatezza ed esaustività così spiazzante da eliminare ogni diritto di replica ai conduttori in studio, che per altro non la esercitano mai un po' per connivenza, un po' per incapacità.
Chiusa anche questa vetrina politica (i programmi di "approfondimento" di Floris e Gruber dovrebbero essere considerati spot elettorali, non informazione giornalistica) è il turno di un articolo apparso su Il Fatto Quotidiano, in cui viene dato spazio alle dichiarazioni  rilasciate da Napolitano in visita ufficiale in Romania circa la crisi e la necessità di comportamenti adeguati d aparte di tutti per riguadagnare la fiducia del mercato.
Le poche righe che compongono l'articolo meritano d'essere lette tutte d'un fiato per massimizzare l'effetto vomito nei confronti di questo trombone allampanato che richiama al dovere l'Italia stringendo le mani degli imprenditori che hanno delocalizzato in Romania e "riflettendo" sulle storture targate anni '70 e '80 che hanno portato il Paese ad accumulare 1900 miliardi di Euro di debito pubblico.
Da notare la totale assenza di critica nell'esporre le parole di Napolitano, trattato con trasversalità assoluta (sia politica sia mediatica) come una sorta d'oracolo ricolmo di saggezza, dimenticando che questo parassita della politica, fin dai tempi della militanza nel PCI (a cui è approdato proveniendo direttamente dai Gruppi Universitari Fascisti...) ha strizzato più di un occhio nei confronti della politica "spregiudicata" dei socialisti di Craxi e sosteneva la necessità per il PCI di meglio integrarsi con il capitalismo rampante di quegli anni che di fatto fu l'anticamera dello sfacio socio-economico che viviamo oggi.

Mi domando quanto tempo ancora bisognerà attendere prima di vedere questi paraculi fuori da coglioni della vita pubblica del Paese.

Blackened



Cristo ma perché hanno prodotto il disco a sta maniera di merda?!?

giovedì 15 settembre 2011

Guerra civile (?)

Si chiama Abdel Hakim Belhaj. È il nuovo governatore militare di Tripoli, ed è un islamico radicale, un jihadista. Lui stesso racconta di aver incontrato Bin Laden per l'ultima volta nel 2000 e che lo sceicco del terrore gli offrì di combattere insieme ad Al Qaeda contro gli americani e gli israeliani. Lui rifiutò, ma sono in tanti a nutrire dubbi e sospetti sul suo passato pieno di ombre.
Chi lo ha incontrato recentemente a Tripoli, come l'inviato Bernardo Valli di La Repubblica, racconta che il 45enne Belhaj porta la folta barba nera dei fondamentalisti islamici ma il suo viso giovanile e i suoi modi esprimono candore e dolcezza, in netto contrasto con la fama di duro guerrigliero.
Alla fine degli anni '80 ha combattuto in Afghanistan, alleato di Bin Laden, ma con la cacciata dei sovietici i rapporti con lo sceicco del terrore si sarebbero interrotti. Non ne sono stati convinti gli americani che lo arrestavano nel 2004 in Malesia trattenendolo in un carcere speciale di Bangkok dove sarebbe stato torturato da agenti della Cia prima di essere riconsegnato alla Libia. Ma in questa ricostruzione ci si perde. Secondo altre fonti, infatti, Belhaj avrebbe guidato il Gruppo libico di lotta islamica, uno dei più oltranzisti nella opposizione contro Gheddafi, ma anche profondamente infiltrato dalla stessa Cia. È possibile che gli americani abbiano tradito Belhaj perché in quel frangente lo scenario internazionale stava mutando e il raìs libico, da "cane rabbioso" tornava ad essere un interlocutore fondamentale per tutte le cancellerie occidentali, Washington per prima.
In Libia Belhaj è incarcerato in cella di isolamento per sei anni, una gattabuia senza un filo di luce, ed è già un miracolo che non sia stato giustiziato subito per aver partecipato a tre attentati contro Gheddafi.
Alla fine viene salvato grazie al programma "pentimento degli eretici" voluto da Saif al-Islam, il figlio del Colonello e suo erede politico, così il comandante fondamentalista rinnega formalmente la sua fede jihadista e fa abiura dei suoi principi teologici. Esce di carcere. Ma non passa un anno che si trova sulle montagne occidentali libiche ad organizzare la guerriglia e ad imporsi come comandante grazie alla sua esperienza afgana e il suo carisma. Come nella guerra per Kabul, Belhaj e i suoi uomini usano i rifornimenti e i materiali militari della Cia e delle altre intelligence occidentali. Un ritorno a casa?
Non è chiaro chi l'abbia nominato governatore militare di Tripoli. Si dice per acclamazione diretta delle stesse truppe sul campo, dopo che i suoi uomini avevano conquistato Piazza verde e successivamente il bunker di Bab al Azizya. Ma di nuovo ci si perde nella ricostruzione. Ad esempio uno dei comandanti ribelli della "brigata Tripoli", che ha occupato la capitale, parla senza peli sulla lingua: "Quelli che comandano ora, noi non li vogliamo. Punto. O si cambia o si finisce male. Belhaj non ha combattuto per occupare Tripoli, e non ci piacciono le sue frequentazioni del passato. O se ne va o lo mandiamo via. [... Lo pensa] il novanta per cento delle nostre brigate, una decina di migliaia di uomini. Pensiamo che il Cnt [Consiglio nazionale di transizione] ci debba ascoltare, ma se non lo fa, abbiamo le armi per farci ascoltare. Noi abbiamo liberato Tripoli, possiamo liberarla nuovamente".
La presenza di Belhaj quale capo militare del Cnt a Tripoli crea non pochi imbarazzi anche a Bengasi, ma è certo che l'uomo si trovasse al fianco del presidente del Consiglio dei ribelli, Mustafà Abdel Jalil, sia nella riunione di Parigi durante l'incontro con Sarkozy, sia a Doha, nel Qatar, durante la riunione della Nato, presentato in qualità di "mano armata della rivoluzione".
Non si può dimenticare che pochi giorni prima del putsch contro Tripoli, il comandante militare delle milizie ribelli, il generale Abdel Fattah Yunes, era stato assassinato proprio per mano delle fazioni islamiche. La fine di Yunes, la repentina ascesa di Belhaj, la caduta di Tripoli, difficilmente possono non essere messe in relazione.
Ora la capitale risulta divisa in settori, ognuno dei quali controllato da una diversa milizia e che risponde a proprie logiche e assetti di potere. "La brigata Zitan ha preso il controllo dell'aeroporto, quelli di Misurata stanno piantati a guardia della banca centrale e del porto, le brigate Tripoli tengono il centro della città, mentre i berberi delle montagne, quelli della brigata Yafran, sono al comando degli altri quartieri del centro. Chi ricorda i venti anni della guerra del Libano non può non ricordare che tutto cominciò con la divisione dei quartieri tra sciiti, sunniti, cristiano-maroniti, nasseriani, e drusi", scrive Mimmo Càndito su La Stampa. E senza contare i lealisti che, sicuramente ancora presenti in forze, si celano nell'ombra forse in attesa di una occasione propizia. Il "tragico puzzo di Libano che infesta l'aria" di Tripoli fa temere che la guerra non sia ancora finita, e un'altra ancor più drammatica stia covando sotto le ceneri della capitale liberata.

Fonte.

mercoledì 14 settembre 2011

Il morto chilometrico.

Se per un'inondazione muoiono diecimila persone in India - per dire - fa meno effetto mediatico da noi che se esplode una caldaia con dei feriti a Viterbo: giornalisticamente è il cosiddetto "morto chilometrico", di ciò che fa notizia e di ciò che non la fa, inteso anche e ormai soprattutto come merce per consumatori e non come "servizio" per i cittadini. E' un criterio spaziale, di distanza, di appeal mediatico, di modalità dell'accaduto, di conseguenze dell'episodio nella sua gravità "relativa", intendo giornalisticamente relativa ecc. Forse è un discorso che si può fare a proposito dell'11 settembre, inteso non come anniversario del golpe militare contro Allende in Cile nel 1973 (reingoiato dalla storia senza troppi sussulti) bensì dell'assai più drammatico attacco alle Twin Towers di cui ricorreva il decennale.

Mediaticamente è stata ovviamente un'orgia di ricordi, cronache, punti di vista, commozioni, speculazioni politiche, contrapposizioni negli Usa tra il Bush ex spernacchiato e l'Obama ex osannato, misurazioni degli effetti di un attentato e delle guerre successive meglio se dichiarate e realizzate per tutt'altri motivi, slogan epocali ("la fine dell'innocenza") e story bord pubblicitari. Massimo Fini, noto per non mandarle a dire, ha sbriciolato il famoso "siamo tutti americani", postumo facilotto e condensatore della tragedia, per ricordare altri morti tra i civili delle guerre e delle colonizzazioni a stelle e strisce, in numeri vertiginosi di fronte ai quali la strage dell'11 settembre aritmeticamente scolora. Aritmeticamente, ma non giornalisticamente, né politicamente, per via di quel "morto chilometrico" elevato a potenza e inteso nel suo senso più pieno.

Qualcuno ha osservato che i media non parlano o non hanno parlato abbastanza dei dubbi sulle versioni ufficiali di quel giorno indimenticabile: è vero fino a un certo punto, da poco meno di dieci anni - hanno cominciato nei mesi successivi all'11 settembre 2001 - girano notizie e video che gettano tonnellate di ombre sulla versione del Pentagono e sulle palesi incongruenze e assurdità di tali ricostruzioni: materiale giornalistico non sufficiente (sembra) a dire come è andata davvero, ma di sicuro ultrasufficiente per affermare che non è andata come ce l'hanno raccontata. Di qui perplessità, interrogativi, tesi su complotti di vario tipo ecc., fino alla recente querelle tra Cia e FBI, di cui comunque anche in Italia si è parlato o parlottato. Il problema è che non è facile smontare versioni ufficiali costruite anche a mezzo stampa con la stessa stampa che le ha costruite.

Quell'attentato si è portato dietro lutti e rovine, oltre alla immane tragedia che è stato, ribadendo la questione esiziale del mondo contemporaneo diviso tra libertà e sicurezza. Questione tutta in piedi anche oggi, ovviamente. Ma superata temo, a giudicare dai contorni di una commozione da decennale che sembrano svanire con esso, dalle preoccupazioni per la crisi dei mercati, del capitalismo, del lavoro, della pagnotta. Forse, negli Usa come da noi come in tutto il mondo, l'anniversario più sentito non è un anniversario, ma una sorta di "diario": dico del giorno per giorno in cui la maggior parte del pianeta è sempre più povero tendendo al misero in molte aree disgraziate, mentre una sempre più ristretta cerchia di super ricchi tenta con difficoltà di tenerlo a bada. Davvero stiamo trattando di libertà e sicurezza, di scontro di civiltà e di religioni belligeranti ? Sicuri? Non siamo piuttosto tutti ostaggi del denaro e del potere personificati da agenti di volta in volta vestiti, travestiti, camuffati diversamente ma facce dello stesso prisma? Altro che morto chilometrico: basta guardar fuori dalla finestra senza bisogno né di aerei kamikaze né di torri che crollino.


Fonte.

Attenti al lupo



Belìn il mangianastri della BX!!!

martedì 13 settembre 2011

La Cina è sempre più vicina.

Ricordo che lo ripeteva frequentemente Enrico Bertolino a Glob - L'osceno del villaggio in oda su Rai3 qualche stagione fa.
Se già ai tempi suonava poco come battuta e molto più come infausto presagio, quella di Bertolino è divenuta un'ipotesi da sondare politicamente, come sta facendo in questi giorni l'ex superministro (viste le beghe milanesi) dell'economia Tremonti, ma andiamo con ordine:

Pechino potrebbe comprare titoli di Stato per puntare alle imprese strategiche. 
Ma forse non basterebbe lo stesso.
"No" per la borsa, "ni" per l'economia reale. Se i mercati non credono che la Cina potrebbe salvare l'Italia dal default, si ipotizza tuttavia che l'appetibilità di alcuni nostri asset strategici potrebbe indurre il Dragone ad aprire i cordoni della borsa. È stato il Financial Times a dare la notizia di un primo abboccamento tra il ministro dell'Economia, Tremonti - l'uomo che in passato aveva lanciato il grido d'allarme contro lo "spauracchio Cina" - e il presidente della China Investment Corporation (Cic), Lou Jiwei. La Cic, ricordiamolo, è il principale fondo sovrano cinese. Nata nel 2007 e foraggiata con l'immensa liquidità cinese dovuta al surplus commerciale, ha attualmente un patrimonio di oltre 400 miliardi di dollari. È il portafoglio del Dragone e la longa manus di Pechino nell'acquisto di partecipazioni all'estero.

Bufala o no?
Cominciamo dai mercati. Niccolò Mancini, trader di Piazza Affari, non ha dubbi: "La reazione alla notizia che la Cina si comprerebbe parte del nostro debito è durata un quarto d'ora. Siamo partiti in positivo e alle 9.15 eravamo già sotto. È stata valutata una bufala anche perché si pensa che, se i cinesi volessero intervenire, prima che sul debito pubblico lo farebbero su aziende e banche, visto che alcune ormai vengono via a prezzo di saldo. L'altro segnale è stato lo spread, che ha superato i 400 punti attorno alle 10.00, il che significa che, a parità di scadenza, paghiamo gli interessi dei titoli di Stato il 4 per cento in più della Germania."
Paolo Manasse, docente di macroeconomia a Bologna e alla Bocconi di Milano, ritiene invece plausibile un interesse di Pechino di carattere sia strategico-geopolitico sia finanziario: "Investire al tasso di interesse che hanno i nostri titoli, se si scommette sulla solvibilità dello Stato, è un buon affare. Ma potrebbe soprattutto essere un investimento strategico, perché getterebbe le basi per un ingresso sia nelle banche sia nelle industrie italiane, con l'acquisto di partecipazioni azionarie. Anche se ci fossero problemi di solvibilità, la soluzione già attuata con i Paesi dell'America Latina e con la Grecia potrebbero essere i debt-for-equity-swap [scambio tra titoli di tipo diverso che consente la ristrutturazione del debito, ndr] tra titoli di Stato e azioni di imprese partecipate dallo Stato. Convertire debito pubblico in debito privato con partecipazione statale".
Quali sono le imprese italiane che potrebbero interessare alla Cina?
"Oltre a Eni ed Enel, di cui parlava il Financial Times, ci sarebbe Alitalia e poi le fondazioni bancarie partecipate dallo Stato. La Cina è soprattutto interessata all'energia, credo che una partecipazione di rilievo nell'Eni potrebbe essere appetibile". In tal modo - aggiungiamo - Pechino tornerebbe ad avere un certo peso in Libia senza colpo ferire. E tra le imprese possedute in tutto o in parte dallo Stato, non possiamo dimenticare le Ferrovie dello Stato - il governo cinese ha un debole per i treni - e la strategica (militarmente parlando) Finmeccanica.
Tornando ai mercati, cerchiamo di capire perché non restituisce fiducia l'ipotesi che l'economia che dispone di più liquidità al mondo metta una pezza alla voragine del nostro debito pubblico.
"Da oltre due mesi è chiaro che i mercati prendono di mira Berlusconi - sostiene Mancini - nonostante la stesura di quattro finanziarie. La sfiducia dei mercati è chiara, il problema è che in qualsiasi parte del mondo un governo ne avrebbe tratto le conseguenze; da noi, con una maggioranza a libro paga del premier, tirano avanti".
Cinesi o non cinesi, secondo l'operatore di Borsa il problema è quindi politico: "Le aste dei buoni del tesoro lanciano un altro segnale. Ieri il tasso dei Bot a un anno era del 4,15 per cento, oggi quello dei Btp a 5 anni è di 5,60. La situazione è insostenibile per un Paese con il nostro debito pubblico - 1900 miliardi - perché quei tassi d'interesse significano che la manovra l'hai già bruciata prima ancora di farla. Sono convinto invece che eventuali dimissioni di Berlusconi potrebbero tranquillamente valere 150 punti sullo spread e il 15 per cento sulla Borsa".

Fonte.

Il "bello" di questa situazione è trovarsi tra l'incudine di un mercato mai sazio nei confronti di un Paese che per sopravvivere cannibalizza se stesso, e il martello di una classe dirigente sfiduciata dagli ambienti finanziari occidentali (quelli che "comandano") probabilmente perché a tempo debito, si fece intima collaboratrice dell'altra sponda (Putin, Gheddafi e via discorrendo).
Nel mezzo, la popolazione disinformata e disinteressata, incapace di rendersi conto d'essere nuovamente vittima del consueto doppiogiochismo della politica italiana (quello che ci ha portato a saltare il fosso nelle due guerre mondiali e nell'attuale conflitto libico) ma soprattutto miope nei confronti di un futuro in cui saremo privati d'ogni sovranità sui beni del nostro paese, sempre ammesso che il vento non cambi ovviamente.

Internal conflicts



Nemmeno tanto interni questi conflitti, a volte.

domenica 11 settembre 2011

Le guerre dell'11 settembre.

Com'era prevedibile, il decennale è stato ricordato con notevole fragore mediatico (il povero Allende, invece, continua a non filarselo nessuno). Tuttavia, a distanza di 10 anni, ho l'impressione che buona parte degli strepiti alla Oriana Fallaci inneggianti lo scontro di culture siano andati ampiamente stemperandosi.
Il merito, ovviamente, non sì ascrive al ripensamento degli avvenimenti che hanno condotto a quel disastro (nel cui merito, per fortuna, sì è imposto un notevole scetticismo circa la versione ufficiale dei fatti) ma al cocktail di guerra perenne al terrore con annesse spese militari faraoniche, che hanno in buona sostanza pigiato l'acceleratore sull'autodistruzione di quel capitalismo che un decennio prima sì pavoneggiava per essere rimasto intonso rispetto allo sgretolarsi del "sogno"comunista.
La morale di questi 10 anni sta quindi in una bella facciata presa dalla "civiltà" occidentale e probabilmente nella fine di una determinata concezione del mondo e dell'esistenza su questo Pianeta, che seppur embrionalmente inizia a manifestarsi ed è comunque palpabile ad ogni angolo di strada sotto forma di pessimismo e fastidio nei confronti di un decennio che ha smontano tutte le disillusioni maturate nel secondo dopoguerra.



Prima di iniziare il calcolo dei costi - in termini economici e di vite umane perse - delle guerre dell'ultimo decennio, l'editorialista del quotidiano britannico the Guardian Jason Burke si sforza di dare un nome alla serie di conflitti a catena scaturiti dall'attacco alle World Trade Center dell'11 settembre del 2001.
Nessuno dei combattenti della battaglia di Waterloo, argomenta Burke, era consapevole che Waterloo sarebbe stata associata alla fine di Napoleone, né tanto meno i soldati impegnati nella battaglia di Castillon del 1453 potevano immaginare che l'ultimo colpo sferrato agli inglesi avrebbe chiuso la guerra dei Cent'anni e spianato la strada al Rinascimento e all'epoca moderna. Così Burke, scrivendo sul Guardian, propone per i conflitti in corsi, tutti legati tra di essi e responsabili di un nuovo corso mondiale, il nome di "9/11 wars", le guerre dell'11 settembre.
Oltre che sui campi principali di Afghanistan, Pakistan e Iraq, questa guerra si combatte dal Sudan alle Seychelles, dalla Turchia al Tagikistan. Altri scenari preesistenti all'11 settembre, come in Algeria o in Libano, in Arabia Saudita, Yemen o Indonesia hanno preso le connotazioni di quel tipo di guerra, contrapponendo gli ideali occidentali agli inesauribili eserciti di al-Qaeda. Ma chi sta  vincendo? Burke non vede un vincitore: al-Qaeda, tutto sommato, non ha raggiunto nessuno degli obiettivi che si era preposto. Non una rivolta totale dei musulmani contro l'occidente oppressore, né la creazione di nuovi califfati. E, soprattutto, il diverso approccio di Washington nei confronti del mondo islamico non è quello che speravano di ottenere gli uomini di Osama. Ciò non vuol dire che l'occidente abbia vinto, scrive ancora Burke, ma nemmeno che abbia perso. Fin qui il pensiero dell'opinionista e inviato in sud Asia è condivisibile.
Forse i governi occidentali stanno pareggiando questa partita ma, di sicuro, i loro cittadini hanno già perso. "La forza del terrorismo consiste nel creare una paura eccessiva rispetto alle minacce concrete", afferma Burke; ma a voler guardare bene chi ha veramente guadagnato, sfruttando la situazione, sono i palazzi del potere e la grande industria della guerra e della sicurezza. Hanno avuto gioco facile per stringere la morsa: ben volentieri abbiamo accettato che il bisogno della "sicurezza" prevalesse sulla nostra libertà e sul diritto alla riservatezza, ridotti, entrambe, ai minimi termini. Abbiamo perso anche dal punto di vista economico: la spesa militare, in costante crescita, non conosce battute d'arresto sottraendo risorse vitali ai meccanismi sociali del welfare. Si può pensare di tagliare sulle pensioni, sui sussidi, si può mortificare la sanità, l'istruzione, il mondo del lavoro. È assolutamente vietato, però, togliere un solo centesimo dai budget per guerre e armamenti, entrambi essenziali "per tenere lontano dalle nostre case e dalle nostre città i terroristi", come ama ripetere il ministro La Russa. Eccolo, un esempio eclatante di come "la forza del terrorismo" che consiste "nel creare una paura eccessiva rispetto alle minacce concrete", possa essere utilizzata da chi ci governa per portare avanti politiche spregiudicate a vantaggio di ristrette lobby d'affaristi e speculatori. (Per saperne di più si clicchi qui: 1, 2, 3)
A pagare il prezzo più alto, e su questo non si può non essere d'accordo con Burke, sono state le vittime e i famigliari delle vittime di questa guerra che dura da dieci anni. Le circa tremila vittime dell'attentato alle Torri gemelle, i 190 morti di Madrid (11 marzo 2004), i 52 di Londra (7 luglio 2005); le vittime di Falluja (senza contare gli effetti ancora devastanti per l'utilizzo di fosforo bianco e bombe all'uranio impoverito); dei 24 uomini, donne e bambini vittime della rappresaglia di Harditha per la morte di un sergente statunitense; degli oltre 14 mila civili afgani vittime di "bombe intelligenti", "effetti collaterali", droni imprecisi, ordigni rudimentali; le vittime dei grilletti facili dei contractors privati a Baghdad; i 9 mila morti in Pakistan, i 6.700 soldati della coalizione, i 12 mila poliziotti iracheni, i 3.000 soldati afgani, i 60 mila ribelli (Iraq, Afghanistan e Pakistan), i 1500 contractors privati. La lista stilata dal Guardian è, per stessa ammissione di Burke, ovviamente incompleta e con cifre sicuramente al ribasso di quelle reali. Non possiamo dimenticare, anche se vive, le vittime degli abusi di Bagram, di Abu Ghraib, di Guantanamo. E infine vanno aggiunte altre due vittime di questa guerra globale permanete: la dignità e la solidarietà umana.

Fonte.

giovedì 8 settembre 2011

Mamma li ciellini!



In prima battuta complimenti all'autore di questa mini inchiesta (ha fatto talmente bene il suo lavoro da candidarsi ad una probabile censura) confezionata veramente coi fiocchi!

In seconda istanza, a vedere sta gente schifosa, quasi rimpiango la P2 di Gelli.

Panama!

Navi militari italiane regalate a Panama.
Gli strani affari di Lavitola con Finmeccanica.


Silvio Berlusconi e il presidente di Panama, Ricardo Martinelli? Due amiconi, come no? Una volta, a Milano, Berlusconi chiese al collega di procuragli “qualche attrattiva locale” quando si fosse recato in visita dalle parti del Canale. E Martinelli, un miliardario (ramo supermercati) di origini toscane, appena può, non manca mai di rendere omaggio a quel simpaticone del premier italiano. Poi però c’è anche quell’altro italiano, Valter Lavitola, Valterino per gli amici, professione commerciante di pesce con la passione dei traffici internazionali. Lavitola è di casa a Palazzo Grazioli, ma va alla grande anche a Panama. Frequenta le stanze del potere, conosce il presidente Martinelli. Sarà un caso, e forse non c’è rapporto di parentela, ma il presidente dell’associazione degli italiani a Panama si chiama Arnolfo La Vitola.

Il gioco è fatto, allora. Parte la giostra degli affari. Tutto ruota attorno alla visita di Berlusconi a Panama del 30 giugno dell’anno scorso. È la prima volta che un capo di governo italiano mette piede da quelle parti. Martinelli, però, nel settembre 2009, due mesi dopo l’elezione a presidente, si era già scapicollato in Italia dall’amico Silvio. Così tocca ricambiare. Tra una cerimonia e l’altra si mettono le basi di un grande appalto che di lì a poco finirà in mani italiane. Tre aziende del gruppo Finmeccanica (Agusta Westland, Selex Sistemi e Telespazio) si aggiudicano una commessa da oltre 230 milioni di dollari (165 milioni di euro). Lavitola gioca la partita da protagonista. E ci mancherebbe. Ormai è diventato un fidato consigliere di Berlusconi. Con Martinelli non ci sono problemi. E perfino Finmeccanica gli ha fatto un contratto di consulenza. Da pagarsi sul conto di una società creata dalle parti di Panama, secondo quanto si capisce dalle intercettazioni telefoniche allegate dai pm di Napoli nella richiesta di arresto di Gianpaolo Tarantini e dello stesso Lavitola, al momento latitante.

Questo però è soltanto il primo atto di una vicenda più complessa. Berlusconi, come noto, è persona generosa. E Martinelli è un grande amico, un altro imprenditore costretto a bere l’amaro calice della politica. Detto, fatto: è pronto un bel regalo con destinazione Panama. Il governo decide di donare al Paese centroamericano ben sei navi da guerra, sei pattugliatori in forze alla Guardia costiera italiana. Ricapitoliamo: Finmeccanica aumenta il fatturato con la commessa siglata grazie anche ai buoni uffici di Lavitola. E a stretto giro di posta lo Stato italiano, cioè noi contribuenti, spedisce dall’altra parte dell’Oceano un gradito pacco dono sotto forma di navi. Tra altro il regalo berlusconiano vale almeno una cinquantina di milioni.

Ancora più sorprendenti, però, sono le modalità con cui il gentile omaggio all’amico Martinelli viene presentato in Parlamento. Come segnalato dal giornale online Linkiesta, la cessione dei sei pattugliatori è stata infatti inserita in due successivi decreti per il rifinanziamento delle missioni militari all’estero. A febbraio di quest’anno è passato il primo pacchetto di quattro navi. E in agosto, un mese fa, è arrivato il decreto per le altre due. Queste ultime erano state promesse in permuta al gruppo pubblico Fincantieri come parziale pagamento di una commessa per complessivi 125 milioni. In pratica il governo si era a suo tempo impegnato a pagare in natura una parte del prezzo per due imbarcazioni costruite dai cantieri navali di Stato. E invece no. Marcia indietro. Le navi vanno a Panama. Fincantieri verrà pagata cash.

Resta da capire che cosa c’entrino le missioni militari all’estero con Panama e i buoni rapporti con Martinelli. Di sicuro l’attivissimo Lavitola, tra una telefonata a Gianpi Tarantini e un’altra a Berlusconi, trovava il tempo di occuparsi anche degli affari della Marina. Nelle carte dell’inchiesta di Napoli, infatti, spunta anche una telefonata tra il nostro uomo a Panama, alias Valterino, e l’ammiraglio di squadra Alessandro Picchio, consigliere militare di Berlusconi. Da quello che si capisce, Lavitola chiama Picchio proprio per avere notizie sul provvedimento per le due navi da spedire a Panama. L’ammiraglio si schermisce, prende tempo, accampa qualche scusa. “Sto aspettando – dice – di vedere la bozza (del decreto, ndr) che ancora non è stata pubblicata”. Lavitola insiste, implacabile. “Comunque lei non mi può far sapere se per caso insorgono problemi nel prossimo preconsiglio?”, chiede l’amico personale di Berlusconi al militare in sevizio a Palazzo Chigi. Alla fine Picchio sbotta: “Se uno insiste troppo si crea l’effetto contrario”, dice al suo interlocutore, al quale, comunque, non manca di garantire il suo interessamento.

La telefonata porta la data del 27 maggio. Alla fine il decreto per il rifinanziamento delle missioni militari all’estero verrà approvato dal Consiglio dei ministri il 7 luglio successivo. Il via libera definitivo dalla Camera, con voto unanime di maggioranza e opposizione (Idv esclusa) arriva il 2 agosto. In tempi di crisi nera per il bilancio pubblico anche le spese per le missioni militari vengono tagliate per 120 milioni. Ma il governo riesce comunque a trovare 17 milioni per rimborsare Fincantieri. L’amico Martinelli, da Panama, sarà contento.

Fonte.

Politica da puttanieri proprio.

Vediamo di chiudere con qualcosa di meglio.

mercoledì 7 settembre 2011

Detroit in rovina.

Il titolo tanto sintetico quanto eloquente proviene da una galleria fotografica in cui mi sono imbattuto bazzicando per la rete.
Incuriosito soprattutto dalla teatralità della Michigan Central Station, ho spulciato la storia della città musicalmente consegnata agli annali dai KISS, imbattendomi in un vero e proprio simbolo dei disastri che il processo industriale nel suo ciclo di vita (dallo "splendore" alla crisi) genera nell'ambiente urbano e nel tessuto sociale che lo popola, quando è gestito in maniera completamente dissennata e riqualificato secondo canoni altrettanto poco lungimiranti (vedasi il Renaissance Center).
La rete pullula di testimonianze in merito, vale comunque la pena piazzarne di seguito una, anche a caso.



A confronto con Detroit, le ex aree Falck di Sesto San Giovanni sembrano una località di villeggiatura. Per trovare qualcosa di degnamente (sì fa per dire) comparabile alla città del Michigan è necessario spostarsi nell'ex Unione Sovietica, per esempio a Chernobyl.

lunedì 5 settembre 2011

Soap on a rope



Bella, questi gallinacci mi hanno proprio sorpreso.

domenica 4 settembre 2011

I get along



I get along, che lo stesso Tennant ammette "somiglia un po' agli Oasis, è vero" ­ parla di amori finiti: "l'idea ci è venuta da questa storia di Tony Blair che ha dovuto far fuori il suo migliore amico in politica, il ministro Mandelson, che pareva essere divenuto inaffidabile ed avergli mentito".

Expo 2015: "Nutrire le lobby",

Siria: crimini contro l'umanità (col beneficio del dubbio)

Amnesty International ha parlato di "crimini contro l'umanità" in riferimento alla situazione in Siria. Che succede?

"Da quando a Marzo sono iniziate proteste di massa per le riforme, l'elenco redatto da Amnesty International dei manifestanti uccisi è arrivato a 1.800, nomi e cognomi di persone assassinate a freddo mentre manifestavano pacificamente, colpite dalle terrazze, dai tetti da parte dei cecchini, inseguite mentre cercavano di scappare e lasciare il Paese. Accanto a questo, c'è un altro dato terribile che riguarda il numero dei decessi avvenuti in prigione, sono 88 come ha affermato Amnesty nel Rapporto diffuso alcuni giorni fa, è un aumento spaventoso considerando che negli ultimi anni avevamo registrato ogni anno 5 decessi in carcere. Ciò naturalmente dipende dal fatto che durante le manifestazioni iniziate a Marzo i manifestanti che non sono stati uccisi sono stati arrestati, migliaia e migliaia di persone finite in prigione. Ci troviamo di fronte con tutta evidenza a un attacco massiccio e sistematico da parte delle forze di sicurezza siriane contro la popolazione civile e questo fa dire ad Amnesty International che siamo di fronte a crimini contro l'umanità."

Tra i casi di decessi figurano anche bambini, sottoposti a torture o maltrattamenti...

"Purtroppo la minore età non è una garanzia di "protezione" dalle violenze. Degli 88 casi di decessi in carcere- la maggior parte le dobbiamo chiamare 'morti sotto tortura in carcere'- dieci hanno riguardato dei minorenni, uno di questi aveva 13 anni, seviziato con un accanimento feroce da parte dei torturatori e assassinato. Probabilmente è il caso più eclatante e più grave dal punto di vista dell'età. Quindi considerando che ci sono minori coinvolti in queste nefandezze è evidente che torna molto forte l'accusa al regime siriano di commettere crimini contro l'umanità."

Avete detto che la risposta dell'Onu sinora è stata inadeguata. Perché?

"Sì, la risposta dell'Onu è stata completamente vergognosa perché in questi mesi man mano che aumentavano le pressioni da parte delle forze di sicurezza siriane aumentava anche l'imbarazzo da parte del Consiglio di Sicurezza, come se toccare qualcosa in Siria rischiasse di distruggere un castello di carte. E quel che è emerso dal Consiglio sono state unicamente dichiarazioni che non hanno alcun valore legale né forza decisionale. Amnesty International continua a chiedere tre cose: che il caso della Siria venga deferito alla Corte Penale Internazionale analogamente a quanto accadrà con la Libia a Febbraio-Marzo; inoltre un embargo totale sulle armi destinate alla Siria, e che ci sia il congelamento dei beni patrimoniali di Assad e dei suoi stretti collaboratori. Qualunque cosa inferiore a tutto questo è profondamente inutile. Io capisco che poi chi analizza la situazione a freddo dalla scrivania metta a confronto quello che è accaduto in Libia con quello che è accaduto in Siria, e giunga alla conclusione che la Libia di Gheddafi era una fonte di instabilità a causa del petrolio, mentre in Siria non c'è il petrolio e il regime di Assad era fonte di stabilità. Io aggiungo e commento che laddove la stabilità di un Paese si fonda sulla negazione sistematica dei diritti umani e su crimini contro l'umanità, non c'è stabilità che tenga, tanto che quella siriana è una situazione profondamente instabile."

Quale futuro è plausibile prevedere per il Paese? Le violazioni dei diritti umani proseguiranno?

"Il governo siriano, quando era presente il padre dell'attuale Presidente, Hafez al-Assad, ha dimostrato di essere incurante delle proteste internazionali, non si è fatto scrupolo anche nel compiere massacri di migliaia di persone. Quindi il rischio che io vedo è che da un lato il movimento di protesta continui, e che dall'altro la repressione diventi sempre più massiccia. Ripeto, sono almeno 1.800 i manifestanti assassinati da quando sono iniziate le proteste. Se non ci sarà da parte del Consiglio di Sicurezza dell'Onu un'azione più forte, il che non vuol dire un intervento militare, ma vuol dire superare, aggirare i vari veti che ci sono all'interno dei membri permanenti, e chiedere ai membri non permanenti di giocare un ruolo più significativo e di prendere qualche misura che dia un segnale ad Assad rispetto al fatto che non si può più tollerare un'ulteriore repressione, il pericolo è che l'elenco dei morti continui, l'elenco delle persone torturate continui. Il movimento per le riforme non è stato per niente fiaccato da questa repressione massiccia, quindi è immaginabile che non smetta di protestare. D'altro canto, il regime di Damasco è conosciuto per la sua ferocia, e quindi se non ci sarà un'azione forte da parte della Comunità internazionale, il mio timore è che da entrambe le parti si continui, da un lato legittimamente a protestare e dall'altro illegittimamente a compiere crimini contro l'umanità."

Fonte.


Ora che la nuova lottizzazione della Libia è cosa fatta (anche se l'ipotesi guerra civile a oltranza non va sottovalutata) l'attenzione sì sposta in Siria.
Per mesi non se l'è filata quasi nessuno, ora invece iniziano ad apparire titoloni a destra e manca incentrati sul medesimo ritornello che ha condotto la NATO a sbriciolare dall'aria la Libia: i crimini contro l'umanità.
Come tutta l'opinione pubblica occidentale, anche io non ho i mezzi per valutare se articoli come quello appena riportato affermino il vero o meno. In ogni caso, quando leggo di "forze di sicurezza" (perché non vengono mai chiamate polizia ed esercito?) o ancor peggio cecchini sui tetti che fanno mattanze senza un apparente strategia guida, storco il naso. Le inesistenti stragi libiche propagandate ai 4 venti nel febbraio scorso, amaramente insegnano in questo senso.