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Aggregatore d'analisi, opinioni, fatti e (non troppo di rado) musica.
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mercoledì 30 marzo 2011

Radiation Sickness

Ieri seguivo il dipanarsi della 3 guerra mondiale in The day after. Questa mattina, invece, leggo del ritrovamento di plutonio nei terreni circostanti la centrale di Fukushima I.
I Repulsion divengono un ascolto tristemente obbligato.

lunedì 28 marzo 2011

Malapolitica in salsa giapponese.

Oggi propongo un paio d'articoli tratti dal consueto PeaceReporter che apre un varco nel capitolo più insidioso del post maremoto giapponese: le responsabilità politiche di un'emergenza nucleare che molto probabilmente è figlia anche del consueto malaffare che caratterizza la gestione della cosa pubblica in ogni angolo del mondo.
Una lettura illuminante, soprattutto in relazione al neo programma nucleare italiano e al conseguente referendum del 12-13 giugno 2011.


"Fukushima, una storia di veleni e corruzione

Il retroscena politico-giudiziario dell'emergenza nucleare: il vecchio governatore contrario al progetto “pluthermal” fu messo fuori gioco nel 2006

Nell'agosto del 2008, l'ex governatore di Fukushima, Eisaku Sato, è condannato per corruzione a tre anni, poi ridotti a due nel 2009, con sospensione per quattro anni dai pubblici uffici. Per il politico settantenne sembrerebbe la definitiva uscita di scena, anche se siamo in una gerontocrazia come il Giappone.
È stato pescato con le mani nel sacco in uno scandalo di quelli che si vedono a ogni latitudine.
O almeno così sembra. Ma oggi, molti giapponesi si chiedono se tra quella condanna e l'emergenza nucleare di Fukushima non ci sia qualche nesso.
Il terzo reattore della centrale di Fukushima-Daiichi, quello che sta dando tanti problemi, è alimentato a mixed oxide fuel (Mox), una miscela di uranio (in tutte le sue forme) e plutonio, alternativa al combustibile di solo uranio. I giapponesi hanno coniato un termine (in inglese) per descrivere i progetti di reattori alimentati a Mox: plu-thermal, che sta per l'utilizzo di plutonio ('plu') nelle centrali commerciali ('thermal').
Il vantaggio fondamentale del Mox è che consente di riciclare il plutonio dismesso dalle armi nucleari - che altrimenti resterebbe in circolazione come spazzatura di difficile smaltimento - e riduce la percentuale (e quindi la domanda) di uranio necessario alla produzione di energia.
Tuttavia si tratta di una sostanza molto tossica. Secondo il politico ambientalista americano Ralph Nader (citato dal Fatto Quotidiano), "la sostanza più tossica conosciuta dall'uomo". I detrattori sostengono anche che, lungi dal far piazza pulita del plutonio in circolazione, i progetti pluthermal ne incentivano invece la produzione.
Nel 1999, scoppia uno scandalo internazionale che coinvolge la British Nuclear Fuels plc (Bnfl) una compagnia del governo britannico che tratta il ciclo del Mox. Tra i vari clienti della Bnfl c'è proprio il Giappone. I britannici comprano da Tokyo il plutonio di smaltimento, lo lavorano e glielo restituiscono in forma di combustibile riutilizzabile.
Ma in quei giorni il business non appare più così redditizio, perché i prezzi dell'uranio sono calati e quindi il Mox non sembra più un'alternativa così competitiva. Alcuni funzionari della Bnfl pensano allora di risparmiare sui controlli e consegnano al Giappone del combustibile accompagnato da documenti di sicurezza falsificati.
Quando la verità emerge, comincia la lotta del governatore Eisaku Sato contro il Mox che alimenta anche Fukushima: non solo non è sicuro, ma non è più neanche così economico.
Ciò nonostante, Tokyo decide che entro il 2010 almeno sedici centrali dovranno essere alimentate con la miscela.
Nel maggio del 2001, il piano pluthermal incoraggiato dal governo sbatte però contro un referendum indetto dal villaggio di Kariwa, nella prefettura di Niigata.
Poi è l'anziano governatore di Fukushima a prendere le redini dell'opposizione: entra in conflitto con i burocrati della Commissione per l'energia atomica del Giappone e con i funzionari della Tepco, l'azienda di servizio pubblico che gestisce la centrale di Fukushima.
In un'intervista del giugno 2002 al Fukushima Minpo, arriva a dire: "La Commissione per l'energia atomica del governo nazionale è una scatola nera e non fa alcun controllo [...] il governo non ascolta le autorità regionali".
In un incontro con i sindaci della prefettura sbotta: "Se non c'è un piano per il riciclo, ci sarà sempre più plutonio in circolazione". E ancora: "Nel mercato senza regole dell'energia, se si implementa il costosissimo programma pluthermal, si arriva poi ai licenziamenti dei lavoratori".
Infine, il 26 settembre dello stesso anno blocca il progetto pluthermal per la centrale di Fukushima.
A inizio settembre 2006 Eisaku Sato vince il suo quinto mandato di quattro anni. Ha corso da indipendente, appoggiato dal Partito liberaldemocratico, il Nuovo komeito e il Partito socialdemocratico. Pochi giorni dopo scoppia lo scandalo che coinvolge suo fratello minore e quindi anche lui. Yuji Sato ha ricevuto un prestito di quattrocento milioni dalla Maeda Corp, una compagnia di Tokyo, che nell'agosto del 2000 si è aggiudicata un appalto da 20.6 miliardi di yen per la costruzione di una diga nella prefettura. Secondo l'accusa, il fratello governatore sarebbe implicato nell'affare.
Eisaku Sato si dimette a fine settembre: "Intendo assumermi la responsabilità morale e ripristinare al più presto la fiducia dei cittadini nell'amministrazione della prefettura". Continuerà a dichiararsi innocente.
Ad agosto 2008, come si diceva, arriva la prima condanna; nel 2009 la seconda. Il Mox entra a Fukushima.
Oggi, molti giapponesi si chiedono se il caso di corruzione che ha messo fuori gioco Sato non sia stato abilmente costruito per far fuori il maggiore ostacolo all'adozione della famigerata miscela. L'ennesimo sospetto rafforzato da silenzi e reticenze del governo e della Tepco.
Per inciso, le "moderne" centrali di terza generazione che dovrebbero comparire in Italia sono proprio alimentate a Mox.


Fukushima, una storia di veleni e corruzione 2

Una dinastia di politici e i sussidi al pluthermal: così sulla centrale cala il silenzio

Quando, nel 2006, l'ex governatore Eisaku Sato esce di scena per uno scandalo di mazzette e concessioni, nella prefettura di Fukushima si indicono nuove elezioni.
Il13 novembre, con il 51 per cento dei consensi, vince Yuhei Sato, che corre da indipendente con l'appoggio del Partito democratico e di quello socialdemocratico. Il nuovo Sato non ha alcun rapporto di parentela con quello precedente, ma è nipote (figlio di una sorella) ed ex segretario di Kozo Watanabe, una vecchia volpe della politica giapponese, già liberaldemocratico, passato ai democratici.

Kozo Watanabe è soprattutto l'uomo che negli anni Settanta, quando militava ancora nel Partito liberaldemocratico, ottenne la costruzione della centrale nucleare nella propria circoscrizione elettorale, Fukushima appunto.
E se lo zio porta a casa l'atomo, il nipote ci porta il mixed oxide fuel (Mox), la miscela di plutonio e uranio, estremamente velenosa, che alimenta il reattore 3 e su cui sia il governo giapponese sia la Tepco continuano a tacere.
Il motivo dei silenzi è forse da rintracciare nell'imbarazzo che questa storia potrebbe suscitare sia alla compagnia energetica sia ai due politici imparentati e, di conseguenza, al Partito democratico al governo.
Il Mox arriva a Fukushima I a settembre 1999, nella forma di 32 "elementi" (le strutture che contengono le barre di combustibile), che però vengono bloccati e immagazzinati perché nel frattempo è scoppiato lo scandalo dei documenti di sicurezza falsificati dalla British Nuclear Fuels plc (Bnfl) e il governatore di allora, Eisaku Sato, comincia la sua campagna anti-Mox. Il programma pluthermal è ufficialmente abbandonato ad agosto 2002, quando si scopre che fin dal 1977 la Tepco ha sistematicamente occultato i problemi di sicurezza delle proprie centrali. Non solo: l'intera centrale di Fukushima I viene chiusa fino al 2005.

Con il nuovo Sato, la Tepco torna all'attacco e il 20 gennaio 2010 ripresenta la domanda per il programma pluthermal a Fukushima I. Sato concede il permesso e all'assemblea locale spiega (16 febbraio) che il suo consenso è stato accordato condizionalmente previe garanzie di "sicurezza sismica, contromisure all'invecchiamento e integrità del combustibile Mox".
A quel punto, la Tepco fa un'ispezione del combustibile stoccato: la prima dopo più di dieci anni. Il Citizens' Nuclear Information Center (Cnic) denuncia che sia stato un controllo "solo visivo".

La miscela di plutonio e uranio diventa quindi a tutti gli effetti parte (il sei per cento) del combustibile che alimenta il reattore 3 della centrale e il progetto pluthermal intercetta un finanziamento statale di 60 miliardi di yen (circa 525 milioni di euro al cambio di oggi). Sono i cosiddetti sussidi di "installazione del sito", che ogni anno finiscono nelle casse delle prefetture che hanno accettato il nucleare sul proprio territorio, per un totale di circa 150 miliardi di yen su scala nazionale. Sono finanziati dalla collettività attraverso una speciale tassa applicata alla bolletta energetica e pagano le infrastrutture e le spese di manutenzione degli impianti. Ma non solo: con quel fiume di soldi si costruiscono anche scuole, uffici pubblici, biblioteche e così via. Tutto ciò che migliora la qualità della vita in una determinata area e, soprattutto, garantisce un ritorno politico.
E infatti, il 31 ottobre 2010, Yuhei Sato viene rieletto governatore a grande maggioranza.

Appurato lo scambio politico, resta da verificare se dietro alla vicenda del Mox a Fukushima ci siano anche interessi economici diretti degli uomini chiamati a decidere. Per il momento, la scarsa trasparenza dei politici e della Tepco lo fa sospettare a molti giapponesi.
In realtà, come osserva lo scrittore antinuclearista Hirose Takashi, bisogna chiedersi perché nessuno stia parlando, per Fukushima, della soluzione più drastica ma sicura: la chiusura della centrale e il suo seppellimento sotto un sarcofago di cemento armato come quello utilizzato a Chernobyl. Secondo Takashi ci sono due risposte. La prima è la perdita finanziaria netta che la chiusura degli impianti provocherebbe alla Tepco e ai politici locali. La seconda è più sottile: riconoscere che la centrale va chiusa significa ammettere l'ipotesi peggiore e cioè che tutti i dieci reattori delle due centrali di Fukushima (I e II) andrebbero seppelliti sotto una colata di cemento.
Un'ammissione con inevitabili ricadute su tutta la politica energetica nazionale."


Fonti: 1 - 2

Se non fosse per alcuni dettagli, sembrerebbe propria una storia di casa nostra.

domenica 27 marzo 2011

I'm Eighteen...

Sempre più spesso si parla di problemi adolescenziali e valori dei giovani d'oggi.
Ecco un video particolarmente esplicativo.



Meno male che quando certa gente sarà alla guida del nostro paese,
io sarò già sotto tre metri di terra !!!

La sinistra.

La decanta per me Ascanio Celestini.



Anche questa volta mi approprio indebitamente di un commento in calce al video:

"Riassume egregiamente quello che è il moderno sinistroide radical chic tutto blablabla e belle parole, ma che poi coi fatti dimostra essere peggio dei fasci... e non solo quando si parla di guerra."

sabato 26 marzo 2011

Libia: considerazioni ignoranti.

Prendo spunto da questo articolo e dall'ultimo commento apparso sul blog per esporre alcune considerazioni, che nel titolo ho indicato come ignoranti in quanto l'unica certezza sul caso Libia, è l'assenza più o meno totale d'informazioni affidabili su quanto s'è verificato fino a oggi.
Se all'inizio della vicenda pensavo che i fatti di Tripoli si sarebbero incastonati senza particolari specificità nel mosaico delle rivoluzioni arabe, progressivamente ho iniziato a cambiare opinione, perché gli elementi che fanno strano in questa storia sono troppi per non essere considerati.
La particolarità libica si manifesta fin dalle prime battute perché, a differenza di quanto visto nel resto delle proteste arabe, nella Cirenaica i manifestanti divengono immediatamente miliziani con l'AK47 in mano avviando una guerra civile in cui stride il fattore tempo. Gli insorti sì sono armati con troppa facilità e sono avanzati verso Tripoli troppo velocemente per non far pensare a un logoramento fuori dall'ordinario del controllo di Gheddafi sul Paese e sulle forze armate. Parimenti, la fulminea rotta che Gheddafi ha saputo imporre agli insorti nella settimana precedente la risoluzione ONU desta sospetto.
Alla luce di quanto sì è verificato non ritengo fantascientifico che i movimenti sul suolo libico, siano stati pilotati dal triumviro di volenterosi che, fin dalle prime battute, sì dichiararono pronti all'uso della forza per tutelare la popolazione libica dai massacri (per ora privi di alcun fondamento anche giornalistico) di Gheddafi. A supporto di questa tesi c'è la propaganda anglo-francese, autrice di una retorica interventista che credevo relegata alle nebbie del secolo scorso, ma anche la rapidità e violenza d'impatto con cui la risoluzione 1973 è stata applicata da Francia, UK e USA. Il bombardamento di colonne corazzate e delle abitazioni/rifugi di Gheddafi, poco aveva a che fare con l'applicazione di una zona d'interdizione al volo, che nell'interpretazione più lasca possibile, avrebbe previsto al massimo la distruzione al suolo delle sole difese aeree (radar e postazioni SAM). La gestione delle sortite aeree e in particolare la mancanza di una catena di comando che assegnasse obiettivi e una tabella di marcia precisa e stringente per i "volenterosi", ha connotato l'operazione Odyssey Dawn come una sorta di resa dei conti dei singoli belligeranti nei confronti del regime libico. In quest'ottica, non trovo casuale l'ambiguità con cui l'Italia s'è calata nella situazione. Il nostro governo, conscio d'avere in Gheddafi un partner economico di prim'ordine, ha immediatamente mal visto il grilletto facile di Francia e Inghilterra. La costante richiesta del passaggio di comando alla NATO, oltre che una moderazione delle operazioni volte a ricondurre la parti in causa a una soluzione diplomatica delle proprie vertenze, va interpretata in questo senso.
A questo punto, vale la pena domandarsi cosa abbia spinto i volenterosi a presentarsi sui cieli libici con tanta foga. A livello generale c'è sicuramente il solito interesse energetico, la Libia infatti è ben messa quanto a riserve d'idrocarburi, le cui concessioni sono gestite a livello statale e assegnate in buona parte allo sfruttamento di ENI e compagnie collegate a Cina, Russia e India. Penetrare nel mercato libico sarebbe quindi strategico per Francia, Inghilterra e USA al fine di contenere l'espansione di poli energetici concorrenti e permetterebbe ai volenterosi di riportare nei ranghi l'Italia, che nei confronti della Libia ha sempre avuto una politica poco allineata al blocco occidentale.
Sarkozy, inoltre, ridando spolvero al ruolo internazionale della Francia, tenta di riguadagnare consenso interno in vista delle presidenziali del 2012.
Gli USA, invece, oltre alla canonica questione petrolifera, penso siano molto interessanti al precedente diplomatico che la guerra contro la Libia potrebbe rappresentare in un immediato futuro. La risoluzione 1973, infatti, potrebbe essere usata per richiedere un'analoga pronuncia dell'ONU nel caso di proteste in Iran, al fine d'ottenere un avvallo formalmente inappuntabile all'intervento americano verso quello che si connota sempre più come l'ultimo nemico della politica statunitense, soprattutto quando i regimi arabi storicamente "amici" degli USA reprimono nel sangue le sommosse, politicamente sostenute anche dall'Iran.
In mezzo a questo mare in tempesta a prenderla nel culo sarà come di consueto l'Italia. Nel caso Gheddafi riuscisse a rimanere in sella, troncherà il sodalizio con l'alleato traditore, se a spuntarla saranno i "ribelli" non ci sarà posto per coloro che non li hanno sostenuti fermamente e fin dall'inizio, Italia dunque fuori dai giochi con sommo gaudio dei volenterosi che chiuderebbero una partita con noi aperta dai tempi di Enrico Mattei.
Cornuti e mazziati insomma, a dimostrazione che la politica viscida dell'intrallazzo e delle mezze misure fa giusto bene agli interessi personali di qualcuno, non a quelli della comunità e men che meno all'umanitarismo di cui un po' tutti in questi giorni si riempiono la bocca.

giovedì 24 marzo 2011

La "verità" fa male.

Allacciandomi al tema "Interet Era Alienation", un piccolo pensiero è d'obbligo per chi non è mai riuscito a distinguere il mondo virtuale da quello reale (purtroppo non solo nerd e/o adolescenti brufolosi).

Sull'onestà.



In calce al video, per ora, un solo commento "Stendhal era un coglione."
Vero, quanto meno in merito all'infelice citazione contenuta nel film, tipica dell'artista in preda ai fumi della boria.

mercoledì 23 marzo 2011

S'inkazza!



Uno dei pezzi più memorabili degli 883 con i coglioni, nonché precursore dell'infausto utilizzo delle "k" in ogni dove da parte d'una nutrita schiera di giovani generazioni, debosciate prima dalla tv e poi dall'errato uso di internet e cellulari, m'è sembrato il prologo più seminale con cui introdurre il messaggio odierno che si occuperà di... americani!
Ho avuto già modo di dirlo, gli statunitensi a livello politico-sociale sono stati più un morbo che una benedizione essendo i maggiori responsabili dell'esistenza di tante "occasioni perse", ultime in ordine di tempo ricordo l'odierno conflitto libico e la crisi economica, con ovvi riferimenti alla politica del "sì possiamo farlo" made in Obama di cui, fino ad ora, abbiamo verificato esclusivamente i mancati risultati (spalmati su tutto il mondo in quanto gli USA continuano a essere di moda, in particolare nella politica e cultura di casa nostra).
Insomma, c'è sempre un buon motivo per "sparare" sugli statunitensi, tuttavia ce ne sarebbero altrettanti per applaudirli (mi riferisco nello specifico alla working class a stelle e strisce che ha smesso di fare mito più o meno ai tempi di Born in the USA) sarebbe sufficiente venire a conoscenza di quei fatti che vanno oltre la consueta informazione fatta dalle facce (da culo) della politica.
Mentre il nord Africa e il mondo arabo sono in subbuglio e i due mondi (vecchio e nuovo) tornano ad "allearsi" per tirar bombe in testa al dittatore di turno col culo foderato di materie prime (Yemen e Barhein, invece, non si meritano l'attenzione di nessuno), la coscienza civile americana ha avuto un sussulto che non si registrava da diversi decenni in terra statunitense.
Centro di questa (parziale) riscossa dei lavoratori è il Wisconsin che da quest'anno vede abolita la contrattazione collettiva per i dipendenti del pubblico impiego ad opera del governatore Walker, immediatamente preso a modello da molti altri suoi colleghi.
L'importanza di questa revance dei dipendenti pubblici americani è direttamente proporzionale al silenzio con cui è stata trattata dalla stampa del "mondo libero". La contestazione popolare, infatti, va bene e deve essere sponsorizzata solo quando proviene da paesi che noi consideriamo culturalmente inferiori. Bisogna invece tacere il dissenso di tutte quelle persone che nel nostro emisfero non condividono l'equazione crisi = smantellamento dello stato sociale.
Se fino ad ora i democratici americani, Obama in testa, hanno completamente disatteso gli auspici di quanti vedevano nella crisi globale l'occasione per riportare al centro del sistema l'individuo, scalzando dal trono la speculazione finanziaria, mi auguro che l'incazzatura dei lavoratori americani possa essere l'inizio di una primavera occidentale, essenziale ed auspicabile per il mondo intero quanto la positiva affermazione delle rivoluzioni nel mondo arabo.

martedì 22 marzo 2011

Rabbinate, partiamo benissimo!

A giudicare dai primi 3 mesi di questo 2011, il concorso che incoronerà la rabbinata dell'anno sarà notevolmente frequentato e, ahimè, penso non "premierà" la magra figura collezionata dall'artista a tutto tondo di turno, ma la decadenza di una cultura intera, la nostra.
 Il grottesco che il mondo ha toccato negli ultimi giorni (a partire dal 19 marzo) non trova analogo contraltare nemmeno in perle della cinematografia come Fracchia la belva umana.
Mediaticamente ridimensionata la sciagura giapponese (in cui si contano 8 mila decessi, 12 mila dispersi e la cappa della contaminazione alla filiera alimentare del paese) da 4 giorni ci tocca assistere passivamente allo sviluppo patetico di quello che, negli intenti iniziali, doveva essere il capitolo libico della primavera araba. Peccato che la risoluzione dell'ONU 1973 redatta (dolosamente) con i piedi e interpretata (criminalmente) in modo ancora peggiore dal fronte dei volenterosi (chi è lo stronzo che s'inventa questi termini? -ndr) ha definitivamente consegnato la diplomazia occidentale all'almanacco perpetuo della barzelletta peggiore e, lo dico una volta per tutte, ha chiuso il cerchio con la politica del fumo inaugurata dal negro della Casa Bianca all'indomani del suo insediamento nell'appartamento che più conta al mondo.
Basta una semplice domanda per demolire (anche) il nostro operato degli ultimi 4 giorni (giusto per limitare i danni): che cazzo stiamo facendo in Libia?
Sì possono dare infinite risposte a questo quesito, tutte più o meno interessate e filantropiche, ma nessuna rispondente al vero. L'unica inappellabile è: l'ennesima infamata! tessuta dalla politica più meschina assaporando il profumo quasi dimenticato del colonialismo (francese e inglese -ndr) dei bei imperi andati e quello sempre attuale degli idrocarburi.



Facciamo più schifo che spavento!

lunedì 21 marzo 2011

Amarcord.

Donato Mitola, soprannominato Veleno (e mi sono già pisciato addosso, ndr) è uno dei numerosissimi personaggi creati da Mai Dire TV nei primi anni ‘90. Insieme all' indimenticabile Mago Gabriel, Donato era uno dei "migliori" interpreti della trasmissione.
Il nostro eroe si presentava come autore di canzoni che coniugavano sesso (con allusioni assolutamente non velate come “Bello come Silvestro Stallone, sarò chiamato Mister Uccellone” “Vengo dal pianeta Caracallo, con il mio bastone di metallo” "Ogni sera, ogni sera vuoi quell'orgia nera") e temi gotici (licantropi, vampiri, messe nere). I suoi videoclip sono deliranti: sia per la fattura estremamente casereccia, sia per la totale incapacità di Mitola di cantare in playback.
Un vero leader (fantastici i suoi balletti) dall’aspetto spiritato che, purtroppo, non ha ottenuto la fortuna che "meritava". Per quanto mi riguarda, comunque, le sue canzoni restano tutt'ora delle perle inarrivabili.
A voi:





venerdì 18 marzo 2011

Asse Tripoli - Tokio.

Affermare che la cronaca (internazionale) odierna ruoti intorno alle vicende libiche e giapponesi è banalmente scontato, come scontate sono le considerazioni che la stampa, per lo meno nazionale, ha tessuto intorno alla vicenda.
In merito alla situazione giapponese, incentrata sui disastri post terremoto/maremoto, ho letto le panzane disinformative più grandi degli ultimi anni, anche su testate che della professionalità e buona fede fanno da sempre bandiera, link 1 - link 2 (qui una bella sintesi di tutte le cazzate nucleari del post sisma).
All'indomani dell'11 marzo, le scosse telluriche che hanno devastato il Sol Levante, hanno anche deviato l'attenzione mediatica dagli sviluppi libici. I mezzi informativi ci avevano lasciato segnalando il rinnovato vigore delle forze fedeli a Gheddafi, che hanno ribaltato uno scenario in cui il colonnello veniva dato ormai per finito. La controffensiva lelaista è risultata talmente fulminante da annullare tutte le conquiste guadagnate sul campo dagli insorti, attualmente asserragliati a Bengasi, ultimo baluardo della rivoluzione.
L'inaspettato degenero del fronte libico, nei fatti non avrebbe alcuna assonanza con la catastrofe, naturale prima e nucleare poi, abbattutasi sul Giappone. Un punto di contatto, tuttavia, esiste e risiede nell'approccio che la comunità internazionale ha riservato ai due avvenimenti, trattati dal "resto del mondo" con un paritetico immobilismo che in più frangenti ha assunto i caratteri della paralisi totale.
In merito alla Libia si può affermare con ragionevole sicurezza che se la rivolta popolare andrà a puttane, il merito sarà esclusivamente di una comunità internazionale incapace di garantire e sostenere i diritti umani con cui cani e porci giornalmente si riempiono la bocca. L'incapacità dell'ONU di far fronte a situazioni come questa è nota e quindi non stupisce, ha invece stupito l'impasse che ha caratterizzato la diplomazia e la capacità decisionale di Europa e Stati Uniti. Passi l'interessato disinteresse dell'amministrazione Obama, sempre più incline a proferire grandi discorsi cui non fa seguito alcuna sostanza; completamente ingiustificabile è stato l'atteggiamento dell'UE, che s'è interessata alla questione solo quando l'Italia s'è messa a frignare per lo spauracchio immigrati (con magre figure di Maroni e Frattini da enciclopedia della rabbinata) partorendo una linea che di unitario non ha nulla e in ogni caso ha inciso zero sulla situazione contingente, demandando l'ultima parola all'ONU, che solo ieri è giunta a ratificare la tanto agognata zona di non volo sullo spazio aereo libico. La risoluzione ONU giunge in drammatico ritardo perché, nel momento in cui francesi e inglesi (i più determinati a darsi da fare, chissà come mai...) saranno pronti ad agire, Gheddafi potrebbe aver concluso l'opera di riconquista dei territori ribelli.
Ovviamente non è detto che il finale sarà su queste note. E' infatti probabile che la macchina militare anglo-francese sia pronta all'azione da almeno 10 giorni, perché l'Eliseo e Downing Street non hanno mai nascosto di perorare la causa dell'intervento armato in Libia. In ogni caso sarà fondamentale anche un'eventuale azione più o meno spionistica volta a sostenere gli sforzi sul campo dei ribelli, chiaramente incapaci di gestire armi e tattiche per fronteggiare le milizie mercenarie e la parte di esercito libico rimasto fedele a Gheddafi.
Dalla tripolitania alla prefettura di Fukushima il passo è breve. In poco meno di una settimana, mentre 3 reattori della centrale finivano fuori controllo, le istituzioni internazionali e dei paesi che contano sono rimaste alla finestra osservando gli sviluppi di una situazione che forse credevano sì sarebbe risolta da se, oppure i giapponesi avrebbero prontamente risolto da soli. Peccato che la centrale di Fukushima Daiichi sia in mano a una società (la TEPCO) non proprio affidabile sul cui operato pesa il canonico, composto, riserbo giapponese, che in questa faccenda pare volto a contenere la portata del problema, forse più grave di quanto sia pubblicamente ammesso e divulgato. Queste banali constatazioni fanno pesare come un macigno l'attendismo internazionale che ha fatto melina fino ad oggi tra dichiarazioni compite e proclami più o meno elettorali circa il ripensamento delle politiche energetiche del Paese di turno, fermo restando che tutti i clienti dell'atomo hanno fatto sapere di non essere disposti a chiudere con un passato sempre più ingombrante compiendo un passo che sarebbe stato d'obbligo 25 anni fa: una moratoria internazionale per un differente approccio all'energia che termini definitivamente il sodalizio da roulette russa che il mondo ha col nucleare (che non è solo pericolo d'incidenti più o meno catastrofici, ma soprattutto impossibilità temporale e tecnologica a gestire le scorie e conseguenti costi sociali insostenibili). Tutti, però, preferiscono stare alla finestra, spesso a contabilizzare quali speculazioni si potranno tessere sull'ennesima sfiga umana.

E allora
va a finire che se fossi Dio,
io mi ritirerei in campagna
come ho fatto io...

giovedì 17 marzo 2011

La passeggiata.

Trovare qualcosa di degno con cui celebrare (?) i 150 anni dell'unità nazionale (monca, perché nel 1861 mancavano all'appello il Triveneto e il Lazio) è stato più semplice che bere un bicchiere d'acqua, tutto merito di questo signore.

giovedì 10 marzo 2011

Globalità della presa per il culo.

Avevo parlato del forzoso rapporto imposto dalla società dei consumi alla propria base (i consumatori -ndr) quando mi dilettai a fare una disamina tutta personale in merito ai comportamenti davvero rivoluzionari che consentirebbero all'uomo comune di scardinare il sistema che gli ha rovinato la vita.
In quell'articolo, concludevo il discorso affermando che la chiave di volta che consentirebbe alle masse di imprimere un nuovo corso alla propria esistenza è la drastica contrazione dei consumi.
Ieri, poi, facendo zapping tra i video caricati su YouTube, incappo fortunosamente in un documentario che inaspettatamente espande e completa il discorso che feci quasi 2 mesi fa.
La visione è ovviamente consigliata.

Quel che resta del grind.

Ultimamente faccio molta fatica a scovare nella mia raccolta un disco che sia in grado di trasmettermi emozioni in maniera incontrollabilmente irruenta.
Sarà questione di momenti o stagioni, ma allo stato attuale trovo pochissima empatia con la musica pesa che ho sempre ascoltato, magari anche a causa di una nausea sempre crescente per tutto quanto fa "scena" nell'universo dell'hard & heavy.
Una boccata d'ossigeno è venuta dalla riscoperta del grind (grazie osso!) unico genere in grado di canonizzare ed esaltare a più deflagrante esplosione l'asfissiante esistenza che questi tempi impongono ai pochi (ma proprio pochi!) che non sono dei cerebrolesi.
Ben inteso, anche in questo caso, le maggiori soddisfazioni si trovano eseguendo il passo del gambero, perché il materiale attuale è diventato pressapochistico come tutto il resto del metal.
A sputare sul moderno sì prende sempre bene, dunque, ma ogni tanto si rischia anche di fare un ingiusto torto a qualcuno. E' il caso dei texani Insect Warfare autori di una carriera breve ed intensa, in pieno stile grind!
Manco a dirlo, il loro merito più grande è quello di portare ancora una volta sul palco le tematiche sociali al posto delle cagate splatter che ammorbano il genere ai giorni nostri.
Un piccolo assaggio di quelle che erano le loro capacità.



Aggiungo il testo, particolarmente esplicativo per buona parte delle attuali generazioni.

"Life isn't a messageboard, why don't you go outside.
You are not shit without an avatar to hide behind.
Always quick to speak you're mind but you got no one to talk to.
Except your dumb-fuck online friends who never even met you.
Sit behind computer screens.
On the internet you own the scene."

Un sentito ringraziamento al fornicatore per aver condiviso col sottoscritto l'esistenza di questo seminale formazione.

mercoledì 9 marzo 2011

Libera eversione in libero (?) Stato.

Sta volta tocca a lui.

Metal: un genere da sfigati?

Frequentando gli ambienti in cui si ritrovano abitualmente parte dei membri della comunità metal genovese, mi sono chiesto per quale motivo l'hard & heavy sia diventato colonna sonora di alcune tra le frange più sfigate della gioventù locale.
Fino ai primi anni '90, l'immaginario collettivo (e commerciale) associava al rock duro e derivati la fisionomia di personaggi cui l'etichetta di sfigato non calzava nemmeno alla lontana. Il rocchettaro aveva la nomea d'essere un tipo coi coglioni, o comunque in grado di fingere d'averli.
L'arrivo dei generi ad alto tasso di depressione e decadenza ha, invece, chiuso il cerchio su uno sputtanamento che fino a quegli anni era rimasto confinato al lato estetico del rock (non è infatti una novità che gente come KISS e Led Zeppelin piuttosto che Alice Cooper o Aerosmith si presentassero sui palchi mondiali con look e movenze da perfette mezze seghe già negli anni '70) aprendo le porte al dilagare della musica pesa in quegli ambienti popolati da gente che per darsi un tono finge d'avere la spalle cariche di problemi inesistenti quanto inestricabili, oppure s'improvvisa rivoluzionario della domenica indossando jeans e stivali da rocker piuttosto che anfibi e cartucciere, salvo poi condurre nel resto della settimana la vita del perfetto borghese, anche un po' coglione.
A dirla tutta, però, anche ai bei tempi qualcuno sollevava già obiezioni in merito al celodurismo dei metallari, che alla fine erano dei cazzoni comuni che presero in prestito il guardaroba di Marlon Brando non prima d'aver sfoggiato tutine alquanto imbarazzanti.
Meglio prenderla sul ridere, come faceva un trio di maestri in tempi non ancora sospetti.

martedì 8 marzo 2011

Glorie morte

Quello che state leggendo è l'epitaffio con cui celebro il decesso dell'ultimo (e per quanto mi riguarda unico) portale metal di madrelingua italiana. La "fine" di Metal.it chiude, infatti, il cerchio su un palmares di siti che ho sempre trovato discutibili per il proprio approccio alla musica, sempre molto attento alla forma, ma mai sufficientemente dedito alla sostanza.
In questo desolante panorama, che molto velocemente ha accomunato le pagine virtuali alla carta stampata di settore, per un decennio Metal.it ha spiccato grazie alla linea editoriale sempre schietta e irriverente tracciata da Gianluca Grazioli, già redattore di sfondamento su Metal Shock. Dello stile di Grazioli ho sempre apprezzato l'allergia più totale ad ogni carosello tipicamente metal, volto ad auto celebrare se stessi e la nicchia di cui e per cui sì scrive.
Nel corso degli anni, le pagine di Metal.it hanno ospitato autentiche eccellenze, che vanno da una biografia sul thrash metal di rara caratura all'unico redattore in grado di scrivere, con cognizione di causa e coinvolgimento, dei Voivod. Poi qualcosa è cambiato. Vuoi per la concorrenza sempre più aspra esercitata da portali come TrueMetal o Metalitalia, vuoi per la naturale crisi del settore prodotta da un "do it your self" al giorno d'oggi sempre più praticabile grazie ai comodi strumenti messi a disposizione dal web (su tutti Metal Archives e Wikipedia inglese), Metal.it ha intrapreso un lento percorso d'allineamento ai trend redazionali di settore, che sacrificano la qualità dei contenuti alla necessità di creare una comunità d'utenti che s'identifichi nel portale di turno garantendone quindi la sopravvivenza (anche economica).
L'integrazione con ogni sorta di social network è stata il primo prodotto tangibile di questo cambio di rotta, i video redazionali, invece, costituiscono l'ultimo approdo a questa filosofia, che deve necessariamente creare sempre qualcosa di nuovo per attirare utenza fresca e fidelizzare quella esistente, i cui unici metodi comunicativi sono "figo" piuttosto che "spacca".
Tanto per capire di cosa parlo, un paio di video esplicativi:

1) gli auguri natalizi del 2010 (della serie, tutti ad ascoltare marciume blasfemo poi la sera del 24 dicembre a casa dalla nonna a mangiare i cappelletti in brodo...)



2) le video recensioni, a mio giudizio completamente prive di senso nel settore discografico



Che amarezza.

lunedì 7 marzo 2011

Dedicato agli avvocati.

Ai tempi delle superiori maturai l'impressione che il diritto fosse la materia degli azzeccagarbugli, di tutti quei soggetti che fanno mestiere sull'inefficienza sociale e la sfiga delle classi più deboli.
A distanza di anni, buona parte della mia pessima opinione in merito alla legge e la giustizia trova conferma nelle parole di una tra le rarissime eccezioni che confermano la regola nell'ambiente in oggetto



Davigo ha proprio ragione, la giustizia tessuta da migliaia di mercanti della legge ha stracciato le balle!

domenica 6 marzo 2011

Yankee go home!


Questo è senza dubbio lo slogan che meglio rappresenta l'insopportabile peso che il modello americano ha assunto negli ultimi decenni.
Non esiste evento di una certa rilevanza che, nel bene o nel male, non s'intrecci con l'interesse americano, percepito dall'immaginario collettivo come l'unico punto di riferimento cui è lecito, se non sacrosanto, allinearsi. Conseguentemente, non esiste alcuna scelta che una popolazione possa intraprendere senza trovarsi alle spalle lo Zio Sam pronto a metterci il becco.
Dall'appoggio alla mafia in Sicilia per garantire il successo dello sbarco nel '43 alle servitù militari disseminate per mezzo mondo, da 60 anni di guerre inutili combattute per l'interesse del complesso militare-industriale alla finanza creativa, da Mc Donalds alla fashion Apple, da Johnson a Bush Jr. (che coppia di merdacce!!!) da McCarthy al Ku Klux Klan, il 90% dell'American Way è spazzatura imposta al mondo da una nazione con lo sviluppo intellettuale medio di una comunità del basso Medioevo, che pensa di darsi un tono facendosi di tanto in tanto il lifting facciale e dispensando a piene mani un proforma diplomatico che fa a cazzotti con la realtà sul campo. E' il caso dell'Obama di questi giorni, che al comando di una nazione sempre più malconcia continua a dettare la politica estera di un intero emisfero, mentre dall'altra parte del mondo, un suo generale (Petraeus) si rende autore d'affermazione che nemmeno i nazisti a Norimberga ebbero il coraggio di pronunciare.
In questo proliferare di prosopopea decennale americana, s'è fatto largo con sempre più prepotenza il vuoto lasciato dall'Europa, fino a ieri giustificato dalle divisioni nazionali, oggi coperto da un silenzio squarciato solo quando Bruxelles suona il campanello per tutelare gli interessi economici comunitari, che non a caso mai coincidono con gli interessi dei cittadini, in piena aderenza al trattato di Lisbona che pone al centro delle proprie tutele lo sviluppo del mercato al posto del singolo soggetto fisico.
Centralità del PIL insomma, in pieno stile americano, dove chi mette in discussione il sistema finisce misticamente ammazzato dall'estremista di turno.