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lunedì 31 gennaio 2011

Egitto centro del mondo.



Tra le tante sfighe che comporta l'essere cittadino di questo mondo in questi anni, è indubbio che ci resta ancora la fortuna di poter essere (con un po' di voglia) spettatori di momenti storici che in un modo o nell'altro finiranno sui libri di storia.
Dall'11 settembre 2001 a oggi ne abbiamo viste di ogni, nella maggioranza dei casi ci abbiamo (avete) capito poco (o nulla), ma sicuramente siamo tutti stati piccole comparse di un mosaico che sì potrebbe azzardare senza precedenti.
Ultimo in ordine di tempo è il ritorno del Mediterraneo al centro degli eventi internazionali. Sarebbe stata sufficiente la crisi economico-politica in atto nel nord dell'antico bacino (Grecia - Italia - Spagna) per esprimersi in tal senso, e invece i costanti esclusi da ogni decisione che conta, comprese quelle relative alla propria esistenza, hanno riguadagnato una visibilità che in Africa latitava dai tempi della fine del colonialismo diretto di matrice europea (la lettura è caldamente consigliata).
Non so dire se gli eventi del nord Africa mi abbiano più stupito o galvanizzato, sicuro è che se non mi aspettavo la vittoria del movimento in Tunisia (che nel ruolo dell'esercito trova alcune analogie con la Rivoluzione dei garofani in Portogallo) men che meno avrei scommesso sull'andamento delle rivolte in Egitto, dimostratesi talmente dirompenti da mettere alla corda l'amministrazione americana (che rischia di perdere un essenziale alleato nel contenimento della guerriglia palestinese e del nemico islamico in Medio Oriente) e l'esercito indigeno, decisamente più legato alle sorti di Mubarak rispetto agli omologhi tunisini, che dalla tirannia di Ben Alì non hanno mai guadagnato gran che.
Il rapidissimo dipanarsi della situazione, tuttavia, rende molto difficile ipotizzare sensatamente quale Egitto potremmo avere sotto gli occhi tra qualche settimana. La posizione del Paese è troppo strategica nello scacchiere medio orientale perché il duopolio USA-Israele possa permettersi di concedere alla terra delle piramidi di vivere una deriva che l'allontani eccessivamente dai propri interessi che, purtroppo, possono contare sulla totale assenza di quella porzione d'Europa che dovrebbe seguire da vicino la situazione, ma che al momento registra l'attività della sola Francia, mentre l'Italia procede nella propria rovinosa marcia d'impasse istituzionale causa troie che tentano di sollevare l'uccello di un Berlusconi (parrebbe) in caduta libera.
Che augurarsi dunque? Beh, prima di tutto che alla fine dei giochi l'operato di CIA e Mossad non finisca per essere determinante nel futuro egiziano. In questo senso sarà fondamentale l'azione di Mohamed El-Baradei, il personaggio forse più influente all'interno della diversificata opposizione al potere di Mubarak che oggi viaggia ancor più sul filo del rasoio perché prossimo ad essere scaricato anche dai vertici militari interni.

sabato 29 gennaio 2011

Padroni a casa nostra.

Su questo slogan la Lega Nord ha costruito buona parte del proprio consenso nel settentrione più becero, xenofobo e ignorante.
A onor del vero il Carroccio non è stato il solo a cavalcare la rivendicazione dell'italianità più rozza e bieca che esista (in suo compagnia marcia da sempre compatto tutto il resto del centro-destra nazionale) ma è sicuramente la formazione politica che nel corso degli anni più ci ha battuto, al punto da erodere anche parte di quell'elettorato che s'infiammava quando certi concetti venivano espressi da quella mal anima di Almirante e successivamente dal suo pupillo Fini.
Caso strano, però, se il medesimo concetto lo esprimono e applicano i popoli dell'Africa Mediterranea, le ventate d'entusiasmo di leghista DNA non sì verificano, come mai? Eppure, dovremmo gioire tutti per quanto sta accadendo in Algeria, Tunisia ed Egitto, soprattutto perché i moti che stanno agitando il nord Africa non sono frutto di particolari maneggi politici, ma al contrario sono l'esternazione di popoli esacerbati dalla privazione e compressione dei più elementari diritti cui ogni essere umano aspira.
Come mai il mondo occidentale, tanto restio a integrare e valorizzare seriamente l'extracomunitario, non gode del fatto che tanti potenziali immigrati stia tentando di migliorare la struttura istituzionale dei propri paesi per evitare di vivere nella merda, e magari essere costretti ad espatriare più o meno clandestinamente?
Soltanto negli ultimi giorni, a fronte di proteste che al posto di placarsi sì sono intensificate, il primo mondo ha iniziato a pronunciare parole di tiepida simpatia (termine eccessivo ma al momento non mi viene in mente nulla di meglio) nei confronti dei manifestanti, guarda caso propria quando il nuovo fronte della rivolta nord africana è divenuto l'Egitto.
L'avvenimento, ovviamente, non è casuale e poggia le proprie basi sulle consuete regole d'interesse economico che reggono (spero ancora per poco, ma non ci conto) questo mondo. Nell'area interessata dalle rivolte, infatti, affondano profondi e macroscopici interessi alcuni tra i principali attori occidentali, si pensi alla Francia, da sempre croce e delizia di Algeria e Tunisia, all'Italia che attraverso l'ENI sente puzza di problemi per i propri interessi energetici e ovviamente gli USA che da 30 anni hanno nell'Egitto il secondo baluardo d'appoggio per il Medio Oriente dopo la Turchia. In quest'ottica vanno quindi interpretati gli imbarazzi che hanno avuto Sarkozy e Clinton nell'esporre la posizione dei rispettivi Paesi in merito a quando sta avvenendo in Nord Africa.
Per come la vedo io, l'aria peggiore tira in casa del Segretario di Stato americano che sicuramente ha vagliato anche l'ipotesi (remota) della formazione di un asse trasversale Iran-Iraq-Egitto all'indomani della prima o poi necessaria smilitarizzazione di Bagdad e del venir meno del potere di Mubarak, che da 30 anni esegue gli interessi americani  sulla pelle dei propri cittadini che ormai ne hanno le tasche piene del dittatore tinto (in questo e non solo assomiglia molto al nostro Berlusconi).
Sono nel campo della fantapolitica? Forse, ma verificando come s'è sgonfiata la panzana dello "Yes, we can!" che aveva galvanizzato mezzo mondo all'indomani del passaggio di consegne tra G.W. Bush e Obama nel 2009, non credo di risultare poi tanto visionario.
In ogni caso, mi auguro che il cittadino comune, a differenza delle istituzioni che ci rappresentano in casa e fuori, abbia sentore di quale sia la parte con cui schierarsi, e magari inizi a prenderne esempio riguadagnando quella determinazione che in Africa sta dando lezioni di civiltà a tutto il mondo definito correntemente come progredito.

giovedì 27 gennaio 2011

Il giorno della memoria

Il 20 luglio 2000, il Parlamento italiano partorisce la legge n° 211, che nel suo primo articolo così recita:

"La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz, "Giorno della Memoria", al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati."

In pratica, quella legge sancisce l'allineamento del nostro Paese alla proposta internazionale di dichiarare il 27 gennaio come giornata in memoria della Shoah.
Tanto per rompere gli indugi ancor prima che sì presentino, il sottoscritto considera suddetta celebrazione una sonora cazzata perché istituisce il ricordo per il solo genocidio nazi-fascista, dimenticando colpevolmente tutti i genocidi perpetrati nel corso della seconda metà del '900.
L'istituzione della giornata della memoria, simbolicamente, crea morti di serie A e morti di serie minori, mentre il sottoscritto pensa che i morti debbano ricevere dalla storia medesima dignità. Poco importa se la mattanza è avvenuta nell'Europa nazi-fascista, nella Cambogia dei Khmer Rossi, nel Cile di Pinochet, nell'URSS di Stalin, nell'Argentina della Giunta Militare, nella Serbia di Mladić, nella Nanchino occupata dai giapponesi, nella frontiera ovest dei nascenti USA o nell'Africa abbandonata a se stessa (almeno nei massacri) dagli ex colonizzatori europei.
La differente dignità e il diverso peso (mediante l'uso della "memoria") che sì assegna alle vittime dei genocidi e degli eccidi che hanno insanguinato la storia recente, serve esclusivamente a perpetrare un'immagine distorta della storia stessa, in cui sì mistificano regimi e popoli a ovvio favore di chi la storia la scrive perché ne ha conquistato la "proprietà" sui campi di battaglia o alla borsa di New York.

martedì 25 gennaio 2011

Omaggio al cinema gagliardo e cafone.

Il titolo mi sembra sufficientemente esplicativo.



Il video anche.
Non per tirare in ballo la solita nostalgia canaglia ma a me quei tempi affascinavano e piacevano decisamente di più, sarà che gli Stati Uniti non li conoscevo ancora come il cumulo di merda che sì sono rivelati con lo scorrere degli anni.

domenica 23 gennaio 2011

Il Collegato Lavoro

L'entrata in vigore dell'ennesima legge bomba ai danni del lavoratore, c'impone nuovamente di tornare a parlare di lavoro e precariato.
Di seguito riporto l'articolo de Il Fatto Quotidiano descrivente in modo chiaro e dettagliato la nuova norma che chiude il cerchio iniziato con la riforma Treu nel 1997 volta a demolire il mercato del lavoro con sommo gaudio dell'intera classe padronale.


"Precari, arriva il Collegato Lavoro. Ora sarà quasi impossibile fare causa alle aziende.

La legge 183 introduce una serie di paletti e cavilli legali che renderà la vita dei lavoratori atipici durissima. Sarà quasi impossibile impugnare in tribunale il proprio contratto di lavoro.
 

Chi ha avuto esperienze professionali precarie sa bene che avere buoni rapporti con i propri principali è fondamentale. Mi rinnoveranno il contratto? Me lo prolungheranno? Mi assumeranno a tempo indeterminato? Prima, poi o mai? Sono alcune delle domande che affliggono quotidianamente il lavoratore atipico. Adesso, però, chi si trova nel limbo temporale tra un contratto scaduto e uno che forse arriverà – co.co.pro, di collaborazione, o tempo determinato – è davanti a un bivio. Entra oggi in vigore la legge 183 del 2010, più nota come “Collegato lavoro”.

COM’ERA. La vecchia normativa garantiva anni di tempo a chi intendeva fare causa al suo ex-datore di lavoro (il caso più classico, per i precari, è quello in cui si viene utilizzati come “collaboratori” anche se si fa un lavoro da dipendenti a tutti gli effetti). Con il Collegato lavoro, l’arco di tempo entro il quale si può fare causa al proprio datore di lavoro diventa di 60 giorni: o ci si muove per tempo, o dopo non si può più rivendicare nessun diritto (era una disposizione già prevista per i contratti a tempo determinato ora allargate anche agli altri contratti).

CHI PUO’ FARE CAUSA. Per tutti i rapporti di lavoro terminati prima del novembre 2010 (oggi), quindi, si potrà fare causa entro il 23 gennaio. Per i contratti che scadranno in futuro, si avranno sempre e comunque solo 60 giorni di tempo, e poco importa se, magari, si aspetta un nuovo contratto proprio dal datore di lavoro che si vuole portare in tribunale.

RICATTO CERTIFICATO. “La Legge 183 chiude il cerchio perverso che si era aperto nel 1997 con il Paccheto Treu”. Ne è convinto Massimo Laratro, uno degli avocati del lavoro del pool legale di San Precario, il collettivo che da più di 10 anni si occupa di diritti e precarietà. “Treu aveva introdotto le prime forme di lavoro flessibile e interinale nel 1997; Marco Biagi, con la Legge 30 del 2003 aveva codificato la precarietà con una serie di forme contrattuali atipiche; oggi, con il collegato lavoro, il legislatore va a colpire i precari anche sul piano processuale. Il ricatto cui era sottoposto il lavoratore atipico prima era implicito, oggi è certificato”.

Secondo gli avvocati di San Precario, la nuova legge rende quasi impossibile per i lavoratori fare causa alle aziende quando le condizioni contrattuali sono ritenute non corrette. E’ un vero rosario – di cavilli, eccezioni, tempistica, sproporzione delle forze in campo – quello da sgranare per vedersi riconoscere i propri diritti.

I PERIODI DI NON LAVORO. “Oggi ero in tribunale per due cause di lavoro e, alla luce delle novità legislative, sono state entrambe rinviate”, dice Matteo Paulli, uno dei legali del pool. “Ci vogliono mesi, addirittura anni, per sapere se un contratto di lavoro è impugnabile”. E chiarisce: “I precari fra una collaborazione e l’altra possono avere dei periodi di non lavoro ben superiori a due mesi – continua Paulli – Un datore di lavoro può dire al suo dipendente che gli rinnova il contratto, lascia passare i famosi 60 giorni e al 61esimo non glie lo rinnova. A quel punto per il precario è finita, si trova cornuto e mazziato”.

CONTRATTISTI MULTIPLI. Non solo, c’è una trappola anche per i contrattisti “multipli”: “Se un lavoratore ha avuto con la stessa azienda un numero elevato di collaborazioni, ad esempio cinque contratti nell’ultimo anno, potrà impugnarli sempre che i famosi 60 giorni non siano trascorsi. E’ ovvio che quindi potrà impugnare solo l’ultimo. E avrà molte meno possibilità di vincere”, sottolinea Massimo Laratro. Insomma, è la parola del dipendente contro quella del principale. “Dato che durante l’udienza il datore di lavoro deve dimostrare la ‘temporaneità’ del rapporto di lavoro, se la causa riguarda un solo contratto di due mesi anziché cinque o sei collaborazioni, avrà la strada spianata”.

INSIDIE PRIMA DI FIRMARE. Le insidie non finiscono qua. Le altre due novità particolarmente indigeste ai legali di San Precario sono la “certificazione del rapporto di lavoro” e la “clausola del ricorso all’arbitrato” in caso di impugnazione. Presso le camere del lavoro verranno istituite delle “commissioni certificatrici” che avranno il compito di apporre il loro sigillo sulla validità di un determinato rapporto di lavoro. “Io ti assumo con un contratto a progetto, mi rivolgo alla commissione che timbra il contratto come legittimo e tu non potrai mai fare più causa contro di me – dice Laratro – Così facendo si certifica non solo il rapporto, ma anche la volontà del lavoratore che evidentemente non è nella condizione di rifiutare perché magari sta cercando un’occupazione da mesi”.

ARBITRATO. L’arbitrato invece dà la possibilità al datore di lavoro di inserire nel contratto una clausola che dice che in caso di problemi il dipendente si rivolgerà a una commissione arbitrale invece che ai giudici. “Con questa norma si vuole azzerare il ricorso all’autorità giudiziaria” dicono gli avvocati.

INDENNITA’ PREGRESSA. Infine c’è la questione dell’indennità. Prima della Legge 183 se un lavoratore vinceva la causa contro il suo datore di lavoro, lui era obbligato a “riconoscergli il mancato guadagno”, e cioè a corrispondergli tutti gli stipendi in cui era rimasto a casa. Ora, nel caso l’azienda perdesse in tribunale sarà tenuta solo a versare un’indennità all’ex dipendente che andrà da un minimo di 2,5 a un massimo di 12 mensilità. “E se il processo va avanti per tre anni e il lavoratore in tutto il periodo rimane a casa?” Chiedono gli avvocati di San Precario.

LICENZIAMENTO ORALE. E ancora, l’ultima gabola. C’è il licenziamento “orale”. Per la legge il licenziamento deve essere comunicato in forma scritta: se comunicato oralmente, non è valido. Ma ora il termine dei 60 giorni varrà anche per i “licenziamenti orali”. Se un datore di lavoro sosterrà che il licenziamento c’è stato prima della data indicata dal lavoratore (e ben prima dei sessanta giorni a disposizione), basterà trovare dei testimoni compiacenti per bloccare il processo.

LA CGIL: ASSISTENZA’ STRAORDINARIA. La Cgil si è attivata in tutti i modi contro il collegato lavoro. Non solo è impegnata da settimana per distribuire materiale informativo, ha lanciato anche un appello ai principali organi di informazione. Assicura, inoltre, che “tutti gli uffici legali della confederaizone, tutti gli sportelli immigrati, tutte le strutture di categoria della Camera del lavoro, saranno impegnate nei prossimi sessanta giorni in un’iniziativa di straordinaria consulenza e tutela”. Un impegno che i militanti dello sportello San Precario giudicano tardivo. “Il provvedimento è in Parlamento da due anni. Dov’era la Cgil in tutto questo periodo?”, chiede Massimo Laratro.

NESSUN DIRITTO. il colpo finale ai precari e alla loro dignità è ormai sferrato. Si parla da anni di “flexsecurity”, di garantire sostegno e stato sociale anche ai lavoratori precari. Alla fine, invece, si è chiuso il ciclo aperto da Treu: neanche i tribunali potranno garantire i diritti violati dei lavoratori atipici.

di Lorenzo Galeazzi e Federico Mello"



In questo Paese, chi ha meno di 40 anni dovrebbe iniziare a preoccuparsi seriamente.

mercoledì 19 gennaio 2011

Missing In Action - The Burial


Il colonnello più asettico di tutta la cinematografia reaganiana (l'anima de li mortacci tua Ronald!!!) torna dalle nebbie del tempo, o della bassa padana a seconda degli assetti spazio-temporali che preferite, per narrarci le gesta di un manipolo di dispersi in azione per i quali nutro un certo affetto: i Sepultura.

Originari di Belo Horizonte, Brasile, i Sepultura nascono sull'onda del proto black metal che a metà anni '80 costituiva l'avanguardia più estrema della musica pesa. Gli elementi di maggior spicco di questa corrente, prevalentemente a marchio europeo, furono Sodom, Necrodeath, Onslaught, Schizo, Bathory, Venom, Sarcofago e appunto Sepultura.

I tratti distintivi di quest'appartenenza sono facilmente percepibili nei primi due lavori (l'EP Bestial Devastation e l'album Morbid Vision) del combo carioca, incentrati sull'esasperazione violenta dei canoni thrash e su tematiche fortemente anticristiane denotanti una blasfemia piuttosto puerile e superficiale (come avveniva per buona parte dei loro colleghi) ma comunque esaltante.

La parabola di violento sviluppo delle potenzialità dei Sepultura trova il suo primo punto di coagulazione in Schizophrenia del 1987, che fa balzare la band agli onori della critica consentendole d'essere scritturata dalla RoadRunner Records, impressionata dalle capacità compositive dei 4 brasiliani non del tutto messe in ombra da una qualità di registrazione piuttosto dozzinale. Tuttavia, è con il 1989 (aridaje!...) che la formazione fa il salto di qualità dando alle stampe Beneath The Remains in cui trova prima espressione quel death/thrash metal (successivamente sposato da Demolition Hammer e Solstice) che tanto avrebbe potuto dare alla causa della musica intollerante se il mercato non avesse preferito addolcire i propri orizzonti.

Beneath è il primo successo internazionale dei Sepultura e stabilisce l'inizio di una produttiva collaborazione con Scott Burns, padre delle più entusiasmanti registrazioni in ambito death/thrash tra la fine degli '80 e i primi '90, oltre all'abbandono di riferimenti banalmente blasfemi dalle liriche, che virano su tematiche prettamente politico-sociali.

Il cammino iniziato con Beneath trova il proprio punto d'arrivo nel successivo Arise (1991) che fin dalla sua pubblicazione sì connota come uno degli album estremi di maggior successo (superò il milione di copie vendute) e influenza degli anni '90. Al suo interno, il gruppo cementa tutto il buono già presente in Beneath concedendo, però, spazio anche a timide variazioni sonore, che pescano nell'industrial (facilmente percepibile nelle intro di diversi brani, a iniziare dalla title track), nel groove prossimo al botto con i Pantera e nel ritmo tribale, che troverà (ahimè...) ampio spazio nelle composizioni dei brasiliani a partire da Chaos AD (1993) che segna l'ulteriore allontanamento dal death/thrash che rese grande il gruppo, per favorire lo sviluppo degli elementi testati embrionalmente in Arise. Il risultato è un disco controverso, dall'incedere a volte trascinante (Refuse/Resist, Biotech is Godzilla) in altre occasioni quasi impantanato su se stesso. Le considerazioni del sottoscritto, tuttavia, non furono quelle della stampa specializzata del tempo, che assegnò nuovamente ai Sepultura una solida posizione in vetta alle classifiche di gradimento metal. Identica accoglienza fu riservata al successivo Roots (1996) che fu pietra miliare per il gruppo perché abbandonò definitivamente il passato death/thrash in favore di un groove metal pesantemente rallentato, melmoso e contaminato dalla tradizione sonora tribale brasiliana e per l'intera scena metal, che da questo e pochi altri dischi prese ispirazione per avviare la disgraziata rivoluzione new o nu metal che dir sì voglia.

All'apice del successo, iniziò per i brasiliani un progressivo calvario umano e artistico. La formazione, dal '96 ad oggi, s'è sfaldata al punto d'annoverare tra i membri storici il solo bassista Paulo Jr, notoriamente il personaggio meno incisivo del quartetto, mentre la produzione discografica, incapace di sviluppare o riconvertire ad altro gli spunti di Roots, è naufragata in un improbabile mistura tra hardcore e metal che non è mai risultata convincente, nonostante la critica sia tornata a parlare benevolmente dei brasiliani in tempi recenti, a seguito delle uscite di Dante XXI e A-Lex.

I dispacci più affidabili, danno la formazione attualmente al lavoro in vista del nuovo album, in uscita quest'anno per Nuclear Blast. Personalmente sono completamente disinteressato al fatto, ma il dilemma di come i Sepultura siano riusciti a sopravvivere nonostante 15 anni di mediocrità assoluta, continua a stuzzicare la mia curiosità.

Inner Self via...

martedì 18 gennaio 2011

Livello 2: gli altarini sì scoprono

La categoria dei perdigiorno sì può simpaticamente dividere in due macro schieramenti: quelli come me che ingannano il tempo canticchiando un vecchio ritornello degli 883 ancora freschi della dipartita di Repetto (agevolo il video con un certo fastidio, a voi stabilire per cosa...) e quelli come Massimo Mucchetti e Luca Telese, che il loro tempo lo "perdono" facendo le pulci in casa FIAT e alla famosa fusione con Chrysler, fino ad oggi denunciata solo da quel comunista di Landini.



Perdete anche voi mezz'ora del vostro tempo e date un'occhiata al video, ne vale la pena soprattutto ora che informazione ed opinione pubblica sono completamente figa (di Ruby e compagne assortite) centrici.

FIAT: le conseguenze



Scorrendo gli umori di penna e pancia che hanno percorso questo Paese negli ultimi giorni, pare che l'Italia sia diventata un macro palcoscenico per una tragicommedia di Goldoni.
L'andazzo recente sì presta più che mai a quella perla di saggezza popolare che recita "tira più un pelo di figa che un carro di buoi" perché ogni meandro della vita personale e sociale dell'italiano pare incentrata sul frutto del piacere femminile.
Intendiamoci, parlare di donne va benissimo, ma se diventa l'unico argomento, le cose iniziano a complicarsi, la banalizzazione è dietro l'angolo e il rischio di mandare ogni discussione in vacca perché argomentata come si farebbe al bar diviene una certezza.
Accade così che nel fine settimana forse più topico degli ultimi mesi, la cronaca italiana sia inchiodata sugli affari di Berlusconi (prima la sorte del legittimo impedimento poi l'inchiesta sul giro di mignotte ad Arcore con le relative implicazioni) mentre il resto del mondo conosciuto continua a incrinarsi pericolosamente nella disattenzione generale.
A livello internazionale, la Tunisia è stata messa talmente a ferro e fuoco dai propri cittadini da costringere il dittatore Ben Ali alla fuga, mentre lo spettro di una guerra civile sì fa sempre più concreto; nella penisola di Corea prosegue l'opera poco stabilizzatrice dell'amministrazione americana, che insieme alla Corea del Sud, pare stia facendo di tutto per inasprire gli attriti che rendono la regione una delle polveriere più instabili al mondo e NESSUNO in Occidente ne parla.
Come abbiamo scritto più volte, anche a casa nostra non sì sta proprio bene... e le questioni d'affrontare non mancherebbero, a cominciare dal caso FIAT, che continua a essere preso eccessivamente sottogamba, a chiara dimostrazione della sua cruciale importanza per gli assetti economico-sociali dell'Italia di domani. In concomitanza con il già citato legittimo impedimento, infatti, nello stabilimento FIAT di Mirafiori, sì è consumato il referendum in cui i lavoratori erano chiamati a decidere tra la minaccia della disoccupazione e il salvataggio dell'impiego a scapito del peggioramento delle proprie condizioni lavorative.
Come successo a Pomigliano, anche a Mirafiori, le previsioni più ottimistiche (per i lavoratori) contemplavano una vittoria del attestata intorno al 70% circa, con la possibilità di un "assenso" all'accordo-vergogna ancor più plebiscitario. Terminate le operazioni di voto, tuttavia, inizia a prendere forma il risultato inatteso, poi sancito dallo spoglio delle schede, che rivelano il passaggio del con appena il 54.7% delle preferenze.
A dispetto del dato numerico, che in senso assoluto consegna la vittoria a Marchionne, è bene spendere due parole sul mancato botto dei sì.
La consultazione a Mirafiori ha rimesso prepotentemente al centro della scena l'operaio, un soggetto dato per estinto da 20 anni di globalizzazione, schifato da società ed economia perché simbolo della fatica insita in ogni sistema che contempli produzione e consumo. Una condizione, quella dell'operaio, che l'ha portato a essere sempre in prima fila nella rivendicazione di diritti per non soccombere sotto il peso di un sistema di cui costituisce l'iniqua struttura portante, rivendicazione che, inaspettatamente, è rinata a Mirafiori, dove già morì il 14 ottobre 1980.
Lo strappo degli operai torinesi ha mostrato anche che il nostro, continua a essere un popolo sostanzialmente classista. E', infatti, (de)merito degli impiegati di Mirafiori, gli eredi dei 40mila dell'ottobre '80, se l'accordo è passato. Un applauso dunque all'individualismo corporativo di quei soggetti per aver mostrato come le differenze sociali siano ancora considerate infamanti in questo Paese; la nostra società, ammesso che ne sia in grado, ha ancora decenni di progressi da compiere prima di definirsi rispettabile e coesa.
Oltre al risvolto sociale, Mirafiori ha ovviamente segnato il passo anche nella politica. La vicenda ha, infatti, dimostrato che il lavoro è una questione che in questo Paese non si vuole dipanare e governare per precisa scelta politica. La motivazione è presto detta. Per fare opera di buon governo nel mondo del lavoro non è possibile porre al centro delle proprie scelte la sola tutela del settore industriale e finanziario, declassando il benessere sociale a conseguenza dello sviluppo di mastodontici imperi imprenditoriali. E' questa la causa che ci ha condotti al pauroso vuoto di rappresentanza politico-sindacale che ha contraddistinto fino a oggi tutta la vicenda FIAT, vicenda che registra uno straordinario spreco di potenzialità umane (che hanno trovato parziale sintesi solo nella FIOM, unica struttura uscita vincente dal confronto) e mette alla berlina una politica vergognosa, fatta di teatrini e puttane che hanno svenduto ogni bagaglio ideologico, soprattutto a sinistra, basti pensare che nell'80 ci andava Enrico Berlinguer a solidarizzare con i pichetti operai, venerdì scorso invece s'è materializzato il parolaio Vendola, che a Torino fa il proletario mentre la sua giunta regionale in Puglia autorizza la costruzione degli inceneritori del gruppo Marcegaglia.
Oltre che viziati da conflitti d'interesse mascherati da fiera sponsorizzazione all'autodeterminazione "libera", politica e sindacalismo sì sono dimostrati pericolosamente miopi nella sottostima di questo vuoto. Come ci insegna il passato, i vuoti tendono comunemente a riempirsi da se, oggi con forse un po' più difficoltà organizzativa di ieri, ma siccome la storia si ripete in tutto e per tutto con notevole facilità, a buon intenditor poche parole...

venerdì 14 gennaio 2011

FIAT e altre amenità.

La questione FIAT tiene banco da mesi ormai, ma a fronte di tanta bagarre generale, all'uomo della strada come il sottoscritto, la questione appare tanto dirompente quanto fumosa. Vediamo di fare un po' d'ordine o quanto meno di provarci.

Tutto inizia pressappoco da qui:



Lo spot è tosto, in pochi secondi condensa tutti quei fattori che sì tirano in ballo quando l'obiettivo è far breccia nel cuore della gente, mettere mano alla sensibilità delle persone per tirarle dalla propria parte e convincerle che



Il finale col botto è quel "appartiene a tutti noi" che chiude il cerchio della paternale nella quale sì afferma che la nuova fabbrica raddoppierà la produzione, le esportazioni (anche in America!!!) e le possibilità, che saranno sostenute dal buon padre di famiglia, magari acquistando un'auto italiana.

Applausi a scena aperta! Fossi nella giuria che assegna i Telegatti questo spot lo premierei di corsa perché scalda gli animi senza dire sostanzialmente nulla.

Mi sì potrebbe obiettare che in uno spot, gioco forza, non ci si può soffermare eccessivamente sui contenuti specifici delle questioni, sacrosanto, quindi mouse alla mano vediamo di spulciare nel dettaglio quali sono i piani di FIAT per l'Italia.

A fronte della chiamata a corte di tutti i patri cittadini (visto che la fabbrica dovrebbe appartenere a tutti) il piano industriale reperibile in rete è decisamente meno esaltante e soprattutto puntuale rispetto a quanto era lecito attendersi a fronte della pubblicità televisiva.

Per bocca del duo Elkann/Marchionne, veniamo infatti informati che FIAT, nei prossimi 5 anni, è intenzionata a produrre in Italia 1.650.000 veicoli (a fronte degli 800.000 veicoli/anno attuali) impegnando quasi il 70% degli investimenti del gruppo negli stabilimenti italiani.

Conseguentemente a questo quadro, descritto dal giovane Elkann come "il più straordinario piano industriale che il nostro Paese abbia mai avuto", l'amministratore delegato del gruppo torinese Marchionne, ha messo nero su bianco le proprie condizioni, che prevedono l'erogazione degli investimenti solo quando l'azienda avrà ottenuto la governabilità degli stabilimenti da parte dei sindacati.

In sostanza, sfruttando la storia della mancanza di competitività del sistema italiano, e facendo leva sulla paura e l'insicurezza che ogni crisi economica genera nella gente, Marchionne subordina l'investimento aziendale, all'accettazione da parte dei dipendenti, di un peggioramento delle proprie condizioni lavorative, in deroga a quanto stabilito dalla legge.

Deroghe cui si è opposta solo la FIOM mentre il resto del sindacalismo italiano era impegnato a fare melina (la CGIL di Camusso s'è mossa, ma non ha indetto lo sciopero generale, solo quando era ormai chiaro che non si poteva lasciare eccessiva visibilità a Landini, per il momento l'unico a dire le cose come stanno) o genuflettersi alla corte FIAT (CISL e UIL) accettando pedissequamente le clausole dei contratti di Pomigliano e Mirafiori senza nemmeno prendersi la briga d'illustrarli ai lavoratori, probabilmente con l'intento di tirarli dalla propria parte disinformandoli. Infatti, un conto è far leva sulla paura della disoccupazione affermando genericamente che le condizioni lavorative peggioreranno "perché il ricatto vero lo fa il mondo" (Chiamparino docet al minuto 5:50), altra storia sarebbe far presente a tutti che il contratto FIAT (gestito al di fuori delle "garanzie" previste dal CCNL per i metalmeccanici in quanto FIAT è uscita da Confindustria) prevede:
  • il peggioramento strutturale del lavoro in catena di montaggio - riduzione delle pause da 40 a 30 min compensate con 32€ lordi al mese in busta paga, aumento dello straordinario obbligatorio a 120 ore annue, possibilità di turnazione esasperata (18 turni settimanali suddivisi in 3 turni per 6 giorni la settimana) secondo le esigenze produttive, spostamento della pausa pranzo a fine turno invece che a metà dello stesso (al momento solo per Pomigliano), riduzione della mutua per combattere l'assenteismo;
  • la riduzione della rappresentanza sindacale - niente più Rsu, cioè delegati sindacali eletti da tutti i lavoratori e titolari anche della contrattazione aziendale, ma ripiego sulle Rsa, le rappresentanze sindacali aziendali che vengono nominate da ciascun sindacato e che non hanno alcun potere contrattuale.
  • la limitazione del diritto di sciopero che diviene un "comportamento" passabile di sanzione disciplinare che l'azienda può "punire" in misura estrema con il licenziamento.
Mi auguro non ci sia bisogno di commentare... per chi ne avesse comunque bisogno, mi limito a scrivere che questi accordi riportano il lavoro in Italia indietro di almeno 40 anni.

A fronte di questa parzialità nell'informazione, quanto è trapelato grazie all'azione della FIOM, è stato minimizzato dal resto del sindacato e dalla politica come male necessario per salvaguardare il lavoro e soprattutto concretizzare "un investimento necessario per Torino e l'Italia, auspicando che i lavoratori abbiano anche la forza di accettare il peso di questo scambio" (parole di Bersani che richiamano alcuni infauste esternazioni del più illustre Berlinguer nella seconda metà dei '70).

Il vuoto pneumatico della politica e degli organi volti a sviluppare e tutelare il lavoro, stanno tutto nelle parole pronunciate dal segretario del Partito Democratico.

E' infatti vergognoso che la politica scarichi sulle spalle dei lavoratori la totale assenza di pianificazione industriale, argomento avulso dall'attività di ogni governo degli ultimi 20 anni (chi ha memoria dell'epoca delle privatizzazioni, con lo smembramento e la svendita delle aziende legate all'IRI e la rovina di ex fiori all'occhiello del Paese come Alitalia, Olivetti e Telecom sa a cosa mi riferisco) e prenda come dato di fatto il ricatto di una FIAT sopravvissuta fino ad oggi grazie al costante apporto finanziario del contribuente italiano (qualcuno ha calcolato un totale di 7,6 miliardi di Euro).

La mancanza di un piano di sviluppo industriale, però, non è appannaggio della sola politica. Marchionne, infatti, pur avendo espugnato Pomigliano (e quasi certamente Mirafiori) non ha ancora comunicato alcun dettaglio reale sul progetto di Fabbrica Italia e sulla sorte dei 5 stabilimenti presenti nel Bel Paese (Mirafiori, Cassino, Melfi, Pomigliano d'Arco e Termini Imerese che quasi certamente sarà chiuso). A sua discolpa, indica la necessità di non mettere a disposizione dei concorrenti informazioni sensibili sui piani FIAT. Come al solito, a pensar male si fa peccato ma spesso ci sì prende, quindi proviamo a pensar male...

Com'è noto, FIAT da maggio 2009 è in joint venture con Chrysler e punta a fondersi con la casa di Detroit entro il 2013. L'operazione è frutto della crisi internazionale che ha portato sul lastrico il produttore americano, commissariato dall'amministrazione Obama, che sul salvataggio del settore auto USA ha costruito una parte consistente del proprio successo elettorale.

Il governo americano, all'atto di muoversi sul mercato alla ricerca di qualcuno disposto a rimettere in piedi l'ex colosso, ha dettato le proprie condizioni, imponendo all'eventuale partner lo svecchiamento di tecnologie e prodotti commercializzati da Chrysler (in sintonia con il concetto di economia "verde"), l'incremento della percentuale di autoveicoli venduti fuori dall'area Nafta (Canada, USA, Messico) e la restituzione al Tesoro americano e canadese dei circa 7 miliardi di dollari (e relativi interessi che pare viaggino intorno al miliardo di dollari all'anno) che i due paesi nord americani hanno sborsato per salvare Chrysler dalla bancarotta.

FIAT è entrata in Chrysler con una quota azionaria del 20%, attraverso l'innesto nell'azienda americana di tecnologia motoristica moderna (cioè in linea con i più recenti standard EURO del vecchio continente), la sua quota è salita al 25%. Al Lingotto sono però convinti di poter giungere agevolmente al controllo del 35% di Chrysler avviando produzione e distribuzione nel mercato USA di un'automobile pensata per i bassi consumi che, di conseguenza, permetterebbe a Chrysler di competere e quindi esportare nei mercati extra americani.

Avviato e consolidato questo processo, per raggiungere quota 51%, gli sforzi andrebbero poi concentrati nella restituzione del debito ai governi americani e qui casca l'asino, perché con un settore auto in contrazione del 6,7% a livello globale e del 27% per FIAT (nell'area Euro) l'obiettivo pare piuttosto difficile da raggiungere con la semplice produzione industriale, ecco quindi che a Torino s'inventano qualche soluzione "spregiudicata".

La prima riguarda la possibilità di girare, a parziale copertura del debito, i fondi speciali stanziati dal governo USA per ricerca e sviluppo (3 miliardi di dollari). A questo punto FIAT avrebbe ancora 4 miliardi da restituire. La liquidità necessaria potrebbe trovarsi a seguito della scorporazione dei veicoli industriali da quelli automobilistici.

Il 2 gennaio, infatti, il gruppo torinese si è presentato alla borsa in veste rinnovata, da una parte la "vecchia" FIAT Spa per il mercato dell'auto, dall'altra FIAT Industrial specializzata nella produzione di autocarri e macchine agricole.

Quelli con l'occhio lungo hanno subito intuito che la mossa del Lingotto potrebbe essere il necessario passo azionario per avviare la vendita del ramo industriale del gruppo (che per altro ha sempre garantito ottimi ritorni) e forse qualcosa di più. Da tempo si vocifera, infatti, anche della probabile cessione di Alfa Romeo che, sommata alla vendita di FIAT Industrial, consentirebbe a FIAT Spa di ottenere la liquidità necessaria a scalare in tempi brevi Chrysler.

Nel caso questo scenario si concretizzasse (le condizioni e motivazioni ci sarebbero) sì porrebbe il problema della produzione in Italia.

La FIAT, infatti, obbligata dal governo americano ad incentivare le esportazioni e quindi la produttività degli impianti Chrysler e impoverita dall'eventuale cessione di Alfa Romeo, che cosa produrrà nella fantomatica Fabbrica Italia?

Al momento non l'ha capito nessuno e cosa ancora più grave nessuno, FIOM esclusa, ha avuto il coraggio di domandarlo a Marchionne impegnato a spandere propaganda di terzo livello in diretta televisiva (agevolo l'intervista rilasciata dall'AD FIAT a un mellifluo Fazio - link 1 e 2 - e un'intelligente serie di considerazioni in merito alle parole dell'intervistato link 3).

Sono le 18:45, tra meno di un'ora il referendum tra i lavoratori di Mirafiori volto a determinare la sorte dello stabilimento sarà terminato.

A mio parere, a prescindere dall'esito del voto, la sorte del settore automobilistico italiano è segnata, non solo per la palese volontà di FIAT di passare all'altra sponda dell'Atlantico, ma soprattutto perché la mobilità di cui è espressione il gruppo torinese è superata ormai da 20 anni. Industrialmente parlando, pensare di poter stipare ancora il mondo e le città occidentali in particolare di veicoli, già presenti in ogni dove, è criminale prima ancora che anacronistico.

Se avessimo una classe dirigente serie, gli stabilimenti FIAT sarebbero nazionalizzati e riconvertiti a lavorazioni metalmeccaniche improntate a concetti di mobilità e più in generale sviluppo che sì concilino con la sostenibilità ambientale, con buona pace di tutte le cazzate sulle quotazioni di borsa e il liberismo che è più morto del comunismo all'indomani della caduta del muro di Berlino (e l'89 torna sempre...).

martedì 11 gennaio 2011

AAA Rivoluzione cercasi...

Ne abbiamo parlato relativamente spesso ma senza soffermarci mai troppo a sondare un argomento che ci bolle in testa da sempre (e visto l'andazzo attuale non potrebbe essere altrimenti) e che trova il proprio casus belli in un recente commento apposto dal Fornicatore al duplice messaggio di fine anno Napolitano/Grillo.
Tutto sto cappello introduttivo per dire che butterò giù qualche considerazione sulla Rivoluzione (Madonna che bella parola, già ti senti esaltato quando la pronunci!) in senso ampio del termine.
Riflettere di rivoluzione è oggi una necessità imposta dal mondo in cui viviamo, un mondo che non conosceva tensioni sociali così aspre dai primi anni '80, preceduti da due decenni estremamente attuali; benché a me stia fondamentalmente sulle scatole il mondo fricchettone e buona parte dell'iconografia della sinistra trasandata degli anni '60 e '70 ritengo indiscutibile che, senza la spinta propulsiva del '68 prima e del '77 poi, gran parte delle libertà intellettuali e sociali di cui godiamo e abusiamo oggi (forse ancora per poco) non sarebbero mai esistite: mi riferisco alle tutele dei lavoratori in sede di stipulazione di un contratto, piuttosto che all'emancipazione sociale di un Paese "commissariato" a scopare solo per riprodursi, o alla legge sull'aborto, all'affermazione del diritto di sciopero, a una scuola meno fascio-centrica e sostenitrice (almeno a parole) della cultura come strumento di avanzamento sociale (della serie mio padre è battilamma, ma siccome lo Stato fornisce a chiunque i mezzi per studiare, magari io figlio, un giorno potrò essere ingegnere, medico, ricercatore ecc).
Insomma, per farla breve, quegli anni a me garbano e dovrebbero garbare a chiunque (compresi tanti pirla che hanno scambiato il rock/metal come strumento di divulgazione di puttanate nazi-fasciste) tuttavia, quando sì fa riferimento a quel periodo, troppo spesso sì dimentica che quelle conquiste non sono piovute dal cielo come la manna nella Bibbia, ma sono il risultato di scontri che hanno riversato il malcontento e l'insoddisfazione d'intere generazioni contro istituzioni rappresentative d'interessi ben differenti (per capirci, agli industriali, l'acquisizione di potere decisionale e contrattuale da parte dei lavoratori è SEMPRE stato sui coglioni) che sono stati quanto meno deviati dal proprio corso, grazie ad anni di manifestazioni studentesche ed operaie, nei cui confronti lo Stato ha risposto con la violenza della Celere e dei servizi segreti deviati, anziché attraverso un'attività parlamentare in grado di svecchiare radicalmente mentalità e struttura del sistema Italia. La risposta repressiva degli organi politico-istituzionali della nazione, è stata un seme importante su cui s'è sviluppata un'estesa rete di terrorismo ed eversione di sinistra, che non conobbe eguali nel resto del mondo Occidentale del tempo (fatta forse eccezione per la RAF tedesca).
Spesso do per scontato che la fine di quella stagione sia conosciuta e "chiara" a tutti, in realtà non è così in un Paese la cui memoria storica più remota è lo scudetto dell'Inter nell'89. Non è quindi tempo sprecato precisare che la fine degli anni di piombo non coincise con il raggiungimento della parità sociale che s'era inseguita, anche con violenza, per 20 anni, ma sì chiuse con una nuova rincorsa al sogno americano del consumismo e della ricchezza opulenta, ostentata e pubblicizzata per cancellare dalla memoria l'insuccesso politico, ideologico e militare statunitense nell'ex Indocina Francese, che sul fronte interno produsse un paio di generazioni di sbandati (quelli tornati dal fronte e schifati da quanti non c'erano andati perché imboscati dal papi coi soldi) e una crisi economica superata con la disgregazione della coesione sociale e dei movimenti del '68 da cui è iniziato tutto questo discorso.
Tornando a casa nostra, non risulta infatti casuale che la vera batosta (quanto meno giuridica) sia stata inflitta prevalentemente all'eversione di sinistra e quindi d'estrazione sociale che, in molti casi, è giunta a dissociarsi da principi e modus operandi sostenuti per due decenni. Sorte diversa è stata riservata all'eversione nera che ha, invece, goduto e gode tutt'ora di una sostanziale impunità a ogni livello, dall'esecutore materiale al mandante, dimostrando empiricamente che il coinvolgimento delle istituzioni nella lunga scia di attentati dinamitardi che hanno insanguinato l'Italia a partire da Piazza Fontana nel dicembre '69, non può essere considerata complottismo da fantapolitica.
Il finale con cui s'è chiusa la stagione eversiva nel nostro Paese c'insegna, quindi, che la violenza, anche finalizzata all'interesse collettivo più o meno tale, è destinata al fallimento perché deumanizza chi la pone in essere, snatura i principi da cui s'è mossa e finisce per inimicarsi la sensibilità collettività, anche quella più compiacente verso metodi "diretti" di confronto sociale e politico; i consensi ai brigatisti, infatti, hanno preso a scemare vertiginosamente anche all'interno delle frange sociali più accese quando il terrorismo imboccò la via dell'omicidio.
L'impiego della violenza, quindi, seppur esaltante e allettante sotto molti punti di vista (il mito, distorto per luoghi e tempi, della Resistenza fu una costante per una larga fetta dell'universo brigatista) alla prova dei fatti è fallimentare. Verrebbe dunque da pensare che lo strumento d'affermazione migliore sia quello della protesta "pacifica" ma sì cadrebbe in errore sposando questa tesi perché la semplice indignazione, lo sdegno in salotto davanti alla TV, le marce per la pace di turno, e i cortei studenteschi con le mani infarinate al vento, sono totalmente inutili se non addirittura controproducenti perché avulsi da qualsiasi ritorno a fronte dell'impegno profuso nella propria lotta (vedi gli studenti e la riforma universitaria del dicembre scorso).
Lo scenario finisce così per apparire sconfortante, soprattutto perché i meccanismi che regolano la nostra vita ci fanno sentire giornalmente la propria oppressione. Tuttavia, preservando un minimo d'indipendenza intellettuale (che si raggiunge iniziando a spegnere la tv e scansare Facebook), tutti quelli che non sono come Berlusconi e relativo indotto, possono arrivare all'inaspettata conclusione che l'unico strumento di rivalsa che ancora ci appartiene, risiede nelle nostre tasche. La società dei consumi moderna, quella che per anni ci ha inculcato il comandamento secondo cui il singolo è ciò che possiede, può essere valutata secondo due prospettive differenti. La prima, che conosciamo tutti, è quella filantropica che descrive più o meno criticamente la malsana condizione del cittadino moderno (tutta la sinistra post-comunista italiana, su ste merdate ci campa dalla caduta dell'URSS, basta vedere come il PD sta reagendo ai ricatti industriali della FIAT - 1, 2 -) la seconda, che mai nessuno pubblicizza, pone il consumatore al centro del mercato ma in veste di soggetto attivo, sottraendolo al ruolo passivo di bovino che viene alimentato e munto nei suoi averi fino alle estreme conseguenze. Quando parlo di consumatore attivo, mi riferisco a un soggetto consapevole che il sistema sì regge sulla sua capacità d'assorbire quanti più beni possibile. Alla luce di questa banale ma dirompente ovvietà, la soluzione per uscire dal circolo vizioso che ci attanaglia è quanto mai semplice: smettere di consumare, che non significa fare la vita del barbone, ma chiudere il rubinetto dei bisogni indotti. La crisi dei consumi generata non dall'impossibilità a fruire di strumenti finanziari d'acquisto (ormai non ce la si fa più nemmeno aprendo il finanziamento per 100€ di cellulare) ma per consapevolezza del consumatore, che la moneta se la tiene in tasca, azzererebbe seduta stante l'attuale sistema e gli imporrebbe un radicale rinnovamento, politico economico e sociale. Un consumatore consapevole, infatti, non può e non deve farsi abbindolare dagli incentivi alla rottamazione per tenere a galla un settore industriale morto come quello automobilistico o dall'ennesima offerta di Telecom pubblicizzata dalla Hunziker che di telecomunicazione ne sa quanto Tronchetti Provera, cioè un cazzo (infatti s'è visto che fine ha fatto Telecom...)! Di contro, finirebbe per esigere un sistema intento a creare mercato e ricchezza dal miglioramento della qualità della vita collettiva (della serie meno centri commerciali ricolmi di cazzate e più ambienti umanamente sostenibili) sancito a norma di legge da classi dirigenti che non fanno della politica un mestiere su cui abbarbicarsi, perché retribuite entro livelli da dipendente comune e incentrate sui risultati raggiunti dall'amministratore di turno (quindi il 99% di quelli che stanno in Parlamento oggi, da Berlusconi a Bersani, da Fini a D'Alema, da Pannella a Casini FUORI DAI COGLIONI!).
Utopia? Forse sì, ma a giudicare dai riscontri negativi forniti dalla Confcommercio, che ogni anno posticipa l'inizio della "ripresa", e da quanto sta succedendo in giro per il mondo (a cominciare da Algeria e Tunisia) per l'impennata dei prezzi del genere principe di prima necessità, forse una maggiore consapevolezza ci sarà imposta come clausola base per la semplice sopravvivenza, del resto manca davvero poco al raggiungimento della massa critica.

Chiamatemi Professore.

Oggi vorrei parlare di calcio, ma di quello che fù, non certo del baraccone che è diventato negli ultimi anni.
L'isola di Lipari, nel lontano 2 Maggio 1941, ha dato i natali ad un personaggio Geniale, Scomodo, Amato, Odiato, Ironico, Enigmatico ma forse uno dei pochi e soli autentici e veri allenatori di sempre: sto parlando del "Professore" Franco Scoglio.
Da giovane compì studi irregolari e lavorò come cameriere presso il ristorante gestito dalla madre. Ha iniziato ad allenare nel 1972 con le giovanili della Reggina. Passò successivamente ad allenare fra i dilettanti e quindi in C1 (Messina, Gioiese, Acireale, Akragas) poi l'approdo in serie B con il Messina (1985).
Arrivò al Genoa nel 1988, esperienza che lo segnò per sempre; in questa squadra lasciò un'impronta indelebile presentando con vulcanica verve innovazioni tattiche e sagaci lezioni di vita. Dopo due anni l'arrivo in Serie A e successivamente una salvezza meritata.
Nei seguenti anni conditi da esoneri e dimissioni allenò anche Bologna, Udinese, Lucchese, Pescara, Torino, Cosenza e Ancona. Non mancò mai però di ritornare al suo Genoa ogni qualvolta se ne presentasse l'occasione (1993-94, 1994-95, 2000-01 e 2001-02).
Tra il 1998 e il 2000 ha allenato la nazionale della Tunisia, conquistando la qualificazione al campionato mondiale, ma arrivò al punto di lasciare la nazionale proprio poco prima di potersi giocare un prestigioso campionato del mondo giusto per accorrere a salvare il suo Genoa in ambasce. Nel 2000 ha guidato la Libia, ma ha dato presto le dimissioni per allenare il Napoli dove applicò per l'ultima volta la sua tattica a 'rombo' (10 partite).
Scoglio è stato commentatore televisivo per molte reti televisive italiane (da ultimo a Controcampo su Italia 1), ma anche all'estero (era commentatore tecnico ed opinionista anche per Al-Jazeera). Personaggio molto popolare nell'ambiente calcistico, amato ma anche molto discusso, Scoglio morì in circostanze drammatiche, il 3 ottobre 2005, colto da un infarto mentre partecipava, in diretta TV, ad una trasmissione della rete locale Primocanale di Genova, città che lo aveva adottato. Scoglio si sentì male dopo un vivace confronto telefonico - molto polemico, in verità - con il presidente del Genoa, Enrico Preziosi.
Scoglio era molto amato e stimato dai sostenitori rossoblù: al suo funerale a Genova parteciparono ben 8.000 persone per tributargli un ultimo commiato. Successivamente tornò per l'ultima volta a Messina accolto al Celeste da un vasto gruppo di tifosi, per poi partire per l'ultimo viaggio a Lipari, dove è stato sepolto.

Non mi resta altro che ricordarlo con alcune delle sue frasi più celebri:
-A Gullit la natura ha dato molto. E la natura va rispettata: lui deve giocare come vuole.
-A Salerno non saremo ancora pronti per andare ad aggredire da Genoa. Potremo aggredire part-time...
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Che libidine quando perdo. La sconfitta mi esalta e mi fa assaporare stimoli insostituibili.
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Lei, laggiù in fondo, mi deve ascoltare, altrimenti io sto qui a parlare "ad minchiam". " (10 settembre 1990, in sala stampa dopo la partita Cremonese-Genoa vinta per uno a zero dai rossoblù).
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Il gol preso a Bergamo calcisticamente non esiste...
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Il presidente non esiste, la squadra non esiste e la società non esiste, ma nella maniera più assoluta: esistono solo tifoseria e tecnico.
-Si fondono i metalli, non i sentimenti!! (riferito simpaticamente alla squadraccia della periferia genovese).
-La classifica io non la guardo dall'alto in basso, la guardo di traverso.
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Non me ne frega nulla di chi resta al comando della squadra: il dottore (?!) Dalla Costa o il dottore Scerni, perché devono comunque capire che non contano niente: il Genoa è della sua gente.
-Non volevo fare il gesto dell'ombrello. E solo il mio modo di esultare, alla Connors!
-Oggi faccio un'analisi a 300 gradi, 60 gradi li tengo per me.
-
Il Genoa è una cosa particolare, ha un Dio tutto suo...
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Le caratteristiche che devono avere i miei giocatori? Senz'altro necessitano di attributi tripallici. Quelli che hanno tre palle fanno il pressing, quelli che ne hanno due giocano al calcio, quelli che ne hanno una fanno le partite fra scapoli e ammogliati.
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Ammiro Eriksonn, un gran signore. Proprio l'esatto contrario del sottoscritto. Lui pensa solo alla sua squadra, io, invece prima di addormentarmi prego Gesù che mi dia la squadra per battere la Sampdoria.
-Io non faccio poesia, io verticalizzo!!!
-
La Samp è come Dorian Gray, cultore dell'estetismo.
-Toglietemi di torno 'sti gialli di minchia.... (il riferimento è ai giornalisti giapponesi ai tempi di Miura)
-Io non comando i giocatori, io li guido.
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Pagherei 2 biglietti per vedere Maradona.
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Se qui a Genova non vinco uno scudetto in tre anni, torno a Lipari a fare l'albergatore.
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Io i colori rosso e blu li ho nel sotto pelle, capisce?
-
Genoa-Torino, non è una partita di calcio. Genoa-Torino è la Storia del Calcio. Perchè la Storia del Calcio, in Italia, l'hanno fatta solo quattro squadre: il Genoa, il Torino, la Pro Patria e la Pro Vercelli...
-
Io per lei non sono il signor Scoglio, sono il Professor Scoglio.

Grazie di tutto, Professore!!!

lunedì 10 gennaio 2011

Vaticano e dintorni.

Il fenomeno della caccia alle streghe nacque verso la fine del XV secolo e perdurò fino all'inizio del XVIII secolo all'interno dell'occidente cristiano: le cosiddette "fattucchiere" (e a volte anche i loro figli, soprattutto se di sesso femminile), appartenevano per lo più alle classe popolari. Soltanto una piccola minoranza di loro poteva essere realmente annoverata tra i veri e propri criminali colpevoli di omicidi, o di altri gravi reati.
La stragrande maggioranza era invece composta da persone innocenti, di ogni età e condizione, spesso "levatrici" e guaritrici, in un tempo in cui decotti ed infusi a base di piante usati dall'empirico sapere tradizionale delle guaritrici risultavano non meno efficaci e sicure delle varie medicine; e, d'altra parte, la popolazione, essenzialmente rurale, non aveva altre possibilità per curarsi del ricorrere ai loro rimedi, meno costosi di quelli dei medici.
Molte "streghe" vennero torturate e bruciate vive, con le motivazioni ufficiali più varie, ma spesso in base a delazioni anonime mosse anche da futili ragioni (perché giovani, oppure troppo vecchie... soprattutto perché donne). Non di rado finirono sul rogo anche bambini ritenuti "indemoniati", sacrificati sull'altare di un meccanismo inquisitorio aberrante e di una crudeltà che appare oggi incomprensibile. In un periodo di oscurantismo religioso, l'immaginazione e i voli della fantasia, tipici dell'infanzia, diventarono un reato passibile di condanna capitale.
Le streghe rappresentano una funzione antiistituzionale che il potere utilizza per giustificare azioni repressive: le persecuzioni sulla base di soli pregiudizi sono storia dei nostri giorni... la caccia alle streghe è ancora in atto... il potere crea sempre inquisizione!!

venerdì 7 gennaio 2011

L'Epifania tutte le feste si porta via...

Finalmente è giunto il fatidico 7 gennaio: questo periodo di "bontà" e "spensieratezza" sembrava non finire più. Ma andiamo nello specifico: cos' è il Natale per me? Uno spreco ingiustificato di cibo, rivedere gente che si considerava sepolta, trovare casino dappertutto (specialmente nei negozi...), circondato dalla classica ipocrisia della gente che, al posto del classico "ciao!" ti salutano con "tanti auguri!", per poi ricominciare, appena girato l'angolo, a fare i classici pettegolezzi stile Alfonso Signorini.

Ecco un modo per salutare degnamente tutto questo:


martedì 4 gennaio 2011

L'ennesima barzelletta.

Lo stress da lavoro è una vera e propria malattia professionale ed è per questa ragione che, il datore di lavoro ha il dovere di monitorare eventuali situazioni che possono arrecare danno alla salute.

Gli orari, i turni, la carriera, la precarietà e anche gli attriti tra colleghi, sono tutti fattori di rischio che dal 31 dicembre dovranno essere controllati in ogni luogo di lavoro, tanto da essere eliminati o attenuati.

Se il datore di lavoro non farà tutto ciò che è necessario e possibile, per sanare la vita lavorativa, commetterà un reato.

Lo prevede la circolare firmata giovedì scorso dal ministero del Lavoro in attuazione del “Testo unico sulla salute e la sicurezza nel lavoro”: il procuratore Raffaele Guariniello ha spiegato che, se un lavoratore si ammala proprio a causa dello stress, si può incorrere nell’accusa di lesioni colpose o maltrattamenti a seconda del caso.

Stress da lavoro – dal 1 Gennaio 2011 è illegale!

Quindi dal 1 Gennaio 2011, tutti i datori di lavoro pubblici o privati, dovranno ottemperare alle disposizioni di legge emanate nel 2008, che in realtà dovevano già partire dal primo agosto scorso, ma una circolare ministeriale aveva dato proroga per il 31 dicembre 2010, indicando l’obbligo di avviare la procedura di valutazione del rischio stress: il datore di lavoro doveva monitorare i propri dipendenti scegliendo un campione da intervistare per valutare le situazioni di rischio.

Ma Guariniello però sottolinea che, si tratta di una proroga mascherata e illegittima, in quanto fissava non “l’avvio” ma la completata valutazione del rischio stress: così dal 31 dicembre deve cominciare l’attività di valutazione, che va fatta su gruppi di lavoratori esposti in maniera omogenea allo stress e non sul singolo.Riportiamo le fasi più importanti della circolare: innanzitutto, bisogna definire che cosa è lo “stress lavoro-correlato”, poi la valutazione avviene in due fasi, la prima, obbligatoria, serve a rilevare “indicatori oggettivi e verificabili” di vario tipo, dall’indice di infortuni alle “specifiche e frequenti lamentele formalizzate da parte dei lavoratori”, dai turni ai “conflitti interpersonali al lavoro”, dalla corrispondenza tra le competenze dei lavoratori e ciò che viene richiesto loro, all’”evoluzione e sviluppo di carriera”.

Qualora non emergessero elementi di rischio, il datore di lavoro dovrà solo segnalarlo nel Documento di valutazione del rischio e prevedere un piano di monitoraggio: al contrario, se risultano fattori di stress, si passa alla seconda fase, cioè all’adozione di “opportuni interventi correttivi” e se la situazione non migliora, alla “valutazione approfondita” attraverso “questionari, focus group e interviste semi-strutturate”.

Benissimo quindi: Non hanno ancora risolto il problema dell'occupazione, e continuano, con questa nuova bufala, a creare altri disoccupati !!!


lunedì 3 gennaio 2011

Back from the front

A estrema chiusura di un 2010 radioso è arrivato il 35esimo caduto in Afghanistan da quando i nostri scellerati governanti decisero di bruciare palate di denaro pubblico per difendere gli interessi americani (e di qualche petroliere e armaiolo italiano) avendo però la geniale accortezza di spacciare la guerra come l'ennesima missione di pace volta a democratizzare popoli che, giustamente, in casa propria lo straniero proprio non ce lo vogliono.
Inutile sprecare parole sull'opportunismo di questa politica del cazzo, e sull'ipocrisia di una società che versa lacrime di coccodrillo per i caduti della Patria che servono chiunque tranne i cittadini che li mantengono in zona d'operazione con le proprie tasse.
Ora spazio ai Metallica dei bei tempi andati con un brano perfettamente calzante in merito alla questione.

sabato 1 gennaio 2011

Messaggio di fine anno.

Con una ventina d'ore di ritardo, due messaggi di fine anno a confronto:






Napolitano, non sei proprio il mio Presidente.