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lunedì 21 giugno 2010

Il fascino della disperazione



Il libero pensiero di oggi è figlio diretta del convivio che ho consumato in serata.
Oggetto della discussione a conclusione della cena, le lettere d'amore che l'inglese John Keats scrisse nei suoi ultimi anni di vita (la tisi lo stroncò appena ventiseienne nel 1821) all'amante Fanny Brawne. Sì discuteva dello spettro a tutto tondo con cui il poeta mise a nudo i propri sentimenti nei confronti della donna amata, passioni descritte con toni che si dipanano tra il sadismo e la remissione, tra l'istrionico e il grottesco.
La corrispondenza, così morbosamente autentica, di Keats mise a nudo il vero aspetto dell'amore in una società (quella vittoriana di fine '800) incapace di concepire le camaleontiche sfumature d'un sentimento che, vissuto nella sua forma più autentica e devastante, plasma sotto il proprio potere ogni realtà che lo circonda, trovando come unico sfogo alla propria frenesia l'epilogo lugubre.
Non è, infatti, un caso se i poeti romantici maggiormente quotati, e più in generale gli autori che hanno cantato in grande l'amore, abbiano conosciuto il lato più annichilente a volte del solo sentimento, spesso dell'esistenza intera.
Probabilmente, nasce da ciò l'indissolubile quanto attanagliante fascino dell'amore che sì lega alla disperazione, il cui punto d'arrivo può essere solo la morte.
L'incapacità di concepire lo svilupparsi nel tempo di un sentimento tanto bruciante come l'amore, è sia enorme limite, sia grande pregio dell'essere umano.
La musica ha più volte esposto con i propri mezzi queste dissertazioni. Nei generi che ascolto, il tema è sempre stato trattato con una notevole dose di superficialità, anche perché gli anni in cui sì moriva cantando d'amore al posto di farci soldi sono finiti da un pezzo, tuttavia molto di valido è stato fatto. Di seguito un piccolo assaggio.
Buon ascolto.







domenica 20 giugno 2010

Band Sottovalutate: i VöivöD (parte seconda)

Per dedicarmi al secondo capitolo riferito alla band canadese più grande di sempre, devo necessariamente fare un passo indietro e riprendere il discorso già sviscerato dal fornicatore.
L'operazione è necessaria perché, pur riconoscendo il valore di quanto pubblicato dai Voivod tra l'84 e l'88, sono convinto che il picco della loro parabola artistica sì sia consumato tra l'89 e il '93.
Il gruppo, che in Dimension Hatross si pose alla ricerca dell'espressione sonora più calzante a descrivere l'alienazione che la tecnologia avrebbe prodotto sul genere umano, porta a compimento il proprio cammino dando alle stampe tre album che sono sintesi perfetta dell'incertezza e della siderale solitudine insita nell'esistenza di ogni uomo moderno, fagocitato da un progresso psicologicamente insostenibile.
A mio modo di vedere tre pezzi su tutti sono rappresentativi di questo eccezionale punto d'arrivo:






Tre pezzi che parlano da se, ma non a tutti, come il riscontro del mercato verso i canadesi ha sempre dimostrato, anche a fronte di un disco musicalmente accessibile quanto valido come The Outer Limits, che decretò il divorzio tra i Voivod e la MCA, ormai non più interessata a produrre e distribuire una band che garantiva ritorni esigui.
Oltre al contratto, il gruppo perse anche il proprio frontman. Snake, infatti, dopo la pubblicazione di Outer Limits lasciò i suoi compagni, a questo punto sotto di ben due membri, basso e voce.
Quasi giunti al punto di non ritorno, Piggy e Away trovarono l'ancora di salvezza nell'inserimento in formazione di Eric Forrest che rilevò il posto dei defezionari Snake e Blacky.
La nuova formazione non ci mise molto per presentarsi agli occhi del pubblico. Nel '95 uscì, infatti, Negatron, disco meno pregno d'innovazione rispetto a quanto fatto dai Voivod nel recente passato, ma dotato di quella rabbiosa carica vitale tipica di chi vuol far sapere a tutti che nell'ambiente può ancora dire la sua con cognizione di causa. E' probabilmente per questo che il gruppo mette insieme un album che accantona le divagazioni progressive e l'introspezione delle atmosfere, preferendo cimentarsi sul campo ai tempi dominato dai Pantera (a livello chitarristico) e dai Fear Factory (in materia di produzione e impatto complessivo dei pezzi). Il risultato è innegabilmente di pregio, a dimostrazione che i canadesi erano in grado di dar battaglia alla concorrenza direttamente in casa.
I Voivod, però, non sono una formazione abituata a percorrere le strade altrui. Infatti, nel successivo Phobos il trio riprende il cammino lasciato in sospeso dopo Outer Limits percorrendolo con un passo forse mai così sicuro dei propri mezzi. Il risultato è un'ora di claustrofobico viaggio all'interno di dimensioni in cui la sensibilità di chi ascolta sarà costantemente stritolata dalla ritmica granitica e stratificata del duo Piggy/Away e dilaniata dall'ugola effettata di Forrest che diventa parte attiva nell'opera di decontestualizzazione dell'ascoltatore con l'incedere dei pezzi.
Con Phobos, per me sì chiude la discografia "essenziale" dei Voivod. Il materiale pubblicato negli anni successivi, infatti, non si è mai conciliato con la mia emotività, che ha smesso di specchiarsi nella musica dei canadesi, ora incentrata, anche a seguito di un nuovo cambio di formazione (fuori Forrest e dentro nuovamente Snake cui s'è aggiunto l'ex Metallica Newsted) su strutture dalle chiare reminiscenze punk/hardcore che pur richiamando il sanguigno passato del gruppo ne risulta meno genuino e trascinante. Al contenimento di questa "deriva" non ha certo aiutato la prematura dipartita di Piggy che di fatto ha lasciato un vuoto incolmabile nell'economia del gruppo. Infatti, se in Voivod qualche guizzo piacevole ancora sì trova, nei successivi Katorz e Infini è la sensazione di incompiuta a farla da padrone. La manciata di pezzi inediti con cui i Voivod hanno celebrato l'epitaffio di Piggy, purtroppo, sono figli di una gestazione abortita, che acquista senso solo in veste didascalica e sentimentale per chi conserverà sempre nelle proprie orecchie un frammento dell'opera di Denis D'Amour, autentico catalizzatore della genialità di una band tanto umile quanto avanti nella percezione della musica e dei suoi significati.

Di seguito i capitoli precedenti e successivi:
Parte prima
Parte terza

lunedì 14 giugno 2010

Night of The Living Thrashers III (Sabato 12 Giugno 2010 -Sound Village-Genova)

Da un paio d'anni le serate di metal genuino nel genovese sono piuttosto un tabù (non considero minimamente le merdose cover band che come zecche infangano la "scena", se cosi si può chiamare). Ultimamente, però, si hanno timidi segni di risveglio, questo grazie ai miei ex compagni di (s)ventura, i Loculo , che negli ultimi tempi hanno organizzato alcune serate davvero degne di nota (ricordo fra tutti i concerti di Hellstorm , Endovein, Fallen' Fuckin Angels e soprattutto Fingernails).
Questa volta i nostri eroi genovesi vengono affiancati dai toscanacci Devastator, autori di un thrash/hardcore scanzonato e violento allo stesso tempo, e dai milanesi Irreverence, a mio avviso, una delle band italiane più sopravvalutate di sempre: bravi quanto volete, ma terribilmente noiosi (tant'è vero che ho volutamente disertato la loro esibizione).
Stendo subito un velo pietoso sul (modesto) pubblico presente, accorso alla serata non tanto per testare la qualità delle band, ma per alcolizzarsi in compagnia, scambiarsi qualche stretta di mano, riunirsi sotto il palco a eseguire l'headbanging di rito (rigorosamente fuori tempo!) per poi chiudere la comparsata facendo i classici complimenti di rito ("avete spaccato!") a ogni band (quando si dice essere ruffiani!!!).
La tristezza che genera il metallaro del sabato sera è amplificata dall'evidente deserto attorno al banchetto allestito dai gruppi per la vendita dei propri dischi, il nulla più totale, ennesima conferma che si preferisce spendere 5 euro in birra piuttosto che in un cd dei Devastator... ma si sa: questa è l'attitudine!!! Sempre in tema di pubblico, ho subito notato l'opprimente assenza di Angelo Cadaver, essenziale membro della Perseo Miranda band; d'altronde, non si può aver tutto dalla vita! Fortunatamente il morale è tornato alto quando intravedo un tizio sempre presente a questo tipo di eventi: parlo del sosia di Mr. Bean, che ama sfoggiare puntualmente t-shirt d'inenarrabile brutalità, salvo poi vagare per ogni locale come un pesce fuor d'acqua... deve essere senza dubbio un seguace della nera fiamma !!!
Ma veniamo al dunque, ad aprire le danze ci pensano i Loculo con il nuovo pezzo "Star Thrash", i suoni son quel che sono, ma la band è in discreta forma (specialmente il frontman Teo) e, cosa piuttosto positiva, il refrain rimane facilmente in testa. Si alternano, quindi, pezzi vecchi come "Hell's Stairs" e nuovi ("Dementor") a due cover storiche: "Tormentor" e "Nightmare", dove l'intensità del pezzo è amplificata dalla partecipazione di David Krieg, già voce degli Hexenfaust/Progeria. La chiusura è, invece, affidata al cavallo di battaglia "Thrash or trash", vero e proprio inno della band che ha mostrato una notevole dose d'attitudine ed energia "straight in your face". Tirando le somme, quindi, una performance positiva macchiata da alcune pecche nella sezione ritmica, dove il batterista Ruggero, pur picchiando come un ferraio, a volte sembra fuori contesto, un po' come se capitasse di vedere il batterista degli Slipknot suonare pezzi dei Venom. Altro particolare che non digerisco è il vizio di suonare forzatamente alla massima velocità esaltando il principio del "più vado veloce, più ce l'ho duro", rovinando cosi' molti pezzi che fanno appunto della lentezza ed ossessività del riff la propria forza.
Cambio di palco ed ecco i Devastator (li aspettavo con ansia): si nota subito una maggiore compattezza strumentale rispetto al trio genovese, con una batteria martellante e precisa, peccato che il microfono faccia i capricci e costringa il povero Rob, frontman del gruppo, a sgolarsi più del dovuto per farsi sentire! Si susseguono ottimi pezzi come la mitica"I Hate Cover Bands", "Sono un terrorista", tratto dal'ultimo brevissimo Ep "Andatevene tutti Affanculo", e poi alcune cover per scaldare ulteriormente il pubblico, ovvero "California Uber Alles" dei sempreverdi Dead Kennedys e "Biotech is Godzilla" (degli ormai spompati brasiliani Sepultura) veramente fiammeggianti!!! La, ahimè, breve esibizione (ma le cose belle, si sa, duran sempre poco...) viene conclusa con "Alcoholic Invasion" e soprattutto "The Executioner" tratta dal primo full lenght della band "Thrash n' war" del 2005. Unica nota dolente dell'esibizione (a parte il microfono balbettante) è la mancanza in scaletta di due dei miei pezzi preferiti, "Rock n' war" e "Forever in The Bed".
Torno a casa verso le 2 un poco stordito e con le orecchie fischianti ma piuttosto contento per aver trascorso alcune ore di pura ignoranza sonora.

P.S. Da notare che l'ingresso era solamente di un euro, quindi un sincero ringraziamento al Sound Village di Genova.

domenica 13 giugno 2010

Band Sottovalutate: i VöivöD (parte prima)

Quanti gruppi, dagli anni ottanta ad oggi, possono dire di aver elaborato uno stile musicale puramente proprio in ambito hard rock/metal ?!?! Pensandoci bene ben pochi, forse i Faith No More (che, chiariamo subito, a me fanno cagare-ndr) con la loro originalissima mistura di suoni provenienti da matrici differenziatissime tra loro... ma anche il gruppo di Mike Patton ha subito tentativi, riusciti o meno, di imitazione.
Ancora devo trovare, invece, una band che s'azzardi nell'impresa d'imitare i Voivod del mai troppo compianto Denis "Piggy" D'Amour (Santo Subito-ndr). Impossibile classificarli... direi che l'unico filo conduttore costantemente rintracciabile nelle loro opere è nell'alienazione cui la tecnologia sta sempre più sottoponendo il genere umano a cui non è certo immune il protagonista della maggior parte degli albums, il VoiVod appunto.
Il disco d'esordio "War And Pain" (RoadRunner 1984), è di una furia davvero senza compromessi (un proto black metal minimale): a quell'epoca i nostri erano a malapena decenti strumentisti, per cui il lavoro risulta musicalmente grezzo in maniera quasi sconcertante.
Col successivo "Rrroooaaarrr" (Noise 1986) i nostri cominciano a oltrepassare la soglia della sufficienza, soprattutto grazie ad alcune sperimentazioni quasi jazz che, mescolandosi allo speed n' thrash degli esordi, stanno gradualmente creando lo stile che li renderà inimitabili. La violenza si mantiene comunque su livelli devastanti.
"Killing Technology" (Noise 1987) è si un disco ostico ed aspro, ma segna un notevolissimo salto di qualità per la band canadese: gli elementi psichedelici e progressivi si mischiano, stavolta perfettamente, alla pura velocità e furia, tanto che la critica comincia ad accorgersi di loro, infatti, il seguente "Dimension Hatross" (Noise 1988) è probabilmente il vertice assoluto della loro creatività, o comunque il primo in cui i Voivod si dimostrano lontani da ogni schema predefinito, mentre il mondo metal s'adagia nel ricalcare le linee segnate dai maestri dei vari generi (Kiss e Scorpions da una parte, Maiden e Priest dall'altra, Metallica , Megadeth e Slayer da un'altra ancora) loro proseguono una strada di versatilità sonora che somiglia sempre di più ad una gara con se stessi.
Arriviamo dunque a "Nothingface" (MCA 1989): quest'album, il primo che i Voivod riescono a pubblicare per una major, ha diviso la critica: c'è chi lo considera, come sostiene il batterista Away, il miglior disco della band di Quebec, e chi un disco riuscito solo a metà. In effetti il primo lato del lavoro racchiude tutto il meglio, basti pensare alla splendida cover dei Pink Floyd "Astronomy Domine" e alla variegata "The Unknown Knows", ma forse il secondo lato risulta a volte un po' prolisso, quasi monotono.
"Angel Rat" (MCA 1991) è un disco tutto sommato "orecchiabile" (passatemi il termine): sono tutti pezzi tra i tre ed i cinque minuti di durata , dalla struttura meno elaborata che in passato, ma ascoltando i risultati, questa non può certo dirsi una pecca. Tra l'altro è il primo disco senza Blacky al basso e per il momento i Voivod non lo sostituiscono con un musicista fisso.
L'ennesima perla made in Canada risponde al nome di "The Outer Limits" (MCA 1993), qui la struttura dei brani è si elaborata e complessa come sempre, ma dotata anche di quel minimo di memorizzabilità in più che permette di esultare dopo un paio di ascolti di "ambientamento". A impreziosire il già superbo materiale voivodiano qui raccolto troviamo pure una nuova cover dei padri spirituali Pink Floyd , la splendida "The Nile Song".
Scaricati dalla MCA a causa degli insoddisfacenti esiti commerciali ottenuti dal disco precedente, e abbandonati dal cantante Snake, i Voivod riescono ad evitare la fine grazie ad Eric Forrest, che in un colpo solo sostituisce appunto i defezionari Blacky e Snake nei loro ruoli, e porta nuova vitalità ai nostri. "Negatron" esce nel '95 per l'indipendente Hypnotic, dando libero sfogo a tutta la furia repressa che i nostri hanno accumulato in questo periodo buio, tanto che potrebbe tranquillamente essere considerato un "War and Pain 2" ,con un suono ovviamente adeguato alle soglie del 2000.

Ed ora, per concludere degnamente questo primo capitolo, una piccola perla :


<<...Are there two faces...>>

I capitoli successivi:
Parte seconda
Parte terza

Missing In Action - Return of the cadaver


L'angolo del sempreverde colonnello Braddock, oggi sì dedica agli Agent Steel, che il 25 aprile scorso hanno salutato Bruce Hall, dimissionario causa mancanza di passione per un gruppo che a suo dire lo ha sempre considerato come il tappabuchi del disperso John Cryiis.

Strano ma vero il consueto copione degli ultimi anni ha fatto bella mostra di se anche in questo caso, da chissà quale buco nel deserto del Nevada, infatti, pare che il fantasma di Cryiis sia tornato alla luce riunendosi agli ex compagni di gruppo già al lavoro per uscire sul mercato con una nuova raccolta d'inediti.

Inutile ma sempre corretto affermare che queste operazioni sono proprio delle rabbinate, soprattutto quando a ritrovarsi a piedi è una persona dall'indubbio talento come Hall che cede, sì il posto a una mezza leggenda del thrash, che però non prende un microfono in mano da quasi 20 anni...

In attesa di vedere come si ripresenteranno gli Agent Steel (l'ultimo disco fu pietoso) me li godo ancora una volta in questa appagante incarnazione:



Alla faccia del rimpiazzo!

Cronaca di una disfatta milanese

Per dare maggior spessore al discorso che ho affrontato in precedenza in merito al mio approccio ai concerti, propongo qui di seguito la recensione della serata meneghina degli Heathen (08/05/2010), che inizialmente avevo scritto per essere pubblicata su altri lidi dove, però, non è risultata idonea a livello di toni e giudizi. In merito ho anche avuto la possibilità di confrontarmi con gli organizzatori della serata che mi hanno fornito spunti interessanti per aggiustare il tiro della mia critica.
Buona lettura.

Quando scrivo un report, solitamente mi diverto a condirlo con una buona dose di voli pindarici più o meno ironici. Questa volta, però, ho pensato di sperimentare il marzulliano schema “si faccia una domanda e si dia una risposta”, detto fatto!

Com’è stata la data milanese degli Heathen?
Una MERDA!

Perché un giudizio così categorico?
Il discorso è semplice, quando una persona macina qualche centinaio di chilometri e PAGA un biglietto (18€) per vedere all’opera un gruppo che lo appassiona, PRETENDE di assistere a uno show il cui minimo comune denominatore sia la DECENZA, equamente distribuita tra qualità minima del locale, dei SUONI, dei gruppi di supporto e ovviamente del protagonista della serata.
Bene, di quanto sopra non c’è stata minima traccia nella data milanese del tour degli Heathen.
Il locale (Club 71, zona Rogoredo) in cui Nihil Production/Punishment 18 hanno organizzato la serata è quanto di più inadeguato, per acustica, si potesse scegliere. I gruppi a supporto degli Heathen erano il canonico carosello di band thrash INUTILI, in quest’occasione facenti capo alla Punishment ma nulla sarebbe cambiato se al posto del genuino sottobosco dell’etichetta milanese ci fosse stata la marmaglia triveneta.
Tornando al discorso suoni, il necessario tributo va corrisposto anche all’allampanato col berrettino in testa (ma vai a spaccare le pietre rumenta!!!) che “curava” il mixer*.
Il professionista in questione s’è reso autore di uno scempio senza precedenti, stuprando la prestazione degli Heathen che potenzialmente si poteva candidare a concerto dell’anno, perché la band di San Francisco era in gran spolvero (giusto White sembrava patire i postumi della precedente serata romana), invece, tutto è stato mandato a puttane fin dall’inizio grazie al costante mutismo di entrambe le chitarre e saltuariamente del microfono di White, “bilanciati” (si fa per dire…) da basso e batteria amplificati oltre ogni soglia di tollerabilità.
A fronte di quanto scritto finora e a dispetto di tanti che sbandierano la necessità di fare quadrato nei confronti delle realtà che coltivano l’ambiente metal in Italia, io mi auguro che tutto l'universo gravitante intorno a questi eventi finisca gambe all’aria, perché se i concerti devono essere sempre organizzati e gestiti in maniera indegna è meglio non vederne nemmeno uno in casa propria!

* Inizialmente ero convinto fosse stato ingaggiato dagli organizzatori, in realtà gli stessi mi hanno fatto presente che la persona è il fonico "ufficiale" di Heathen oltre che Exodus, Death Angel ecc (sti gran cazzi - ndr-).

sabato 12 giugno 2010

La gente non sa parlare di musica

Ieri sera, come di consueto, la giornata ha esalato l’ultimo respiro davanti al “solito” bicchiere (un Baileys vergognosamente annacquato) consumato nel “solito” pub della periferia.
La compagnia era nutrita e notevolmente variegata, forse anche troppo. Complice questo fattore, che porta inevitabilmente al formarsi di gruppi che discutono per i cavoli propri, cui si è aggiunto il mio personale scazzo accumulato nel corso dell’intera settimana, non mi è stato difficile estraniarmi dalla tavolata e perdermi nella canonica riflessione inutile del venerdì.
Come già capitato in passato, ho iniziato a rimuginare sulla pochezza che accompagna in maniera sistematica i discorsi che mi trovo a seguire, più o meno attivamente, quando sono in compagnia. Che sì tratti di politica, tecnologia, lavoro o figa, sì finisce sempre con l'imbastire discussioni molto superficiali e banali (tipiche le battute sul fatto che quelli dai 35 in giù mai vedranno la pensione mentre io mi domando che cazzo d’ironia si debba fare su una sciagura che piomberò in testa anche a me, o le digressioni appassionate sull’ennesima funzionalità del menga scoperta all’interno dello smartphone di turno).
L’ambiente, manco a dirlo, non mi facilita il compito di traghettare il discorso in lidi per me più interessanti, come la musica appunto. Quando la fortunata combinazione sì verifica di solita grazie al passaggio di una canzone che mi fa venir voglia di troncare con violenza la conversazione in corso, anche il mio momento sì perde nel soffritto delle frasi fatte e di un approccio al discorso che, oltre a mettere in luce la totale mancanza di passione viscerale per la materia, diventa vetrina per la propria ignoranza. Quando in radio passa Jump, rimango basito nel constatare che nessuno conosca l’autore del pezzo, per non parlare di come mi cadano le braccia quando sì verifica la medesima situazione con un brano dei Depeche Mode o dei Dire Straits (non due nomi con la notorietà dei Profanatica).
Magari sono menagramo io, ma più passa il tempo più ho l’impressione che l’Italia sia un paese totalmente privo di qualsiasi cultura musicale, soprattutto riguardo alla produzione sonora successiva alla fine dell’epopea classica e lirica. Del resto basta pensare al panorama artistico post seconda guerra mondiale per rendersi conto che l’Italia è rimasta sostanzialmente ferma. Tolti i cantautori (io salvo quelli del periodo “impegnato” gli altri li butterei volentieri in un fosso), il bel paese non è stato in grado di partorire praticamente nulla, eccezion fatta per alcune notevolissime band di rock progressivo che però mai hanno incontrato i favori del mio palato e qualche sporadica formazione metal che ci ha messo comunque poco a sparare tutte le cartucce a propria disposizione.

lunedì 7 giugno 2010

Una questione privata

Leggendo in rete i responsi del pubblico che ha assistito ai tre concerti dei Megadeth in terra italiana, mi sono stupito di quanto l’evento sia passato in sordina all’interno della mia agenda impegni.
Nonostante avessi grassettato la data all’Alcatraz di Milano, me ne sono ricordato solo a cose avvenute, rendendomi conto che vivo la musica alla stregua di una questione privata. E’ ormai da molto, infatti, che l’entusiasmo per un concerto latita e la soddisfazione dopo una serata spesa a seguire il gruppo di turno non è minimamente paragonabile a quanto assaporavo in passato.
Le motivazioni di questo cambiamento sono molteplici: in prima battuta è venuto drasticamente meno quel senso d’appartenenza al “gruppo” (di metallari) che, insieme alla passione strettamente musicale, mi spingeva a macinare chilometri per recarmi a un concerto. Oggi, difficilmente tollero per più di una mezz’ora d’essere fisicamente inserito in quell’orda che non perde occasione per mettere in mostra la divisa (magliette, giubbotti carichi di toppe, jeans attillati, scarpe da basket vintage) e farsi bandiera di un’attitudine che va bene su MySpace, ma nella vita di tutti i giorni è mero estetismo ai livelli delle chiome “singolari” degli emo.
Unitamente all’insofferenza nei confronti del pubblico sì è aggiunta una certa pignoleria nei confronti dell’organizzazione logistica dei concerti che, ahimè, negli ultimi 2 – 3 anni è calata drasticamente. Tra gli obblighi di legge (vedi Milano, dove gli strumenti devono zittirsi entro la mezzanotte o giù di lì), la penuria di locali adatti a riprodurre musica distorta (ormai è prassi imbucare ogni gruppo nelle bullonerie riciclate più indecenti) e fonici incapaci di ogni latitudine, godersi un concerto è divenuta quasi un’utopia, perché nella maggioranza dei casi mi ritrovo a fine serata con le orecchie infestate da un rimbombo tale che il basso di Verni su W.F.O. pare uno strumento educato.
In sintesi, la situazione fa acqua da tutte le parti e se a questo aggiungo che una trasferta mi scuce dal portafoglio minimo 100€ (che non spendo in puttanate del tipo litri di birra scrausa, magliette, spille e altre amenità da defender de noialtri) mi vien da pensare che in fondo i Darkthrone, con una carriera spesa a macinare palate di dischi senza mai scomodarsi per una data dal vivo, hanno capito tutto!