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venerdì 21 luglio 2017

La gogna quotidiana del lavoratore pubblico

L’incidente alla stazione Termini il 12 luglio scorso, che ha visto una donna rimasta ferita tra le porte della metro B in movimento, è stata l’occasione ghiotta per i media nazionali per scatenare un vero e proprio linciaggio non solo contro il lavoratore “colpevole” di presunta negligenza, ma per colpire, come sempre, il lavoro pubblico. Non è la prima volta e non sarà neanche l’ultima che vedremo i giornalisti promuovere, suscitare, caldeggiare ad arte campagne mediaticamente volte a denigrare il lavoratore pubblico, generalmente descritto come fannullone e negligente. E’ d’altronde noto che la larga maggioranza dei giornalisti sono parte strategica delle campagne d’odio verso il pubblico impiego confuso opportunamente con “burocrazia”, professionalmente dediti a stimolare il dissidio tra lavoratori e cittadini come se fossero due fronti opposti, oppure a evidenziare i presunti privilegi di chi lavora rispetto a chi è disoccupato.

Ma perché, proprio in questo momento, si dedica uno spazio così largo a un episodio davvero banale? Si prepara la campagna d’autunno sulla privatizzazione delle municipalizzate, a partire proprio dall’azienda di trasporti metropolitani Atac. Da settimane a Roma i radicali hanno lanciato la campagna “Mobilitiamo Roma” per il referendum consultivo affinché la municipalizzata dei trasporti possa essere messa a gara, come dicono con il solito linguaggio liberista: «aperta alla concorrenza, rompendo il monopolio pubblico, motivo del dissesto finanziario e delle pessime performance del servizio cittadino». 

Come non collegare la campagna del mainstream mediatico a questa finalità politica, che va al di là della vicenda particolare dei trasporti romani ma che riguarda l’assetto delle aziende di trasporto pubbliche. Non è un caso che nell’ultimo anno il pressing della Commissione europea sull’improrogabilità della messa a mercato delle aziende municipalizzate, dei servizi essenziali (acqua, luce, ciclo dei rifiuti, trasporti) si fa sempre più pressante e ha visto nella legge di riordino della Madia un tentativo di sfondamento.

Ma dietro la sfortunata e drammatica vicenda della donna ferita in metro si cela cinicamente la voglia di scatenare una campagna contro i lavoratori e i loro diritti, a partire da quello di sciopero che il governo Pd intende definitivamente limitare ai sindacati confederali, compatibili e ormai fortemente delegittimati anche agli occhi di molti lavoratori.

Il disprezzo verso il lavoro è ben evidenziato dal Corriere della Sera, per mano di Federico Fubini: «e oggi che infuriano le polemiche per la donna trascinata nel metrò di Roma mentre il macchinista mangiava in cabina, quell’episodio torna attuale perché ricorda in fondo la stessa realtà: in molte parti d’Italia si è consumato un divorzio tra gli interessi personali di cerchie ristrette di dipendenti di società pubbliche – protetti da tutto, irresponsabili di tutto – e le esigenze dei più deboli. La protervia con cui pochi dipendenti pubblici difendono il proprio diritto presunto a lavorare il meno possibile danneggia chi ha bisogno dei mezzi pubblici per lavorare, cercare lavoro o studiare».

La vulgata liberista racconta dei presunti privilegi di questi lavoratori, in diretta contrapposizione agli interessi nientemeno che “dei più deboli”. La soluzione è allora il mercato, la concorrenza, la rottura delle immaginarie “posizioni di privilegio” dismettendo le società pubbliche al miglior offerente che, come sempre è avvenuto nella storia di questo paese, si comprerà aziende pubbliche con due soldi per poi metterle in servizio, con una prestazione media generalmente più scadente, a prezzi maggiori per l’utenza (lavoratori e non), ma soprattutto con un drastico abbassamento delle garanzie contrattuali e salariali di chi ci lavora.

Questo è già realtà a Roma, visto che la “Roma Tpl” è un’azienda privata che ha un contratto di servizio con il Comune di Roma per la gestione e il servizio del 20% delle linee periferiche romane e che è nota da anni per non pagare gli stipendi ai suoi lavoratori e per una gestione fallimentare del servizio (gestione fallimentare accollata però all’Atac e contro di questa aizzata nelle periferie).

La favoletta del mercato e della concorrenza mostra insomma il suo vero volto. La vecchia ma sempre efficiente strategia della menzogna ideologica ripetuta sistematicamente si rovescia in verità nel discorso pubblico, e lentamente si trasforma in buon senso comune. Quel presunto buon senso che si presenta come la vera e più perfida arma di distrazione di massa nelle mani dei padroni.

Le “riforme del lavoro Hartz IV” non funzionano neanche in Germania

E’ in un certo senso meraviglioso vedere con quanta sicurezza gli opinionisti mainstream, quelli che pontificano dai media principali, ci ammanniscono ricette sul rilancio dell’economia, dell’occupazione, ecc.

Uno li legge o li ascolta in tv, non ha strumenti conoscitivi o informazioni da contrapporre – o quando pure li ha, non viene certo chiamato a dire qualcosa di diverso – e dunque, alla fine, stremato, si accascia nell’impotenza.

E’ la loro funzione. Ideologica, non informativa. Facciamo un esempio? E va bene...

Sul Corriere del 20 luglio Daniele Manca scrive un editoriale dal titolo Il lavoro al centro (a parole) che sembrava davvero promettente. “Siamo entrati nell’era delle carriere discontinue. È l’effetto più dirompente creato da rivoluzione tecnologica, mancata crescita, concorrenza estrema tra aziende e Paesi. Questo produce una generale sensazione di incertezza tra quanti hanno un lavoro e tra chi invece ancora non ha un’occupazione, o ce l’ha ma frammentata nel tempo, segnatamente i giovani. Una situazione che sta minando la demografia perché rende più difficile la scelta di fare figli, di mettere su famiglia. Mina le scelte individuali e di investimento sul lavoro momentaneamente ottenuto a causa della precarietà e quindi, a cascata, mina la competitività delle aziende. E mette in discussione non solo i conti del welfare ma la composizione della spesa e cioè a chi e come dare assistenza in caso di difficoltà”.

Una fotografia semplice, d’impatto, della situazione attuale. Come se ne esce?

Qui l’argomentazione di Manca s'inceppa, perché prende di petto alcuni segnali all’interno del governo emersi in questi giorni. Tipo la convergenza tra Damiano e Sacconi (Pd e Pdl, entrambi nati e cresciuti nella Cgil “in quota Psi”) nel cercare di immaginare un piccola revisione dell’Ape sociale, tale da consentire alle donne di anticipare il ritiro dal lavoro previsto dalla legge Fornero, pur in presenza di un monte contributivo inferiore a 30 anni. Qui scatta la giaculatoria contro “il rischio... di concentrarsi esclusivamente sul welfare” quando si deve affrontare il problema di “accompagnare le persone nei loro momenti difficili”. Con l’ovvia conseguenza di “aumentare le entrate, quindi le imposte”.

Al contrario, vorrebbe spiegare Manca, bisognerebbe parlare di “politiche attive del lavoro”. Il lettore attento e paziente deve però arrivare proprio alle ultime righe del pezzo per sapere quali “politiche attive” l’editorialista abbia in testa e per cui servirebbe una classe politica come quella “che portò nel 2005 la Germania ad avviare riforme che ancora oggi ne garantiscono occupazione e competitività”.

Il riferimento è alla riforma del lavoro chiamata “Hartz IV”, che introdusse anche in Germania la precarietà, i mini-job, i salari inferiori (anche del 70%) a quelli contrattuali. Un capolavoro firmato Gerhard Schroeder, ovvero da un governo “socialdemocratico”, con l’acquiescenza dei sindacati tedeschi.

La prima obiezione che viene in testa a un lavoratore italiano mediamente informato è questa: in Italia quelle “riforme” sono già state fatte, e in forma addirittura molto più radicale. Il “pacchetto Treu” (1997, governo Prodi, con Rifondazione dentro) legalizzò alcune decine di forme contrattuali precarie (dal lavoro temporaneo a quello “a chiamata”). Ne 2003 la “legge 30” (furbescamente rinominata dal governo Berlusconi “legge Biagi”) estese a dismisura quelle forme contrattuali. Nel 2015 il Jobs Act di Renzi chiude il cerchio legalizzando quasi tutte le forme fin qui rientranti nel lavoro nero e, soprattutto, abolendo l’articolo 18 (tutela del singolo lavoratore dal licenziamento senza giusta causa, ossia arbitrario, disciplinare, politico, discriminatorio).

Insomma, un lavoratore di questo paese potrebbe rispondere ai tanti professor Manca che qui è stato fatto molto più che in Germania, su questo fronte; semmai abbiamo da insegnar loro qualcosa...

Ma la domanda vera, cui neanche i Manca possono rispondere onestamente, è questa: ma le riforme Hartz IV, dopo tanti anni, stanno davvero garantendo occupazione e competitività? Sul secondo punto, come sa ogni economista, incidono molti altri fattori, oltre al costo del lavoro: innovazione tecnologica, filiere produttive articolate, dominanza commerciale sui mercati, qualità o unicità dei prodotti.

La risposta è comunque certamente NO per quanto riguarda l’occupazione. Il Die Welt ha diffuso il dato più rilevante di una ricerca: i lavoratori (ex giovani, ormai 40enni) che sono state coinvolti nel “sistema Hartz IV”, quando perdono il “lavoretto” (mini job), restano disoccupati a lungo. Sempre più a lungo. Insomma, la disoccupazione ufficiale tedesca è statisticamente “abbassata” dal ricorso a un sistema articolato di precarietà e sussidi, ma non certo irrilevante. Soprattutto, questo “sistema” ha creato poveri a vita, una fetta crescente di popolazione che – pur rispettando le regole stabilite e accentando qualsiasi lavoretto, per quanto ignobile, sottopagato e dequalificato possa essere – non uscirà mai da una condizione miserabile. Nonostante – e non è un dettaglio secondario, nel confronto impietoso con la situazione italiana – possano godere di un tetto sulla testa ad affitto calmierato, visto che in Germania il patrimonio di edilizia residenziale pubblica sfiora ancora il 40% del totale (in Italia meno del 2%, ormai).

Qui di seguito l’articolo di Stefano Solaro sul Die Welt, tradotto in italiano dal sito vocidallestero.it.

*****

Die Welt – I destinatari dell’Hartz IV restano disoccupati sempre più a lungo

In Germania le persone coinvolte nel sistema Hartz IV, destinatarie dei relativi sussidi, restano disoccupate sempre più a lungo.

Secondo il Passauer Neuer Presse, tra le persone in grado di svolgere un’attività lavorativa che l’anno scorso erano dipendenti da questo sistema di sostegno al reddito la durata della disoccupazione è stata in media di 629 giorni.

Si tratta di 74 giorni in più rispetto al 2011, il che significa un aumento del 13,3%.

Il giornale bavarese ha ripreso una ricerca elaborata dall’Agenzia Federale del Lavoro su una richiesta esplicita di Sabine Zimmermann, del partito Die Linke.

“La mancanza di prospettive per chi è costretto a richiedere l’Hartz IV è aumentata negli ultimi anni”, ha dichiarato Sabine Zimmermann.

Da qualche anno i servizi per facilitare l’integrazione dei disoccupati nel mondo del lavoro hanno subito una drastica riduzione. In questo modo il governo federale ha scelto di abbandonare milioni di persone al loro destino.

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A Gerusalemme è guerra continua


Gerusalemme è una ferita aperta: divisa, occupata e poi riunificata dall’occupazione israeliana; dichiarata capitale dello Stato occupante, in barba alle risoluzioni ONU e al diritto internazionale, che non riconoscono la decisione israeliana né nella unificazione né nel considerarla capitale.

Ma i governi israeliani, che non hanno mai rispettato il diritto internazionale e le risoluzioni della comunità internazionale, continuano nei loro piani di sottrarre Gerusalemme allo status quo deciso dall’Onu nella spartizione della Palestina storica, e metterla sotto il totale controllo israeliano, in particolare subito dopo la guerra del 1967.

I governi israeliani, e non solo l’attuale governo di estrema destra, non hanno mai rinunciato al piano di ebraicizzazione della città santa. L’occupazione persegue la politica della ebraicizzazione urbanistica del territorio e della confisca urbana – confisca delle terre degli assenti e confisca delle terre per finalità militari/di sicurezza – che ha incluso la confisca delle terre di Gerusalemme Est, ed ha impedito l’espansione dei quartieri palestinesi, trasformando su larga scala le terre circostanti in aree verdi in cui, ai palestinesi, è vietata la costruzione. Ci sono piani strutturali volti ad incrementare la popolazione ebraica attraverso lo sviluppo demografico, e l’acquisto di terreni attraverso il Fondo nazionale ebraico.

Nel mirino dei governi israeliani ci sono i luoghi santi per la religione islamica, cioè la spianata e la moschea di Al Aqsa, terzo luogo sacro per l’Islam, dopo Mecca e la Medina. E’ da anni che si scava sotto i luoghi citati, alla ricerca di una traccia archeologica che provi l’esistenza del Tempio, con il rischio di far crollare la moschea di Al Aqsa.

Inoltre, va avanti la politica di colonizzazione dei territori occupati, compresa l’espansione di Gerusalemme, che ingloba la maggior parte dei villaggi arabi attorno alla città santa, divenuti ormai parte dell’amministrazione di Gerusalemme.

Le provocazioni dei coloni, dei parlamentari e politici israeliani non sono mai cessate dal 2001, quando Sharon, protetto dall’esercito, fece la sua prima passeggiata sulla spianata della moschea, incendiando la seconda Intifada. Sono anni che l’esercito israeliano presidia i luoghi santi e pretende di avere la piena responsabilità della sicurezza di essi.

Per questo Israele non ha bisogno di pretesti per chiudere le porte della Moschea e installare i metal detector e le telecamere fuori e dentro la moschea di Al Aqsa, come è avvenuto a seguito di un’azione armata di tre giovani palestinesi, provenienti dal villaggio di Um EL Fahem, in Israele, uccisi dalle truppe israeliane dopo che avevano sparato a due soldati israeliani nella spianata. I tre giovani non sono venuti né dai territori occupati della Cisgiordania né da Gaza, e nessuna organizzazione palestinese ha rivendicato la paternità di questa azione.

Ma il governo israeliano ha deciso una punizione collettiva con la chiusura dei luoghi santi di Gerusalemme, forse anche in risposta alla decisione dell’Unesco che ha riconosciuto questi luoghi come patrimonio dell’umanità appartenente ai palestinesi.

La protesta dei palestinesi non si è fatta attendere: hanno presidiato la moschea rifiutando di entrare dalle porte di controllo con metal detector, e da una settimana esercitano il culto nelle piazze adiacenti. Una giusta protesta in difesa dei luoghi santi e del diritto di culto.

La protesta dilaga nei territori occupati e anche fra gli arabi di Israele; a decine di migliaia si sono riversati a Gerusalemme, in difesa della moschea di Al Aqsa, in una giornata di collera palestinese, araba e islamica. Una protesta di rifiuto e di rigetto totale dell’idea israeliana di dividere i luoghi santi nel tempo e nel luogo, come è già accaduto ad Al Khalil, “Hebron”, dove la moschea di Abramo è stata divisa, a seguito del criminale attentato di un estremista ebreo che ha sparato ai fedeli in preghiera, uccidendo 43 persone. Malgrado questo orrendo crimine, il governo israeliano decise la divisione della moschea di Abramo.

I palestinesi temono che il governo israeliano intenda ripetere la stessa azione a Gerusalemme, per avere il totale controllo dei luoghi santi nella città. Inoltre, le autorità religiose hanno vietato ai fedeli di entrare nella Moschea di Al Aqsa sotto la protezione dell’esercito occupante, in quanto questo è umiliante per la dignità umana e offensivo per la stessa religione.

La risposta israeliana è molto violenta: arresti e maltrattamenti che hanno toccato le più alte autorità religiose nella Città Santa.

L’azione del governo israeliano viene vista come una gravissima provocazione contro i paesi arabi e islamici, che potrebbe far esplodere una violenza religiosa in tutto il mondo. Il re Abdallah di Giordania, riferiscono i giornali giordani, si è infuriato, in una chiamata telefonica, con il primo ministro israeliano, e gli ha chiesto di togliere di mezzo tutte le nuove installazioni e di ripristinare la situazione precedente all’attentato di venerdì scorso. Va sottolineato che la Giordania ha la responsabilità del ministero per gli affari religiosi nei territori occupati, in accordo con il governo israeliano e con l’Anp.

La gravità e il deterioramento della situazione dipendono unicamente dall’occupazione e dal governo israeliano.

Il quesito che i palestinesi, gli arabi, i musulmani, gli uomini e le donne liberi del mondo pongono è: perché la comunità internazionale non muove un dito per far rispettare il diritto internazionale e le risoluzioni dell’Onu, e fermare così uno scontro che sembra inevitabile?

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Arrestato un killer neofascista. In Kenya, ovviamente

I Carabinieri e la Criminalpol, hanno arrestato in Kenya, in un centro commerciale di Nairobi, il fascista Carlo Gentile, 51 anni romano, ricercato dal 2015, perché ritenuto responsabile di due omicidi maturati nel mondo della criminalità della Capitale.

Gentile, il cui nome era comparso di sfuggita anche nelle indagini sul “mondo di mezzo” di Massimo Carminati, era stato un picchiatore del Fronte della Gioventù. Nei primi anni '80 era stato arrestato per una serie di rapine. Una delle ipotesi è che fossero di finanziamento per i latitanti e i detenuti dei Nar. Nel 1994, mentre era in semilibertà era stato nuovamente arrestato con l’accusa di aver partecipato a una rapina con altri detenuti semiliberi (due dei Nar, uno dei Nap).

Gentile, uno dei numerosi fascisti in strettissima connessione con gli ambienti criminali della Capitale, recentemente era ricercato per gli omicidi di Federico Di Meo, assassinato a Velletri e di Sesto Corvini, un imprenditore assassinato a Casalpolocco, commessi nell’arco di 15 giorni nell’autunno del 2013. In particolare, per l’omicidio di Federico Di Meo, lo scorso 12 luglio, Carlo Gentile è stato condannato all’ergastolo dalla Corte di Assise di Frosinone. In entrambi i delitti il mandante risulterebbe essere un malavitoso albanese e il complice di Gentile un killer pentitosi dopo l’arresto per un altro delitto.

Il Kenya sembra essere un crocevia importante per la latitanza e i traffici dei neofascisti. Nel 2008 vi sarebbe morto misteriosamente Antonio D’Inzillo (detto Antonietto). D’Inzillo, anche lui ex squadrista fascista e uomo di congiunzione con ambienti malavitosi, era l’uomo d’azione del finanziere nero Gennaro Mokbel, il cui commercialista, Silvio Fanella, è stato ucciso a luglio del 2014 da un commando di killer neofascisti composto da Egidio Giuliani, Giuseppe Larosa e Giovanni Battista Ceniti, condannati per l’omicidio. Assolti invece quelli che erano ritenuti i mandanti, e anche qui troviamo figure assai note tra i fascisti “pesanti” con strettissimi legami con lo spaccio di droga e la malavita: Manlio Denaro, Emanuele Macchi di Cellere, Gabriele Donnini e Carlo Italo Casoli.

La formula dubitativa sulla morte di D’Inzillo è d’obbligo visto che il suo cadavere venne cremato nel giro di sole tre ore, dopo il decesso in un ospedale di Nairobi. E per il Kenya si aggirano anche personaggetti che ostentano magliette di Casa Pound, ovviamente impegnati in progetti “sociali”.

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USA-Iran: l’accordo e le sanzioni

di Michele Paris

Nell’arco di poche ore, questa settimana l’amministrazione Trump ha preso due provvedimenti diametralmente opposti in merito all’Iran che mostrano tutte le contraddizioni del governo americano sull’approccio da tenere nei confronti di questo paese e dell’intera regione mediorientale.

Lunedì, la Casa Bianca aveva dovuto certificare nuovamente il rispetto dell’accordo sul nucleare del 2015 (JCPOA) da parte di Teheran. La decisione sarebbe stata presa in maniera riluttante dal presidente USA, il quale fin dalla campagna elettorale dello scorso anno si era impegnato a uscire dall’accordo di Vienna.

Secondo le ricostruzioni fatte dalla stampa americana, Trump avrebbe cercato di passare da subito alla linea dura, ma alcuni esponenti di spicco della sua amministrazione – dal segretario di Stato, Rex Tillerson, a quello alla Difesa, James Mattis, dal consigliere per la sicurezza nazionale, H. R. McMaster, al capo di Stato Maggiore, Joseph Dunford – lo hanno convinto a confermare almeno momentaneamente la validità dell’accordo.

Con la stessa Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica delle Nazioni Unite che continua a garantire il comportamento conforme all’accordo dell’Iran e gli altri cinque paesi coinvolti nelle trattative (Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna e Germania) intenzionati a proseguire sulla strada della distensione, alla fine Trump non ha potuto che adeguarsi.

Il Congresso americano stabilisce che la Casa Bianca debba notificare ogni 90 giorni la conformità dell’Iran alle condizioni del JCPOA. Quella di questa settimana è la seconda certificazione fatta da Trump e anche la prima volta la sua decisione in senso positivo era arrivata con una serie di recriminazioni e riserve.

Che la Casa Bianca abbia agito in questo senso solo perché costretta dalle circostanze è apparso chiaro quando, martedì, il dipartimento di Stato, assieme a quelli di Giustizia e del Tesoro, ha annunciato nuove sanzioni economiche contro la Repubblica Islamica.

L’azione è tecnicamente svincolata dall’accordo sul nucleare ma, come risulta evidente, nelle intenzioni dell’amministrazione Trump serve a incrinare ancora di più le relazioni bilaterali e a preparare il terreno per un’accelerazione dell’offensiva contro Teheran.

Le nuove misure punitive colpiscono 18 tra “entità” e individui iraniani che Washington ritiene coinvolti in attività quali lo sviluppo del programma missilistico, l’acquisto di armi e il furto di software. Non solo, a essere colpite dalle sanzioni sono anche una compagnia turca e una cinese che il Tesoro americano sostiene abbiano fornito materiale alle forze armate iraniane.

In realtà, tutte le attività considerate illegali dagli USA appaiono interamente legittime. La vera ragione della persistente ostilità americana nei confronti dell’Iran si può leggere tra le righe del comunicato ufficiale che ha accompagnato le sanzioni. Per il governo americano, cioè, le misure scaturiscono dalle “gravi preoccupazioni che suscitano le attività maligne della Repubblica Islamica in Medio Oriente” che “minacciano la stabilità, la sicurezza e la prosperità della regione”.

Al di là del fatto che questa descrizione si adatta alla perfezione alle attività destabilizzanti proprio degli Stati Uniti nel vicino Oriente, essa spiega chiaramente le ragioni dell’ostilità di Washington verso l’Iran. Nonostante l’accordo sul nucleare, Teheran continua in sostanza a rappresentare il principale ostacolo agli interessi degli USA e dei loro alleati in Medio Oriente.

Il riferimento dello stesso Trump alla violazione da parte iraniana dello “spirito”, se non della lettera, del JCPOA rivela come una parte della classe dirigente americana, quella contraria fin dall’inizio al negoziato con Teheran, abbia accettato a denti stretti l’intesa sul nucleare a condizione di utilizzarla come strumento di pressione per far desistere la Repubblica Islamica dalle proprie ambizioni di potenza regionale.

Il problema per Washington è che l’accordo ha innescato un processo di integrazione economica, sia pure alle primissime battute, dell’Iran con molti alleati degli Stati Uniti, per non parlare del consolidamento dei legami che già manteneva con paesi come Russia, Cina, India o Turchia.

Soprattutto l’Europa appare sempre meno disposta a rivedere i termini del JCPOA, visto che numerose aziende di svariati paesi stanno già facendo a gara per entrare nel mercato iraniano, da cui invece quelle americane restano in larga misura escluse. Proprio alcuni giorni fa, ad esempio, il colosso francese dell’energia Total ha sottoscritto un accordo da quasi 5 miliardi di dollari con la cinese CNP e l’iraniana Petropars per lo sfruttamento del giacimento di gas naturale South Pars.

Se l’amministrazione Trump, con il sostegno pressoché unanime del Congresso, intenderà proseguire sulla strada del confronto con Teheran, risulta evidente che quello che si prospetta è l’apertura a tutti gli effetti di un nuovo fronte nello scontro tra alleati in Occidente. Negli ultimi mesi sono state d’altronde sempre più numerose le voci dei leader europei che hanno celebrato l’accordo con l’Iran e condannato apertamente le posizioni americane.

Lo stesso governo della Repubblica Islamica ha fatto i propri calcoli in considerazione dei mutati equilibri internazionali, tanto che questa settimana il ministro degli Esteri, Mohammad Javad Zarif, non ha avuto scrupoli a criticare l’amministrazione Trump, oltretutto nel corso di una visita negli Stati Uniti.

Zarif ha affrontato in varie occasioni la questione delle sanzioni e del JCPOA durante discorsi tenuti presso istituti e “think tank” americani o nel corso di interviste ai media d’oltreoceano, rimandando le accuse al mittente e giungendo egli stesso a minacciare una comunque improbabile uscita di Teheran dall’accordo.

La partita del nucleare iraniano non è ad ogni modo una questione isolata, ma si inserisce nel quadro più generale del sovrapporsi degli interessi di Washington e Teheran in Medio Oriente. La sorte del JCPOA, anche se non dipende unicamente dagli Stati Uniti, sarà infatti da collegare alle prossime mosse dell’amministrazione Trump nella regione.

Lo scontro tra gli USA e i loro alleati contro l’Iran e l’asse sciita, dal quale derivano in sostanza le tensioni sulla vicenda del nucleare di Teheran, continuerà così a giocarsi su tutti gli scenari più caldi, dalla guerra in Siria a quella nello Yemen, dalla sfida per garantirsi l’influenza sull’Iraq alla crisi che sta lacerando il gruppo delle monarchie sunnite del Golfo Persico.

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“All Cops Are Beautiful”. L’inquietante passaggio di fase nelle parole del capo della polizia

La lunga intervista di Carlo Bonini al capo della polizia Franco Gabrielli apparsa sulle prime pagine del quotidiano “La Repubblica” il 19 luglio è paradigmatica di un importante passaggio di fase che stiamo attraversando.

Questa è fase di transizione dai ritmi e dagli esiti incerti che si caratterizza per due aspetti complementari.

Il primo è una più marcata tendenza alla guerra frutto dell’inasprirsi del conflitto inter-imperialistico nella competizione globale tra differenti poli al tempo di una crisi di cui non si intravede l’uscita dal tunnel, e specificatamente per la UE questo significa un profilo di intervento spiccatamente neo-coloniale come traspare tra l’altro per l’Italia dalle recenti dichiarazioni à la guerre comme à la guerre della Mogherini e della Pinotti.

La politica bellicista italiana che si prefigura, implica una maggiore assunzione di responsabilità verso il baratro in cui le classi dirigenti ci stanno trascinando da tempo, con possibili effetti boomerang, come è avvenuto sempre più serialmente nelle cittadelle europee, e senz’altro sulla pelle di quelle popolazioni che vivono quei territori soggetti ai tentativi di destabilizzazione e/o di vera aggressione aventi strutturalmente come output l’immigrazione verso la Fortezza Europa. 

Il secondo è – sempre nel Vecchio Continente – un affondo decisivo alle garanzie politico-sociali complessive delle classi popolari per subordinarne a tutti i livelli gli interessi dei ceti popolari ai progetti delle oligarchie ordo-liberali, abbassandone tra l’altro drasticamente il costo del lavoro, considerando la rappresentanza politico-sindacale uno scomodo retaggio da rimuovere di un quadro obsoleto di relazioni industriali.

In un paese alla periferia della UE come l’Italia, attraversata da una pesante ristrutturazione dettata dalla nuova divisione internazionale del lavoro secondo la regia UE, i costi di questa transizione di fase sembrano piuttosto onerosi e il corpo sociale potenzialmente insofferente nel vedere inasprita ulteriormente la propria già difficile condizione. 

In questo contesto, in previsione di una finanziaria prossima ventura che si preannuncia una epocale macelleria sociale, di una difesa a spada tratta della rendita immobiliare-finanziaria da parte della classe politica dirigente, della privatizzazione di una serie di settori ancora parzialmente o totalmente pubblici (centrali nella gestione urbana) e non ultimo la svendita di importanti comparti del sistema produttivo nazionale, diviene prioritario l’impedire preventivamente il saldarsi di un blocco sociale antagonista con un orientamento ostile nei confronti della gerarchia di comando che va dai decision makers dell’Unione europea fino ai loro zelanti terminali politici nazionali e locali.

I media mainsteam, ma non solo, stanno infatti svolgendo un lavoro in profondità sul corpo sociale affinché gli effetti della “lotta di classe dall’alto” vengano tradotti non in un conflitto verticale tra il basso e l’alto, ma in una lotta dei penultimi contro gli ultimi.

Questi apparati stanno introducendo una cultura della de-solidarizzazione di massa che mina alle basi, in un contesto di spappolamento sociale, quel costruir pueplo che non si dà se non con e dentro un processo politico organizzativo ed un indirizzo identitario in cui la solidarietà tra sfruttati, nelle varie forme che può assumere, è un perno imprescindibile.

La costruzione ideologica del “problema immigrazione” (e non della sua “cattiva” gestione) sta dentro questo tentativo di mutazione antropologica radicale della percezione delle classi subalterne; contrastare la creazione della peste emozionale contro il migrante diviene dunque una priorità politica.

La borghesia attraverso la sua trama di potere, tra cui i suoi organi di informazione e i suoi rappresentanti istituzionali, in primis Gentiloni, non fa altro che ripetere di essere sostanzialmente indifferente alle convulsioni del quadro partitico dato e aliena alle discussioni del ceto politico su possibili alleanze: chiede semplicemente stabilità, che tradotto vuol dire mantenere la barra ad ogni costo per applicare le formule decise tra Bruxelles e Strasburgo.

Questa esigenza, in assenza di una rappresentanza politica elettorale dotata di un sufficiente (anche se risicato) consenso per applicarne i piani e di un evidente vuoto politico di rappresentanza per le classi subalterne – interna a una trasformazione complessiva della forma-stato – non può che produrre un salto di qualità nelle forme di controllo preventivo e repressione del conflitto sociale in Italia.

Questo si traduce in un accanimento nei confronti del corpo di attivisti maturati dentro l’orizzonte di questa crisi sistemica, dei vari soggetti organizzati che ne hanno fino ad ora incarnato la resistenza politico-sociale, nel tentativo di annichilire la creazione di una nuova generazione di “quadri” reali e potenziali formatisi nel magma sociale del mondo fluttuante all’interno della frantumazione di ogni ipotesi credibile di rappresentanza istituzionale. 

La borghesia, in questo senso, agisce in prospettiva e ha ben chiaro il proprio nemico.

Infatti, la battaglia culturale su cui le élites stanno investendo punta alla legittimazione da un lato dell’ennesimo affondo al diritto di sciopero e dall’altro alla creazione di consenso verso il mix di pratiche che attingono dall’ingombrante bagaglio repressivo dello stato italiano nelle sue vari fasi di sviluppo (pre e “post-democratiche”); e ne crea di nuove come per esempio i decreti, ora leggi, Minniti-Orlando.

La Kulturkampf condotta dagli apparati di potere politico-culturali tende a negare tra l’altro qualsiasi riconoscimento alla pluricentenaria storia del movimento operaio, in particolare alle sue espressioni non social-democratiche o cristiano-sociali, ma alle esperienze delle rivoluzioni comuniste ed anti-coloniali, nonché alle attuali esperienze di riscatto politico sociale statuali “in contro-tendenza”: questo sforzo punta ad impedire una presa di coscienza che si articoli in un progetto di trasformazione nel solco delle conquiste epocali dell’umanità sofferente.

Alla luce di questo quadro le parole di Gabrielli appaiono sotto tutt’altra luce.

Non le si devono interpretare come “coraggiosa autocritica” dell’operato passato delle forze dell’ordine attraverso la voce del suo massimo esponente, tesa soltanto a recuperare il consenso nel gap creatosi tra una residuale coscienza democratica del “variegato popolo della sinistra” e l’azione della polizia, ma come legittimazione di una diversa governance; non solo nella gestione di piazza, ma soprattutto a comprimere i margini di azione politica delle classi subalterne, nonché a una difesa tout court del corpo di polizia. 

E’ il tentativo di creare un frame concettuale e una dignità intellettuale, in forma volgarizzata, alla giustificazione dello stato di eccezione permanente, alla perenne logica dell’emergenza, alla demolizione dello stato di diritto attraverso la sua trasformazione di un ordine post-democratico, in cui la rappresentanza dei singoli organi dello stato deriva non da una evaporata sovranità popolare, ma dalle esigenze delle oligarchie al di là e al di sopra della compagine governativa temporaneamente al timone, alla trasfigurazione di un corpo repressivo il cui l’operato è sempre più visibile a fette crescenti della classe.

Gabrielli, cerca di smarcarsi dall’immagine ideal-tipica del capo della polizia resa celebre da Gian Maria Volonté, in Un cittadino al di sopra di ogni sospetto, quello che conclude la sua visione del proprio ruolo con le parole: “il popolo è minorenne, la città è malata, ad altri spetta il compito di curare e di educare, a noi il dovere di reprimere. La repressione è il nostro vaccino. Repressione è civiltà”. Ma il contenuto del suo dire non è meno preoccupante, anzi...

Riprendiamo l’ultima parte dell’intervista quando afferma che “non ci sarà una nuova Genova”.

Il giornalista gli domanda se sia una promessa e lui risponde:

“È un fatto. Perché questi sedici anni non sono passati inutilmente. Prima dicevo che la polizia del 2001 era una polizia democratica esattamente come lo è quella di oggi. Ma sono cambiate molte cose nelle nostre routine, nella formazione delle nostre donne e dei nostri uomini, nella gestione dell’ordine pubblico. Guardiamo cosa è accaduto ad Amburgo. E guardiamo cosa invece è accaduto a Roma, in occasione dei 60 anni della firma dei trattati di Roma, e a Taormina con il G7. Il nostro sistema di prevenzione e sicurezza è oggi quello che conosciamo anche perché c’è stata Genova. E da lì è cominciata la nostra traversata nel deserto. Oggi, il nostro baricentro è spostato sulla prevenzione prima che sulla repressione. Sul prima, piuttosto che sul poi. Lavoriamo perché le cose non accadano. O quantomeno per ridurre la possibilità che accadano. Non per mettere una toppa quando il danno è fatto. Ecco perché dico che dobbiamo liberarci dalla maledizione di camminare in avanti con lo sguardo rivolto all’indietro. Consegniamo quel G8 di Genova alla Storia. Perché questo ci renderà tutti più liberi. E quando dico tutti, penso al Paese e alla Polizia che di questo Paese è figlia”.

Bene, in quelle parole centrali: lavoriamo perché le cose non accadano. O quanto meno per ridurre la possibilità che accadano sta il senso dell’intervista. Il conflitto sociale non deve esprimersi ed i recenti avvenimenti sembrano corroborare questa tesi, in cui non si rinuncia all’azione repressiva tout court (le cariche a Torino, Bologna e Padova) e all’uso dei fascisti, anche come vettori della mobilitazione reazionaria di massa oltre che in funzione squadristica, si inaspriscono le misure restrittive comminate come pena senza processo (fogli di via, sanzioni pecuniarie, ecc.), si crea un clima giustizialista e xenofobo teso a legittimare l’inasprimento delle condizioni detentive del circuito penitenziario e delle detenzioni amministrative nei lager per migranti, si negano forme di aggregazione che non siano all’interno e dentro il circuito commerciale del consumo del tempo libero, si elimina il concetto di scuola ed università come luogo di incontro, scambio e occasione di coltivare forme relazionali sganciate dagli input di performance imposti dall’istituzione scolastica e dai suoi ormai organici circuiti commerciali, ecc.

Appare quindi centrale lavorare su questo terreno con uno spirito unitario che travalichi i confini con cui si è affrontato il tema, comunque centrale, del controllo sociale e della repressione e con un approccio teso a investire un ampio spettro di forze politiche, ma soprattutto di soggetti sociali coinvolti. Un lavoro che raccordi le spinte spontanee che si sono espresse in questi mesi in opposizione alle leggi Minniti-Orlando ed il prezioso lavoro svolto dai compagni su questo tema da anni, in grado di dare vita ad una campagna nazionale che comprenda il rilancio della proposta di amnistia politico-sociale che rivendichi la legittimità, rifiutando la criminalizzazione, delle varie forme che la lotta di classe ha assunto e assume in questo Paese, contro la consegna di una generazione di attivisti politico-sociali alle strette maglie della repressione e ai ristretti orizzonti del carcere.

Una delle quattro campagne indicate dalla piattaforma politico-sociale Eurostop va in questa direzione ed ha intenzione di aprire un ampio confronto perché centrale nella propria agenda politica. 

Il buco nero del grunge: la scomparsa di Chris Cornell

Un altro lutto tra i musicisti della generazione di Seattle con il solito inquietante copione

Il 18 maggio Chris Cornell è morto, da solo, in una camera d’albergo. Ovunque si possono leggere coccodrilli accoratissimi che celebrano una delle ultime icone e la morte di un movimento, il cosiddetto grunge, che ha segnato qualche generazione.

Nel corso degli anni molti si sono trovati ad ammettere che il grunge probabilmente non è mai esistito: è stata solo una fortunata congiuntura spazio-temporale che ha visto nascere (e morire) nell’arco di pochi anni e pochi km (con qualche eccezione britannica) alcune delle più entusiasmanti band del decennio.

E’ vero che musicalmente, per gli ascoltatori più smaliziati, le quattro grandi band di Seattle avevano poco in comune: i primi Nirvana erano un gruppo indie-punk vicinissimo ai suoni della SST, i Pearl Jam una versione hard di Springsteen, gli Alice In Chains una band heavy metal sotto acidi e i Soundgarden di Cornell i più mainstream tra gli eredi dei Black Sabbath.

Ma grunge non è stato un movimento musicale. E’ stata un’idea. Ed è stata la messa in musica e parole di una generazione, la mia, che è stata sconfitta. Una generazione a cui hanno tolto il futuro e che (non) ha trovato risposte nelle parole di Andrew Wood e di tutte le altre vittime degli anni ’90.

Alla fine degli anni ’80 il rock mainstream americano era rappresentato dai capelli cotonati e i lustrini di Motley Crue e Poison o, al limite, la versione per giovani romantici dello street rock rappresentata dai (mitologici, niente da dire) Guns ’n’ Roses. Le band di Seattle hanno rappresentato, per tutti, la ribellione, anche estetica, all’establishment rock: via i lustrini e gli spandex e via libera al look della classe media di provincia, i vestiti che si trovavano negli store di periferia. E’ stata una scelta naturale: fuori dalle grandi metropoli culturalmente vive ci si vestiva (e ci si veste tuttora) così. Purtroppo per i protagonisti il mercato reagisce sempre più in fretta di tutti. Jeans e camicia di flanella sono diventati i nuovi spandex, l’icona estetica di tutto un movimento che, in pochi anni, è diventato mondiale. E’ diventato una moda, malgrado i suoi protagonisti.

In questi giorni molti necrologi celebrano il mito di Chris Cornell, un cinquantenne che, come disse Cobain di sé nella sua ultima lettera, si era ritrovato a timbrare il cartellino. Non c’è niente di romantico ed eroico nella morte delle rockstar. C’è spesso esclusivamente la solitudine, una cosa molto poco pop, molto poco glamour, molto poco modaiola e molto umana.

Si legge in giro che è stata una generazione di rockstar che ha provato a ribellarsi al giogo del mercato e ne è rimasta schiacciata. E’ probabilmente vero, in molte forme. Dall’inadeguatezza di Cobain ad essere una star e la sua incapacità di provare empatia per una massa anonima che lo venerava (e lo venera ancora), ai più materiali problemi di Staley, Weiland e Hoon, la generazione delle star degli anni ’90 ha fatto vedere che il luminoso mondo della musica non fa prigionieri. Fagocita e rigetta chi non ne vuole essere all’altezza.

Cornell ci ha provato e, per molti anni, ci è riuscito. I primi dischi dei Soundgarden restano il più bell’esempio di hard sabbatthiano degli anni '90, soprattutto per merito della chitarra lisergica di Thrail e dell’incredibile voce, acidissima, di Cornell. Poi la consacrazione e il grande pubblico con Superunknown: la stessa ricetta rivestita di pop. Black Hole Sun resta, e sarà sempre, un inno per una generazione. E non è possibile non citare Temple Of The Dog, supegruppo prima del tempo, nato come tributo a Andrew Wood contenente l’ideale inno del grunge tutto. Il titolo dovreste saperlo.

Negli anni del riflusso Cornell si è riciclato con Timbaland (il picco più assurdamente negativo della sua carriera) dopo aver fatto parte della ignobile operazione Audioslave, per poi tornare a fare, con grande mestiere e pochissima anima, quello che sapeva fare.

Non è bastato per chi ha fatto parte della generazione che ha sublimato la sconfitta di tutti.

Non poteva che finire in questo modo.

“I’m above / Over you I’m standing above / Claiming unconditional love / Above“

per Senza Soste, Luis Vega
20 luglio 2017

Fonte

Nell'informazione alternativa, di parte (sinistra), chiamiamola come ci pare, un articolo così mancava.
Peccato sia arrivato con ritardo, non tanto rispetto al chiacchiericcio della rete 2.0 (di quello c'importa sega), quanto rispetto la sedimentazione che il frenetismo delle nostre società ci impone.
Marcare meglio il tempo, forse avrebbe consentito di destrutturare uno dei capisaldi ideologici ancora fondanti il consenso di cui tutt'ora gode, seppur tra scricchiolii sempre più intensi, il sistema dominante.
Quasi certamente sembrerà banale, ma il fatto che uno degli strumenti culturali prìncipi della diffusione dello "stile di vita" anglosassone – la musica – cozzi sempre più spesso nel "non se ne esce" (l'ultimo in ordine di tempo è Chester Bennington), è una delle dimostrazioni più plastiche del capolinea cui è giunta l'attuale fase del modo di produzione capitalista.