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mercoledì 20 settembre 2017

Sinistra e lotta di classe, un dibattito tra Iglesias e Linera

Il giornale online Contropiano pubblica una lunga conversazione fra il segretario di Podemos Pablo Iglesias e il vicepresidente boliviano Alvaro Garcia Linera (la versione video, realizzata per la trasmissione “Otra vuelta de tuerka”, è consultabile qui). Si tratta di un testo di quindici pagine con passaggi di grande interesse sulla biografia personale e politica di Linera, sulla storia della rivoluzione boliviana, sul dibattito teorico fra i marxisti latinoamericani e sugli spunti di riflessione che esso offre alle sinistre radicali europee. Provo a estrarne qui di seguito i nodi essenziali, rinviando il lettore interessato al testo originale (o al video) per approfondimenti.

Linera racconta in primo luogo il suo complesso percorso formativo: l’infanzia in un Paese dove le rivolte proletarie si alternano ai golpe militari, gli studi in Messico, dove ha l’occasione di misurarsi con i testi classici del marxismo e con le migliori menti della sinistra rivoluzionaria del Sud America (in un momento storico che vede convergere in Messico militanti, intellettuali ed esuli politici da tutto il subcontinente), infine il ritorno in Bolivia dove, prendendo le distanze dalla sinistra ortodossa, avvia il suo percorso di riflessione teorica sul ruolo strategico che le masse contadine di etnia india potrebbero svolgere nel processo rivoluzionario – riflessione che si converte in partecipazione alla guerriglia Aymara, che gli costerà cinque anni di carcere.

Nella parte centrale dell’intervista troviamo gli spunti più interessanti di critica all’ortodossia marxista. Le sinistre boliviane, dice Linera, “Non avevano alcuna lettura degli indigeni. Non avevano risposte sul tema dell’identità. Secondo loro continuavano a essere contadini, piccolo borghesi, piccoli proprietari che dovrebbero lasciare che il movimento operaio li educhi e li porti verso la dittatura del proletariato”. Una sinistra del genere, commenta, non serve perché “è in un altro secolo, in un altro paese, dice cose sbagliate”. In alternativa a questa linea Linera contribuisce a costruire un movimento che non individua nelle etnie indie una massa di manovra da egemonizzare bensì l’avanguardia del processo rivoluzionario, e che riconosce nella loro cultura l’embrione di una inedita via comunitaria al socialismo (sulle orme dell’ultimo Marx, mi viene da osservare, il quale aveva nutrito analoghe speranze sulle comunità contadine russe).

Dall’esperienza del carcere impara “a ballare con il tempo”, ad aspettare con pazienza che arrivi il suo momento. Momento che arriva con le grandi rivolte popolari contro le privatizzazioni imposte dal regime neoliberista a cavallo della transizione di millennio: “Si organizzano campagna, città, operai, indigeni, in un modo che non era pianificato da nessuno, da nessun intellettuale, da nessun accademico di sinistra”, è la spinta irresistibile che nel giro di qualche anno porterà alla presidenza Evo Morales: un indio presidente “in una società dove gli indios potevano essere solo facchini, muratori o camerieri”.

Come si è arrivati a questo governo indigeno che ha nazionalizzato le risorse naturali, indetto l’Assemblea Costituente e che ha cambiato, e continua a cambiare, il volto del Paese e la struttura stessa dello Stato? Grazie alla crisi delle idee e del senso comune dominanti, risponde Linera, perché “prima delle grandi vittorie politiche c’è sempre una vittoria del senso comune della gente” (il riferimento, sia implicito che esplicito, al pensiero di Gramsci è costante in tutto il corso dell’intervista).

Infine Iglesias lo conduce a parlare dell’Europa, in una parte conclusiva in cui emerge il debito che lo stesso Iglesias (e il progetto politico di Podemos) hanno contratto nei confronti della lezione boliviana. Ed è forse qui che emergono alcuni limiti, nel senso che, dopo avere riconosciuto che il panorama europeo “per noi, fino a due anni fa, era desolante, deprimente, che parlare d’Europa era come parlare di un continente vecchio in tutti i sensi”, Linera accenna a un riaccendersi della speranza, a un risveglio della società civile nei Paesi del Sud Europa che – considerate le non entusiasmanti situazioni di Grecia e Italia – sembra alludere soprattutto all’esperienza spagnola di Podemos, ma non offre chiari elementi di analisi e riflessione.

Ciò non toglie che da questa lunga conversazione emergano non pochi spunti per chi volesse riflettere sulle condizioni di una possibile rinascita della lotta anticapitalista nel Vecchio Continente: dalla necessità di ragionare sulle inedite forme di una lotta di classe che, tramontati i soggetti tradizionali, tende ad assumere forme spurie, “populiste” (da interpretare attraverso le categorie di egemonia, guerra di posizione e blocco sociale, riscoprendo la lezione di un Gramsci studiatissimo in America Latina e pressoché dimenticato da noi); alla riscoperta della centralità di una questione nazionale che non è qui meno urgente che in America Latina, perché democrazia e sovranità popolare, come ha recentemente ribadito il sociologo tedesco Wolfgang Streeck, si danno solo all’interno degli stati nazionali.

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Ryanair: chi di esasperata produttività ferisce, di quella perisce

Il tracollo operativo di Ryanair di questi giorni, assurto ormai alle prime pagine dei giornali, apre un forte interrogativo sullo stato del trasporto aereo in Italia, a nostro avviso con molto ritardo. Le cause di questi gravi problemi operativi sono molteplici ma possono essere ricondotte a un fattore comune legato al collasso del teorema dell’esasperazione della produttività, del feroce dumping salariale alimentato dall’applicazione in qualsiasi nazione delle permissive regole irlandesi.

L’espansione dei vettori low cost in Italia è stato sia causa che effetto del disastro industriale dei nostri vettori, dei loro azionisti e management. Infatti, in pochi altri Paesi europei sono state letteralmente consegnate le chiavi di un settore industriale come hanno fatto i nostri Governi alla compagnia di O’Leary, attraverso la rinuncia ad una politica industriale, la mancanza di regole uguali per tutti gli operatori, un sistema di controllo indebolito e sovvenzionamenti statali mascherati.

Adesso che i nodi stanno inesorabilmente venendo al pettine, c’è molto poco da meravigliarsi che qualcuno abbia avuto finalmente una sentenza favorevole, che i Piloti scappino dove vengono trattati meglio, che bisogna rispettare orari di servizio, riposi e ferie minime, che poi sono alla base delle regole di sicurezza valide in tutta Europa.

A questo Governo, in particolare al suo Ministro dei Trasporti Delrio, chiediamo che finisca la stagione dei selfie e dei sorrisi con il patron di Ryanair; si apra la riflessione sul futuro e sulle regole di un settore che vive il paradosso di una crescita fortissima in un contesto di ultra-deregulation, dove la concorrenza si è fatta non sulle capacità ma sul massimo sfruttamento e sull’elusione delle regole.

Non dovevamo aspettare migliaia di voli cancellati con una moltitudine di passeggeri lasciati a terra; era chiaro che non saremmo potuti andare lontano e non potremo farlo in futuro se non si cambierà sistema.

Da più di 15 anni USB chiede una riforma del settore che non è mai arrivata generando disastri industriali, migliaia di licenziamenti e l’aumento della precarietà.

Vogliamo l’intervento dello stato per il rilancio delle grandi industrie nazionali, un sistema di regole uguali per tutti gli operatori e regole contro gli appalti e il dumping selvaggio.

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Catalogna: scatta la repressione di Madrid. Raffica di arresti, in manette i dirigenti della Generalitat

Lo Stato spagnolo è passato alla fase apertamente repressiva contro gli organizzatori del referendum indipendentista, compresi membri e funzionari della Generalitat, il governo della Catalogna. E’ un esito al quale molti esponenti politici e commentatori pensavano non si sarebbe arrivati, ma gli interessi in gioco sono consistenti e di fronte alla determinazione del fronte indipendentista catalano i poteri forti di un paese che non ha mai fatto i conti con il proprio passato fascista hanno deciso di passare all’azione. La parola d’ordine è impedire la consultazione con la forza.

Stamattina centinaia di agenti della Guardia Civil hanno fatto irruzione negli uffici di molti dipartimenti della Generalitat e in quelli di due imprese private sequestrando materiale considerato illegale in quanto collegato al referendum del 1 ottobre. La ‘Benemerita’ ha operato finora 14 arresti, per la maggior parte di funzionari e dirigenti dell’amministrazione regionale catalana, tra i quali ci sono anche due stretti collaboratori del numero due della Generalitat, Oriol Junqueras, esponente di Esquerra Republicana. Si tratta di Josep Maria Jové e di Lluís Salvadó, entrambi responsabili del Dipartimento Economia e Finanze, accusato dalla magistratura e dal governo spagnolo di stornare illegalmente fondi pubblici per coprire le spese di organizzazione della consultazione popolare che dovrebbe sancire la fondazione di una Repubblica Catalana indipendente. Le perquisizioni e gli arresti sono avvenuti all’interno delle sedi dei dipartimenti Economia e Finanze, Esteri, Lavoro e Affari Sociali, e all’interno di enti dipendenti dalla nuova Agenzia Tributaria della Catalogna, organismo creato dal governo catalano nei mesi scorsi proprio in previsione di un processo di disconnessione e disobbedienza nei confronti delle istituzioni centrali spagnole. Tra gli arrestati figurano anche alcuni dei responsabili del governo catalano per il voto elettronico, per le telecomunicazioni e per il settore informatico. Anche l’azienda privata Fundaciò.cat, incaricata di gestire il dominio internet ‘.cat’ è sta oggetto di una perquisizione.

Da mesi il giudice Juan Antonio Ramírez Suñer guida una speciale task force che in segreto ha preparato un’operazione repressiva su vasta scala volta a impedire l’organizzazione del referendum dichiarato illegale dal Tribunale Costituzionale all’inizio di settembre.

L’accentramento nelle mani del giudice Ramírez Suñer, realizzato con consistente anticipo rispetto agli eventi ed evidentemente su input del governo di Madrid, ha generato il malumore dei giudici del Tribunale Superiore di Giustizia della Catalogna, di grado superiore e formalmente incaricati di ‘seguire il caso’. Di fatto Ramírez Suñer ha scavalcato la giudice del TSJC, Mercedes Armas, che giorni fa aveva respinto le richieste del procuratore che chiedeva di poter ordinare alla polizia una raffica di perquisizioni e di arresti a carico dei responsabili del governo catalano.

Già prima dell’estate, il magistrato aveva ordinato alla Guardia Civil di interrogare vari dirigenti della Generalitat oltre al leader del “Coordinamento per un referendum pattuito con lo Stato”, il socialista catalano Joan Ignasi Elena.

Sempre stamattina, la Guardia Civil ha effettuato un altro blitz, stavolta a bordo di una nave privata nella località di Bigues i Riells, arrestando altre due persone e sequestrando dieci milioni di schede elettorali e vario materiale informativo sulla consultazione del 1 ottobre. Nei giorni scorsi la polizia di Madrid aveva già sequestrato circa un milione e mezzo di cartelli, manifesti e volantini in varie parti della Catalogna. Ieri la polizia militarizzata aveva perquisito la sede della società di posta privata Unipost, sequestrando l’80% delle notifiche di convocazione ai seggi destinate agli elettori.

Il presidente del Partito Popolare in Catalogna, Xavier García Albiol, si è immediatamente congratulato con le forze di sicurezza. Su twitter l’esponente della destra nazionalista spagnola ha scritto, dicendosi orgoglioso dello ‘stato di diritto’ e del premier Mariano Rajoy: “Qualcuno credeva che separare la Catalogna dal resto della Spagna non avrebbe comportato conseguenze”.

Incredibilmente, il Ministro degli Esteri spagnolo, Alfonso Dastis, ha accusato gli indipendentisti catalani di utilizzare ‘metodi nazisti’ per imporre il referendum.

A pochi minuti dall’inizio delle perquisizioni prima centinaia e poi decine di migliaia di manifestanti, convocati dal tam tam telefonico e dei social, hanno iniziato a protestare nel centro di Barcellona davanti alle sedi del governo catalano occupate dagli agenti della Guardia Civil e davanti alla sede del governo spagnolo. I manifestanti gridano slogan – “Voteremo”, “Non abbiamo paura”, “No pasaran”, “No al colpo di stato”, “Dov’è l’Europa?”, “Sciopero generale!” – cantano ‘El Segadors’ (l’inno catalano) ed espongono garofani rossi e gialli (i colori della senyera, la bandiera catalana). Alle proteste organizzate dalle associazioni culturali Omnium Cultural e Associazione Nazionale Catalana, oltre ai militanti dei partiti indipendentisti – PDeCat, ERC e Cup – partecipano anche i lavoratori del sindacato Comisiones Obreras, la cui sede si trova a pochi passi da uno dei “ministeri” presi di mira dalla Polizia.

Migliaia di manifestanti hanno anche bloccato il traffico nelle centrali Via Laietana e Gran Via, esponendo cartelli e striscioni per l’indipendenza, e si sono vissuti attimi di tensione con le forze dell’ordine.

Una manifestazione organizzata fuori dalla sede centrale di Barcellona della Cup dopo che Policia Nacional ha fatto irruzione negli uffici del partito anticapitalista è sfociata in scontri: i dimostranti hanno gridato “non siete soli” all’indirizzo dei loro compagni all’interno dell’edificio e “fuori le forze di occupazione” contro gli agenti in tenuta antisommossa che hanno provato a disperdere la protesta.

A Sabadell, una delle più popolose città della Catalogna, la folla che protestava contro la repressione si è brevemente scontrata con gli agenti di polizia. Questo mentre i media hanno diffuso la notizia che le Direzioni Generali della Guardia Civil e della Policia Nacional hanno sospeso le ferie e i permessi di tutti gli agenti coinvolti nel dispositivo varato per impedire il referendum catalano.

A Catalunya Radio, il vicepresidente del Govern e Conseller dell’Economia, Oriol Junqueras, ha definito l’accaduto una “dimostrazione dello stato di polizia”. “Entrano nella sede del Govern come se fosse un’azienda qualsiasi” ha denunciato l’esponente della Sinistra Repubblicana.

Dopo le perquisizioni e gli arresti, il presidente della Generalitat, Carles Puigdemont, ha convocato una riunione straordinaria del Govern seguita da una conferenza stampa. Il suo portavoce Jordi Turull sui social ha chiesto agli indipendentisti di mantenere la calma e ha ribadito che il processo di disconnessione dallo Stato Spagnolo andrà avanti: “Molta calma e serenità di fronte allo stato d’emergenza e di polizia. Il nostro impegno continua e con più ragioni ogni ora che passa”.

La deputata e dirigente della CUP – sinistra radicale indipendentista – Anna Gabriel ha chiesto al governo di Barcellona di garantire ad ogni costo la consultazione popolare prevista il 1 ottobre nonostante il ‘colpo di stato’ in corso. “Non ci può essere nessun passo indietro. E’ impensabile che il 1 ottobre non si voti, in caso contrario vorrà dire che il colpo di Stato ha vinto”.

La sindaca di Barcellona Ada Colau ha definito ‘uno scandalo democratico’ gli arresti per motivi politici avvenuti questa mattina, mentre i parlamentari statali di En Comùn, Erc e PDeCat abbandonavano la seduta del Parlamento di Madrid in corso.

L’esponente catalano di Podemos, Xavier Domènech, ha affermato che tutte le linee rosse sono ormai state superate. Dura la condanna del leader di Unidos Podemos, Pablo Iglesias, secondo il quale è intollerabile “che in Spagna ci siano prigionieri politici mentre un governo corrotto occupa le istituzioni”. Il segretario generale di Podemos ha però insistito di nuovo sulla necessità di un accordo tra Catalogna e Stato Spagnolo che permetta un referendum convocato di comune accordo, una eventualità allo stato impossibile a maggior ragione dopo gli arresti di stamattina.

Questa mattina, dopo una riunione tra i dirigenti spagnoli del Partito Popolare e del Partito Socialista (quest’ultimo, teoricamente, all’opposizione) il Ministro delle Finanze Cristóbal Montoro ha ordinato il commissariamento di tutte le entità economiche e finanziarie finora dipendenti dalla Generalitat e il blocco dei conti bancari del Govern.

Di fatto una applicazione, seppur non dichiarata, dell’articolo 155 della Costituzione Spagnola, che consente a Madrid di sospendere gli Statuti di Autonomia dei territori ribelli.

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Il discorso di Trump all’Onu: l’epitaffio dell’Impero

Questo articolo compare contemporaneamente su Contropiano e L’Antidiplomatico.

Trump, nel suo discorso alle Nazioni Unite, ha attaccato nell’ordine Kim Jong-Un, Maduro, Obama, Castro, la rivoluzione islamica Iraniana, Hezbollah, le Nazioni Unite, Assad, il socialismo Sovietico, il comunismo Cubano e indirettamente pure Chavez e la Federazione Russa (in merito alla vicenda Ucraina).

Per il resto, solito doppio messaggio. Uno indirizzato alla popolazione americana, sullo stile della campagna elettorale che l’ha portato alla presidenza. L’altro indirizzato al resto del mondo, chiaramente incentrato sul ruolo degli Stati Uniti quale nazione unica ed indispensabile (American exceptionalism) tinto però di una sorta di realismo politico (a suo dire).

Quel che conta è la frattura nel campo imperialista nordatlantico. Trump è disprezzato dai neoliberal alla Clinton e detestato dai neocon alla McCain (anche se fa di tutto, specie con la retorica più che azioni, per entrare nelle loro grazie), osteggiato persino dalla maggior parte dei partner Europei. Senza contare l’incapacità di fondo dell’amministrazione di conciliare le diverse posizioni di Trump in politica estera, generando terremoti (geo)politici devastanti come visto con Qatar e Arabia Saudita o tra Washington ed Ankara.

Trump non pare voler lasciare in eredità al paese l’ennesima guerra (con conseguente sconfitta), tradendo ulteriormente il mandato elettorale. Si è però volutamente circondato di generali assetati di guerre, soldi e appalti per i giganti del complesso militare industriale, sperando di salvarsi la presidenza. Non a caso ha deciso di aumentare il budget della difesa, ma non perde occasione per ribadire che gli Stati Uniti non vogliono usare la forza.

Ancora una volta, conta la realtà dei fatti e non le parole dietro cui Trump e l’establishment americano spesso si nascondono: in Siria hanno perso, così come in Iraq ed Afghanistan; tutto mentre Pyongyang sviluppava il suo deterrente nucleare e perfezionava quello convenzionale, rendendo le minacce nordamericane vuota retorica.

Il discorso di Trump provoca indifferenza ed ilarità ai nemici nordamericani, sfiducia nelle nazioni ancora orbitanti nella bolla unipolare di Washington e grande soddisfazione per regimi come Israele e Arabia Saudita che si accontentano ormai persino della scadente retorica di una delle persone meno stimate sulla scena internazionale.

Trump, ogni volta che parla, ci ricorda indirettamente quanto la transizione ad un ordine mondiale multipolare sia fortunatamente irreversibile ed in pieno svolgimento.

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La terra trema di nuovo nel Messico centrale. 217 morti


Un terremoto di magnitudo 7,1 sulla scala Richter ha colpito il centro del Messico, compresa la capitale, 32 anni dopo il devastante sisma del 1985. I soccorritori continuano a lottare contro il tempo per trovare superstiti sotto le macerie di diversi immobili. E’ il terremoto il più grave e più mortale dopo quello del 19 settembre 1985, ha colpito il Messico esattamente a 32 anni dal sisma che provocò più di 10mila morti.

Il bilancio delle vittime è di 86 a Città del Messico, 71 nello Stato di Morelos, 43 in quello di Puebla, 12 nello Stato del Messico, 4 in quello di Guerrero e una in quello di Oaxaca. Sono quasi 4 milioni e 600mila le case, negozi e altri edifici senza elettricità in Messico. Lo riferisce la compagnia elettrica nazionale citata dai media locali. La gran parte delle abitazioni senza elettricità si trovano nella zona della capitale e negli Stati di Guerrero, Morelos, Puebla, Oaxaca, e Tlaxcala. Tra le vittime ci sono anche 21 bambini di una scuola crollata nella capitale, mentre proseguono le ricerche per ritrovarne una trentina ritenuti ancora dispersi.

Lo scorso 8 settembre sempre in Messico almeno 61 persone erano morte a causa del terremoto di magnitudo 8,2 avvenuto al largo della costa pacifica del Messico. Gli stati più colpiti erano stati quelli di Oaxaca, di Tabasco e del Chiapas: a sud del paese, vicino al confine con il Guatemala.

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La Fondazione Gramsci non si presti alla truffa dell’alternanza scuola-lavoro

Una lettera aperta/appello chiede che le istituzioni culturali non si prestino all’inganno introdotto con l’alternanza scuola-lavoro nel sistema di istruzione pubblica nel nostro paese. Qui di seguito il testo diffuso dalla Usb – Scuola.

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Come Usb Scuola siamo venuti a conoscenza della possibilità che un progetto extracurriculare proposto dalla Fondazione Gramsci, in occasione degli ottanta anni dalla morte di Antonio Gramsci, a un Istituto superiore di Bologna, venga successivamente approvato, declinato e realizzato nelle more dell’alternanza scuola lavoro. Non sarà certo l’unico caso di rapporti tra licei e istituzioni culturali, volti a ricercare percorsi di alternanza scuola lavoro apparentemente meno insensati e più formativi. Non è un accanimento particolare verso questo progetto, dunque, a farci scrivere. La circostanza però, per le ragioni che diremo, ci spinge a una riflessione i cui termini non possono sfuggire ai lettori e agli studiosi di Gramsci, meno che mai a una Fondazione che porta il suo nome.
Da decenni l’UE sta lavorando per modificare in modo radicale e irreversibile i sistemi di istruzione e formazione dei Paesi membri, con lo scopo, ormai nemmeno più tanto nascosto, di diffondere in modo capillare la cultura di impresa e di mercato e di formare giovani generazioni disponibili al lavoro sottopagato, quando non gratuito, ma anche a spostarsi molto lontano dal paese d’origine per “inseguire” il lavoro e pronte a una continua mutazione della propria professionalità, legata solo e soltanto alle esigenze del mercato.

Le competenze sviluppate nel corso dell’alternanza sono competenze funzionali al mercato del lavoro e alla logica di impresa. In qualche modo, utilizzando l’esigenza di una didattica meno “ingessata”, il mondo del mercato e dell’impresa si è aperto un varco nel mondo della scuola, un passo alla volta, a partire dalle scuole più indirizzate all’impiego lavorativo immediato, per arrivare a quelle che sono sempre state considerate preparazione ai percorsi universitari e quindi “al sicuro” da questi processi, i licei. Il nuovo esame di maturità, con la valutazione delle esperienze obbligatorie di ASL, costituisce un indicatore del tutto esplicito del ruolo assunto dalle tecniche di valutazione quali strumenti di misurazione dell’adesione al modello sociale imperniato sui principi ordoliberisti; a ciò va affiancata l’enfasi sempre più accentuata negli ultimi anni sugli strumenti di misurazione e di valutazione quantitativa nell’attività scolastica, a discapito dei processi e dei contenuti di apprendimento (si vedano per esempio il ritorno ai voti numerici nel ciclo d’istruzione primario e i test Invalsi), oggettività che prelude alla confrontabilità e alla gerarchizzazione dei risultati. Tutte queste metodologie, presentate come innovative, promuovono una didattica apparentemente democratica, mirante a sviluppare capacità che sulla carta favoriscono il pensiero critico e l’espressione individuale.

In tale contesto lo “spirito critico”, separato spesso da ogni contenuto culturale disciplinare, diviene una competenza trasversale, necessaria a promuovere il proprio capitale umano nel mercato del lavoro, perdendo la potenzialità di strumento volto a pensare la società nella sua complessità e a immaginarne una possibile trasformazione democratica. Viene meno del tutto la dimensione in senso ampio politica e civile dell’istruzione scolastica (e universitaria) che perde qualunque finalità pubblica orientata alla formazione del cittadino consapevole del suo ruolo nella società.

Pensare l’istruzione in questi termini significa, per noi, riprendere le pagine dei Quaderni su L’organizzazione della scuola e della cultura, e ragionare sul rapporto tra scuola “umanistica” e scuola “tecnica”, sul rapporto tra formazione teorica e formazione pratica, su quello tra educazione al lavoro e comprensione del mondo del lavoro. Significa insomma non adagiarsi sullo stato di fatto e dare una patina culturale ad un progetto che sta smontando ciò che resta della funzione generale e emancipatrice della scuola pubblica statale, ma nelle forme possibili metterlo in discussione.

I gramsciani, tra i quali ci inseriamo con modestia, hanno il dovere di aprire una stagione di riflessione teorica e di lotta politica e culturale e di porsi il problema di avviare una relazione con un soggetto sociale, le giovani generazioni, sempre più privo di riferimenti seri ed utili per interpretare e provare a modificare la realtà in cui vivono, fatta di precarietà, esclusione sociale, feroce selezione di classe. Non basta intitolare progetti a Gramsci, commemorare anniversari, bisogna farne pensiero vivo con i ragazzi, aprendogli gli occhi sui veri fini dell’alternanza. Lo scopo dovrebbe essere “scoprire da se stessi, senza suggerimenti e aiuti esterni, [che] una verità è creazione, anche se la verità è vecchia, e dimostra il possesso del metodo; indica che in ogni modo si è entrati nella fase di maturità intellettuale in cui si possono scoprire verità nuove...”.

Invitiamo cittadini, lavoratori della scuola, studenti, professori universitari a sottoscrivere questo appello con il quale chiediamo alla Fondazione Gramsci di non prendere in considerazione in alcun modo i progetti di alternanza scuola-lavoro nei quali la formazione è svenduta e mercificata, continuando invece a proporre progetti extracurricolari che con coerenza permettano agli studenti (e ai docenti) di conoscere il pensiero di Antonio Gramsci.

Per aderire scrivere a bologna.scuola@usb.it

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L’antifascismo del XXI secolo

Da mesi a Roma siamo dentro una trasformazione del rapporto tra fascismo e antifascismo. Un mutamento che costringe alla riflessione perché cambia non solo gli attori in campo, ma anche le modalità politiche con cui si combatte il fascismo in città. L’autunno sarà sempre più attraversato da scontri come quelli avvenuti la scorsa settimana al Tiburtino III o in estate a Tor Bella Monaca, motivo in più per attrezzarci rapidamente alla mutazione genetica in corso.

Ma cosa sta cambiando in concreto? E’ la periferia metropolitana il nuovo contesto che costringe al salto di paradigma. Per alcuni le periferie si starebbero drammaticamente “spostando a destra”. Per altri sono definitivamente serbatoio di elettori e militanti neofascisti. Il nostro lavoro quotidiano nelle periferie ci racconta altro: è la politica che è stata espunta completamente dalla periferia, sia essa di destra o di sinistra. Lontani dalle rappresentazioni mediatiche, le difficoltà che incontriamo noi, come sinistra, a rientrare nei quartieri (veramente) popolari, le incontra anche la destra neofascista. Le vicende di Tor Bella Monaca e di Tiburtino III confermano questa lettura: nonostante gli strepiti, alla prova dei fatti i fascisti erano soli e nei fatti isolati dai compagni e dal resto del quartiere. La periferia è un territorio completamente de-politicizzato, che rifiuta qualsiasi forma di aggregazione politica distante dai comportamenti della periferia stessa. Questo deserto sarà sempre più terreno di scontro perché il tentativo di ri-politicizzare questi straordinari territori dove resiste il proletariato metropolitano è l’unica possibilità di concreto radicamento sociale. Fuori dalla periferia c’è la città vetrina del centro storico o la città gentrificata dei quartieri della movida universitaria. C’è il nulla borghese insomma, direttamente contrapposto agli interessi della periferia. Questa contrapposizione è d’altronde chiara agli abitanti della cintura periferica metropolitana: il centro è il nemico. E *centro*, nel (giusto) pensiero comune di chi abita la periferia, è sinonimo di politica.

Questa lotta alla ri-politicizzazione delle periferie è il terreno di scontro tra sinistra e neofascismo.

L’antifascismo deve prendere atto di questo scenario mutato. Se prima era assicurata una legittimità diversa tra una sinistra radicata nelle periferie e una destra sostanzialmente esogena, oggi (da tempo) non è più così. La destra continua a rimanere esogena, esterna tanto ai quartieri popolari quanto ai concreti interessi dei suoi abitanti. Il problema (drammatico) è che tale “esternità” è condivisa anche dalla sinistra, qualsiasi essa sia. Questo il mutamento di contesto che stravolge anche una serie di modalità politiche sedimentate nel corso di decenni. L’antifascismo ideologico non fa più presa nei quartieri proletari, anzi: il modo migliore per essere estromessi dal quartiere è fare dell’antifascismo una bandiera politica, “a prescindere” dai problemi sociali della periferia. Anche perché i fascisti si presentano nei quartieri come “non fascisti”. Un tentativo sempre fatto, ma che di questi tempi trova meno anticorpi popolari per smascherarlo.

Il terreno di confronto è la soluzione delle contraddizioni sociali devastanti che vive la periferia. In questo senso nessun fascista potrà mai risolvere alcunché, ma se la sinistra verrà identificata con *il centro*, e quindi con l’origine di quei problemi, la destra potrà non risolvere nulla, ma almeno non venire assimilata al nemico. La difficoltà di agire politicamente in questo contesto è lampante, così come evidente la soluzione politica: non c’è alternativa al radicamento che contendere questi territori al neofascismo. Questa contesa avverrà sempre più con ogni mezzo necessario, e sempre meno con le bandiere (qualsiasi esse siano, a partire da quella antifascista) in mano. L’antifascismo dovrà viaggiare nelle cose, nelle vertenze, negli scontri con le istituzioni politiche ed economiche che governano i destini della periferia.

Detto altrimenti, dovrà essere un antifascismo sociale, molto pratico e poco teorico, disponibile a stravolgersi per sopravvivere. Consapevole, peraltro, che i “fascisti” nei quartieri non sono i militanti fascisti organizzati. Che la parola fascismo nasconde quel rifiuto verso il centro, nella sua declinazione politica e sociale, che non ha nulla a che fare col neofascismo propriamente inteso. La confusione politica che regna nella periferia è talmente degradata che molti si dichiarano al tempo stesso fascisti e antifascisti, come spesso sentito al Tiburtino III in questi giorni. Antifascisti nel rimando storico del nome, e fascisti come grido di disperazione. E’ difficile che un “vecchio” possa capire questi ragionamenti, ma i giovani colgono questa discrasia immediatamente.

Chi in questi anni recenti ha lavorato politicamente nei quartieri, aprendo sportelli di assistenza sociale o palestre popolari, ha già assimilato questo nuovo modo di intendere l’antifascismo. Chi invece non si è mai posto il problema probabilmente non capirà molto di questo discorso. Questi ultimi continuano ad essere il nemico, tanto dei quartieri popolari quanto della sinistra di classe.

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