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giovedì 22 giugno 2017

Gaza, Mohammed Dahlan corre in aiuto degli ex nemici di Hamas

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Le pressioni dell’Autorità nazionale palestinese, di Israele e dell’Arabia Saudita non sono riuscite a bloccare le autobotti cariche di gasolio, dirette alla centrale elettrica di Gaza, che il Cairo ha inviato per alleviare la mancanza di energia nella Striscia. L’Egitto alla fine ha deciso di rispettare i termini preliminari del clamoroso accordo, ancora in via di definizione, tra quelli che sino a qualche tempo fa erano nemici implacabili: l’ex “uomo forte” del partito Fatah, Mohammed Dahlan, e il movimento islamico Hamas.

L’iniziale blocco del carburante aveva gettato nello sconforto i due milioni di palestinesi di Gaza che affrontano un’altra estate, con temperature elevate, avendo ogni giorno appena 3-4 ore di energia elettrica a disposizione e servizi pubblici ridotti al minimo. A ciò si aggiunge la condizione di decine di migliaia di famiglie senza alcun reddito che sopravvivono solo grazie agli aiuti alimentari che forniscono le agenzie umanitarie e le associazioni religiose.

Lunedì Israele aveva ridotto l’erogazione della sua quota di corrente elettrica alla Striscia da 120 a 100 Megawatt: una decisione presa dopo l’annuncio che l’Anp del presidente palestinese Abu Mazen non pagherà più l’intera bolletta energetica di Gaza. Una misura che – assieme alla riduzione del 30% degli stipendi e delle pensioni per gli ex dipendenti dell’Anp e alle pressioni saudite e americane sul Qatar affinché cessi il sostegno ad Hamas e ai Fratelli musulmani – vuole costringere il movimento islamico a rinunciare al controllo di Gaza che mantiene da dieci anni.

L’accordo tra Dahlan e il leader di Hamas Yahya Sinwar rischia di mandare in fumo i piani di Abu Mazen, convinto che i due milioni di abitanti di Gaza, con il peggioramento delle condizioni di vita, si ribelleranno contro gli islamisti al potere. «Un piano che non ha possibilità di successo» spiega l’analista e docente dell’università al Azhar di Gaza, Mkhaimar Abusada, «la popolazione è molto provata ma non si rivolterà contro Hamas. Il malcontento è forte ma allo stesso tempo la gente non ha fiducia nell’Anp di Abu Mazen. E poi il movimento islamico nei mesi scorsi ha reagito con il pugno di ferro alle manifestazioni di protesta per la mancanza di energia elettrica».

Comunque si svilupperà questa vicenda, Mohammed Dahlan ne uscirà vincitore. Il presidente dell’Anp gli ha fatto terra bruciata intorno dopo averlo buttato fuori da Fatah con l’accusa di corruzione. Ma colui che era considerato il più probabile successore di Abu Mazen prima di essere allontanato, ha confermato che le strette relazioni che mantiene con l’Egitto, i Paesi del Golfo e gli Stati Uniti lo rendono ancora oggi il candidato favorito dell’Occidente, di una parte del mondo arabo e di Israele per la presidenza dell’Anp, malgrado la profonda avversione dei vertici di Fatah. I palestinesi non lo amano, anzi, e vedrebbero con favore (lo dicono i sondaggi) Marwan Barghouti alla presidenza. Ma il più noto dei prigionieri politici palestinesi sconta cinque ergostoli in Israele. E sino a quando tra i possibili successori di Abu Mazen ci saranno personaggi come Mohammed Dahlan, il governo Netanyahu non avrà alcun interesse a liberare (in un eventuale scambio di prigionieri) un “resistente” come Marwan Barghouti.

Dahlan grazie alle donazioni che da tempo garantisce ai poveri di Gaza e al sostegno politico dell’Egitto – che ha rapporti difficili con Abu Mazen e il suo entourage – è riuscito a portare dalla sua parte gli antichi nemici di Hamas interessati ad instaurare buone relazioni con il Cairo. E dopo aver ottenuto dagli egiziani il gasolio per Gaza, ora appare come il “salvatore” di due milioni di palestinesi alle prese con la mancanza di elettricità.

Abu Mazen al contrario agli occhi di una buona parte della sua gente è il “carnefice” che, pur di raggiungere i suoi obiettivi politici, non esita ad aggravare la condizione dei civili di Gaza. Da alcuni giorni Hamas e Dahlan, con la mediazione del capo dell’intelligence egiziana Khaled Fawzy, hanno avviato una trattativa molto complessa. Fonti locali anticipano che, se si arriverà ad un accordo definitivo, l’Egitto aprirà per più giorni al mese il valico di Rafah e darà più elettricità a Gaza. In cambio Hamas agirà con forza contro i jihadisti dell’Isis che dal Sinai cercano rifugio nella Striscia. L’obiettivo politico delle intese è mettere in forte difficoltà Abu Mazen e dargli una spallata.

Dahlan di fatto è diventato il “ministro degli esteri” di Hamas. E potrebbe diventare presidente dell’Anp proprio con l’appoggio degli islamisti, forti anche in Cisgiordania.

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Onu: Israele sostiene i gruppi jihadisti in Siria

di Stefano Mauro

Il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, ha recentemente espresso le sue preoccupazioni riguardo ai contatti tra i militari dell’esercito israeliano ed i miliziani appartenenti ai diversi gruppi jihadisti che si trovano nella parte meridionale della Siria (provincia di Deraa) e nelle Alture del Golan. In un recente report realizzato dall’ONU (8 Giugno), Guterres si è soffermato sull’aumento progressivo di contatti tra le due parti, come è stato verificato dagli Osservatori ONU dislocati nel Golan.

Gli Osservatori hanno documentato almeno 16 incontri tra la forze israeliane ed i miliziani “ribelli” nelle zone di confine che includono “il Monte Hermon, la zona di Quneitra e le Alture del Golan” nel periodo che va da Marzo 2017 fino al mese scorso. Il rapporto prosegue indicando che “relativamente al periodo tra marzo e maggio ci sono stati numerosi incontri tra i militari israeliani ed i miliziani jihadisti lungo il confine con scambio di armi, medicinali e apparecchiature militari”.

Il quotidiano statunitense Wall Street Journal  riporta, proprio in questi giorni, che ”Israele continua a rifornire e sostenere i diversi gruppi ribelli dell’area impegnati nella lotta contro Assad ed i suoi alleati russi, iraniani e libanesi” pur di mantenere una zona cuscinetto dai suoi confini.

Nel 2016 Israele, secondo il quotidiano USA, ha creato un’unità speciale che ha avuto il compito di distribuire aiuti israeliani ai diversi gruppi. Questi aiuti consistevano in “armi, munizioni, stipendi da dare agli jihadisti”.

Intervistato dal WSJ, il portavoce del gruppo “Combattenti del Golan” (gruppo legato ad Al Qa’eda), Motassam al Golani, ha ringraziato Tel Aviv per aver combattuto al loro fianco: indirettamente con la fornitura di armi e direttamente con il sostegno dell’aviazione e dell’artiglieria. Lo stesso Al Golani è arrivato a  dichiarare che “se non fosse stato per Israele, non avremmo mai potuto tenere testa all’esercito siriano di Assad”.

La tv Russia Today (RT) ha ripreso la notizia intervistando altri miliziani. Il capo di un altro gruppo jihadista in Golan, Abu Sahib, ha dichiarato “che come comandante della mia formazione prendo uno stipendio di 5000 dollari all’anno, versati da Israele”. Durante l’intervista il leader del gruppo ha indicato che la collaborazione con Tel Aviv dura dal 2013 ed è stata fondamentale per continuare a contrastare l’esercito lealista di Assad in tutta l’area, visto che “Israele continua ad inviare soldi e armi non solo al nostro gruppo, ma a tutti i gruppi che combattono nel Golan”.

Secondo le autorità di Damasco il report dell’ONU “conferma quello che le nostre agenzie stampa affermano da tempo”. In diverse occasioni, infatti, le truppe lealiste avevano confiscato ai ribelli armi di provenienza israeliana o avevano documentato il trasporto di jihadisti feriti negli ospedali israeliani. In una nota ufficiale Damasco ha aggiunto che “il network jihadista che Israele sostiene in Siria, fornendo armi, è lo stesso dei terroristi che commettono degli attentati in Europa”.

Ufficialmente il governo israeliano di Benyamin Netanyahu ha smentito le accuse sul finanziamento ai gruppi takfiri definendole “false”.  Tuttavia qualche mese fa l’ex ministro della difesa Moshe Ya’alon aveva dichiarato che Daesh (Isis) “si era scusato, per aver bombardato erroneamente Israele per la prima volta”, ammettendo indirettamente i rapporti con i gruppi legati alla galassia jihadista che combattono in Siria.

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Italiani perseguiti in Venezuela? Specchietti del doppio standard di Gentiloni e Raioj

Chi è l’italo-venezuelano ricercato numero uno per aver bruciato vivo un giovane chavista? Enzo Franchini Oliveros è amministratore e azionista della ditta immobiliare che ha avuto contratti dalla brasiliana Odebrecht, la società implicata nel pagamento di fondi neri a tutti i principali esponenti della destra latinoamericana, tra essi Macri e Temer. Franchini Oliveros è ricercato con l’accusa di aver partecipato al linciaggio mortale del giovane chavista Figuera, pestato e bruciato vivo dalle bande anti-Maduro.

Inoltre, la ditta fondata dal padre Maurizio Franchini, aveva avuto un contratto dal Ministero delle opere pubbliche venezuelano per la ricostruzione di un ponte nel 2010.

Franchini appartiene quindi a quei numerosi italiani di quella emigrazione arrivata in Venezuela prima di Chávez, arricchitisi, divenuti borghesia agiata e fieramente contraria a governi che mettono la parte più povera del paese al centro delle riforme sociali che nuocciono alle loro agiate condizioni di vita.

Diverso è il caso di Angel Faria Fiorentini arrestato alcuni giorni fa. Ufficialmente è un paramedico impegnato nell’organizzazione Venerescate, una organizzazione di pronto soccorso medico che però, almeno questo risulta da una ricognizione sulla loro attività, sembra molto più attenta a farsi fotografare sui social network (più Instagram che facebook) che a soccorrere i feriti durante le manifestazioni.

Originario di Molfetta, Angel Faria Fiorentini, è stato fermato in Venezuela, a Chacao, nel corso di una manifestazione contro il presidente Maduro. Sarebbe stato arrestato lunedì e poi trasferito in un carcere. Durante l’udienza preliminare, il legale di Fiorentini, Andrés Perillo, ha riferito che l’accusa è quella di essere un terrorista. Il caso è seguito dalla Farnesina. L’avvocato raggiunto in una trasmissione televisiva, parla di accuse esagerate e pesantissime per Fiorentini e i manifestanti.

A questo punto non possiamo non rammentare che nel paese guidato da Mariano Raioj (la Spagna), che nei giorni scorsi ha fatto un appello congiunto con Gentiloni a sostegno delle forze che in Venezuela intendono rovesciare il governo Maduro, è stata applicata, viene tuttora applicata ed è stata estesa la condanna per la Kale Borroka, cioè manifestazioni in cui avvengono blocchi stradali, danni a mezzi pubblici e danneggiamenti. Questo modello di repressione delle manifestazioni è stato sperimentato prima nei Paesi Baschi e poi esteso a tutta la Spagna,


In Spagna, coloro che verranno considerati colpevoli di atti di vandalismo durante una manifestazione saranno puniti con lo stesso metro di misura finora applicato ai militanti baschi accusati di “kale borroka”, cioè guerriglia urbana. Il che vuol dire 8-10 anni di carcere, e carcere duro, per chiunque all’interno di una manifestazione metta in pratica comportamenti finora più o meno tollerati o perseguiti con leggerezza. Lo stesso dicasi per le pesantissime condanne per devastazione e saccheggio applicate in Italia contro molti manifestanti a partire da Genova 2001 in poi, passando per le manifestazioni del 15 ottobre 2011 a Roma, Cremona nel 2015 e del 1 Maggio 2015 No Expo a Milano.

Due pesi e due misure? Raioj e Gentiloni farebbero meno ad essere meno ipocriti su quanto avviene in Venezuela.

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La strage di Brescia è fascista e di stato. Lo abbiamo sempre gridato in piazza


Lo è come tutte le grandi stragi che dal 1969, piazza Fontana, a quella della della stazione di Bologna, 1980, hanno insanguinato il paese.

Mano fascista, regia democristiana, gridavamo. E voleva dire che sapevamo che le bombe le mettevano sì i fascisti, anche se all’inizio per Milano si inventò la pista anarchica, con Valpreda, per la quale fu ucciso Pinelli. Le bombe le mettevano i fascisti, ma le complicità di stato erano enormi e la sentenza su Brescia ci dà solo il quadro del primo e del secondo livello degli assassini, il bombarolo e il suo protettore nei servizi segreti. Sopra ci sono altri livelli di complicità e coperture nello stato e da parte dello sporco mondo dei servizi USA. E questi ancora l’hanno fatta franca.

Si chiamava strategia della tensione ed era la reazione di una parte dello stato e delle forze e dei poteri reazionari al movimento che stava cambiando il paese a partire dal 1968. E gli USA nel 1967 avevano organizzato il golpe fascista dei colonnelli in Grecia, nel 1973 quello contro il socialista Allende in Cile. Che veniva usato come minaccia contro l’avanzata delle sinistre in Italia, con Kissinger che disse che non voleva gli spaghetti in salsa cilena.

I fascisti erano la lurida manovalanza di queste manovre, e a volte potevano pure sfuggire di mano, come oggi succede con l’ISIS. Ma in ogni caso il potere che li aveva scatenati aveva comunque tutto l’interesse a coprirli. Da qui decenni di depistaggi ed insabbiamenti, sui quali la sentenza sulla strage di Brescia getta totale e definitiva vergogna.

Noi allora come oggi avevamo dalla nostra le parole di Pasolini, che poco prima di essere ucciso scrisse: Io so, non ho le prove, ma so... Ecco noi sapevamo, noi sappiamo.

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L’Ucraina “libera e europea” del premio Nobel Svetlana Aleksievič

Quando due anni fa il Nobel per la letteratura andò alla bielorussa Svetlana Aleksievič, tra le decine di commenti apparsi sul sito web di Komsomolskaja pravda, c’era chi lo aveva associato al Nobel per la pace dato a Barack Obama e poi ci si domandava: “A chi danno il premio? Solo a chi sputa sulla Russia”; a lei “che è sempre stata la stella di Radio Svoboda”; e “Tutti sanno che è stata proprio la CIA a decretare il Nobel per la letteratura a Pastenak, Brodskij e Solženitsin” e così via.

Svetlana si era subito distinta, nel 2015, per le proprie considerazioni sul conflitto in Ucraina, visto come “occupazione” russa, diretta conseguenza del fatto che “l’individuo russo, che negli ultimi 200 anni ha combattuto per quasi 150 anni” e “per 70 anni è stato ingannato e poi ancora per 20 anni derubato”, ha dato vita a soggetti “molto aggressivi e pericolosi per la pace”.

A distanza di due anni, Svetlana si è ripetuta nei giorni scorsi, in un’intervista all’agenzia Regnum. “La società ha perso i punti di riferimento. E dato che noi siamo il paese delle guerre e delle rivoluzioni e, soprattutto, abbiamo la cultura della guerra e della rivoluzione, dopo eventuali fallimenti storici, come la perestrojka” torniamo “a quello che conosciamo: alla condizione bellica, militarista. Questa è la nostra condizione normale”. E dato che il sangue che scorre nelle vene di Svetlana è bielorusso per parte di padre e ucraino da parte materna, ecco che “nemmeno nell’incubo più terribile avremmo potuto immaginare che i russi avrebbero sparato sugli ucraini”. Qualcuno dovrebbe dire a Svetlana che, invece, parecchie decine di migliaia di civili del Donbass non si sono più risvegliati dall’incubo, disgraziatamente vero, dei mortai pesanti, dei razzi e delle artiglierie ucraine, che da tre anni sparano per davvero sulla popolazione russofona del Donbass.

E se qualcuno – nel caso specifico, l’intervistatore Sergej Gurkin – le fa notare che, in origine, c’è stato un colpo di stato a Kiev, lei se la cava con un “No, non è stato un golpe. Questa è una sciocchezza. Lei guarda troppo la televisione. Non si è trattato di un colpo di stato. Come lavora bene la televisione russa! I democratici avrebbero dovuto utilizzare altrettanto bene la televisione. Non è stato un colpo di stato. Lei non ha idea di quanta povertà ci fosse... quanto depredassero. La gente voleva un cambiamento di governo. Io sono stata in Ucraina e la gente semplice mi ha raccontato... avevano due nemici: Putin e l’oligarchia, la cultura della corruzione”.

E’ così che al potere sono arrivati i “democratici”: Porošenko e la sua cerchia, che “non sono fascisti. Vogliono solo separarsi dalla Russia ed entrare in Europa”. E’ dunque naturale che ora “abbattano i monumenti comunisti, che anche noi dovremmo abbattere e mettono al bando i programmi televisivi russi”. E Svetlana è così convinta della democraticità della junta ucraina, che “non crede” che ora a Kiev ci sia molto meno libertà di parola e alla domanda se sa chi fosse Oles Buzina, il giornalista e conduttore televisivo freddato nell’aprile 2015, Svetlana sentenzia che “ciò che diceva aveva provocato esasperazione”. Dunque, le chiede Gurkin, “persone come lui vanno ammazzate?”: la risposta è tutta da Nobel, ma per la pace “Non dico questo. Però comprendo i motivi di coloro che l’hanno fatto”.

Insomma, per farla breve, Svetlana, pur ammettendo di non esserci mai stata, sa che “la Russia è entrata nel Donbass”; lo sa perché “anche io guardo la tv e leggo le cose di coloro che ne scrivono. Persone oneste. Quando la Russia è andata là, volevate che vi accogliessero coi mazzi di fiori?”. E, d’altronde, anche nella Russia degli anni ’90, il problema fu che il processo era condotto da “persone non libere: erano gli stessi comunisti, solo con un altro segno”. E chi sarebbero le persone che Svetlana giudica libere? “Diciamo, gente con un punto di vista europeo. Più umanitari”, come coloro che vivono nei “Paesi liberi, quali Svezia, Francia, Germania. Anche l’Ucraina vuol essere libera, a differenza di Russia e Bielorussia”. E dopo molte omelie a proposito di democrazia e libertà occidentali, Gurkin chiede a Svetlana perché ritenga che a Kiev si abbia il diritto di protestare, mentre non possano farlo, nel Donbass, coloro che non giudicano Stepan Bandera un eroe. Ne risulta che i russi del Donbass non ne abbiano il diritto, perché “là ci sono i tank russi, le armi russe, i mercenari russi. Voi siete penetrati in un paese straniero; là ci sono mezzi militari russi; tutti sanno chi abbia abbattuto il Boeing” malese...

Il commento di Komsomolskaja Pravda è che molte persone comuni di “Odessa e di Kharkov, che nel 2014 manifestavano contro majdan, potrebbero rispondere con solidi argomenti alle parole di Svetlana. Peccato che “gli uni siano morti bruciati nella Casa dei Sindacati e gli altri siano ancora in galera per il loro dissenso. Altri ancora sono semplicemente impauriti e purtroppo diventano sempre meno coloro coloro che hanno il coraggio di parlare contro Kiev”. Solidi argomenti potrebbero contrapporre a Svetlana anche i quasi 200 bambini e le decine di migliaia di civili morti in DNR e LNR sotto le artiglierie ucraine. A majdan, dice Svetlana, c’è stata una “rivoluzione della dignità”, mentre non riconosce alcun diritto di autodeterminazione alla Crimea; non c’è libertà in Bielorussia e in Russia, mentre c’è una grande nazione europea, l’Ucraina. Così grande, si può aggiungere, che deve ancora prendere le bacchettate sulle mani dagli agenti del FMI, per accelerare le “riforme europeiste”: innalzamento dell’età pensionabile e “privatizzazione e sviluppo del mercato fondiario”, con l’eliminazione della moratoria sulla privatizzazione dei terreni agricoli, come preteso dalle varie Cargill, Monsanto, Dupont, AgroGeneration, che già prima del golpe del febbraio 2014 avevano puntato i propri appetiti sulle fertili terre nere dell’Ucraina occidentale e meridionale.

Questa è l’attuale “condizione normale” della “Ucraina che vuol essere libera” secondo il modello Nobel.

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Torino. La follia repressiva, lo stato di polizia che avanza

A distanza di più di 24 ore dagli ormai noti fatti di Piazza Santa Giulia, dopo una giornata di dichiarazioni contradditorie in cui si è distinta, per squallore miserevole e conformistico calcolo politico, ancora una volta, la sindaca Chiara Appendino, torniamo a ragionare su quanto avvenuto in uno dei luoghi di ritrovo della “movida” torinese, nel quartiere Vanchiglia, continuando ad oscillare tra lo sbigottimento e l’incredulità da una parte, ma allo stesso tempo essendo pervasi da una profonda preoccupazione che richiede adeguate risposte.

Ricostruendo la dinamica dell’accaduto, si parte dalle 20 di ieri sera, quando la piazza dei locali viene militarizzata con decine di poliziotti e camionette in assetto antisommossa apparentemente senza motivo. Il pretesto non dichiarato è la contestazione ad una pattuglia di polizia, la scorsa settimana, durante un controllo anti-alcool e contro i venditori abusivi, nei quartieri di San Salvario e Vanchiglia, a seguito di una ordinanza firmata dalla Giunta Appendino, come risposta ai fatti successi in piazza San Carlo durante la finale di Coppa dei Campioni.

Già di per sé l’occupazione militare di una piazza dove la gente va a bersi un aperitivo e rilassarsi dopo una giornata di lavoro o di studio costituiva un fatto anomalo e sicuramente un segnale ai frequentatori della piazza; la cosa si fa più pesante quando i reparti iniziano a schierarsi agli ingressi della piazza, a controllare documenti, a muoversi in plotoni in mezzo alla gente seduta ai tavoli o per terra in modo che definire provocatorio è un eufemismo.

Passano due ore, nelle quali la polizia cerca in tutti i modi di trovare una scintilla per legittimare una presenza altrimenti assurda e nel frattempo qualcuno nella piazza inizia a lamentarsi; la situazione sembrava irreale ma tuttavia tranquilla e, per fortuna, dopo un po’ la polizia pareva cominciare ad andarsene.

Rimane un gruppo di agenti in borghese che inizia a rallentare questa uscita di scena, ed è a questo punto che la gente inizia ad inveire contro di loro chiedendogli con veemenza di andarsene; ed è questo il pretesto, per la digos, per richiamare gli agenti e mettere in atto il copione già in programma.

Le scene successive sono quelle che ormai tutti hanno visto, dei molti video girati sul web, con la polizia che inizia a caricare indistintamente la piazza, manganellando chiunque fosse a tiro, compresi gli avventori dei bar, tra cui anche famiglie con bambini e camerieri che lavoravano, distruggendo tutti i dehors e i tavoli e costringendo la gente a rifugiarsi nei bar. Lo scenario finale di questa violentissima azione poco ha da invidiare a quello lasciato qualche settimana fa in piazza San Carlo e per cui era stata fatta l’ordinanza in questione.

Bilancio della serata e dell’operazione: 4 fermati, molti feriti, locali distrutti, gente scioccata.

Ci pare più che ovvio che i motivi di questa operazione vadano ben oltre l’ordinanza sui venditori abusivi. In nessun modo può essere giustificabile un simile schieramento per un semplice controllo di un’ordinanza comunale sulla vendita dell’alcol, una simile militarizzazione è quanto mai spropositata e l’intento della questura era chiaramente quello di scatenare quello che è poi avvenuto.

Nemmeno l’episodio della scorsa settimana può legittimare, neanche lontanamente, ciò che è accaduto ieri. In nessuno stato di diritto dovrebbe vigere la logica della rappresaglia poliziesca, come quella esibita ieri nel comportamento tenuto dalle “forze dell’ordine”. Il cui intento era chiaramente quello di “dare una lezione”, picchiando, fermando gente e spaventando i frequentatori della piazza, poco importa se ad andarci di mezzo sarebbero stati pure i commercianti.

Un simile innalzamento di livello, trasportando atteggiamenti fino ad oggi visti solo negli stadi e nei cortei, nella gestione della vita ordinaria di una città, è un atteggiamento nuovo, figlio della logica imposta dal Decreto Minniti che sembra ormai lasciare carta bianca agli organi repressivi dello Stato anche nella gestione politica della società, in una logica propria dello “stato di emergenza nazionale” che si vede in altri stati dell’Unione Europea, in un prospettiva di fascistizzazione della società.

L’Italia probabilmente cerca di non restare indietro nella generale stretta repressiva europea: in assenza di attentati, è bastata la psicosi terrorismo per innalzare i livelli di controllo e limitare la libertà dei cittadini, abituando la popolazione ad una gestione manu militari della crisi.

La giunta 5 Stelle sta solo legittimando questa logica. Dopo la pessima figura fatta con l'incapacità di gestire un evento come quello in piazza San Carlo, la sindaca Appendino ha pensato bene di puntare a riconquistare voti e consenso accontentando quella parte forcaiola di città che chiedeva maggiore controllo e polizia nei quartieri della Movida; naturalmente stando bene attenta a non colpire piccoli commercianti e proprietari dei locali, ma limitandosi ad attaccare gli ultimi del carro: venditori ambulanti e chi non si può permettere di bere nei locali.

Così facendo ha lasciato carta bianca alle forze dell’ordine delegando al Questore la gestione di un complicato aspetto della vita cittadina.

Tuttavia sarebbe ingenuo pensare che dietro le cariche di ieri possa esserci una volontà di inasprire e rompere i già fragili rapporti tra 5 Stelle e movimenti sociali, che nonostante anni di collaborazione nella lotta NoTav, si vanno sempre più inaridendo a seguito delle mancate politiche di rottura e delle ambigue prese di posizione nei confronti della follia repressiva che la questura torinese sta mettendo in campo. Questo episodio rappresenterà uno spartiacque per il Movimento 5 Stelle, dal quale non ci attendiamo nulla di particolare, ma all’interno del quale è evidente la crescita di frizioni sempre più insanabili.

Questo episodio non parla solo a Torino e di Torino, ma parla di quella che forse vuole diventare la futura logica di gestione dell’ordine pubblico nelle metropoli, in un clima politico che si fa sempre più torbido.

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Contropiano finisce sulla lista nera dei sionisti “de noantri”

Un lettore ci segnala che il nostro giornale è finito nella black list dei siti web messi all’indice dal Rapporto sull’antisemitismo in Italia 2016. Il rapporto viene stilato periodicamente e da diversi anni, come esso stesso ammette, è in difficoltà per “mancanza di materia”. In Italia non ci sono episodi riconducibili all’antiebraismo che giustifichino allarmi o liste nere. Al contrario si potrebbe scrivere, come è stato fatto ma ignorato da investigatori e magistratura, un ampio dossier sulle aggressioni dei gruppi squadristi-sionisti, espressione di una minoranza della comunità ebraica romana, contro attivisti solidali con i palestinesi. Non solo. Si potrebbe scrivere un ampio dossier sulle ripetute ingerenze e minacce dell’ambasciata israeliana e di alcune associazioni ebraiche contro università e istituzioni pubbliche tese ad impedire lo svolgimento di assemblee, convegni, dibattiti sulla questione palestinese.

Ma non è nostra abitudine rigirare la frittata ed evitare di entrare nel merito della questione. Il Rapporto sull’antisemitismo in Italia è stato costretto a riempire 70 pagine per giustificare la sua esistenza. Ma, come già detto, in assenza di episodi seri, documentabili e reali, è costretto a segnalare questioni marginali (passaggi in spettacoli teatrali, foto sui profili personali su facebook etc.) piuttosto che fatti rilevanti.

Eppure nel rapporto sull’antisemitismo c’è qualcosa che merita di essere segnalato. E’ l’introduzione che va letta, segnalata e sottolineata come pericolosa. Infatti il rapporto si apre con una lunga analisi sull’immigrazione in Italia e la connette con il terrorismo, facendo cioè la stessa operazione ideologica della destra fascista e dei gruppi dirigenti filo-israeliani. Questo approccio, ad esempio, spiega anche l’assordante silenzio delle organizzazioni ebraiche italiane contro le scritte, le intimidazioni e i raid fascisti contro i negozi degli immigrati. Per una comunità che, giustamente rifacendosi a episodi che hanno anticipato il buio del nazifascismo in Europa, suona l’allarme quando i fascisti danneggiano o prendono di mira negozi di esercenti della comunità ebraica, sarebbe stato apprezzabile e auspicabile che lo stesso allarme e indignazione fosse stato lanciato quando vengono presi di mira negozi di bengalesi, magrebini etc.

Una denuncia che non solo avrebbe avuto un grande valore, ma avrebbe anche smantellato ogni pregiudizio nella società sulla “separazione” delle comunità ebraiche dagli altri soggetti che questa società la animano e la rappresentano, e che non possono essere intimiditi o minacciati per la loro religione, cultura, origine. Quello che all'introduzione del Rapporto sull’antisemitismo in Italia sfugge consapevolmente, è che in Italia nel 2016 nei confronti dei cittadini di origine ebraica non c’è alcuna segregazione razziale, alcun razzismo ma al massimo un residuo di pregiudizio razziale a livello sociale. Nei confronti degli immigrati si sta invece andando nella direzione opposta con leggi dello Stato (vedi la Legge Minniti-Orlando sul doppio standard giuridico) e con un razzismo alimentato e incentivato dalle stesse istituzioni. Non può non venire a mente la parabola di Brecht su chi sono venuti a prendere prima.

Il problema è che settori crescenti delle comunità ebraiche nel nostro paese, esattamente come avvenne con la fase anticomunista dei primi passi del nazismo e del fascismo, condivide questo approccio, sentendosi, per ora e ancora, parte dell’establishment e non comunità a rischio.

Infine veniamo al nostro giornale. Siamo finiti nel Rapporto sull’antisemitismo per aver pubblicato il 17 aprile del 2016 un articolo dello studioso marxista statunitense James Petras. Siamo orgogliosi di averlo fatto e lo ripubblichiamo (cliccate questo link per leggerlo).

James Petras è un ex docente universitario che ha analizzato, scritto, documentato per decenni la lotta antimperialista in America Latina. In patria, per le sue posizioni che coerentemente erano a sostegno della lotta dei palestinesi per l’autodeterminazione, si è dovuto scontrare con i potentissimi apparati ideologici di Stato con cui le autorità israeliane influenzano anche la politica Usa. Lo ha documentato in un libro, lo ha scritto nel saggio che abbiamo pubblicato e che rivendichiamo di aver fatto.

Ci colpisce piuttosto il dato che spesso sul nostro giornale siamo stati anche più severi di James Petras contro il sionismo e il progetto coloniale che rappresenta. Curioso che sia andato all’occhio solo il saggio dello studioso statunitense. La nostra lotta contro gli apparati ideologici dello Stato israeliano è frontale e aperta,

Qui sotto potete leggere il passaggio del Rapporto sull’antisemitismo che riguarda Contropiano. In fondo il pdf per chi volesse leggerselo integralmente. Antisionisti sempre, razzisti mai!!
“Articolo antisemita pubblicato da “Contropiano giornale comunista online. Pubblicazione diretta da Sergio Cararo con sede a Roma, che edita articoli ispirati all’ideologia antisemita e antisionista. Un esempio di questo approccio è costituito da: “La dottrina della “razza superiore”: il legame fra Israele ed il mondo del Sionismo” di James Petras, pubblicato il 17 aprile 2016. L’autore è un attivo e prolifico polemista antisemita che utilizza canali digitali e cartacei per diffondere le sue analisi sui “pluto-sionisti” e il “suprematismo ebraico”. In Italia la casa editrice Zambon ha pubblicato nel 2007 il suo “USA: padroni o servi del sionismo? I meccanismi di controllo del potere israeliano sulla politica degli USA”. L’articolo “La dottrina della “razza superiore”: il legame fra Israele ed il mondo del Sionismo” è stato rilanciato da altri network digitali, come “Forum Palestina”, e da profili sui social networks. Il breve saggio che mescola antisionismo e cospirativismo” 
Il rapporto integrale

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