Presentazione


Aggregatore d'analisi, opinioni, fatti e (non troppo di rado) musica.
Cerco

giovedì 23 novembre 2017

I soldi dei servizi segreti per influenzare i mass media

Il Sole 24 Ore è un giornale propriamente padronale, nel senso che il suo azionista di riferimento è Confindustria, ossia l’associazione dei “padroni” (sempre più distinti tra azionisti e manager, ma contro di noi vanno d’accordissimo). Eppure su molte cose spesso non ha perso gli spunti del vero giornalismo d’inchiesta.

Un articolo uscito il 16 novembre scorso, ha svelato non solo l’esistenza di molti conti bancari dei servizi segreti – l’Aisi in questo caso – dentro la Banca Popolare di Vicenza, (oggi al centro di una nuova tormenta bancaria), ma anche e soprattutto l’obiettivo di questa liquidità finanziaria dei servizi segreti: far arrivare soldi a chi in qualche modo è vicino o dà una mano all’attività dei servizi. Si tratta dei cosiddetti agenti di influenza (“attività condotta da soggetti, statuali o non, al fine di orientare a proprio vantaggio le opinioni di un individuo o di un gruppo”; definizione vaga, o comunque vasta, che inquadra ambiti tipici della politica).

Tra questi, è scritto testualmente, una tipologia di influencer davvero particolare: “Ci sono giovani autori e registi di fortunatissimi programmi di infotainment di tv nazionali private, conduttori di trasmissioni di successo sulla radio pubblica, fumettisti vicini al mondo dei centri sociali”. Cominciano così ad essere più chiare le motivazioni di alcune “sovraesposizioni” o, al contrario, omissioni e rimozioni nel sistema informativo del nostro paese. Del resto il caso dell’agente Betulla (l’ex vicedirettore di Libero, Farina, ndr) non è ancora finito nel dimenticatoio.

Quindi si conferma l’attenzione dei servizi segreti verso soggetti che hanno il compito di “influenzare” l’opinione pubblica tramite i talk show o trasmissioni, o addirittura in settori di movimento. Naturalmente in cambio di una munifica ricompensa monetaria. L’inchiesta del Sole 24 Ore si guarda bene dal rivelare i nomi di questi beneficiari dei finanziamenti dei servizi segreti nel mondo dei media e dei centri sociali, adducendo difficoltà (anche se dai dettagli si capisce che ne sono perfettamente a conoscenza tramite documenti “letti in chiaro”), ma la loro funzione emerge in modo piuttosto esplicito.

Occorre evitare come la peste la logica del sospetto indiscriminato, che ha la storica funzione di seminare tensioni, disgregazione, divisioni e recriminazioni che aumentano le difficoltà di ricomposizione di un fronte di classe; ma occorre smettere di essere ingenui e fare altrettanta attenzione proprio a quegli agenti di influenza – nei media e non – che operano per creare tensioni, disgregare, dividere, disorientare e alimentare recriminazioni infinite, che ritardano o ostacolano i possibili processi di avanzamento del conflitto sociale e di una sua espressione politica organizzata e non strumentalizzata dai fascisti.

Riuscire a scoprire chi, nel mondo dei mass media o magari più vicino ad ambiti “di movimento”, è stato destinatario di uno o più bonifici tramite la Banca Popolare di Vicenza aiuterebbe a ricostruire un quadro. A liberarsi di qualche piattola fastidiosa. Potrebbe essere solo questione di tempo.

Qui di seguito il testo dell’articolo de Il Sole 24 Ore sui conti correnti della Banca Popolare Veneta.

*****

La Popolare di Vicenza e i conti dei servizi segreti

Nicola Borzi

Quasi 1.600 operazioni bancarie, in ingresso e in uscita, per un controvalore di oltre 642 milioni, in un periodo compreso tra il 17 giugno 2009, all’epoca del quarto governo Berlusconi, e il 25 gennaio 2013, durante il governo Monti. Di queste transazioni ben 425, per 43,2 milioni, erano in capo all’Agenzia informazioni e sicurezza interna (Aisi) e altre 20, per 6,2 milioni, alla gemella Aise.

Il singolo trasferimento di fondi più “pesante” è datato 16 marzo 2012: 88,5 milioni. Molti pagamenti sono stati realizzati tramite comuni strumenti di home banking. Date, identificativi, numeri di conto, causali: noleggi di auto e moto, saldi di fatture a fornitori, versamenti a società e persone, quietanze di affitti. Soprattutto nomi. Questo è l’“estratto conto” della Presidenza del Consiglio e dei Servizi segreti nazionali contenuto in decine di pagine di documenti “in chiaro” che Il Sole 24 Ore ha potuto visionare. Una costante unisce questa mole di dati: provengono tutti dal gruppo Banca Popolare di Vicenza.

Il materiale di questo “BpVi leaks” va letto come un “estratto conto”: una selezione, appunto, dei legittimi rapporti bancari intercorsi tra Palazzo Chigi e l’allora Popolare. Rapporti il cui inizio potrebbe essere retrodatato probabilmente ai primi anni 2000 e forse anche prima. Di certo BpVi non è stata l’unica banca operativa con i Servizi: lo testimoniano tre giroconti con Bnl, datati 15 febbraio 2010, per un totale di 9 milioni registrati dall’Aisi nella filiale romana numero 895 — non più operativa — di Banca Nuova.

Quanto ai nomi, è impossibile stabilire se le identità siano reali, poiché con i normali strumenti giornalistici non è dato verificarli né accertare eventuali omonimie. Ma i controlli condotti sulle fonti aperte avvalorano l’impianto complessivo dei file, che appaiono consistenti. Insieme a schiere di anonimi sparsi in tutta Italia, tra i beneficiari dei versamenti ci sono i nomi di contabili del ministero dell’Interno «inquadrati nel ruolo unico del contingente speciale della Presidenza del Consiglio dei ministri», personale della Protezione civile e del Dipartimento Vigili del fuoco, funzionari del Consiglio superiore della Magistratura. Poi avvocati, dirigenti medico-ospedalieri, vertici di autorità portuali e di istituzioni musicali siciliane.

Ci sono giovani autori e registi di fortunatissimi programmi di infotainment di tv nazionali private, conduttori di trasmissioni di successo sulla radio pubblica, fumettisti vicini al mondo dei centri sociali. Ma soprattutto i vertici dell’intelligence italiana, dotati di poteri di firma sui conti, e alti funzionari territoriali dei Servizi e delle forze dell’ordine: ufficiali del Carabinieri con ruoli in sedi estere, ispettori della Polizia di Stato coinvolti nel processo dell’Utri del 2001, dirigenti dell’ex centro Sisde di Palermo già noti alle cronache per vicende seguite all’arresto di Totò Riina. C’è pure un anziano parente del “capo dei capi” di Cosa Nostra (o qualcuno con lo stesso nome). E ci sono impiegati di Banca Nuova. O, ripetiamo, loro omonimi.

Oltre ai Servizi e a BpVi, un solo soggetto ha tutti gli strumenti per dare risposte precise: è la padovana Sec, il centro servizi informatici che, prima del salvataggio del Fondo Atlante e della cessione a Intesa Sanpaolo, era partecipato da una decina di soci capitanati da BpVi (la capogruppo deteneva il 47,95% del capitale di Sec, Banca Nuova l’1,66%) e Veneto Banca (con il 26,13% del capitale).

Il database della Sec è la chiave per capire quali legami collegavano Vicenza ai servizi segreti della Capitale e di Palermo: partendo, ad esempio, dai codici relativi alla banca (33 identifica l’ex Popolare Vicenza, 61 invece Banca Nuova), a quelli delle filiali, all’identificativo del cliente (il cosiddetto “Ndg”) e al numero di conto. Proprio l’istituto siciliano del gruppo BpVi è centrale, per più di un motivo, in queste carte. Alcuni addetti della Sec, che in questi giorni seguono la “migrazione informatica” al gruppo Intesa Sanpaolo, sono di certo in grado di ricostruire la mappa delle informazioni.

La società consortile di informatica per il settore creditizio non è stata, dunque, soltanto un hub tecnologico. Non pare un dettaglio casuale il fatto che Samuele Sorato, l’ex consigliere delegato della Vicenza, avesse iniziato la propria scalata interna al gruppo BpVi partendo come semplice ragioniere programmatore proprio da Sec. Né lo è il fatto che il braccio destro nonché uomo di fiducia di Gianni Zonin non abbia mai abbandonato la carica di presidente della società di servizi padovana, sino ai dissidi con Zonin e alle sue dimissioni del maggio 2015. Lo stesso Samuele Sorato, secondo alcune fonti, avrebbe esercitato un forte controllo diretto sulla Sec. Eppure, sempre secondo queste fonti, i sistemi di sicurezza del database di Sec sarebbero inadeguati: «Il sistema informativo è carente sotto tutti i profili».

Che i sistemi informatici del gruppo Popolare di Vicenza fossero attentamente monitorati dall’interno è indicato anche da alcune recenti dichiarazioni rilasciate alla Commissione d’inchiesta parlamentare sulle banche, secondo le quali durante le ispezioni di vigilanza le procedure informatiche dell’ex Popolare di Vicenza erano costantemente a rischio di essere disattivate “dall’alto” in qualsiasi momento, a seconda della bisogna. La scelta della Vicenza come interfaccia bancaria di Palazzo Chigi pare dunque basata più su logiche “politiche” che di qualità dei servizi — con o senza l’iniziale maiuscola.

Fonte

Amazon. Nel nodo di Piacenza i lavoratori scioperano per il Black Friday

I moderni schiavi del lavoro nel tempio della circolazione delle merci – Amazon – hanno convocato uno sciopero nello strategico giorno del Black friday, che tradizionalmente, da sempre negli Stati Uniti ed ora anche qui da noi, viene dedicato ai saldi fuoristagione, soprattutto per i prodotti tecnologici.

Lo sciopero riguarda il centro di Amazon a Piacenza, dove lavorano circa 4mila persone e i lavoratori chiedono un miglior trattamento economico. A conferma che nel settore strategico della logistica i lavoratori hanno potere contrattuale, per farsi sentire dalla multinazionale americana, hanno scelto il momento in cui questa ha lanciato, anche in Italia, forti promozioni per il Black friday.

Nel centro di Castel San Giovanni (Piacenza), aperto dieci anni fa con un centinaio di dipendenti, oggi lavorano duemila lavoratori con contratto a tempo indeterminato e altrettanti con contratti di lavoro somministrato per affrontare i picchi di lavoro. Lo sciopero comincerà con il turno mattutino di venerdì e terminerà con l’inizio dello stesso turno di sabato. “Non c’è stata da parte di Amazon Italia – denunciano i sindacati – alcuna apertura concreta sull’aumento delle retribuzioni o della contrattazione del premio aziendale, considerando anche la crescita enorme di questi anni. I ritmi lavorativi non conoscono discontinuità, le produttività richieste sono altissime e il sacrificio richiesto non trova incremento retributivo oltre i minimi contrattuali”.

La replica della multinazionale statunitense è stata che “I salari dei dipendenti di Amazon sono i più alti del settore della logistica e sono inclusi benefit come gli sconti per gli acquisti su Amazon.it, l’assicurazione sanitaria privata e assistenza medica privata”. Non solo. “Amazon offre inoltre opportunità innovative ai propri dipendenti – si legge ancora nella nota diffusa dall’azienda – come il programma Career Choice, che copre per quattro anni fino al 95% dei costi della retta e dei libri per corsi di formazione scelti dal personale”. In pratica si tratta di quel welfare aziendale che è una maledizione sia per i diritti sociali che il salario differito.

Ma l’altissimo tasso di sfruttamento dei lavoratori di Amazon e salari non certo favolosi, hanno visto mettere fine ad una favoletta. Lo sciopero nel giorno del Balck Friday è un segnale interessantissimo del potere che i lavoratori della logistica possono mettere in campo contro i padroni.

Fonte

Pensioni e Unione Europea. Ecco perché

Un vecchio governo democristiano avrebbe sicuramente evitato questo crisi da burla con la CGIL. Infatti, cosa sarebbe costato promettere che non ci sarebbe stato l’innalzamento dell’età della pensione da 66 anni e 7 mesi a 67 anni? Già oggi l’asticella della quiescenza è stata elevata a limiti intollerabili sia per le persone che lavorano, sia per quelle che un lavoro non lo trovano anche perché si va in pensione troppo tardi.

CGIL CISL UIL non chiedevano né hanno mai chiesto la cancellazione della legge Fornero, ma solo di non alzare ancora, almeno per un po’, un’età della pensione che è già la più alta d’Europa. Un governo di una volta avrebbe concesso questa misera vittoria a sindacati che da tempo non chiedono più niente, avrebbe rinviato lo scatto d’età e ci avrebbe fatto sopra un po’ di campagna elettorale. E CGIL CISL UIL avrebbero festeggiato. Il tutto, lo ripetiamo, al prezzo di una misura, non far andare in pensione dal 2019 cinque mesi dopo, socialmente irrilevante.

Invece Gentiloni ha tenuto duro: il folle automatismo che lega pensione e aspettativa di vita, una delle regole più assurde e jettatorie che il liberismo abbia inventato, gli scatti periodici dell’età pensionabile, non si toccano.

La sola cosa che il governo ha potuto fare è stata inventarsi fumose esenzioni qua e là, per addolcire la pillola. Così CISL e UIL han dovuto fare sfoggio della loro libidine di servitù, mentre la CGIL non ha approvato, ma naturalmente si è ben guardata dal fare la sola richiesta vera, cioè l’abolizione della legge Fornero.

Perché è andata così? Perché governo e CGILCISLUIL non han trovato quell’accordo che avrebbe accontentato tutti loro, senza cambiare davvero nulla per nessuno?

La letterina della Commissione UE appena giunta al governo italiano chiarisce tutto. I burocrati europei confermano che la legge Fornero è un tabù intoccabile. E che il governo si è già formalmente impegnato su questo, ottenendo così il rinvio a dopo le elezioni dei nuovi tagli richiesti.

In sostanza Padoan ha promesso a Bruxelles la rigidità sulle pensioni, anche nella forma, e ha regalato al governo che verrà il compito di un nuovo massacro sociale. La UE è stata flessibile per otto mesi, tre in più di quelli che avrebbero rallentato il meccanismo della legge Fornero.

Dunque tutta la trattativa governo sindacati, sulla quale ha sprecato titoli l’informazione di regime, è stata un teatrino. Perché tutti sanno che o si rompe con i burocrati UE, o il massacro pensionistico italiano continua. Tutti lo sapevano e nessuno ne ha parlato.

L’Italia è come la Grecia, ci sono temi quali le pensioni, i diritti sociali e del lavoro, che sono già stati consegnati in pegno a banche, finanza e Unione Europea. O si rompe con questi usurai, o continuerà l’imbroglio di chi parla a vanvera di lavori usuranti, solo per nascondere la soppressione del diritto costituzionale alla pensione.

Fonte

mercoledì 22 novembre 2017

A Lugansk regna l’incertezza

Notizie sempre più contraddittorie dalla Repubblica popolare di Lugansk, sul conflitto che da lunedì scorso (in realtà, da molto prima) vede contrapposti il Presidente della LNR, Igor Plotnitskij e il Ministro degli interni Igor Kornet.

Si va da voci di appoggio del Cremlino al Ministro degli interni (a questo punto, difficile dire chi dei due rivesta ancora la propria carica) Kornet, contro il leader Igor Plotnitskij, ad altre di una fuga a Mosca dello stesso Plotnitskij. E mentre la Russia smentisce le voci di un appoggio a questa o quella delle parti, ieri pomeriggio si era addirittura adombrato un coinvolgimento dei vertici della DNR, che avrebbero tentato di unificare le due Repubbliche popolari, con capitale Donetsk. Tant’è che ieri sera, erano apparsi in rete alcuni video in cui si mostrava una colonna di mezzi blindati che, apparentemente, data l’oscurità, avrebbero dovuto appartenere alle milizie della DNR e che si stavano dirigendo verso Lugansk.

Fatto sta che, al momento, sembra che il centro della capitale della LNR continui a esser presidiato da reparti armati: non si capisce bene agli ordini di chi, se del Ministero degli interni o della presidenza della repubblica. Ieri, si era anche fatto notare che l’agenzia ufficiale (GTRK) di informazioni della LNR, aveva dato conto solo delle dichiarazioni di Kornet, circa la smentita del suo esautoramento da parte di Plotnitskij e avrebbe omesso qualsiasi dichiarazione di quest’ultimo. Stamani però Russkaja Vesna riporta un breve video, trasmesso dalla stessa GTRK, in cui Plotnitskij dà conto della situazione e conferma l’esautoramento di Kornet e la sua sostituzione con Vladimir Čerkov, il quale, d’accordo con il Ministro per le situazioni d’emergenza Sergej Ivanuškin, sta tentando di venire a capo “del tentativo di colpo di stato”.

Sullo sfondo, rimane comunque lo smascheramento di una rete di sabotatori ucraini, che sarebbero penetrati nel territorio della Repubblica popolare, con l’appoggio o la connivenza di questa o quella – a questo punto ogni certezza è molto vacillante – delle alte cariche della repubblica. Che tale rete sia molto attiva, sia all’interno della LNR che della DNR, sembra essere l’unico fatto certo; quale apparato di vertice della LNR abbia facilitato il lavoro di diversione, appare molto più difficile da appurare.

Dunque, per tutto il resto, non si può che parlare di voci. Così, nella tarda serata di ieri, il sito Vzgljad riportava le dichiarazioni di un miliziano della DNR, secondo cui Plotnitskij sarebbe volato a Mosca, avendo perso il controllo della situazione. Ma, sempre tra le altei voci, la Tass riporta quelle della smentita da parte del Cremlino su un presunto appoggio di Mosca a “precisi personaggi politici” della LNR, facendo quindi intendere di non parteggiare per nessuna delle due parti – cosa difficile da credere. Smentita anche da parte del Ministero della difesa della Repubblica popolare di Donetsk la voce di un coinvolgimento della DNR negli avvenimenti della LNR. La stessa “fonte” che aveva parlato del sostegno di Mosca a Kornet, avrebbe detto anche che “se Donetsk è abbastanza indipendente dal Cremlino e si possono dipingere i loro rapporti come di protettorato non particolarmente pesante, per quanto riguarda Lugansk, Mosca tenderebbe a correggere alcuni processi in corso nella LNR e ad aumentare la propria influenza”. Inoltre, qualcuno a Mosca sembra ritenere che “il caos odierno a Lugansk sia in parte anche il risultato della tattica non del tutto accorta del leader della LNR”.

Dunque, vista la situazione odierna, diventa difficile anche dare una valutazione certa degli avvenimenti di un anno fa, tant’è che anche ieri, tra la ridda di voci, Kornet era tornato a parlare di un tentativo di colpo di stato condotto nel settembre 2016, nel corso del quale era rimasto ucciso l’ex Primo ministro della LNR Gennadij Tsypkalov. Intervistato da Dmitrij Rodionov per Svobodnaja Pressa, il politologo Eduard Popov ha raccontato che, nei giorni scorsi, a Donetsk, da più parti gli è stato detto più o meno che nella DNR “non tutto è rosa e fiori; ma la situazione non è certo nemmeno così drammatica come nella LNR”. Il giornalista della DNR Aleksandr Dmitrievskij ricorda che tra la popolazione di Lugansk molte domande sono rimaste senza risposta anche nella morte di comandanti carismatici delle milizie della LNR, quali Aleksej Mozgovoj, Pavel Drëmov, Nikolaj Kozitsyn. Per quanto riguarda la Russia, Popov ritiene che questa sia oltremodo interessata al “processo di Minsk”, mentre, secondo lui, tale processo non avrebbe riscosso particolare entusiasmo da parte di Plotnitskij, pur se quegli accordi recano anche la sua firma.

Di abbastanza sicuro, c’è da ricordare, ad esempio, il conflitto tra Igor Plotnitskij e il Ministro per la sicurezza nazionale, dopo che questi, in assenza del presidente, aveva ordinato l’arresto del Ministro per l’industria carbonifera: altro punto dolente, a quanto pare, nella LNR, con un pesante ristagno anche nell’industria metallurgica. Ci sono da ricordare le dichiarazioni rilasciate un paio di settimane fa dal facente funzioni di Ministro degli esteri ai negoziati di Minsk, Vladislav Dejnego, secondo cui la LNR, per venire incontro a Kiev e appianare la strada a quegli accordi, potrebbe esser disposta a cambiare denominazione alla Repubblica e addirittura a tornare nella compagine statale ucraina. Dichiarazione criticata dall’omologo della DNR, Denis Pušilin e categoricamente smentita da Igor Plotnitskij.

Non del tutto tranquilla, in fondo, sembra esser da tempo la situazione interna alla LNR, con le lunghe mani delle forze esterne, non solo dei golpisti ucraini, di cui sarebbe semplicemente ridicolo dubitare. Tanto meno, dopo la recente visita a Kiev dell’inviato USA Kurt Volker, dopo la quale, per la prima volta era stata data notizia ufficiale di un colloquio telefonico tra Vladimir Putin e i capi di DNR e LNR, Aleksandr Zakharčenko e Igor Plotnitskij sulla questione dello scambio di prigionieri con Kiev: chiaro segnale lanciato a Washington sull’appoggio di Mosca alle Repubbliche popolari, i cui leader Volker si era rifiutato di incontrare o semplicemente contattare.

Ieri, sul sito Vzgljad, Evgenij Krutikov faceva ricadere l’intera responsabilità della situazione su Igor Plotnitskij, sostenendo che questi avrebbe anche “messo lo sgambetto” alla diplomazia russa, nel senso che, dopo il passo di Putin nei confronti di Ucraina e USA, proprio il leader della LNR rischierebbe di compromettere “l’immagine” delle Repubbliche popolari sullo scenario internazionale. Soprattutto, proprio nel momento in cui da Washington sempre più concreta si fa la possibilità delle forniture di “armi letali” (come se ne fossero di innocue) all’Ucraina.

Fonte

Consigliera double face: per lo Stato e la multinazionale

Se si vuol capire come funziona uno Stato al servizio di interessi privati abbiamo un esempio eccellente sottomano: Susanna Masi, esperta in materia fiscale alle dipendenze del ministero dell’Economia è stata formalmente accusata di vendere i segreti fiscali del governo alla società privata da cui proveniva, Ernst & Young, potente multinazionale della consulenza fiscale.

I magistrati hanno condotto un’indagine durata almeno tre anni, controllando sia le sue comunicazioni informatiche e telefoniche, sia il flusso di bonifici dalla società Usa al suo conto bancario. Il quadro è insomma ricco, completo e inconfutabile.

La cronache ricostruiscono la sua carriera. La Masi era una stimata professionista del network globale di servizi di consulenza, un colosso con 250.000 dipendenti, 700 uffici in 150 paesi. Insomma, di una società privata che riunisce in sé la conoscenza di tutti i sistemi fiscali esistenti sul pianeta, e che dunque può fornire ai suoi clienti – grandi gruppi multinazionali, oltre che professionisti abbastanza ricchi da poterne pagare le salatissime parcelle – consigli efficaci su come risparmiare sulle tasse spostando sedi, utilizzando “teste di legno”, ecc.

Com’era arrivata al ministero dell’economia e di qui anche in Equitalia? Grazie a Mario Monti, che l’aveva scelta nel 2012 e poi lasciata in eredità a Saccomanni (nel governo Letta) e Pier Carlo Padoan (governi Renzi e Gentiloni).

Fin qui, nulla di strano. Certo, si potevano cercare “risorse umane” all’interno dei ministeri, ma non è strano che si assumano esperti esterni, specie se molto competenti.

Il problema è sempre che questo passaggio dal privato al pubblico dovrebbe venir accompagnato da un radicale cambio di mentalità, o una completa revisione della “scala dei valori”. Specie in materia fiscale. Perché una cosa è consigliare i clienti sul come evaderle, l’opposto è potenziare lo Stato nell’ottenerne il pagamento. Un po’ come il ladro e il poliziotto, insomma...

Sembra evidente che nel caso di Susanna Masi nessuno si sia preso la briga di spiegare alla neo-assunta che ora avrebbe dovuto impiegare a rovescio le sue competenze. O, almeno, che la signora non se ne sia dato per inteso...

Dalle carte emerge infatti che Masi avrebbe «fornito a Ernst & Young notizie riservate possedute grazie al suo ruolo istituzionale di membro della segreteria tecnica» o «consigliere del ministro», così consentendo alla società di poter offrire ai grossi clienti (specie banche) servizi di ottimizzazione fiscale già parametrati sulle norme che sarebbero entrate in vigore qualche mese dopo.

Ma non si sarebbe accontentata di fare “la spiona” sui progetti del ministero. Una volta entrata nel gotha dirigenziale, infatti, si sarebbe «resa disponibile a proporre modifiche, a vantaggio di Ernst & Young e dei suoi clienti, alla normativa fiscale interna in corso di predisposizione, nella materia di transazioni finanziarie nella quale era direttamente coinvolta quale membro della segreteria tecnica del ministero».

Due ruoli chiave in una sola persona: fornire “dritte” sulle regole future e addirittura dettarle direttamente.

Evidente, dunque, che una funzione pubblica essenziale dello Stato – il fisco, le sue regole, le modalità di riscossione e di contrasto dell’evasione – siano state messe a disposizione di una società privata multinazionale in qualche misura molto più potente e “sapiente” dello Stato stesso (in virtù del suo conoscere nei dettagli le normative di almeno 150 paesi).

Negli Stati Uniti questo passaggio dai ruoli privati a quelli pubblici è così normale da essere continuo e sostanzialmente incontrollato. Ricordiamo, tra i casi famosi, Dick Cheney passato (più volte) dal ruolo di amministratore delegato di Halliburton alla vicepresidenza Usa insieme a George Bush jr; oppure Donald Rumsfeld, diventato ministro della difesa dopo esser stato, tra l’altro, presidente della G.D. Searle & Company, multinazionale farmaceutica nota per la pillola contraccettiva Enovid e per il dolcificante cancerogeno brevettato con il nome di aspartame. L’elenco sarebbe infinito...

Di fronte a casi come questo quello della Masi potrebbe sembrare quasi “minore” e forse lo è. Ma è il segnale evidente che la “privatizzazione degli Stati” sta avanzando a tappe forzate all’ombra delle best practices consigliate dall’Unione Europea. La quale, sembra doveroso ricordarlo, è una struttura intessuta da trattati che priva il Parlamento europeo – unico caso al mondo – del potere legislativo; ma che, al contempo, è apertissima all’influenza dei “gruppi di pressione” delle imprese multinazionali (lobby), tanto da averne riconosciuto il diritto d’accesso alle strutture decisionali (la Commissione, ossia il governo). In pratica, un luogo deputato a decisioni vincolanti per un continente intero dove la sovranità popolare non può entrare, ma le multinazionali hanno libero accesso (l’unica gerarchia riconosciuta è il fatturato).

Per la cronaca, il codice penale italiano prevede ancora – per comportamenti come quello della Masi – i reati di «corruzione», «rivelazione di segreto d’ufficio» e «false attestazioni sulle qualità personali» per non aver dichiarato il proprio conflitto di interessi (prender soldi da Ernst & Young).

Fonte

Il Salento militarizzato per imporre il Tap alle popolazioni

Che governo e multinazionali volessero imporre la costruzione del gasdotto Tap ad ogni costo era chiaro, ma “l’incredibile militarizzazione del territorio avvenuta negli ultimi giorni a Melendugno, non ha precedenti. O forse sì, in Val Susa ad esempio” scrive l’Osservatorio contro la Repressione. “La notizia buona”, scrive Stef Atrebil, attrice e regista che vive nel Salento, “è che nonostante la repressione gli ultimi a prendere le manganellate sono stati alcuni studenti #NoTap che sono riusciti a far annullare un convegno al rettorato di Lecce, la gente qui sta prendendo consapevolezza e sta lottando”. Come si traduce il valsusino “a sarà düra!” in salentino? Intanto i No Tav hanno già fatto pervenire il loro sostegno.

Domenica gli attivisti No Tap avevano occupato il centro di Lecce. Lunedì scorso gli studenti hanno contestato all’ateneo leccese un workshop di esponenti del governo e manager delle aziende sul Tap. Era dovuta intervenire a manganellate la polizia per fermare la contestazione.

Lunedì 20 novembre la Questura di Lecce ha emesso un secondo foglio di via nei confronti di un attivista No Tap (Francesco) con divieto di avvicinarsi al territorio di Melendugno per tre anni contestando oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale.

Francesco risiede a Lecce ed è originario di Foggia dove gli è stato imposto il rientro obbligato. Francesco ha fatto applicare le disposizioni contenute nel foglio di via e, cioè, il trasporto a carico della polizia e la presenza delle forze dell’ordine in ogni comune di transito fino a Foggia. Dopo 4 ore la polizia ha recuperato i soldi per il biglietto ferroviario. Da Lecce a Foggia vi erano forze dell’ordine in ogni stazione.

Fonte

Una Repubblica che abbraccia il franchista

I tempi cambiano, che ci vuoi fare... La prima pagina della nuova Repubblica apre con Mariano Rajoy. E non per una notizia che bisogna dare a tutti i costi, ma per un’intervista (“un’iniziativa”, in gergo redazionale) realizzata dallo stesso direttore, Mario Calabresi.

Sembra ieri che Scalfari e altri fondatori di Repubblica si presentavano all’università per “fare la colletta”. Volevano aprire un quotidiano, loro che già facevano sfracelli con L’Espresso, il settimanale più letto negli anni ‘70. Ripetevano i gesti già fatti da quelli de il manifesto, e poi dai fondatori di Lotta Continua e il Quotidiano dei lavoratori.

Certo, erano molto diversi... Parecchio più snob, alcuni. Compagni alla mano, altri (Carlo Rivolta, per esempio). Comunque un legame c’era, nello spirito del tempo. Un legame poi pervertito quando quella fetta di “classe dirigente” smise di guardare criticamente, da fuori, quello che avveniva nelle segrete stanze del potere e ci entrò con tutti e due i piedi.

Non che poi abbia dismesso improvvisamente la critica. Ma la smussò nell’attenzione al dettaglio (questo sì, quello no), nel sostegno ai possibili “cavalli di razza” di un cambiamento tutto endogeno (Mariotto Segni, Craxi, De Mita, Rutelli, e poi Veltroni, D’Alema, Monti, Renzi, Gentiloni e...).

E già dalla lista si vede che quel “legame” con il mondo della “sinistra”, esibito ai tempi della “contestazione”, è diventato con gli anni un cappio al collo – o ai cervelli – di quanti hanno diluito il “progressismo” nell’acqua gelida del neoliberismo trionfante.

Però, dirà qualcuno, “hanno pur sempre mantenuto una forte centralità della tematica dei diritti”. Basta intendersi su quali. Quelli civili, certamente. In fondo sono gratuiti, basta eliminare un po’ di divieti bigotti e fuori tempo. Insomma, devi esser libero di fare sesso con un dromedario, se ti va. Ma non devi rompere i coglioni con la voglia di un salario decente, una sanità pubblica inclusiva, una scuola pubblica che pensi a formare il sapere (critico) delle nuove generazioni, un’edilizia pubblica che liberi le strade da senzatetto magari working poor, una pensione dignitosa a un’età che non coincida con quella della morte.

Questi sono diritti sociali, che hanno un costo. Dunque se ne può e se ne deve fare a meno. Chi ha i soldi se li può permettere, gli altri che si arrangino.

Per chiarire meglio il cambiamento avvenuto la “nuova” Repubblica che ha esordito oggi in edicola apre appunto con una maxi-intervista a un vero campione dei diritti civili: Mariano Rajoy, leader spagnolo (post?) franchista affiliato al Ppe. Uno che se vede un dromedario chiama la Guardia Civil...

La nuova Repubblica è “sinistra” quanto un commissario di polizia. Che poi la diriga un figlio, è un dettaglio forse rivelatore...

Fonte