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mercoledì 24 maggio 2017

Trump rassicura ma non incanta Israele

di Michele Giorgio   il Manifesto

«Abbiamo la rara opportunità di portare stabilità, sicurezza e pace in questa regione e sconfiggere il terrorismo creando un futuro d’armonia, prosperità e pace. Ma possiamo farlo solo collaborando, non c’è altra via». Un Trump messianico ha aperto ieri con queste parole la visita ufficiale in Israele, seconda tappa del suo viaggio inaugurale all’estero da presidente degli Stati Uniti. Una tappa che segna la discontinuità con la linea di Barack Obama – che aveva avuto rapporti non facili con Benyamin Netanyahu al quale comunque ha assicurato aiuti militari per quasi 40 miliardi – ma che difficilmente imprimerà, come spera la destra israeliana dall’ingresso di Trump alla Casa Bianca, una svolta netta alla politica Usa nei confronti delle colonie ebraiche, dello status di Gerusalemme e dei Territori palestinesi occupati.

Netanyahu e i suoi ministri hanno ormai capito che i gesti simbolici dell’inquilino della Casa Bianca non andranno sempre a soddisfare le aspettative israeliane. Il fatto che Trump sia stato ieri il primo presidente americano in veste ufficiale a visitare il Muro del Pianto, il luogo più sacro dell’ebraismo, nella zona Est, occupata, di Gerusalemme, difficilmente darà il via libera al riconoscimento da parte degli Stati Uniti, di tutta la città, quale capitale di Israele. Nonostante le pressioni israeliane, Trump ha preferito visitare il Muro del Pianto senza essere accompagnato da Netanyahu. La tv israeliana Channel Two, riferiva ieri che funzionari statunitensi avrebbero respinto la richiesta di Netanyahu affermando che il Muro del Pianto «non fa parte del vostro territorio... è in Cisgiordania, questa è una visita privata del presidente e non è affar vostro». Un portavoce della Casa Bianca ha poi precisato che questi commenti «non riflettono la posizione statunitense e certamente non quella del presidente». Può darsi, in ogni caso il trasferimento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme (per ora) è congelato, con grande disappunto del governo Netanyahu e della destra al potere.

È evidente che i rapporti avviati dalla nuova Amministrazione con il mondo arabo – in particolare l’Arabia Saudita al quale nei prossimi anni gli Usa venderanno armi per centinaia di milioni di dollari – hanno indotto persino un presidente che non brilla per intelligenza e preparazione politica a farsi più cauto e vago sulla questione israelo-palestinese e a rinunciare ai toni battaglieri e filo-israeliani della campagna elettorale. Ieri sera mentre chiudevano questo numero del nostro giornale Trump e Netanyahu erano impegnati in colloqui nella residenza del premier israeliano. Al termine non si attendevano annunci clamorosi. «Vogliamo che Israele viva in pace. Insieme possiamo arrivare alla pace. Condividiamo una amicizia fondata sull’amore per la libertà e per i diritti umani», ha detto il presidente americano nel corso della conferenza stampa congiunta con Netanyahu. «Credo in un rinnovato sforzo per raggiungere la pace tra israeliani e palestinesi... La pace in Medio Oriente è uno degli accordi più duri da ottenere ma sento che ci arriveremo. Lo spero», ha aggiunto. Frasi senza spessore che rivelano l’inesistenza di un “piano di pace” di Trump di cui si parla da qualche tempo.

Ciò che il tycoon consegnerà a Israele in questa prima visita da presidente non è Gerusalemme o il via libera ad una colonizzazione senza freni dei territori palestinesi. È la testa dell’Iran. Lo stesso regalo che ha fatto ai sauditi e agli altri regnanti del Golfo riuniti ad ascoltarlo domenica a Riyadh. Trump ha accusato Tehran e i suoi alleati (Siria e Hezbollah) di tutto e di più per la gioia di re Salman dell’Arabia Saudita. Parole che sono suonate come una dichiarazione di guerra e alle quali non ha potuto non reagire il rieletto presidente iraniano Rohani. «Il ritrovo in Arabia Saudita è stato soltanto uno show senza valori pratici o politici di alcun tipo. Non si può risolvere il terrorismo dando soltanto il denaro del popolo a una superpotenza», ha commentato ieri Rohani alludendo agli accordi da miliardi di dollari firmati da Washignton e Riyadh.

Oggi Trump andrà per qualche ora a Betlemme dove incontrerà il presidente dell’Anp Abu Mazen. I palestinesi lo accoglieranno con una “giornata di rabbia” contro la politica Usa e l’occupazione israeliana. Tutta la Cisgiordania e Gerusalemme est ieri hanno osservato una sciopero generale in solidarietà con i detenuti in sciopero della fame e contro l’arrivo del presidente americano.

Brasile: Impeachment per Temer? Complotto, Crisi sistemica o Soluzione politica?



Per rispondere a questa triplice domanda è necessario fare un passo indietro, quando il 28 aprile, il “Frente Brasil Popular” (1), il fronte “Um Povo Sem Medo” (2) e i partiti di sinistra PDT, PCB, PSTU e PCO proclamarono lo sciopero generale contro le cosiddette riforme liberali del governo di Michel Temer, che fece scendere in piazza 38 milioni di brasiliani.

Uno sciopero generale, indetto soprattutto per rigettare la Riforma del lavoro (Novas Leis Laborais) e quella sulle pensioni (Reforma da Previdencia), che ha paralizzato tutto il Brasile, come ai tempi degli anni '80 e che ha fisicamente impaurito il governo e il presidente Michel Temer, che ha subito promesso di modificare gli argomenti critici delle suddette riforme.

Questi due fatti, vale a dire la compattezza dello sciopero generale e il conseguente dietro-front di Temer hanno messo a nudo la crisi sistemica del Brasile, che i media brasiliani hanno sempre cercato di nascondere, per poi trasformare la crisi del regime in una novella televisiva in cui il copione si basa sul continuo scontro tra gruppi di politici, più o meno corrotti, e gruppi di giudici, più o meno moralisti.

In realtà, questa nuova crisi politica ha dimostrato che il governo di Michel Temer è incapace di portare a termine il programma di “riforme liberali”, per il quale era stato designato con un arrischiato colpo di stato giuridico (Impeachment) nei confronti del presidente Dilma Rousseff.

Nello stesso tempo il presidente Temer ha manifestato tutte le sue debolezze, rivelandosi sempre più disadatto a garantire la stabilità politica e, soprattutto a mantenere unita la nuova maggioranza formata dai parlamentari che votarono in favore dell’Impeachment.

In poche parole, Michel Temer e il suo gruppo politico del PMDB hanno perso la stima delle eccellenze del mercato e della Casa Bianca e per questo non saranno loro che gestiranno il processo di successione nelle elezioni del 2018.

Una considerazione che ha, nuovamente, messo insieme le multinazionali, le oligarchie imprenditoriali brasiliane e i settori filo-imperialisti della comunicazione. Costoro, considerando anche il basso livello di onestà e di capacità politica hanno decretato necessario e urgente terminare il tormentato travaglio del governo Temer, per aprire una nuova fase politica capace di impedire la crescita della candidatura di Lula e la riorganizzazione di un movimento popolare che il 28 aprile si è dimostrato capace di mobilizzare 38 milioni di lavoratori, vale a dire il 40% degli elettori.

La delazione di Joesley Batista coinvolge Temer e Aécio Neves

E’ in questo clima, in cui le polemiche stanno dilaniando la “classe padrona”, su chi e come si dovrà portare a termine l’attuale legislatura, che è esplosa la bomba di Joesley Batista, proprietario con il fratello Wesley dell’IBS – l’impresa leader mondiale nell’esportazione di carni bovine. Vale a dire la “delazione premiata” che Joesley ha consegnato al giudice Edson Fachin del Tribunale Federale Superiore.

In pratica, si tratta di un piccolo dossier con le registrazioni di una riunione con il Presidente Temer, in cui gli argomenti toccavano le principali operazioni di corruzione che coinvolgono non solo il presidente Temer e i parlamentari del PMDB, ma anche il gruppo politico di Aécio Neves del PSDB. Infatti, Aécio, dopo essere stato il candidato super-votato del PSDB nelle elezioni presidenziali del 2015, era considerato il potenziale successore di Temer nelle prossime elezioni del 2018.

Comunque, la “delazione premiata” e documentata di Joesley Batista è importante non solo in termini giuridici ma anche a livello politico, poiché oltre ad accusare di corruzione, attiva e passiva, i principali capi-corrente del PMDB legati a Temer, ha messo in ballo anche il gruppo dirigente del PSDB, accusando prima Aécio Neves e poi il senatore José Serra, – ex ministro degli esteri di Temer e attuale numero due nel PSDB –, di aver usufruito pagamenti “in nero” da parte dell’IBS per più di sette milioni di dollari, con cui finanziare la campagna di Serra nelle elezioni presidenziali del 2010.

Rivelazioni che si ripercuotono anche sul PT di Lula e di Dilma, poiché Joesley Batista, oltre ad aver confessato di aver finanziato negli ultimi dieci anni tutte le campagne elettorali del PT, ha presentato documenti dell’IBS per certificare il pagamento “in nero e in dollari” a Michel Temer, di 120 milioni di dollari, con cui fu finanziata l’elezione di 164 deputati federali, sei governatori, oltre alla campagna di Temer come vice presidente di Dilma Roussef.

Materiale che “miracolosamente” si è auto-duplicato nella sede della Polizia Federale per emigrare nei computer di alcuni giornalisti della TV Globo, notoriamente legati al giudice federale Sergio Moro. Il magistrato che dal 2006 sta conducendo un’interminabile inchiesta giudiziaria per demonizzare il PT, con l’accusa di aver introdotto la corruzione nella politica. Nello stesso tempo Sergio Moro sta tentando di squalificare politicamente Lula accusandolo di essere il capo occulto di questo immenso sistema di mazzette e di propine illegali, di cui, secondo il magistrato, anche Dilma Roussef sarebbe stata a conoscenza. Cosa che però non ha potuto mai dimostrare.

Una situazione che ha fatto piovere sul tavolo del presidente del Parlamento, Rodrigo Maia otto richieste di impeachment nei confronti del presidente Michel Temer, oltre a provocare il completo marasma nei partiti che sostengono il governo del PMDB. Infatti, il 18 maggio, il presidente del PSB (3), Carlos Siqueira, appoggiato dalla direzione del partito, ha deciso di abbandonare la maggioranza che sostiene il governo e l’importante ministero delle Miniere e dell’Energia, scontrandosi, però, con il netto rifiuto del suo ministro Fernando Coelho Filho. Lo stesso è accaduto nel PPS, dove il ministro della Cultura ha presentato le sue dimissioni, mentre quello della difesa, Raul Jungmann, ha deciso di rimanere al fianco di Temer. Ugualmente confusa è la situazione nel poderoso PSDB, il partito dell’ex-presidente Henrique Cardoso, che controlla quattro ministeri ed è la spina dorsale della maggioranza, dopo l’arresto del Presidente del Parlamento, Eduardo Cunha e la conseguente demoralizzazione dei parlamentari del PMDB.

Per questo motivo, il 22 maggio, l’ex-presidente della repubblica, Fernando Henrique Cardoso, dichiarava che “...il PSDB continua ad appoggiare il governo di Michel Temer e l’alleanza con il PMDB, poiché, adesso spetta al Tribunale Superiore Federale far luce sulla veridicità delle registrazioni di Joesley Batista...”. Infatti, i grandi giornali di Sao Paulo vicini al governo (Folha ed Estado) hanno pubblicato vari articoli, in cui si sostiene che le risposte del presidente Temer sarebbero state manipolate da qualcuno della Polizia Federale per meglio vendere lo scoop alla TV Globo!

Una boccata di ossigeno per il presidente golpista Michel Temer, mentre la popolarità politica di Lula e del suo giudice inquisitore, Sergio Moro tornano a crescere a livello popolare.

Il TSF e i candidati della borghesia per il 2018: Meirelles o Sergio Moro?

Come è previsto dalla Costituzione nei casi di corruzione per fini elettorali, spetta agli undici giudici del Tribunale Federale Superiore (TSF) assolvere o condannare con l’espulsione il politico che si è eletto usando “fondi neri” o per aver presentato al Tribunale Elettorale una dichiarazione di rendita falsa. Normalmente questi processi sono rapidi, sia si tratti di un semplice consigliere comunale, di un senatore federale o addirittura del presidente o del vice-presidente della repubblica.

Quindi nel prossimo mese di giugno o di luglio, spetterà al Tribunale Federale Superiore dichiarare se la delazione di Joesley Batista comporta la sospensione immediata del presidente Temer, oppure se si dovrà attendere la sentenza del processo che è in corso nel Tribunale Superiore Elettorale contro Michel Temer per reato di corruzione elettorale. Infatti, il grande imprenditore Marcelo Oderbrecht (4) confessò di aver dato a Temer 20 milioni di dollari per finanziare, nel 2015, la campagna elettorale nazionale del PMDB e, in particolare, quella di Temer come vice-presidente di Dilma Roussef.

Una situazione complessa che le leggi costituzionali complicano ancor più, poiché, se negli ultimi due anni di mandato, il presidente e poi il suo vice divenuto presidente sono espulsi o rinunciano, spetterà al Congresso nominare un presidente ad interim (Interino) per terminare il mandato, a meno che in Parlamento non sia votata una PEC (Proposta di Emenda Costituzionale) per realizzare in 90 giorni nuove elezioni presidenziali.

Comunque se il Tribunale Superiore Elettorale annullerà l’elezione di Michel Temer per il reato di corruzione elettorale, in questo caso spetterà al Tribunale Superiore Federale convocare le elezioni per eleggere il nuovo presidente della Repubblica, senza l’uso della PEC votata nel Parlamento e poi nel Senato.

In pratica l’abbinamento del procedimento in corso nel Tribunale Superiore Federale con il processo del Tribunale Superiore Elettorale, accelera sempre più lo scontro tra i tre gruppi politici dominanti della borghesia per la nomina di un eventuale presidente Interino fino al 31 dicembre del 2018 e soprattutto per la sua successione (2019/2022).

Infatti, il ruolo meschino della direzione politica del PMDB nella preparazione dell’Impeachment contro Dilma Rousseff ha frammentato e indebolito il più grande partito brasiliano che nel 2014 rappresentava la piccola e la media borghesia imprenditoriale, la classe media e le importanti fasce di proletariato urbano e rurale. Oggi, il PMDB, non ha più una direzione politica unita, continuando a essere controllato dagli uomini del cosiddetto “Grupo Lumpen” (5), che in seguito agli arresti e alle denunce di corruzione non ha nessuna possibilità di presentare un suo candidato alle elezioni presidenziali del 2018.

Il secondo gruppo, invece, rappresenta l’FMI, il mercato finanziario, le multinazionali, le oligarchie brasiliane del mondo industriale e dell’agro-business. Il suo unico leader è Henrique Mereilles, attuale Ministro dell’Economia che, in passato, fu Direttore Generale del Bank Boston brasiliano, per poi diventare Presidente Mondiale della rete del Bank Boston e infine Presidente del Banco Centrale del Brasile. Durante gli otto anni dei governi Lula (2003/2010) Henrique Mereilles è stato l’incontrastato presidente del poderoso Banco Centrale del Brasile, rivelandosi un personaggio centrale nella strategia del capitalismo in Brasile.

Il terzo gruppo è ideologicamente legato ai settori della cosiddetta nuova destra conservatrice, una specie di “NewCon” brasiliana, strutturalmente legata alla “TV Globo” e idealizzata dagli uomini del Dipartimento di Stato durante il governo di Barack Obama. In pratica, un progetto di Hillary Clinton per creare in Brasile un nuovo leader capace di sviluppare una “rivoluzione liberale e morale”, che ha conquistato le simpatie del nuovo segretario di Stato, Rex Tillerson.

Per questo motivo il poderoso gruppo di comunicazione “Organizaçoes Globo” (6) ha dato un’attenzione particolare alle inchieste sulla corruzione del giudice Sergio Moro (7) per accendere l’entusiasmo degli elettori, presentando, appunto, il giudice federale nelle vesti del nuovo salvatore del Brasile soffocato dall’ingordigia della classe politica. In pratica la “TV Globo” sta creando il candidato dell’anti-politica, che dovrebbe essere votato soprattutto dalle masse di elettori che hanno perso la fiducia nel PMDB e nel PT.

Un ruolo che la “TV Globo” ha rafforzato negli ultimi due anni quando due grandi inchieste giudiziarie (8) del giudice Sergio Moro hanno in sostanza distrutto l’immagine del PT, mettendo a nudo i meccanismi che José Dirceu e altri dirigenti del PT avevano messo in piedi per garantire al governo Lula la maggioranza in Parlamento e nel Senato. D’altra parte il giudice Sergio Moro è quello che ha firmato il mandato di arresto per il potente impresario Marcelo Oderbrecht e per il Presidente del Parlamento, Eduardo Cunha, l’autore dell’Impeachment contro Dilma Rousseff. Quindi un personaggio veramente capace e disposto a ricoprire un ruolo decisivo nella manipolazione elettorale mediatica

In questo marasma politico la previsione più possibile è che il Tribunale Superiore Federale decreti la sospensione definitiva di Michel Temer, permettendo quindi ai deputati e ai senatori della maggioranza di dare l’incarico di Presidente Interino al ministro dell’economia, Henrique Meirelles.

Una nomina che si adatta perfettamente al personaggio politico di Meirelles, per portare a termine l’attuale mandato senza nuovi scandali e scontri di piazza, oltre a far votare le due leggi che il mercato e le multinazionali esigono a tutti i costi dalla maggioranza prima delle elezioni del 2018. Vale a dire la nuova legge sul lavoro che distrugge tutte le norme e le conquiste che regolano il lavoro in generale, annullando tutti i benefici stabiliti nei governi di Joao Goulart (1962/64) e soprattutto quelli decretati durante i due governi di Lula.

Lula: nuovamente il leader della pace sociale?

Il dieci maggio, dopo aver resistito all’umiliante interrogatorio organizzato a Curitiba dal giudice federale Sergio Moro e dalla TV Globo, Inazio Lula da Silva è tornato a essere non solo il candidato del PT per le elezioni presidenziali del 2018, ma anche l’unico che può riaccendere la combattività del movimento popolare. Una possibilità che Joao Pedro Stedile, leader del potente Movimento dei Senza Terra (MST) e principale quadro politico del Fronte Brasile Popolare, riafferma ricordando che: “...Lula è ancora il leader che rappresenta ampie maggioranze del popolo brasiliano e che si può impegnare per portare avanti un progetto di cambiamento, che con il nostro piano popolare di emergenza che elenca più di 70 misure d’emergenza, può tirare il Brasile fuori dalla crisi economica, sociale e politica...”.

Una candidatura che certamente non piace alla classe media e alla borghesia, ma che, oggi, è, senza dubbio l’unica che può unificare i movimenti per portare nel “Palácio do Planalto” un presidente con una maggioranza di governo effettivamente popolare, disposto a garantire la realizzazione degli interessi delle classi lavoratrici e la sovranità nazionale.

In realtà si tratta di un sogno politico, che può diventare una realtà effettiva, soprattutto se Lula decide di impegnarsi a fondo nella costruzione di questo progetto di cambiamento.

Se invece prevarranno le tesi dell’interclassismo dettate dal marketing elettorale, se si cercherà di incrementare l’incontro tra capitale e il lavoro con la richiesta di sacrifici da parte dei lavoratori con una apparente pace sociale, purtroppo ci sarà la ripetizione degli errori del passato dove nessuna delle riforme strutturali fu realizzata.

NOTE

1 – “Fronte Brasile Popolare” (Frente Brasil Popular) è formato dai partiti PT e PCdoB, dai movimenti MST e UNE e dalle centrali sindacali CUT e CTB.

2 – Il “Fronte Un Popolo Senza Paura” (Frente Um Povo Sem Medo), riunisce il partito di sinistra PSOL, la centrale sindacale Intersindical e il movimento urbano dei senza tetto MTST.

3 – L’attuale Partito Socialista Brasiliano (PSB) non ha niente a vedere con lo storico PSB formato da Miguel Arraes. Infatti pur essendo un “fedele” alleato” del PT, ha votato a favore dell’Impeachment e appoggiato la formazione del governo golpista di Michel Temer. E’ il partito delle opportunità, senza nessun presupposto ideologico.

4 – Marcelo Oderbrecht, comunemente conosciuto con il nomignolo di “Padrone del Brasile”, è stato arrestato dal giudice Sergio Moro nell’ambito dell’inchiesta “Lava Jato”. Nella sua delazione premiata, Marcelo Oderbrecht accusa direttamente molti dirigenti del PT per aver messo in piedi, nel 2006, un meccanismo di mazzette proveniente dai fondi della statale energetica Petrobrás, con cui pagare centinaia di parlamentari e quindi garantire la maggioranza al governo Lula. Un meccanismo che era la continuazione del “Mensalao” che José Dirceu aveva organizzato nel 2004, per pagare mensilmente i deputati che votavano le leggi presentate dal PT.

5 – Il “Grupo Lumpen” che controlla la direzione nazionale del PMDB è formato da Temer, Jucà, Padilha e Moreira Franco.

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Perché nulla vada perduto dell’antifascismo


Dino Giacosa antifascista e partigiano. L’attento lavoro di Vittoria Grimaldi e Adriana Valabrega.

Si è concluso ieri il Salone del Libro di Torino. Una lunga kermesse durata parecchi giorni, con una miriade di libri, presentazioni, eventi. A me, piace ricordare e parlare qui dell’ultimo evento tenutosi al Salone 2017, ultimo in ordine cronologico, ma – per il mio modesto personale interesse – il primo. Alle ore 18,00 di ieri, nell’ambito del programma degli eventi degli editori indipendenti del Piemonte organizzati da Prontolibri al Salone del Libro di Torino 2017, c’è stato: Perché nulla vada perduto, con gli interventi di Vittoria Grimaldi e Adriana Valabrega.

Si parlava di Dino Giacosa, antifascista e partigiano, partendo da due opere che lo riguardano e delle quali erano appunto presenti le autrici, Vittoria Grimaldi* e Adriana Valabrega**.

“Perché… nulla vada perduto: Dino Giacosa, una vita per la libertà e la giustizia”, di Vittoria Grimaldi. Paola Caramella Editrice, Torino, 2009.

“M.U.R.I. 1938. Movimento Unitario di Rinnovamento Italiano” di Adriana Valabrega, Feltrinelli, 2013.

Le autrici Adriana Valabrega (a sinistra) e Vittoria Grimaldi (a destra) con il magistrato Antonio Osnato.

La storia narrata dalle due opere, la storia di Dino Giacosa e del MURI, sono un pezzo importante delle storia antifascista e partigiana del Piemonte e dell’Italia. Il risultato di questa attenta ricostruzione viene brevemente riassunto qui di seguito. Chi scrive ha imparato molto, e ringrazia le due autrici. Nulla deve andare perduto, dell’antifascismo.

Dino Giacosa, avvocato, antifascista e partigiano, è stato una delle figure più importanti dell’antifascismo italiano. Nato a Torino nel 1916, si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza di Torino. Completa gli studi laureandosi nel 1939 a Genova, città dove ha dovuto trasferirsi per motivi di lavoro (è segretario di direzione presso l’Enpi, Ente nazionale prevenzione infortuni ligure). Fervente antifascista, nel 1938 fonda con Luigi Passadore e Franco Valabrega il Movimento unitario rinnovamento italiano (Muri), gruppo cospirativo clandestino operante fra Piemonte e Liguria. Giacosa si trasferì immediatamente dopo a Milano, lavorando alla locale sede Enpi. L’attività del MURI fu scoperta dalla Polizia segreta fascista, l’OVRA, nel 1940. Giacosa fu arrestato e deferito, con una trentina di suoi compagni, al Tribunale speciale che, nel 1940, lo assegnò al confino nell’isola di Ventotene. Dopo due anni, l’avvocato riuscì a sottrarsi alla sanzione e a raggiungere, nel Cuneese, il gruppo di antifascisti capeggiato da Duccio Galimberti. Giacosa lavora presso lo studio legale di Galimberti, con il quale stringe una forte amicizia e una solida collaborazione nell’organizzare l’attività antifascista nel Cuneese. Dopo l’8 settembre 1943, presso Valdieri, in località Madonna del Colletto insieme a Galimberti e a Dante Livio Bianco è fra gli organizzatori della banda partigiana “Italia libera”, con la quale ben presto si sposta tra la valle Stura e Grana, in località Paralupo.

Allontanatosi dal gruppo in seguito a divergenze, si sposta in Valle Pesio, ove nel febbraio 1944 entra in contatto con la formazione autonoma “Valle Pesio” comandata da Piero Cosa, poi confluita nel Gruppo Divisioni Autonome Rinnovamento, che contribuisce a riorganizzare diventandone commissario politico. Dà vita al Gruppo unitario di rinnovamento nazionale (GURN), organizzazione foriera di un progetto di rinnovamento politico-istituzionale da affiancare alla lotta militare, e al Servizio X, struttura segreta con mansioni di reclutamento, informazione e collegamento. Nel dopoguerra l’avvocato Giacosa si è impegnato nella propaganda politica repubblicana e federalista. Nel 1947, con prefazione di Ferruccio Parri, è uscito un suo volumetto dal titolo Tesi partigiana: considerazioni sommarie sui principi che governano la condotta della guerra partigiana in Italia. Brillante avvocato, muore a Cuneo nel 1999. Vittoria Grimaldi ha pubblicato Perché nulla vada perduto; Dino Giacosa: una vita per la libertà e la giustizia, per la prima volta nel 2000, riscoprendo ed analizzando la storia e la figura di Giacosa.

Il movimento di pensiero e d’azione MURI (Movimento Unitario di Rinnovamento Italiano) fu un movimento antifascista, democratico, repubblicano antimonarchico, liberalprogressista secondo gli insegnamenti di Mazzini, Gobetti e dei fratelli Rosselli. Il suo primo nucleo risale al 1937 con il significato di movimento unitario di ricostruzione italiana. Fu fondato nel 1938 da Dino Giacosa e Franco Valabrega di Torino insieme a Luigi Passadore di Genova e Alberto Cassin di Busca, era contrario alla dittatura fascista e alle leggi razziali antisemite del 1938. Dino Giacosa (Torino, 11/07/1916 – 28/6/1999) combatté con Duccio Galimberti nella “Banda Italia Libera” di Madonna del Colletto, e successivamente a Val Pesio; Franco Valabrega (Torino, 11/8/1916 – 23/8/1980) combatté come vicecommissario partigiano nell’XI Brigata Garibaldi in Val di Lanzo insieme a Gianni Dolino; Luigi Passadore (Genova, 6/7/1917) dottore in legge; Alberto Cassin (Busca (CN), 3/2/1916 – Auschwitz inverno 1944) dottore in chimica, impiegato. Il MURI nasce come organizzazione clandestina antifascista e si forma inizialmente a Genova, città in cui Giacosa lavora e studia.

A Torino la diffusione avviene grazie alla collaborazione di Franco Valabrega ed in poco tempo il Muri si allarga formalmente ad Alessandria, Asti, Novara, Chivasso, Savona, Milano, Lissone, Verona, Brescia, Treviglio, Firenze, Livorno, Bologna, Roma, Napoli e Bari. Nella primavera del 1940 il vertice dell’organizzazione fu arrestato dalla polizia e deferito al Tribunale speciale per la difesa dello Stato che lo prosciolse in istruttoria, passando i casi alla Commissione per il confino che inviò numerosi aderenti, fra cui lo stesso Giacosa, al domicilio coatto.

L’8 settembre 1943, Giacosa era a Cuneo, lavorava presso lo studio Galimberti. Aderì immediatamente alla lotta armata e, dopo un breve passaggio alla banda Italia libera di Madonna del Colletto, nel febbraio 1944, si unì alla banda di Valle Pesio del capitano Piero Cosa, ponendo così le basi delle Formazioni autonome Rinnovamento. Il Muri, formato da antifascisti di Torino, Milano, Genova, Firenze, Roma e altre città italiane, era organizzato a catena, e ogni murino conosceva solo due persone associate con le quali poteva comunicare tramite parole-chiave tenute segrete.

L’attività antifascista coinvolgeva giovani e meno giovani di tutte le classi sociali, studenti, avvocati, piccoli industriali, insegnanti, artigiani, commercianti, religiosi e liberi pensatori, cristiani, ebrei, valdesi, per organizzare azioni di sabotaggio e attivare un’azione educativa sulla popolazione, in nome della libertà, dell’uguaglianza e della giustizia, anche tramite volantini che contenevano i principi della lotta antifascista: contro il regime, contro la censura, contro le imposizioni antilibertarie, il razzismo, la violenza dei fascisti, e contro il re Vittorio Emanuele III che non sapeva imporsi per rendere l’Italia libera e unita. I murini – come accennato sopra – vennero scoperti a causa di infiltrati e spie fasciste dell’OVRA, e condannati al carcere e al confino, nel giugno 1940.

Gli ideali morali e politici di resistenza al fascismo e al totalitarismo da parte degli associati al Muri ne fecero un movimento politico unitario democratico e repubblicano, e furono le linee guida di molti partigiani che continuarono dopo l’8 settembre 1943 la lotta contro il fascismo e l’occupazione tedesca combattendo nelle diverse formazioni soprattutto GL, garibaldine, o autonome “Rinnovamento”, in Piemonte, ma anche in Liguria e in Lombardia.

Gli ideali di uguaglianza, libertà e giustizia, espressi nel Decalogo del giusto, il manifesto dei murini, dovevano essere realizzati in uno spazio storico di libertà internazionale ed europea come avevano insegnato Giuseppe Mazzini nella Giovane Europa (1834) e Altiero Spinelli nel Manifesto di Ventotene (1941). Terminata l’emergenza bellica, il Muri rinacque in veste ufficiale schierandosi in posizione di centro, fra i movimenti indipendenti, dandosi un assetto improntato alle normali regole democratiche. Era diretto da una Presidenza e da un Comitato, disponeva di una serie di uffici centrali (sede principale a Torino), di sezioni (Piemonte, Liguria, Toscana e Calabria); ebbe, nel primo periodo successivo alla fine della seconda guerra mondiale, un suo giornale politico chiamato Movimento. Il giornale era un settimanale, redatto a Genova. Il Muri pare terminare la sua attività nella tarda estate del 1946 dopo un periodo di crisi.

* Vittoria Grimaldi, docente, storica e poetessa torinese, si è orientata verso la psicologia di Lacan, per dedicarsi alla prassi psicanalitica sia nel rapporto di coppia sia nella terapia di gruppo, esperienze che hanno contribuito in larga misura allo sviluppo del suo pensiero teorico e alla ricerca del vero nel concreto delle vicende umane. Docente presso il Liceo Scientifico “Galileo Ferraris” di Torino in storia e filosofia, èutrice di un’opera storica su Dino Giacosa, figura di spicco della resistenza cuneese (Perché nulla vada perduto), ha scritto un racconto autobiografico, Icaro, e il saggio filosofico Verità del mito e mito della verità. Per la narrativa si ricordano I sentieri del desiderio (2009) e Il cerchio imperfetto (2011). Nel 2016 è vincitrice della XIII edizione del Premio Letterario dedicato a Michele Ginotta, a Cavour (Torino).

**Adriana Valabrega torinese di nascita, si è laureata in filosofia presso l’Università di Torino con una tesi sul filosofo ebreo Martin Buber. Insegna da molti anni al liceo classico Cesare Beccaria di Milano. Prima di “Come arabeschi di melograni” (2016) ha pubblicato altre raccolte di poesie presso la casa editrice Paola Caramella di Torino: “Acrobata sul filo del tempo” (2009), “Oltre la vetrata trasparente” (2011), “Alberi che volano” (2014). E’ autrice dell’opera storica M.U.R.I. 1938 (2013) dedicata al Movimento Unitario di Rinnovamento Italiano, associazione antifascista fondata fin dal 1938 da Dino Giacosa, Franco Valabrega e Luigi Passadore. Quest’opera affronta anche il tema tragico delle persecuzioni contro gli ebrei subite dalla famiglia paterna, dal nonno Giacobbe Enrico, giornalista e scrittore di poesie in piemontese, tra i fondatori del Circolo della Stampa di Torino.

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martedì 23 maggio 2017

Gran Bretagna, centinaia i foreign fighters tornati in patria per colpire

Se fosse confermata la pista jihadista, questo attentato era tra le tragiche eventualità da mettere in conto. Dopo l’attentato del lupo solitario Khalid Masood al Parlamento britannico, in cui vennero uccise quattro persone prima che il terrorista fosse eliminato, l’intelligence inglese aveva rivelato che oltre 400 cittadini britannici, andati a combattere a fianco dell’Isis in Siria e Iraq, erano tornati in patria.

Questo faceva già temere che in Gran Bretagna si era raggiunta la massa critica di terroristi “islamisti” – come aveva tenuto a sottolineare il premier Theresa May non usando l’aggettivo islamico – pronti a colpire con attacchi più simili a quelli del 30 novembre 2015 a Parigi e del 22 marzo 2016 a Bruxelles.

I servizi dunque si aspettavano non azioni di singoli lupi solitari ma attacchi coordinati di cellule jihadiste. Qualche giorno dopo l’attentato di Londra, un altro rapporto dei servizi inglesi affermava che dei 700 foreign fighters segnalati dalle autorità 320 avevano già fatto ritorno nel Regno Unito.

Fallito il progetto territoriale del Califfato era abbastanza logico che ci fossero dei ritorni, anche se non è per niente automatico che il travaso dei foreign fighters avvenga in Europa: molti jihadisti potrebbero decidere di andare a combattere in altre parti del Medio Oriente come lo Yemen. Nel 2005 a Londra ci furono 56 morti nell’attentato alla metropolitana, questo di Manchester sarebbe il più grave da allora, nonostante la fitta rete di sicurezza impiantata dalle autorità britanniche che hanno infiltrato i gruppi jihadisti con un programma di prevenzione costato miliardi di sterline.

Manca ancora una rivendicazione e questo lascia ancora dei dubbi sulla pista jihadista. Ma proprio il fatto che non ci sia ancora potrebbe significare che si tratta di un attentato organizzato e che la cellula che lo ha realizzato intenda proteggere la propria rete logistica.

L’attentato dimostra anche la vacuità dei proclami anti-terrorismo fatti in Arabia Saudita da parte di Trump e della leadership saudita che con gli israeliani hanno come obiettivo soprattutto il contenimento dell’Iran sciita più che l’eliminazione di un jihadismo sunnita che si alimenta proprio dell’ideologia islamica radicale e retrograda sostenuta da Riad. Una situazione che gli Stati Uniti, gli inglesi e i francesi conoscono perfettamente, ma fanno finta di ignorare in nome della realpolitik e dei grandi affari.

Alberto Negri da IlSole24Ore

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Rohani ai sauditi: urne non armi


Il sorriso più beffardo che pacifico di Hassan Rohani, presidente iperconfermato dell’Iran della Rivoluzione Islamica, ha caratterizzato il suo primo intervento pubblico. A ridosso di un’elezione molto partecipata dalla popolazione (42 milioni di votanti sui 55 milioni aventi diritto) il chierico sciita si toglie qualche sassolino dalla scarpa, parlando della dinastia saudita visitata e abbracciata dal presidente statunitense Trump. Un evento commentato dalla stampa mondiale, che a detta di parecchi osservatori avrebbe aperto un nuovo orizzonte alla politica estera americana. Rohani dà subito un affondo, quando sottolinea come quella società avrebbe bisogno di urne non di armi, perché il primo alleato statunitense in Medio Oriente, ovviamente dopo Israele, non brilla per partecipazione popolare alla vita nazionale. Pur trattandosi di sudditi costoro appaiono totalmente dimenticati dai regnanti Saud per qualsiasi dinamica, compresa quella d’una rappresentanza per delega. Del resto nella sfavillante Riyad del modernismo edilizio, le mentalità politica, amministrativa e religiosa restano ferme, guardano a presente e futuro duettando col passato d’un tradizionalismo oltranzista. Un fenomeno non solo delle fede sunnita, specie se in chiave wahabita, però il presidente iraniano dimentica il conservatorismo interno e guarda in casa d’altri. La polemica ruota attorno al passo bellicista del mondo saudita, a cui Trump propone e impone una mossa che lancia Oltreoceano come un colpaccio affaristico.

Vendere 110 miliardi in armamenti, che potranno diventare 350 in un decennio, dovrebbe garantirgli oltre che un alleato iper armato in quell’area sempre geograficamente caldissima, una ventata di popolarità fra operai, tecnici e padroni impegnati nel lucrosissimo settore della produzione bellica. Il cuore pulsante dell’industria yankee. Rohani, rivolgendosi a Paperoni e sceicchi, ricorda come non siano le sole armi a creare la forza d’una nazione bensì le elezioni. L’urna gli è stata amica e il presidente confermato prende spunto dal primo tour dell’uomo della Casa Bianca per ricordarlo, sebbene l’occhio sia rivolto al panorama internazionale e regionale che secondo alcuni analisti starebbe mutando. Rispetto al semi immobilismo di Obama, Trump mostra il piglio decisionista, soprattutto meno ipocrita. Pone sotto i riflettori le scelte mostrate in questi giorni a Riyad. Ma negli anni precedenti l’amministrazione Usa non aveva fermato colpi di mano e operazioni compiute dagli alleati delle petromonarchie, come testimoniano la situazione yemenita e la continuità dell’offensiva jihadista in Medioriente e Occidente. E’ vero che uno scarto tanto deciso da parte di Trump sembrerebbe porre l’Iran nuovamente in castigo sul versante economico e forse geopolitico, ma gli sviluppi sono tutti da scoprire e nient’affatto definiti. La leadership iraniana coglie l’occasione elettorale per evidenziare le differenze di forma e sostanza con quegli attori regionali con cui le tensioni, già profonde, sono negli ultimi tempi aumentate. Ricordiamo come nel gennaio 2016 i Saud condannarono a morte 47 detenuti, fra loro c’era un noto religioso sciita, Nimr- al-Nimr, già in carcere per non precisate accuse.

L’arresto, avvenuto nel 2012, era seguìto agli interventi del chierico a favore di alcune manifestazioni popolari che nei mesi precedenti si erano verificate anche in Arabia Saudita, proteste represse e spente nel giro di poche settimane. Quell’esecuzione innescò l’assalto all’ambasciata saudita a Teheran e da quel momento le relazioni diplomatiche fra i due Paesi sono azzerate. E mentre anche il ministro degli Esteri Zarif faceva eco al suo presidente e sottolineava come la stabilità regionale non può derivare solo dalle alleanze, ma necessita della forza della popolazione, Rohani è sceso nell’area energetica del Paese, la provincia del Kuzestan, per inaugurare un nuovo centro di smistamento del traffico ferroviario. Lì giungerà la rete ad alta velocità Teheran-Ahwaz, uno dei rami dei trasporti cui la leadership moderata ha puntato per rilanciare alcuni settori dell’economia interna (preventivo di spesa 82 milioni di dollari). Nel primo giro presidenziale impostato a conferma degli impegni economici del suo programma, è inserito anche una visita nei luoghi dove passerà l’oleodotto del West Karoun (3 miliardi di dollari il preventivo) che corre sul confine iracheno, zona insanguinata dalla guerra circa quarant’anni fa. Alle immagini dei martiri che riempiono le città iraniane, fanno da contraltare gli attuali progetti energetici: 2,5 miliardi l’oleodotto del Nord Azadegan e altri investimenti riguardanti distribuzioni di elettricità in aree decentrate. Devono confortare la fiducia dell’elettorato per sviluppo e lavoro e consolidarne l’amichevole sostegno. Mentre agli avversari esteri possono fare da monito proprio quei martiri, attorno a cui iraniani conservatori e riformisti s’inchinano e s’uniscono.

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La necrosi della sinistra di fronte alla sfilata italiana di Trump

Mercoledì – domani – Donald Trump arriverà in Italia. Il presidente più odiato dalla sinistra imperiale ci arriva, come sappiamo, carico di buoni propositi: dopo aver foraggiato il terrorismo internazionale con 110 miliardi di dollari in armamenti, aver ricompattato il fronte islamico-reazionario contro il nemico iraniano (cioè il nemico palestinese, libanese, siriano, e soprattutto russo), omaggiato Israele e le sue colonie con la visita a Gerusalemme, eccolo giungere nelle retrovie imperiali per disporre i suoi voleri, d’altronde già chiariti nel precedente incontro. Il cabaret quotidiano riservatoci da Trump è il frutto di due tendenze contrapposte: da una parte, come ricorda Fulvio Scaglione, le politiche di Trump sono in totale continuità con quelle democratiche di Obama (ma questa continuità è sapientemente celata dai democratici di tutto il mondo); dall’altro, c’è la necessità mediatica ed elettorale di presentarsi alternativo a quello stesso sistema di potere, convincendo la popolazione americana di fare l’esatto contrario di quello che ha fatto e farebbe un qualsiasi presidente democratico. La verità sta altrove: sempre secondo Scaglione, «sono politiche che non sono condotte né da Obama, né da Donald Trump. E’ piuttosto evidente, evidentissimo nel caso di Trump, ma anche abbastanza evidente nel caso di Obama, che la politica, i veri policy maker per quanto riguarda certi decisioni in questi campi, non sono i presidenti, ma altri centri di potere della struttura istituzionale americana: il Dipartimento di stato, il Pentagono, cioè il complesso industrial-militare, i servizi segreti. I presidenti, sostanzialmente, danno la veste esterna, danno la confezione ad un contenuto che però non è deciso da loro. Per questo le politiche americane in Medioriente si assomigliano tutte, a dispetto dei presidenti, della loro personalità e della loro provenienza politica». E’ un sistema di potere politico-economico che si muove secondo strategie proprie, indipendenti dalla maschera politica di volta in volta utilizzata per presentarsi al pubblico. Il centro imperialista non ha colore politico.

Ma se questo discorso certifica in qualche modo l’ovvio, la visita di Trump in Italia chiarisce anche un altro aspetto dell’attualità politica, e cioè la ritirata generale della sinistra. Certo, non siamo ai tempi di Bush e del movimento contro la guerra: inutile attendersi un interesse “di massa” sulle questioni internazionali. Ma un presidente così odiato, in grado di compattare un vasto fronte contrapposto, avrebbe dovuto o potuto mobilitare qualcosa più delle solite indignazioni social. E invece niente, Trump sfilerà tranquillo nella consueta vetrina urbana militarizzata e disumanizzata. E’ l’emblema di una totale impotenza politica, che ci riguarda in primo luogo. Ma il dato generale si somma a un dato politico più stringente: è la politica internazionale ad essere scomparsa dai ragionamenti della sinistra, lo studio e l’interpretazione dei fatti globali, studio e interpretazione d’altronde bollati invariabilmente come “geopolitica” e quindi intimamente reazionari. Trump che arriva in Italia subito dopo aver finanziato (per i decenni a venire) quello stesso terrorismo che a parole dice di voler combattere è un fatto politico decisivo anche per noi italiani, e più in generale per la sinistra nel mondo. Il disinteresse che provoca chiarisce gli attuali rapporti politici più di ogni altra riflessione. Questo disinteresse è d’altronde speculare a quello mostrato nei confronti del golpe liberista in Venezuela, vissuto in Italia (e nel resto d’Europa) con altera indifferenza: il mastodontico e contraddittorio processo anti-imperialista e anti-liberista bolivariano, che in questo ventennio ha assunto le forme del più grande processo di emancipazione di intere popolazioni dal liberismo internazionale, viene trattato con insofferenza, con alterigia, se non con vera e propria avversione. Trump sfilerà senza contro-manifestazioni. Il Venezuela resiste senza solidarietà internazionale. Mentre inondiamo la rete dei nostri punti di vista, il mondo reale sembra procedere senza tenerne conto. Dev’essere un complotto dei poteri forti.

L’abc della guerra. La scuola piegata al G7


USB SCUOLA, ribadendo il proprio NO alla guerra, condanna l’ iniziativa del MIUR “Young G7. Il G7 delle Scuole”, dal 23 al 25 maggio a Catania. Nella nota del MIUR si legge:

“Abbiamo lanciato questa iniziativa di simulazione dei lavori del G7 tra le studentesse e gli studenti, proprio a ridosso del vertice che riunisce i leader dei Paesi più sviluppati, perché siamo convinti che per disegnare strade inedite di crescita abbiamo bisogno dello sguardo fresco e sincero delle nostre giovani e dei nostri giovani, della loro sensibilità sana, dell’immaginazione e della loro fiducia nel domani” – sottolinea la Ministra Valeria Fedeli. Promosso dal Miur, l’incontro coinvolgerà le studentesse e gli studenti di 20 scuole secondarie di II grado provenienti da 18 Regioni italiane che si immedesimeranno nei rappresentanti dei 7 Paesi e nei membri della delegazione di rappresentanza della UE”.

Il 26 e 27 maggio prossimi, infatti, si svolgerà a Taormina il G7, la riunione dei capi di stato e di governo delle sette maggiori potenze mondiali (USA, Canada, Giappone, Germania, Francia, Gran Bretagna e Italia). In un mondo nel quale gli 8 uomini più ricchi guadagnano da soli quanto metà della popolazione globale, questa riunione servirà a ribadire differenze e privilegi, confermare ed estendere gli scenari di guerra, alimenterà le ingiustizie sociali e il razzismo, non deciderà nulla per arginare la grave crisi ambientale e fermare la devastazione del pianeta. Trump, il presidente USA, a Taormina, chiederà che vengano stanziati ancora più fondi per la Nato e per le guerre che insanguinano il nostro pianeta, causate, finanziate o, semplicemente, non contrastate da molti dei capi di stato presenti al G7 di Taormina.

A noi, come USB Scuola, “Young G7, il G7 delle scuole” suona già come un ossimoro. Ma quello che ci sembra più grave e inaccettabile, è che il MIUR abbia voluto coinvolgere le scuole, le giovani studentesse e gli studenti, rendendoli partecipi e ignari complici di un cultura di guerra e sopraffazione. Le nostre ragazze, i nostri ragazzi, “dallo sguardo fresco e sincero”, ingannati e illusi, la “loro fiducia nel domani”, tradita e assoggettata al potere. I valori della solidarietà, della pace, dell’accoglienza, che hanno ispirato la Scuola Pubblica Statale Italiana, la Scuola della Costituzione antifascista nata dalla Resistenza, vengono così ignorati e, ancor peggio offesi.

Per questi motivi, come USB, in Sicilia, saremo presenti alle mobilitazioni contro il G7 e invitiamo tutte e tutti a mobilitarsi e ad impegnarsi per una Sicilia che sia terra di pace e di accoglienza. E alle nostre studentesse e ai nostri studenti diciamo: “Continuate a pensare con le vostre teste. Siete ancora capaci di un pensiero critico”.

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