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sabato 16 dicembre 2017

A mio padre, Giuseppe Pinelli

Il freddo è intenso, oggi come tanti anni fa e non solo per il clima di questo mese di dicembre.

Eravate belli. Volevate guardare il mondo con occhi nuovi, avevate speranze e voglia di fare, eravate convinti che l’impegno di ognuno avrebbe potuto creare una società più giusta, in cui i diritti di tutti sarebbero stati rispettati.

A quante manifestazioni hai partecipato, quante ne hai organizzate e gli scioperi della fame e i sit-in e le discussioni, a quante cariche della polizia sei scampato... quanto impegno nella tua vita, sempre dalla parte degli ultimi, con l’ottimismo e l’allegria con cui affrontavi la vita. Una vita povera, ma ricca del calore di affetti, di ideali, di compagni, di valori, di etica, di coerenza.

Faceva freddo a dicembre anche in quel 1969, tanto freddo.

E’ atroce entrare in una banca e morire per una bomba.

E’ atroce morire per mano di chi voleva coprire la matrice di quella bomba.

Il tuo precipitare nel cortile della questura, ci rimane squarcio nel cuore.

Sappiamo tanto ora, su quello che è avvenuto in piazza Fontana, delle trame fasciste, della manovalanza fascista di uno stato artefice e complice che ha tramato, ordito e depistato, assolto tutti non riuscendo a nascondere quanto marcio sia il sistema.

Per la tua morte solo frettolose archiviazioni, poche indagini, nessun processo. Lo stato non processa se stesso, né allora, né ora.

In questi anni ci sei sempre stato, presenza che ha scaldato i cuori di quanti ti hanno conosciuto e di chi ha fatto sua la tua storia, in questi anni ci sei sempre stato e hai permesso incontri, sguardi, condivisioni e ti ho ritrovato negli occhi di chi ancora resiste, di chi ancora continua a sperare in una società più giusta e più umana.

Molta strada è ancora da percorrere per poter guardare il mondo con occhi nuovi e forse più adesso che allora. Ma resisteremo a questa repressione, a questa mancanza di prospettive e lavoro, resisteremo a queste ondate di xenofobia e razzismo che non ci appartengono. E continueremo a proporre e a credere che un mondo nuovo basato sui valori che portavi avanti, è possibile.

Ciao Pino, non hanno vinto. Noi r-esistiamo.

Claudia Pinelli

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Gerusalemme - La rabbia palestinese investe i territori occupati, 4 morti per mano israeliana

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Donald Trump ha calpestato il diritto internazionale e incendiato il Medio Oriente con il suo riconoscimento di Gerusalemme quale capitale di Israele. E dopo tutto questo il suo vice, Mike Pence, la prossima settimana andrà al Muro del Pianto nel settore est, arabo, occupato della città non in visita ufficiale bensì “in forma privata”. Scagliano la pietra e poi nascondono la mano.

I padroni del mondo non hanno un briciolo di coerenza. Pence lunedì aveva anche rinviato il suo arrivo a Gerusalemme a causa delle proteste scatenate dalla dichiarazione di Trump, dando come motivazione ufficiale il voto al Senato Usa sulla riforma fiscale.

L’incendio intanto si allarga. La “giornata della collera” proclamata dai palestinese nel venerdì delle preghiere islamiche si è conclusa con tre palestinesi uccisi dai militari israeliani, due a Gaza e uno in Cisgiordania. Morto anche un quarto palestinese, Mohammed Aql, ad al Baloua, alla periferia orientale di Ramallah. Dopo aver accoltellato e ferito a una spalla un ufficiale della guardia di frontiera israeliana, gli altri militari gli hanno sparato tre colpi a freddo, mentre si allontanava.

I palestinesi parlano di una esecuzione a sangue freddo e in rete è virale il video che mostra l’accaduto. Gli israeliani da parte loro denunciano che Aql indossava una cintura esplosiva (ben visibile nelle foto pubblicate da molti siti), tuttavia ieri sera non era ancora chiaro se fosse vera o finta.

Il tributo di sangue più alto l’ha pagato ancora una volta Gaza dove nei giorni scorsi erano già stati uccisi due palestinesi dal fuoco dei soldati, lungo le linee di demarcazione tra Israele e Gaza. Altri due palestinesi erano morti nei raid aerei compiuti dall’aviazione israeliana dopo il lancio di razzi palestinesi. Ieri sono stati colpiti alla testa ed uccisi, Ibrahim Abu Thuraya, 29 anni, e Yusef Sukkar, 32 anni, quando migliaia di manifestanti si sono avvicinati alle barriere di confine.

I feriti sono stati decine, 164 secondo i dati forniti dal ministero della sanità palestinese. Abu Thuraya era un disabile, ferito in un passato bombardamento israeliano aveva perduto le gambe ed era confinato su una sedia a rotelle. Violenti sono stati gli scontri in Cisgiordania dove Basel Ibrahim è stato colpito durante una manifestazione ad Anata da proiettili esplosi dai soldati.

Manifestazioni sono avvenute alla periferia di Nablus e in molti altri villaggi e cittadine cisgiordane, come non avveniva da anni, e questo – mentre tanti ripetono che non ci sarà una nuova Intifada palestinese – indica che la mossa unilaterale di Donald Trump su Gerusalemme ha messo in moto una reazione popolare largamente spontanea, con un coinvolgimento minimo dei partiti e dei movimenti politici tradizionali.

L’Autorità Nazionale del presidente Abu Mazen ha deciso di frenare solo in parte la rabbia popolare pur sapendo che questa rivolta a bassa intensità potrebbe trasformarsi da una palla di neve in una valanga capace di travolgerla. Spontanee e sempre più ampie sono pure le proteste a Gerusalemme Est.

Ieri la polizia israeliana non ha posto limiti all’ingresso dei palestinesi sulla Spianata della moschea di al Aqsa ma ha transennato e blindato tutta l’area della Porta di Damasco, l’ingresso principale della città vecchia. Poi, una volta terminata la preghiera di mezzogiorno, ha disperso spesso con brutalità e qualche pestaggio gruppetti di palestinesi che inneggiavano a “Gerusalemme araba” e premevano sugli sbarramenti.

I fatti più gravi nella città vecchia sono avvenuti, ancora una volta, davanti alla IV Stazione di via Dolorosa. Gli agenti, non appena il corteo uscito dalla Spianata ha cominciato a premere sullo schieramento di polizia, sono intervenuti con spintoni e colpi contro i dimostranti. E non si sono mostrati “ben disposti” neanche con i giornalisti presenti. Scene di violenza che si sono ripetute pochi minuti dopo alla Porta di Damasco, in seguito alla chiusura temporanea dell’uscita dalla città vecchia ordinata dalla polizia. Non si conosceva ieri sera il numero dei feriti palestinesi a Gerusalemme Est. Tra i contusi ci sono alcuni poliziotti.

Resta movimentata anche la scena diplomatica. La Turchia, tra i Paesi più critici della dichiarazione di Donald Trump, ha fatto sapere che chiederà alle Nazioni Unite di annullare il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele annunciato dalla Casa Bianca. E in caso di fallimento, ha aggiunto, si rivolgerà direttamente all’Assemblea Generale. Il presidente turco Erdogan ha anche annunciato iniziative a favore del riconoscimento internazionale dello Stato di Palestina. Ankara, come il Libano, ora sostiene di voler aprire un’ambasciata a Gerusalemme Est, capitale della Palestina.

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USB denuncia Ryanair per comportamento antisindacale

Dopo la circolare di Ryanair del 12 dicembre che minaccia ritorsioni contro i lavoratori che sciopereranno, l’amministratore delegato Micheal O’Leary ha annunciato una mezza marcia indietro e il possibile confronto con i sindacati dei piloti, a condizione che non si scioperi.

USB, che da decenni denuncia inascoltata in tutte le sedi istituzionali e politiche i comportamenti e le pratiche inaccettabili di Ryannair nei confronti dei propri dipendenti, sta per depositare un ricorso alla magistratura italiana per comportamento antisindacale.

E’ infatti evidente che O’Leary non ritira la comunicazione “incriminata”, che la sua “apertura” non è netta ed immediata e non segue le regole imposte da leggi ed accordi vigenti nel nostro paese, ma ipotizza una qualche forma tutta aziendale di dialogo con le forze sindacali dei soli piloti.

Inoltre si tratta di una evidente limitazione alla sola categoria con più potere contrattuale, dimenticando che in una compagnia aerea esistono i piloti, gli assistenti di volo ed il personale di terra e che tutti hanno il diritto di farsi rappresentare sindacalmente.

Se nelle prossime ore la parziale apertura di Ryanair non sarà finalizzata esclusivamente ad impedire gli scioperi di questi giorni e si trasformerà in una concreta accettazione delle regole civili e legali esistenti in questo paese, allora verificheremo se esiste una reale volontà di confronto, altrimenti continueremo ad andare dritti e veloci verso il giudizio della magistratura del lavoro italiana.

Alle forze politiche ed alle istituzioni chiediamo nuovamente che non si faccia come negli anni passati nei quali si è favorito il fiorire e lo sviluppo delle low cost a danno dei vettori italiani Alitalia e Meridiana e di tutti i lavoratori impegnati nel trasporto aereo, chiudendo un occhio, e spesso tutti e due e ignorando le nostre denunce, sulle inaccettabili pratiche di questa compagnia aerea.

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G5 Sahel, il missionario: “Una vergogna i militari italiani in Niger”

ROMA – “Vergogna: seguiamo Macron su una strada pericolosa, violando nei fatti la sovranità del Niger e abbracciando una classe politica corrotta al soldo di Parigi“. Padre Mauro Armanino, missionario da anni a Niamey, parla con la DIRE dopo l’annuncio dell’impegno militare italiano per “la sorveglianza e il controllo del territorio” del Paese del Sahel. Secondo il premier Paolo Gentiloni, l’obiettivo della missione sarà “addestrare forze che possano contribuire alla stabilità e alla lotta contro il terrorismo”. A questa prospettiva, però, padre Armanino non crede. “Ci aggiungiamo a chi con il pretesto del contrasto al terrorismo persegue solo la geopolitica delle risorse” accusa il missionario: “Uranio e non solo, in Niger, in Mali e fino alla regione del Lago Ciad”.

C’è poi il rapporto con le comunità locali

“Parte della popolazione e della società civile – spiega padre Armanino – vede di malocchio che forze esterne possano impiantarsi impunemente nel Paese e denuncia la svendita della sovranità nazionale”.

Sulla presenza italiana molto era chiaro già prima del vertice del G5 Sahel che si è tenuto ieri alle porte di Parigi, l’occasione dell’annuncio di Gentiloni. Il nostro Paese aveva già aperto mesi fa la sua prima ambasciata a Niamey, segnando l’avvio di una fase che potrebbe ora procedere con l’invio di 470 soldati e 150 veicoli militari.

“E’ un grande business che si alimenta dell’arrivo delle ong con i fondi fiduciari” denuncia il missionario

Convinto che dietro ci sia anzittutto Emmanuel Macron, il presidente della Francia, l’ex potenza coloniale che ai giacimenti di uranio e all’influenza politica nel Sahel non intende rinunciare. “E' una logica guerrafondaia che purtroppo da tempo anche l’Italia ha sposato” sottolinea padre Armanino. “Il suo complemento è l’appoggio alla classe politica locale: qui in Niger truccano le elezioni e invece di sostenere l’agricoltura, l’istruzione e il lavoro sperperano il denaro pubblico, magari facendo costruire sopraelevate improbabili”. E i flussi di migranti, che dall’area subsahariana raggiungono la Libia proprio attraverso il Niger? “Chi ha fame non si ferma con gli eserciti ma con lo sviluppo” risponde il missionario: “Ci mettiamo davvero sulla strada sbagliata, che si perderà nel deserto”.

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Die Welt. L’Euro ha frenato anche la Germania

Il quotidiano tedesco Die Welt, vicino alle posizioni di Angela Merkel, dà spazio a sorpresa a uno studio di alcuni economisti della BCE che risulta altrettanto sorprendente, per via di un’analisi fortemente critica della moneta unica. Invece che far convergere le economie dei Paesi membri, l’Euro ne ha amplificato le divergenze, portando al crollo del reddito pro capite di nazioni che potevano contare su economie floride prima dell’aggancio valutario, prima tra tutte l’Italia. Nonostante, come prevedibile, la ricerca indichi tra le concause della crisi alcuni dei consueti mantra liberisti, si tratta della prima volta che un’istituzione come la BCE ammette ufficialmente le asimmetrie provocate dall’Unione monetaria.

di Anja Ettel, Holger Zschäpitz, 04/12/2017

Quando gli economisti della Banca centrale europea (BCE) elaborano delle ricerche su temi cardine dell’Unione, in genere sono gli stessi “guardiani della moneta” ad invitare i giornalisti alla discussione, prima ancora della pubblicazione ufficiale dei documenti.

Gli studi elaborati dai ricercatori della BCE sono talmente numerosi che, senza il necessario briefing con la stampa, la maggior parte rischierebbe di finire nel dimenticatoio dell’opinione pubblica senza colpo ferire.

Non sorprende quindi che anche la ricerca più recente, un’osservazione a lungo termine sulla “convergenza reale nella zona euro”, valesse una tavola rotonda. In fin dei conti, si tratta di una delle questioni più delicate dell’unione monetaria.


Nello specifico, si tratta di comprendere se l’Euro, sin dalla sua introduzione nel 1999, abbia effettivamente soddisfatto l’obiettivo che si era posto, ovvero quello di diventare il motore dell’integrazione economica dell’Europa, o se, al contrario, abbia ampliato il divario tra le economie degli Stati membri. Lo studio emerso dai ranghi degli economisti della BCE giunge a conclusioni poco lusinghiere. Anche a 18 anni dall’introduzione della moneta unica, persiste nell’area valutaria un forte divario nord-sud. Anzi, dalla crisi finanziaria del 2008 a oggi, la distanza tra i paesi dell’Eurozona è persino aumentata.

La Spagna non è riuscita a stare al passo

Secondo gli autori dello studio è sorprendente come l’Unione monetaria non abbia favorito l’avvicinamento delle economie dei primi 12 membri dell’Unione. “Contrariamente a quanto si sarebbe atteso, l’introduzione dell’Euro non ha fatto da catalizzatore per una rapida convergenza”.

Ciò vale soprattutto per il sud della zona euro. A detta del rapporto, la Spagna, per esempio, in termini di sviluppo del reddito è rimasta indietro di 18 anni rispetto alla media UE. I segnali di crescita dei primi anni sarebbero stati totalmente annullati dalla crisi del debito.


Dall’avvento dell’Euro anche l’Italia è precipitata sempre di più. Lo Stato che affaccia sul mediterraneo, che, considerando il Pil pro capite, originariamente faceva parte dei Paesi ricchi, è franato nel frattempo nel gruppo delle nazioni più povere. Le conseguenze della crisi finanziaria degli anni 2008/2009 possono spiegare solo in parte questa crisi. A detta degli autori, i problemi del Belpaese, affetto da tempo da cronici problemi di crescita e debolezze strutturali, sono in parte “autoinflitti”.

La ricchezza del Paese diminuisce

È importante sottolineare come lo studio in questione sia un saggio tecnico elaborato da alcuni economisti della BCE insieme a un autore originario della Slovacchia. Il documento non riflette necessariamente l’opinione della Banca Centrale Europea. È comunque degno di nota il fatto che l’organo comunitario pubblichi in modo così prominente un’analisi decisamente critica nei confronti dell’Euro.

Tuttavia, il saggio non facilita per nulla i suoi lettori: molte delle formulazioni rimangono piuttosto vaghe, e gli stessi grafici non riflettono dei risultati immediatamente chiari, ma mostrano delle conclusioni frammentate rispetto alla convergenza nell’unione monetaria. Pertanto, i non-economisti sono costretti a ricomporre gli esiti della ricerca come se si trovassero alle prese con un puzzle.

I numeri sono allarmanti. Prima dell’inizio dell’euro il reddito pro capite italiano era il 122% della media europea. Diciotto anni dopo la ricchezza è solo al 96%. Al contrario, la Spagna è migliorata di dieci punti, dal 93% al 103%, tuttavia, questo aumento è dovuto principalmente a un boom immobiliare che non ha avuto vita lunga.

I numeri della convergenza delle economie europee sfatano un altro mito. Pare che la Germania, infatti, non sia affatto il grande vincitore dell’Euro, come si sente ripetutamente affermare. Soprattutto nei primi anni dell’Unione monetaria, la ricchezza tedesca era in calo rispetto all’intera UE. Nel 1998, il PIL pro capite era pari al 125% della media e alla fine del 2016 solo il 123%.

La Germania è al di sotto del proprio potenziale

Quanto siano davvero pronunciate le differenze tra i vari Paesi è mostrato nella quinta parte dello studio. Un grafico a barre confronta l’ipotetico sviluppo della prosperità nell’area dell’euro con quello reale. Tra i grandi vincitori ci sono prima di tutto l’Irlanda e gli Stati baltici. La Germania si piazza nelle posizioni centrali, risultando in lieve perdita. I maggiori perdenti risultano Grecia, Portogallo, Italia e Cipro.

Nonostante tutto, gli economisti non arrivano al punto di incolpare l’euro di questo disastro. Secondo gli autori, molti Paesi hanno perso la propria competitività globale molto prima dell’adesione alla moneta unica. In effetti i risultati suggeriscono che i Paesi a cui l’euro ha portato benefici sono, in particolare, quelli che hanno rispettato ampiamente le regole, come gli Stati baltici, la Slovacchia e i Paesi Bassi.

A crollare sono stati invece i Paesi che hanno aderito all’Euro ma che hanno in seguito infranto le regole per via di una “cultura della svalutazione” della propria moneta maturata nel corso di decenni. L’Irlanda, al contrario, ha beneficiato della sua posizione di Paese a bassa tassazione, una tattica che non pochi esperti considerano ingiusta.

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Trump, Gerusalemme e il Medio Oriente. Intervista ad Alberto Negri

In collegamento con noi c’è il giornalista Alberto Negri, che ci aiuterà un po’ a fare il quadro della situazione in un’area, come quella mediorientale, storicamente complicata in cui la situazione è in ulteriore evoluzione in questi ultimi giorni. Chiaramente a partire dalla decisione di Trump di spostare la sede diplomatica statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme, riconoscendo, di fatto, Gerusalemme quale capitale dello stato di Israele. Una decisione, Negri, che ha causato sicuramente reazioni su più livelli. Da una parte quella della popolazione palestinese, dall’altra quella – diciamo così – della comunità internazionale. Per esempio in Europa diversi stati hanno espresso preoccupazione. Quali sviluppi può assumere una situazione di questo tipo?

Prima di tutto bisogna tener presente che l’evento più rilevante degli ultimi anni in MedioOriente, dopo la primavere arabe e la caduta di alcuni dei dittatori come Ben Ali, Gheddafi, o Mubarak in Egitto, è stata in realtà il mantenimento al potere di Bashar al-Assad in Siria. La guerra siriana è stata una guerra per procura, che ha visto il coinvolgimento di tutte le potenze internazionali e regionali. È l’evento fondante di questo nuovo ordine mediorientale in cui la Russia si è inserito occupando gli spazi vuoti lasciati dagli Stati Uniti. Lunedì abbiamo visto Putin – in meno di 24 ore – andare in Siria, annunciare il ritiro delle truppe incontrando Assad; poi ha incontrato il generale Al Sisi in Egitto il pomeriggio, annunciando non soltanto accordi economici ma anche strategici-militari; e poi terza tappa da Erdogan in Turchia, il quale ha cambiato quasi totalmente il posizionamento del suo paese, un paese della Nato, storicamente membro dell’Alleanza Atlantica, che si è buttato nelle braccia della Russia di Putin e dell’Iran degli ayatollah per salvare i propri confini e contrastare l’irredentismo curdo.

Questo è il quadro della situazione generale. In questo quadro generale è arrivato l’annuncio di Trump che, in qualche modo, ha spostato l’attenzione per alcuni giorni, da quello che era invece l’argomento principale in tutta la regione. Ossia l’ascesa della mezzaluna putiniana e l’espansione dell’influenza dell’Iran in Medio Oriente. Questi sono i due argomenti principali.

L’annuncio di Trump in qualche modo ha spostato l’attenzione, ma non ha cambiato nulla sul terreno, mentre la guerra di Siria ha cambiato molto. L’arrivo della Russia ha mutato le sorti del conflitto e l’Iran ha effettivamente rafforzato la propria posizione, l’annuncio di Trump non ha cambiato nulla. Gerusalemme è occupata dal ’67 dagli israeliani e la situazione sul terreno non cambierà, come sanno tutti. Non cambierà il posizionamento di Tel Aviv, dell’ambasciata americana, per almeno tre-quattro anni. Se ne occuperà il prossimo presidente. Tanto è vero che Trump ha firmato il solito rinvio di sei mesi che hanno firmato dal ’95 tutti i presidenti americani sullo spostamento dell’ambasciata. Quindi non è cambiato nulla. A che cosa serve questo annuncio? Questo annuncio qui ha praticamente scatenato, intorno alle mura di Gerusalemme, il campionato mondiale dell’ipocrisia, perché nulla è cambiato. Trump, in qualche modo, ha cercato di rafforzare la sua immagine internazionale, Netanyahu ha avuto una splendida occasione per venire in Europa e sfogarsi contro gli europei che a loro volta si sono scoperti paladini dei palestinesi dopo averli abbandonati per anni e l’Iran, naturalmente, ha colto al volo l’opportunità per mostrare la bandiera. E lo stesso Erdogan, leader turco, ha fatto la stessa cosa. Naturalmente la situazione non cambia.

Poi, se ci sarà un piano di pace dove sarebbero magari coinvolti anche in maniera sotterranea – per ora – i sauditi, con un’intesa tra Israele e Arabia Saudita, lo vedremo. Io ci credo poco e comunque dovremo aspettare mesi, forse anche di più, per capire se c’è veramente uno sviluppo diplomatico su questo. Diciamo che questo annuncio somiglia un po’ a quella famosa frase del Gattopardo di Tomasi di Lampedusa: “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”. In realtà i gattopardi del Medio Oriente e dell’Occidente hanno sempre gli artigli affilati, e adesso sono sotto le cure della Russia di Putin.

Quindi è stata una mossa per distrarre l’attenzione del mondo rispetto al fatto che sullo scacchiere internazionale la Russia scala posizioni rispetto agli Stati Uniti. Può essere questa una lettura?

Mah, credo che non ci siano molti dubbi. Rendiamoci conto che Putin ha firmato questi accordi con l’Egitto che sono abbastanza sorprendenti, perché sapete tutti che l’Egitto ottiene 3-4 miliardi di dollari l’anno di aiuti militari dagli Stati Uniti, da sempre. I Russi hanno firmato un accordo addirittura per usare le basi dell’aviazione egiziana, quindi i loro jet potranno volare dal Golfo alla Libia. Tutti riportano che Sidi Barrani, che è la località vicino a Sollum, al confine libico, siano schierate truppe speciali della Russia. Quindi è evidente che hanno portato dalla loro parte anche l’Egitto, come hanno portato dalla loro parte Erdogan, come hanno ottenuto buoni rapporti con l’Arabia Saudita. Basti ricordare la visita di non tanto tempo fa di Re Salman a Mosca. La prima, un viaggio storico, e per di più Putin ha buoni rapporti anche con Israele, dove tutti sanno che un milione di ebrei sono di origine russa. E quindi in qualche modo si propone come un inter-tutor della regione. Tenendo presente poi che – sul campo – il cuore del Medio Oriente, cioè l’Iraq e la Siria, sono dei condomini militari. In Iraq sono presenti truppe americane, milizie sciite filo iraniane, oltre all’esercito iracheno, le truppe curde, che hanno subito una batosta a Kirkuk, però… Una sorta di condominio militare. Pensate che l’Iraq non ha neppure una propria aviazione. E la Siria è un altro condominio militare, perché le basi russe resteranno. Il ritiro annunciato da Putin riguarda il grosso delle truppe, ma le basi di Latakia ecc, resteranno. Ci sono truppe americane, truppe turche nel nord, milizie sciite, milizie jihadiste oltre, ovviamente, all’esercito di Bashar Assad. Ecco che quindi, in una situazione dove si trovano i due principali stati della regione, il cuore del Medio Oriente, della Mesopotamia, sono praticamente dei condomini militari, dove tutti stanno cercando di riposizionarsi, di prendere posizioni a loro vantaggio.

Trump, con questa dichiarazione, ha voluto far capire: guardate, che gli Stati Uniti, se vogliono, decidono la sorte di quello che accade in Medio Oriente. In realtà la sorte di quello che accade in Medio Oriente si è formata sanguinosamente con centinaia di migliaia di morti e milioni di profughi, a partire praticamente dal 2003, cioè con l‘invasione americana dell’Iraq. Praticamente gli stati arabi più importanti, come entità sovrane e indipendenti, non esistono più. L’Iraq e la Siria sono, appunto, dei condomini militari. Bisognerà vedere nel futuro come saranno spartite le fette di torta.

Lei diceva: Trump vuol dimostrare di poter avere potere decisionale su quello che succede nella regione, in realtà le cose non stanno esattamente così. Però questa sua scelta potrebbe invece complicare i rapporti con l’Unione Europea – abbiamo visto persino l’Italia, Macron, storcere il naso di fronte a questa decisione – e, dall’altra parte, per altre ragioni, i rapporti tra gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita?

Mi verrebbe di dire, con un’espressione anche un po’ volgare, che Trump se ne frega dell’Europa. Mi è sembrato evidente. Ancora un po’, voleva liquidare la Nato, è stato trattenuto dai suoi generali, Mattis e McMaster. Vorrebbe solo che gli europei pagassero una quota maggiore della difesa dell’alleanza atlantica; degli europei mi sembra che abbia un fiero disprezzo. E’ tutto contento che sia uscita la Gran Bretagna dall’Unione Europea, anche se alla stessa Gran Bretagna questa mossa sta costando un sacco di quattrini. L’impressione mia è che a Trump importi ben poco del multilateralismo e consideri l’Unione europea come un’altra sorta di condominio burocratico e di litigiosi stati nazionali.

In realtà emerge soltanto Macron, perché la Germania, ottanta milioni di abitanti, il cuore dell’Europa, la più potente, l’economia dell’Unione europea, quando si parla di politica estera e di diplomazia conta come il due di coppe a briscola quando la briscola è fiori. Perché avete visto se abbiano detto una parola o se abbiano deciso qualcosa in questi anni su quello che è accaduto nel Mediterraneo. L’unica mossa che ricordiamo è quella della Merkel, che prima accolse i siriani e poi chiuse i confini della rotta balcanica. Ma, per il resto, si sono chiusi a riccio in una sorta di isolamento rispetto al problema del quadrante mediterraneo, guardando sempre verso est, verso i paesi dell’est, verso la Russia. Macron quindi rimane l’unico interlocutore che ha detto quello che doveva dire a Netanyahu, che poi è quello che è contenuto negli accordi internazionali e nelle risoluzioni delle Nazioni Unite, nessuna novità. Ma nessuna novità neppure in concreto, perché poi anche gli stati europei giocano la loro partita individuale, difendendo i propri interessi. Questo mi pare che sia l’atteggiamento dell’Unione Europea in generale. In realtà una protagonista a metà, che spesso eroga aiuti a destra e sinistra, ma poi incide politicamente poco, anche perché è inutile prendersela con Putin, come dicono tutti in questi giorni… Ma signori, se noi in Unione Europea non abbiamo ancora una politica estera di difesa comune, certamente la colpa non è di Mosca e neppure degli Stati Uniti.

Chiaro. Un’ultima cosa. Abbiamo parlato finora delle reazioni internazionali. Citavo invece le reazioni locali. La popolazione palestinese è stata, di fatto, chiamata ad una nuova intifada, che sembra essere alle porte. Questo che cosa può comportare in senso più ampio nel mondo islamico?

Credo che questa mossa di Trump in realtà possa metterli anche un po’ in difficoltà. A parte, ovviamente, che i palestinesi lo sono da sempre… e la cosa che mi dispiace, alla fine, è che muoia della gente per dimostrare nelle piazze e magari ci sia qualche attentato terroristico in Israele. Queste sono le cose che mi lasciano sempre con l’amaro in bocca, perché so benissimo che sono… non dico morti inutili, ma sono altre ferite inferte ad una regione che dovrebbe rimarginarne, non riaprirne. Questo è il mio pensiero. Però la decisione di Trump mette in difficoltà alcuni degli alleati americani, Quel povero re di Giordania, assai vulnerabile. Lui ha perso la guerra in Siria, perché c’è sempre stata ostilità tra Amman ed Damasco. Voi non potete ricordare, siete giovani, ma qualcuno magari lo sa perfettamente … Il famoso settembre nero di Arafat, che cercò di sbalzare dal potere la dinastia hashemita e re Hussein, fu fortemente appoggiato dai servizi segreti siriani di Afez Assad, il padre di Bashar. C’è rimasta sempre un’ostilità tra i due paesi e questo annuncio di Trump mette in difficoltà gli hashemiti, che hanno la supervisione di una parte della “spianata delle moschee”, tanto è vero che il parlamento giordano ha subito votato una legge per rivedere il trattato di pace con Israele. Ma mette in difficoltà anche gli stessi sauditi che annaspano, impantanati nella guerra dello Yemen e sono i custodi dei luoghi santi della Mecca e di Medina e, soprattutto, una monarchia assoluta che tenta di fare delle finte riforme dando la patente alle donne. Ma la vera riforma della monarchia assoluta, in mano a cinquemila principi del sangue, è che diventi uno stato un po’ più democratico, dove magari si va a votare. Contrariamente a quanto avviene in Iran, nel regime degli Ayatollah, pur in un quadro certamente fortemente controllato dall’alto. Questi sono i problemi. Anche i sauditi hanno una legittimazione religiosa, che è quella del wahabismo, di essere i custodi di Mecca e Medina. Gerusalemme è la terza città santa, è quella dove Maometto è asceso al cielo. Anche loro non possono mica tanto deragliare, cedendo sulla questione di Gerusalemme capitale unica di Israele. Questi sono i problemi veri, secondo me.

Riaprire i cinema non è abbastanza, insomma...

Ma dai... Qui c’è una retorica, in questo, che mi sembra quasi ridicola. Siamo d’accordo tutti che le donne devono avere patente, però intanto resta la legge che nessuna donna si può muovere senza il permesso del marito, del padre o del fratello. Non può viaggiare senza un permesso che viene dato da queste tre figure maschili dentro la famiglia saudita. E’ il concerto di una cantante quello che cambia la condizione? Sì, magari sono segnali. Ma per me il vero segnale – scusatemi se insisto – è quello di fare delle riforme in senso democratico. Quando vedrò i sauditi andare alle urne, magari decidere che ci sarà una monarchia costituzionale, ecco, forse, qui saremo davanti a delle vere riforme.

Eppure ci vengono sempre raccontate con entusiasmo queste mini-riforme che – sono d’accordo perfettamente con lei – contano ben poco.

Glielo dico io perché vengono raccontate con grande entusiasmo... Ci sono degli interessi economici e militari fortissimi. L’Arabia Saudita, il Qatar, questi paesi, queste monarchie piccole ma dotate di grandi capacità economiche e finanziarie, sono i nostri maggiori clienti di armi. I maggiori esportatori di armi nei paesi del Golfo sono gli Stati Uniti e, al secondo posto, viene la Francia, che si fa sempre campione dei diritti umani ma quando c’è da esportare 20 miliardi di dollari l’anno di armi certamente non si tira indietro, perché quelli sono punti di Pil e occupazione. E questo lo fa Macron come l’ha fatto Sarkozy, come l’ha fatto poi Hollande e via discorrendo. Da questo punto di vista tutto cambia per non cambiare. Aveva ragione Tomasi di Lampedusa.

Siamo sempre lì. Negri, la ringrazio molto per il suo tempo, per il suo intervento.

Ma niente, si figuri, e buona giornata a tutti i vostri ascoltatori.

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venerdì 15 dicembre 2017

L’Italia va alle “guerre d’Africa”. Si comincia con il Niger

Fidarsi dei militari e dei governi? Mai!

Il 18 maggio scorso così scriveva il Ministero della Difesa: “Il Ministero della Difesa smentisce le notizie relative all’invio di militari italiani in Niger. Si sottolinea che non vi è nessuna ipotesi operativa al riguardo. La simulazione e pianificazione di tali azioni rientra nella normale attività addestrativa degli Stati Maggiori e riguarda le principali aree di crisi”. Con questa nota il Ministero della Difesa aveva inteso smentire le notizie diffuse – anche allora dal quotidiano La Repubblica – sulla messa a punto dell’Operazione militare italiana “Deserto Rosso”, tesa a contrastare i flussi di immigrati che dal Niger raggiungono la Libia.

Ma solo cinque mesi dopo, il 27 settembre, Italia e Niger hanno firmato a Roma un accordo di cooperazione nell’ambito della Difesa, accordo siglato dai ministri Roberta Pinotti e Kalla Moutari. Ne aveva dato succintamente notizia il ministero della Difesa, senza rivelare però i dettagli circa i contenuti dell’accordo che rientra nella strategia italiana di cooperazione militari con i Paesi africani interessati dai flussi di immigrati diretti in Libia e poi in Italia. Ne davamo conto sul nostro giornale ai primi di ottobre. “In Niger lo sanno tutti che l’Italia è pronta ad avviare delle operazioni – riferiva al Fatto un funzionario nigerino – Nella base americana di Agadez di ufficiali italiani se ne vedono spesso.”

Adesso si scopre che nelle prossime settimane una missione militare italiana sarà inviata in Niger. Ufficialmente ha lo scopo di combattere il traffico di migranti diretto in Libia e di addestrare l’esercito nigerino. La missione, è stata ufficialmente annunciata due giorni fa dal presidente del Consiglio Gentiloni al termine del G5 Sahel, un incontro che si è tenuto a Parigi tra i capi di stato e di governo di Francia, Germania, Italia con quelli dei cinque paesi del Sahel: Burkina Faso, Chad, Mali, Mauritania e Niger. A renderlo noto è stata anche questa volta La Repubblica ma il Ministero della Difesa non ha potuto smentire, anzi ha notificato che la notizia è vera.

In questa nuova operazione militare all’estero saranno inviati 470 militari e 150 veicoli. La missione sarà autorizzata da un decreto legge che è già stato inviato al presidente della Repubblica e che dovrebbe essere convertito in legge dal Parlamento nei prossimi giorni. Il contingente italiano dovrebbe partire o a fine anno o all’inizio del prossimo per sostituire il contingente militare francese nella località di Madama, un vecchio fortino della Legione Straniera a poca distanza dalla frontiera libica.

Sarà interessante vedere come su questa operazione dal sapore spudoratamente coloniale voteranno i deputati in Parlamento, e trarre tutte le dovute conclusioni il prossimo 4 marzo.

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