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giovedì 17 agosto 2017

Caso Regeni, “i soliti sospetti”, la stampa e il mondo dei vinti

Ci sono morti che nessuno vuole avere sulla coscienza, ma il cui cadavere deve essere rapidamente sepolto per passare ad altro. Giulio Regeni è uno di questi, ma dopo oltre un anno non hanno ancora trovato una lapide convincente.

E forse mai ci riusciranno perché nessuna versione dei fatti sarà abbastanza plausibile: dal complotto contro il generale Abdel Fattah al-Sisi di spezzoni di servizi segreti a una trama internazionale che potrebbe coinvolgere più potenze straniere per danneggiare l’autocrate del Cairo e allo stesso tempo gli interessi italiani in Egitto, da quelli energetici alla Libia, dove il Cairo sostiene, insieme a Parigi, Mosca ed Emirati, il generale Khalifa Haftar.

I soliti sospetti sono la Francia e la Gran Bretagna, gli stati promotori insieme agli Usa dei bombardamenti sulla Libia di Muammar Gheddafi nel 2011. Ma potrebbero essercene anche altri perché con il mega-giacimento di gas di Zhor l’Eni ha assunto un ruolo importante per la diplomazia non solo energetica della regione orientale.

Quell’evento, l’attacco al raìs libico, dovrebbe essere segnato a caratteri cubitali sull’agenda italiana perché si è trattato della maggiore sconfitta del Paese dalla fine della seconda guerra mondiale: incapace e impossibilitata a difendere il suo maggiore alleato nel Mediterraneo, che soltanto sei mesi prima aveva ricevuto a Roma in pompa magna, l’Italia non solo ha perso la partita, ma ha dovuto persino unirsi ai raid aerei quando la Nato ha inserito i terminali dell’Eni tra gli obiettivi da colpire.

La nostra credibilità nei confronti dei partner della Sponda Sud è scesa a un livello molto basso e tutti ne hanno approfittato, dai governi alleati a quelli della regione, alle mafie dei migranti che hanno destabilizzato i nostri stessi confini. Ma in questi anni per i nostri concorrenti e presunti alleati, europei o arabi, è stato ancora più irritante constatare che nonostante la fine di Gheddafi, l’Eni rimane in Libia la compagnia più importante, che estrae due terzi del gas e del petrolio fornendo la corrente elettrica a tutto il Paese. Se l’idea era espellere gli italiani l’operazione non è riuscita. Non solo. Pur essendo in grave ritardo nei negoziati con Haftar, l’Italia ha sostenuto il governo di Fayez al-Sarraj riconosciuto dall’Onu e mandando una modesta flottiglia di navi sta faticosamente rimettendo in rotta di navigazione la guardia costiera libica, un labile simulacro di Stato. Più o meno lo stesso discorso vale per l’Egitto, un Paese dove i britannici ci avrebbero volentieri cacciato a pedate 70 anni fa ai tempi di re Farouk che, dopo il colpo di stato di Gamal Abdel Nasser, venne in esilio proprio a Roma mentre a Londra e al Cairo decidevano i destini della Libia mettendo in sella il senusso Re Idris.

Il caso Regeni, tra attualità e storia, si inserisce in questo contesto. Al di là delle polemiche sul ritorno dell’ambasciatore italiano in Egitto, che forse avrebbe potuto essere rimandato anche prima o in un altro momento, appare sconcertante quanto scritto, con straordinario e quasi sospetto tempismo, dal New York Times Magazine, ovvero che gli Stati Uniti avevano passato al governo informazioni sul coinvolgimento degli apparati di sicurezza egiziani, ma senza fornire prove e riferimenti.

Il governo italiano smentisce. Ora è difficile capire chi dice più bugie, ma forse è più facile comprendere perché escono queste notizie. Anche gli Usa devono giustificare la loro posizione: sono i protettori dell’Italia, ma anche i maggiori fornitori di aiuti militari all’Egitto e Al Sisi che garantisce la lotta al terrorismo islamico e buoni rapporti con Israele. Il caso Regeni disturba anche loro perché nonostante le pressioni di Roma non sono riusciti a ottenere nulla di concreto dal Cairo e la stampa – maledetta stampa – continua a scrivere di questo orrore. A britannici e francesi il caso Regeni torna oggettivamente comodo: ha congelato i rapporti diplomatici dell’Italia con il Cairo e minato – ma forse non abbastanza – la storica partnership tra i due Paesi.

L’Italia da 70 anni appartiene al mondo dei vinti e Giulio Regeni, nonostante lavorasse per istituzioni britanniche, è stato ricacciato, da morto assassinato, in quel mondo. Per i vinti, soprattutto quando sono rimasti vulnerabili e divisi, ottenere giustizia è più difficile: possono chiedere soltanto clemenza. Ma se continueranno a domandare verità e giustizia saranno un po’ meno vinti.

da IlSole24Ore, Alberto Negri

Fonte

Regeni - Il triangolo Italia - al-Sisi - Haftar

di Michele Giorgio – Il Manifesto

«I tentativi dell’Italia di esercitare pressione sull’Egitto per la brutale uccisione del ricercatore Giulio Regeni sono ostacolati dalla concorrente preoccupazione per la sicurezza nazionale: ottenere la cooperazione del Cairo in Libia». I colleghi del Guardian già il 16 maggio del 2016, in un articolo dal titolo «Realpolitik hinders hunt for killer of Italian researcher in Egypt», ci raccontavano il finale, al quale abbiamo assistito tre giorni fa, del film narrante la crisi diplomatica tra Italia ed Egitto. Una crisi culminata nel richiamo del nostro ambasciatore al Cairo e segnata dai rozzi tentativi di depistaggio messi in piedi dai servizi segreti egiziani indicati da più parti come i responsabili di quel crimine.

Protagonista del finale di questo film non poteva che essere Angelino Alfano, notoriamente avvezzo a ogni compromesso e cambio di casacca e perciò il più idoneo ad ignorare, in nome degli «interessi nazionali», le aspettative della famiglia Regeni e ad archiviare le pressioni dei tanti italiani che chiedono verità e giustizia per Giulio. E infatti il Guardian spiegava che «L’Italia e i suoi alleati che sostengono il governo di Fayez el-Sarraj in Libia appoggiato dall’Onu, sono impantanati in una lotta complessa in cui l’alleanza dell’Egitto è vista come chiave del successo del nuovo governo libico».

«Il ministero degli esteri dell’Italia – aggiungeva il quotidiano britannico – ha rifiutato di commentare il presunto appoggio dell’Egitto alle forze di Tobruk»,  guidate dal generale Khalifa Haftar, «ma lo scontro (in Libia) incarnerà i passi successivi che Roma prenderà sulla questione di Regeni». Il Guardian vedeva lontano.

Da allora di cose ne sono accadute tante in Libia e il potere di Khalifa Haftar, appoggiato sin da subito dal presidente egiziano Abdel Fattah el Sisi (e da alcune monarchie del Golfo), si è fatto persino più decisivo, fino al punto da rivolgere minacce dirette alla missione italiana volta a fermare le partenze di gommoni e battelli con a bordo i migranti diretti verso l’Europa.

Agli occhi dell’Italia el Sisi è in grado di orientare le scelte di Haftar e di persuaderlo a non ostacolare i piani del governo Gentiloni. Pesano e non poco anche le elezioni politiche in Italia nel 2018. Angelino Alfano ha fatto il lavoro sporco però la responsabilità della normalizzazione delle relazioni con el Sisi è di tutto il governo, a partire dal presidente del consiglio.

Messo da parte l’assassinio di Giulio Regeni, adesso Roma si attende che el Sisi cominci a favorire in Libia i disegni italiani oltre a quelli dell’Egitto. Il Cairo, non si dovesse raggiungere l’unità nazionale in Libia punta in alternativa alla creazione di un protettorato egiziano in Cirenaica da affidare all’uomo forte Haftar disposto a combattere contro jihadisti e milizie islamiste armate e impegnato a garantire la stabilità lungo i 1.200 chilometri di frontiera condivisa tra i due Paesi, a cominciare dallo stop al traffico di armi diretto agli affiliati dell’Isis nel Sinai.

Stabilità che vorrebbe dire anche il ritorno massiccio di lavoratori egiziani in Libia, o in parte di essa, che attraverso le proprie rimesse sarebbero in grado garantire la sopravvivenza di parecchie decine di migliaia di famiglie in patria, come avveniva nell’era Gheddafi.

Per questo il Cairo da tempo riversa tutto il suo appoggio militare e diplomatico su Haftar e garantisce il flusso dei finanziamenti al generale libico dagli Emirati e da altre petromonarchie. Un interrogativo è d’obbligo. El Sisi, dopo aver incassato la fine della crisi diplomatica e il ritorno al Cairo dell’ambasciatore italiano, sarà davvero disposto a fare in Libia ciò che si attende Roma?  È una grande scommessa considerando il personaggio e il governo Gentiloni rischia di perderla dopo aver sacrificato la verità su Giulio Regeni.

Scindere Cassa depositi e prestiti

È ora di mettere seriamente mano al destino di Cassa Depositi e Prestiti, trasformatasi nell’arco degli ultimi 15 anni in una sorta di fondo sovrano tentacolare, che agisce – a volte su mandato del Governo, a volte per motu proprio – sempre in direzione della penetrazione dei grandi interessi finanziari privati sull’economia e la società. Eppure la storia e la missione di Cassa Depositi e Prestiti sono state radicalmente altre per oltre 150 anni: raccogliere e garantire il risparmio postale dei cittadini (oltre 20 milioni di persone che le hanno affidato 250 miliardi) e utilizzare questa enorme massa di liquidità per finanziare a tassi agevolati gli investimenti degli enti locali.

Una funzione pubblica e di interesse generale, svanita nel 2003 con la trasformazione di Cassa Depositi e Prestiti in società per azioni (dunque rivolta al profitto) e con l’ingresso nel suo capitale sociale delle fondazioni bancarie.

Oggi Cassa Depositi e Prestiti finanzia la svendita del patrimonio pubblico dei Comuni e la privatizzazione dei servizi pubblici locali, in un contesto dentro il quale gli enti locali, dissanguati dal patto di stabilità e dal pareggio di bilancio, asfissiati dai tagli alle spese e agli investimenti, sono stati ridotti a promotori del saccheggio dei beni comuni da parte delle lobby immobiliari e finanziarie.

Nel contempo, l’azione di Cassa Depositi e Prestiti si è estesa a tutti i gangli dell’economia, della quale è rimasta l’unico colosso finanziario in grado di investire con un raggio a 360 gradi, ma senza nessuna strategia di medio e lungo termine decisa da una qualche assemblea elettiva (il Parlamento, che dovrebbe controllare e indirizzare, spicca per la totale assenza di discussione).

Intanto, il collasso del sistema bancario privatizzato (l’Italia è l’unico Paese che è riuscito a passare dal 74,5% di controllo pubblico sulle banche nel 1992 all’attuale zero assoluto) continua a drenare risorse pubbliche (ad oggi siamo ad oltre 30 miliardi) per “salvataggi” che non modificano alcun assetto strutturale, bensì perpetuano l’espropriazione di ricchezza collettivamente prodotta e il suo trasferimento alle lobby finanziarie. Senza una nuova finanza pubblica nessuna trasformazione del modello economico e produttivo sarebbe possibile e le decisioni di lungo termine sulla società rimarrebbero comunque appannaggio delle lobby finanziarie.

Qui entra in campo il destino di Cassa Depositi e Prestiti, per la quale va pensata una scissione strategica in due settori: uno legato alle partecipazioni societarie e all’intervento nell’economia, che dovrebbe avvenire sotto la direzione del Parlamento e dopo un’ampia discussione nella società sulla riconversione verso un nuovo modello economico che sia ecologicamente e socialmente orientato; il secondo legato all’urgente necessità della creazione di un servizio pubblico per risparmi, credito e investimenti, gestito territorialmente con il coinvolgimento diretto dei cittadini. Si tratta non di proporre una burocratica e, data l’attuale dislocazione dei poteri reali, inefficace nazionalizzazione, bensì di un processo di riappropriazione sociale della ricchezza prodotta.

Processo che può essere innescato solo da una forte e reticolare mobilitazione dal basso, che coinvolga cittadini organizzati, enti locali, settori produttivi territoriali, sindacati e lavoratori delle banche nella definizione di una finanza come “bene comune” e di una gestione partecipativa della stessa.

Socializzare subito la parte di Cassa Depositi e Prestiti che gestisce il risparmio dei cittadini vuol dire ripensare il ruolo del risparmio postale, la cui funzione sociale va collocata nei territori per svolgere la funzione di finanziare a tassi agevolati gli investimenti – pubblici e sociali – la cui destinazione sia il frutto di processi partecipativi delle comunità locali. Si tratta semplicemente di riappropriarsi di quello che ci appartiene. E di pensare ad un futuro fuori dall’austerità liberista.

Marco Bersani
Attac Italia
www.italia.attac.org
12 agosto 2017


Fonte

Il soccorso non sarà più così pronto. Esperienze dal vivo...

Il governo ha rivisto il servizio di pronto intervento. Ovviamente l’ha fatto in modo da risparmiare sui costi, ma con la retorica “modernizzatrice”.

Il vantaggio teorico è nel numero unico, ora il 112, cui ci si può rivolgere per qualsiasi evenienza, dall’infarto all’incendio sotto casa.Nulla di strano, in molti paesi funziona in questo modo, ed è effettivamente più semplice -specie in situazioni di emrgenza – dover ricordare un solo numero invece che tanti quanti sono i problemi che possiamo avere.


Gli svantaggi pratici sono invece immensi, a cominciare dal fatto che dall’altra parte della cornetta c’è un risponditore automatico, di quelli ormai in uso in qualsiasi grande azienda, e la cui “utilità” è tutta a favore dell’azienda, che così può tenere a distanza utenti e/o clienti, affidando l’eventuale risposta a un call center.


Il quale, come sappiamo, funziona con lavoratori pagati un fico secco, non sempre nati e residenti in questo paese (che quindi non ne conoscono le coordinate fondamentali, anche se sanno parlare questa lingua), sommariamente “formati” sulle risposte da dare nei vari casi.E che, soprattutto, possono rispondere solo quando il segnale arriva alla loro postazione, magari molti minuti dopo l’inizio della chiamata.


Le conseguenze sulla qualità del servizio sono chiaramente illustrate nel racconto di Francesco Iacovone. Per orizzontarsi meglio nella materia, comunque, potete vedere anche questo articolo e rileggere la tragica esperienza di Valentina Ruggiu alle prese con le bizze di un risponditore automatico. L’inumano è già qui.

*****

Nel silenzio della notte un tonfo secco, come un colpo di grancassa, e il cuore parte, impazzito. Un battito irregolare che supera di gran lunga le 200 pulsazioni al minuto e non ti senti più invincibile.

Solo in casa, le gambe tremano e l’unica salvezza è nella cornetta: “Pronto 118”... le mascelle faticano ad articolarsi e la voce è coperta dall’eco interna di un cuore che ormai va per i cazzi suoi, “...credo di avere un attacco cardiaco”.

L’operatrice non si scompone e mi tranquillizza, chiede il mio nome e comincia a farmi domande, ad infondermi sicurezza. Poi capisce la paura di chi si sentiva invincibile e ora crede di morire, solo in casa e troppo presto. Perché è sempre troppo presto per morire. Mi parla d’altro. Mi dice il suo nome, Tiziana, e mi assicura che rimarrà con me fino all’arrivo dell’ambulanza. Il suo tono è lieve e caccia via le mie streghe, mi asseconda, mi rinfranca. Mi parla ancora d’altro e trasforma quei minuti dell’attesa da interminabili a sopportabili.

Mi sento meno solo e mi attacco alla sua voce, alle sue parole. Sento le sirene dell’ambulanza e lei che mi dice: “Quando hai la diagnosi chiama, stanotte sono di turno. Fammi sapere. Ma stai tranquillo, vedrai che non è un infarto”. La corsa in ospedale e la sua profezia è stata confermata.

Allora c’era il 118, non c’era il numero unico delle emergenze. Allora non c’era quel disco che ti lasciava in attesa, in balia delle tue paure. Bastava spiegarla una volta sola la tua necessità, perché quel numero lo compone chi è in pericolo, spesso in pericolo di vita. E non ha troppo tempo da attendere.

Oggi non basta più e la storia di Valentina Ruggiu mi ha fatto pensare che forse allora… chissà… Mi ha fatto ripensare alla voce senza volto di Tiziana, alla sua umanità e alla sua capacità di rendermi sostenibile quell’attesa del tutto inattesa.

Anche Valentina ha riposto le sue speranze dentro una cornetta, ma ad attenderla ha trovato un disco: “Rimanga in attesa”. E mentre lei attendeva… e attendeva… e attendeva ancora… suo padre Gianfranco, professione cameriere, moriva.

Ripenso a Tiziana, alla sua voce che mi ha accompagnato oltre la paura. A quando l’ho richiamata dal pronto soccorso, felice per lo scampato pericolo. E penso che se quella maledetta sera di tre anni fa fossi morto, non sarei morto in compagnia di un disco che mi ripeteva “Rimanga in attesa”. Accanto avrei avuto Tiziana.

Ecco, allora ripensiamo tutti al ruolo dello stato sociale, di un servizio pubblico e di qualità. Ripensiamo ai tanti eroi che ogni giorno non ci lasciano in attesa, affatto. Grazie Tiziana, grazie di cuore!!

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Rafa Diez, segretario del sindacato basco Lab, sarà libero a giorni

Il compagno Rafa Diez sarà liberato dalle carceri dello stato Spagnolo fra pochi giorni. Rafa Diez è stato incarcerato nel 2009, mentre era Segretario Generale del Sindacato Basco LAB, con l’accusa di essere uno degli artefici della ricostruzione di Batasuna.

Rafa è stato detenuto lontano dai Paesi Baschi come avviene per la maggioranza dei compagni arrestati dallo stato spagnolo per allontanarli dai propri cari e dalla solidarietà militante.

Negli anni scorsi, i dirigenti della Federazione Sindacale Mondiale avevano più volte richiesto il permesso di visitarlo in carcere, ma ogni volta la richiesta era stata respinta. Ora verrà scarcerato perché è stata interamente scontata la pena.

La Fsm, nel dare la notizia, esprime tutta la sua gioia per la notizia della sua liberazione. “Un rivoluzionario torna alla militanza attiva tra la sua gente e i suoi compagni di lotta politica e sindacale!”

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Il leader del gruppo neo-nazista di Charlottesville era un marines statunitense

Dillon Hopper, autoproclamato “comandante” del gruppo Vanguard America con cui marciava l’attaccante James Fields, era un sergente nel corpo dei marines fino all’inizio di quest’anno.

Dillon Hopper è stato di recente pensionato come veterano delle guerre in Afghanistan e Iraq. Membri del suo gruppo suprematista bianco hanno marciato in Virginia lo scorso fine settimana.

Hopper, 29 anni, sta usando il suo ex nome, Dillon Irizarry, quando si presenta in pubblico per l’America Vanguard. Ma ha cambiato ufficialmente il suo nome a Dillon Ulysses Hopper nel novembre 2006, secondo i documenti del tribunale nel suo stato nativo, il New Mexico.

Il servizio attivo di Hopper con i marines è terminato nel gennaio di quest’anno, secondo un rapporto del Dipartimento della Difesa. Da quando è tornato negli Stati Uniti ha vissuto in California e Ohio. Il suo avatar di Facebook è attualmente un’immagine dei cartoni animati, con Donald Trump che costruisce un muro.

fonte: The Guardian

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Venezuela. L’ambasciatore italiano incontra la presidentessa della Costituente


Non sarà una marcia indietro, ma il tentativo di correggere la rotta è piuttosto evidente. Il governo italiano – supportato da una stampa mainstream mai così codina e falsificatrice – si era distinto tra i paladini della crociata contro l’Assemblea Costituente eletta nonostante la guerra apperta mossa da alcuni settori neofascisti della cosiddetta “opposizione democratica”, su input del governo statunitense.

Per essere più chiaro, Gentiloni stesso aveva affermato “non riconosceremo l’Assemblea Costituente”, firmando nel frattempo una lettera insieme al premier spagnolo di destra, Mariano Rajoy, dai toni mai visti nella diplomazia internazionale.

Ora, invece, è stato dato l’incarico all’ambasciatore a Caracas, Silvio Mignano, di accettare l’invito della presidentessa della Costituente, Delcy Rodriguez.

Forse a Palazzo Chigi hanno cominciato a sentire odor di fregatura, da parte dei partner europei, anche su questo fronte...

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