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sabato 21 ottobre 2017

Pagliacciate 2.0/seconda parte: La via emilia per l’autonomia

L’autonomia per L’Emilia Romagna oggi è un’opzione sempre più concreta e condivisa anche dal governo dopo la firma di una dichiarazione d’intenti sottoscritta dal presidente Gentiloni e dal governatore della regione Bonaccini.

È arrivata il 18 ottobre l’approvazione del governo centrale, dopo un incontro avvenuto a Palazzo Chigi, per formalizzare sulla carta un percorso iniziato lo scorso 3 ottobre e per dar vita al progetto (tutto marchiato PD) per ottenere in Regione maggiore autonomia legislativa e amministrativa in modo da gestire direttamente, e con risorse certe, materie fondamentali riguardanti quattro aree strategiche: Lavoro e formazione; Imprese, ricerca e sviluppo; Sanità; Governo del territorio e Ambiente (leggi qui).

Così inizia questo percorso di dialogo tra il PD regionale e quello nazionale in merito alla questione dell’autonomia regionale, e mette di fatto a tacere gran parte delle istanze bellicose portate avanti da Lega e M5S regionali nei mesi scorsi. Immancabile comunque il commento della Lega: “Davvero una figura penosa” ha commentato Jacopo Morrone, segretario nazionale della Lega Nord Romagna. “Bonaccini si vanta di ‘essere arrivato […] perché il premier Paolo Gentiloni ha firmato con lui una dichiarazione di intenti che ha un valore pari allo zero”. E senza che sia il nostro giornale a sottolineare la sostanziale mancanza di diversità tra la destra populista e il partito democratico in questo Paese è lo stesso Morrone che lo lascia intendere tra le righe “Bonaccini oggi è riuscito solo a essere una pessima copia di presidenti come Maroni e Zaia”.

Secondo Bonaccini, si parla di una richiesta di maggiore autonomia basandosi su due premesse: l’unità nazionale intoccabile e il rifiuto alla richiesta di regione a statuto speciale (assicurandosi così una demarcazione dalle richieste di autonomia dei colleghi Zaia e Maroni in veneto e in Lombardia). Di fatto questo percorso, comunque, mirerebbe a “trattenere una parte di risorse che invece con la fiscalità vengono trasferite a Roma. Una volta stabilite quali sono le competenze e stabilite quali sono le risorse per gestirle, bisogna indicarne la natura, ad esempio in quale parte di tassazione avverranno le trattenute di una parte delle risorse. Si tratta di valutare quali risorse poter trattenere in origine per poter gestire le competenze che ci verranno assegnate partendo dalla base di quelle che abbiamo richiesto e previo confronto con i singoli ministeri”. Un percorso, in altre parole, che trattenga la ricchezza “in casa” e crei le basi per l’avvio di ulteriori privatizzazioni possibili.

Un progetto che si fa modello nazionale: “la via Emiliana” per una delle regioni con PIL più alto ed economia virtuosa che vuole crescere, senza alcuna istanza scissionista e senza passare per un referendum troppo provocatorio ma rispettando pienamente la costituzione attraverso l’articolo 116. D’altronde Bonaccini dichiara anche che “il referendum dello scorso 4 dicembre avrebbe accentrato a Roma alcune materie, ma avrebbe anche rafforzato la possibilità per le regioni virtuose di richiedere autonomia”.

Il suo progetto per tanto è caratterizzato da una concezione funzionalista del territorio e può rientrare nello schema di riorganizzazione del potere che ha iniziato a portare avanti il governo Renzi e in tutta continuità il governo Gentiloni. “I territori sono ormai intesi come mere proiezioni spaziali di dinamiche socio-economiche, come semplici luoghi della pianificazione economica e territoriale, se non di mera competizione” scriveva Laura Ronchetti nel primo quaderno del Forum Diritti Lavoro a proposito della riforma del titolo V della costituzione. La crescente asimmetria del nostro paese è un dato di fatto e l’Emilia Romagna gode di un’importante filiera manifatturiera e di un valore di export competitivo con le aree più produttive delle regioni tedesche. Questo la rende evidentemente competitiva anche nella fase di contrattazione per quanto riguarda le istanze di autonomia con il governo centrale. Un ruolo strategico quello della nostra regione che interessa integrare nel nucleo duro dell’Unione Europea come forza a sostegno del progetto europeo ma che risponde anche alla accresciuta competitività interna che si sviluppa tra gli stati.

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La Catalogna risponde con una enorme manifestazione ai diktat di Rajoy


Barcellona. “Libertà per Jordi Sànchez. Libertà per Jordi Cuixart. In difesa dei diritti e delle libertà”. In questo momento nel centro di Barcellona sta partendo la manifestazione chiamata da Taula per la Democràcia, la piattaforma che ha convocato lo sciopero generale del 3 ottobre in tutta la Catalogna, formata da più di 40 tra organizzazioni politiche e sindacali e associazioni culturali di tutto l’arco indipendentista.

Le rivendicazioni che hanno spinto centinaia di migliaia di persone a scendere nelle strade di Barcellona oggi, da tutta la Catalogna e lo stato spagnolo, riguardano la liberazione dei due Jordis, in carcere da martedì su ordine dell’Audencia Nacional, oltre che di tutti coloro che hanno subito la repressione nelle mobilitazioni indipendentiste.

Dopo l’annuncio di questa mattina del governo centrale, di commissariamento del Governo catalano e di indizione di elezioni in Catalogna nei prossimi sei mesi come misure da proporre in parlamento per l’applicazione del famigerato articolo 155, anche Puidgemont e tutto il Govern sono scesi in piazza in testa al corteo, oltre che vari esponenti di tutte le formazioni indipendentiste. È stata diffusa inoltre la notizia dai quotidiani catalani che alle 21 Puidgemont risponderà pubblicamente alle dichiarazioni di Rajoy.

L’attenzione è altissima e l’attesa è forte. La mobilitazione non accenna ad arrestarsi e le strade sono sempre più affollate, nonostante il pugno duro di Rajoy e la macchina repressiva messa in atto.

República ara! Visca Catalunya Lliure!

[A seguire in serata aggiornamenti]

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Catalogna. Rajoy cancella il governo catalano e assume tutti i poteri

Il premier spagnolo, il “popolare” ex franchista Mariano Rajoy, ha annunciato che assumerà le competenze del presidente catalano Carles Puigdemont per convocare nuove elezioni.

Il governo spagnolo ha dunque deciso di proporre al senato la destituzione del presidente catalano Carles Puigdemont, del vicepresidente Oriol Junqueras e di tutti i membri del Govern. “La mia volontà è di andare a elezioni il prima possibile, non appena sarà ripristinata la normalità istituzionale. Lo vuole la maggioranza, dobbiamo aprire una nuova fase”, ha aggiunto Rajoy parlando al massimo di sei mesi.

Le misure decise prevedono anche il divieto per il Parlament catalano di eleggere un sostituto di Puigdemont (anche se questa possibilità non rientrava tra quelle prese in considerazione dalla maggioranza indipendentista). L’assemblea catalana, a questo punto, potrebbe esercitare solo una “funzione rappresentativa”, senza prendere più alcuna decisione. In pratica, per Rajoy, il parlamento eletto dai catalani viene considerato capace di prendere soltanto “iniziative contrarie alla costituzione”. Madrid si riserva in ogni caso un potere di veto sulle sue decisioni del Parlament, esercitabile entro 30 giorni.

L’unica reazione “dissidente” proveniente dal mondo politico spagnolo è per il momento quella, assai pallida, di Podemos, che si dice “sotto shock” davanti alla “sospensione della democrazia non solo in Catalogna ma anche in Spagna”. La dichiarazione è arrivata dal numero due del partito ‘viola’ Pablo Echenique dopo l’annuncio delle misure decise da Madrid contro la Catalogna.

Al contrario, da Barcellona, il deputato del Pdecat, il partito del presidente Carles Puigdemont, Josep Lluis Cleries, ha definito le misure annunciate dal governo di Madrid come “un colpo di stato contro il popolo della Catalogna”. Queste misure, infatti, “sanno di franchismo, è un ritorno al 1975”.

Con una faccia di tolla degna di Renzi et similia, Rajoy ha spiegato che con queste iniziative “non si sospende l’autonomia né l’autogoverno della Catalogna ma si sospendono le persone che hanno messo la Catalogna fuori dalla legge”.

Il fatto che quelle “persone” siano state liberamente elette dal popolo catalano per decidere esattamente quello che le ha portate alla “destituzione”, nella logica franchista di Rajoy non sembra neppure essere una contraddizione in termini.

L’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione spagnola implica che il governo di Madrid assumerà il comando dei Mossos d’Esquadra e consentirà all’esecutivo di destituire o nominare i responsabili delle emittenti TV3 e Catalunya Radio. Anche qui con una motivazione da “grande fratello” orwellinao: “per garantire un’informazione vera e rispettosa del pluralismo politico”.

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Iraq - Baghdad strappa a Erbil l'intera provincia di Kirkuk

L’intera provincia di Kirkuk è sotto il controllo del governo centrale di Baghdad: dopo la ripresa dell’ultima città del distretto, Altun Kupri, a poche decine di chilometri da Erbil, non ci sono più peshmerga nella principale area contesa del paese.
 
Stavolta, a differenza della città di Kirkuk e di Sinjar, scontri ce ne sono stati: colpi di mortaio e di artiglieria da entrambe le parti sono andati avanti per alcune ore ieri mattina prima della ritirata dei kurdi che, prima di arretrare, hanno fatto saltare in aria il ponte che da Altun Kupri porta alla capitale del Kurdistan iracheno.

Dopotutto le truppe irachene e le milizie sciite sono a soli 25 km da Erbil. Ma non avanzeranno oltre, assicura Baghdad: l’obiettivo, ripetono i vertici iracheni, non è invadere la regione autonoma ma tornare ai confini precedenti al 2014. È intervenuto lo stesso premier iracheno al-Abadi che ha ordinato all’esercito di fermarsi e non entrare a Erbil, ma di rispettare le frontiere ufficiali definite nel 2003 dopo la caduta di Saddam Hussein.

Dal Kurdistan iracheno le reazioni sono blande, nella consapevolezza che a rischio non c’è tanto il referendum per l’indipendenza quanto l’autonomia già ottenuta quasi 30 anni fa. Le tensioni esterne si riverberano all’interno con polemiche politiche tra i due principali partiti kurdi, il Kdp del presidente Barzani e il Puk dei Talabani, con il primo che accusa il secondo di aver ordinato la ritirata da Kirkuk senza combattere.

Alla crisi interna irachena si aggiungono altri attori. Il leader religioso sciita Moqtada al-Sadr ha annunciato ieri l’invio delle sue Brigate della Pace – l’ex esercito del Mahdi, protagonista della resistenza anti-statunitense nel decennio passato – a Kirkuk, a sostegno dell’esercito iracheno. Al fianco, dunque, di quelle milizie sciite legate all’Iran rivali di al-Sadr. Ma il religioso sa di doversi giocare le sue carte dopo aver trascorso gli ultimi anni a togliersi di dosso l’etichetta sciita per indossare i panni del leader nazionale e non settario, che lo hanno portato fino in Arabia Saudita in chiave anti-Iran.

Interviene anche il Dipartimento di Stato Usa, alleato di Baghdad quanto di Erbil, nel mirino di tanti peshmerga che in queste ore affidano alla stampa la rabbia per il mancato intervento della coalizione al loro fianco. Gli Stati Uniti hanno chiesto ieri a Baghdad di fermare le truppe e di non ingaggiare altri scontri con quelle kurde nelle aree contese. Aggiungono però un elemento in pù: le aree contese restano tali, l’avanzata di Baghdad non ne modifica lo status a favore del governo centrale.

Dichiarazioni che dovrebbero aprire al negoziato, un dialogo chiaramente difficile: quelle zone sono le più ricche di greggio dell’intero Iraq, fonte di ricchezza inestimabile. Soprattutto per Erbil in grave crisi economica: dall’avanzata delle truppe irachene su Kirkuk le esportazioni di greggio attraverso l’oleodotto che arriva alla cita turca di Ceyhan sono crollate di due terzi. Meno di 200mila barili al giorno, invece dei 600mila precedenti.

J. S. Colomer (Endavant): “Il conflitto nazionale in Catalogna è la manifestazione del conflitto di classe”

La genesi di Endavant e in seguito della Cup insieme ad altri settori organizzati della sinistra indipendentista come Poble Lliure e a vari collettivi territoriali e ai movimenti antifascisti, femministi, internazionalisti e municipalisti.

Il legame tra lotta nazionale e conflitto di classe. La trasversale ma dinamica composizione di classe del movimento indipendentista.

La struttura e il protagonismo dei settori di classe e popolari all’interno del movimento per la rottura con lo Stato Spagnolo in competizione con la rappresentanza politica di una piccola borghesia radicalizzata dalla crisi economica ma incline al compromesso.

Le prospettive del movimento indipendentista dopo il referendum del 1 ottobre e lo sciopero generale del 3 ottobre.

La trasformazione dei Comitati per la Difesa del Referendum in un organismo diffuso di contropotere popolare capace di condizionare le mosse delle istituzioni catalane che dopo il referendum non hanno proclamato come prestabilito la Repubblica Catalana.

Il sostegno a Madrid e alla repressione da parte dell’Unione Europea e dei suoi stati più importanti, a partire dalla Francia, dalla Germania e dall’Italia. Le contraddizioni di un’opinione pubblica catalanista che è europeista ma ora è costretta a fare i conti con il sostegno incondizionato di Bruxelles al governo Rajoy.

Le prospettive future incerte all’interno di una partita che rimane tutta aperta: contrattazione al ribasso tra le élite catalane e spagnole oppure una rottura determinata dal protagonismo delle classi e degli interessi popolari non solo contro uno degli stati più centralisti e sciovinisti del continente ma anche a danno dei privilegi dell’oligarchia catalana?

Di questo e di molto altro ci parla in questa intervista il militante della sinistra indipendentista e anticapitalista catalana Joan Sebastià Colomer (realizzata all’inizio di questa settimana dai compagni di Noi Restiamo di Torino), reduce da un giro di assemblee ed incontri in diverse città italiane su invito di alcuni centri sociali e della Rete dei Comunisti che insieme a Noi Restiamo e al Collettivo Militant ha inteso approfondire gli aspetti e le caratteristiche del conflitto tra popolo catalano e Stato Spagnolo che non emergono dalle ostili rappresentazioni della stampa mainstream e neanche dai frettolosi e spesso pregiudiziali commenti di buona parte della sinistra anche ‘radicale’.



Di seguito vi proponiamo l’intervento di Joan Sebastià Colomer durante l’iniziativa organizzata a Bologna dalla Rete dei Comunisti e da Noi Restiamo lo scorso 15 ottobre dal titolo: “Catalogna: scacco al Re e all’Ue?”.

https://www.youtube.com/watch?v=7VjKb8uj9As

https://www.youtube.com/watch?v=lBQRXBWjSPk

https://www.youtube.com/watch?v=yXlyxDjspG8

https://www.youtube.com/watch?v=gJxBz8bmCKQ&t=28s

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“La sinistra è sparita perché ha dimenticato di identificare il nemico, Ue, euro e Nato”

Questo articolo compare in contemporanea su Contropiano e L’Antidiplomatico


“Se si vuole cambiare veramente le cose – e parliamo a chi ancora lotta, perché chi ha rinunciato ha rinunciato – è necessario ritrovare il nemico. Perché il nemico esiste ed è un sistema di potere che organizza le guerre pacifiche, con la Nato, e le guerre sociali, con l’Ue e l’euro.” Lo ha dichiarato Giorgio Cremaschi a margine dell’assemblea di Eurostop, preparatoria per la manifestazione nazionale indetta dalla Piattaforma per l’11 novembre a Roma.

“Nel nostro paese c’è un insieme di movimenti, di lotte, ma c’è una paura ad identificare il nemico. Il nemico così si rafforza. L’11 novembre stiamo chiamando a raccolta tutti coloro che vogliono combattere in piazza e partecipare ad una grande manifestazione a Roma contro un nemico preciso non aleatorio: questo governo. Il governo delle banche, della precarietà e dei manganelli. Un governo autoritario che non agisce per conto suo, ma su mandato dei poteri forti” ha proseguito Cremaschi in quest’intervista all’AntiDiplomatico. “La sinistra è sparita perché ha dimenticato di identificare il nemico. Ritroviamo il nemico e ritroveremo noi stessi”.

All’assemblea hanno partecipato i rappresentanti di molte delle sigle racchiuse nella Piattaforma Eurostop. Abbiamo ascoltato anche le considerazioni di Francesco Maria della Croce, segretario della FGCI e Alessandro Giannelli dell’USB di Roma. Queste le loro dichiarazioni in vista della manifestazione dell’11 novemebre.


Francesco Valerio della Croce, Segretario FGCI, all'Assemblea Eurostop, in vista delle due giornate di lotta del 10 e 11 Novembre#Eurostop#euro pic.twitter.com/jBeiXmYEDn

— lantidiplomatico.it (@Lantidiplomatic) October 20, 2017

Alessandro Giannelli (USB): "Obiettivo è riportare la verità n…

Alessandro Giannelli (USB) in vista della manifestazione nazionale dell'11 novembre: "Obiettivo è riportare la verità nelle strade"

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Argentina. Santiago Maldonado è stato ucciso


In Argentina, con Macrì – il presidente servo degli Usa – sono ricominciate le uccisioni degli attivisti sociali e politici dell’opposizione.

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Comunicato della famiglia di Santiago Maldonado – 20 ottobre 2017

Il corpo trovato nel RÍo Chubut è quello di Santiago.

L’incertezza sulla sua fine è terminata. Il calvario che per la nostra famiglia è iniziato il giorno stesso in cui abbiamo saputo della sua sparizione non terminerà fino a quando sarà fatta Giustizia.

Possiamo dire davvero poco sui nostri sentimenti davanti alla conferma dell’identità di Santiago: questo dolore non conosce parole.

Le circostanze del ritrovamento del corpo ci fanno venire molti dubbi. Crediamo sia il momento di procedere con fermezza nelle indagini e di lasciar lavorare senza pressioni il Giudice Lleral. Dobbiamo sapere cos’è successo a Santiago e chi sono i responsabili della sua morte. Tutti. Non solo quelli che gli hanno tolto la vita ma anche quelli che, per le loro azioni o omissioni, hanno collaborato nell’occultamento e hanno pregiudicato il processo di ricerca.

Eravamo nel giusto a protestare per la inazione, l’inefficacia e la parzialità del precedente giudice nell’iter della causa. Continua a risultarci inspiegabile il rifiuto del Governo Nazionale dinanzi alla proposta di collaborazione di esperti dell’ONU, di comprovata esperienza internazionale. Nessuno potrà toglierci dalla testa che si sarebbe potuto fare molto di più e molto prima.

Ai mezzi di comunicazione, alle organizzazioni sociali, dei diritti umani, di categoria, alle persone che ci hanno accompagnato nelle marce per Santiago, chiediamo che continuino a rivendicare Giustizia, con più forza che mai e in pace. Alle forze politiche, che facciano il maggior sforzo possibile per appoggiare e garantire tutte le azioni che ci aiutino a trovare la Verità e a ottenere Giustizia.

La morte di Santiago non deve essere motivo di divisioni o di battaglie interessate. Nessuno può accampare diritti sul dolore di questa famiglia, per la quale chiediamo rispetto.

Per Santiago, per noi.

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