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sabato 24 febbraio 2018

Jalal Al-e Ahmad: intellettuale iraniano tra marzismo e sciismo

di Pietro De Ruggieri

Jalal Al-e Ahmad (1923-1969) è largamente percepito, in particolar modo in Iran, come uno degli intellettuali più prolifici dell’epoca post-Mossadeq e pre-Khomeini e uno tra i principali ideologi della rivoluzione islamica del 1979.

L’apprezzamento nutrito nei suoi confronti da parte del regime degli Ayatollah è bastato per alimentare, nel corso degli anni, una fitta nube di pregiudizio attorno alla sua figura. Eppure l’intera opera di Al-e Ahmad, oltre a mettere in luce la personalità di un intellettuale originale ed indipendente, offre utili coordinate per comprendere alcuni aspetti della società iraniana contemporanea.

Fuori dall’Iran Al-e Ahmad non ha ricevuto la stessa attenzione che è stata dedicata ad altri autori a lui contemporanei (Ali Shariati, Ebrahim Golestan, Forough Farrokhzad, Reza Baraheni). La scarsità di traduzioni non rende giustizia ad un autore che, oggi più che mai, merita di essere riscoperto e compreso a pieno.

Nel 1969, anno della sua morte, Jalal Al-e Ahmad aveva già pubblicato più di trenta lavori tra romanzi, racconti, saggi di critica sociale, cronache di viaggio, studi etnografici, traduzioni dal francese di opere di Sartre, Camus, Gide, Dostoevskij e Ionesco.

Jalal oddin Sadat-e Al-e Ahmad nasce nel dicembre del 1923 in una famiglia benestante ed estremamente religiosa. Suo nonno, suo padre e suo fratello maggiore erano membri del clero sciita e suo cugino, Mahmoud Taleghani, diventerà il primo Emam Jomeh (mollah scelto dal leader supremo per officiare durante la preghiera del Venerdì) di Tehran dopo la rivoluzione islamica.

Senza dubbio la formazione di Al-e Ahmad è stata influenzata fortemente dall’osservanza delle tradizioni islamiche, presente nella sua famiglia da tre generazioni. Nel 1932, per via di un decreto regio che privava i mollah dell’autorità giuridica e notarile, la famiglia Al-e Ahmad perde gran parte dei suoi privilegi e Jalal è costretto a lavorare come riparatore di orologi al bazaar. Interpreterà questa decisione come un tentativo da parte del padre di condizionare la sua formazione. Per questo motivo, di nascosto, inizia a frequentare le classi serali ed ottiene il diploma nel 1943.

Nello stesso anno, sempre per ordine del padre, si reca prima a Najaf e poi a Kerbala, entrambi luoghi sacri agli sciiti, con l’intenzione di proseguire gli studi teologici a Beirut e diventare mollah come suo fratello maggiore. Dopo solo tre mesi abbandona gli studi e rientra in Iran, definendo la sua esperienza nei luoghi santi come una “trappola premeditata” dal padre e dal fratello maggiore. L’impatto negativo di questa esperienza lo porta ad una rottura con la famiglia e con i valori religiosi: in segno di protesta inizia a pregare “alla maniera sunnita”, si rifiuta di recitare il Corano e frequentare la moschea.

Nel 1944 si iscrive al Tude (Partito Comunista Iraniano) di cui abbraccia con entusiasmo l’ideologia leninista e il messianismo rivoluzionario. In soli quattro anni Jalal Al-e Ahmad diventa membro del comitato centrale, delegato al congresso nazionale e direttore della casa editrice del partito. Proprio grazie ai mezzi forniti dal partito pubblica le sue prime raccolte di racconti: “Did va bazdid” (Scambio di visite, 1945), “Setar” (Il setar, 1946), “Az ranji ke mibarim” (Le nostre sofferenze, 1947), questi ultimi definiti da Al-e Ahmad come “storie di sconfitte politiche [del partito comunista, ndr], narrate in uno stile real-socialista”. Nel 1947 ottiene l’abilitazione all’insegnamento e nell’anno scolastico 1955-1956 accetterà un posto da direttore in una scuola elementare nel nord dell’Iran.

Questa esperienza sarà alla base del celebre romanzo “Modire madrese” (Direttore di scuola), annoverato tra le più importanti opere della letteratura iraniana contemporanea. Il romanzo, mescolando finzione e autobiografia, è in realtà una critica feroce al sistema educativo iraniano. Il 1947 segna anche la rottura di Al-a Ahmad con il partito comunista e il suo “dogmatismo stalinista”. Insieme ai dissidenti formerà l’Hezb-e Zahmatkeshan-e Mellat-e Iran (Partito Iraniano dei Lavoratori) e in seguito Niruy-e Sevvom (Terza Forza). Abbandonerà definitivamente la militanza nel 1953, poco prima del golpe che riporterà sul trono Mohammad Reza Pahlavi.

Nei cinque anni di pausa dalla scena politica (1947/1951), Jalal Al-e Ahmad si dedica alla traduzione dal francese di opere di Camus (Lo straniero), Sartre (Le mani sporche), Gide (Ritorno dall’URSS), Ionesco (Il rinoceronte), Dostoevskij (Il giocatore). Supporta animosamente Nima Yooshij, massimo esponente della poesia iraniana contemporanea e le sue sperimentazioni stilistiche. Nel 1951 pubblica la raccolta “Zan-e Ziyadi” (La donna di troppo), serie di racconti brevi, un riflesso di Jalal sulla condizione delle donne nella sua famiglia e in generale nella società iraniana. In questi anni sposa la scrittrice Simin Daneshvar, il cui romanzo Savushun è anche il primo ad essere stato pubblicato da una donna in Iran.

L’impossibilità da parte di Jalal e Simin di avere figli segna profondamente la coppia e nel romanzo “Sangi Bar Guri” (Una pietra sulla tomba), pubblicato postumo, Al-e Ahmad affronta il tema della paternità: da una parte il rapporto travagliato con suo padre, con il quale non riuscirà mai a riconciliarsi, dall’altra la sua impossibilità di diventare padre.

Il decennio 1953/1963 è il più prolifico della carriera di Al-e Ahmad che conduce infatti tre indagini etnografiche nei villaggi di Takistan e Aurazan (paese di origine di suo nonno) nel nord dell’Iran e nell’isola di Kharg nel Golfo Persico. In questi luoghi entra in contatto con il mondo del sottoproletariato contadino, un mondo “perduto e allo stesso tempo ancora superiore”. Queste esperienze sono di grande importanza per comprendere il conseguente “ritorno all’Islam” di Jalal.

Nel 1961 pubblica il romanzo “Nun va ‘l qalam” (La “N“ e la penna), un’allegoria del fallimento della sinistra nella politica iraniana. Contemporaneamente Al-e Ahmad fa circolare clandestinamente la prima edizione di “Gharbzadegi” (Occidentosi), una violenta invettiva contro la debolezza e la passività degli iraniani nei confronti della cultura occidentale. Il libro, uscito nel 1962, viene immediatamente ritirato dalla censura.

Una seconda edizione verrà pubblicata nel 1968 e riscuoterà finalmente un enorme successo, tanto da diventare il manifesto dell’anti imperialismo iraniano. Secondo Al-e Ahmad lo sfruttamento delle risorse da parte di inglesi e americani, è la conseguenza di un imperialismo culturale ancora più pericoloso, sviluppatosi nel corso della storia all’interno della società iraniana.
L’Occidentosi è un male a due teste: una è l’Occidente e l’altra siamo noi, gli occidentotici, un angolo dell’Oriente. Con “Occidente” io intendo l’Europa, l’Unione Sovietica e il Nord America, le nazioni sviluppate e industrializzate capaci di usare la tecnologia per trasformare materie grezze in forme più complesse, tali da poter essere vendute come merci. Queste materie prime non sono soltanto ferro, minerali e petrolio, o budella, cotone e gomma adragante; sono anche miti, dogmi, musica e mondi superiori. L’altro polo è costituito dall’Africa e dall’Asia, le nazioni arretrate, non industrializzate o in via di sviluppo che sono state trasformate in nazioni consumatrici delle merci occidentali. In ogni caso, le materie prime di questi prodotti provengono da paesi in via di sviluppo: il petrolio dalle coste del Golfo, la canapa e le spezie dall’India, il jazz dall’Africa, la seta e l’oppio dalla Cina, l’antropologia dall’Oceania e la sociologia dall’Africa.
Più interessante, “Gharbzadegi” mette in risalto le contraddizioni generate dall’ingresso della modernità e del consumismo in una società ancora profondamente tradizionale come quella iraniana. Comprimendo circa tre millenni di storia dell’Iran in poco più di cento pagine, Jalal Al-e Ahmad sviluppa così la sua “teoria della dipendenza”, anche se in maniera meno sistematica rispetto ad altri autori terzomondisti. L’espressione “gharbzadegi” è diventata di uso comune in Iran per indicare quei soggetti il cui pregiudizio è dettato da un complesso di inferiorità nei confronti dell’Occidente.

Tra il 1962 e il 1968 viaggia in America, Unione Sovietica, Israele, Arabia Saudita e pubblica i suoi resoconti in una forma che mescola cronaca e critica. In “Safar dar velayat-e Asrail” (Viaggio nella repubblica di Israele), recentemente tradotto in inglese, Al-e Ahmad racconta la sua esperienza nel kibbutz Ayelet Ha’Shahar, nel nord di Israele, negli anni immediatamente precedenti la guerra del 1967. “Khasi dar mighat” (Una foglia al Mighat), del 1966, racconta il viaggio alla Mecca, un ritorno esistenziale ed ideologico all’origine, profondamente significativo per lo sviluppo intellettuale di Al-e Ahmad.

Se in “Gharbzadegi”, infatti, rigetta l’atteggiamento del clero sciita, colpevole di “essersi ritratti nel loro guscio, persi nell’abisso della tradizione”, in seguito raggiungerà la convinzione che solo lo sciismo, ideologia autenticamente radicata nella tradizione iraniana, può costituire l’antidoto al “virus” dell’Occidentosi. Questo messianismo sciita, intriso di marxismo, è secondo Jalal l’unica ideologia autenticamente rivoluzionaria, la sola capace di mobilitare le masse verso la rivoluzione e il riscatto sociale. Dove il comunismo aveva fallito, l’unità sciita (vahdat-e shie) avrebbe potuto trionfare. Questo “ritorno all’Islam” di Al-e Ahmad, più che una rivelazione mistica, sembra essere l’esito della sua analisi materialista della storia, frutto della sua formazione marxista.

In “Dar khedmat va khianat roshanfekran” (Sul servizio e il tradimento degli intellettuali), un’aspra critica al disimpegno politico degli intellettuali iraniani, pubblicato postumo nel 1978, Jalal definirà il dialogo tra Rohanyat (il clero) e Roshanfekran (gli intellettuali) come l’unica via percorribile verso l’indipendenza e il progresso della sua terra.

Nel suo ultimo romanzo “Nefrin-e Zamin” (La maledizione della terra), pubblicato nel 1968, torna a trattare problematiche sociali in senso più ampio, dalla riforma agraria alla meccanizzazione, dalla leva obbligatoria all’istruzione.

Jalal Al-e Ahmad muore per un arresto cardiaco il 9 settembre del 1969, nella sua casa di Asalem, un villaggio nel Nord dell’Iran. In molti hanno anche avanzato l’ipotesi, senza fornire prove, che sia stato assassinato dal Savak, la polizia segreta del regime Pahlavi.

Pur avendo abbandonato la militanza politica sedici anni prima, Jalal Al-e Ahmad non ha mai abbandonato il suo impegno politico, credendo fermamente che arte e militanza siano reciprocamente imprescindibili. Dai sui lavori emerge una personalità riflessiva e allo stesso tempo in costante fermento; un’interessante produzione letteraria la cui forza e agitazione visionaria hanno segnato la letteratura iraniana contemporanea.

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Lettera di un imbecille (forse rinsavito chi lo sa)

Mi presento: sono un imbecille che cinque anni fa ha votato per l’M5S.

Perché l’ho fatto? Perché credevo, speravo che potessero e volessero impegnarsi davvero per l’autonomia della società dal cappio del fiscal compact e della dittatura finanziaria. C’è voluto poco per capire che avevo sbagliato. Ci pensò Mario Draghi a svegliarmi, quando disse, pochi giorni dopo le elezioni del 2013, che non c’era di che preoccuparsi, perché la governance europea procede col pilota automatico. Infatti l’aspirante premier Di Maio (mi scappa da ridere) si reca nelle cattedrali della dittatura finanziaria per rassicurare i veri detentori del potere. E lo stesso brillantissimo Di Maio è stato il primo a denunciare i taxi del mare, cioè le organizzazioni non governative che si permettono di salvare i migranti dai flutti. In questo Di Maio e Minniti non vogliono apparire meno determinati di Salvini. Determinati nell’affogare coloro cui il colonialismo ha rapinato le risorse, coloro che stanno fuggendo dalle guerre che i civilizzatori europei hanno provocato.

Questa volta non voterò certo per costoro, che dopo aver rubato il mio voto (e quello di molti come me) si sono alleati con Nigel Farage, hanno portato al Campidoglio la signora Raggi dello studio Previti e Sammarco, e hanno esultato per la vittoria di Donald Trump.

Per chi votare allora?

Il signor Juncker (quello che detassava le grandi corporation che investivano nel suo paese, quando era alla guida del ricco Lussemburgo) avverte che l’Italia è in pericolo, e che l’ingovernabilità italiana potrebbe mettere a repentaglio il futuro dell’Unione Europea.

Eufemismi. Juncker avrebbe potuto dire che la catastrofe italiana (certa) provocherà il collasso finale dell’Unione Europea (probabile). Prendete la Grecia del 2015, moltiplicate per dieci e avrete una approssimazione di quel che si prepara per la seconda parte dell’anno 2018.

Difficile fare previsioni sui risultati delle prossime elezioni, ma le mie antenne mi dicono alcune cose: prima di tutto che il PD è destinato a una sconfitta di proporzioni bibliche, che gli sta bene come un vestito nuovo. I democratici verdiniani hanno puntato sul respingimento e lo sterminio, pensando stupidamente di competere con i razzisti DOC.

Hanno puntato sull’ortodossia neoliberista. Il diligente esecutore Gentiloni ha dichiarato che solo il PD garantisce le riforme, e sappiamo che significa quella parola: tagliare fondi per le scuole, tagliare fondi per la sanità, tagliare salari, mettere la gente alla fame perché le banche possano prosperare.

Ora raccoglieranno quel che hanno seminato, e sprofonderanno. La sola coalizione che potrà governare a quel punto sarà quella che mette insieme i razzisti della Lega, i fascisti fratelli d’italia e il pupillo dei popolari europei la mummia Berlusconi. Sette anni dopo il 2011 dello spread alle stelle la stabilità europea è garantita da Berlusconi. 
Questo dà la misura della disperazione europea.

Non so come andranno le elezioni, quel che so è che entro l’anno il paese dovrebbe fare l’equivalente di due finanziarie, cioè dovrebbe tagliare risorse sociali in misura doppia di quel che ha fatto ogni anno, dal 2008 in poi. Lo faranno Berlusconi e Salvini? E se non lo faranno ci penserà la troika a commissariare un paese in cui il nazionalismo è risorto.

Dunque per chi votare alle prossime elezioni, per quanto le elezioni contino poco poiché la democrazia è stata liquidata dal pilota automatico di Draghi?

Simili come gocce d’acqua le tre coalizioni maggiori ci propongono violenza finanziaria e violenza razzista. Poi c’è una nuova formazione che si chiama LeU. I suoi rappresentanti nel passato recente hanno votato sistematicamente tutte le riforme che hanno dimezzato il salario, precarizzato il lavoro e distrutto scuola e sistema sanitario. Perché dovremmo votarli adesso che Renzi gli ha tolto ogni potere e allora vengono a chiederci di dargliene almeno un po’?

Che si fotta il partito del gorilla Cofferati. Io commisi l’errore (ma quanti errori ho fatto in vita mia?) di appoggiarlo pubblicamente alle elezioni comunali del 2004, e come sindaco si rivelò un autoritario razzistoide nemico della città che lo aveva eletto.

Allora per finire il mio suggerimento è votare per quei pazzi napoletani che hanno occupato un manicomio su cui giganteggia un meraviglioso dipinto di Blu.

Votare POTERE AL POPOLO mi sembra la sola cosa intelligente da fare: sono rinsavito e voto per i pazzi, guarda un po’.

Nella prossima lettera cercherò di spiegare il perché.

L’immagine è di Narkov Diarber

Franco Berardi Bifo da Facebook

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Cremaschi. “Multinazionali in fuga e governo complice”

Una discussione esemplare – ieri mattina a L’aria che tira, su La7 – quasi paradigmatica delle posizioni in campo sulla questione centrale del lavoro: le multinazionali vanno dove il profitto può essere più alto e il lavoro ha un costo più basso, lasciando un deserto industriale e occupazionale; il governo italiano è uno dei più vili del continente, dato che stende tappeti alle imprese e non pretende la loro assolutamente nulla.

Il sindacato complice è stato perfettamente rappresentato da Carla Cantone, ex segretario generale dei pensionati Cgil, che ha assistito senza muovere un dito a tutte le riforme previdenziali degli ultimi 20 anni e chiude la sua carriera candidandosi al Parlamento con il Pd (responsabile del Jobs Act, dei voucher, dell’eliminazione degli ammortizzatori sociali, dell’abolizione dell’art. 18 e degli incentivi alle imprese senza contropartite).

I due imprenditori affacciatisi al proscenio (Giovanni Zonin, ex presidente della Banca Popolare di Vicenza, e Alberto Forchielli, “imprenditore” delocalizzatosi in Thailandia) hanno mostrato il volto più infame della cosiddetta “classe dirigente” del capitalismo ad ogni latitudine. Il primo irridendo correntisti e azionisti lasciati sul lastrico con una serie di “non ricordo, sono anziano...”. Il secondo ridendo apertamente di ogni richiamo a valori come la ”dignità”, la “responsabilità”, ecc.

Due autentici delinquenti della “buona società” occidentale, che alla sbarra o si difendono dandosi del demente o sghignazzano beffardi...

Buona visione, ma con il maalox a portata di mano...

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Milano e Palermo: le piazze antifasciste. La diretta


Milano ultima ora: Dopo che gli antifascisti erano stati praticamente circondati su tutti i lati dalla polizia che li teneva bloccati in largo La Foppa, un corteo è riuscito a partire intorno alle 17.30 raggiungendo la Stazione Centrale, luogo simbolo dei pattuglioni contro gli immigrati.

Dalle 14.00 gli antifascisti milanesi si sono concentrati in Largo La Foppa dopo che la Questura aveva negato una piazza più vicina al comizio dei fascisti di CasaPound che si sono dovuti rinchiudere in un hotel. In piazza ci sono duemila persone. Bloccato dalla polizia il tentativo di partire in corteo. Sono stati lanciati dalla polizia alcuni lacrimogeni, esplosi anche un paio di petardi.

Questa mattina gli studenti medi hanno pacificamente occupato la piazza concessa a CasaPound. Alcuni si sono arrampicati sul monumento di Garibaldi. La Polizia li ha sgomberati.

Segui la DIRETTA da Milano

Sempre a Milano oggi si segnalano le contestazioni al provocatorio blitz della Meloni e Fratelli d’Italia in via Padova, zona dove moltissimi abitanti sono immigrati. Alcuni residenti del quartiere hanno intonato Bella Ciao al passaggio del corteo della destra in via Padova, dove insieme alla Meloni c’era anche il fascistissimo Ignazio La Russa (“siamo qui con un Tricolore di 300 metri e porteremo altri tricolori e le nostre bandiere in tutti i quartieri abbandonati dalla sinistra”, ha detto Meloni). I fascisti hanno risposto con l’inno nazionale. “Quella bandiera è un simbolo di unione, non di divisione”, ha urlato dalla finestra un abitante italiano, che per alcuni minuti ha contestato l’iniziativa. “Nel 2018 bisogna parlare di inclusione, non si possono creare divisioni tra le persone”, ha gridato invece una passante che ha intonato assieme a un gruppo di residenti la canzone antifascista, mentre dalle finestre del palazzo di fronte alcuni ragazzi la diffondevano con uno impianto stereo. “Fuori i seminatori di odio”, ha detto un uomo a bordo strada al passaggio del lungo tricolore. La situazione è stata monitorata dalle forze dell’ordine. Momenti di tensione si sono verificati anche al termine della manifestazione quando alcuni militanti di Fdi, irritati da un ragazzo che stava scattando fotografie, si sono diretti verso i contestatori per allontanarli e c’è stato un breve contatto e momenti di tensione. La polizia è subito intervenuta per separare i due gruppi e nessuno è rimasto ferito.

Nella foto gli studenti sgomberati dal monumento


Segui la DIRETTA dalla manifestazione di Palermo

Il corteo antifascista è partito intorno alle 17.00. Uno degli slogan più gridati sfotte il dirigente palermitano di Forza Nuova Massimo Ursino definito “salame”, alcuni manifestanti espongono dei nastri si scotch.

A Palermo intanto ci sono buone notizie. E’ caduta l’assurda accusa di tentato omicidio e sono stati scarcerati i compagni accusati per le botte al fascista Ursino (che è stato annunciato parteciperà al comizio del caporione di Forza Nuova Fiore). Una buona notizia prima dell’inizio della manifestazione, anche se gli è stato affibbiato il divieto di dimora a Palermo. Gli antifascisti si concentreranno in piazza Verdi alle 16:00. Alle 16:30 è previsto un corteo lungo via Maqueda fino a Corso Vittorio Emanuele da lì proseguirà in via Roma per risalire da Via Cavour e tornare in piazza Verdi di fronte al teatro Massimo. Il comizio dei fascisti di Forza Nuova è invece previsto per le 17:30 in Piazza Croci.

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Dietro il Reddito di Cittadinanza c’è lo spettro di Hartz

La disinformazione sul Reddito di cittadinanza da parte della pseudo sinistra ha un obiettivo? Roberto Lucarelli sul Manifesto, in calce ad un articolo in cui illustra la proposta del Movimento Cinque Stelle, segnala la disponibilità di LeU ad un intesa su questo terreno, citando Roberto Speranza: “Se c’è da costruire una misura universale di contrasto alla povertà che il M5S chiama reddito di cittadinanza (a me non piace molto il modo in cui lo hanno costruito) io sono pronto a votare su temi specifici”.

Sergio Cararo ha segnalato su Contropiano le possibili implicazioni sociali della proposta dei Cinque Stelle in occasione della presentazione all’USB di Roma del libro Reddito di cittadinanza. Emancipazione dal lavoro o lavoro coatto? Ha titolato “Di Hartz si muore. Lavoro coatto come soluzione alla povertà?”[1].

Questa problematica sociale e politica è fuori dall’orizzonte del Manifesto, dove Roberto Lucarelli in “La ricetta dei Cinque Stelle: Reddito di cittadinanza e lavoro gratuito”, pubblica un articolo infarcito di citazioni di Di Maio, cominciando da questa sua sintetica esposizione. “Il reddito di cittadinanza non darà soldi a chi vuol stare seduto sul divano. Dovrà per il breve periodo in cui avrà il contributo, formarsi e dare otto ore di lavoro gratuito allo Stato. Dal secondo anno il reddito di cittadinanza inizia a scalare perché la persona viene inserita nel mondo del lavoro”.

Per Lucarellì questa “precisazione” “permette di comprendere la natura del reddito di cittadinanza”, ed esprime disappunto, perché è “una misura non universalistica e condizionata alla scelta di un lavoro, ed è vincolata a una prestazione gratuita obbligatoria per finalità contingenti”.

Sviluppata la critica, Lucarelli cade in stato confusionale. “Il 4 gennaio scorso Di Maio ha detto che tale meccanismo mira all’abolizione del ‘reddito di cittadinanza’ stesso. Questo obiettivo [l’abolizione?], basato su un’analisi del ciclo economico discutibile, dovrebbe essere raggiunto grazie a un investimento di 2,1 miliardi di euro (su 17, tanto costerebbe il workfare basato sul lavoro coatto) per rilanciare i centri per l’impiego e il reinserimento lavorativo. Le risorse arriverebbero dalla ‘spending review’ sulla spesa improduttiva, dalla tassazione sul gioco d’azzardo e sui concessionari autostradali”.

Dentro questa incomprensibile sintesi dell’intervista di Di Maio al Mattino, Lucarelli inciampa nel ‘workfare basato sul lavoro coatto’, ma non dice di che cosa si tratta. Quanto alle fonti di finanziamento, non ricorda che la copertura della spesa prevedeva nel 2015 un forte taglio alle spese militari e una robusta patrimoniale, dal 2016 le spese militari non figurano più, e nel 2017 anche la patrimoniale è sparita.

Lucarelli tenta invece di prendere in castagna Di Maio perché utilizzerebbe l’Agenzia delle politiche attive, “creata dal Jobs Act criticato dai Cinque Stelle”, per far incontrare domanda e offerta di lavoro a livello nazionale e non a livello provinciale. “E’ un sistema simile a quello della ‘Buona scuola’ che ha obbligato i docenti ad emigrare da Sud a Nord per mantenere il lavoro. Giustamente criticato dai Cinque Stelle ora rischia di ripresentarsi con effetti peggiori”.

Tra una critica e l’altra infila questa frase di Di Maio: “Una volta trovato un lavoro confacente alle caratteristiche del cittadino, non si potrà rifiutare la proposta, pena la perdita immediata del sussidio”. E, dopo aver arzigogolato ancora, Lucarelli arriva al dunque. “Non è affatto detto che al termine del periodo del ‘reddito di cittadinanza’ (18 mesi? due anni?) il beneficiario trovi una ‘offerta di lavoro confacente’”.

Qui casca l’asino. Se, invece di limitarsi a collezionare le citazioni di Di Maio, avesse letto il testo del disegno di legge dei Cinque Stelle, Lucarelli avrebbe appreso che per l’erogazione del reddito non c’è un termine; cessa infatti quando il beneficiario supera la soglia della povertà. E, a proposito del ‘lavoro confacente’, avrebbe fatto altre più rilevanti scoperte, che lo avrebbero potuto portare fino a Hartz IV, in Germania, dove gran parte di coloro che entrano nel sistema del reddito sociale non ne escono più.

Peggio di Lucarelli, che sul Manifesto ha in appalto le tematiche del reddito minimo, fanno Andrea Fumagalli e Cristina Morini. Su Effimera. Critica e sovversione del presente pubblicano “Dell’uso strumentale del reddito per finalità politiche”. Passano in rassegna le proposte di reddito minimo, dilungandosi sul Rei e su quella friedmaniana di Berlusconi, per approdare al reddito universale incondizionato. Di questo Fumagalli è un guru, citato per cognome persino nel testo del disegno di legge Cinque Stelle nella parte che presenta l’iniziativa come primo passo verso il reddito universale incondizionato.

Nel lungo articolo, Fumagalli e Morini riservano al Reddito di cittadinanza questo passo: “Nella proposta dei 5 Stelle si fa notare con enfasi che il ‘reddito di cittadinanza’ è una misura ‘condizionata’. Comporta, cioè, precisi obblighi per il destinatario, come l’iscrizione ai centri per l’impiego pubblici e la necessità di garantire un contributo di circa otto ore settimanali ai progetti sociali del Comune di residenza. I controlli sono affidati agli stessi centri, collegati telematicamente con i ministeri e con l’Agenzia delle Entrate. Come giustamente afferma Roberto Ciccarelli: “c’è una truffa lessicale che, tra l’altro, si è trasformato in un boomerang per questo movimento. Il reddito di cittadinanza va a tutti i residenti con la cittadinanza a vita. In questa forma è applicato solo in Alaska. Quello del M5S è invece un reddito minimo condizionato dallo scambio con un lavoro”.

Tutto qui. Se avessero letto il testo del disegno di legge, Fumagalli e Morini avrebbero scoperto che ‘i precisi obblighi’ vanno ben oltre ‘le circa otto ore settimanali’.

Per una informazione corretta e per una analisi meno superficiale, sarebbe stato sufficiente leggere gli articoli 11 e 12 del disegno di legge del M5S. L’articolo 11 chiarisce come i poveri che aspirano al reddito debbano sottomettersi ai centri per l’impiego, obbligandosi a svolgere – e a documentare puntualmente – una ricerca attiva individuale di lavoro per almeno due ore quotidiane. L’articolo 12 li obbliga al lavoro, e, se al secondo anno non ce l’hanno ancora, dispone che devono accettare quello che viene loro imposto. Di qualsiasi tipo a qualsiasi salario.

Così il Reddito di cittadinanza può diventare lo strumento per riprodurre Hartz IV in Italia: un’operazione gigantesca di disciplinamento di milioni di persone che vivono al di sotto della soglia della povertà relativa. Sconquassa la struttura occupazionale e salariale. Abbassa il costo del lavoro sotto il livello di sussistenza, e fa dipendere il diritto di esistenza da un sussidio che serve ai padroni. Immettendo 15-20 miliardi di euro nell’economia stimola i consumi, a beneficio di imprenditori e commercianti, fulcro del blocco sociale al quale guarda il M5S, utilizzatore del nuovo legittimato lavoro servile.

Alla pseudo sinistra questo non interessa. Del resto Hartz IV è stato introdotto in Germania dal socialdemocratico Schroeder.

Note
[1] Contropiano, 3 novembre 2017.

di Giordano Sivini docente emerito dell’Università della Calabria, coautore di “Reddito di Cittadinanza. Emancipazione dal lavoro o lavoro coatto?”, edizioni Asterios

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Il caso Embraco: Calenda recita ancora

L’affaire Embraco, assurto agli onori delle cronache negli ultimi giorni, è soltanto l’ultimo episodio di una lunga serie (Fiat, Geox, Omsa, Dainese, Bianchi, Zanussi, Bialetti etc.) di attacchi sferrati al mondo del lavoro del nostro paese. La vicenda è facilmente sintetizzabile: l’azienda brasiliana Embraco, che produce compressori per frigoriferi a Riva di Chieri, in provincia di Torino, ha deciso di spostare la produzione in Slovacchia e contestualmente licenziare quasi 500 lavoratori nello stabilimento italiano. Una scena purtroppo già vista, dall’esito già scritto nonostante gli strepiti in mala fede di qualche esponente di Governo che si prepara alla prossima campagna elettorale.

La cosa più drammatica, probabilmente, è che in tutta questa situazione non c’è nulla di anomalo, nulla di patologico, dato il contesto politico ed istituzionale attuale. La Slovacchia può offrire, ad un’azienda desiderosa di aumentare i propri profitti, una fantastica terna: salari enormemente più bassi rispetto all’Europa occidentale, una tassazione vantaggiosa e l’accesso al mercato unico Europeo. Il ministro Calenda, che per misteriose ragioni sta uscendo dalla vicenda come una specie di working class hero, almeno agli occhi di qualche triste commentatore politico, sintetizza in maniera piuttosto efficace la questione: “La situazione sleale dell’Est è intollerabile. Se un lavoratore è pagato la metà di quello italiano, noi non possiamo competere ad armi pari visto che questi Stati hanno pari accesso al mercato europeo. Questo è il nodo su cui si deve intervenire”. In linea di principio, non potremmo che essere d’accordo. Il problema viene fuori quando si passa alla pars costruens, alle proposte di Calenda: “Io non potrei fare una norma che dice che per Embraco il costo del lavoro è un po’ più basso, perché sarebbe un aiuto di Stato. Ma penso si possano interpretare i trattati nel senso di dire che in questo specifico caso, cioè di un’azienda che si muove verso la Slovacchia, verso la Polonia, questa normativa può essere derogata”. Tradotto: se un’azienda mi minaccia di delocalizzare verso paesi con salari e costi del lavoro più bassi, la soluzione è elemosinare con l’Europa la possibilità di garantire alla stessa azienda condizioni lavorative che non sfigurino di fronte a ciò che la Slovacchia può offrire. D’altronde, non sarebbe certo la prima volta che i lavoratori si trovano di fronte al ricatto tra perdere il lavoro o rinunciare a condizioni lavorative dignitose. Sarebbe anche curioso chiedere al ministro quale azienda, a questo punto, non eserciterebbe con lo Stato italiano lo stesso trucco. Se è sufficiente minacciare la delocalizzazione verso l’Est Europa per aspirare a sgravi fiscali e a qualche calcio in culo ai lavoratori, perché non farlo a prescindere dalle reali intenzioni di spostare la produzione?

Questi interrogativi risultano comunque probabilmente oziosi. L’Unione Europea, è utile ricordarlo, è strutturalmente costruita per permettere ad una classe transnazionale di capitalisti di ricercare le condizioni di produzione più vantaggiose ed il luogo dove poter pagare i salari più bassi, per poi rivendere i propri prodotti all’interno del mercato unico europeo. La libertà di circolazione dei capitali e delle merci sono due pilastri dell’architettura istituzionale europea. Si può fare finta di ignorarlo, magari facendo un po’ di pantomima a Bruxelles per dare almeno l’impressione di avere a cuore gli interessi del proprio paese. Oppure se ne possono trarre le conclusioni logiche, lottare per rompere la gabbia dell’Unione Europea e riappropriarsi della possibilità di fare politica industriale ed intervento pubblico nell’economia. Tertium non datur.

di Coniare Rivolta, collettivo di economisti – https://coniarerivolta.wordpress.com/

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L’UE legittima il licenziamento in gravidanza. Scardinata l’ultima frontiera dei diritti

Giovedì 22 febbraio la pletorica Corte di Giustizia Europea – 47 membri e 11 avocati generali, per 4/5 maschi – ha sorprendentemente legittimato il licenziamento di una donna in gravidanza nell’ambito di una procedura di licenziamento collettivo.

Una sentenza degna del peggior Ponzio Pilato, perché da un lato riafferma il valore ancora attuale della direttiva Ue 92/85 che vieta il licenziamento delle lavoratrici nel periodo compreso tra l’inizio della gravidanza e il termine del congedo di maternità, ma dall’altro dà semaforo verde ai licenziamenti quando “non connessi allo stato di gravidanza”. Insomma: incinta o no, se un’azienda inventa la giusta formuletta e giura e spergiura che non ti licenzia perché sei in gravidanza, padronissima di farlo.

Vengono così superate persino le dimissioni in bianco che ancora oggi moltissime donne sono costrette a firmare all’inizio di un rapporto di lavoro, hai visto mai gli venisse in mente di fare un figlio.

La controversia sulla quale si è espressa la Corte arriva dalla Spagna, nella causa intentata nel 2013 da Jessica Porras Guisado contro Bankia S.A., e il tribunale europeo ha richiesto l’applicazione alla lettera della legge spagnola, nonostante i dubbi del giudice locale di secondo grado, giustificando il licenziamento per motivi economici relativi all’organizzazione e alla produzione dell’impresa.

Ancora una volta l’Unione Europea rivela il suo vero unico volto: la difesa dei profitti di banche e imprese a scapito dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori. E c’è da scommettere che una sentenza del genere si sposa perfettamente con l’introduzione in Italia del pareggio di bilancio in Costituzione, che introdurrà così ulteriori e maggiori tagli allo stato sociale, penalizzando in primis le donne.

Infatti in un paese come l’Italia – dove le donne vengono considerate ammortizzatore sociale di un welfare in via d’estinzione; dove, se e quando hanno la fortuna di lavorare, lo fanno in condizioni di maggiore precarietà e ricattabilità, tra part-time obbligatori e dimissioni in bianco; dove il differenziale salariale raggiunge il 20%; dove attraverso il jobs act si continua impunemente a licenziare – non mancherà di certo chi strizzerà un occhio alla infame decisione della Corte di Giustizia europea.

Ma noi non abbassiamo la guardia, respingiamo al mittente i diktat della UE e continuiamo a lottare a difesa dei diritti e della dignità del lavoro e delle lavoratrici e lavoratori.

Lo sciopero generale che abbiamo proclamato l’8 marzo, in concomitanza della giornata internazionale che vedrà le donne di 70 Paesi scendere in piazza, sarà un ulteriore momento per ribadire che non siamo più disposte ad accettare discriminazioni, ricatti, molestie e precarietà.

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