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domenica 21 gennaio 2018

Stato, Unione Europea, Democrazia

1. L’Unione Europea e la sovranità popolare

In un recente documento di analisi la Rete dei comunisti sottolineava che «spesso i paesi oggetto delle ripetute aggressioni imperialiste non finiscono nel mirino a causa della natura del loro governo o del loro sistema sociale, ma a causa delle loro risorse, della loro posizione o della loro appartenenza alla sfera d’influenza di una potenza concorrente»[1].

Tale è il caso del Donbass, per esempio, un territorio conteso tra gli imperialismi euro-atlantico e russo, con interessi divergenti e belligeranti, e, nondimeno, con una popolazione marcatamente russofila o, almeno, russofona, che rivendica il diritto di poter disporre di sovranità contro l’ingerenza dell’“Occidente” europeo e statunitense nella crisi ucraina che ha portato al governo le attuali classi dirigenti nazionaliste, scioviniste e filo-atlantiche.

La crisi ucraina riproduce, mutatis mutandis, la più classica delle configurazioni del dominio imperialista nella fase dello sviluppo transnazionale del capitalismo: se la tendenza degli Stati imperialisti è all’aggregazione sovranazionale (non senza contraddizioni), per quanto riguarda i paesi subordinati all’imperialismo, o contesi tra opposti interessi imperialistici, «la tendenza è alla disgregazione delle vecchie formazioni nazionali, verso un ritorno in chiave moderna e subalterna alle autonomie sub-nazionali e regionali, territoriali ed etnico-religiose»[2].

Gianfranco Pala analizzava questi processi già all’inizio degli anni ’80, sostenendo che la destabilizzazione dell’ordine interno di un paese agognato dall’imperialismo, fosse non solo un modo per vincere resistenze interne, indebolirne l’unità nazionale e controllarlo più facilmente, schierandosi a favore di una delle parti in lotta, ma anche una figura delle contraddizioni interimperialistiche, che, allora in un contesto di «coesistenza pacifica» tra blocchi, oggi in una fase di “lunga stagnazione” e “stallo” dei rapporti di forza tra potenze imperialiste, non potendo esplicitarsi in una guerra aperta, venivano e vengono tuttora risolte mediante «conflitti di debole intensità», «guerre per interposta persona», in cui gli interessi degli opposti imperialismi si affrontano nella maniera dei finanziamenti e degli aiuti militari ai contendenti in campo.

In questi processi disgregativi è necessario di volta in volta riconoscere le forze più progressiste, i popoli in lotta per la propria autodeterminazione, e le forze che, esprimendo interessi di classi dominanti, fomentano le divisioni etniche, soffiando sul fuoco del più becero sciovinismo.

Diverso, e specifico, invece, è il caso della Catalogna. La questione dell’indipendenza (o della semplice autonomia) delle minoranze che costituiscono il popolo dello Stato spagnolo, data di una storia remota. Tuttavia, la vocazione tradizionalmente indipendentista di una parte del popolo catalano si generalizza e acquisisce consensi a partire dall’ultima crisi economica, dall’approfondirsi delle disuguaglianze, dagli effetti disastrosi, in termini sociali, delle politiche economiche del governo liberal-europeista e conservatore di Madrid, allineato alle direttive dell’Unione Europea.

La “crisi catalana” ha aperto, negli scorsi mesi, una possibilità importante: quella della rottura, finalmente possibile, dello status quo, del sistema politico-istituzionale dello Stato post-franchista, o meglio, di una sua trasformazione in senso democratico e neocostituente. La nazione spagnola ha dovuto fare i conti con un’occasione di riforma profonda a partire dall’indipendenza dell’autoproclamata Repubblica Catalana; un’occasione di trasformazione democratica delle sue istituzioni, e, insieme, di riconoscimento effettivo e conseguente dei diritti delle minoranze che lo costituiscono. Il caso catalano ci ha ricordato che, in questa fase storica, l’irriformabilità di fatto per via di riforme di certi sistemi politico-istituzionali da cui risulta espropriata la sovranità popolare a vantaggio della sovranità statale e sovrastatale, può essere superata per via di rottura, ex abrupto, intorno all’obiettivo dell’autodeterminazione dei popoli.

Sarebbe, tuttavia, un errore credere che la lotta per la riappropriazione della sovranità popolare espropriata coincida immediatamente con la lotta per l’autodeterminazione dei popoli, essendo, quest’ultima solo una delle possibilità storiche in cui si articola l’altra. Né, d’altra parte, è possibile servirsi della tradizione storica dell’“autodeterminazione dei popoli” per orientare la lotta politica nel nostro paese. L’Italia, infatti, è uno stato-nazione, non già una regione autonoma all’interno di un territorio più vasto. È, inoltre, uno stato imperialista, non un paese dominato dall’imperialismo. Lo stato italiano, d’altra parte, partecipa a pieno titolo a quel processo di riorganizzazione interna dell’U.E. a tutti i livelli, funzionale alla competizione internazionale, le cui contraddizioni e conflitti si acuiscono col procedere della “lunga stagnazione” del capitalismo e col ridursi della “torta dei sovrapprofitti” da spartire tra potenze dominanti. Questa «riorganizzazione» ha, tra le altre, due direzioni emblematiche: la costituzione di un esercito europeo (e di un complesso militare-industriale continentale) e il controllo dei flussi migratori dall’Africa settentrionale e sub-sahariana.

In ambedue i casi, l’Italia ha un ruolo assolutamente centrale accanto alla Francia e alla Germania. Lo dimostra palesemente la presenza militare in Niger, dove il governo italiano ha deciso di occuparsi da vicino di una delle zone di maggior transito di migranti dal Sud al Nord dell’Africa. Ne è una prova inequivocabile, inoltre, la disponibilità di ospitare e promuovere sul suolo patrio la prima scuola militare europea. Lo dimostra, infine, l’attività in Libia, dove l’Italia difende storicamente i suoi interessi, in competizione con la Francia. Se questo ruolo era di secondo piano fino a qualche anno fa, recentemente, e specie dopo l’uscita della G.B. dall’Unione, l’Italia torna ad essere la terza forza dello scacchiere europeo. Tuttavia, essa resta un «imperialismo straccione»[3], con una posizione marginale nella spartizione finanziaria dei sovrapprofitti interni all’U.E., con un tasso di crescita economica inferiore a quella di Germania e Francia, con una capacità di redistribuzione dei profitti (e dei sovrapprofitti) insufficiente ad affrontare le disuguaglianze interne alla propria struttura sociale.

Una condizione che ne fa, dopo la Spagna, uno dei potenziali anelli deboli della catena imperialista europea, a differenza degli anelli più forti di Francia e Germania.

2. Il processo d’integrazione degli stati capitalistici avanzati nel polo imperialista europeo: sovranità statale e sovranità popolare

Il processo d’integrazione degli stati nazionali nel polo imperialista europeo produce effetti e configurazioni analoghi (ancorché non identici) in tutti gli stati imperialisti del continente. Differenze notevoli, tuttavia, sussistono, in termini di capacità di coesione sociale e di consenso politico, tra gli stati forti della catena imperialista (Francia, Germania) e i suoi «anelli deboli» (come l’Italia).

Il processo d’integrazione europeo non svuota gli stati-nazione della loro sovranità, anzi li fortifica. O meglio, nel polo imperialista europeo non risulta espropriata, nelle istituzioni sovranazionali, la sovranità dei governi, né la sovranità statale senz’altro. L’Unione Europea non impedisce che i governi degli stati membri governino la propria nazione. Se così fosse dovremmo sbalordirci del fatto che in Europa sussistano contraddizioni interne tra imperialismi (tra Francia e Italia, ad esempio). Il governo resta, metaforicamente, il “comitato d’affari” della borghesia imperialista, e, quando necessario ai propri monopoli nazionali e multinazionali (con sede giuridica nel paese di riferimento), esso interviene dispiegando tutte le sue forze militari e politiche (diplomazia, esercito, intelligence, ecc.) a sostegno dei profitti e degli interessi dei grandi capitali autoctoni.

Piuttosto, i vincoli imposti dall’adesione degli stati nazionali al sistema unionista-europeo circoscrivono le libertà dei governi entro limiti schiettamente economici, secondo gli interessi che cementano il capitalismo europeo, la sua tenuta nella competizione globale e la stabilità dei mercati. Ma questi interessi non sono imposti da una potenza politica estranea: sono liberamente assunti dalle classi dirigenti degli stati europei!

Ne risulta quindi che, se l’U.E. è il “nemico principale” in quanto impedisce il controllo politico e democratico dell’economia da parte dei popoli e/o degli stati-nazione, i governi filo-europeisti, siano essi di centro-sinistra o di centro-destra, sono il “nemico più prossimo” contro cui volgersi.

D’altra parte, è d’obbligo chiarire una questione fondamentale: in linea di principio, indicano cose assai diverse tra loro la “sovranità monetaria”, la “sovranità popolare”, la “sovranità nazionale” e la “sovranità statale”.

Innanzitutto è necessario demistificare il concetto di “sovranità nazionale”. La sua interpretazione equivoca è spesso alla base delle accuse di “sovranismo” rivolte alla sinistra che articola l’ipotesi strategica della rottura del sistema di potere unionista-europeo per la riappropriazione della sovranità monetaria ed economica e l’instaurazione del controllo politico, pubblico e democratico sull’economia, da parte delle classi subalterne. La “nazione” semplicemente non esiste come entità politica; essa è una entità giuridica e territoriale, nonché un campo di contesa neutro della lotta tra classi. Banalizzando al massimo, il “nazionalismo” è il trionfo ideologico-politico delle classi dirigenti nazional-scioviniste sulle forze politiche della sinistra, che, invece, fanno della sovranità nazionale un campo di conquista della perduta “sovranità popolare”.

Ma che cos’è la “sovranità popolare”? Esattamente l’opposto della “sovranità statale”: nelle scienze politiche la differenza tra i due concetti è netta e oppositiva, laddove la prima è definita come il diritto che i popoli hanno di scegliere le proprie forme di governo, i propri rappresentanti, le proprie leggi e istituzioni, rispetto alla seconda, che definisce invece la capacità dello stato di amministrare il territorio e la popolazione attraverso i suoi apparati: «tale principio implica la considerazione dei diritti dei popoli, in contrapposizione a quella degli Stati intesi come apparati di governo» (Treccani).

Ora, bisogna far notare che l’integrazione degli stati nazionali nell’Unione Europea espropria la sovranità dei popoli, non la sovranità degli Stati. Essa, inoltre espropria la sovranità monetaria (in un certo senso, trasforma le funzioni economiche dello stato-nazione), non la capacità dei governi di intervenire politicamente e militarmente nella competizione interimperialiste in difesa degli interessi dei capitali con sede nella “nazione”.

Dunque, di fronte a questi processi, abbiamo, da un lato, la prospettiva della lotta per la riappropriazione della sovranità economica e monetaria, necessaria per instaurare un effettivo controllo pubblico dell’economia: in altri termini, la dimensione della rottura dell’U.E.. Dall’altro, abbiamo la prospettiva di una lotta politica interna contro i propri governi liberisti, europeisti e sciovinisti, dal “centro-sinistra” al “centro-destra”. Infine, un problema grave, e ancora non sufficientemente affrontato, è quello della lotta politica per la trasformazione del sistema politico-istituzionale degli stati imperialisti europei verso una nuova e superiore democrazia politica e sociale: in altri termini, il problema della creazione di nuove istituzioni democratiche di partecipazione diretta delle classi subalterne alla vita economica e politica del paese. Un problema, questo, che trova nella rottura dell’U.E. una condizione preliminare indispensabile (poiché non può esistere alcuna democrazia economica senza la ri-territorializzazione della sovranità economica e monetaria), e, tuttavia, non sufficiente.

Il problema della lotta politica per una nuova democrazia, riguarda da vicino non già l’ordinamento sovranazionale dell’imperialismo europeo, ma quello degli stati nazionali nella fase di sviluppo transnazionale del capitalismo. In questa fase, il capitale finanziario si estende e si muove in una dimensione transnazionale, estraniandosi allo stato-nazione come una potenza autonoma e subordinante. La forme dello stato-nazione si lascia sussumere alle esigenze e necessità sistemiche del capitale finanziario autonomizzato. Questo processo precede quello della costituzione del polo imperialista europeo, se è vero, come vorrebbe Gianfranco Pala, che esso inizia già intorno alla metà degli anni ‘70. Tuttavia, trova nella costruzione dell’Unione Europea uno straordinario vettore di accelerazione. A questo punto, quindi, è utile cercare di rispondere a una domanda: che cos’è lo stato-nazione oggi? Come in esso si dà il processo di espropriazione o limitazione della sovranità popolare? E, ancora, quali sono le sue funzioni rispetto alla sua collocazione nella dimensione sovranazionale dell’U.E.?

3. Lo stato neocorporativo

Il problema di cui trattiamo è quello della forma-stato contemporanea. Non intendiamo, in questa sede, procedere secondo uno studio rigoroso della questione, limitandoci, piuttosto, a esplicitare in maniera schematica le caratteristiche fondamentali dello stato contemporaneo nell’Europa continentale, problematizzandole rapidamente, in attesa di una critica futura e più esaustiva.

Nelle società capitalistiche avanzate dell’Europa continentale si assiste, innanzitutto, a un caratteristico processo di normalizzazione di dispositivi giuridici e amministrativi atti ad affrontare le emergenze. Le emergenze sono il prodotto della globalizzazione del capitalismo, delle contraddizioni interimperialiste ed economico-finanziarie estese su scala mondiale, quindi delle sue crisi. Dagli anni ’90 ad oggi abbiamo conosciuto ripetute emergenze: “crisi” economiche, “terrorismo islamico”, “migrazioni” di massa incontrollate. La specificità è che suddetti dispositivi non negano lo stato di diritto, come sarebbe nel caso classico dello “stato d’eccezione” di schmittiana memoria, ma sono introdotte e “normativizzate” nel sistema giuridico degli stati contemporanei, e nel rispetto dell’ordinamento costituzionale fondamentale, rafforzando la capacità statale di amministrare, governare e controllare il territorio e i fenomeni che lo attraversano, a prescindere dalla dimensione prettamente politica (e parlamentare) della democrazia.

In secondo luogo, il governo di simili “emergenze” impone il rafforzamento dei livelli esecutivi del potere (a scapito di quelli legislativi e, in generale, della democrazia), che può andare dal “commissariamento”, al decreto-legge promulgato dal governo e approvato in breve tempo dalle camere, talvolta con la minaccia del voto di fiducia. In generale, dunque, si assiste a un processo di concentrazione del potere, di espropriazione della sovranità dal basso verso l’alto, entro l’ordinamento giuridico, costituzionale e istituzionale della democrazia rappresentativa fondata sullo stato di diritto.

Una ulteriore caratteristica degli stati contemporanei è la tendenziale riduzione dei conflitti sociali a problema amministrativo di ordine pubblico. Ne sono due evidenti corollari, da un lato, la sussunzione dei provvedimenti punitivi, non più solamente nel diritto penale, ma anche e soprattutto nel diritto amministrativo; dall’altro, in via complementare, la destinazione dei corpi di polizia all’esercizio di funzioni di amministrazione pura, di prevenzione, piuttosto che di repressione, dei rischi di disordine. Tipici strumenti amministrativi, in funzione preventiva e/o punitiva, sono i fogli di via, il DASPO, i fermi preventivi, le multe, ecc.[4]

Tradizionalmente la democrazia liberale riesce a mediare i conflitti di interesse tra parti sociali contrapposte, mediante strumenti di negoziazione, di compromesso o di alternanza politica nella dialettica parlamentare. Fu, d’altra parte, questa funzione di mediazione entro il quadro della democrazia liberale a definire il suolo storico delle socialdemocrazie europee. Oggi, invece, la mediazione avviene esclusivamente nella dimensione corporativa, come negoziazione tra i sindacati di stato e il padronato, in cui, ancora una volta, risultano esclusi i diretti interessati: il corporativismo sindacale deve negare necessariamente la democrazia sindacale quando gli interessi delle parti sono esplicitamente antagonisti. Inoltre, in un paese come l’Italia la dialettica politica si trova doppiamente compromessa, poiché gli interessi sociali antagonisti raggiungono una tensione particolarmente critica, trovandosi, il nostro paese, in una posizione di debolezza di fronte agli imperialismi egemoni all’interno dell’U.E., quindi di maggiore competitività del capitale autoctono, di minore appropriazione nella spartizione dei sovrapprofitti europei, di maggiore crisi.

Infine, si può constatare, con una certa evidenza, la trasformazione della funzione economica degli stai contemporanei, ridotti a istituti di liquidità del capitale, in quanto le funzioni economiche e monetarie tradizionali sono esercitate da organismi di governance sovranazionale.

In estrema sintesi, crediamo di poter affermare che le democrazie dei paesi capitalistici avanzati, almeno nel continente europeo, si conformano alla necessità di un’amministrazione tecnica delle “emergenze” e delle “crisi” del capitalismo; e che, d’altra parte, subendo processi di trasformazione tali per cui le istituzioni si rafforzano, mentre gli spazi giuridici, istituzionali e politici di sovranità popolare, ovvero di partecipazione e decisionalità del popolo, si restringono, sono obbligate a esautorare la “politica” dalla mediazione dei conflitti sociali, relegando questi ultimi a problema amministrativo di ordine pubblico oppure a oggetto di negoziazione corporativa tra parti istituzionali. D’altra parte, questi processi non negano ancora la democrazia rappresentativa; bensì la configurano diversamente rispetto al secolo scorso.

Seppure le democrazie attuali non sono legittimate dall’espressione della sovranità popolare, in quanto restringono miserabilmente gli spazi di partecipazione e decisionalità democratica e sono egemonizzate da un discorso politico liberal-europeista, non rappresentativo degli interessi delle classi lavoratrici, sarebbe un equivoco grave credere di poter intravedere nella trasformazione delle democrazie occidentali una deriva autoritaria, poliziesca o repressiva. Con ciò non vogliamo negare che gli apparati di polizia e magistratura degli stati contemporanei esercitino ancora una funzione repressiva nei confronti di talune espressioni del conflitto sociale. La repressione, infatti, è una modalità di autoconservazione prevista da ogni ordinamento giuridico nei confronti di quei fenomeni sociali e politici che travalicano la sfera della “legalità”, minando le fondamenta dell’ordine costituito. Il diritto penale delle democrazie moderne assume come oggetto di criminalizzazione la “violenza sociale e politica”, e prescrive giuridicamente nei suoi confronti le modalità di repressione da parte di polizia e magistratura. Ciò nonostante, la funzione repressiva degli apparati dello stato, non è, a mio avviso, la dominante che caratterizza la forma odierna e storicamente determinata di “stato”. Essa, in altri termini, non è una novità della nostra epoca, né la modalità principale attraverso cui la democrazia rappresentativa risponde alla crisi economica, agli antagonismi sociali e alle disuguaglianze; quanto piuttosto una funzione secondaria, rispetto a quelle di prevenzione amministrativa del “disordine” e di mediazione neocorporativa di interessi sociali potenzialmente antagonisti.

A questo punto, bisogna far notare che la riduzione della complessità concreta dei sistemi politico-istituzionali contemporanei alle categorie di “repressione” e di “fascistizzazione dello stato”, se rivela l’intuizione di una tendenza alla “statalizzazione della governance” e alla “concentrazione del potere” dal basso verso i vertici delle istituzioni, che va correttamente interpretata, mette indebitamente in discussione la capacità di consenso ancora reale di cui dispongono le democrazie rappresentative in Occidente. E questa capacità è tanto più notevole in paesi come la Francia e la Germania, in cui i livelli fondamentali di welfare, ancora preservati e ampiamente inclusivi, sono capaci di stabilizzare il consenso della popolazione verso stati fortemente presenti nella gestione – sia pure paternalistica – delle difficoltà dei loro cittadini (o, almeno, della maggioranza della popolazione giuridicamente riconosciuta). Eviterei, dunque, di parlare di una deriva autoritaria e antidemocratica degli stati. Ciò a cui assistiamo, da alcuni decenni a questa parte, è piuttosto la trasformazione della democrazia rappresentativa verso la statalizzazione di dispositivi di governance amministrativa, di negoziazione neocorporativa e, in generale, di concentrazione del potere dal basso verso l’alto, dal popolo verso i vertici delle istituzioni, verso le élite dirigenti. Poiché non si assiste ad alcuna negazione dello “stato di diritto”, ma piuttosto a una sua riforma in senso classista, a una sua sussunzione nella razionalità ordoliberista dominante, non possiamo in alcun modo parlare di uno “stato di polizia”. D’altro canto, è finanche motivo di peggiore disorientamento la categoria di “fascistizzazione dello stato”. Per definire i processi in atto che coinvolgono gli stati contemporanei, almeno nelle società capitalistiche avanzate del continente europeo, propongo, invece, la definizione di Stato neocorporativo[5].

Di certo, l’Italia, supera i paesi ricchi dell’Unione Europea per profondità, intensità ed estensione dei processi di privatizzazione, precarizzazione del mercato del lavoro, smantellamento del welfare, ma anche per le prove che ha dato in materia di sospensione eccezionale della democrazia (anche rappresentativa, con i governi tecnici) e promulgazione di decreti-legge governativi in materia di amministrazione della marginalità sociale, della migrazione e del conflitto. Il “nostro”, d’altra parte, è un imperialismo straccione, come abbiamo detto, che non dispone di sufficienti margini di manovra finanziaria ed economica per allargare la base di consenso sociale, a fronte della prevaricazione di Germania e Francia nella gerarchia interna all’U.E. Ma, anche in Italia, la tendenza generale non lascia intravedere una negazione dei livelli formali della democrazia rappresentativa, bensì una sussunzione di essa entro le necessità sistemiche del capitalismo odierno ed entro la sua riorganizzazione su scala europea.

Con questa ambiguità dobbiamo fare i conti. La crisi di egemonia delle borghesie imperialiste non arriva, nei paesi capitalistici avanzati, ai medesimi livelli dei paesi colonizzati o di quei paesi dove si pone all’ordine del giorno la questione dell’autodeterminazione dei popoli (come la Catalogna). Se la crisi di egemonia della borghesia imperialista spagnola e catalana si è tradotta, in Catalogna, in crisi politica profonda, in ingovernabilità di fatto, nei paesi capitalistici avanzati, ad oggi, non c’è nulla che lasci davvero prevedere un simile passaggio.

Tuttavia, l’Italia è un paese tra “due mondi”: esso condivide, con i paesi subordinati della catena imperialista europea, il grado antagonista, ancorché non necessariamente espresso, delle contraddizioni sistemiche, l’approfondimento delle disuguaglianze e delle ingiustizie sociali. In questa prospettiva, certo, si prospetta, in Italia come in altri stati dominanti, una “lunga marcia verso il socialismo”, nella quale porsi come punta più avanzata della lotta per la democrazia, per una nuova democrazia, per la riconquista della decisionalità popolare, per nuove istituzioni largamente partecipative della vita economica e politica del paese. Tuttavia, in questa “lunga marcia”, bisogna prevedere la possibilità che si aprano momenti di rottura verticale dello status quo, che dovremo essere pronti a cogliere e ad assecondare. Allora non nuocerà apprendere dalla Catalogna un insegnamento fondamentale.

4. Cosa potrebbe insegnare la Catalogna all’Italia?

Negli ultimi anni alcuni di noi hanno creduto di poter vedere nella storia recente della Grecia e nella sconfitta emblematica di Syriza di fronte ai diktat dell’Unione Europea la dimostrazione inequivocabile dell’irriformabilità delle istituzioni che strutturano il polo imperialista europeo[6].

L’affermazione della “non riformabilità”, dopo il referendum greco del 6 luglio 2015, non guardava, allora, all’ordinamento giuridico generale definito dai trattati: sapevamo bene che il problema dell’Unione Europea non erano i suoi trattati, in linea di principio (dunque astrattamente) riformabili, ma le sue istituzioni, concretamente e strutturalmente (mi si passi il termine) intangibili: la Corte di giustizia dell’Unione europea, garante del «primato delle norme europee sulle regole giuridiche nazionali»[7]; la Commissione Europea, organo esecutivo a carattere discrezionale i cui commissari indipendenti sono i veri promotori del processo legislativo; la Banca Centrale Europea, istituzione autonoma della governance monetaria sovranazionale. Queste istituzioni ci apparivano, allora, come la struttura profonda dell’U.E., il cuore del sistema di potere tecnocratico e discrezionale che regna dietro le forme apparentemente democratiche del Parlamento e della partecipazione meramente formale dei “rappresentanti della società civile” (o meglio, di ONG, lobby, corporazioni, gruppi padronali, ecc.) ai processi decisionali.

Fu in quel momento che, forti di un poderoso apparato di analisi prodotto e pubblicato negli anni, i militanti di “Noi Saremo Tutto” ebbero conferma di una ipotesi strategica: la necessità della rottura radicale con l’Unione Europea, come condizione necessaria, ancorché non sufficiente, per la riconquista della democrazia e della sovranità dei popoli, non solo dove essa si presentava nelle forme di un processo di autodeterminazione dei popoli nei paesi subordinati d’Europa (il Donbass, ieri, la Catalogna, oggi), ma in quelle società capitalistiche avanzate che costituivano il cuore stesso del “sistema europeo”, dove l’esautoramento della sovranità popolare si traduceva nella concentrazione verticale della decisionalità nei vertici istituzionali e nelle élite dirigenti di una “democrazia” di governance, sul piano nazionale e sovranazionale/europeo, e nella subordinazione della politica alle leggi economiche e alle norme giuridiche che regolano l’eurozona.

Se il caso greco ci restituiva la coscienza della necessità di questa rottura, soltanto a distanza di alcuni anni, con la lotta del popolo catalano per l’indipendenza, la storia ci ha fornito l’esempio concreto di una sua possibilità. Essa è stata egemonizzata da forze politiche rappresentative anche delle classi subalterne, quindi di un vasto blocco sociale assai eterogeneo, ma accomunato da interessi profondamente divergenti e antagonisti a quelli del grande capitale, anche catalano, che invece ha dimostrato la sua internità all’ordine economico e istituzionale spagnolo, e allo status quo della stabilità raccomandato dall’Unione Europea.

La lotta per l’indipendenza della “Repubblica Catalana” ha coinvolto le più ampie masse popolari, arrivando a conquistare il consenso attivo di una parte sempre maggiore della popolazione. È noto, che durante il referendum per l’indipendenza, promosso dal governo catalano e dichiarato illegale da Madrid, oltre 2 milioni e 200 mila catalani sono andati a votare, in un territorio completamente militarizzato, difendendo le urne e opponendo una resistenza decisa, ancorché pacifica, alla polizia di Madrid. Il 1 ottobre le violenze sulla popolazione sono state palesi e senza vergogna: oltre 800 feriti, tra cui anziani e donne, censure e arresti di massa. La tensione accumulata nei mesi precedenti è arrivata, in un sol giorno, a un punto di massima rottura, tanto da spingere alcuni reparti della polizia catalana autonoma a insubordinarsi agli ordini del governo di Madrid, lasciando votare la popolazione, e, in alcuni casi, frapponendosi, insieme ai vigili del fuoco, tra la polizia spagnola e la popolazione.

Al 1° ottobre sono seguiti scioperi di massa e manifestazioni; ma anche arresti di attivisti per l’indipendenza e di membri del Parlamento e del Governo autonomi. L’applicazione dell’articolo 155 della costituzione spagnola ha determinato la sospensione dell’autonomia regionale e il commissariamento delle funzioni governative. La stampa locale è stata messa sotto controllo, spesso censurata; la polizia catalana commissariata, e alcuni suoi funzionari esautorati dalle proprie funzioni. All’espressione di massa della disobbedienza civile da parte del popolo catalano è seguita, insomma, la repressione decisa, ferma, senza mezzi termini, del governo di Madrid, su tutti i livelli.

In un simile clima di “occupazione coloniale”, nuove elezioni sono state concesse per il 21 dicembre. Elezioni “col trucco”, denunciava Marco Santopadre in un articolo sull’argomento[8].

Ciò nonostante, il fronte indipendentista ha vinto, conquistando la maggioranza del Parlamento. Ma i partiti moderati, nonché maggioritari, del fronte, ovvero i repubblicani di Oriol Junqueras (Erc) e i liberali di Puigdemont (PdeCat), hanno assunto posizioni più moderate, adagiandosi su una politica del “negoziato”, e strappando consensi a danno della sinistra radicale della Cup. Intanto i nazionalisti della destra reazionaria di Ciudadanos guadagnano 37 seggi, interpretando le paure di quei ceti medi timorosi di perdere i propri privilegi o di quegli strati popolari che si aggrappano alle poche garanzie rimaste loro.

In altri termini, la vittoria del fronte indipendentista non è la vittoria dell’indipendenza. La situazione catalana resta in una fase di stallo, rischiando di procedere verso una “normalizzazione” che riporterebbe il popolo catalano a una situazione precedente a quella del 1° ottobre, se non peggiore, sotto la minaccia costante delle restrizioni imposte da Madrid. In un simile contesto, non possiamo che rammaricarci della negligenza delle forze politiche indipendentiste di fronte alla possibilità di portare fino in fondo la rottura con Madrid, al presentarsi di una sua eccezionale, forse irripetibile occasione: quel 1 ottobre uno spazio si è aperto, che ora rischia di richiudersi per molto tempo. Lo spazio dell’organizzazione politica della forza: come insubordinazione della polizia catalana al governo di Madrid e rottura verticale con gli apparati di repressione dello Stato spagnolo. Ma soprattutto, come possibilità di una opposizione più decisa e reattiva della popolazione alla repressione di massa dispiegata dalla polizia spagnola. Dopo il 1° ottobre non si è aperto un vero e proprio processo di radicalizzazione delle masse: la disobbedienza civile non si è trasformata in lotta popolare per l’indipendenza.

Ciò che apprendiamo, insomma, dall’esperienza catalana è che nessuna rottura con lo status quo può determinarsi se in essa non si articola fino in fondo la forza al consenso. Ad oggi, in ultima istanza, la forza appartiene al governo di Madrid, e il solo consenso, seppure accompagnato dall’organizzazione delle mobilitazioni di massa, rischia di non essere sufficiente alle forze politiche indipendentiste per ottenere risultati concreti verso l’agognata indipendenza.

La capacità di portare fino in fondo la rottura con lo status quo, con il sistema di potere costituito, e l’organizzazione della forza, della mobilitazione antagonista delle masse, che questa rottura richiede, sono i nodi discriminanti di una prassi politica rivoluzionaria, rispetto alla prassi riformista delle forze politiche liberali e repubblicane, che si dimostrano impotenti di superare le impasse sistemiche dell’ordine costituito per determinare una trasformazione profonda di esso. La lotta per l’egemonia, insomma, non deve mai escludere, dal suo orizzonte, l’esercizio della forza: nella lunga marcia per la democrazia e le riforme sociali, soltanto chi sarà in grado di cogliere e forzare fino in fondo l’occasione irripetibile della “rottura”, sarà in grado di determinare un rivolgimento profondo e significativo dello status quo.

In quell’occasione, la campana suonerà a martello, e il monito del populista russo tuonerà con un timbro metallico: «Sfruttate i minuti! Simili minuti non sono frequenti nella storia! Lasciarli sfuggire significa rimandare volontariamente la possibilità della rivoluzione sociale per molto tempo, forse per sempre!»[9].

Questa ingiunzione oggi ci ricorda che si può agire in maniera rivoluzionaria anche in una situazione non rivoluzionaria, anche in una lotta per le riforme e la democrazia. Ci rammenta la possibilità di attualizzare la rivoluzione in ogni circostanza storica di “rottura”, indicandoci la traccia di una prassi politica radicalmente altra dalla prassi riformista di tradizione liberale.

Marco Morra – Laboratorio Comunista Casamatta (Napoli)

Note

[1] L’antimperialismo all’epoca della competizione interimperialista, in «Contropiano», anno 27, n. 1, gennaio 2018, p. 10.

[2] Gianfranco Pala, L’ultima crisi (estratto), Milano 1982.

[3] L’espressione è di Carlo Formenti.

[4] «Dal nostro punto di vista in Italia abbiamo osservato un sostanziale cambiamento de facto nel diritto e rispetto ai codici. Il diritto penale diventa da un lato diritto di guerra, con punizioni sproporzionate ai reati contestati e trattamenti inumani; è la socializzazione delle misure punitive sperimentate negli stadi di calcio nei decenni precedenti; dall’altro lato il diritto penale colpisce la proprietà, spostando tutti i reati connessi alla lotta politica nel diritto amministrativo: multe, fogli di via, vere e proprie espropriazioni. In Germania, e a Berlino in particolare, l’ondata di squatting degli anni ’90 fu fermata sicuramente sgomberando manu militari le case ma, una volta fuori, agli occupanti non veniva indicata la porta di una cella ma una o più multe individuali per cifre altissime (oggi parleremmo di decine di migliaia di euro a testa). Un debito economico con lo Stato che fa letteralmente pagare la colpa di aver alzato la testa. Accadeva nella neonata Germania unita arriva dopo oltre 20 anni anche nel Sud Europa.» (http://contropiano.org/interventi/2017/07/13/bruxelles-hamburg-le-nostre-vite-demergenza-093873).

[5] Dobbiamo questa definizione a Gianfranco Pala.

[6] Cfr. Grecia: dalla resistenza alla resa, a cura della Rete Noi Saremo Tutto, Milano, Pgreco Edizioni, 2015.

[7] Anne-Cécile Robert in un articolo per il Monde diplomatique evidenzia il ruolo “normativo” della Corte di giustizia dell’Unione Europea nei confronti degli ordinamenti giuridici nazionali (n. 5, anno XXIV, maggio 2017). La giornalista francese fa notare che, seppure la struttura istituzionale dell’Unione Europea sia fondata sui principi dello Stato di diritto, la loro applicazione risponde a una logica «a geometria variabile»; infatti «l’instaurazione dello Stato consolida anche la società di mercato: il quadro giuridico sacralizza la proprietà privata e fornisce gli strumenti necessari allo smantellamento della sfera pubblica. Nell’Europa della fine del XX secolo, lo Stato di diritto rappresenta anche il corollario dell’economia liberale; è spesso associato alla “buona governance” per promuovere privatizzazioni e deregulation». In altri termini, «lo Stato di diritto mette a confronto il principio di legalità (superiorità delle norme) con la legittimità della politica di ridefinire queste norme in nome della sovranità popolare […] In questa logica, la sovranità popolare è sopraffatta dai procedimenti giuridici instaurati legalmente ma non sempre legittimamente». Questa logica orienta e struttura le istituzioni di diritto dell’Unione Europea. A ciò va aggiunta la considerazione del ruolo propulsivo delle istituzioni europee nella più generale trasformazione delle forme politiche degli stati membri in direzione di una “democrazia di governance”. Questo processo è denunciato dalla stessa autrice nel Monde diplomatique, n. 10, anno XXIII, ottobre 2016, dove, per altro, si fa notare che il boicottaggio costante da parte dei vertici dell’Unione Europea e delle élite europeiste nei confronti dei referendum popolari (Francia, 2005; Grecia, 2015; Regno Unito, 2016) è emblematico di un regime politico in cui la sovranità non spetta al popolo, semmai, metaforicamente, ai mercati.

[8] «La campagna elettorale è stata costellata da decine di piccoli atti di repressione e censura. Potremmo citare l’identificazione da parte della polizia di alcuni militanti e candidati indipendentisti durante atti elettorali; il rifiuto da parte di alcune emittenti di trasmettere alcuni spot della Cup (sinistra indipendentista radicale); la censura sui media di alcune manifestazioni dei partiti indipendentisti; il divieto imposto dalla Giunta Elettorale alle amministrazioni pubbliche e ai municipi di esporre striscioni di solidarietà con i prigionieri politici o anche solo i lacci gialli simbolo della protesta contro l’arresto dei ‘Jordis’ (i leader dell’Assemblea Nazionale Catalane e di Omnium Cultural) o dei dirigenti del governo autonomo esautorato. Per non parlare di numerose aggressioni e provocazioni da parte dei gruppi di estrema destra ringalluzziti dalla crociata lanciata dal governo Rajoy contro i “ribelli” catalani» (http://contropiano.org/news/internazionale-news/2017/12/20/catalogna-elezioni-imposte-trucco-098932).

[9] Vittorio Strada, Introduzione, in Vladimir I. Lenin, Che fare?, a cura di V. Strada, Torino, Einaudi, 1971, pp. VII-XCI, p. XLIV.

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Pavel Grudinin: il candidato del PCFR scelto dal Cremlino?

Due settimane dopo le elezioni parlamentari italiane, si svolgeranno in Russia quelle presidenziali. Diversi osservatori sostengono che la data del 18 marzo non sia stata scelta a caso: nel dibattito, non su chi sarà il vincitore, ma con quale percentuale trionferà, la data del 18 marzo, quarto anniversario della riunificazione della Crimea alla Russia, può giocare un ruolo significativo nel consenso a VVP: Vladimir Vladimirovič Putin.

Ciò, anche a dispetto dell’alto numero di candidati ammessi dalla Commissione elettorale e di quelli (ad esempio: Sergej Mironov, per Russia Giusta) che hanno rinunciato a candidarsi, a favore di VVP.

Tra i “soliti” nomi che parteciperanno, in testa ancora una volta il leader del LDPR, Vladimir Žirinovskij, il liberale Grigorij Javlinskij, la conduttrice televisiva Ksenija Sobčak.

Per il PCFR, un nome nuovo, quello di Pavel Grudinin, non membro del partito e direttore del “Sovkhoz Lenin”: una grossa società per azioni dell’agrobusiness, che ha conservato sì il vecchio nome sovietico, ma in cui terra, strumenti e macchinari sono di proprietà dei dirigenti e i 9/10 delle cui entrate, a detta dei maligni, sarebbero dati dall’affitto dei terreni con destinazione edificabile e commerciale.

Il VKPB (Partito comunista dei bolscevichi) di Nina Andreeva sostiene che tutti i candidati in lizza “esprimano gli interessi non del popolo lavoratore, bensì di questa o quella frazione della borghesia”: a partire da VVP, “protégé” del grande capitale oligarchico, che sta proseguendo la politica dei liberali eltsiniani e continua a dichiarare che “non ci sarà alcuna revisione dei risultati delle privatizzazioni” degli anni ’90, proponendo di sottrarre il grosso business al controllo statale.

Sorvolando sulle uscite clownesche e antisovietiche di Žirinovskij – che però, con il suo elettorato paraleghista e il 13,14%, si piazzò al terzo posto alle ultime elezioni, dietro di un pelo al PCFR (13,34%) – il VKPB concentra la propria attenzione sull’opposizione liberale e sulla persona di Pavel Grudinin. La prima (ma il “martire” Aleksej Navalnyj non è stato ammesso alla gara, perché condannato) riflette “la rabbia” occidentale per la ritrovata posizione geopolitica di Mosca e predica la sottomissione ai diktat USA.

La candidatura del secondo sta facendo molto discutere la sinistra, soprattutto quella parte di essa che ha deciso di partecipare al voto. Proposto dal PDS-NPSR (Assemblea permanente delle Forze nazional patriottiche di Russia: ha come simbolo la bandiera nero-giallo-bianca zarista, con lo stemma imperiale dell’aquila bicipite; sostiene di raggruppare “comunisti, nazionalisti e monarchici”), il nome di Grudinin testimonierebbe, a detta di molti, la fase di crisi del PCFR. Socialdemocratico, ex membro del partito presidenziale Russia Unita, dopo un fallito tentativo di avvicinamento a Žirinovskij, Grudinin si pronuncia ora per un “socialismo scandinavo” e presenta il programma del PCFR di nazionalizzazione dei settori strategici, ma con indennizzo. Contrario al corso liberale del governo, è però a favore di un’economia di mercato, orientata in senso sociale, “per scongiurare situazioni rivoluzionarie”. Propone la “ridistribuzione di parte del reddito nazionale a favore dei poveri”, mantenendo comunque i rapporti di proprietà capitalistici. “Grudinin non è comunista; e non è nemmeno socialdemocratico” affermano al VKPB e, a proposito del “Sovkhoz Lenin”, scrivono che il capitale sarebbe in mano a circa 40 azionisti, ma solo 5 o 6 di essi sembra ne detengano il grosso e Grudinin ne controllerebbe il 40%. Secondo le cifre ufficiali, il salario mensile degli oltre 500 lavoratori del sovkhoz sarebbe intorno agli 80.000 rubli (oltre il doppio della media russa); ma pare che Grudinin, negli ultimi sei anni, abbia intascato qualcosa come 157 milioni di rubli. Non a caso, dicono al VKPB, egli si presenta come “Il candidato di tutti”: cioè, di sfruttatori e sfruttati. “Il nostro obiettivo strategico” afferma il VKPB, “è la rivoluzione socialista, per la quale dobbiamo lavorare. Chiediamo che tutti, il 18 marzo, si rechino ai seggi e annullino la scheda elettorale in qualsiasi modo: scrivendo “Abbasso il capitalismo”, “Viva il socialismo”. Tale modo di esprimere l’atteggiamento nei confronti delle elezioni dimostrerà il vostro attivo boicottaggio”.

Da parte sua, il PCOR (Partito comunista operaio russo) di Viktor Tjulkin, dopo che l’iniziale appoggio al PCFR, con la candidatura dell’operaia gruista Natalja Lisitsyna, è stato ignorato dagli zjuganovisti, ha deciso di partecipare autonomamente alle elezioni e sta raccogliendo le firme necessarie. Lisitsyna, scrive Rot Front, “si presenta alle elezioni non per una qualche mitica “vittoria”, ma per smascherare l’attuale ordine socio-economico”.

Il Rot Front (Fronte unito dei lavoratori di Russia), che affianca il PCOR, ha interpellato alcuni esponenti della sinistra, a proposito della candidatura di Pavel Grudinin.

Secondo il sociologo e pubblicista Boris Kagarlitskij, la candidatura di Grudinin rappresenta la naturale evoluzione della lotta interna al PCFR: molti dirigenti imputano a Gennadij Zjuganov una serie di disfatte, così che il leader ha deciso di legare l’ennesima certa sconfitta non al proprio nome, ma a quello di un indipendente, il quale ultimo, per non mettere in pericolo i propri affari, si guarderà bene dall’insidiare il potere. A parere di Kagarlitskij, “a registrazione dei candidati ultimata, sarà definitivamente chiara la natura farsesca di queste elezioni, in cui non verrà registrato alcun candidato progressista”.

Per Anatolij Baranov, del CC del PCO (Partito comunista unito) e direttore di “Forum.Msk”, Grudinin susciterà la ripulsa anche del nocciolo duro dell’elettorato del PCFR, come è già successo per il Fronte di sinistra, che “ha organizzato le primarie farsa, fonte di aperta manipolazione politica” a favore di Grudinin. Diversa sarebbe stata la candidatura di Lisitsyna e non ci sarebbe stato bisogno di falsificare le primarie, anche se “le probabilità della sua registrazione sono altrettanto nulle quanto la vittoria di Grudinin alle elezioni, già qualificate come un referendum sulla fiducia a Putin”. Secondo Baranov, “i comunisti dovranno chiarire il proprio atteggiamento verso queste elezioni, in cui sulla scheda non comparirà alcun candidato operaio. Credo che dovremmo seguire la proposta dei compagni della città di Penza, di prendere le schede elettorali e portarsele via, oppure annullarle, in modo che non ci sia alcun referendum sulla fiducia”.

A parere del conduttore televisivo di “Rossija-24”, Konstantin Sëmin, la candidatura di Grudinin rappresenta un “aperto tentativo di dare legittimità alle elezioni, secondo la nota tecnologia del male minore. Ritengo che la propaganda dei comunisti debba tendere a liquidare ogni illusione; si deve lavorare nei sindacati, popolarizzare l’idea dei Soviet; è necessaria una piattaforma teorica”.

Aleksandr Stepanov, ex deputato della Repubblica di Carelia, espulso dal PCFR, afferma che ormai da tempo il PCFR si è spostato a destra, ma “la candidatura di un capitalista e latifondista è troppo anche per il partito di Zjuganov. Questo passo dimostra che il partito si è trasformato in un “cortile di passaggio” per carrieristi e briganti”. La candidatura di Grudinin, dice, “è stata calata dall’alto e, senza dubbio, previo accordo con l’amministrazione presidenziale”.

Aleksandr Batov, membro del CC del PCOR e segretario dell’organizzazione moscovita di Rot Front, dice che “Grudinin non è il personaggio peggiore tra le potenziali candidature, ma considerarlo unificante per la sinistra, o adatto come candidato dei comunisti, è quantomeno assurdo”. La questione di fondo è che, “da tempo, il PCFR adotta ogni decisione di un certo rilievo consultandosi con l’amministrazione presidenziale. Lo stesso con la candidatura di Grudinin”, passata per la scarcerazione del leader del movimento Avanguardia della rossa gioventù, Sergej Udaltsov, il suo appello per un candidato unico, il suo benestare per primarie abbastanza torbide e la strana vittoria di Grudinin. Secondo me, continua Batov, la candidatura di Grudinin ha una spiegazione abbastanza semplice. Alla vigilia della “elezione dello zar”, il Cremlino è preoccupato non tanto per il risultato (non è in dubbio per nessuno), ma per l’affluenza. Se questa fosse bassa, per Putin sarebbe difficile presentarsi quale “leader nazionale”, sia sull’arena interna, che internazionale. Una chiara mancanza di coesione attorno al presidente, significherebbe vulnerabilità politica. “Se le “elezioni” fossero prevedibili e poco interessanti, la gente non andrebbe ai seggi e sarebbe un fiasco”.

Quindi, dice Batov, uno dei modi per rendere “intrigante lo spettacolo pre-elettorale, è quello di circondare il leader con concorrenti più vigorosi e più giovani, dato che l’anziano e sempre perdente Zjuganov non attira più nessuno”. Con Navalnij fuori gioco, era necessario “trovare qualcun altro che di sicuro non possa vincere, ma al tempo stesso sembri una figura vincente. Questo concorrente è stato trovato; e non è casuale che questo “sparring partner” sia candidato dal PCFR. Il Cremlino è preoccupato che i “comunisti”-marionetta stiano perdendo influenza nella società e ha invece bisogno che il PCFR continui a svolgere il ruolo di “opposizione di corte” e la funzione di parafulmine sociale. Con Zjuganov, questo non è più possibile, dato che continua a perdere popolarità. Ecco allora che i tecno-politici dell’amministrazione presidenziale hanno suggerito il nome ai loro fedeli subordinati. Ci dovremo aspettare una certa radicalizzazione della retorica dalla parte del PCFR e del suo candidato, in modo che le migliaia di delusi credano ancora nel partito. Penso che le sorprese che ci riservano i tecno-politici non si esauriranno con la candidatura di Grudinin”, conclude Batov.

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La nascita e il declino del Pci

Lo smarrimento d’identità

Sistema di valori? Identità Politica? Senso di appartenenza a una grande comunità solidale?

Quale il lascito del PCI, nella realtà quotidiana vissuta da coloro che sono stati militanti di quel partito, a distanza di oltre vent’anni dal suo scioglimento (uno “scioglimento negato”, mai formalizzato ma mascherato da “trasformazione”, ma in realtà reso reale ed evidente dal rifiuto di centinaia di migliaia di donne e di uomini a proseguire il proprio impegno politico in un diverso contesto)?

Questo è l’interrogativo, cui cercheremo di fornire una parziale risposta attraverso questo nostro lavoro.

La premessa di carattere generale, può essere così riassunta: nei sistemi contemporanei è difficile immaginare che vi possa essere attività politica senza i (o al di fuori dei) partiti.

Probabilmente, esperienze particolari sono costituite da società tradizionali governate da famiglie con relazioni di potere di tipo patrimoniale e personale, oppure da sistemi che hanno messo al bando le organizzazioni politiche (regimi militari o autoritari).

Tuttavia, le moderne democrazie sono democrazie partitiche, e un sistema rappresentativo post partitico sembra ancora lontano dall’orizzonte della politica democratica, anche se all’orizzonte si profila un dibattito sulla cosiddetta “democrazia elettronica”, con le scelte affidate ai cittadini attraverso l’uso del computer.

L’analisi politologica contemporanea abbonda di termini quali “tramonto”, “crisi”, “declino” dei partiti e affolla le proprie indagini di metafore quali “destrutturazione”, “riallineamento” o “terremoto” dei sistemi partitici ma l’osservazione della realtà delle dinamiche politiche reali indica come i partiti politici, benché abbiano molti critici, molti antagonisti e un numero crescente di competitori, sembrano avere ben poche alternative concrete e attraenti.

Il PCI, cui intendiamo riferirci in quest’occasione, agiva in un quadro politico italiano contraddistinto, per un lungo periodo, da partiti dal forte radicamento di massa, prevalenti per un lungo periodo (almeno fino alla fine degli anni’70) sulla società civile, che agivano all’interno di un sistema pluripartitico di tipo classico, imperniato su di un sistema elettorale di tipo proporzionale corretto da uno sbarramento, derivante dal conseguimento di un quoziente pieno in almeno un collegio.

Il nostro riferimento sarà rivolto al “partito nuovo” di Togliatti che nacque, all’indomani della liberazione, con la decisione di abbandonare la concezione del partito di quadri e trasformare il PCI in un partito di massa, largamente radicato, come già si faceva cenno, nella società.

Il Partito cercò così elettori e iscritti in quasi tutti i gruppi e i ceti sociali: dagli agricoltori, ai fittavoli, ai braccianti, agli operai dell’industria, ai nuovi ceti medi e ai piccoli e medi industriali.

Malgrado tutti gli sforzi dei dirigenti questa presenza sociale del PCI, fino a buona parte degli anni’60, si limitò essenzialmente alla classe operaia del Nord e ai vecchi “ceti medi” del Nord e del Centro (artigiani, piccoli industriali, cooperatori).

La massiccia organizzazione interna, la crescente urbanizzazione, la laicizzazione diffusa attenuò tuttavia gradualmente i vincoli del singolo, con la propria tradizionale area culturale.

Di conseguenza, di fronte all’aggravarsi della crisi sociale ed economica, aumentò sempre di più il numero delle persone che si sentivano attratte da quelle forze politiche che propugnavano un superamento della crisi, un ammodernamento dello Stato e della Società, oltre che una maggiore giustizia sociale.

Il PCI guadagnò così in misura più che proporzionale, e in modo spettacolare, con le elezioni del 1975 e del 1976, un gran numero di voti fra le donne, i cattolici praticanti e i ceti urbani occupati nel settore dei servizi e in quello dell’istruzione.

In quella fase il PCI riuscì anche a compiere notevoli puntante in quelle zone precedentemente dominate dalla DC, grazie soprattutto alla sua forte caratterizzazione cattolica, come nel Veneto, nel Mezzogiorno, nelle Isole.

L’espansione della presenza nella Società, che dal punto di vista della struttura dell’elettorato fece apparire il PCI come un “Partito popolare di sinistra”, in verità portò solo in minima misura a una modificazione nella composizione di massa dei suoi iscritti.

Gli operai continuarono a costituirne il nerbo (circa il 50% nel 1977).

Se si calcolano i pensionati e le casalinghe, il potenziale classico del Partito salì, in quel periodo al 79%.

Quei gruppi sociali che, negli anni’70, contribuirono fortemente ai successi elettorali del PCI, ossia l’intellighenzia scientifica e tecnica, liberi professionisti e gli addetti ai settori dei pubblici servizi, furono invece chiaramente sottorappresentati nelle fila del Partito.

La composizione sociale dei quadri intermedi rivelò, invece, una tendenza opposta.

Infatti, mentre nel 1975 gli operai costituivano oltre il 50% dei segretari di sezione, rappresentavano soltanto il 36% dei delegati al XIV Congresso e scendevano al 24,9% nei componenti dei Comitati Federali.

Il PCI ebbe così, sostanzialmente, i caratteri di un Partito con una strategia radical – socialista, rivolta alle riforme.

In questo modo il PCI divenne il principale antagonista e concorrente della DC.

I Comunisti italiani, se furono soddisfatti della tendenza dell’elettorato tradizionale di Centro – Sinistra a scivolare verso il PCI, furono, invece, contrari a una mera identità con il PSI e a una polarizzazione del sistema partitico italiano.

La creazione di un “grande Partito della Sinistra”, di cui si parlò subito dopo il 1945 e più tardi nel 1965/65, non risultò praticamente attuabile.

Il PCI non riuscì, in sostanza, a sciogliere il nodo decisivo di una pratica dell’opposizione, attraverso il modello dualistico tra un Partito cristiano – conservatore e un grande raggruppamento socialista, o un tentativo di sostituire la DC come partito egemonico accelerando da una posizione di preminenza, la sperimentazione della “via italiana al socialismo”.

Un dilemma non risolto che fu alla base della mancata realizzazione della strategia del “compromesso storico”, di cui fu testimonianza parziale il tentativo della “solidarietà nazionale” (1976 – 1979), il cui fallimento aprì la via a un declino lento ma inarrestabile.


Le ragioni del declino

Dall’inizio degli anni’80 l’emergere di questioni e problemi sui quali sarebbe stato giusto sollecitare un più audace e coraggioso rinnovamento, così come nell’elaborazione che nella proposta furono, invece, assunti come fattori da interpretare in senso di una maggiore omologazione, sia nei comportamenti politici, sia negli orientamenti culturali e ideali che, in quel momento, raccoglievano i più facili consensi.

Cominciava, in sostanza, a far breccia, anche nel PCI o almeno in settori rilevanti del Partito, la grande offensiva ideale e politica neoconservatrice che, proprio in quegli anni ’80, favorita del precipitare della crisi del sistema comunista in tutto l’Est europeo, sia dal logoramento e dall’esaurimento anche delle migliori esperienze socialdemocratiche dell’Europa Occidentale, si sviluppò con impeto in Europa come in America (sotto l’insegna del reaganian – tacheterismo), e i paesi dell’Est come in quelli dell’Ovest.

Andò così maturando, anche nella realtà italiana, una sconfitta che, prima ancora che politica, risultò essere culturale e ideale.

A questo punto debbono essere richiamate almeno tre posizioni (le più esemplificative) che hanno posto in luce come in pochi anni, anche in un paese come l’Italia considerato paradigmatico di un “caso” proprio perché vi si trovava presente il più grande partito Comunista d’Occidente, quest’offensiva “neocons” avesse modificato, in modo radicale, idee e convinzioni diffuse nell’area dell’opinione pubblica progressista, compresa buona parte della sinistra d’opposizione, con conseguenze fortemente negative che poi si sarebbero manifestate, anche sul piano delle scelte e dei comportamenti politici:

1) In primo luogo cominciò a raccogliere consensi, trovando ascolto anche in larghi settori della sinistra politica e sindacale, la tesi che la crisi delle politiche di pianificazione e di programmazione (sia nelle forme della pianificazione centralizzata dei paesi di “socialismo reale” dell’Europa dell’Est, sia nelle forme programmatorie delle politiche keynesiane e delle esperienze di Stato Sociale, sviluppatesi a Ovest e nel Nord Europa, principale per impulso delle grandi formazioni socialdemocratiche) non solo poneva alle forze riformatrici seri problemi di ripensamento, ma costituiva una prova quasi definitiva dell’impraticabilità di serie alternative alle regole dominanti del liberismo, del privatismo, del cosiddetto “libero mercato”, dell’individualismo consumistico. Non a caso l’idea di riaffermare o ricostruire un “punto di vista di sinistra” in economia (a partire, per esempio, dai problemi dell’occupazione o della tutela ambientale o del definire una diversa gerarchia di priorità e di finalità nella produzione e dei consumi) incontrava difficoltà via, via, più estese e anzi veniva rigettata, quasi pregiudizialmente, nell’opinione più diffusa, come astratta e velleitaria. La conseguenza è che diventava quasi un luogo comune affermare che il banco di prova per dimostrare la maturità di governo della sinistra risiedeva, ormai, nella capacità di far valere come scelta prioritaria, senza concessioni a ideologismi solidaristici o a interessi corporativi, il rispetto dei vincoli “oggettivi” delle compatibilità finanziarie e monetarie (da ciò è derivata l’accettazione acritica dei parametri imposti per l’unificazione europea, dal trattato di Maastricht: acriticità che ha impedito di vedere in tempo le possibilità di rivedere il patto di stabilità, fino alla crisi che oggi investe, appunto, gli equilibri politici ed economici del processo di allargamento dell’Europa a 25).

Tornando però al periodo di avvio del declino del PCI deve essere, ancora, fatto rilevare che il diffondersi di queste posizioni di accettazione dell’impostazione neo-liberista ben al di là della tradizionale area moderata, avvenuta tanto più in una fase di intense ristrutturazioni (a partire dai 35 giorni della Fiat del 1980) che già tendevano, in allora, a ridurre e a rendere più precaria l’occupazione, ad accentuare la flessibilità della risorsa lavoro (fino alle esasperazioni attuali) e della risorsa ambiente, a diminuire i vincoli e i costi sociali che pesavano sulla produzione, abbia avuto il risultato pratico di contribuire a indebolire la tutela del mondo del lavoro e a modificare, a svantaggio della sinistra, i rapporti di forza nella struttura produttiva e sociale.

Non a caso, proprio a partire da quella fase, è stato possibile parlare dell’affermazione di quello che è stato definito “pensiero unico” ispirato, appunto, dalla teoria neoliberista;

2) In secondo luogo non si può sottovalutare il peso che ebbe, nel corso degli anni ’80 l’insistente campagna sulla “crisi” e sulla “morte” delle ideologie.

Una campagna che ebbe effetti rilevanti sugli orientamenti di larga parte dell’opinione pubblica.

E’ quasi inutile ricordare quanto di ideologico vi fosse, e continui a esserci, alla base della tesi della “crisi” e della “morte” delle ideologie.

Rimane il fatto che proprio quella campagna propagandistica appena ricordata finì con l’essere largamente accettata anche a sinistra, non solo come critica dei “partiti ideologici” (e partiti ideologici per eccellenza erano considerati, in Italia, la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista), ma anche come demistificazione dell’idea stessa di una finalizzazione ideale e morale dell’azione politica.

Alle “finalità”, e al loro presunto retroterra ideologico, andava così contrapposta l’idea della presunta “concretezza” dell’apertura al nuovo, al moderno.

Al punto da presentare, sulla scena del confronto politico, una inedita contraddizione tra “vecchio” e “nuovo”.

Una contraddizione assunta, al punto, da considerare il cosiddetto “nuovismo” come criterio di commisurazione della validità dell’iniziativa politica.

Non c’è bisogno di ricordare, sia pure a distanza di oltre vent’anni, quanto peso abbia avuto una simile posizione nella fase di passaggio del PCI al PDS, cioè dal vecchio “partito ideologico di massa” alla “cosa” di cui non si riconosceva né il nome, né il programma, e neppure le finalità e i contenuti;

3) Il terzo punto riguarda, infine, il fatto che la critica alla degenerazione del sistema dei partiti avesse assunto, via, via, nel corso del decennio, anche in settori, via, via più estesi del gruppo dirigente comunista, un mutamento di segno.

Si era passati, infatti, dalla domanda di “rinnovamento della politica”, così come era stata formulata da Berlinguer, a una proposta di mutamento del solo “sistema politico” (inteso in senso stretto) attraverso il cambiamento delle regole istituzionali ed elettorali.

Si spalancò così, in quel modo, la porta alla deriva decisionista, in particolare all’idea che bastasse “sbloccare” il sistema politico per realizzare l’alternanza e mettere così fine alla spartizione dello Stato, alla corruzione, al malgoverno.

Per “sbloccare il sistema politico” il PCI avrebbe dovuto, così, mettere in discussione se stesso, ponendo fine al “partito diverso”, omogeneizzandosi agli altri partiti.

Erano dunque mature le condizioni per portare a compimento la storia del Partito Comunista Italiano.

Tutto questo è avvenuto mentre la crisi della democrazia italiana era giunta, verso la fine degli anni’80, a un punto di estrema gravità.

La grande occasione che si era pur presentata nel corso del decennio precedente era andata perduta, per cause oggettive e soggettive, senza che si riuscisse a dispiegare quella capacità di promuovere un radicale rinnovamento nel modo di governare, del costume, dello spirito pubblico, del senso dello Stato di cui il paese avrebbe avuto estremo bisogno, ma che, ancora una volta era stato mancato.

IL PCI fu così liquidato in fretta, senza offrire ad alcuno la possibilità di riflettere su di un lasciato politico che andava ormai completamente perduto: l’ultimo atto, probabilmente, fu compiuto al seminario di Arco di Trento nel settembre 1990 allorquando le diverse componenti che si erano opposte ala cosiddetta “svolta della Bolognina” non riuscirono a trovare un effettivo punto d’intesa sul procedere assieme sul piano politico.

Punto d’intesa che poteva essere ancora raggiunto attorno alla relazione svolta da Lucio Magri (un testo fondamentale “Nel nome delle Cose”) e si divise attorno a due analisi rivelatesi entrambe sbagliate: quella del “gorgo” avanzata da Pietro Ingrao e quella della “Rifondazione” intesa subito come soggettività politica organizzata sostenuta da Cossutta e Garavini.

Lo scioglimento del PCI e la dispersione dell’area rappresentativa del 30% del partito che avrebbe potuto costruirsi soggettivamente nel solco della sua identità ancora possibile da mantenere in maniera innovativa e politicamente fruttuosa, rappresentò un punto di vero squilibrio per l’intero sistema politico, cui seguirono altri momenti di sconvolgimento determinati dall’implosione dei grandi partiti di massa avvenuta poco tempo dopo: i suoi eredi, mutate diverse denominazioni da PDS, a DS e PD e collegandosi con alcuni dei residui del vecchio apparato del partito cattolico, hanno accettato “in toto” i meccanismi fondamentali di quell’eterna “transizione italiana” apertasi con lo scioglimento del partito, dal maggioritario, al presidenzialismo (esercitato direttamente, ponendosi ai limiti della Costituzione Repubblicana dal primo Capo dello Stato proveniente dalla storia del PCI), all’accettazione delle formule liberiste che sono state e stanno all’origine della grande crisi che stiamo vivendo applicate in particolare, come è già stato ricordato poco sopra, nella costruzione dell’Unità Europea (costruzione abbracciata acriticamente sul piano economico – finanziario, senza volerne vedere i disastrosi effetti sul piano delle condizioni materiali di vita dei ceti popolari).

Il PD, infatti (usando addirittura ed incredibilmente la struttura delle “primarie” per la selezione del gruppo dirigente, inteso come gruppo “elettorale”), rendendosi così “scalabile” da soggetti pienamente inseriti nella logica della personalizzazione e della concezione della politica come “apparenza del comando” e “individualismo competitivo” si è reso pienamente interno sul terreno di quella concezione esaustiva della “governabilità” (fino al punto di attentare alla stessa Costituzione Repubblicana, in un tentativo fallito soltanto grazie al voto popolare) che ha soffocato l’idea della necessità di un partito capace insieme di sviluppare pedagogia, radicamento sociale, rappresentatività politica della classe: è questo il vuoto più grande che, pur nella consapevolezza di un declino forse irreversibile attraversato nell’ultima fase della sua esistenza, il PCI ha lasciato.

La stessa scissione dal PD di una parte dei dirigenti provenienti dalla storia del PCI sta rivelandosi, alla fine, totalmente coerente con le istanze più negative che portarono allo scioglimento del partito e che qui sono state sommariamente descritte.

Ciò nonostante può valere ancora la pena, pur in tempi di paurosa semplificazione della possibilità di espressione del dibattito politico nella sinistra italiana ed europea, di riflettere sulle vicende che portarono alla liquidazione del PCI per trarne possibili e utili punti di insegnamento per chi, adesso, intendesse come sarebbe giusto provare a percorrere la strada di una ripresa di soggettività politica.

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Festivo, Fornero e Jobs Act: storica sentenza a favore dei lavoratori del commercio

USB, il giudice ha sentenziato quello che i politici ci nascondono.

C’è chi dice che la legge Fornero e il Jobs Act sono le leggi che ci proiettano nel mondo del lavoro del futuro, ma i giudici non la pensano così. E la sentenza numero 25/2018 del tribunale di Firenze, del giudice Tommaso M.Gualano, che condanna Unicoop Firenze a risarcire i dipendenti delle festività del 4 novembre mai retribuite per gli anni che vanno dal 2007 al 2012 compresi, è lì a dimostrarlo senza ombra di dubbio. Siamo arretrati agli anni sessanta.

“Questa sentenza, oltre al merito, segna un punto importante sui termini della prescrizione nelle cause da lavoro. Una sentenza pionieristica: il tribunale ha accolto la tesi dei nostri legali (Conte/Martini /Ranfagni), secondo la quale i crediti di lavoro non si prescrivono più durante il rapporto di lavoro, in quanto l’abbattimento delle tutele sopraggiunto negli ultimi anni con la legge Fornero prima e il Jobs Act poi, rendono il lavoratore psicologicamente timoroso nel fare causa”, dichiara Francesco Iacovone, dell’USB Lavoro Privato.

“La sentenza segna uno spartiacque – prosegue il rappresentante USB – dallo Statuto dei Lavoratori in avanti, i crediti dei lavoratori delle aziende con più di 15 dipendenti si prescrivevano nei 5 anni che decorrevano nel corso del rapporto di lavoro. Questo grazie alla tutela dell’articolo 18 che rendeva il lavoratore più forte davanti all’azienda, tanto da poter intentare una causa in costanza del rapporto di lavoro”.

“In questa causa di lavoro il giudice ha sentenziato quello che i politici ci nascondono. La precarietà e l’indebolimento dell’articolo 18, che si sono affermati prepotentemente con la legge Fornero e il Jobs Act, tolgono ai lavoratori il coraggio di fare causa durante il rapporto di lavoro. E allora via la prescrizione, si ritorna al passato.”, conclude Iacovone.

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Il ministero della verità si installa al Viminale

Siamo governati da ignoranti contenti di esserlo. Dunque da gente pericolosa per tutta la popolazione, perché – perversa conseguenza di leggi elettorali che promuovono i “nominati” da qualche segreteria – dispongono delle leve del potere militar-poliziesco. L’unico che gli sia rimasto, dopo la “sussunzione di sovranità economico-finanziaria” da parte dell’Unione Europea.

La notizia è rimbalzata su tutti i media, spaventando in parte anche quelli più strettamente di regime (fa eccezione solo qualche fulminato del pig journalism). Il ministro dell’Interno Marco Minniti ha presentato “il Primo protocollo operativo per il contrasto alla diffusione delle fake news attraverso il web”, predisposto dal Ministero dell’Interno in collaborazione con la Polizia. Ovvero con se stesso.

Una classica misura da ministro fascista. Ma questa definizione non gli si attaglia più molto, perché persino il fascismo storico – quello che metteva come ministro dell’istruzione il miglior filosofo italiano del tempo, Giovanni Gentile – ha evitato di affidare a dei poliziotti il compito di stabilire cosa fosse “vero” e cosa no. Inventò infatti un ministero apposito, quello della stampa e propaganda, poi diventato Minculpop, incaricato di far girare la voce del regime su qualsiasi argomento, censurando tutte le altre.

Non c’era molta differenza con la pensata di Minniti, all’effetto pratico, ma in qualche modo si faceva capire che la “verità di regime” era una verità di parte, basata sulla forza.

Il deciso passo avanti di Minniti sta in due passaggi decisivi: la pretesa di stabilire quasi automaticamente cos’è vero e cos’è falso (fake news), tramite un “red button” affidato a dei poliziotti, e soprattutto la pretesa di far credere che questa sia un’operazione “democratica”.

Andiamo con ordine. La discussione sulla verità è antica quanto l’essere umano e continuerà fin quando esisterà un bipede pensante sulla Terra. In ambito scientifico – assai più rigoroso di quello politico, specie italico – la verità viene espressa in leggi e teorie, che per essere considerate valide debbono essere verificate da qualsiasi appartenente alla comunità scientifica di riferimento (i biologi non si impicciano di fisica, e viceversa), tramite la replicabilità degli esperimenti che hanno portato alla loro formulazione.

La relatività di Einstein, per fare un esempio, è “verità accettata” da un secolo a questa parte. Ma ciò non toglie che ogni esperimento o ricerca punti esplicitamente a verificare se qualche aspetto della realtà fisica possa metterla in discussione.

Questo modo di procedere assume insomma che “la verità” sia un processo storico infinito – che naturalmente è fatto di punti temporaneamente fermi e accettati da tutti –, ma anche e soprattutto un processo che deve essere affidato a esperti della materia. E le materie sono una moltitudine, per cui anche tra gli scienziati ognuno parla di quel che studia e sa, mentre tace e ascolta (al massimo fa domande) sul lavoro altrui in materie diverse.

Vabbeh, dirà qualcuno, però i poliziotti di Minniti si occuperanno di cose ben meno difficili, tipo cancellare la pletora di falsi palesi sull’infinito numero di presunti parenti di Laura Boldrini che sarebbero stai assunti da qualche parte (un tormentone in effetti osceno che dura da cinque anni e terminerà il 4 marzo...).

E’ un’obiezione idiota quasi quanto l’istituzione del red button e i meme offensivi. Il punto è infatti uno solo: l’affidamento alla polizia di stabilire cosa sia vero o no. Una volta fissato per legge, questo potere sarà applicato secondo i regolamenti e le indicazioni del ministro dell’interno e del governo in carica. Non crediamo che Salvini riuscirà a fare molto peggio di Minniti (visto che Berlusconi lo candida in quel ruolo), ma è chiaro che si tratta di un potere enorme e abnorme, che costringerà ogni blogger, giornalista, cronista o free lance, ad evitare qualsiasi notizia potenzialmente sgradita al governo. Il red button vigila sulle sue parole.

Qualcuno ha giustamente assimilato questa pretesa a quella medioevale del Sant’Uffizio, che arrivò a un passo dalla tortura su Galileo o che aveva già mandato al rogo Giordano Bruno. Ma anche qui Minniti è riuscito a far peggio. In fondo il Sant’Uffizio vigilava sulla nascente attività scientifica, che metteva inevitabilmente in discussione le cosiddette sacre scritture. Insomma, una roba che riguardava allora poche centinaia di persone e su materie che non erano accessibili alle masse sterminate degli analfabeti.

Qui, invece, il bottoncino di Minniti pretende di vigilare sul notiziume quotidiano, quello su cui ognuno di noi – per proprio conto – forma le proprie opinioni. Dunque Minniti instaura uno strumento che vorrebbe proprio essere un controllo delle fonti con cui si costruisce l’opinione pubblica.

Una pretesa stupida, diciamolo subito. La massa di informazione circolante è largamente superiore alle capacità di lettura quotidiana di un reparto anche numeroso di poliziotti del pensiero. Dunque bisognerà far ricorso a qualche algoritmo incentrato su un certo numero di “parole sensibili”. Non è difficile immaginarle, perché avranno come criterio di individuazione la “sicurezza”, che è sempre quella del potere. Quindi ogni “critica” ai potenti verrà registrata, monitorata, soppesata nella frequenza e ripetizione, e – quando il “limite di guardia” sarà raggiunto – entrerà in funzione il famigerato bottoncino.

Una pretesa stupida non è per questo meno pericolosa. E lo sanno benissimo, perché scrivono: «non esiste nessun sistema tecnologico in grado di individuare in maniera assoluta le notizie false e la loro veridicità è dimostrabile solo attraverso la valutazione di esperti di settore». Insomma, il bottone deve essere azionato da un bipede pensante, che ha le sue idee come tutti noi. Immaginatevi un poliziotto stile Bolzaneto o Diaz come potrà comportarsi...

La stupidità prepotente del fascista, però, risalta maggiormente mettendola a confronto con la realtà del mondo dell’informazione attuale. In cui, come spiegava addirittura Obama qualche tempo fa, «Il mondo di uno che si informa su Fox News non ha praticamente nessun punto in comune con quello di uno che si informa ascoltando la NPR». Cosa significa? Che si sono creati “microcosmi” fatti di informazioni coerenti tra loro e assolutamente diversi tra loro. Esempio? Chi si abbevera al microcosmo composto da Libero-Giornale-Rete4-”Dalla vostra parte” è convinto di vivere in un mondo alieno, senza alcun punto di contatto con quello reale e meno ancora con quello di altri microcosmi.

La molteplicità di questi mondi è tale da mettere in discussione radicale ogni “autorevolezza”. Un po’ quello che abbiamo visto accadere nel microcosmo della cosiddetta sinistra radicale degli ultimi 25 anni, quando si è imposta la criminale psicologia dell’”ognuno dice la sua”; alla fine chiunque si sente in grado di discettare alla pari con chiunque altro, fosse pure il massimo esperto della materia di discussione.

E ovviamente quando scompare l’autorevolezza si apre un vuoto terribile in cui ogni imprenditore della paura ritiene di potersi infilare, surrogandola con l’autorità. Non c’è più un un universo condiviso, una comunità che riconosce chi ha ragione per la forza degli argomenti? E allora ecco qui quello che sbandiera l’argomento della forza per ridurre la complessità inestricabile del reale.

E’ a questo punto che emerge un Marco Minniti.

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Se l’Italexit scuote “Il Ponte”: note su “Un’altra Europa”

Il numero di maggio-giugno 2017 della rivista Il Ponte, fondata da Piero Calamandrei, è dedicato a un’analisi critica e attenta dell’Unione Europea. Nonostante un po’ di ritardo sull’uscita per farne una recensione, data l’attualità dei suoi contenuti (che non si fermano certo davanti alla cadenza bimestrale) vorremmo comunque contribuire alla conoscenza e al dibattito di questo importante libro. Importante soprattutto per la profondità e il livello di dettaglio in cui entra in ciascun argomento, presentando dunque una complessità scientifica – divisa nelle tre aree giuridica-istituzionale, economica e politica – molto differente dalle chiacchiere da bar sulla UE che normalmente si leggono su giornali e riviste ben più noti.

Non a caso, la maggior parte degli autori chiamati a contribuire per questo numero sono professori ed esperti che fanno politica dentro la piattaforma sociale Eurostop, che fin dal suo nome ha messo al centro l’analisi e soprattutto la critica della UE.

L’articolo introduttivo è affidato al curatore di questo numero, Screpanti, il quale presenta una visione di insieme che unisce una critica serrata dei peccati originari della UE per argomentare che l’Italexit è necessaria, con una dettagliata esposizione di misure di politica economica per dimostrare che è anche possibile. Il disastro della UE si presenta in tre ambiti, quello economico-sociale, con l’aumento delle disuguaglianze e della povertà in tutta Europa, quello macroeconomico, con la divergenza tra i paesi del centro e quelli della periferia, e quello politico, con l’allontanamento degli spazi decisionali da quelli democratici. Questo disastro però non è sinonimo di incidente, ma di un declino organizzato e pianificato dal capitale europeo (a trazione tedesca), che ha approfittato ampiamente delle politiche di austerità e dalle riforme del lavoro per recuperare i suoi privilegi, ovvero soprattutto i suoi profitti, erosi dalle conquiste operaie degli anni ’70. Chiedere una riforma della UE in senso democratico e progressista è impossibile perché si scontra con gli interessi e i piani delle classi padronali che questa UE l’hanno costruita, per cui l’unica possibilità per i paesi della periferia è quella dell’uscita. Un’uscita il cui obiettivo non è la riconquista di una sovranità fine a se stessa, ma l’abbandono delle politiche di austerità imposte dai Trattati Europei e la riappropriazione di un controllo democratico sulla politica economica per fare gli interessi delle classe popolari; a sua volta questo non significa la rinuncia di un progetto di unità fra i paesi europei, ma è anzi l’unica strada percorribile per la costruzione di un’alleanza fra pari, solidale e progressista. Solo una forza di sinistra radicale e di classe può realmente perseguire questo percorso, anzi deve farlo per evitare che l’uscita dalla UE, prima o poi inevitabile, venga guidata da una destra liberal-fascista.

Istituzioni. I quattro articoli di questa sezione appaiono quasi una tavola rotonda in cui si discute delle istituzioni della UE in maniera tanto approfondita da entrare fino in diversi aspetti di filosofia del diritto. Tutti gli autori partono in qualche modo dal processo di formazione della UE: come si crea uno Stato, o un’unione fra Stati che diventa un Sovrastato? L’analisi si concentra intorno al concetto di “funzionalismo”, ovvero la creazione di istituzioni non guidata da un obiettivo che si vuole raggiungere, ma che si sviluppa a piccoli passi, ovvero a “funzioni” che determinano le istituzioni adeguate al loro – appunto – funzionamento. Non è dunque un inizio neutro la creazione della CECA e degli altri trattati di libero scambio, così come non sono neutri i Trattati europei che sono stati posti a colonne dell’Unione, dove le funzioni da raggiungere sono bene esplicite: stabilità dei prezzi, libero mercato e competitività. È per svolgere queste funzioni principali che sono state sviluppate le istituzioni europee. I Trattati hanno un ruolo particolare, in quanto la giurisprudenza della Corte di Giustizia li erige a fondamento “costituzionale” europeo, con valore cioè sovracostituzionale rispetto alle singole carte nazionali. Ma mentre queste si basa(va)no su una legittimità popolare, ovvero sono nate da assemblee costituenti elette dal popolo, e per la maggior parte sono “costituzioni sociali” in cui si esplicita apertamente la difesa dei diritti sociali dei cittadini (le “costituzioni antifasciste” come definite con disprezzo dalla JP Morgan), la “costituzione europea”, questo fitto e complicato tessuto di trattati sovranazionali pone come centrale la difesa del mercato, sancendo la predominanza, la “costituzionalizzazione” delle politiche di austerity (già inserite nel trattato di Maastricht e in seguito rafforzate con il Six/Two Pack, il Fiscal Compact, l’ESM e il Semestre Europeo), in aperto ed evidente contrasto con la difesa dei diritti sociali. Leggendo dunque questa “struttura” con lenti funzionaliste (cioè le stesse degli ingegneri delle istituzioni europee), se la funzione da instaurare e salvaguardare è il libero mercato e la competitività a scapito dei diritti sociali, è dunque razionale la costruzione di istituzioni che nulla hanno a che vedere con la democrazia, quali la BCE, la Commissione Europea, o il Parlamento Europeo, a cui è stato dato questo nome svuotandolo di significato, dato che si sono ben guardati dal concedergli qualunque delle classiche competenze di un parlamento democratico (manca di accountability, non ha funzione legislativa, né di controllo sulla Commissione-governo). Se dunque uno dei principali obiettivi istituzionali della costruzione della UE è stato quello di smantellare le costituzioni sociali, secondo quale logica si può costruire una linea politica di riforma “democratica” della UE a partire dalle parole d’ordine “più Europa, più unità politica, per la creazione di una Costituzione Europea”? Sarebbe bello per una volta una risposta, anche solo a grandi linee, da parte dei vari strateghi di DiEM25 e simili, che tenesse in conto di un aspetto inesorabile: i Trattati Europei possono essere cambiati solo con l’unanimità di tutti i paesi membri.

Economia. Anche in questa sezione ci sono dei concetti e delle argomentazioni ricorrenti, e per ricollegarci a quella precedente ci agganciamo a un aspetto centrale, quello della competitività. La struttura economica della UE è concepita per questa funzione, in un ventaglio di applicazioni: competitività tra il polo europeo e il resto del mondo, competitività tra i paesi membri della UE, competitività tra le classi lavoratrici europee, fino alla competitività tra i singoli lavoratori. Questi livelli non si escludono a vicenda, né si impongono uno sopra l’altro in maniera gerarchica, ma convivono necessariamente sullo stesso piano con la stessa importanza. Se a qualcuno fosse sfuggito, per competitività non si intende altro che gara al ribasso dei costi, a partire da quelli del lavoro. Eppure questo concetto che oggi è diventato sinonimo di crescita e sviluppo, fino a (relativamente) poco tempo fa veniva considerato in maniera meno univoca, quando addirittura il FMI considerava che la perdita di competitività (ovvero l’innalzamento dei salari in un paese) poteva essere una conseguenza (e non una causa) dell’andamento positivo di un’economia, come era stato per la Grecia nel periodo pre-crisi. La lettura acritica e unidirezionale della competitività non è altro che uno dei dogmi del neoliberismo europeo, uno strumento ideologico utile a giustificare la spremitura dei salari e attribuire le responsabilità alle singole nazioni invece che alla struttura della UE (come analizza Zenezini). Come nel caso delle istituzioni, una lettura più corretta del problema può aiutarci a sgomberare il campo da false soluzioni, per lasciarci lo spazio di cercare quelle reali: se il principale obiettivo economico della UE, con l’entusiastico apporto di tutti i governi e di tutte le confindustrie, è stato quello di abbassare i salari, come si possono proporre all’interno di questo sistema politiche “tardo-keynesiane” (come le definisce Vasapollo) di innalzamento della spesa pubblica e dei salari? Dopo una dura e schiacciante lotta di classe dall’alto che ha distrutto tutele del lavoro, diritti sindacali e ridistribuzione nei salari indiretti, chi può veramente pensare che basti presentare un modellino keynesiano in cui l’aumento dei salari traina la domanda di beni (e quindi il consumo, e quindi la produzione, e quindi l’occupazione, e quindi di nuovo i salari, ecc.) per fare sì che le classi dirigenti si risveglino dopo dieci (venti?) anni di politiche il cui obiettivo era sempre e uno solo, recuperare profitto sulla quota salariale? Seppure il dibattito sulla caduta tendenziale del saggio di profitto (in due insufficienti parole: tanto più capitale esiste nel mondo, tanto dovranno aumentare sempre di più gli investimenti per generare la stessa quantità di profitto) sia ancora estremamente aperto e variegato tra gli economisti marxisti (che sono gli unici che se ne occupano), anzi proprio per questo, è necessario continuare un’analisi in questa direzione! Proviamo a ribaltare il ragionamento: considerando che le classi padronali non sono certo stupide né ignoranti nell’attenzione al loro portafogli, se si fossero accorti che veramente le politiche di austerità hanno alimentato una recessione dell’economia, mentre politiche espansive farebbero ripartire la crescita, e con essa la quota dei profitti, non sarebbero gli industriali per primi a implorare e a sbraitare per politiche che aiutino i salari e i consumi? Di nuovo come nella questione istituzionale, non si riesce nemmeno a immaginare come queste ragionevoli richieste di aggiustamento strutturale degli squilibri commerciali tra i paesi UE possano essere anche solo ascoltate dalla Germania, che grazie al suo strapotere politico può permettersi un dumping salariale che la rende il maggiore paese esportatore del mondo, con un tasso di export dell’8% del PIL, quando le stesse regole della UE permettono un avanzo solo del 6%!

Anche qui non ci sono soluzioni possibili all’interno dell’attuale assetto istituzionale della UE, ma ormai è saputo e risaputo che un paese come il nostro non potrebbe mai reggere l’Italexit... oppure sì? Mentre l’articolo di Screpanti presenta una lunga e dettagliata lista di politiche con cui un governo “indipendentista” potrebbe fare fronte alle difficoltà e agli attacchi speculativi di un’uscita dalla UE, Mazzei si concentra in alcuni punti per smontare la macchina del terrorismo preventivo costruita intorno alla possibilità di un’uscita. Primo, ricorda come la svalutazione della moneta sia un normale strumento di politica economica, di cui uno Stato può disporre per regolare gli squilibri commerciali: la paura di una terribile perdita del valore d’acquisto tra l’altro non regge di fronte all’alternativa della svalutazione monetaria, che non è la “non-svalutazione”, bensì quel processo che stiamo vivendo adesso di “svalutazione interna”, ovvero riduzione dei salari. Secondo, la svalutazione non provoca terribili spirali inflazionistiche, come dimostra la storia delle svalutazioni italiane. Terzo, secondo la lex monetae riconosciuta internazionalmente un paese può pagare il suo debito nella propria valuta, per cui il processo di ridenominazione in lire accompagnato dalla svalutazione sarebbe una forma di “ricontrattazione” del debito che permetterebbe di risparmiare su questo. Quarto, il rischio della fuga di capitali è provocato principalmente dall’incertezza dei mercati, che un’uscita rapida e determinata potrebbe alleviare, mentre il famoso controllo dei capitali sarebbe una misura comunque necessaria a livello strutturale e non solo nel momento emergenziale della transizione. Infine, si ribatte all’argomento degli argomenti “in un mondo globalizzato un paese piccolo come l’Italia non ce la farebbe da solo”... esattamente come “non” ce la stanno facendo paesi ben più piccoli dal punto di vista economico, un esempio fra tutti la Corea del Sud. E se questo non ci tranquillizza abbastanza ci sono le proposte ben più corpulente di Vasapollo: rinegoziazione del debito oltre alla sua ridenominazione, nazionalizzazione delle banche e l’aggregazione di una nuova area politico-economica fra i paesi del Mediterraneo sulla base di principi di cooperazione e solidarietà come quella dei paesi dell’ALBA, l’Alianza Bolivariana de Nuestra America. Questa serie di misure possono sembrare fantascientifiche dopo un paio di decenni di martellamento ideologico “there is no alternative”, ma in verità sono una serie di strumenti macroeconomici normali che uno Stato indipendente può usare, per esempio, per aumentare l’occupazione, strumenti però preclusi all’Italia e agli altri paesi del Mediterraneo per il semplice fatto che ora siamo dipendenti dalla Germania.

Politica. A questo punto si tratta solo di tirare le fila. Cremaschi va al punto citando i tre NO di Eurostop: all’Euro, alla UE e alla NATO. La destra opportunista (insieme ai Cinquestelle) propongono un sempre più svogliato rifiuto all’Euro, ma non ai Trattati che ci impongono l’austerità né tantomeno a un’alleanza militare che avrebbe dovuto fare il suo corso con la fine della guerra fredda e invece è sempre più aggressiva (anche a causa dell’indebolimento della forza egemonica degli USA nelle altre sue proiezioni internazionali, cioè politica ed economica); una certa sinistra invece propone la sua opposizione sempre più disillusa alla NATO, ma confondendo l’internazionalismo con la globalizzazione rinuncia a qualunque critica reale agli strumenti di oppressione sulle popolazioni mediterranee. Solo Eurostop riesce a mettere insieme questi tre strumenti in un unico rifiuto che diventa basa programmatica. E si guardino bene dall’accusarlo di sovranismo o peggio ancora nazionalismo: si tratta di opporsi non al concetto di Europa, ma alle istituzioni ben definite e tangibili dell’Unione. Così come è ragionevole per le organizzazioni di classe combattere contro l’imperialismo occidentale pretendendo l’uscita e la rottura della NATO, non si capisce perché le stesse si ritraggono imbarazzate quando bisogna piantare le stesse parole d’ordine per combattere il capitalismo europeo. Alla domanda “la UE in origine è stata un progetto delle classi popolari o delle élite?” tutti ti risponderanno prontamente “delle élite!”; e alla domanda “e in questo momento, la stanno guidando verso il futuro le classi popolari o le élite?” la risposta sarà la stessa. E allora davvero devono essere capaci di spiegare dove in un progetto del capitale, voluto dal capitale, disegnato dal capitale, guidato dal capitale, corretto dal capitale, ci siano gli spazi per la costruzione dell’autonomia delle classi popolari, della loro ricomposizione e del miglioramento delle loro condizioni. Ci devono dire se ogni giorno, mese, anno che le classi lavoratrici di tutta Europa rimangono schiacciate dalle istituzioni europee hanno possibilità di diventare più forti, in maniera maggiore però di quanto allo stesso tempo si sta rafforzando la classe capitalista europea.

Concludiamo dunque, con un richiamo al titolo di questa rivista e a un manifesto lampante dei comunisti inglesi a favore della Brexit: un’altra Europa è possibile, un’altra UE no.

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Un’economia di guerra per fare la guerra

La Camera dei deputati, nonostante il Parlamento sia già stato sciolto il 28 dicembre 2017 dal presidente della Repubblica, ha approvato, a maggioranza assoluta, il decreto del Consiglio dei ministri, già passato in Senato, che rinnova le missioni militari all’estero in corso in Libia, Tunisia, Sahara occ, Repubblica Centro-Africana, Afghanistan, Libano, Balcani, Somalia più Lettonia e Turchia (ambito NATO) e che contiene una previsione di spesa per l’anno 2018 di 1,504 miliardi di euro, in aumento rispetto al 2017 (1,427 miliardi). Contro il decreto hanno votato M5S e Liberi e Uguali mentre la Lega si è astenuta. Forza Italia e Fratelli d’Italia hanno votato, ovviamente, insieme alla maggioranza.

Il decreto del governo Gentiloni prevede il rinnovo ed il rifinanziamento delle missioni militari già attive nel 2017 ma anche l’avvio ed il finanziamento di nuove operazioni, la più importante delle quali in Niger. Questa spesa si aggiunge alle tante altre già previste per fini militari e, su questo fronte, l’Italia si conferma tra i paesi europei che spendono di più.

I dati dell’Osservatorio MIL€X* sulle spese militari italiane mostrano, per il 2018, una previsione in costante crescita, in particolare per quanto riguarda l’acquisto di nuovi armamenti (15% della spesa complessiva). La spesa del Ministero della Difesa passa dai 20,3 miliardi del 2017 ai quasi 21 miliardi del 2018, con un aumento del 3,4% cui vanno aggiunti gli stanziamenti per l’acquisizione di nuovi armamenti; il costo delle missioni militari all’estero a carico del MEF; gli oneri per i militari in pensione; i costi per l’adesione alla #NATO e quelli derivanti dalla compartecipazione e dal mantenimento delle basi USA presenti in Italia. L’aumento della spesa militare italiana nel 2018 sarà, pertanto, del 4% passando dai 24,1 miliardi del 2017 agli oltre 25 miliardi del 2018, pari all’1,42% del PIL previsto (nel 2017 era l’1,40%). Una spesa militare in costante aumento (+21%) nelle ultime tre legislature ed in media con gli altri paesi della #NATO.

Peraltro, proprio l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord – nata nel 1949 come unione dei paesi occidentali in funzione anti-sovietica ma che continua ad esistere immutata come struttura militare aggressiva – insiste perché l’Italia arrivi presto al 2%, avendo già deliberato in tal senso e senza che, ovviamente, sia stata mai aperta, nel nostro parlamento, una discussione sul punto. Paradossalmente, la Grecia, il cui popolo sta affogando nella miseria per effetto delle draconiane sanguinose misure di austerity imposte dalla #UE, ha una spesa militare enorme che, nel 2017, è stata del 2,6% del PIL. Anche il Portogallo è in cima a questa classifica con l’1,9% del PIL. L’altro paese ”pig”, cioè, la Spagna, nel 2017 ha avuto una spesa militare di poco inferiore a quella dell’Italia (1,2% del PIL).

*MIL€X è un progetto che ha realizzato il 1°rapporto annuale sulle spese militari Italiane nel 2017 ed è promosso da Enrico Piovesana e Francesco Vignarca nell’ambito delle attività della Rete Italiana per il Disarmo

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